Emozioni e salute: il sentire alla base della vita

di Veronica Iorio Le emozioni sono parte integrante di ciò che siamo. Per stare in salute e vivere in modo soddisfacente è necessario riconoscerle e prendersene cura.  La parola ‘emozione’, dal latino ‘emovere’, che significa scuotere, smuovere, sta a indicare uno scuotimento, un’agitazione, una vibrazione dell’anima. Nella cultura occidentale è convinzione diffusa che la vita vada affrontata con il pensiero e l’azione e che le emozioni siano segno di debolezza. Ostacoli da evitare o turbamenti da eliminare. Al contrario, le emozioni sono parte essenziale di ciò che siamo e rivestono un ruolo indispensabile nella nostra autoregolazione e nel vivere quotidiano. Insieme alle sensazioni corporee, definiscono momento per momento come ci sentiamo e di cosa abbiamo bisogno. Il sentire è la prima esperienza che facciamo di noi stessi e della vita, da cui nasce il nostro senso di esistenza. È il contatto mediante cui diveniamo consapevoli e responsabili. Ovvero, capaci di riconoscere la realtà interna ed esterna che viviamo e orientare in maniera adeguata scelte e comportamenti. Parlare di emozioni vuol dire parlare di salute Ognuno di noi è una totalità fatta di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti e la salute è il risultato dell’interazione di tutti questi livelli. Tuttavia, si distingue tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, si tende più a parlare di salute con riferimento al corpo, come retaggio di una visione dualistica dell’essere umano che resiste malgrado l’evoluzione delle conoscenze. La separazione mente-corpo, nonostante i progressi scientifici compiuti in circa quattrocento anni da Cartesio ad oggi, è ancora radicata nel pensiero, nel linguaggio e nel comportamento comune. Si tratta di una costruzione culturale che non corrisponde alla realtà della nostra natura. Il corpo non è una macchina: sente, gioisce, piange, si innamora, ha memoria. Allo stesso modo, la mente non è astratta o isolata ma incarnata nella pelle, negli organi, nelle cellule. Prende forma e si plasma nell’esperienza. Corpo e mente non possiedono un’esistenza intrinseca a sé stante, sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Winnicott sosteneva che “un bambino non può esistere da solo, ma è essenzialmente parte di un rapporto”. I bambini istituzionalizzati degli studi di Spitz si ammalavano e morivano, prima nella psiche e poi nel corpo, in assenza di contatto, calore e affetto. Dunque, il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. E non può esserci salute senza relazione e amore. Riconoscere le proprie emozioni per stare in salute Le emozioni hanno il compito di modificare l’eccitazione basilare a seconda di ciò che stiamo vivendo, per garantire l’energia necessaria a mobilitare le risorse verso la gratificazione dei bisogni. Conferiscono tono, colore, ritmo, orientamento, volto alle esperienze che facciamo e alla nostra esistenza. Rappresentano il motore che ci muove e la fonte che ci nutre. In assenza di discriminazione emozionale, come negli stati depressivi, in cui vi è un appiattimento dell’umore e dell’energia vitale verso il basso, ogni cosa appare grigia, spenta. Uguale alle altre e svuotata di senso.  Ciascuna emozione svolge una sua funzione specifica, poiché segnala una determinata necessità dell’organismo in una determinata situazione. Se l’emozione viene negata, repressa o rifiutata, l’energia psichica, invece di essere investita nel soddisfacimento dei bisogni e nella realizzazione di sé, si accumula e cerca altre vie per esprimersi, con conseguenze dannose in termini di integrità e salute. Una rabbia non permessa può retroflettersi e diventare autolesiva, un dolore non vissuto può incancrenirsi nello stomaco, una paura inascoltata sfociare in pensieri e comportamenti ripetitivi. Il rifiuto verso aspetti propri e della realtà esterna può essere vissuto con senso di colpa e vergogna. Portare al ritiro e all’isolamento sociale. L’angoscia, il senso di solitudine, la paura della morte possono assumere forme patologiche e rendere la vita insostenibile. Quando l’anima soffre, tutto l’organismo soffre. Alcune volte in modo vistoso, altre volte più nascosto. Ogni disagio, a prescindere dalla forma con cui si manifesta, è una richiesta di ascolto che reclama attenzione. Talora con grido prepotente, talora in un silenzio timoroso o disperato, come bisogno fondamentale di sopravvivenza e salute.

