15 Marzo: Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla

La Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla è dedicata alla bulimia, all’anoressia e agli altri disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Già da più di trent’anni, in America, il simbolo del Fiocchetto Lilla rappresenta la lotta contro i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA).  In Italia invece la Giornata Nazionale è stata promossa per la prima volta nel 2012, dall’Associazione “Mi Nutro di Vita” ed è nata grazie a Stefano Tavilla, in ricordo della figlia Giulia, colpita da bulimia nervosa e scomparsa proprio il 15 marzo. I principali DCA sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED); i manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, permettendo spazio ai pazienti che non soddisfano i criteri per una diagnosi conclamata.  I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per le forme del proprio corpo e per il proprio peso. Le condotte DCA riguardano nello specifico la riduzione di cibo assunto, il digiuno, le crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), la tendenza al vomito atta a controllare il peso, l’uso di farmaci anoressizzanti, lassativi o diuretici nonché un’attività fisica intensa.   L’anoressia e la bulimia sono molto più frequenti nelle donne, il binge eating disorder è invece molto più frequente negli uomini. Il sesso maschile rappresenta circa il 40% delle diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata.  Le cause e i fattori di rischio principali per lo sviluppo del binge eating disorder riguardano eventi di natura traumatica, insoddisfazione verso il proprio corpo, bassa autostima e difficoltà nella gestione delle emozioni. Inoltre è importante sottolineare la stretta correlazione tra la depressione ed il binge eating disorder, per la quale spesso il trattamento della depressione risulta parallelo al percorso di cura per il disturbo del comportamento alimentare. Molte persone che soffrono di DCA, col tempo, sviluppano un certo grado di consapevolezza legata al cibo senza più provare ansia e preoccupazioni per il peso le quali in passato pervadevano la maggior parte della loro vita ma, al contempo, molti soggetti restano vulnerabili alle difficoltà che caratterizzano il rapporto con l’alimentazione ed alle preoccupazioni ad essa correlate.  In ogni caso, seppur rimanga probabile la possibilità di ricadute, essa non è un fattore indicativo ed inequivocabile dell’insuccesso rispetto alla guarigione della persona, la quale potrà definirsi guarita anche se occasionalmente avrà difficoltà ad alimentarsi in modo corretto.

10 Ottobre Giornata Mondiale della Salute Mentale

La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day) si celebra oggi, 10 ottobre. Ogni anno, da 30 anni, questa data è dedicata alla promozione, prevenzione e promulgazione della salute mentale e del benessere psicologico. La Federazione Mondiale per la Salute Mentale (World Federation for Mental Health) ha istituito questa giornata nel 1992, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); il suo obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, attraverso campagne e attività di promozione e sensibilizzazione. La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere. Questo viene sottolineato dalla definizione di salute della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. Ogni anno si porta il focus della giornata su un argomento diverso legato alla salute mentale e al benessere psicologico. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022 è stato scelto il tema “Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale” (Make Mental Helath & Well-Being For All a Global Priority). Con questo tema si cerca di sottolineare l’importanza di incentivare e attivare politiche che portino la salute mentale al centro del dibattito politico, sociale e collettivo. Stigma e discriminazione continuano a rappresentare una barriera all’inclusione sociale e all’accesso alle cure adeguate. Obiettivo del 10 ottobre 2022 è quello di sviluppare e rafforzare le conoscenze, le competenze, i processi e le risorse di cui i servizi di salute mentale e le comunità necessitano, così da poter dare una risposta rapida ed efficace ai bisogni di salute mentale delle persone. Proprio in questo periodo storico, scosso da guerre, emergenza climatica ed effetti a lungo termine della pandemia, risulta di grande importanza sottolineare la necessità di promuovere benessere psicologico e salute mentale, che deve diventare una priorità alla portata di tutti. Anche se la consapevolezza dell’importanza della salute mentale è sempre più diffusa, è necessario lavorare sempre più affinché la prevenzione dei disturbi mentali e il benessere di ogni cittadino sia possibile. “Il tema della Giornata mondiale della salute mentale del 2022 Rendere la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale ci offre l’opportunità di riaccendere i nostri sforzi per rendere il mondo un posto migliore.Siamo ad un bivio. È imperativo prendere la strada giusta.” (Professor Gabriel Ivbijaro MBE JP) #WorldMentalHealthDay #WMHD2022 Per approfondire: https://wmhdofficial.com/ https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6019 https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/08/news/psicologo_giovani-10368888/

