“La Sindrome da Bikini”

Il bikini, simbolo di libertà e rivoluzione nella moda sin dalla sua creazione, è diventato un potente simbolo culturale che influenza profondamente la percezione del corpo. Da un lato, il bikini rappresenta l’empowerment femminile, offrendo alle donne la possibilità di esprimere la propria identità e sensualità in modo libero. Tuttavia, il modo in cui questo indumento viene associato alla tanto citata “prova costume” dai media e dalla pubblicità, ci fa fare i conti con standard di bellezza spesso irrealistici, dando origine alla cosiddetta “sindrome da bikini”. Tale fenomeno può portare a sperimentare ansia e insicurezza, con conseguenze sull’autostima e sulla salute mentale. Il vero potere del bikini come mezzo di empowerment risiede nella capacità di promuovere un messaggio di inclusività e accettazione. Quando le donne di tutte le forme, taglie ed età, indossano il bikini, sfidano i rigidi standard di bellezza e affermano che ogni corpo merita di essere celebrato. Ma se la battaglia per la libertà di indossare ciò che si desidera va in una direzione di inclusività e accettazione della diversità, non tutte le donne indossano un bikini con leggerezza. La paura di non essere all’altezza degli standard di bellezza promossi dai media e dalla società, spinge alcune donne a sentirsi costantemente giudicate e insicure riguardo al proprio corpo, portando a comportamenti come diete estreme e autoisolamento. La pressione di mostrarsi in pubblico con meno vestiti può esacerbare l’autocritica e il confronto sociale, alimentando problemi di autostima e compromettendo il benessere emotivo. Usando un termine non clinico e non scientifico ma piuttosto colloquiale, potremmo parlare di “Sindrome da Bikini” per descrivere appunto l’ansia e la preoccupazione legate all’apparenza fisica particolarmente accentuate durante la stagione estiva, quando indossare costumi da bagno come il bikini, diventa comune. I media, attraverso pubblicità, film, social network e riviste, hanno un’influenza profonda nel definire e perpetuare standard di bellezza spesso irrealistici. Le immagini di corpi perfetti, spesso anche ritoccati digitalmente, creano un modello estetico irraggiungibile per la maggior parte delle persone. Le aspettative sociali riguardanti l’immagine corporea, in particolare con l’arrivo della bella stagione, possono quindi portare a sperimentare stress costante che, in certi casi, può sfociare in disturbi come anoressia e bulimia (o altri tipi di disordini alimentari) ansia e depressione estiva. La necessità di aderire a questi ideali estetici può anche generare comportamenti ossessivi, come l’eccessivo esercizio fisico e l’uso di diete restrittive nella vigoressia. Inoltre, l’autostima delle persone è spesso minata dal confronto con modelli di bellezza inaccessibili, riducendo la fiducia in sé stessi e influenzando negativamente le relazioni interpersonali. È possibile sviluppare un rapporto sano con il proprio corpo e godersi la stagione estiva senza timori, indossando il nostro bikini preferito? Accettare il proprio corpo significa riconoscere e apprezzare la propria unicità, indipendentemente dagli standard di bellezza imposti dalla società. Promuovere un rapporto positivo con il proprio corpo aiuta a combattere le insicurezze legate all’aspetto fisico e le conseguenze che questo può comportare. I movimenti della body positivity e body neutrality, per esempio, nascono per incoraggiare questo processo. Adottare una visione inclusiva e realistica dei corpi può migliorare significativamente la qualità della vita, favorendo un senso di benessere e autostima duraturo.