Che cosa è l’ansia? Chi ne soffre? Cosa si può fare?

di Aldo Monaco Quando Giulio Cesare scrisse <di regola, ciò che non si vede disturba la mente degli uomini assai più profondamente di ciò che essi vedono> probabilmente sapeva bene cosa diceva. Le sue imprese – la riorganizzazione dell’esercito e di Roma, le nuove realizzazioni architettoniche, il nuovo corso amministrativo ecc – sono l’esempio più lampante di quanto egli fosse capace di muoversi nel futuro e della sua visione prospettica. Al contempo però queste parole suonano profetiche anche rispetto alla sua prossima ed imminente morte, quando quella visone positiva del futuro, lasciò lo spazio a pensieri e sensazioni molto più cupe: da più parti egli vide bruciare fuochi celesti, uccelli solitari giungere nel foro, strani rumori notturni. Calpurnia, sua moglie, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell’etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Non so se Giulio Cesare soffrisse d’ansia. Quello che però posso immaginare è che avrebbe potuto soffrirne: la sua visione del futuro deve averlo, di tanto in tanto, caricato d’angoscia; ogni tanto avrà pensato all’avvenire, come gli è successo negli ultimi mesi della vita, con un senso di minaccia tale da disturbarlo e a portarlo a cogliere segnali pericolosi ovunque andasse, qualunque cosa vedesse e sentisse. Ma cosa è l’ansia? L’ansia è un segnale circa la presenza di un pericolo proveniente dall’inconscio – desideri istintuali e impulsi rimossi – che poi la coscienza, tramite i meccanismi di difesa, cerca di tenere a bada o far esprimere per mezzo di una sintomatologia più tollerabile. L’ansia è un’esperienza che caratterizza diversi stadi della vita e che per tali ragioni può essere meno grave o più grave. Ad un livello più evolutivo si può provare (a) un’ansia superegoica che si manifesta con dei sentimenti di colpa o tormenti della coscienza derivati dal fatto di non condurre una vita all’altezza di uno standard interno di comportamento morale. Andando più indietro nella gerarchia evolutiva verso un’ansia più precoce si può vivere (b) un’ansia e una paura che hanno che fare col perdere l’amore o l’approvazione di un altro significativo (come il genitore). Ad un livello ancora più sotterraneo e doloroso vi è (c) l’ansia da separazione che comporta la paura di perdere non solo l’amore e l’approvazione del genitore ma anche il genitore stesso. Infine le due forme d’ansia più precoci e quindi più patologiche sono (d) l‘angoscia persecutoria – che comporta la paura da parte del soggetto di essere invaso dall’esterno e annichilito dall’interno – e (e) l’angoscia di disintegrazione che può derivare sia (1) dalla paura di perdere il senso di sé e dei propri confini e sia (2) dalla preoccupazione di sentirsi frammentati in seguito ad un mancato rispecchiamento da parte di chi doveva attutire le paure del bambino. L’ansia e il tempo Si potrebbe quasi dire che nei disturbi d’ansia non siamo più noi che andiamo verso il futuro. È il futuro, ignoto e spaventoso, che corre insistentemente verso noi. L’avvenire si manifesta con un’incombenza passivizzante la cui attesa, lenta ed estenuante, diventa ansia, inquietudine indeterminata che non consente pianificazioni rassicuranti e che, nello smarrimento che comporta, comunica uno stato d’allarme che, come prima cosa, attiva il corpo, il quale inizia a scalciare, ad avvisare e comunicare un rischio imminente: una paralisi, un infarto, un ictus, respiro affannato ecc. Il tempo vissuto, come dice il dr. Enrico Ferrari <non è il tempo del kairos, il tempo “opportuno”, che chiama alla decisione; è piuttosto il tempo di chronos che inghiotte il nuovo perché ne ha paura>. l tempo che si vive allora è un tempo presente bloccato e frenato dai pensieri, dalla ricerca ossessiva della sicurezza. 
Da quest’ultima poi si impara ad anticipare e prefigurare cosa potrebbe essere il futuro. Si impara a rendere noto l’ignoto e a trasformare l’ansia indeterminata in qualcosa di definito, dotato di confini. Per tali ragioni – cioè evitare che l’ignoto prenda il sopravvento – queste persone hanno bisogno della calma, della sosta, della progettualità intesa come a-conflittualita e della quiete.L’ansia allora è la mancanza di fiducia anzitutto nel tempo e nelle cose ma anche, e in particolar modo, in sé stessi. E’ la mancanza di possibilità, un restringimento degli orizzonti, della libertà. Ma come si sviluppa un disturbo d’ansia? Le ipotesi potrebbero essere innumerevoli. Quella che però accumuna più persone è quella che han sostenuto Kagan e collaboratori (1988 ) i quali hanno affermato che questa categoria di persone può aver avuto a che fare con coppie genitoriali caotiche, più che conflittuali. Coppie dall’esplosività improvvisa tale da non permettere al bambino di sentirsi al sicuro, con le altrui e proprie paure. Questi bambini svilupperanno così un senso di inadeguatezza che se non viene affrontato porterà il bambino a dipendere dai genitori in modo ostile e spaventato, in modo rabbioso dacché percepisce costantemente una sensazione di pericolo. Bibliografia J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biological bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171 American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014 E. Ferrari, Psicopatologia e Zeitgeist, in Comprendere 19, 2009 G. O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica quinta edizione basata sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016 Galimberti U. (2007) Psicologia, Garzanti, Milano J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biologicaal bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171