10 Errori di Pensiero che sostengono la sofferenza

10 Errori di Pensiero che sostengono la sofferenza. Ognuno di noi filtra il mondo attraverso le lenti della propria storia. Attraverso occhiali con i vetri colorati del nostro passato, delle nostre convinzioni sul mondo, della nostra attitudine al futuro. Ci sono 10 errori di pensiero individuati dagli autori dell’approccio DBT (Dialectical Behavior Therapy) che, scurendo i colori delle lenti e aggiungendo paraocchi, sostengono la visione di un mondo sofferente. Quali sono? PENSIERO “TUTTO O NIENTE”, “BIANCO O NERO”: Se non sono perfetto, sono un perdente totale. Se non si ottiene tutto quello che si vuole, ci si sente come se non si avesse nulla. Se si ha una buona giornata, tutto il resto della tua vita è perfetto. Se, al contrario, qualcosa va storto, la mia vita va SEMPRE male. CATASTROFIZZARE: Se si prevede un futuro negativo senza considerare altro, probabilmente si otterrà quel risultato. “Sicuramente sto per fallire la mia prova”, oppure “Se glielo dico mi odierà per sempre”. LETTURA DEL PENSIERO: Si crede di sapere cosa altre persone stanno pensando anche senza chiedere. “Chiaramente pensa che non farò un buon lavoro!” IPER-GENERALIZZAZIONE: Si arriva a conclusioni negative che vanno ben oltre la situazione attuale. “Da quando mi sono sentito a disagio il primo giorno di lezione, so che non sarò in grado di stare bene per il resto dell’anno”. FILTRO MENTALE: Si sviluppa un udito e una visione selettivi e si riesce solo a sentire e a vedere l’unica cosa negativa, ignorando le molte cose positive. “Perché il mio supervisore non mi ha dato il massimo? Vuol dire che sto facendo un lavoro terribile!”. SQUALIFICARE IL POSITIVO: Ci si dice che le esperienze, azioni, o qualità positive non contano, o hanno comunque meno valore delle cose negative. “Ho fatto goal perché ho avuto fortuna”. RAGIONAMENTO EMOTIVO: Si pensa che le proprie emozioni corrispondano alla realtà. “Mi sento… quindi è”; Mi sento come se mi odiasse… quindi mi odia”; “Mi sento stupido, quindi lo sono”; “Ho paura di andare a scuola, quindi è una cattiva idea andarci”. AFFERMAZIONI “DOVREBBE”: Riguarda il come noi stessi o qualcun altro “Dovremmo” comportarci e vengono sopravvalutate le conseguenze negative se non vengono soddisfatte le aspettative. “L’errore che ho commesso è ‘terribile, devo sempre fare del mio meglio.” “Non dovresti essere così sconvolto”. ETICHETTARE: Viene fatta un’ulteriore generalizzazione utilizzando un linguaggio estremo per descrivere le cose. “Ho versato il mio latte. Sono uno sfigato!”, “La mia amica non mi ha chiamato. È l’amica più menefreghista e senza cuore che ci sia”. PERSONALIZZAZIONE: Ci si vede come la causa di qualcosa di assolutamente incontrollabile o il destinatario di qualcosa che non ha niente a che fare con voi. “I miei genitori hanno divorziato a causa mia”; “Alla reception ce l’avevano con me perché ho fatto qualcosa di sbagliato”. Come rendermene conto? Spesso questi errori di pensiero sono compresenti e si rinforzano vicendevolmente. Un modo per rendersene conto è quello di far caso all’uso, nel proprio linguaggio e nel proprio pensiero, a termini quali “sempre, mai, ogni volta, mai una volta”, che esprimono di per sé generalizzazioni ed estremismi che raramente aderiscono alla realtà. Tu quali usi?