“La Deriva”: Un gioco per educare a perdersi

“La Deriva”: Un gioco per educare bambini e ragazzi a perdersi È Settembre e, a breve, ricomincia la scuola. Tra compiti e libri per le vacanze, il nostro sistema educativo, scolastico e familiare, pecca nell’offrire a piccini e ragazzi una guida per la scoperta identitaria ed emotiva. Nonostante i crescenti sforzi in tale direzione, infatti, domina tutt’oggi un sistema accademico tradizionale, centrato sulla conoscenza nozionistica. Questo articolo ha l’intento di presentare un’attività, facilmente replicabile da educatori, insegnanti e genitori, per educare i ragazzi a perdersi. La Deriva – Istruzioni per perdersi “La Deriva – Istruzioni per perdersi”, di Paolo Maria Clemente, è arrivato per posta il giorno del mio 24esimo compleanno, 2 anni fa, speditomi da due miei cari colleghi. Era Accompagnato dal seguente bigliettino: <<Poichè – da brava cognitivista – cerchi sempre istruzioni per non perderti mai, ti auguriamo di riuscirci con questo>>. L’augurio di perdermi arriva in un momento della mia vita in cui i miei colleghi captano il disagio di affacciarsi, da giovane adulta, ad un mondo estremamente fluido, creativo, costellato di imprevisti ed opportunità. Un mondo che richiede di inventarsi e reinventarsi di continuo, piuttosto che mantenere il controllo su rigidi piani preconfezionati e precostituiti. Non nego di averci messo un po’ di tempo prima di accettare di imparare a “perdermi”. Ci sto tutt’ora provando, io che sono stata educata alla performance e alla velocità, come gran parte della mia generazione. Cosa significa Perdersi Con la capacità di “perdersi”, intendiamo la realizzazione di un cambiamento nell’approccio con l’ambiente: il passaggio da una relazione “strumentale”, in cui ciò che ci circonda viene sfruttato per raggiungere i nostri scopi utilitaristici (a differenti livelli, conseguente alla logica della produzione), alla visione del mondo come deriva. È la capacità di godere delle nostre sensazioni, di entrare in connessione con l’ambiente e lasciarci sorprendere dai messaggi che questo ci sta mandando. Nel modo in cui questo gioco porta ad allenare la capacità di focalizzare la nostra attenzione sul presente, sul qui e ora, si avvicina in parte ai principi della mindfulness. Le regole del gioco La Deriva è un gioco, anzi un meta-gioco, come lo definisce l’autore, fatto di regole e di improvvisazione. È un’attività ideata da Guy Debord nel 1956 e poi riadattato nel corso del tempo. Consiste nel vagare per la Zona, ovvero per la città, senza una meta prestabilita, e con la regola di prestare attenzione alle cose che accadono “per caso”. Le pedine, o anche i derivanti, si riuniscono per dare inizio al gioco, seguendo una Guida. La guida è una pedina che, a turno, sceglie ed interpreta i messaggi della Zona e, di conseguenza, la direzione in cui si muove il gruppo. Il tabellone su cui si muovono le pedine è una porzione delimitata della città, una parte tranquilla e sicura per camminare con gli studenti. È meglio se il tabellone viene scelto in un luogo non troppo trafficato, ma vivo, in cui accadono cose inaspettate che verranno riconosciuti come segni. I segni sono le carte che il mazziere (ovvero la Zona) decide di giocare. Sono tutti quegli avvenimenti casuali (ad esempio una busta che vola, uno striscione, una macchina o una bicicletta di un colore particolare) che acquistano un particolare significato per il sesto senso della guida e, quindi, per il gruppo. In questo modo il gruppo si muove in direzioni dettate dalla zona, fino a che non si raggiunge un’apparizione, ovvero un segno particolarmente bello o significativo per il gruppo. Perché farlo con bambini e ragazzi? La deriva permette di allenare, nella sua reiterazione, l’attenzione ai segni che l’ambiente ci invia. Permette di raggiungere uno “spaesamento personale”, la possibilità di abbandonare i nostri schemi, i nostri pensieri, i nostri impegni, per farci guidare dall’esperienza. Questo avviene però in una dimensione gruppale che ci rassicura e ci permette di non perderci totalmente. Una connessione calma con il mondo. Questi piccoli episodi di deriva finita, ovvero delimitata al tempo di durata del gioco, ci allenano a quella che sarà la deriva infinita. La deriva infinita è la capacità di riuscire a leggere e fidarsi di quelle coincidenze con cui la zona, il mondo, l’ambiente intorno (e alla fine noi stessi), cerca di comunicarci la “strada”. La capacità cioè di trovare un filo conduttore, un senso di continuità, tra le nostre esperienze. Una sensazione identitaria di continuità che risponde alla domanda “chi sono e dove sto andando”. Questo è un invito a tutti gli educatori ad educare a perderci. Bibliografia Clemente P.M. (2020), La Deriva, Istruzioni per perdersi, Tlon Editore.
