ADHD: le mamme pazienti. La declinazione del disturbo al femminile

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Ci sono dei miti da sfatare circa le donne e l’ADHD. Il mito dei miti è che le ragazze non ne possano soffrire. Le donne ADHD sono sotto diagnosticate e sotto-trattate, affrontano rischi diversi dell’ADHD al maschile, presentando anche una gamma sintomatologica diversa. Ci è voluto molto tempo per capire come il disturbo da deficit di attenzione / iperattività si presenti nelle ragazze e nelle donne e quali problemi può creare, scopo di questo articolo e capirne e delinearne le differenze fenomenologiche al fine di evitare il rischio della mancata diagnosi. Ansia. Depressione. Insuccesso scolastico. Autolesionismo. Disoccupazi one. Gravidanze non pianificate. Anche un aumento del rischio di morte prematura. I rischi e il tributo di sofferenza che possono derivare dal disturbo da deficit di attenzione / iperattività, sono enormi, conteggiati ogni anno miliardi di euro o dollari, in perdita di produttività e spesa sanitaria con in indicibili frustrazione da parte delle pazienti. Eppure, nonostante oltre un secolo di ricerche e migliaia di studi pubblicati, l’ ADHD – rimane in gran parte frainteso, ciò è particolarmente peggiore quando si tratta di declinare l’ ADHD al femminile. Nonostante tale disturbo sia stato inizialmente concettualizzato come disturbo elettivo dell’infanzia è ormai chiaro e comprovato il suo essere cronico e persistente. Ormai è evidente la sua prospettiva life-span con un cambio sintomatologico dettato sia dalla gravità del disturbo che dal suo t r a t t a m e n t o . Sappiamo che l e manifestazioni in età adulta sono eterogenee e si distaccano dai tipici p a t t e r n c o m p o r t a m e n t a l i c h e contraddistinguono la fenomenologia evolutiva, con espressioni che virano s u l l a d i s r e g o l a z i o n e emo t i v a – comportamentale e compromissioni funzionali ed adattive. Per molti anni si è creduto che l’ADHD fosse un disturbo ad appannaggio dell’età evolutiva e del sesso maschile, sotto valutandlo in ricerche, descrizioni e trattamenti al femminile. Le variazioni cliniche variano con l ’ e t à e l e caratteristiche possono essere declinate anche in base alle tipicità di genere, con presentazione al femminile di disturbi del sonno, difficoltà di pianificazione ed organizzazione, riduzione o quasi assenza di iper attività, sensazione di instabilità con una certa dose di tensione interna costante. Quando si parla di tale disordine tendiamo a “confinare” le donne nel ruolo dei madri o di mogli che hanno figli o mariti affetti da ADHD, oppure le vediamo come operatrici della sanità a vario titolo o come insegnanti. Tali donne ricoprono un ruolo cruciale e fondamentale nel coacing quotidiano di tali pazienti, ma sottovalutiamo la presenza e l’incidenza dell’ADHD nelle donne e nelle ragazze. La presenza del d i s t u r b o n e l l e d o n n e h a u n a fenomenologia a tratti opposta e quasi contraddittoria a quella che siamo abituati e riscontrare nella popolazione maschile. Tale diversità porta ad un misconoscimento diagnostico e ad una mancata comprensione del disturbo. La conoscenza dell’ADHD nelle donne è ancora limitata in quanto pochi studi sono s t a t i c o n d o t t i su questa popolazione. Le donne hanno iniziato solo di recente a essere diagnosticate e trattate per l’ADHD, ad oggi la maggior parte di ciò che sappiamo su questa popolazione si basa sull’esperienza dedotta dai campioni maschili e gli studi evidence based specifici sono limitati e circoscritti alle aree americane. Vari studi hanno largamente sottostimato il numero di donne ADHD (Walker, 1999). Per molti anni si è pensato che il deficit dell’attenzione e iperattività fosse un problema riguardante solo i maschi. Sono molte le ricerche che hanno individuato una percentuale di bambine con il deficit dell’attenzione molto minore rispetto a quella dei maschi. La ragione di questa differenza relativa al genere è rimasta oscura e inesplorata fino a qualche anno fa. In realtà, sembra che questa difficoltà nella diagnosi sia strettamente collegata ai criteri diagnostici ufficiali. Di solito le donne arrivano a riconoscere il proprio ADHD dopo che uno dei suoi figli ha ricevuto una diagnosi. Man mano che