“SEX EDUCATION” E IL RUOLO DELLA TERAPIA

di Paola Papini La serie televisiva britannica “Sex Education” è essenziale in un mondo che fa fatica a considerare lapluralità identitaria che caratterizza gli adolescenti dell’ultimo ventennio.La serie teen parla di Otis, un ragazzo di 13 anni, dei suoi compagni di scuola e ha come parola d’ordinel’inclusione. La stagione di chiusura, uscita a settembre del 2023, non ha deluso le aspettative. Infatti, èstata in grado di sfatare miti e tabù sul sesso in modo schietto e semplice, ci ha regalato una visione di unascuola progressista che fa attenzione al benessere della persona e dell’ambiente che viviamo e ha dato lapossibilità di riconoscere quelle che sono le tante condizioni in cui viene vissuta la sessualità e l’intimità adun’età tanto critica come l’adolescenza ma anche a chi, invece, questa fase l’ha già superata.“Sex education” non è solo questo, durante le quattro stagioni si parla di dubbi e paure che si affrontanoalle scuole media, bullismo, genitorialità prendendo in considerazione il contesto e un vissuto di cui si caricaogni attore. Le scene vengono scandite dai diversi personaggi che affrontano i vari compiti evolutivirappresentati come delle sfide e che comportano la messa in gioco delle emozioni così come l’emergere dideterminati tratti di personalità. La fase più comune che è stata rappresentata è quella della formazione diidentità, più nello specifico si parla di diffusione dell’identità.Blos sostiene che obiettivo dell’adolescenza sia l’elaborazione delle esperienze da parte di ragazze e ragazziper arrivare ad un’organizzazione stabile dell’Io. Nel raggiungimento di tale obiettivo l’autore sottolinea daun lato lo sviluppo sessuale e la conseguente lotta che l’Io ingaggia per non essere sopraffatto dall’ondatapulsionale ad esso collegata e, dall’altro, introduce, mutuando il concetto dalla Malher (1975) che avevadefinito l’adolescenza il “secondo processo d’individuazione”, l’attivazione da parte dell’adolescente deiprocessi di separazione e individuazione, che lo porteranno alla costituzione del senso d’identità.Centrale nella serie è, inoltre, il ruolo che riveste la terapia. Emblema di quest’ultima è la mamma di OtisMilburne, che diventa dapprima la terapeuta della scuola per poi passare il testimone al figlio e alla suaamica Maeve che si convincono che possono essere terapeuti dei loro stessi compagni organizzandosi in unprimo momento in dei bagni abbandonati per poi ritagliarsi uno spazio all’interno della scuola.La serie sembra voler, da una parte, normalizzare in modo da far sembrare affrontabili, umane, gestibili e,soprattutto, reali quelle che oggi vengono ancora da molti viste come diversità (omogenitorialità,bisessualità, transessualità…). Viene affrontata, in maniera indiretta, la mancanza di personaleadeguatamente formato all’interno delle scuole che siano in grado di affrontare determinati temi. D’altraparte c’è il rischio di ridurre a dei clichè il ruolo del terapeuta, di confondere quest’ultimo come qualcunoche dispensa consigli piuttosto che occuparsi della sofferenza psicologica, dell’empatizzazione con leemozioni degli altri, dell’ascolto dei pensieri, delle paure, delle gioie e delle delusioni attraverso delletecniche acquisite con la formazione e l’esperienza.Il mondo in cui è ambientato “Sex education” è fondamentale per aprire un dialogo ma allo stesso tempopotrebbe risultare eccessivamente utopico e difficilmente comprensibile a chi ancora mostra delleresistenze alla società contemporanea. Bibliografia Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica trad. it., Franco Angeli, Milano, 1980.Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975) La nascita psicologica del bambino trad. it., Boringhieri, Torino,1978.Erik H. Erikson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando editore