“Il corpo che sono e il corpo della relazione” Percorsi di Tangoterapia

di Anna Rita Cerrone Sartre direbbe che il mio corpo non è un corpo, uno dei tanti oggetti-corpo, esso è irriducibilmente mio perché è tutt’uno con il soggetto che io sono. Il mio corpo è intriso della mia soggettività, è corpo-soggetto, non è solo schema o qualcosa che io ho: “Io sono il mio corpo”. Siamo abituati a distinguere corpo e anima come due entità autonome, ma in questa separazione ci affettiamo con il bisturi della nostra mente. Il “corpo vivente e vissuto” esprime l’incarnarsi della coscienza e la coscienza fatta carne ci racconta che siamo unità indivisibile di corpo animato. Il corpo che sono è parola delle ferite e dei bisogni, confine tra quanto traduce del mio personale vissuto e tra quanto raccoglie o trascende attraverso l’incontro con l’altro. Avere un corpo non basta. Possiamo scoprire il nostro Essere corpo, coscienza incarnata in quanto esserci al mondo, sorgente di significato e di senso, attraverso i vissuti che fanno la nostra esperienza. Il corpo è campo di espressione e relazione, realizza le intenzioni perfino prima che io le pensi, nella dinamica interazione con il mondo, perché non siamo solo una parte di quel mondo che abitiamo ma contribuiamo a costruirlo. Il corpo è intermediario nell’incontro con l’altro. Nel mio corpo mi attuo e mi rivelo e l’altro si rivela a me. In questa consapevolezza, il corpo è presente e partecipante alla vita interiore e alla vita di relazione, esprime e agisce la mia intenzionalità. Ma questa presa di coscienza del corpo non è data a priori. È conquista che si raggiunge. Sintonizzazione tra parti della totalità che siamo e parti della totalità di sistema con l’altro. Possiamo raggiungere piena presenza nell’esperienza di noi e nell’incontro con l’altro o possiamo stare nel mondo come bendati, perfino spaventati da quanto percepiamo. Talvolta intuiamo che c’è una pienezza al di là dei nostri automatismi, di quei caratteri e funzioni del corpo che possono perfino diventare gabbie, corazze delle quali non conosciamo i segnali di accesso o di uscita o di trasformazione. Il corpo allora intrappola, diventa sintomatico, sconosciuto, estraneo, misterioso nelle sue espressioni. Ma il corpo che sono lo posso recuperare, conquistare pienamente attraverso il percorso di apertura ad una vera relazione umana, che sappia rigenerare. Le emozioni sono sempre incarnate. Non possono prescindere da questa natura. Così posso sentirmi me stesso in carne e ossa e sentire con l’altro il tessuto di un dialogo che mi riappropria del mio essere unità indivisa corpo-mente. Posso scoprire l’altro attraverso la parola muta ed eloquente di codici del corpo pregni di senso e sperimentare l’autenticità dell’incontro con l’altro. Così il cuore che pulsa a diverse frequenze, la respirazione diaframmatica, la sensibilità muscolare, il radicamento al suolo e l’equilibrio diventano esperienza che può essere colta nella sua interezza. La nostra capacità di entrare e uscire in modo più o meno armonico da un abbraccio, comunica segnali importanti della nostra realtà interiore, racconta chi siamo e come stiamo nel qui ed ora dell’incontro, sia pure nei termini di emozioni spiacevoli che possono essere trasformate, solo se attraversate. In questo senso, la tangoterapia diventa avventura di consapevolezza, ricerca di sintonizzazione sensoriale ed emotiva, scoperta di sé nell’incontro delle proprie resistenze o delle proprie attitudini. In ogni abbraccio posso incontrare la connessione profonda con affetti che rimandano alle mie impronte di storia personale e a quelle dell’altro. Nel qui ed ora di un incontro autentico, ritrovo infatti vissuti antichi, fatti di energia bloccata o liberamente fluttuante, di stati psico-fisici collegati al contatto e allo scambio, trovo il desiderio generato o negato. Nel