imparano di più sull’ADHD, inizia a ri-vedere alcuni tratti, alcune difficoltà che hanno vissuto da ragazze e che ancora vivono, seppur in modalità diverse. Taluni tratti del disturbo finiscono per creare tendenze alla disistima, stati d’ansia, vissuti di inadeguatezza, fino alla sensazione di “non sentirsi una buona donna”, tali problematiche secondarie adombrano e coprono così l’ADHD. Gli psicologi stanno combattendo i pregiudizi di genere nella ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività. La maggior parte dei pochi studi evidence based si sono limitati però, al confronto fenomenologico tra ragazze e ragazzi, utilizzando i sintomi dell’ADHD dei ragazzi come indicatore rispetto al quale le ragazze dovrebbero essere “misurate”, trascurando il fatto che i bisogni delle donne sono biologicamente differenti e devono tenere in considerazione una moltitudine di fattori anche sociali. Storicamente, la ricerca sull’ADHD si è concentrata quasi esclusivamente sui bambini iperattivi, e solo negli ultimi sei o sette anni si è concentrata sugli adulti. Afferma Nadeau, esperto di disturbo nelle donne e direttore del Chesapeake Psychological Services of Maryland in Silver Spring: “E il riconoscimento delle donne [con il disturbo] è rimasto ancora più indietro”. Secondo l’autore questo ritardo nel riconoscimento del deficit nelle ragazze e delle donne è dovuto agli attuali criteri diagnostici. I criteri diagnostici sia del DSM 5 che dell’ ICD 11 rimangono più appropriati per i maschi rispetto alle femmine, e sono incentrati su modelli di riferimento rivolti alla gestione e all’osservazione che genitori e insegnanti, possono fare di comportamenti più evidenti, più problematici e più overt. Secondo Jane Adelizzi, le donne con ADHD sono state trascurate perché l’iperattività di solito manca nelle ragazze, ed in genere la sintomatologia è più covert e disattenta. “Le ragazze con ADHD rimangono un
ADHD: indicazioni per la scuola e per gli insegnanti

Cosa possono fare gli insegnanti per i bambini con ADHD? Vediamolo insieme. Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo del neurosviluppo. I disturbi dello sviluppo neurologico sono condizioni neurologiche che appaiono nella prima infanzia, di solito prima dell’entrata a scuola, e compromettono lo sviluppo del funzionamento personale, sociale, scolastico e/o lavorativo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. L’ADHD genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti, i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino. Come può rispondere la scuola? Gli interventi psicoeducativi non fanno sparire i sintomi dell’ADHD, ma creano condizioniper cui al bambino è possibile vivere delle relazioni sociali più appaganti in un contesto dipiù adeguato benessere per la crescita della persona. Possono migliorare l”impatto” deldisturbo, attenuandone gli effetti. Ad esempio sarebbe opportuno occuparsi di: Strutturare una routine: la giornata può essere organizzata secondo un preciso “copione” (es.: si entra, si saluta, ci si prepara il banco). L’insegnante controlla se tutti hanno il materiale, presenta le attività del giorno e indica i tempi previsti, comunica quando si può fare una pausa. Attenuare i distrattori: far sedere l’alunno nei primi posti o togliere quanto di distraente è solitamente appeso alle pareti della classe risulta essere da subito una buona strategia. Inoltre, ridurre gli elementi di disturbo presenti sul banco, utilizzare solo il materiale strettamente necessario allo svolgimento dell’attività proposta. Permettere i movimenti possibili. Vale il principio della sostituzione: tra due comportamenti non adattivi, se non possiamo eliminarli del tutto, tolleriamo il meno disadattivo. Piuttosto che l’alunno corra per la classe, scappi, butti giù il materiale dal banco del compagno, consentiamogli ogni tanto di stare in piedi al suo banco, di giocherellare con qualcosa mentre aspetta che gli correggiamo il compito, di scarabocchiare su un foglio apposito. Possiamo concordare con lui queste concessioni, contribuirà a rasserenare il nostro rapporto reciproco. Individuare i punti di forza del bambino e rinforzarli. Stabilire un accordo condiviso. Creare una token economy di classe può essere utile per lavorare sui comportamenti più problematici.