“Sentire” il mondo intorno a sé: correlati neurali del relazionarsi

di Umberto Maria Cianciolo Baron-Cohen (1997) ha coniato il termine “cecità mentale” (mindblindness) in riferimento all’incapacità da parte dei bambini autistici di rappresentarsi correttamente gli stati mentali degli altri attraverso l’utilizzo dei segnali non verbali (come le espressioni facciali) e la deduzione di uno stato mentale interiore di un’altra persona. Uno studio (Spezio et al., 2007) dimostra come questi pazienti non prestino attenzione allo sguardo, confermando, ad esempio, quanto Adolphs e colleghi (2005, 2010) scoprirono, attraverso l’utilizzo dell’eye tracker per la registrazione dei movimenti oculari: determinante, per il riconoscimento della paura, sono gli occhi. La maggior parte delle espressioni contiene altri indizi distintivi (es. sorriso della gioia) ma la caratteristica distintiva di un’espressione impaurita, infatti, è l’aumento della porzione bianca dell’occhio, la sclera. Quando ci relazioniamo con gli altri, possiamo solo inferire ciò che pensano e sentono attraverso i segnali verbali e non verbali: dal punto di vista evoluzionistico, le pressioni sociali hanno sempre più reso necessaria questa capacità, che Premack e Woodruff (1978) hanno definito Teoria della Mente (ToM). Con questo termine, dunque, ci riferiamo alla capacità di un individuo di attribuire e inferire stati mentali (credenze, emozioni, desideri, intenzioni e pensieri) a sé e agli altri, e di prevedere sulla base di tali inferenze il proprio e altrui comportamento. Per dedurre i pensieri degli altri, dunque, il punto di partenza è il comportamento osservabile attraverso cui inferire ciò che non è osservabile, cioè il loro stato psicologico. Ma come avviene ciò? Vi sono due teorie al proposito. La prima è conosciuta come la teoria della simulazione – o teoria del sistema di condivisione delle esperienze (Zaki & Ochsner, 2011) secondo cui osservare il comportamento di qualcun altro, e imitarlo, siano associati a una personale risposta fisiologica, che poi si utilizza per dedurre che l’altro stia provando la stessa sensazione. La seconda è la teoria della teoria – o teoria del sistema di attribuzione degli stati mentali (ibidem) secondo cui è possibile teorizzare gli stati mentali degli altri da quello che conosciamo su di loro (ricordi, situazione in cui si trovano, la loro famiglia, la loro cultura ecc.). La corteccia prefrontale mediale, coinvolta nei processi di percezione del sé, sembra essere la regione chiamata in causa dalla teoria della simulazione che, come detto, suggerisce una relazione intrinseca tra la percezione del sé e quella degli altri. Ad esempio, uno studio di Mitchell e colleghi (2006), attraverso l’utilizzo della Risonanza magnetica funzionale (fMRI), ha ipotizzato che quando pensiamo a noi stessi o a una persona a noi simile (ai soggetti partecipanti veniva fatta leggere una descrizione di un soggetto che condivideva le loro idee politiche) si attivi una regione cerebrale simile, ovvero una subregione ventrale della corteccia prefrontale mediale, invece quando pensiamo ad una persona a noi dissimile se ne attivi un’altra, ovvero una porzione più dorsale della MPFC. Dunque, a volte possiamo utilizzare noi stessi come un modo per capire qualcuno che non conosciamo bene, ma che sembra essere correlato a noi in qualche modo. Inferire