Quando il giudizio degli altri diventa troppo importante: il fenomeno dell’ansia sociale

di Loredana Luise Negli ultimi tempi incontro sempre più spesso ragazzi o ragazze che mi raccontano di provare una forte ansia, soprattutto in situazioni nelle quali devono riuscire a dimostrare il loro valore agli altri, come nelle interrogazioni a scuola e nelle gare sportive. Lavorando negli sportelli d’ascolto a scuola mi capita d’imbattermi in ragazzi dagli 11 anni in su, che mi riferiscono di sentirsi minacciati da quello che gli altri possono pensare, e non necessariamente dagli adulti, quanto piuttosto dai loro coetanei. E’ una vera e propria necessità di evitare figuracce, o situazioni imbarazzanti, che possano metterli in cattiva luce rispetto al gruppo, del quale ricercano continuamente l’approvazione. Spesso sono ragazzi timidi e taciturni che osservano in silenzio le dinamiche del gruppo, ma a volte sono anche soggetti ben inseriti che invece si sentono sempre sotto giudizio dei loro coetanei. Mi capita di ricevere richieste di consulenza da parte di genitori preoccupati dei loro figli che manifestano questo tipo di disagio emotivo, e altre volte da parte di insegnanti che si trovano a gestire situazioni piuttosto difficili e particolari nel contesto classe. La pandemia ha peggiorato la situazione L’ansia sociale è un fenomeno conosciuto e studiato lungamente, ma probabilmente, le situazioni di isolamento degli ultimi due anni, legate alla situazione pandemica, hanno notevolmente esacerbato questa sintomatologia. La mia sensazione è che chi probabilmente già prima della pandemia in qualche modo provava molta apprensione per i contesti di prestanza, avendo sperimentato per lungo tempo l’isolamento, ed evitato situazioni di gruppo o semplicemente di confronto, sia ancora più disabituato a dimostrare agli altri quanto valga veramente. Limite tra timidezza e ansia sociale I ragazzi timidi e riservati sono sempre esistiti, noi tutti abbiamo avuto un compagno talmente timido dall’averne sentito a malapena la voce, ma il limite tra timidezza ed evitamento per ansia sociale è molto sottile. Molti soggetti timidi riescono comunque a essere prestanti e a  vivere il loro stato di riservatezza come una caratteristica personale anche apprezzata o apprezzabile, altri invece, lottano con la paura di confrontarsi al punto da isolarsi. La riduzione delle esperienze sociali e delle situazioni di confronto pubblico ha sicuramente fornito invece esperienze piacevoli di isolamento che hanno rafforzato la strategia di evitamento dei contesti pubblici di confronto. Il fenomeno dell’isolamento sociale da parte di ragazzi, giovani adulti e anche adulti è oramai una realtà in crescendo e va di pari passi con l’iperconnessione ad internet e il progressivo estraniamento da contesti di vita concreta. Anche chi da lungo tempo lavora in smartworking, ed ha da sempre delle caratteristiche di personalità tendenti all’individualità, sicuramente predilige la situazione che vive evitando i contesti di confronti che sono da sempre fonte di ansia, con il rischio di non riuscire più a gestire però un futuro rientro in un contesto sociale. Quali sono i vissuti di chi vive questo stato emotivo I ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto o che vengono con le famiglie in consulenza privata riportano spesso come sintomi anticipatori stati di