Adolescenza oggi: ragazzi problematici o adulti più fragili?

di Francesca Vecchione L’adolescenza, si sa, è una fase di crescita delicata e critica. Negli ultimi anni si parla di un aumento delle problematiche tra i ragazzi. Crescono i disturbi d’ansia, aumentano i problemi alimentari, preoccupa l’aumento dei disturbi comportamentali in famiglia e a scuola.C’è stato effettivamente un cambiamento dei ragazzi e una intensificazione dei disturbi o è cambiato qualcosa nel funzionamento familiare?Essere adolescenti comporta dover affrontare nuove sfide evolutive. Significa dover fare i conti con un corpo che cambia, che si fa fatica a riconoscere e, a volte, ad accettare. Significa dover ridefinire il proprio ruolo da bambino a giovane adulto, imparare a gestire e a conquistarsi la propria indipendenza e autonomia. Trovare una definizione di sé stessi nel gruppo dei pari.Tutto questo lavoro di crescita comporta dei momenti di crisi, di sofferenza, di rottura degli equilibri che c’erano prima, per costruire una nuova ridefinizione di ruoli e della propria identità.Gli adulti che ruotano intorno a questi ragazzi come vivono i loro momenti di crisi? Sono in grado di essere d’aiuto nell’affrontare tutto questo?Quello che si osserva oggi è che, spesso, accanto alla sofferenza degli adolescenti ci sono adulti altrettanto in difficoltà. C’è una fatica dei genitori nel sostenere il dolore dei propri figli e ad accompagnarli nell’attraversarlo.Un adulto che si spaventa, tuttavia, non fa altro che aumentare il senso di inadeguatezza di un ragazzo in crescita.Quando il proprio figlio vive un momento difficile o di sofferenza, il genitore entra nel meccanismo del “dover fare”: sente che deve agire, deve fare qualcosa per “tirarlo fuori” da questa situazione. Questo, però, risponde ad un suo bisogno personale, che è quello di riconoscersi come il bravo genitore che risolve il problema. In questo modo, però, non sarà in grado di rispecchiare quelli che sono i reali bisogni del proprio ragazzo, che si sentirà non capito e non ascoltato nella sua sofferenza.L’adolescente non ha bisogno di qualcuno che gli trovi una soluzione per uscire dai suoi momenti di crisi ma di un adulto che non si spaventi davanti a questi, che sia in grado di accettarlo anche nel suo dolore, insegnandogli che nella crescita la crisi è fisiologica.Per affrontare le sfide evolutive dell’adolescenza e i momenti di crisi, anche quelli più gravi, gli adulti devono ritrovare la loro funzione di rispecchiamento. Devono limitare il loro bisogno di agire e imparare a osservare il ragazzo che hanno difronte. Imparare a vedere ciò che di bello e positivo c’è nel proprio figlio e non solo ciò che delude. Insegnare ai propri ragazzi che la crescita passa anche attraverso il fallimento e che il proprio valore sta nell’attraversarlo. Come genitori più che il saper fare è importante il saper esserci.
Adolescenza interrotta: la parola ai ragazzi

Parla Angela ad un anno dall’inizio della pandemia da COVID-19: solo per chi ha voglia di ascoltarli veramente. Poche parole solo per presentarvi Angela. Lei è una ragazza di 18 anni, ha terminato il liceo e fatto la maturità l’anno scorso. E’ una ragazza come tante e come tante racconta di se e dei suoi amici. Un anno di pandemia: cambiamenti per tutti, nuove abitudini, regole da rispettare e occhi che guardano i nostri comportamenti e cercano di giudicare il giusto e l’errato; quest’ultimo che viene rivisto soprattutto in noi adolescenti. Agli occhi dei grandi non prendiamo la situazione sul serio e siamo superficiali: ma è davvero così? Come si sentono gli adolescenti dopo aver fatto i conti con un anno che sembra non essere passato, come se ci trovassimo in una specie di bolla ? A mio parere sono stati proprio gli adolescenti e ancora lo sono, quelli a dimostrare più tenacia, più onestà e più coraggio; quelli che hanno saputo mantenere il sorriso il quale non è altro che l’arma migliore per tutto ciò. Non è solo ai giovani che bisogna delegare responsabilità e rivoluzioni, siamo i primi ad essere stanchi, i primi a voler tornare a studiare insieme nelle classi, i primi a voler uscire, a desiderare di fare sport e voler ritornare alla normalità. Eppure proprio i giovani in quest’anno di pandemia hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco, hanno avuto la forza di ribaltare se stessi in un mondo chiuso nelle proprio case e ora hanno solo voglia che tutto passi in fretta perché quando saranno catapultati di nuovo nella vita vera, quella a cui erano abituati una volta, avranno tanto da condividere con il mondo esterno e saranno i primi a non essere più le stesse persone di un anno fa; si sentiranno migliori perché i giovani hanno fatto grandi sforzi ma quasi nessuno è stato riconoscente nei confronti di questi: il nostro riconoscimento lo riavremo con la libertà assoluta e lo ritroveremo negli abbracci mancati, nelle feste saltate, tra i banchi delle scuole, in un campetto da calcio, in una sala di danza, nei nostri sogni che questa pandemia per un po’ ha messo in stand by.