lo stato mentale altrui comprende anche la capacità di avvicinarsi alle sue emozioni. L’empatia è proprio la capacità di comprendere e rispondere alle esperienze emotive trasmesse dagli altri. Per fare ciò dobbiamo assumere la prospettiva dell’altro: per capirlo dobbiamo ricreare in noi il suo stato emotivo. “Dato il ruolo dei neuroni-specchio (Rizzolatti & Craighero, 2004) nell’imitazione e nel riconoscimento dell’azione, è stato ipotizzato che i neuroni-specchio possano essere un meccanismo fisiologico cruciale che ci permette di avere la stessa rappresentazione dello stato interno di un’altra persona all’interno del nostro corpo (simulazione incarnata)” (op. cit., p. 600). Ciò avviene grazie ad una connessione tra il sistema dei neuroni-specchio e il sistema limbico (sistema di elaborazione emotiva), collegati attraverso l’insula. Questa struttura si attiva non solo quando si prova disgusto ma anche quando si osserva la medesima emozione negli altri (Wicker et al., 2003). Uno studio di Singer e colleghi (2004) ha rilevato che l’insula e il cingolato anteriore si attivino quando si prova dolore fisico (veniva erogata una corrente di bassa intensità con degli elettrodi posti sulla mano) su sé stessi e quando lo si percepisce negli altri. Inoltre, in chi aveva ottenuto, attraverso un questionario, più alti punteggi di empatia si registrava una maggiore attivazione dell’insula e della corteccia cingolata quando questi percepiva il dolore subìto dagli altri. La giunzione temporo-parietale destra – rTPJ – è una regione associata al meccanismo che permette di fare inferenze sugli stati mentali degli altri. Per verificare ciò, Saxe e colleghi (2005) hanno utilizzato un metodo basato sul Compito delle False Credenze di Sally-Anne (Perner e Wimmer, 1983): ai partecipanti vengono mostrate diverse sequenze nelle quali due bambine stanno giocando. Nella prima sequenza, Sally lascia una palla dentro una cesta e si reca in un’altra stanza. Approfittando dell’assenza di Sally, nella successiva sequenza, Anne prende la palla e la mette dentro una scatola. Infine, Sally rientra in stanza e si chiede al soggetto: “Dove cercherà la palla Sally?”. Per rispondere correttamente, i soggetti non devono considerare le proprie conoscenze sulla posizione della palla e adottare il punto di vista di Sally, capendo che i due soggetti possono avere prospettive diverse sul mondo. La giunzione temporo-parietale di destra aumentava la sua attività nella condizione in cui i soggetti adottavano la Teoria della Mente, ovvero ragionavano sugli stati mentali altrui. Infine, una regione cerebrale necessaria a comprendere il contesto sociale e modulare di conseguenza il proprio comportamento è la corteccia orbitofrontale (OFC). Uno studio (Stone et al., 1998) ha sviluppato un compito sulle gaffes sociali presentato a pazienti con danni orbitofrontale, a pazienti con danni alla corteccia prefrontale laterale e a partecipanti sani di controllo. Il compito prevedeva che venisse presentato uno scenario in cui una donna donava, come regalo di nozze, un vaso ad un’amica. Quest’ultima molto tempo dopo ospitava a casa propria l’amica, che accidentalmente rompeva lo stesso vaso che aveva regalato. Dimenticando chi le avesse regalato il vaso, l’amica la rassicurava dicendole che non le era mai piaciuto come regalo. I pazienti con danni orbitofrontali