ADHD: indicazioni per i genitori

Suggerimenti ai genitori per gestire i comportamenti problematici di bambini con ADHD. Nello scorso articolo si è parlato del Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività e di cosa possono fare gli insegnanti per aiutare questi bambini a regolare i propri comportamenti. Quando si parla delle famiglie, la situazione è più delicata perchè spesso i genitori non sanno cos’è l’ADHD e pensano che possa essere l’educazione in casa acausare il problema. Infatti, davanti ad un bambino con comportamenti problematici, i genitori si muovono tra due posizioni: uno stile educativo iperautoritario oppure l’assecondare i “capricci” del bambino finendo per renderlo ingestibile. Diventa importante allora un intervento di parent training che possa insegnare ai genitori come comportarsi dinanzi ai comportamenti problematici del figlio. Cosa può fare un genitore? E’ opportuno non ripetere sempre le stesse regole o critiche verbali, poichè non si tratta di un problema di comprensione ma di un problema di performance, di agito pratico. Occorre usare commenti positivi, premi, ricompense piccole, frequenti e tempestive. Occorre individuare pochi comportamenti problema su cui intervenire e cercare la collaborazione del bambino spiegando chiaramente e positivamente cosa gli si sta chiedendo: occorre rinforzare, sostenere ed incoraggiare i risultati positivi sulla linea dei comportamenti individuati. Le punizioni sono efficaci nell’immediato ma non a lungo termine. C’è bisogno di elogiare molto questi bambini per quello di nuovo che riescono a fare. Occorre conoscere le situazioni in cui l’instabilità o i problemi aumentano. Sapere cosa eccita e cosa acquieta consente di prevedere come comportarsi nelle diverse situazioni. E’ importante che i genitori riescano a dividere i propri problemi da quelli dei figli e che non pensino di essere “cattivi genitori”. Le difficoltà comportamentali dei propri figli non dipendono da questo. Occorre parlare con il bambino ma non sul bambino in sua presenza. E’ utile ritagliarsi una mezz’ora speciale della giornata per stare con i propri figli per il solo piacere di divertirsi, senza fare compiti (Floor time). E’ un momento in cui si può fare quello che vuole lui, partecipando al suo gioco senza assumere il controllo ma essendone coinvolti.
ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.
ACCEPTANCE AND COMMITTMENT THERAPY

L’ACT è una terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione che aiuta ad abbracciare ogni esperienza umana “Voglio solo essere felice!”, “Non voglio più soffrire!”, “Voglio smettere di provare ansia!” Spesso quando un paziente decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, arriva al colloquio con questi obiettivi. È del tutto normale avere questi pensieri! Perchè ho deciso di parlare di ACT? Perchè mi ha cambiato la vita! non soltanto a livello professionale, quanto personale! Kelly Wilson, uno dei pionieri dell’ACT, consiglia di vedere i pazienti come un tramonto e non come problemi di matematica da risolvere. E fin dall’inizio della terapia, si possono percepire i costrutti innovativi dell’ACT. Il terapeuta non si pone come un essere illuminato che ha risolto tutti i suoi problemi, quanto come un compagno di viaggio. Una metafora molto utilizzata è quella “delle due montagne“: “è come se tu stessi scalando la tua montagna e io la mia. Da dove sono io posso vedere cose della tua montagna che non riesci a vedere. Ma anche io sto ancora scalando la mia montagna, come tutti! Il bello è che puoi migliorare sempre di più nello scalare e imparare ad apprezzare il viaggio…è questo il lavoro che faremo qui insieme”. L’ Acceptance and Commitment Therapy è stata sviluppata da Steven C. Hayes e i suoi collaboratori nel 1986. Successivamente, è stata oggetto di numerosi studi, diventando, ad oggi, una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia empiriche che le permettono di avere l’etichetta evidence-based (basata sull’evidenza). L’ACT ha uno scopo molto importante: riuscire a creare una vita ricca e significativa, mentre si accoglie la sofferenza che la vita inevitabilmente può portare con sé. Durante la terapia, allora: possono essere insegnate abilità di mindfulness, utili ad occuparci di pensieri ed emozioni faticose; si rendono più chiari i valori affinché motivino a stabilire obiettivi e a intraprendere azioni che