Giornata mondiale della salute – La salute psicologica

Tavola rotonda con Francesca Dicè, Raffaele Felaco, Roberto Ghiaccio e Michele Lepore. La salute psicologica come espressione del benessere psicosociale. Analisi degli aspetti neuropsicologici e riflessioni sull’integrazione come rilevatore del benessere sociale.

La tematica dei corpi nell’epoca del Covid

In quest’epoca di rivoluzione digitale e virtualizzazione dei corpi, è necessario parlare delle nuove relazioni corporee che ci troviamo a vivere. Noi esseri umani, com’è noto, abbiamo vitale bisogno dell’interazione fisica con gli altri. É infatti attraverso la presenza fisica dell’altro, attivata soprattutto dai neuroni specchio, che attuiamo una continua conferma di noi stessi. “Mamma guardami, Papà guardami”. Quante volte i nostri piccoli ci fanno questa richiesta? In questo gioco di presenze cresciamo legati agli altri. Il bambino viene costantemente riplasmato dal corpo di chi lo accudisce. Esattamente come, in parte, l’adulto è riplasmato dal bambino. Questo processo di continua conferma e rigenerazione del nostro essere, attraverso l’interazione corporea con gli altri, dura tutta la vita. Questo è palese soprattutto nell’ infanzia, ma, ad essere ben attenti, lo si osserva anche nell’adulto. Ho bisogno degli altri, per sapere che esisto, come corpo ed anche in quella sua funzione che è la mia mente. Quest’ interazione corporea costante ha anche un effetto di modulazione del mio mondo emozionale, determinando pertanto anche una limitazione delle condotte aggressive. Non ci stupisce pertanto dai dati grezzi che stanno emergendo nell’ ultimo periodo, un significativo aumento dei comportamenti sia auto che etero distruttivi nei giovani. Più che mai, agli adolescenti, va quindi sottolineata la continuità dinamica e condivisa, per tutta la nostra storia, del proprio corpo. Questi presupposti, ci permettono di ben comprendere perché le tecniche di arteterapia che mettono al primo posto la ritmicità condivisa dei corpi, possano svolgere una funzione fondamentale per il superamento degli aspetti emotivo relazionali di quella che, ormai, viene diffusamente descritta come la Sindrome Post Covid. Non vogliamo però assolutamente demonizzare “il digitale”. Tutti hanno potuto constatare come, in questo periodo difficile della pandemia, abbia potuto limitare in qualche modo il problema dell’isolamento. Dobbiamo imparare ad utilizzarlo al meglio, con l’assoluta necessità di affiancarlo all’ interazione corporea in presenza che protegge e delimita i confini del mio corpo.