Adolescenza interrotta: la parola ai ragazzi

Parla Angela ad un anno dall’inizio della pandemia da COVID-19: solo per chi ha voglia di ascoltarli veramente. Poche parole solo per presentarvi Angela. Lei è una ragazza di 18 anni, ha terminato il liceo e fatto la maturità l’anno scorso. È una ragazza come tante e come tante racconta di sé e dei suoi amici. Un anno di pandemia: cambiamenti per tutti, nuove abitudini, regole da rispettare e occhi che guardano i nostri comportamenti e cercano di giudicare il giusto e l’errato; quest’ultimo che viene rivisto soprattutto in noi adolescenti. Agli occhi dei grandi non prendiamo la situazione sul serio e siamo superficiali: ma è davvero così? Come si sentono gli adolescenti dopo aver fatto i conti con un anno che sembra non essere passato, come se ci trovassimo in una specie di bolla? A mio parere sono stati proprio gli adolescenti e ancora lo sono, quelli a dimostrare più tenacia, più onestà e più coraggio; quelli che hanno saputo mantenere il sorriso il quale non è altro che l’arma migliore per tutto ciò. Non è solo ai giovani che bisogna delegare responsabilità e rivoluzioni, siamo i primi ad essere stanchi, i primi a voler tornare a studiare insieme nelle classi, i primi a voler uscire, a desiderare di fare sport e voler ritornare alla normalità. Eppure proprio i giovani in quest’anno di pandemia hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco, hanno avuto la forza di ribaltare se stessi in un mondo chiuso nelle proprio case e ora hanno solo voglia che tutto passi in fretta perché quando saranno catapultati di nuovo nella vita vera, quella a cui erano abituati una volta, avranno tanto da condividere con il mondo esterno e saranno i primi a non essere più le stesse persone di un anno fa. Si sentiranno migliori perché i giovani hanno fatto grandi sforzi ma quasi nessuno è stato riconoscente nei confronti di questi: il nostro riconoscimento lo riavremo con la libertà assoluta e lo ritroveremo negli abbracci mancati, nelle feste saltate, tra i banchi delle scuole, in un campetto da calcio, in una sala di danza, nei nostri sogni che questa pandemia per un po’ ha messo in stand by.
Adolescenza interrotta

I racconti dei ragazzi di un liceo dell’area metropolitana di Napoli. Il virus che ormai da un anno ci tiene in ostaggio è atterrato nelle vite di tutti noi deflagrando e sconvolgendo la nostra quotidianità. Il senso di ‘vita interrotta’ di ‘sospensione’ di ‘costante ripetersi di giorni uguali a se stessi’ è ciò che raccontano i ragazzi di un Liceo dell’area metropolitana a nord di Napoli presso il quale svolgo il mio lavoro di psicologa. I ragazzi si raccontano e confessano la loro sofferenza, taciuta ai più La rabbia e la tristezza sono le emozioni che più li accompagnano nelle loro giornate: loro, i ragazzi, non hanno nessuna ‘scusa’ per uscire un po’, vedere amici, la fidanzata/o, loro non hanno motivi validi per andare in giro, loro, quando ci vanno in giro, sono irresponsabili e menefreghisti. Certo lo sanno che alcuni loro amici non rispettano le regole e che almeno dovrebbero mettere la mascherina, ma almeno però loro escono un po’, perché dopo un anno davvero non se ne può più. Mi raccontano che non hanno voglia di studiare e se lo fanno non è la stessa cosa, qualcuno mi racconta che non vuole alzarsi la mattina perché tanto è inutile. Qualche altro mi dice che non può parlare con nessuno e allora la sofferenza e il disagio aumentano. Il mio lavoro cominciato a Dicembre dello scorso anno in piena seconda ondata continua e terminerà a Maggio e mai come in questo periodo la sensazione è che ascoltare empaticamente è sollievo, contenimento e forza per questi ragazzi della pandemia.