arricchiscono la nostra vita. Russ Harris, un altro pioniere dell’ACT, ci mostra in questo video cosa si intende per obiettivi e valori. Alla base dell’ACT c’è una teoria scientifica del linguaggio e della cognizione umana definita Relational Frame Theory (RFT). Maggiori informazioni sono reperibili sul sito dell’ACBS Per ora basti sapere che, gli studi effettuati in questo ambito, hanno mostrato come gli strumenti che le persone solitamente utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea soltanto più sofferenza. Ad esempio, la mente di tutti può evocare dolore in qualsiasi momento, anche negli attimi più felici: attraverso un ricordo negativo o immaginando un futuro nefasto. Per questo una delle cose più importanti che si fa con l’ACT è proprio insegnare alle persone a rapportarsi in modo diverso ai propri pensieri e alle proprie emozioni. Quali sono i processi su cui si basa l’ACT? Contatto con il momento presente: prestare attenzione consapevole alla nostra esperienza qui e ora; Defusione: imparare a separarci dai nostri pensieri e a vederli per ciò che sono; Accettazione: aprirsi e accogliere tutte le esperienze che fanno parte della vita; Sé come contesto: riconoscere la parte di sè che non cambia mai e che è in grado di notare tutti i pensieri, le emozioni, i ruoli che invece si modificano nel tempo; Valori: chiarire cosa è davvero importante permette di dare una direzione alla propria vita; Azione impegnata: agire in modo efficace, guidati dai valori. Questi processi sono strettamente collegati tra loro e, lavorando su di essi, si va a toccare un’altra qualità fondamentale dell’ACT: la flessibilità psicologica. Cosa si intende per Flessibilità psicologica? La flessibilità psicologica è l’abilità di essere nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alla nostra esperienza e di intraprendere azioni guidate dai valori. L’ACT è una terapia esperienziale, impossibile da comprendere a pieno soltanto attraverso le parole. “non si può imparare a suonare una chitarra parlandone: devi prenderla concretamente in mano… ed è la stessa cosa con l’ACT”. Bibliografia Harris, R. (2010). La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere. Erickson. Harris, R. (2011). Fare Act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: Franco Angeli.
Abbreviare le parole è uno strumento di comunicazione?

Ormai utilizzare gli acronimi e abbreviare le parole sono una modalità entrata a gamba tesa nella comunicazione quotidiana. Le parole abbreviate, infatti, sono una tecnica usata non solo dai zoomer, ma anche gli adulti ne fanno un largo ab-uso. La necessità di accorciare le parole, e usare semplici abbreviazioni nasce nel settore stenografico per velocizzare la scrittura di un discorso. Negli ultimi anni, invece, l’esigenza si è accentuata in ambito della messaggistica. Alcuni social “primitivi” o compagnie telefoniche ponevano il limite di caratteri da poter utilizzare per l’ invio di un messaggio. Da qui si è sempre più diffusa questa tecnica tanto da essere utilizzabile senza rendersi conto più del contesto. Le abbreviazioni più comuni sono quelle che riguardano le emozioni: “LOL” o “OMG”, “QQ” o ancora “TVB”. Negli ultimi anni questo tipo di espressioni è dato ancora sostituito da emoticon che ne riduce ancor di più lo spazio utilizzato e rendere più “colorato” il messaggio. Altre parole abbreviate invece sono rappresentate da congiunzioni (nn=non, pk=perchè, cmq=comunque). In questo modo, il contenuto trasmesso è visivamente più breve e permette al lettore di non perdere la concentrazione. Frasi troppo lunghe, infatti, fanno calare sensibilmente l’attenzione, compromettendone la comprensione piena. Cosa ci spinge adesso che non c’è più la necessità a continuare ad abbreviare le parole scritte? Abitudine, pigrizia? In effetti, il nostro cervello si è adeguato ai ritmi frenetici della vita quotidiana, dove il tempo è sempre poco e fugace. Tutto scorre intorno a noi molto rapidamente e anche le dita sulla tastiera eseguono la loro danza a velocità impressionante. Va però ricordato che tutto va contestualizzato. Una conversazione tra amici, può essere free, a differenza di una lettera di candidatura per un colloquio di lavoro, anche se l’azienda è giovane. Anche la lettura di un bel libro o articolo non può essere snaturata da abbreviazioni o assenze di congiunzioni, che danno comunque musicalità al testo stesso.
