Le Distorsioni Cognitive. Consigli pratici per correggere alcuni errori di pensiero

di Angela Belotti  A quanti di voi è capitato di attribuire un esito negativo, catastrofico, a una determinata situazione? Quante volte vi siete svalorizzati di fronte a un compito o avete etichettato qualcuno ancor prima di conoscerlo?  Le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro spesso dipendono da modi sbagliati di osservare la realtà e di ragionare che sono detti Distorsioni cognitive (o errori di pensiero). Iniziano spesso nell’infanzia, anche per l’influenza del comportamento dei genitori, e sono poi attivati da eventi e situazioni stressanti. Di fatto, sono modalità disfunzionali di interpretare le esperienze. Tutti noi quotidianamente tendiamo a fare continui errori di pensiero. Quando abbiamo un pensiero automatico, però, possiamo provare ad identificare mentalmente, verbalmente o per iscritto il tipo di errore che stiamo facendo. Di seguito, verranno riportate le distorsioni cognitive più frequenti e dei consigli utili per correggerle. 1. PENSIERO “O TUTTO O NULLA” E’ chiamato anche pensiero in bianco e nero. Vediamo una situazione in soli due modi contrapposti, in due categorie, invece che in un continuum. Gli eventi vengono visti tutti bianchi o neri, buoni o cattivi. Ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Non esiste una via di mezzo. Quando usiamo il pensiero “tutto o nulla” seguiamo binari prestabiliti e rigidi.  Ad esempio: “Se non mi realizzo nel lavoro, la mia vita sarà un completo fallimento”. CONSIGLIO: Evita giudizi del tipo “bianco o nero” e inizia a pensare in percentuale. Non si è solo buoni o cattivi, solo tristi o solo felici, solo amati o solo rifiutati. A seconda della situazione o dello stato d’animo, ad esempio, non saremo completamente preoccupati o per niente preoccupati per un problema ma solo in una piccola percentuale. 2. PENSIERO CATASTROFICO Prediciamo il futuro in maniera negativa senza considerare altri possibili esiti o sviluppi. Ci si aspetta in continuazione che avvenga un disastro. Siamo sempre all’erta perché ci aspettiamo che arrivi da un momento all’altro la temuta tragedia. Pensando in questo modo al futuro si creano intense reazioni di ansia. Ad esempio: “Se non mi risponde al telefono è perché sicuramente ha avuto un incidente”. CONSIGLIO: Cerca sempre delle prove reali, concrete prima di arrivare a delle conclusioni. Se hai la tendenza ad esagerare ed utilizzare spesso parole come “tremendo”, “che tragedia”, “è troppo per me”, quando possibile, quantifica quel concetto, o il tuo pensiero su una scala da 0 a 10. Usa il seguente schema per controbattere il tuo pensiero o la tua situazione: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. Evita di pensare in termini assolutistici. Comincia ad evidenziare tutte le affermazioni o assunzioni che fanno uso di termini come “sempre”, “mai”, “nessuno”, “niente”, “tutto”, “tutti”. In questo modo diventerai meno rigido e più flessibile nel formulare giudizi e opinioni specialmente se comincerai ad utilizzare concetti come “posso”, “alcune volte”, “spesso”, “frequentemente”.  3. SQUALIFICARE O SVALUTARE IL POSITIVO Irragionevolmente ci diciamo che le nostre esperienze, azioni o qualità positive non contano, non hanno valore o, nello stesso modo rifiutiamo o svalutiamo il nostro fisico o parti di esso, non attribuendogli alcun valore. Ad esempio: “Ho eseguito bene quel compito ma tutti ne sarebbero capaci, non ho fatto nulla di speciale!” CONSIGLIO: Per contrastare il tuo pensiero, mettilo in discussione. Per aprirti a convinzioni più funzionali e reali domandati: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. 4. PERSONALIZZAZIONE Crediamo che gli altri si comportino negativamente a causa nostra, senza prendere in considerazione spiegazioni più plausibili per il loro comportamento. Ad esempio: “mi tratta male perché non valgo nulla” CONSIGLIO: Abituati a pensare che qualsiasi cosa gli altri dicano e facciano non dipende necessariamente da te o dal tuo comportamento. Valuta ragionevolmente adducendo prove reali, i pensieri e gli eventi che ti portano a concludere che tutto dipende esclusivamente dalla tua persona. Bibliografia Semerari, A. (2000). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Editori Laterza.