“Quando vuole capire, capisce!” Una nota sullo stigma della salute mentale

di Francesca Dicè Si definisce Salute Mentale uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità” (Ministero della Salute, 2013; Marsigli, 2015; Zoli, 2020). Si parla dunque di sofferenza psichica, o di disturbo e disordine mentale, quando questo stato di benessere appare compromesso; la persona esperisce vissuti di disagio cognitivo, emotivo e relazionale che influenzano la sua quotidianità e dei quali non sempre ha una completa contezza (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). A tale disagio è spesso anche connesso un importante senso di vergogna, poiché termini quali psicologo, psichiatra, psicoterapie, e soprattutto psicofarmaci, muovono nelle persone vicine vissuti di diffidenza che sfociano spesso in comportamenti discriminatori (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). È questo quello che viene definito lo “stigma legato alla malattia mentale” (Marsigli, 2015; Zoli, 2020); esso può alimentare la presenza di gravi vissuti di alienazione per la persona e per la famiglia, diventando causa principale della loro tendenza all’isolamento e della loro emarginazione da parte degli altri (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). È sicuramente uno stigma che si basa sulla paura della pericolosità della persona con disagio, interpretata come poco incline alle regole del contesto e con la quale non si sa precisamente come interagire per timore di incorrere in situazioni spiacevoli (Ferrara, 2009). In particolare, però, è possibile anche rilevare delle considerazioni legate ad una mancanza di volontà come reale spiegazione dei comportamenti legati al disagio psichico (Ferrara, 2009; Martin et al., 2000). Spesso, infatti, amici e vicini si abbandonano a frasi e riflessioni come: “È lui che vuole stare male!” oppure “Quando vuole capire, capisce!” La persona con disagio psichico, dunque, oltre a confrontarsi con il suo dolore, si trova anche a gestire la diffidenza dell’altro, mancando quindi dei vissuti di vicinanza e solidarietà che solitamente si riscontrano per le altre malattie (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). Ciononostante, è bene sottolineare che tali comportamenti non hanno sempre intenzioni discriminatorie ma spesso sono associati a vissuti complessi quali, innanzitutto, la difficoltà a sostenere il peso dell’angoscia spesso presente nel confronto con il disturbo mentale (Ferrara, 2009). Per tale motivo diventa sempre più importante che le istituzioni agiscano per l’implementazione di interventi di psicologia di comunità nei servizi territoriali, al fine di ridurre notevolmente lo stigma della salute mentale e favorire l’integrazione di queste persone e delle loro famiglie nel contesto in cui vivono. BIBLIOGRAFIA Ferrara M. (2009). Sulla particolarità dello stigma legato alla malattia mentale. Retrieved from https://bit.ly/ 3RA5YWu Marsigli N. (2015). Salute mentale e Stigma. Retrieved from https://bit.ly/3AYqU30 Martin J.K., Pescosolido B.A. & Tuch S.A. (2000) Of fear and loathing: The role of “disturbing behaviour”, labels, and causal attributions in shaping public attitudes toward people with mental illness. Journal of Health and Social Behaviour, 41, 208-223. Ministero della Salute (2013). Che cos’è la salute mentale. Retrieved from https://bit.ly/ 3RGwmOs Zoli S. (2020). Stigma: come affrontare il «veleno» contro le malattie mentali. Retrieved from https://bit.ly/3RmjJbx

“Passione e Perseveranza: le due chiavi per il successo!”

di Camilla Niccolai Questa è la frase preferita di mia mamma (da utilizzare nei momenti critici) e da oggi – forse da un po’ prima di oggi – anche la mia. Questa mattina, aprendo un piccolo pacchettino postale, ho avuto la “prova tangibile” del mio percorso. Sembra una sciocchezza – e sicuramente lo sarà – ma quel timbro (diciamolo, nemmeno tanto carino) e quella semplice tessera sono la testimonianza di quanto sia importante, nella vita, avere degli obiettivi, impegnarsi e amare ciò che si fa. Potrei definire la passione come una vera e propria “linfa vitale” per la perseveranza e l’energia: perseveranza nel non mollare al primo ostacolo, o quando un tentativo fallisce, ed energia per poter stare svegli e attivi nonostante il nostro corpo ci invii chiari segnali di cedimento. Non nego che botte di fortuna (e qualche spintarella) non aiutino – e non dico quante volte ho pregato affinché un aiutino qualsiasi scendesse dal cielo – ma sono convinta che per raggiungere traguardi ambiziosi non basti desiderare..  Sono convinta sia necessario volerlo, assumersi le proprie responsabilità e fare tutto ciò che possiamo per arrivare il più vicino possibile ai nostri sogni! Ci tengo a precisare che a parlare è una persona “super ansiosa” e “lamentona” che, nonostante le mille incertezze, difficoltà e i periodi “no” è riuscita a raggiungere un primo importante traguardo. Sicuramente grazie alla “terza chiave per il successo” (che voglio introdurre io): le persone che ti dicono “niente paura!”. Sono quelle che ti danno la spinta per intraprendere un lungo e tortuoso percorso, quelle che ti dicono che hai la forza e la possibilità di fare tutto ciò che vuoi: di portare a termine un compito che sembra irrealizzabile, di “buttarti” sul lavoro dei tuoi sogni, di trasferirti in un’altra città, perché questo è quello che vuoi. Fortunatamente nel mio percorso ne ho incontrate tante (e continuo ad incontrarle) e di sogni ne ho ancora tanti (forse troppi).. ..perciò voglio dire a me stessa e a tutti quelli che leggeranno questo pensiero: “Anche se l’obiettivo da raggiungere è estremamente ambizioso, iniziate!”