ADOLESCENZA E GAMING ONLINE

di Paola Papini La zaitgaist del momento è sicuramente la compenetrazione del virtuale nel reale e come tutte le culture predominanti porta con sé aspetti vantaggiosi o meno. Gli adolescenti odierni, oltre a usare la tecnologia per relazionarsi con l’esterno, possono inceppare in un uso che per modi e tempi risulta esagerato fino ad arrivare allapossibilità di sviluppare una vera e propria dipendenza. Nella letteratura corrente, i termini “dipendenza da Internet” (IA) e “uso patologico di Internet” (PIU) sono stati comunemente usati per riferirsi a tutti i tipi di attività incluso, ma non limitato a, l’uso di videogiochi. L’attenzione crescente verso i comportamenti di abuso di alcuni utenti versovideogiochi online ha portato la comunità scientifica a chiedersi se ci fossero i presupposti per individuare un nuovo tipo di disordine o se questo fenomeno potesse rientrare come un sottotipo di dipendenza da Internet.Il termine “dipendenza da Internet” è in realtà una definizione piuttosto vasta che copre un’ampia varietà di comportamenti, ai quali sottostanno da un punto di vista psicologico problemi nel controllo degli impulsi e difficoltà nel regolare gli stati emotivi dolorosi (Cantelmi, 2008). In adolescenza definire l’identità è un compito centrale e oggi avviene in rete, dove lo sguardo di ritorno svolge una funzione di rispecchiamento per validare la propria personalità. Quest’ultima caratterizzata, in una società oggi definita della performance, da un vuoto identitario mascherato dall’adattamento al mito del successo e dall’angoscia di perdere il controllo su un futuro meticolosamentecostruito. Per far fronte ai conflitti identitari, che spesso generano un profondo senso di inadeguatezza, capita che i giovani estremizzino parti di sé con le quali si identificano in modo totalizzante. Una simile forma di radicalizzazione può essere funzionale alla sperimentazione identitaria se rimane transitoria e flessibile, ma può diventare un disagio più profondo se impedisce l’integrazione di diversi aspetti del sé. Soffermandosi sul videogioco possiamo dire che è una delle lingue principali della generazione iGens, il quale viene percepito come uno strumento meritocratico. In questo senso, grazie a determinate strategie degli sviluppatori, un videogioco potrebbe essere più giusto della realtà in quanto in esso esiste un’alternanza di soddisfazione e frustrazione, ovvero non si perde mai definitivamente ma non si vince nemmeno completamente e tutto dipende da come ti muovi all’interno del gaming. Spesso caratterizzato dall’utilizzo di avatar, di nickname, dalla modalità multigiocatore dà la possibilità di confrontarsi con gli altri in tempo live. Tutto ciò, nell’adolescente in difficoltà nel mondo reale, potrebbe essere un modo per sottrarsi all’identificazione con un corpo e quindi, di conseguenza, superare il senso di inadeguatezza e vergogna. In questo contesto persino il concetto di morte è più abbordabile, perché si muore con la stessa facilità con cui ci si ricrea.Alcuni studi ci dimostrano quali sono le conseguenze negative di un consumo precoce e massiccio dei videogiochi come la compromissione dell’attenzione, delle capacità di autoregolazione, l’esposizione alla violenza e pregiudizi di genere, oltre alla possibilità di aggravare sentimenti di solitudine o interferire con il ritmo sonno/veglia; altri ci mostrano come l’uso delle tecnologie da parte dei bambini ha per lo più effetti positivi, nello specifico aumenta la sensazione di essere connessi con i coetanei, riduce i sentimenti di isolamento e promuove rapporti di amicizia giàesistenti. Internet e i videogiochi fanno parte del presente quindi è utile comprendere un loro utilizzo più controllato e funzionale al superamento di quelle difficoltà che può incontrare un ragazzo nel percorso della propria vita.Sebbene questo disturbo è oggetto di studi da tempo e nonostante esista una prolifica e fiorente letteratura, si può capire come mai non si siano trovati ancora delle precise definizioni per l’IAD e conseguentemente per il nuovissimo disturbo da gaming online: Internet, il suo utilizzo e le nuove tecnologie in generale si evolvono così rapido che risulta difficile poter fornire criteri diagnostici rigorosi e universali. Bibliografia Garuglieri, S. (2020). Dipendenza da gaming online: introduzione al fenomeno.Profiling. I profili dell’abuso, 11(2).Lancini, M. (2019). Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazioneiperconnessa.Lancini, M. (2023). Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca dellafragilità adulta.Small, G. W., Lee, J., Kaufman, A., Jalil, J., Siddarth, P., Gaddipati, H., Moody, T. D., &Bookheimer, S. Y. (2020). Brain health consequences of digital technology use.Dialogues in clinical neuroscience, 22(2), 179–187.González-Bueso, V., Santamaría, J. J., Fernández, D., Merino, L., Montero, E., & Ribas,J. (2018). Association between Internet Gaming Disorder or Pathological Video-GameUse and Comorbid Psychopathology: A Comprehensive Review. International journalof environmental research and public health, 15(4), 668.