contatto, trovo la possibilità di trasformare il senso di rifiuto in accoglimento, la distanza in prossimità, il senso di invasione in spazio condiviso. Il tango si fonda sulla comunicazione giocata attraverso ruoli complementari, che rimandano al dialogo tra maschile e al femminile. L’uomo guida, propone e conduce, la donna accoglie, contiene e risponde. Ma non è tutto, poiché nel gioco flessibile delle parti, impariamo ad esprimere aspetti di noi stessi che solitamente tratteniamo in definizioni rigide del nostro essere persona. Citando Jung, menzioniamo gli archetipi dell’Animus e dell’Anima. Le nostre componenti inconsce dell’altro sesso si rivelano, nelle loro reciproche combinazioni di energia dominante o sottesa e nell’abbraccio di un tango, come in quello della vita, possono trovare integrazione. Non è forse questo il senso della potenza energetica che incontriamo in ogni abbraccio/incontro e che ci confronta con la complessità che siamo, che è l’altro? E se non siamo consapevoli di questo, quali e quante ombre si scatenano in quell’abbraccio vitale, che diventa opprimente? Possiamo invece scoprire la pienezza, nel fluire dei corpi in movimento, ricettivi e flessibili, nell’aggiustamento reciproco e attraverso il quale acconsentiamo a liberarci delle nostre rigidità, giocando con le nostre polarità interne, uguali e contrarie, spesso negate. Tutto è comunicazione da riscoprire, attraverso la coppia danzante, che deve imparare a non confliggere, a non prevaricare, a non invadere. Cosi lo sguardo che ricambia l’intesa o che si ritrae, ci confronta con i nostri bisogni di accettazione e con i timori di esclusione. La camminata e le pause, nella coppia intenzionata all’unisono, rimandano al movimento e all’immobilità psichica, dimensioni che possono essere sentite consistenti e appaganti oppure disarmoniche e frustranti. L’asse condiviso e l’equilibrio, il controllo e l’abbandono, la solitudine e la connessione: grandi temi esistenziali, ai quali la nostra coscienza può accedere e attingere pienamente, riempirsi di senso, solo attraverso un’esperienza che traduca in risorse ciò che spesso sentiamo come sfida faticosa dell’esistere. Come non parlare della postura, tanto importante nel tango come nello stare al mondo: stare dritti o piegarsi come giusta combinazione tra la fiducia in sé e quella nell’altro. La tensione muscolare, la rigidità che si può tradurre in fluidità e rispondenza del tono muscolare, sono le nostre tracce interne, possiamo riconoscerle e ritrovarle, riappropriarcene e modularle, per darle all’altro e raccogliere le sue: esserci, veicolando un’intenzione chiara piuttosto che ambigua, consapevole piuttosto che proiettiva. Solo in conquista personale del corpo che siamo, il corpo della relazione si dispiega armonicamente,
“Quiet quitting” e dimissioni silenziose: quando il lavoro non è tutto

Il fenomeno del “Quiet quitting” e dimissioni silenziose, ovvero quando il lavoro non è più il centro della nostra vita. Qualche tempo fa abbiamo parlato di “Great Resignation” : il boom mondiale di dimissioni volontarie che ha caratterizzato il 2021. In molti hanno persegito il progetto di vivere il lavoro in modo innovativo, con un nuovo mindset “YOLO Economy“. Altri invece si sono pentiti della propria scelta, rimpiangendo il vecchio posto di lavoro, come emerge dal sondaggio condotto negli USA da Joblist. Ciò che è innegabile è che negli ultimi anni, complice la pandemia, è cambiato il modo di vivere e percepire il lavoro. Nasce così il “Quiet quitting“: la tendenza da parte dei lavoratori a limitare i propri compiti e le proprie energie al minimo indispensabile sul posto di lavoro. Non si tratta quindi di dimissioni vere e proprie ma di un progressivo “abbandono silenzioso” che mette in secondo piano il lavoro in favore della vita privata e del tempo libero. Questa tendenza coinvolge