A volte la cura è il contatto: L’importanza della pet therapy

A volte la cura è il contatto. Quando un anziano sembra chiudersi nel suo muro di silenzio, quando un bambino autistico non riesce ad interagire con l’esterno, quando un malato oncologico perde il sorriso… entrare in contatto con un animale può essere un’esperienza rivoluzionaria. Che cos’è la Pet therapy? Si tratta dell’impiego di animali da compagnia per curare specifiche malattie. Un approccio, questo, che si avvale delle caratteristiche degli amici a quattro zampe, ma non solo, per promuovere la salute e il benessere dei pazienti. Pet therapy: a cosa serve? In generale il rapporto uomo-animale stimola la sfera emozionale dell’individuo, favorendone l’apertura verso il mondo esterno. Diversi studi scientifici, hanno dimostrato l’efficacia dell’impiego di animali come metodo di cura, in particolare nei contesti in cui le persone si possono sentire isolate, come gli ospedali e le case di cura: per il paziente è più facile interagire se si trova di fronte a un interlocutore animale, perché sa che non lo giudica. Quest’aspetto è molto importante nel trattamento di soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico, con difficoltà più o meno marcate nella comunicazione con gli altri. Prendendosi cura di un animale o anche soltanto ricevendo le sue attenzioni crescono anche l’autostima e il senso di responsabilità. Questi benefici inoltre durano più a lungo rispetto agli effetti positivi di altre attività simili. A chi è rivolta? La pet therapy è rivolta anche a tutti coloro che, dopo essersi chiusi in se stessi a causa di un trauma psicologico, trovano nella presenza di un amico a quattro zampe uno stimolo relazionale e affettivo, ripristinando piano piano l’abitudine al dialogo. Le sensazioni positive incoraggiano le relazioni interpersonali e permettono di abbattere i muri che spesso i pazienti che si sentono isolati alzano nei confronti del mondo. Infine, è un approccio efficace contro lo stress: essere in compagnia di un animale diminuisce i livelli di ansia, calma il battito del cuore e accresce la produzione di ormoni del buon umore, come endorfine e dopamina. Il rapporto che si instaura con gli amici a quattro zampe, in particolare, migliora l’empatia e l’autostima, favorendo le relazioni sociali e il corretto inserimento nel contesto scolastico. Inoltre, con la pet therapy , il bambino è invitato a prendersi cura di un altro essere vivente: ciò gli consente di uscire dalla sua “bolla” e di essere maggiormente orientato verso il mondo esterno, con maggiore responsabilità. Crescere in compagnia di un animale può poi fare la differenza soprattutto nei soggetti che mostrano problematiche comportamentali e difficoltà di apprendimento. Gli interventi di Pet Therapy non sono applicabili esclusivamente ai percorsi di cura, ma anche in ambiti educativi e ludici. Per questo la Pet Therapy è indicata sia in percorsi con gli anziani che con i bambini.
A tutta dopamina: ADHD e cocaina

di Roberto Ghiaccio No, non mi occupo di dipendenze, ma mi occupo di ADHD, e di ADHD negli adulti, in particolare modo di test, questionari, interviste. Fu un caldo pomerio d’estate, quando un giovane collega mi telefonò, per avere, con rara umiltà informazioni sul tema. Il giovane collega, si occupa di dipendenze, ed io di ADHD, ognuno con la sua formazione, punti di forza e limiti, entrambi con poche risposte e tante domande, domande che per fortuna da quel giorno si moltiplicano e condividiamo per trovare altre domande utile a comprendere la fenomenologia dell’ADHD. Per i soggetti con ADHD nel corso della vita, la co-occorrenza di altri disturbi è generalmente la regola piuttosto che l’eccezione. Gli esperti stimano che almeno il 60-80% di bambini, adolescenti e adulti con ADHD presenti almeno un’altra condizione. I disturbi della condotta, il disturbo oppositivo provocatorio, i disturbi dell’apprendimento e i disturbi d’ansia e dell’umore sono i disturbi comorbidi più comuni nell’infanzia e nell’adolescenza. Negli adulti, anche i disturbi della personalità sono molto diffusi. Allo stesso modo, esiste un’associazione significativa tra ADHD e disturbi da uso di sostanze, che costituisce una delle forme più comuni di doppia diagnosi, termine usato per la co-occorrenza di un disturbo da dipendenza e almeno un altro disturbo mentale. La presenza di una diagnosi di ADHD è stata associata ad un aumento del rischio di utilizzo di sostanze psicotrope e alla presenza di una condizione di Dipendenza da Sostanze. Tuttavia, essendo la diagnosi ancora molto controversa e soprattutto molto sottovalutata molti soggetti sfuggono alla diagnosi. E molti dei soggetti che sfuggono alla diagnosi in epoca