tachicardia, iperventilazione, difficoltà a deglutire o problemi gastrointestinali. Gli effetti sull’evento specifico invece sono l’impossibilità o la difficoltà a parlare, l’annebbiamento, l’amnesia momentanea o lo stato confusionale generalizzato. Tra gli adulti che nel tempo hanno imparato a riconoscere i sintomi mi raccontano di utilizzare varie strategie di evitamento che spesso però si correlano con sintomi fisici precisi dei quali sanno fare dettagliatamente il resoconto. A conferma di uno studio  condotto da Beck e Emery la modalità che utilizzano questi soggetti per valutare le situazioni a rischio ha un doppio codice. Quando sono lontani dallo stimolo fonte d’ansia, hanno una valutazione completamente razionale mentre appena si avvicinano alla situazione ansiogena utilizzano un codice del tutto irrazionale che non consente loro di affrontarla in modo adeguato, per lo meno emotivamente. Molti di loro riescono anche a essere comunque produttivi e precisi ma lo sforzo per raggiungere tale perfezione va notevolmente a discapito di un minimo equilibrio emotivo e lontanissimo dalla possibilità di poter godere del risultato. Altri invece sono in tale difficoltà che pregiudicano notevolmente il risultato inanellando una serie d’insuccessi l’uno sull’altro che minano completamente la loro autostima. Ma qual è l’origine di questo estremo bisogno di approvazione altrui? L’ansia sociale è un vero e proprio disturbo multifattoriale e per tale motivo si presume che possa originare da fattori genetici, da fattori ambientali e educativi o in alcuni causi da eventi traumatici. Molti studi confermano il fatto che crescere con un genitore che ha un vissuto simile, con molta probabilità comporterà l’insorgere di questa sintomatologia: l’ipervigilanza, l’atteggiamento fobico controllante o le eccessive aspettative di risultati e successi come modalità educativa dei genitori sono altri fattori predisponenti. L’autostima è sicuramente il valore chiamato in causa principalmente in questi contesti esperenziali. Un soggetto che non ha un’adeguata autostima, che vive da sempre grandi insicurezze rispetto le sue capacità e potenzialità, sicuramente teme molto di più il giudizio degli altri rispetto a chi è riuscito ad accrescere la propria autostima e il proprio valore personale. Quindi le modalità di attacamento con i genitori o le figure di accudimento, una tendenza educativa giudicante e molto attenta alle apparenze e all’immagine pubblica possono sicuramente influire sull’insorgenza di questi vissuti emotivi. Quando si trasforma in un vero e proprio disturbo Sappiamo che è impossibile prescindere completamente dal giudizio degli altri. In una società in cui la ricerca del LIKE sui social e della continua approvazione di massa, il rischio che si corre è che si perda di vista l’importante processo di autodeterminazione e di valore personale che sono necessari alla formazione dell’autostima. Se già da bambini si inizia a vivere i contesti sociali in questo modo, la vita diventa veramente faticosa, ed in effetti molti studi dimostrano come sia logorante per il fisico e per la mente mantenere costanti questi alti livelli d’ansia e di connessa ipervigilanza. Riconoscere quanto prima in modo razionale la possibilità di incorrere in un vero e proprio disturbo è il primo passo, affrontare un preciso percorso per gestire la sintomatologia e lavorare sui pregressi