soprattutto le nuove generazioni, forti di una trasformazione concettuale del lavoro in termini di tempo, sforzo e attaccamento. Possiamo considerarlo un movimento di “ribellione” al pari della “Great resignation” perchè segna una spaccatura epocale con il modello Stacanovista. Quali sono le cause? Il Quiet quitting può essere considerato come una fisiologica reazione al burnout e allo stress lavoro correlato che hanno caratterizzato gli ultimi tre anni, ma non solo. La causa scatenante è la disaffezione e l’insoddisfazione verso il proprio lavoro. Il report State of the global workplace 2022 di Gallup, afferma che in Europa solo il 14% dei lavoratori dipendenti mostra un reale coinvolgimento nella propria attività lavorativa. Mentre il 39% del campione afferma di sperimentare un forte stress quotidiano, manifestando un malessere psicologico diffuso. Esiste una soluzione? Non esiste una risposta univoca e definitiva a questa domanda. Lo sciame di movimenti che ha scosso il mondo del lavoro è indice di una restaurazione profonda che privilegia l’equilibrio vita/lavoro. È evidente però che l’insoddisfazione e la frustrazione dei lavoratori abbiano giocato un ruolo fondamentale in questo cambiamento. È necessario stimolare i propri dipendenti per rafforzarne la motivazione, il senso di appartenenza e la soddisfazione professionale e ridurre drop out e dimissioni.
“Perché capita sempre a me?!” La profezia che si auto-avvera

Perché capita “sempre” a me?! La profezia che si auto-avvera. Ti è mai capitato di pensare o pronunciare la frase: <<Perché capita sempre a me>>? E se ti dicessi che, a volte, un motivo c’è davvero? Forse ti sorprenderà sapere che, spesso, ci comportiamo facendo in modo che ciò che temiamo, alla fine, capiti davvero! No, non sei folle, c’è una spiegazione a tutto questo: la profezia che si auto-avvera. La profezia che si auto-avvera, o che si auto-adempie, è uno dei fenomeni più a lungo studiati in psicologia sociale. Introdotto per la prima volta negli anni ’70, questo costrutto ci aiuta a spiegare in che modo le nostre aspettative, le nostre paure e le etichette che diamo a noi stessi e agli altri influenzano i nostri comportamenti e, quindi, ciò che ci circonda. Ad esempio, immagina di essere ad una festa di nuovi amici, e di avere profondamente paura di essere escluso/a. Come ti comporteresti? Probabilmente cominceresti a temere di dire cose che potrebbero essere considerate sciocche dagli altri, per cui potresti scegliere di parlare poco. Magari, per lo stesso timore, ci pensi cinque volte prima di rispondere ad una domanda, risultando poco spontaneo. Magari il timore di fare una brutta figura potrebbe portarti a decidere di non ballare, di non giocare, di restare seduto, in disparte. Cosa succederebbe? Proprio la tua più grande paura: molto probabilmente resteresti escluso dalla festa. E non finisce qui. Il realizzarsi di ciò che temi porterà, molto probabilmente, a rafforzare quella credenza, quella aspettativa e quello stesso timore: se vengo sempre escluso, allora sarò escluso! Se ciò accade, la volta dopo probabilmente rimetterai in atto gli stessi comportamenti in modo ancora più accentuato e con una maggiore paura. È chiaro che questi comportamenti hanno una logica ben precisa, sono strategie di sopravvivenza che mettiamo in atto per difenderci dalla minaccia, ma che, ahimè, falliscono nel loro intento. Questa catena di comportamenti è inoltre sostenuta da una serie di bias cognitivi, alcuni dei quali sono già stati trattati in altri articoli del blog! La catena, però, può essere spezzata, facendo pian piano attenzione a tutti quei comportamenti che mettiamo in atto in queste circostanze, e che fanno (auto)avverare le nostre paure. Quindi se fossi davvero quella persona, con il timore di essere escluso, avremmo risposto alla domanda: perché capita sempre a me?!