La speranza che abbiamo di durare

Presentazione del libro “La speranza che abbiamo di durare”. Amore, odio, vergogna, compassione. Non vi è emozione umana che terapeuta e paziente non sperimentino nel corso del loro viaggio. In questo libro l’autore usa la storia di una relazione terapeutica per affrontare alcune delle problematiche più avvincenti della sua disciplina. Il racconto di questo rapporto così particolare e delle vite dei protagonisti si apre alla riflessione sulle attuali sfide della psicoanalisi: le aspettative magiche dei pazienti, la concorrenza di trattamenti meno impegnativi e di nuovi farmaci stanno mettendo in pericolo questa straordinaria forma di cura.

Identità sessuale: un costrutto multidimensionale.

L’identità sessuale rappresenta il risultato di un processo influenzato dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici e socioculturali. Quando si parla di identità sessuale non bisogna tenere in considerazione esclusivamente il sesso biologico dell’individuo. Il sesso biologico definisce l’appartenenza biologica ad uno dei sessi che dipende dai nostri cromosomi ed è solo una delle differenti dimensioni del proprio essere sessuale. Tra le altre componenti troviamo anche l’identità di genere, argomento approfondito nel precedente numero. Una terza dimensione è il ruolo di genere, ossia l’insieme di tutte le aspettative che abbiamo riguardo agli atteggiamenti e ai comportamenti che una persona deve assumere rispetto al genere a cui appartiene. In questa dimensione rientrano gli indumenti che indossiamo, il lavoro a cui aspiriamo, il modo in cui esprimiamo le nostre emozioni e tante altre caratteristiche. Un’altra componente è rappresentata dall’orientamento sessuale, che indica l’attrazione sia sessuale che affettiva per una persona che appartiene al sesso opposto, allo stesso sesso o ad entrambi i sessi. Questi orientamenti si definiscono rispettivamente: eterosessuale, omosessuale e bisessuale. Conoscere queste dimensioni ci rende consapevoli dell’esistenza di una realtà molto complessa che considera la sessualità, il ruolo e l’identità di genere come aspetti fluidi. Lo sviluppo di ogni individuo dipende, quindi, dalle diverse combinazioni di queste quattro dimensioni che possono andare a creare differenti e molteplici configurazioni identitarie. Tale costrutto ci permette di comprendere quanto il confine tra normale e anormale dipenda dall’ambiente sociale e dal periodo storico in cui si vive. Una netta distinzione tra maschio/femmina intrappola la libera espressione di se stessi e alimenta le discriminazioni e i fenomeni di violenza e bullismo. Ognuno di noi deve essere libero o libera di esprimersi nel rispetto delle esistenze di tutti e tutte.