Elaborazione del Lutto Durante la Pandemia COVID-19

L’elaborazione del lutto è inevitabilmente influenzata dall’emergenza pandemica e presenta fattori di rischio per lo sviluppo di un lutto complesso. La pandemia da COVID-19 non ha solo modificato drasticamente il nostro modo di vivere, ma anche il modo di affrontare la morte ed elaborare il lutto. I cambiamenti sociali e comportamentali scaturiti dall’emergenza hanno ostacolato l’usuale processo di elaborazione del lutto e modificato il tipo di supporto fornito ai dolenti. Le fasi di elaborazione del lutto normale, secondo il modello di Kübler-Ross[1], vanno dalla negazione dell’evento luttuoso, passando attraverso rabbia, patteggiamento e depressione, per poi pervenire ad una sua accettazione. Diversi fattori permettono di agevolare tale processo, primo fra tutti il supporto sociale. Altri invece, definibili come fattori di rischio, possono portare ad una mancata elaborazione del lutto, incorrendo nello sviluppo di un lutto complicato o patologico, denominato Disturbo da lutto prolungato (PGD).  Durante l’emergenza pandemica, i maggiori fattori di rischio per l’elaborazione del lutto riguardano le circostanze in cui si verifica la morte e le misure adottate per mitigare la diffusione del virus[2] Le circostanze della morte sono cambiate, essa arriva all’improvviso e inaspettatamente. Le persone muoiono da sole oppure con vicino solo il personale medico. Per i parenti è quasi impossibile fargli visita per le restrittive politiche anti-Covid. Questa impossibilità di vedere il proprio caro, porta a sentimenti di colpa verso se stessi, incertezza e confusione circa le circostanze della morte. Tali aspetti potrebbero prolungare le fasi di negazione e di rabbia dell’elaborazione del lutto. A tutto ciò, si aggiunge la quasi impossibilità di dire addio al defunto attraverso rituali culturali e religiosi. Questi hanno la funzione di aiutare le persone in lutto a superare la negazione e lo shock dell’evento, fornire supporto sociale e facilitare l’accettazione della realtà della perdita. In tempo di pandemia, questo viene meno, a causa della quasi impossibilità di organizzare rituali collettivi e di fornire sostegno attraverso la presenza fisica delle persone care. Anche il contesto in cui si verifica il lutto diventa un fattore complesso per l’elaborazione del lutto. Il dover “rimanere a casa” e il non potersi ritrovare con altre persone, se non virtualmente, possono inasprire il senso di isolamento sociale e la solitudine, che sono già aspetti critici dell’esperienza del lutto[2]. In sintesi, l’emergenza sanitaria sta causando tassi elevati di morti e di conseguenti lutti. Questi ultimi vengono affrontati con non poca difficoltà a causa del complesso contesto emergenziale in cui si verificano e della presenza di fattori di rischio specifici, che possono portare ad un lutto complesso. Il ruolo dello psicologo durante il complesso processo di elaborazione del lutto è, mai come in questo momento, di fondamentale importanza. Egli può sostenere il dolente, accompagnarlo nella ricostruzione del significato della perdita, promuovendo l’adattamento alla stessa[3] e la sua integrazione nella propria narrazione di vita. Bibliografia 1 – Kübler-Ross E. (1969). On death and dying. New York: Macmillan 2 – Goveas J.S. & Shear, M.K. (2020). Grief and the COVID-19 Pandemic in older adults. Am J Geriatr Psychiatry, 28:10, p.1119-11253 3 – Zhai Y. & Du X. (2020). Loss and grief amidst COVID-19: A path to adaptation and resilience. Brain, Behavior, and Immunity, 87: 80-81