si trovano a dover affrontare l’innesto delle dipendenze sull’ADHD da adulto, complicando alle volte l’iter diagnostico. L’ADHD è associato a un aumento del rischio di iniziare l’uso di sostanze e di sviluppare un disturbo da uso di sostanze. I bambini e gli adolescenti con ADHD hanno una probabilità significativamente maggiore di provare alcol, tabacco e una serie di sostanze durante la loro vita. Gli esperti stimano che circa il 15% degli adolescenti e dei giovani adulti con ADHD abbia un disturbo da uso concomitante di sostanze. Un’ampia meta-analisi ha rivelato che quasi un paziente su quattro in cerca di trattamento per un disturbo da uso di sostanze ha anche l’ADHD (van Emmerik-van Oortmerssen, 2012). Nella stragrande maggioranza di questi casi, l’ADHD non è stato diagnosticato e di conseguenza non è stato trattato. L’evidenza clinica e i risultati di più studi mostrano che la sovrapposizione bidirezionale tra questi disturbi non è casuale. Il legame tra ADHD e disturbi da uso di sostanze è un tema complesso per numeri e conseguenze sociali. I meccanismi alla base dell’aumento del rischio di uso di sostanze tra gli individui con ADHD non sono stati completamente stabiliti. L’aumento del rischio è molto probabilmente dovuto a una combinazione di diversi fattori di vulnerabilità, tra cui: meccanismi neurobiologici condivisi, le difficoltà nel funzionamento psicosociale o alcuni tratti e caratteristiche comuni a entrambi i disturbi, la comorbidità con altri disturbi psichiatrici, i deficit neuropsicologici sottostanti, o quella che è stata definita ipotesi di automedicazione. Diversi studi di neuroimaging mostrano che gli individui con ADHD mostrano deficit di motivazione e ricompensa caratterizzati dall’incapacità di ritardare la gratificazione e dalla preferenza per piccole ricompense immediate rispetto a grandi ricompense ritardate, mediate da un’alterata trasmissione della dopamina in alcune aree del cervello. Questi deficit sono stati proposti come meccanismo alla base dei comportamenti impulsivi associati all’ADHD e alla maggiore vulnerabilità all’abuso di sostanze. I ricercatori ipotizzano anche che l’ADHD e i disturbi da dipendenza potrebbero condividere fattori di rischio familiari comuni a causa dei rischi genetici condivisi tra le due condizioni. Inoltre, diversi studi indicano un rischio triplicato di ADHD nei figli di donne che hanno fumato sigarette o fatto uso di alcol o altre droghe durante la gravidanza. Alcuni studi indicano che i problemi psicosociali e il cattivo funzionamento scolastico frequentemente associati nei casi di ADHD possono contribuire allo sviluppo di dipendenze. Va ricordato che molte sostanze psicotrope producono effetti significativi a livello cognitivo influenzando, tra le altre cose, l’attenzione, la flessibilità cognitiva, la working memory e l’impulsività che comportano una variabile compromissione delle capacità inibitorie e la riduzione della soglia necessaria all’acting (Gould, 2010; Juárez, 2018): tutti aspetti centrali nel definire il funzionamento e l’adattamento all’ambiente. Dunque, nella valutazione diagnostica è necessario definire l’età di insorgenza di tali compromissioni. Sono stati associati alla presenza di ADHD un esordio più precoce e più grave sul piano clinico del disturbo da dipendenza da sostanze (Arias, 2008; Johann, 2003; Riggs, 1998), una maggior frequenza e rapidità di transizione tra condotte d’abuso a condotte di vera e propria dipendenza, un decorso più prolungato associato a un impatto clinico maggiore, con più frequenti ricadute e maggior difficoltà a raggiungere e mantenere l’astinenza dalle sostanze (Wilens, 2004; Biederman, 1995; Biederman, 1998; Wilens, 2007). Sebbene l’esatta natura dell’ADHD non sia completamente compresa, tale ipotesi eziopatogenetiche c’è il coinvolgimento di alcuni neurotrasmettori, tra cui come la dopamina e la noradrenalina. La dopamina è un messaggero chimico nel cervello legato alla ricompensa e al piacere. Questa sostanza chimica viene rilasciata ogni volta che si fa qualcosa di eccitante. Quando si mangia (non solo da stellati) un buon pasto o ci si abbraccia, il t cervello rilascia dopamina come parte del sistema di ricompensa. Il centro della ricompensa del cervello è progettato per incoraggiare a ripetere attività salutari come mangiare, bere e persino stabilire connessioni sociali. Tuttavia, c’è una piccola quantità di dopamina che viene rilasciata durante le attività quotidiane. Questa dopamina incoraggia a concentrarsi e completare le attività, anche quando non sono così eccitanti. Le persone con ADHD possono avere bassi livelli di dopamina nel cervello, causata da lenta ricettazione nello spazio post sintetico il che rende più difficile completare i compiti, tendendo così alla procrastinazione. Piccole distrazioni che vengono facilmente ignorate dagli altri diventano irresistibili potenziali fonti di dopamina per qualcuno con ADHD. Molti stimolanti, comprese le anfetamine utilizzate nei farmaci per l’ADHD e la cocaina, aumentano i livelli di dopamina nel