ACCEPTANCE AND COMMITTMENT THERAPY

L’ACT è una terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione che aiuta ad abbracciare ogni esperienza umana “Voglio solo essere felice!”, “Non voglio più soffrire!”, “Voglio smettere di provare ansia!” Spesso quando un paziente decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, arriva al colloquio con questi obiettivi. È del tutto normale avere questi pensieri! Perchè ho deciso di parlare di ACT? Perchè mi ha cambiato la vita! non soltanto a livello professionale, quanto personale! Kelly Wilson, uno dei pionieri dell’ACT, consiglia di vedere i pazienti come un tramonto e non come problemi di matematica da risolvere. E fin dall’inizio della terapia, si possono percepire i costrutti innovativi dell’ACT. Il terapeuta non si pone come un essere illuminato che ha risolto tutti i suoi problemi, quanto come un compagno di viaggio. Una metafora molto utilizzata è quella “delle due montagne“: “è come se tu stessi scalando la tua montagna e io la mia. Da dove sono io posso vedere cose della tua montagna che non riesci a vedere. Ma anche io sto ancora scalando la mia montagna, come tutti! Il bello è che puoi migliorare sempre di più nello scalare e imparare ad apprezzare il viaggio…è questo il lavoro che faremo qui insieme”. L’ Acceptance and Commitment Therapy è stata sviluppata da Steven C. Hayes e i suoi collaboratori nel 1986. Successivamente, è stata oggetto di numerosi studi, diventando, ad oggi, una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia empiriche che le permettono di avere l’etichetta evidence-based (basata sull’evidenza). L’ACT ha uno scopo molto importante: riuscire a creare una vita ricca e significativa, mentre si accoglie la sofferenza che la vita inevitabilmente può portare con sé. Durante la terapia, allora: possono essere insegnate abilità di mindfulness, utili ad occuparci di pensieri ed emozioni faticose; si rendono più chiari i valori affinché motivino a stabilire obiettivi e a intraprendere azioni che arricchiscono la nostra vita. Russ Harris, un altro pioniere dell’ACT, ci mostra in questo video cosa si intende per obiettivi e valori. Alla base dell’ACT c’è una teoria scientifica del linguaggio e della cognizione umana definita Relational Frame Theory (RFT). Maggiori informazioni sono reperibili sul sito dell’ACBS Per ora basti sapere che, gli studi effettuati in questo ambito, hanno mostrato come gli strumenti che le persone solitamente utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea soltanto più sofferenza. Ad esempio, la mente di tutti può evocare dolore in qualsiasi momento, anche negli attimi più felici: attraverso un ricordo negativo o immaginando un futuro nefasto. Per questo una delle cose più importanti che si fa con l’ACT è proprio insegnare alle persone a rapportarsi in modo diverso ai propri pensieri e alle proprie emozioni. Quali sono i processi su cui si basa l’ACT? Contatto con il momento presente: prestare attenzione consapevole alla nostra esperienza qui e ora; Defusione: imparare a separarci dai nostri pensieri e a vederli per ciò che sono; Accettazione: aprirsi e accogliere tutte le esperienze che fanno parte della vita; Sé come contesto: riconoscere la parte di sè che non cambia mai e che è in grado di notare tutti i pensieri, le emozioni, i ruoli che invece si modificano nel tempo; Valori: chiarire cosa è davvero importante permette di dare una direzione alla propria vita; Azione impegnata: agire in modo efficace, guidati dai valori. Questi processi sono strettamente collegati tra loro e, lavorando su di essi, si va a toccare un’altra qualità fondamentale dell’ACT: la flessibilità psicologica. Cosa si intende per Flessibilità psicologica? La flessibilità psicologica è l’abilità di essere nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alla nostra esperienza e di intraprendere azioni guidate dai valori. L’ACT è una terapia esperienziale, impossibile da comprendere a pieno soltanto attraverso le parole. “non si può imparare a suonare una chitarra parlandone: devi prenderla concretamente in mano… ed è la stessa cosa con l’ACT”. Bibliografia Harris, R. (2010). La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere. Erickson. Harris, R. (2011). Fare Act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: Franco Angeli.