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE E PANDEMIA DA COVID-19

L’aumento dei casi di disturbi del comportamento alimentare durante il lockdown di Maria Cascone I disturbi del comportamento alimentare sono quelle patologie caratterizzate da un cambiamento dell’abituale regime alimentare e da un’eccessiva attenzione verso il peso e la corporatura. Sono espressioni psicopatologiche che, se non vengono recepiti al momento giusto, possono generare gravi conseguenze e perfino portare alla morte. Infatti, se non individuati e trattati preventivamente, possono divenire una patologia estenuante e incurabile, suscitando un rischio sia per la salute fisica che psichica. I disturbi del comportamento alimentare sono un argomento emergente solo negli ultimi anni, ma su cui si pone ancora troppa poca attenzione rispetto a quella che effettivamente meriterebbero. I disturbi del comportamento alimentare interessano circa 70 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 3 milioni sono italiani. La porzione di popolazione maggiormente colpita da questo tipo di disturbi risulta essere quella degli adolescenti, che trovandosi in una fase particolarmente sensibile della propria vita, hanno una predisposizione maggiore ad imbattersi in questi ultimi. I disturbi del comportamento alimentare maggiormente diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating o disturbo da alimentazione incontrollata. Tra i fattori predisponenti di questi disturbi troviamo l’avere una bassa autostima, l’idea del perfezionismo, le difficoltà interpersonali, la perenne insoddisfazione corporea, il desiderio di magrezza, quasi tutti fattori che si collegano agli stereotipi della “bellezza intesa come magrezza” che vengono alimentati principalmente dalla società e dai media. Ad oggi in Italia, secondo i dati statistici, l’incremento dei disturbi alimentari negli adolescenti successivamente alle ripercussioni pandemiche da Covid-19, risulta essere del 30% Un’ulteriore aumento del 30% avutosi durante questo periodo, che lascia intravedere uno spiraglio di luce per le persone affette da questo tipo di psicopatologie, riguarda le richieste d’aiuto e supporto alla cura. L’isolamento sociale avvenuto durante il regime di lockdown, e le varie precauzioni adottate contro la contrazione del virus, hanno fatto sì che le condizioni psicopatologiche peggiorassero notevolmente, incrementando nella popolazione ansia, tensione e paura. In questo caso, la perdita quasi totale dello svolgimento delle solite attività quotidiane, ha fatto sì che nei soggetti affetti d’anoressia aumentassero quelle che sono le restrizioni alimentari, mentre, nei soggetti affetti da bulimia si è evinto un notevole aumento di abbuffate e condotte di eliminazione diurne. Altri fattori che hanno incrementato le manifestazioni di questi disturbi in questo periodo, sono risultati essere la parziale o totale mancanza di attività fisica, spesso svolta con modalità compulsiva negli adolescenti affetti da disturbi alimentari a causa della paura di poter perdere la propria forma fisica, e la convivenza forzata e prolungata con i propri familiari, che non ha permesso agli adolescenti di intagliare quei piccoli spazi d’indipendenza giornaliera, che sono solitamente richiesti in questa fascia di età.  