Quando il bambino si “comporta male”. Alcune questioni sulla diagnosi differenziale in età evolutiva

di Francesca Dicè Spesso, agli ambulatori di Neuropsichiatria si rivolgono genitori che lamentano, esasperati, il continuo ricorso, da parte dei loro bambini, a comportamenti litigiosi e provocatori, poco adatti ai contesti sociali, intolleranti alle frustrazioni, al punto da necessitare di un aiuto per la loro gestione. Il primo passaggio necessario è quel lo di operare per un’opportuna ed approfondita diagnosi differenziale, esplorando inizialmente con i genitori la natura di questi “comportamenti disadattivi”, la loro insorgenza e soprattutto l’eventuale associazione con determinati ambienti o situazioni. È poi opportuno, attraverso il ricorso a specifici strumenti quali colloqui, l’osservazione e test diagnostici, distinguere fra diversi quadri clinici presentati dal DSM. I principali sono: Il Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività (ADHD), un disturbo del neurosviluppo (ovvero una condizione in cui il funzionamento personale, sociale e scolastico del bambino è compromesso) (Gruppo Studi Cognitivi, SINPIA, 2022). L’ADHD è definito dal DSM come “uno stato persistente di disattenzione, iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo” (Epicentro ISS). Il Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente (DMDD), un disturbo dell’umore (ovvero una grave alterazione del tono dell’umore) (Ospedale Maria Luigia, 2022). Il DMDD è definito dal DSM come caratterizzato da “un umore persistentemente arrabbiato o irritabile con importanti esplosioni di rabbia sproporzionate rispetto alla situazione vissuta” (Ospedale Maria Luigia, 2022). Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), un disturbo del comportamento (ovvero l’assunzione di condotte disfunzionali quali ad esempio aggressività, tendenza alla sfida, violazione delle regole ed atteggiamenti socialmente inappropriati (Istituto Beck b). Il DOP è definito dal DSM come “caratterizzato da livelli di rabbia continua ed evolutivamente inadeguata, irascibilità, provocatorietà ed oppositività, menomazione nel funzionamento personale e sociale” (APC). Il Disturbo Esplosivo Intermittente (DEI), un altro disturbo del comportamento. Il DEI è definito dal DSM come caratterizzato da “un’impossibilità a controllare le emozioni da reazioni di rabbia del tutto spropositate alle provocazioni e ad altri fattori stressanti” (Sanità Informazione, 2021). Il Disturbo della Condotta (DC), un terzo disturbo del comportamento. Il DC è definito dal DSM come “la tendenza a violare, in maniera ripetitiva e persistente, le regole imposte dalla società e i diritti degli altri” (Istituto Beck a). La diagnosi può essere agevolata dal ricorso a test diagnostici proiettivi tematici, come il Children’s Apperception Test (CAT) o il Thematic Apperception Test (TAT), ed a questionari o interviste rivolte alla famiglia come la Child Behavior Check List (CBCL), le Vineland Adaptive Behavior Scales II (VABS) e le Conners Rating Scales 3; spesso può essere d’aiuto anche un test di livello come le Coloured Progressive Matrices (CPM) o la Wechsler Intelligence Scale for Children – Fourth Edition (WISC-IV). Per il loro trattamento, inoltre, è spesso suggerito il ricorso a trattamenti riabilitativi quali la psicoterapia e la psicomotricità, allo scopo di modificare i comportamenti disadattivi e di promuovere i processi di consapevolezza e regolazione emozionale (SINPIA 2002). Può rivelarsi fondamentale anche la psicoterapia familiare, per supportare i genitori nelle difficoltà del loro compito psicoeducativo. Bibliografia. APC. Disturbo Oppositivo Provocatorio. Retrieved from https://bit.ly/3yJIUxO Epicentro ISS. Sindrome da deficit di attenzione. Retrieved from https:// bit.ly/3nKt2os Gruppo Studi Cognitivi. ADHD Disturbo da deficit di attenzione iperattività. Retrieved from https://bit.ly/3RaU5XJ Istituto A.T. Beck (a). Disturbo della condotta – Bullismo – Aggressività. Retrieved from https://bit.ly/3Rf3eOT Istituto A.T. Beck (b). I disturbi del comportamento. Retrieved from https:// bit.ly/3AmqrZE Ospedale Maria Luigia (2022). Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente. Retrieved from https:// bit.ly/3ae6gSW Sanità Informazione (2021). Il disturbo esplosivo intermittente: come controllare la rabbia. Retrieved from https://bit.ly/3bQtoHs Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) (2002). Linee guida del trattamento cognitivo comportamentale dei Disturbi da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD). Retrieved from https:// bit.ly/3bKtEYB