Il rapporto con l’altro: così cambiamo il battito del cuore di chi incontriamo

Le nostre azioni hanno effetto sulla mente, ma anche sul corpo delle persone con cui interagiamo. E viceversa. Qual è l’effetto fisico delle nostre emozioni, azioni e parole sugli altri? Pensate al tuffo al cuore quando incontriamo qualcuno di cui siamo innamorati. La presenza di quella persona ha un potente effetto fisico su di noi e, viceversa, noi lo abbiamo sugli altri. Gli studi provano come vivere insieme, interagire, cooperare, abbia un preciso effetto sulla regolazione dei nostri bilanci corporei, vale a dire ii modo in cui il nostro cervello gestisce le risorse del nostro corpo, durante tutta la vita. Un po’ come se fossero conti bancari, ogni giorno effettuiamo depositi e prelievi nel conto corrente corporeo di altre persone, così come gli altri lo fanno con noi. Questo contribuisce alla struttura e al mantenimento della funzionalità del nostro cervello, che regola le funzioni del corpo: gli effetti di questa co-regolamentazione si possono concretamente misurare. Quando siamo con qualcuno di caro, il nostro respiro può sincronizzarsi, così come il battito del cuore: una connessione fisica che avviene tra i neonati e chi li accudisce, ma facilmente riscontrabile in molte situazioni di condivisione anche in età adulta, come ad esempio tra persone che cantano insieme in un coro. Quando alziamo o abbassiamo la voce, o cambiamo espressione, influenziamo continuamente ciò che accade all’interno del corpo degli altri: le nostre azioni, espressioni, parole, hanno effetti percepibili sulla frequenza cardiaca e persino sulle sostanze chimiche trasportate nel flusso sanguigno del nostro interlocutore. Il beneficio delle relazioni positive è noto da tempo: si vive più a lungo se si hanno rapporti duraturi con persone significative, come avviene nelle coppie che funzionano, nelle amicizie strette o anche nei rapporti con gli animali da compagnia. Ma ci sono situazioni in cui questa co-regolamentazione ha un costo elevato. Noi regoliamo noi stessi e gli altri anche attraverso le parole: una parola dolce può calmare, mentre una parola dura o aggressiva può allertare il nostro sistema di predizione di una minaccia, di un pericolo, e inondare il flusso sanguigno con ormoni che ci predispongono alla lotta o alla fuga, utilizzando preziose risorse dal nostro bilancio corporeo. Pensiamo al potere di un messaggio ricevuto sul cellulare, anche da migliaia di chilometri di distanza: non possiamo sentire la voce, né vedere l’espressione di chi lo manda, ma il nostro rapporto con il mittente e il contenuto del messaggio, positivo o negativo, cambia il nostro battito del cuore e il nostro metabolismo. Il potere delle parole non è metaforico: è un meccanismo fisico che trova spiegazione nel nostro cervello. Molte regioni del cervello che processano il linguaggio sono anche responsabili del controllo e del funzionamento di organi e sistemi vitali. Regolano l’apporto di glucosio e le sostanze chimiche che determinano le nostre difese immunitarie. Avviene anche negli animali: i neuroni che rendono possibile il canto degli uccelli, sono implicati anche nella regolazione di organi vitali. Quindi: le parole sono veri e propri strumenti di regolazione dei corpi umani, lo constatiamo anche dalla terapia psicologica e dagli effetti che ha sul benessere delle persone. Allo stesso modo, le parole possono provocare danni a lungo termine, quando una persona è esposta per tanto tempo al rifiuto sociale e all’aggressione verbale. Abbiamo un grande potere sugli altri e gli altri su di noi: più approfondiamo le conoscenze, più possiamo utilizzarlo nella direzione giusta. A partire dai comportamenti quotidiani: conservare un buon conto in banca, di riserve corporee e psicologiche, dipende anche dalla ricchezza di chi ci sta vicino. E conviene a tutti alimentarla, reciprocamente.

La psicologia del web: gli effetti di Internet sul comportamento umano

Oggi essere presenti online equivale a esistere. Internet e i social networks hanno riempito prima i nostri momenti di svago, successivamente gli ambienti professionali come preziosi strumenti di marketing, ma mai avremmo immaginato che un giorno si sarebbero sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione e di relazione.La rete ha proposto un nuovo modello di villaggio globale caratterizzato da infinite occasioni di socialità costantemente e immediatamente accessibili. Un universo digitale che si è autogovernato, dettando ai suoi utenti le regole per il riconoscimento e l’accettazione sociale. Come siamo cambiati nel corso di questa trasformazione e in che modo il web ha condizionato i nostri comportamenti?Iperconnessi e sovrastimolati, siamo così ininterrottamente bombardati da una moltitudine di informazioni da aver quasi dimenticato come ricercarle in maniera autonoma. L’utilizzo privilegiato dei social come mezzo di relazione e gratificazione ci rende spesso dipendenti o depressi.Inoltre, essere perennemente iperconnessi non ci rende più multitasking, al contrario, più distratti e meno abili nel passare da un compito all’altro. Da una prospettiva sociale, una delle più grandi innovazioni del web è stata l’uguaglianza: ogni utente in questa agorà virtuale ha pari opportunità di far sentire la propria voce e di ricevere consenso, si annulla così il divario socioculturale esistente nella vita reale.Il concetto dell’autoaffermazione di sè ci porta ad un’altra caratteristica peculiare della rete, l’egocentrismo: i social networks in particolare sono il terreno più fertile per la comunicazione “autocentrata” che va dalla pubblicazione di selfie, a monologhi e contenuti autocelebrativi. Ogni volta che abbiamo la possibilità di parlare di noi stessi il nostro organismo rilascia dopamina, neurotrasmettitore associato a sensazioni di benessere, come se il nostro cervello ricompensasse il nostro egocentrismo. Un principio analogo avviene quando riceviamo dei like: automaticamente impostiamo il nostro comportamento online sulla base dei feedback dei nostri followers, secondo il meccanismo del reward learning.Ovviamente questa “fame di like” ci porta a idealizzare la propria personalità enfatizzando i pregi e restituendo un’immagine virtuale che non sempre corrisponde al vero. Anche il nostro modo di comunicare cambia, in assenza dei feedback immediati dati dalla comunicazione non verbale, i toni sono accentuati, diretti, anche aggressivi. La compenetrazione tra l’individuo e l’universo digitale è in continuo divenire, l’auspicio per il futuro è quello di rimettere al centro l’uomo nella sua più vera e autentica essenza, per ristabilire l’immagine di una società imperfetta quanto genuina, fragile quanto sensibile e bisognosa di percepirsi comunità.

Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione

Questo libro è un invito accorato ad aver cura dei giovani custodendo la loro infanzia. Un libro che attraversa una storia dura: quella della violenza subita da Arturo, del suo coraggio e della temerarietà di sua madre Maria Luisa Iavarone. Una brutta faccenda di cronaca, un racconto emotivo e una inchiesta.Questo libro osserva, come dallo spioncino di una cella, gesti, comportamenti, azioni di questi ragazzi devianti. Come una cimice ne ascolta i discorsi restituendo brandelli di vite segnate da Insensata disumanità. Una lettura forte e cruda fatta in “presa diretta” Delle sciagurate esistenze di questi ragazzi che come un ascensore vi condurrà nei sotterranei oscuri della famiglia criminale per poi farvi risalire alla luce attraverso la scommessa dell’impegno educativo e civile.

La crisi nel ciclo vitale della famiglia

Il termine crisi deriva dal greco e significa separazione, scelta, valutazione; essa rappresenta un momento di riflessione sulla condizione attuale per poi effettuare un cambiamento. Gli sviluppi politici ed economici degli ultimi cinquant’anni hanno rafforzato purtroppo la connotazione negativa e nefasta del termine: in questo modo si è consolidata in noi l’idea che l’arrivo di una crisi comporti un peggioramento della situazione. Nello specifico, l’arrivo di una crisi rompe l’equilibrio raggiunto e spinge verso una ristrutturazione della situazione fino al raggiungimento di una nuova stabilità. La stessa famiglia, che è un sistema dinamico in continua trasformazione, subisce e affronta spesso momenti di crisi, durante il suo percorso. Da tali crisi, infatti, sono emerse anche nuove tipologie di famiglia, basate su legami affettivi in aggiunta a quella tradizionale (qui). A tal proposito, gli psicologi sostengono l’esistenza di un ciclo vitale della famiglia. Esso parte dalla sua formazione e attraversa degli stadi evolutivi, ognuno dei quali ha un vero e proprio evento cruciale. Gli studi psicologici sulla famiglia hanno così suddiviso il ciclo di vita familiare in 6 stadi, che implicano un evento cruciale e specifici compiti di sviluppo personali. Si studia, quindi, lo sviluppo della famiglia, osservando la sua evoluzione nel tempo, e col progredire dell’età dei membri. Di conseguenza, gli stadi prevedono la classificazione della famiglia in: Formazione della coppia Nascita del primo figlio Con bambini Di adolescenti Con figli adulti Di anziani Gli eventi critici sono quindi dei periodi di transizione, più o meno lunghi, in cui ogni familiare ha un ruolo attivo e ne subisce le conseguenze. Ogni famiglia, partendo dall’evento stressante, attiva le proprie risorse e strategie personali per ristrutturarsi e far fronte al cambiamento. La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.(John Fitzgerald Kennedy)