“Non c’è più niente da fare…”

di Fausta Nasti Il lavoro dello psicologo nelle cure palliative Molto spesso è con queste parole che si arriva in Hospice, sentendosi dire che si può essere supportati con un po’ di terapia del dolore, perché a casa la situazione sarebbe ingestibile. Il fine vita, la terapia del dolore, le cure palliative, la morte sono ancora dei grandi tabù… È comune pensare che parlare di certi argomenti sia traumatizzante, credenza erronea e disconfermata dalla letturatura scientifica, che al contrario dimostra che confrontarsi con il paziente e con il suo caregiver sulla prognosi infausta permette una migliore gestione dei sintomi e una migliore compliance con la struttura e il personale. La capacità di stare con il paziente in questa fase del ciclo di vita è molto utile, anche più del fare, nel senso che restituisce alla persona e alla sua famiglia il senso di non essere stati “abbandonati”, la possibilità di vivere partecipando al processo di cura. L’equipe multidisciplinare lavora con la persona e i suoi familiari facendo in modo che ognuno possa “tornare al suo posto”, o meglio permette al caregiver di poter tornare ad essere madre, marito, moglie, padre, figlio, nonno, nel processo di cura, così da poter sperimentare il proprio stato emotivo in un contesto come l’Hospice, dove lo psicologo può offrire la possibilità di essere autentici rispetto al dolore e al senso di perdita che si sta sperimentando. Non amo particolarmente le classifiche, ma se si pensa che nel rapporto pubblicato dall’Economist Intelligence Unit l’Italia è al 24mo posto tra le 40 nazioni per “qualità della morte” significa che c’è ancora molto da lavorare per favorire una cultura della comunicazione. “C’è molta vita in un Hospice” A differenza di quanto si possa pensare, perché ognuno può permettersi di non avere “sospesi” nel bene e nel male, si può chiedere scusa con più facilità, come si faceva da bambini, ci si può abbracciare, si può ancora sognare, si può addirittura prendersi il lusso di fare spazio con chi hai sempre tollerato malvolentieri. Nel fine vita ognuno saluta i propri affetti come meglio crede, a volte con abbracci e stringendo la mano, come se quella mano riuscisse a donare e trattenere ancora un po’ di vita, a volte ci si lascia attraversare dal rumore del “tamburello” di un bambino di 8 anni che chiede alla mamma di tornare a casa, e una mamma che trattiene le sue ultime energie per rassicurarlo ancora una volta. Altre volte, invece ci si saluta con rabbia per non aver vissuto quel potenziale così distante dalla realtà… insomma, la morte è complessa esattamente come la vita e vale la pena di prendersi un po’ di tempo e di spazio con questi temi, per ripensare al mondo delle relazioni tra vivi e tra vivi e morti, ricercando un nuovo equilibrio tra ciò che è stato e ciò che è oggi.