Adolescenza e disturbo borderline. La questione diagnostica e il lavoro clinico

Quando si parla di disturbo borderline in adolescenza, il dibattito si fa immediatamente acceso. A differenza delle letture che collocano il borderline come semplice metafora del confine, qui la questione riguarda la possibilità stessa di una configurazione psicopatologica strutturata che si manifesta già nel tempo adolescenziale. Non si tratta di una sovrapposizione impropria, ma di una domanda clinica reale, che emerge con forza nella pratica quotidiana: cosa accade quando l’instabilità non è più solo transitoria, ma tende a organizzarsi come modalità prevalente di funzionamento? L’adolescenza è certamente un tempo di turbolenza, ma non ogni intensità affettiva può essere ricondotta al processo evolutivo. In alcune situazioni, ciò che si osserva non è soltanto una crisi, ma una difficoltà persistente nella regolazione degli affetti, nell’integrazione dell’identità e nella tenuta del legame. Oscillazioni emotive estreme, vissuti cronici di vuoto, acting out ripetuti, condotte autolesive, relazioni segnate da dipendenza e rotture violente indicano una sofferenza che non si esaurisce nel passaggio adolescenziale. Il riferimento a Sigmund Freud consente di pensare queste configurazioni come espressione di un conflitto che non riesce a essere elaborato sul piano rappresentazionale. L’eccedenza pulsionale non trova vie simboliche sufficienti e tende a scaricarsi attraverso l’agire o il corpo. In questi casi, il sintomo non è un semplice segnale di transizione, ma una soluzione rigida che il soggetto utilizza per mantenere una fragile continuità psichica. Nel disturbo borderline in adolescenza, la questione dell’identità occupa un posto centrale. Il soggetto fatica a costruire un senso stabile di sé e oscilla tra immagini opposte, spesso idealizzate o svalutate. Questa frammentazione si riflette nel rapporto con l’Altro, vissuto ora come indispensabile, ora come minaccioso. La paura dell’abbandono convive con movimenti di rifiuto e di attacco, producendo legami intensi ma difficilmente sostenibili nel tempo. Il contributo di Jacques Lacan permette di leggere queste dinamiche come effetto di una difficoltà strutturale nel rapporto con la mancanza. Nel borderline, la mancanza non riesce a essere simbolizzata e viene vissuta come un vuoto reale, intollerabile. Da qui l’urgenza del legame, l’impossibilità di tollerare l’assenza, la richiesta implicita di una presenza totale che, inevitabilmente, finisce per essere distruttiva. In questa prospettiva, il riferimento teorico a Otto Kernberg ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità, distinguendola sia dalle nevrosi sia dalle psicosi. In adolescenza, questa organizzazione può già manifestarsi attraverso la scissione, l’instabilità dell’immagine di sé e dell’Altro, l’uso massiccio di difese primitive. Non si tratta di etichettare precocemente, ma di riconoscere quando il funzionamento psichico mostra una coerenza patologica che tende a ripetersi. Il lavoro clinico con adolescenti con disturbo borderline pone questioni tecniche ed etiche particolarmente delicate. La relazione terapeutica è spesso attraversata da intensi movimenti transferali, richieste implicite di salvataggio, rotture improvvise del legame. La posizione del clinico è costantemente messa alla prova: ogni distanza può essere vissuta come abbandono, ogni vicinanza come intrusione. In questi casi, la priorità non è l’interpretazione del conflitto inconscio, ma la costruzione di una cornice sufficientemente stabile. La continuità del setting, la chiarezza dei confini, la prevedibilità della presenza clinica svolgono una funzione strutturante. È attraverso questa tenuta che l’agire può lentamente trovare un limite e che l’esperienza affettiva può iniziare a essere mentalizzata. Riconoscere il disturbo borderline in adolescenza non significa rinunciare alla dimensione evolutiva, ma assumere la responsabilità clinica di una sofferenza che rischia di cronicizzarsi. La diagnosi, quando è fondata e maneggiata con prudenza, non chiude il percorso, ma orienta il lavoro, evitando sia minimizzazioni rassicuranti sia interventi impropriamente normalizzanti. Il disturbo borderline in adolescenza rappresenta una sfida centrale per la clinica contemporanea. È un punto in cui il rischio è elevato, ma in cui è ancora possibile intervenire prima che le modalità di funzionamento si irrigidiscano definitivamente. Il compito del lavoro clinico non è quello di anticipare un destino, ma di offrire al soggetto le condizioni perché ciò che oggi appare come instabilità distruttiva possa, nel tempo, trasformarsi in una forma di organizzazione psichica più vivibile.