Decidere di pancia

di Umberto Maria Cianciolo Cosa guida realmente le nostre scelte? Siamo sicuri che ogni nostra decisione si basi solo su aspetti razionali? Se dovessimo scegliere tra due o più alternative valide, tra cui non sapremmo deciderci, cosa guiderebbe la nostra scelta? Questi sono gli interrogativi da cui è partito lo studio di Antonio Damasio e colleghi (Damasio, 1974, 1994) che, osservando pazienti con danni alla regione prefrontale ventromediale, rimasero sorpresi nel constatare che questi avessero difficoltà nel pianificare la propria giornata e il proprio futuro, e difficoltà a scegliere amici, partner e attività, nonostante gran parte delle abilità intellettive (apprendimento, memoria, attenzione, QI) fossero preservate (Damasio, Everitt e Bishop, 1996). Inoltre, Damasio osservò che in questi pazienti era compromessa la capacità di esprimere emozioni e provare sentimenti in situazioni in cui ci si sarebbe aspettato il contrario. Da quest’ultima osservazione, Damasio teorizzò l’esistenza del marcatore somatico: l’attivazione viscerale, neuro-biologica, nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione, guiderebbe la nostra scelta, e di ciò possiamo esserne consapevoli come inconsapevoli. Tale attivazione neuro-biologica, che guiderebbe il nostro ragionamento e processo decisionale, dipenderebbe dalla disponibilità di informazioni relative alla situazione, ai soggetti, alle opzioni di scelta e agli esiti che da queste deriverebbero. Per verificare ciò, Damasio e colleghi (1996) hanno messo a punto lo Iowa Gambling Task, basato sulle dinamiche del gioco d’azzardo, coinvolgendo soggetti con danni prefrontali e deficit decisionali (gruppo sperimentale) e soggetti “sani” (gruppo di controllo). Tale compito, secondo gli autori, rispecchierebbe moltissime situazioni quotidiane che, come nel gioco, sono associate a situazioni incerte di punizione e ricompensa e, quindi, a concetti quali il piacere e la regolamentazione dell’equilibrio omeostatico, compresa la necessità di regolazione emotiva (Damasio et al., 1997). Damasio (1996) ha individuato nella corteccia prefrontale ventromediale la regione cerebrale fondamentale per l’apprendimento dell’associazione tra alcune “classi” di situazioni complesse e il tipo di stato bioregolatorio associato (tra cui quello relativo alle emozioni). La porzione ventromediale agirebbe nel mantenere il potenziale emotivo da mettere in moto, attraverso l’azione amigdaloidea, in specifiche situazioni e contesti. Il ragionamento esplicito che precede la presa di decisione, dunque, sarebbe preceduto da un’attivazione inconscia che lo supporta. I giocatori ricevevano quattro mazzi di carte e un prestito di duemila dollari (facsimili). Gli veniva chiesto di giocare in modo tale da perdere la minima quantità di denaro e vincerne il più possibile. Contestualmente veniva registrata la loro risposta di conduttanza cutanea. Girare una carta comportava una vincita immediata di 100 dollari nei mazzi A e B, di 50 dollari nei mazzi C e D. Tuttavia, girare alcune carte comportava anche una penalità, maggiore nei mazzi A e B più che nei mazzi C e D. Dunque, giocare con i mazzi A e B conduceva ad una maggiore perdita, al netto delle maggiori vincite. Al contrario, giocare coi mazzi C e D conduceva ad una maggiore vincita, al netto di maggiori perdite. I partecipanti non erano a conoscenza di quando avrebbero pescato la carta che dava penalità, nessun modo di calcolare quale mazzo avrebbe dato la maggiore vincita e quale la maggiore perdita e nessuna conoscenza rispetto a dopo quante carte sarebbe terminato il gioco (dopo 100 carte). Dopo aver riscontrato alcune perdite, i soggetti con danni bilaterali alla corteccia prefrontale ventromediale, al contrario dei soggetti di controllo, non generavano una risposta di conduttanza cutanea prima di selezionare una carta dai mazzi che portavano a maggiori perdite e non evitavano di pescare da questi mazzi (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Per verificare se i soggetti ragionassero sulla natura del gioco già dopo i primi pescaggi o solo dopo, durante lo svolgimento del compito erano valutate 3 informazioni in 10 partecipanti di controllo e in 6 pazienti: risposta comportamentale, cioè il numero di carte selezionate dai mazzi che portavano a maggiori vincite rispetto a quelli che portavano a maggiori perdite; come anticipato, gli indici di conduttanza cutanea prima che ciascuno pescasse da un mazzo; una risposta verbale da parte di ciascun soggetto sulla natura del gioco e sulla strategia che stavano mettendo in atto. Quest’ultima risposta era registrata ogni 20 carte che il soggetto pescava (aveva già subìto almeno una penalità), ponendo le seguenti domande: “Dimmi tutto quello che sai su ciò che sta succedendo in questo gioco” e “Dimmi cosa ne pensi di questo gioco”. Dopo aver testato tutti e quattro i mazzi, e prima di riscontrare perdite, i soggetti preferivano i mazzi A e B, non generando una risposta di conduttanza cutanea significativa. Dopo aver riscontrato alcune perdite nei mazzi A e B (verso la carta numero 10), i partecipanti “sani” iniziavano a sviluppare una risposta di conduttanza cutanea per questi mazzi. Arrivati alla ventesima carta, tuttavia, tutti sostenevano di non aver ancora capito la logica del gioco. Alla cinquantesima carta, tutti i partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere il proprio sospetto rispetto al fatto che i mazzi A e B fossero rischiosi e manifestavano una risposta di conduttanza cutanea ogni volta che pensavano di scegliere una carta dai mazzi A e B. All’ottantesima carta, molti partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere i propri pensieri sul perché, nel lungo periodo, i mazzi A e B portassero a maggiori perdite e C e D fossero quelli con maggiori guadagni. Sette dei dieci partecipanti “sani” monitorati raggiunsero quest’ultimo step di presa di coscienza, continuando ad evitare i mazzi negativi e generando una risposta di conduttanza cutanea ogni qual volta meditassero di pescare una carta dai mazzi negativi. Sorprendentemente, anche gli altri tre dei dieci, pur non raggiungendo questo livello di consapevolezza, fecero delle scelte vantaggiose. I pazienti, anch’essi monitorati, raggiunsero questo livello di consapevolezza ma, nonostante ciò, perseveravano nello scegliere le carte dai mazzi che portavano a maggiori perdite (A e B) e non generavano una risposta di conduttanza cutanea preventiva. Da questi risultati, gli autori conclusero che la rappresentazione sensoriale di una situazione che richiede la presa di decisione porti a due catene di eventi, paralleli ma anche interagenti (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Nella prima, o la rappresentazione sensoriale della situazione o