A sua…Immagina: L’utilizzo delle fantasie guidate in psicoterapia

di Valeria Bassolino Joseph Zinker in “Processi creativi in psicoterapia della Gestalt” sottolinea come la psicoterapia possa essere un processo in cui sia il paziente che il terapeuta si riscoprono creatori del cambiamento. Il tema della creatività appare, già ad una prima analisi, strettamente legato alla questione riguardante la fantasia e, specificamente, il suo utilizzo ai fini terapeutici. D’altro canto, ciò sembra confermato anche da alcuni rilevanti costrutti teorici. Secondo le teorie della mente attiva, che fanno capo al presupposto epistemologico del Costruttivismo, la mente non sarebbe soltanto produttrice di output ma anche di input. Sarebbe la mente stessa dell’individuo a ricercare e costruire attivamente i propri dati sensoriali. In una visione integrata del mondo emozionale e del pensiero, si crea uno spazio di riflessione circa l’immaginazione come attività specifica della mente. Secondo alcuni autori, la percezione e l’immaginazione condividono essenzialmente le stesse vie neurologiche. In questa prospettiva, dunque, l’esperienza di immaginare un oggetto vuol dire porsi in uno stato psicofisiologico simile alla percezione reale di quell’oggetto o situazione. Ad ulteriore conferma, studi recenti hanno evidenziato come il processo di immaginazione si correli a cambiamenti somatici, in particolare: tensione muscolare, respiro, attività elettrica della pelle, pressione arteriosa e frequenza cardiaca, onde cerebrali, attività oculare (dilatazione pupillare, attività del cristallino). È quindi evidente come tecniche di visualizzazione (Meditazione, Training Autogeno, Fantasia guidata, ecc.) possano condizionare la fisiologia del corpo elicitando emozioni e risposte somatiche. Particolarmente significativi gli studi encefalografici (1961-65) compiuti da Virel presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Parigi, che dimostrano come il rilassamento profondo, che comporta la comparsa spontanea di immagini, sia caratterizzato dal ritmo cerebrale “alfa”. Il ritmo “alfa”, studiato da H. Berger nel 1929, è l’attività elettrica delle regioni posteriori dell’encefalo che è caratteristica di alcuni stati di coscienza esclusivi della specie umana, nell’auto-ipnosi, nello yoga, nella meditazione zen. D’altro canto, la fantasia è considerata uno strumento terapeutico in quasi tutto il mondo ed è parte integrante di molte religioni. Già gli antichi Egizi e Greci credevano che le immagini liberassero nel cervello l’energia che stimola il cuore ed altre parti del corpo e che un’immagine molto vivida di una malattia fosse in grado di provocarne i sintomi. L’immaginazione è un modo normale del funzionamento del pensiero, probabilmente tutto il pensiero poggia sulle immagini mentali. D’altro canto, le immagini mentali non sono concepibili senza un corpo, esse non sono un “contenuto mentale” ma un evento psicofisiologico integrato. Per cui le immagini mentali non contribuiscono solamente alla costruzione del pensiero, ma dell’intera esperienza intesa come vissuto soggettivo integrato. Ovviamente per “corpo” si intende non il corpo anatomico, ma il vissuto corporeo, cioè “il mio corpo come io lo sento”. Si tratta della nozione, utilizzata anche dalla fenomenologia, di corpo vissuto, distinta dalla nozione di corpo oggetto, organico, anatomico. Allora ogni vissuto soggettivo sembra originarsi dal “corpo”: sensazioni, percezione, emozioni, immagini. Per la Psicoterapia della Gestalt il pensiero per immagini, come tipo di coscienza-esperienza, ha in sé la componente dell’azione, del pensiero e dell’emozione. Da qui, la sua importanza per qualsiasi progetto di cambiamento terapeutico. L’azione del pensare modifica generalmente i pensieri, ma solo il sentire può modificare le emozioni; vale a dire che solo l’affiorare di nuove esperienze emotive, aggiungendo nuove tonalità alla configurazione affettiva di base, può incidere sulla loro autoregolazione e modificare l’esperienza, facilitando così un riordinamento dei pattern di significato personale. L. Rigo spiega che “l’attività immaginativa, nel suo stretto rapporto con l’attività sensoriale, precede geneticamente le rappresentazioni astratte del pensiero […] così l’Immaginazione, prodotto più immediato del linguaggio, precede geneticamente quest’ultimo e ne è una condizione”. Ancora