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/2

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Le priorità dei genitori non sono le stesse priorità degli adolescenti. Può sembrare del tutto ovvio, ma proviamo a ripensarci. Per preadolescenti e adolescenti, la stanza in disordine cronico, i vestiti buttati per terra, le cose dimenticate, non sono affatto importanti: sono materie di cui si occupano i genitori. Le loro priorità sono il compito di matematica, pubblicare una storia su Instagram, costruirsi un’identità, innamorarsi di qualcuno, accettare la propria immagine che cambia; insomma, una stanza ordinata o rispettare gli orari alla lettera non rientra nella loro sfera di attenzione. Stanno lottando per crescere, sono in mezzo a una vera tempesta, in cui gli interlocutori privilegiati non sono più i genitori: per l’adolescente il gruppo dei pari, amici e nemici della stessa età, è il terreno di azione, scontro, realizzazione o delusione. È il suo mondo di riferimento, dove deve sperimentarsi per trovare un posto e riconoscere sé stesso. È compito dei genitori insegnare ai figli la responsabilità. È fondamentale mantenersi fermi su alcuni punti importanti, senza deroghe, ma occorre ammorbidirsi su aspetti meno fondamentali. Assillare, dirigere, gridare e imporre rischia infatti di essere una strategia fallimentare e frustrante. Invece, partire da loro aiuta. Ricordare quali sono le loro priorità, e dar loro spazio, permette di ottenere rispetto e collaborazione in cambio: è una formidabile via di accesso a una convivenza rispettosa e fruttuosa per tutta la famiglia. Gli adolescenti hanno bisogno di sperimentare la propria indipendenza dai genitori. Per questo è importante prendere distanza dai successi e dai fallimenti dei ragazzi. Un brutto voto a scuola di una figlia o di un figlio è sentito spesso come una faccenda personale. Questo non aiuta i ragazzi a sentirsi titolari dei propri successi e fallimenti. In qualche modo, con l’intenzione opposta di responsabilizzarli, gli si toglie responsabilità e motivazione. Lasciarli fallire, facendogli capire che si può fare meglio con l’impegno, ma che un fallimento non è la fine del mondo né un tradimento della fiducia dei genitori (altro argomento che noi adulti utilizziamo in modo troppo disinvolto) è un messaggio fondamentale. “Mi dispiace molto che ti sia andato male il compito di chimica. Se vuoi ripassare con me, dimmelo”. Altro mito da sfatare: l’idea che gli adolescenti non vogliano avere a che fare con i genitori. Durante il passaggio dall’infanzia all’età adulta hanno ancora bisogno di una guida sicura, di un navigatore al loro fianco. Una cosa che funziona è essere disponibili a dare indicazioni, quando lo richiedono, e non dare troppi suggerimenti, quando non richiesti. Questo aiuta gli adolescenti a sperimentare maggiore autonomia e, paradossalmente ma molto utilmente, ad aumentare le richieste di consiglio ai genitori quando ne hanno bisogno. La presenza di adulti che si fidano di loro, li consigliano e stanno a distanza senza sentirsi esclusi è fondamentale per la loro tranquillità. RIassumendo: mai ritirarsi completamente dalla relazione, anche quando il loro atteggiamento può essere offensivo. Lasciate loro uno spiraglio e cogliete le aperture, magari alla sera quando vanno a dormire o nei momenti in cui sono in difficoltà. Offrite una possibilità di accesso a voi, anche se avete avuto una discussione forte. Ogni riconnessione con voi diventa un pezzo fondamentale per la loro storia di adulti in divenire. Chiudiamo con un esercizio. Prendetevi cinque minuti per rispondere a queste domande. Non più di cinque. Eccole: “Cosa mi feriva di più degli atteggiamenti dei genitori? Cosa mi feriva di più nella mia piccola sfera sociale in costruzione? Quale amica o amico mi ha abbandonato? Chi e con quali parole mi ha dato un consiglio o un aiuto quando mi sentivo male?”