Adolescenza interrotta: la parola ai ragazzi

Parla Angela ad un anno dall’inizio della pandemia da COVID-19: solo per chi ha voglia di ascoltarli veramente. Poche parole solo per presentarvi Angela. Lei è una ragazza di 18 anni, ha terminato il liceo e fatto la maturità l’anno scorso. E’ una ragazza come tante e come tante racconta di se e dei suoi amici. Un anno di pandemia: cambiamenti per tutti, nuove abitudini, regole da rispettare e occhi che guardano i nostri comportamenti e cercano di giudicare il giusto e l’errato; quest’ultimo che viene rivisto soprattutto in noi adolescenti. Agli occhi dei grandi non prendiamo la situazione sul serio e siamo superficiali: ma è davvero così? Come si sentono gli adolescenti dopo aver fatto i conti con un anno che sembra non essere passato, come se ci trovassimo in una specie di bolla ? A mio parere sono stati proprio gli adolescenti e ancora lo sono, quelli a dimostrare più tenacia, più onestà e più coraggio; quelli che hanno saputo mantenere il sorriso il quale non è altro che l’arma migliore per tutto ciò. Non è solo ai giovani che bisogna delegare responsabilità e rivoluzioni, siamo i primi ad essere stanchi, i primi a voler tornare a studiare insieme nelle classi, i primi a voler uscire, a desiderare di fare sport e voler ritornare alla normalità. Eppure proprio i giovani in  quest’anno di pandemia hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco, hanno avuto la forza di ribaltare se stessi in un mondo chiuso nelle proprio case e ora hanno solo voglia che tutto passi in fretta perché quando saranno catapultati di nuovo nella vita vera, quella a cui erano abituati una volta, avranno tanto da condividere con il mondo esterno e saranno i primi a non essere più le stesse persone di un anno fa; si sentiranno migliori perché i giovani hanno fatto  grandi sforzi ma quasi nessuno è stato riconoscente nei confronti di questi: il nostro riconoscimento lo riavremo con la libertà assoluta e lo ritroveremo negli abbracci mancati, nelle feste saltate, tra i banchi delle scuole, in un campetto da calcio, in una sala di danza, nei nostri sogni che questa pandemia per un po’ ha messo in stand by.