“L’Importanza dell’Autostima nella Tua Vita”

di Viviana Loffredo L’autostima è un aspetto fondamentale della nostra salute mentale e del nostro benessere emotivo. Rappresenta il modo in cui ci percepiamo e il valore che attribuiamo a noi stessi. Un’adeguata autostima è essenziale per affrontare le sfide della vita, costruire relazioni sane e realizzare i nostri obiettivi. Cos’è l’autostima? L’autostima è la fiducia e il rispetto che nutriamo per noi stessi. Si basa sulle nostre percezioni e valutazioni personali, influenzate dall’esperienza di vita, dall’educazione, dalle relazioni e dalle realizzazioni personali. Un’alta autostima è spesso associata a un senso di sicurezza, capacità di prendere decisioni consapevoli e affrontare le sfide con resilienza. Importanza dell’autostima: 1. Relazioni Salutari: Un’adeguata autostima è cruciale per costruire relazioni sane. Quando ci amiamo e rispettiamo, siamo più propensi a stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione aperta. 2. Successo Personale: Un’autostima sana è un catalizzatore per il successo personale. Le persone con una buona autostima sono più propense a fissare obiettivi ambiziosi e a lavorare per raggiungerli. 3. Salute Mentale: Una bassa autostima è spesso correlata a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Al contrario, una sana autostima può contribuire a una migliore salute mentale. 4. Resilienza: L’autostima è un fattore chiave nella resilienza. Le persone con una buona autostima affrontano meglio le avversità e si riprendono più rapidamente dalle delusioni. Come sviluppare l’autostima: 1. Autocoscienza: Comincia con l’autocoscienza. Riconosci i tuoi punti di forza e le aree in cui desideri migliorare. 2. Accetta i Fallimenti: Accetta che i fallimenti fanno parte della vita. Impara dalle tue esperienze senza giudicarti duramente. 3. Comunicazione Positiva: Sii gentile con te stesso nella tua conversazione interna. Sostituisci pensieri negativi con affermazioni positive. 4. Imparare a Dire No: Impara a stabilire confini sani e dire “no” quando è necessario. Rispettare i tuoi bisogni è un segno di autostima. 5. Cura di Te Stesso: Fisicamente ed emotivamente. Mangia sano, fai esercizio fisico e dedica del tempo alle tue passioni. 6. Cerca Supporto: Non esitare a cercare il supporto di amici, familiari o professionisti se hai bisogno di aiuto nell’aumentare la tua autostima. L’autostima è un elemento chiave per una vita soddisfacente e appagante. Investire nel tuo sviluppo personale, nella tua autostima e nella tua fiducia in te stesso può fare una differenza significativa nelle tue relazioni, nel tuo successo e nel tuo benessere generale. Ricorda, sei un individuo unico e prezioso, e meritare il rispetto e l’amore, in primo luogo da te stesso.
‘Toccare’ il paziente: l’uso del contatto fisico in psicoterapia

L’uso del contatto fisico in psicoterapia segue l’idea che lo sviluppo del lavoro e della consapevolezza dei propri processi e della propria salute mentale passi anche attraverso la conoscenza del corpo. Essa si fonda sui concetti di unità tra corpo e Sé di origine fenomenologica intrinseci nella psicoterapia della Gestalt. Il contatto corporeo è usato nella forma di ‘esperimento’ per aiutare e sostenere i pazienti nell’esplorare alcuni aspetti della loro natura corporea. Il lavoro con il corpo e l’atto del toccare devono essere concordati ed avere chiaro il fine del lavoro e l’obiettivo terapeutico. Ci sono differenti modalità di intervento corporeo: ‘tocco molto leggero’ che aiuta a mantenere l’attenzione in un punto del corpo; ‘appoggiare le mani’ serve a mettersi in contatto percepire ed influenzare il ‘campo’ di energia; ‘tocco mobile’ che serve a comunicare sostegno e presenza e a confortare; ‘dondolare’ serve a sciogliere le unità scheletriche e muscolari e riconnettersi con il fluire. Ogni tipologia ha un senso nel lavoro di quel paziente in quel momento. Il lavoro con il corpo aiuta a lavorare sui blocchi che si manifestano nel corpo e che sottendono blocchi emotivi. Esistono molti pazienti coni quali non è necessario lavorare con il corpo poiché gli obiettivi terapeutici e i temi che trattano non lo richiedono.