. Se vi sembra di pensare a secoli fa, è del tutto naturale. Ogni crescita è una discontinuità, anche se manteniamo elementi del nostro sé passato. Eravamo adolescenti, ora siamo adulti: siamo un’altra persona. E lo saranno presto anche i vostri adolescenti. Più gli date un appoggio, più li rendete titolari delle proprie scelte, più li affiancate quando sono in difficoltà, più gli sarà facile crescere. E tornare da giovani adulti, più rilassati e rilassanti, nella vostra vita di genitori.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/1

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Suggerimento 1. L’insostenibile leggerezza di un “boh” vi accoglie a ogni domanda, possibilmente dietro una porta sbarrata, come se la sua camera da letto fosse un baluardo da difendere a tutti i costi? Siete sottoposti a sbuffate infastidite, silenzi impenetrabili o reazioni esagerate e incomprensibili? Un adolescente in casa è un momento di trasformazione non solo per il teen-ager che abita sotto il vostro tetto, ma per voi e per l’intera famiglia. Spesso i genitori si trovano impreparati di fronte a figli molto diversi da com’erano solo qualche mese prima. Cos’è giusto fare, allora? Ogni situazione ha una risposta unica, a seconda delle caratteristiche di personalità dei membri della famiglia e dello stile familiare; ogni adolescenza è un mondo – e ha un modo – inesplorato e nuovo; ma ecco qualche idea di sopravvivenza per madri e padri attenti, che può migliorare il rapporto e fare bene a tutti, ragazzi e genitori, in questo percorso accidentato verso l’età più difficile del mondo: quella adulta. Troverete, nei prossimi interventi in questa sede, alcune strategie utili (e praticabili!), in una miniserie estiva, da consultare in tutte le stagioni nei momenti di maggiore sconforto: davanti a camere indecenti, disordine di tempi e ritardi di azione, silenzi e umori scostanti. Per agire tempestivamente e ottenere qualche risultato concreto. Suggerimento numero 1: non ostacolare l’autonomia. In un periodo in cui crescono naturalmente sia le responsabilità sia i privilegi legati alla maggiore possibilità di movimento dell’adolescente, le più feroci lotte di potere nascono sui temi dell’autonomia. Indizio importante: ogni braccio di ferro si fa in due. Se vi ricordate di togliere il braccio, riuscirete a evitarlo. Invece di stringere la presa, rispettate il bisogno di autonomia di vostra figlia, o figlio, e lasciatela più libera, man mano che cresce. È fondamentale offrire ai vostri preadolescenti e adolescenti diverse opportunità di avere maggiori responsabilità e lasciare che mettano in pratica le loro capacità decisionali. Ad esempio, incoraggiarli a decidere le attività doposcuola cui partecipare; quale cena vorrebbero aiutare a cucinare, una volta a settimana; quando e come vorrebbe completare i compiti ogni sera. Quando date potere ai nostri figli con scelte appropriate all’età, offrite loro un forte senso di fiducia. Occorre spiegare loro in modo chiaro il tipo di comportamento che vi aspettate e cosa succederà se decidono di mettere alla prova i vostri limiti. Pacatamente, ma fermamente. Applicando quanto avete concordato senza battaglie da parte vostra. Più riescono, tuttavia, a mantenere i patti, più margine di manovra potete offrire. Quando sentono di poter esercitare maggiore controllo sulla propria vita, gli adolescenti si sentiranno meglio con sé stessi e con voi e vedrete crescere la loro fiducia e indipendenza. Nelle prossime settimane, in questo blog troverete altri spunti su argomenti specifici. Intanto, introducete oggi una piccola modifica nel vostro comportamento con il vostro (temibile) adolescente e prendetevi una pausa dal braccio di ferro: sarà un momento di riposo e un vantaggio di crescita per tutti.