Un nuovo modo di intendere i videogames

di Nicola Conti I videogames sono negativi! È molto facile pensare che i videogiochi possano condurre i nostri giovani a condotte violente o affermare che siano assolutamente diseducativi. In realtà, studi recenti e l’esperienza clinica di numerosi psicologi, psicoterapeuti e non solo, hanno permesso di rivalutare l’utilizzo dei videogames, considerandoli come un valido strumento di lavoro al pari di un test proiettivo. Prima di tutto il videogioco può essere un modo per creare una relazione con un utente, irraggiungibile attraverso gli strumenti ortodossi. Della serie: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Infatti nella professione psicologica risulta fondamentale avvicinarsi all’Altro, potendo comunicare lo stesso linguaggio. E il videogioco, in quanto tale, può costituire un valido alleato nell’intento di rapportarsi con un’utenza di un certo tipo, per esempio chi soffre di ritiro sociale. Precedentemente il videogioco è stato accostato ai famosi test proiettivi. Con ciò non si vuole intendere che esso si possa sostituire ad un Rorschach o ad un Blacky, ma sicuramente per le sue caratteristiche intrinseche permette al videogiocatore di investire una parte di sé all’interno di una narrazione o di identificarsi con un personaggio. Ed è proprio su quest’ultima dimensione che vorrei porre l’accento. Non costituisce una stranezza il fatto che i videogiocatori si identifichino con i personaggi dei loro videogames preferiti. Così come in un film o in un libro, anche in ambito videoludico accade lo stesso. Questa è una tendenza naturale dell’essere umano. Le emozioni vissute da chi gioca, grazie alla trama, alla caratterizzazione psicologica dei protagonisti e alla grafica hanno la capacità di imprimere nella mente una traccia potentissima, che ha a che fare anche con la propria identità. Ma in che modo le dimensioni identitarie possono confluire all’interno di un videogame? Secondo James Paul Gee (2007) esistono tre categorie identitarie: un’identità nel mondo reale, un’identità virtuale ed un’identità proiettiva. L’identità nel mondo reale combacia con il soggetto in carne ed ossa, che vive e agisce appunto nella realtà. Questa forma di identità però non costituisce l’unica possibile e gli addetti ai lavori sanno bene quanto all’interno del costrutto di identità possano confluire una serie di aspetti complessi e variegati. Innanzitutto la realtà fisica si traduce in una miriade di piccoli dettagli come il sesso, il colore degli occhi o dei capelli. Sono questi aspetti a influire e a venire influenzati dall’esperienza videoludica. Il secondo tipo di identità, quello virtuale, è legata al personaggio che il giocatore intende interpretare all’interno del mondo videoludico. Identità reale e virtuale sono profondamente interconnesse, visto che i vissuti legati ai fallimenti o ai successi nei videogames sono similari a quelli esperiti nella vita reale. Infine abbiamo l’identità proiettiva la quale possiede due dimensioni. La prima dimensione si riferisce agli elementi che il soggetto proietta sul suo avatar digitale. Tra questi elementi ritroviamo i valori, i bisogni, la sfera emotiva e molto altro. La seconda dimensione contempla il fatto che il personaggio virtuale rispecchi la propria volontà e il proprio agire all’interno del mondo fittizio dei videogiochi. Per cui il proprio avatar è capace di imprese, che nella realtà non si potrebbe nemmeno immaginare di compiere. Infatti nei videogames è possibile interpretare chiunque e comportarsi in modalità non possibili nella vita di tutti i giorni. Secondo tale modo di concepire le cose, l’identità e la personalità costituiscono elementi flessibili e non immutabili. La scelta di un personaggio piuttosto che un altro o la costruzione di un avatar sono dovuti anche alla percezione di sé (Sé percepito) e da chi si vorrebbe diventare o essere (Sé ideale). Questa scelta influenza a sua volta il modo in cui viene costruita l’identità reale, all’interno di un feedback costante e continuo. In conclusione è possibile affermare che i videogiochi siano, a tutti gli effetti, dei potenti artefatti che permettono di riflettere su di sé e anche sulle proprie modalità relazionali. Bibliografia Gee, J. P. (2007). What Video Games Have to TeachUsabout Learning and Literacy. LLC: St. Martin’s Press.

Identità di genere: cosa bisogna sapere.

Quando si parla di identità di genere si fa riferimento a una dimensione specifica dell’identità da non confondere con il sesso biologico. Di cosa stiamo parlando allora? Siamo tradizionalmente socializzati a vivere in un contesto binario, rigidamente dicotomico, eteronormativo che impone di pensarci e viverci oscillando tra un maschile ed un femminile. Queste due categorie hanno da sempre influenzato la vita degli individui fin dalla nascita. Anzi, dal momento della scoperta del sesso del nascituro, i caregiver iniziano ad immaginarlo come maschio o femmina e attribuendo al nuovo arrivato aspettative che rappresentano il genere così come culturalmente definito.  Coccarda azzurra per il bambino, rosa per la bambina; e così via: macchinine e bambole; combattimenti e trucchi, cose da maschi e cose da femmine. Può accadere che durante il proprio sviluppo evolutivo l’individuo avverta delle discordanze tra ciò che il contesto gli propone/impone e la propria identità di genere, ossia il sentimento intimo e profondo di appartenere ad un determinato genere. Quindi alcune persone possono sentirsi inadeguate rispetto al sesso assegnato alla nascita e assumere una serie di atteggiamenti e comportamenti stereotipici del sesso opposto, ma senza produrre una domanda di modificazione dei caratteri sessuali primari e/o secondari.  Potrebbero esserci persone che invece non si riconoscono nella rigida dicotomia di genere e sentono di non appartenere a nessuno dei due o, per alcuni aspetti, ad entrambi (non-binary). Tutti questi casi rientrano sotto il termine ombrello Transgender, diverso dal termine Transessuale che invece rappresenta le persone che richiedono di sottoporsi all’intervento di Riattribuzione Chirurgica del Sesso. In posizione diametralmente opposta si trova il termine Cisgender, che include tutte le persone che non vivono discordanza tra sesso biologico e identità di genere. Queste dimensioni sono solo una parte del più ampio costrutto di Identità Sessuale, che approfondiremo nei prossimi numeri.