Rigo sottolinea come “l’immaginare è legato e quasi identificabile alle immagini visive e queste sono collegate a situazioni concrete con tutte le loro implicazioni emotive e sentimentali, mentre il pensare è sempre legato al linguaggio, che può anche non essere accompagnato da immagini ed è in ogni caso corrispondente ad un modo di essere molto più distanziato dalla situazione e meno carico di elementi emotivi”. Anche se il modo in cui la fantasia agisce sull’organismo rimane tuttora poco chiaro, si pensa che essa funzioni secondo un meccanismo che riproduce, a livello neurale, meccanismi e reazioni che somigliano alla realtà: se osserviamo l’attività del cervello nel momento in cui si immagina qualcosa, la sua attività è del tutto simile a quella di quando ciò che percepisce è reale. Sulla base di ciò il sistema nervoso non può, quindi, valutare la differenza tra una esperienza reale e una immaginata: in entrambi i casi reagisce ai dati comunicatigli dal cervello, ossia reagisce in conformità a quanto si pensa o si immagina. Perciò, il sistema nervoso non distingue se una cosa è vera o solo immaginata. In conclusione, è possibile verosimilmente sostenere che immaginare porta a una attivazione cerebrale identica a quella dell’agire. Da un punto di vista strettamente tecnico, l’attuazione di una fantasia guidata richiede la strutturazione di un setting piuttosto rigoroso. In particolare, il terapeuta chiede al paziente di assumere una posizione comoda, seduta oppure sdraiata e di chiudere gli occhi. A suo agio nello scenario preferito, il paziente dirige i pensieri verso il problema. Le immagini mentali non sono necessariamente visive: può trattarsi di suoni, sapori odori o di una combinazione di sensazioni. Il Sogno guidato è una tecnica molto utilizzata che permette di accedere alle risorse che i soggetti hanno acquisito nel corso della loro esperienza di vita. Lo stato mentale attivato dal Sogno guidato è uno stato che sta a metà fra la veglia ed il sonno. Possiamo definirlo come uno stato ipnoide caratterizzato, a livello comportamentale, da: rilassamento psicomotorio, battito delle palpebre, chiusura degli occhi, piacevole sensazione di benessere globale. Lo stato mentale del Sogno guidato è ben più vicino allo stato di veglia che allo stato di sonno. L’obiettivo generale che ci si pone con questa tecnica è quello di modificare l’atteggiamento della persona durante il suo sogno e trasferire questo nuovo schema mentale durante lo stato di veglia. In questo modo, ci si aspetta che emerga ciò che è presente nelle
A scuola: tra storie sociali e benessere psicologico

“La narrazione è parte della natura umana come il respiro e la circolazione del sangue”(Antonia Susan Byatt) Il viaggio nelle storie sociali permette di sperimentare il benessere psicologico, all’insegna dell’armonia corpo-mente. Le storie sociali ricordano il passato e preparano al futuro. La narrazione di “social stories” permette di rimettersi in movimento, facendo emergere le ombre che si muovono in profondità, sperimentando così un profondo benessere psicologico. Abbiamo sempre raccontato storie, sin dai tempi più antichi. Alcuni studi hanno dimostrato che leggere o ascoltare storie attiva aree cerebrali che hanno a che fare anche con la sfera sociale ed emotiva. Quando gli allievi stanno male, ricorrere alle storie sociali significa, “prendersi cura” di loro, facendo comprendere che in classe vi è una coscienza larga, dove l’ascolto e la narrazione favoriscono l’equilibrio psicologico e la serenità emozionale. In realtà l’ascolto di “social stories” scatena emozioni e desideri, crea un contatto da mente a mente, da cuore a cuore, da sensi a sensi. La storia sociale costituisce una delle opportunità psicoeducative, per dare un significativo contributo allo sviluppo delle abilità sociali. Il valore psicologico delle social stories Le storie sociali accrescono la capacità di decision making e di concentrazione in una dimensione di rilassamento emotivo. Esposti alla fonte narrativa, il lettore ascolta il silenzio e il rumore delle parole. Caratteristica della storia sociale è di poter essere applicata a partire già dalla scuola dell’infanzia e la sua applicazione è attualmente sperimentata in molte istituzioni scolastiche. Le social stories permettono al bambino di formulare domande e aiutano la comprensione sociale, offrendo una sensazione di prestigio e controllo delle proprie risorse personali. Che dire? Le storie sociali contengono emozioni e stati d’animo, diventano il luogo di incontro metaforico, di conoscenza e di relazioni, considerando che la psicologia è innanzitutto scienza delle relazioni (Carli,2004). https://carolgraysocialstories.com/social-stories/