Adolescenti tra pressione, responsabilità e paura di sbagliare

«Devo prendere un bel voto.»«Devo allenarmi di più.»«Devo organizzarmi meglio.»«Non posso perdere tempo.» Molti adolescenti crescono accompagnati da una lunga lista di doveri. Alcuni riescono a sostenerla, altri sembrano rinunciare e disinvestire. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso: perdere il contatto con ciò che desiderano davvero. Negli ultimi anni si è parlato molto della pressione scolastica e delle aspettative elevate che gravano sui ragazzi. Tuttavia, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa non riguarda soltanto la scuola. Può estendersi allo sport, alle amicizie, alle attività extrascolastiche e perfino al tempo libero. Ogni esperienza rischia di trasformarsi in una prova da superare. Tra iper-responsabilità e deresponsabilizzazione Nella pratica clinica si osservano spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Da una parte ci sono ragazzi estremamente responsabili, attenti alle prestazioni e preoccupati di non deludere le aspettative. Faticano a concedersi pause, vivono l’errore come un fallimento e tendono a valutare il proprio valore personale attraverso i risultati ottenuti. Dall’altra troviamo adolescenti che sembrano disinteressati, poco motivati e poco coinvolti negli impegni quotidiani. Sebbene questi profili appaiano molto diversi, talvolta condividono la stessa difficoltà: il rapporto con la pressione e con il timore di non essere all’altezza. Quando ogni attività viene vissuta come una verifica, alcuni ragazzi cercano di controllare tutto. Altri, invece, smettono di provarci. Il diritto di fare qualcosa senza uno scopo L’adolescenza non è soltanto il periodo delle responsabilità crescenti. È anche una fase di esplorazione. Per capire chi si è e chi si vuole diventare, occorre poter sperimentare attività nuove, interessi, passioni e relazioni senza che tutto venga immediatamente valutato in termini di successo o fallimento. Molti ragazzi, però, sembrano aver interiorizzato l’idea che ogni esperienza debba produrre un risultato. Anche ciò che nasce come piacere rischia di trasformarsi in prestazione. In queste condizioni diventa difficile ascoltare la curiosità, il desiderio e la soddisfazione personale. Ci si concentra sul traguardo, perdendo di vista il percorso. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno il compito di trasmettere il senso della responsabilità, ma anche quello di aiutare gli adolescenti a costruire un rapporto equilibrato con le aspettative. Responsabilizzare non significa chiedere risultati continui. Significa accompagnare i ragazzi a confrontarsi con gli impegni senza far coincidere il loro valore con le loro prestazioni. Allo stesso modo, proteggere non significa eliminare ogni richiesta o ogni frustrazione. La crescita passa anche attraverso il confronto con i limiti e con la possibilità di sbagliare. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e richiesta, tra libertà e responsabilità. Crescere non è solo riuscire In una società sempre più orientata alla performance, il rischio è che gli adolescenti imparino molto presto a raggiungere obiettivi, ma facciano più fatica a riconoscere ciò che li appassiona davvero. Crescere non significa soltanto diventare più efficienti o più produttivi. Significa anche poter esplorare, sbagliare, cambiare idea e scoprire gradualmente ciò che dà significato alla propria esperienza. Perché non tutto ciò che conta può essere misurato da un voto, una medaglia o un risultato. Bibliografia
Adolescenti tra le onde del cambiamento

Il viaggio degli adolescenti comincia navigando le onde del cambiamento. Si tratta di un viaggio caratterizzato da modifiche fisiche, emotive, cognitive e sociali. Inoltre, la capacità di navigare con successo le onde del cambiamento diventa fondamentale per la crescita e lo sviluppo sano degli adolescenti. Per l’adolescente diventa importante conoscere i propri punti forti e i propri punti di debolezza, passi necessari per il benessere psicologico e la crescita personale.