RESILIENZA: COME SVILUPPARLA FIN DA PICCOLI

La resilienza è una capacità che si può implementare durante la vita. Vediamo insieme su quali variabili bisogna porre attenzione. Che cos’è esattamente la resilienza? In psicologia sta a indicare la capacità di adattarsi in modo positivo dinanzi ad eventi stressanti. Alcuni studi degli ultimi decenni hanno mostrato come, grazie alla plasticità neuronale, tutti gli esseri umani possono esserepotenzialmente resilienti. Per questo motivo diventa fondamentale creare le condizioni contestuali necessarie allo sviluppo di tale capacità fin da piccoli. Alcune variabili individuali e ambientali che, se coltivate, consentirebbero una riorganizzazione positiva a seguito di eventi stressanti sono:-la pazienza: imparare a stare con l’attesa e a tollerare la frustrazione;-l‘attenzione al positivo: riuscire a notare in tutte le cose il rovescio della medaglia;-la stima di sé: riconoscere le proprie caratteristiche personali ed imparare ad apprezzarle;-la flessibilità psicologica: inquadrare l’evento stressante come opportunità di crescita/sfida;-le relazioni affettive e sociali: quelle familiari ma anche quelle esterne, nei casi in cui si viva in contesti disfunzionali. Come sviluppare la resilienza nei più piccoli? Può essere fondamentale avere un modello resiliente in un adulto o in una figura eroica. L’adulto potrebbe esplorare, con i bambini, percorsi alternativi per sostenerli nel raggiungimento degli obiettivi desiderati o per far sì che possano appassionarsi ad attività gratificanti. Nello stesso momento, diventa importante che imparino ad accettare tutte le esperienze emotive, anche quelle più frustranti. Infatti, spesso è proprio l’emozione della paura o la sfiducia nelle proprie capacità a bloccare il riconoscimento delle risorse individuali più utili a fronteggiare l’evento stressante. Ma il problema non è la paura o il dolore, piuttosto è cosa decidiamo di fare con quell’emozione. È proprio durante le crisi che ci sentiamo più fragili poiché viene messo in discussione il nostro equilibro. Tuttavia, quello rappresenta anche il momento più fertile, che ci dà l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività e riorganizzare la nostra vita in un modo diverso. Nei momenti di difficoltà provate a chiedervi: “Ci sono stati dei momenti nella gestione di questoevento o nelle fasi successive, in cui mi sono sentito efficace?”, “Ho imparato qualcosa di nuovo sudi me dopo questa esperienza?” Pensiamo, ad esempio, al momento attuale di pandemia: probabilmente non ce ne siamo resi conto, ma anche in un periodo tanto difficile, ognuno, con le proprie risorse, ha tentato di fronteggiare l’evento pandemico, e tutto ciò che ha comportato, per sopravvivere in qualche modo! Questo perché?Grazie all’adattamento! Un’altra caratteristica di noi esseri umani.Viviamo in un contesto in continua evoluzione, ove la specie umana ha trovato il modo di affinare sempre più il proprio cervello. Siamo in grado di pensare in modo creativo a nuove soluzioni per sopravvivere alle minacce circostanti. E’ esattamente quello che abbiamo sempre fatto e che continuiamo a fare, anche ora. Bisogna continuare a vivere il presente guardando al futuro, immaginandolo, sognandolo! Lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future che, grazie all’aiuto degli adulti, potranno già da oggi implementare la loro capacità di resilienza.