“Lasciami stare”: appunti su nervosismo e irritabilità

“Era così nervosa”; “In questo periodo mi irrito per nulla”; “Mi sveglio al mattino e sono già nervoso”.  Le espressioni “ho i nervi” e “non farmi venire il nervoso” sono parte della nostra quotidianità e di condizioni che possono essere considerate nella norma quando durano qualche ora o sono collegate a un evento preciso. Ma quando diventano insistenti e persistenti come possiamo comprenderle meglio? E come si possono arginare e affrontarle nelle persone vicine? L’irritabilità è uno stato d’animo in cui si ha una maggiore propensione a rispondere alle frustrazioni, anche piccole, con rabbia eccessiva rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare nella situazione: un’ipersensibilità che continua a indirizzare la nostra attenzione su piccoli incidenti e osservazioni banali, in questo modo sottraendo energia e tempo a compiti importanti o alle relazioni che contano. È una condizione che si autoalimenta e si rinforza, in un circolo vizioso di attenzione selettiva agli stimoli ambientali e contestuali negativi. Conosciamo tutti la potenza dell’attenzione selettiva: si tratta di quella portentosa capacità del nostro cervello di allinearsi con quello che cerchiamo. Abbiamo tutti sperimentato che, quando ad esempio  dobbiamo acquistare un’automobile o comprare o affittare una casa, gli annunci di auto o di case in vendita sembrano aumentare in modo esponenziale: in realtà, lungi dall’essere una coincidenza fortunata e opportuna nella nostra vita, si tratta di una vera e propria antenna che attiviamo e che ci permette di individuare alcuni annunci che pochi giorni prima non notavamo affatto. Nel caso dell’ irritabilità, la probabilità che ci fissiamo su qualcosa di fastidioso aumenta significativamente; alimentiamo così ulteriormente la nostra irritabilità, aumentando il cattivo umore con una continua scansione del nostro ambiente, alla ricerca di frustrazioni esterne (facilissime da trovare!). Come nell’esempio dell’automobile o della casa, noteremo meno gli stimoli che non ci servono, come annunci di lavatrici, di vacanze in montagna o di maschere subacquee, assolutamente fuori dalla nostra attenzione del momento: allo stesso modo, quando siamo irritabili, diventa molto meno probabile che notiamo eventi ed esperienze positive. La tendenza dell’irritabilità ad autoalimentarsi è una risposta adattiva ipertrofica e disfunzionale: è come se, avendo avvertito una minaccia, la ingigantissimo per prepararci a difenderci meglio e, allo stesso tempo, cercassimo altri rinforzi che confermino l’utilità del nostro comportamento. Le ragioni all’origine di questo stato emotivo sono ovviamente molto complesse e legate sia alla storia personale che a quella evolutiva, da indagare con un professionista se la condizione diventa poco tollerabile e gestibile e fonte di sofferenza. Ma come consiglia Guy Winch, che pubblica sull’argomento e sull’opportunità che tutti coltiviamo competenze per un pronto soccorso emotivo, è importante stare attenti sia alla propria irritabilità sia a quella delle persone vicine che possono influenzare la nostra vita. Un primo passo per affrontare il problema può essere far notare la nostra preoccupazione per loro, empatizzando quando ci raccontano i motivi e le situazioni difficili che stanno affrontando, ma sottolineando allo stesso tempo come la loro irritabilità ha un forte impatto su di noi, facendoci sentire sempre come se li infastidissimo. Winch indica, tra i possibili strumenti per arginare l’irritabilità, la riformulazione o rivalutazione cognitiva, una tecnica di regolazione emotiva efficace per ridurre il disagio emotivo e l’irritabilità. Si tratta di esplorare come riformulare la lettura della situazione, della storia, individuando almeno un lato positivo. Può essere anche utile un esercizio mirato di consapevolezza: individuare cosa ha scatenato l’umore irritabile e ammorbidire, attraverso la concentrazione e  la respirazione, il segno emotivo dell’avvenimento per contrastare la naturale tendenza a rinforzare l’umore negativo. Quando ad essere irritabile è qualcuno di vicino, può essere opportuno sottrarsi per un po’ e aspettare che le condizioni emotive del nostro interlocutore diventino migliori. È sempre importante ricordare, inoltre, che (in ambito non patologico) gli umori sono passeggeri e che anche le condizioni sottostanti tendono a presentarsi in modo ciclico. Per questo una pausa, un tempo sospeso, può migliorare la giornata. Diamoci tempo. E compassione: ci farà bene.