Quando crescere significa anche imparare a separarsi

Ci sono persone che vivono ogni distanza come una minaccia. Una telefonata senza risposta, il partner che si allontana per lavoro, i figli che diventano più autonomi, persino il semplice trascorrere del tempo da soli possono generare un’angoscia intensa e difficile da controllare.Quando pensiamo all’ansia da separazione immaginiamo spesso un bambino che piange all’ingresso della scuola o che fatica ad addormentarsi lontano dai genitori. Eppure, la paura del distacco può accompagnare la persona anche nell’età adulta.L’ansia da separazione dell’adulto non coincide con il desiderio di stare vicino alle persone amate. Difatti, tutti abbiamo bisogno di legami significativi. Ciò che caratterizza questa condizione è l’intensità della sofferenza legata alla possibilità di perdere l’altro o di esserne lontani.Chi ne soffre può sperimentare preoccupazioni persistenti che qualcosa di grave possa accadere alle persone care, difficoltà a restare da solo, bisogno continuo di rassicurazioni, evitamento di situazioni che comportano una separazione o un profondo disagio quando questa diventa inevitabile. Da dove nasce questa paura? Non esiste una risposta unica. Le nostre modalità di stare nelle relazioni si costruiscono nel tempo, all’interno delle esperienze vissute con le figure di riferimento. Se il bambino cresce in un contesto in cui la separazione viene vissuta come pericolosa, dolorosa o accompagnata da forti vissuti di ansia, può interiorizzare l’idea che l’amore e la vicinanza siano condizioni indispensabili per sentirsi al sicuro. Talvolta il messaggio implicito diventa: “Se ti allontani, qualcosa di brutto potrebbe accadere” oppure “Se pensi a te stesso, farai soffrire chi ami.” In questi casi, il processo naturale di differenziazione, quel percorso che porta il bambino a diventare gradualmente una persona autonoma, può risultare più complesso. L’autonomia rischia di essere vissuta come una minaccia al legame affettivo.Da una prospettiva sistemico-relazionale, il sintomo assume un significato che va oltre la sofferenza individuale. La paura della separazione può rappresentare il tentativo di preservare un equilibrio familiare, di mantenere la vicinanza emotiva o di rispondere a bisogni relazionali profondi che hanno trovato espressione attraverso l’ansia.Questo non significa attribuire colpe ai genitori o alla famiglia. Significa, piuttosto, riconoscere che ciascuno di noi impara a stare nel mondo attraverso le relazioni che lo hanno accompagnato nella crescita.La buona notizia è che questi modelli non sono immutabili.Nel percorso terapeutico, la persona può iniziare a interrogarsi sul significato delle proprie paure, a riconoscere i vissuti di colpa legati ai movimenti di autonomia e a sperimentare nuove modalità di stare nelle relazioni.Perché separarsi non significa smettere di amare. Significa poter riconoscere i propri confini senza perdere il legame con l’altro. Significa scoprire che la vicinanza autentica non nasce dalla fusione, ma dall’incontro tra due persone capaci di restare se stesse.Forse il compito più delicato della crescita è proprio questo: imparare che possiamo allontanarci senza abbandonare e restare vicini senza rinunciare a chi siamo. Formare un nuovo nucleo senza perdere le proprie radici Particolarmente significativi sono quei passaggi evolutivi che richiedono una ridefinizione delle appartenenze, come l’inizio di una convivenza o il matrimonio. Formare una nuova coppia significa, infatti, compiere un movimento di separazione dalla famiglia d’origine per investire nella costruzione di un nuovo sistema relazionale. Questo processo, pur essendo naturale, può riattivare paure profonde in chi ha vissuto il distacco come qualcosa di minaccioso o accompagnato da sensi di colpa. Non è raro che proprio in queste fasi emergano ansia intensa, dubbi persistenti, timori legati alla salute o alla sicurezza dei propri familiari, oppure la sensazione di “stare abbandonando” chi si lascia alle spalle. Il cambiamento richiesto non riguarda soltanto il piano pratico, ma coinvolge aspetti identitari e relazionali: diventare partner, costruire una nuova famiglia, ridefinire il proprio posto nel sistema di appartenenza. In una prospettiva sistemico-relazionale, tali difficoltà possono essere lette come l’espressione della fatica a conciliare due bisogni altrettanto fondamentali: il bisogno di appartenenza e quello di autonomia. La sfida non consiste nello scegliere l’uno a discapito dell’altro, ma nel trovare un equilibrio che permetta di restare emotivamente connessi alle proprie radici senza rinunciare alla possibilità di costruire nuovi legami e nuovi progetti di vita. Dal punto di vista clinico, il matrimonio o la convivenza possono essere considerati dei veri e propri “riti di passaggio”: richiedono un nuovo assetto delle lealtà familiari e una maggiore differenziazione del Sé.

Quali sono i vantaggi del social dreaming?

Con il termine “social dreaming” si indica il “sogno sociale”. Cosa vuol dire “sogno sociale”? Un sogno che è condiviso con gli altri e che forse può aiutare anche gli altri. Il social dreaming può favorire l’interazione tra le persone, facendo emergere alcuni lati della nostra personalità. Il sogno è un processo mentale che avviene quando dormiamo. Nel sogno noi viviamo storie, percepiamo immagini, avvertiamo sensazioni, incontriamo persone, animali, visitiamo luoghi e ambienti vari. Tutto vissuto con un’esperienza diretta. L’esperienza diretta è vita anche se fatta durante il sogno. Proprio perché esperienza, siamo costretti a subirla. Il grande pittore post-impressionista Van Gogh affermava: “Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni.” Perché questo? La risposta è semplice: nel sogno noi apprendiamo conoscenze, rituali, parole che incidono in maniera significativa sul nostro modo di agire. Social dreaming come modo di pensare Il “social dreaming” è una tecnica di lavoro con il gruppo. Rappresenta un modo di pensare ed è stato “scoperto” da Gordon Lawrence intorno agli anni ’80. Il “social dreaming”, in sintesi, è una pratica di condivisione dei sogni all’interno di uno spazio sociale. Durante il social dreaming la persona tracciare verbalmente il sogno; evidenziare i tratti salienti del sogni; dare risalto al ruolo di se stesso nel sogno. Qualora si decidesse di potenziare l’attività immaginativa, è necessario avere sia una visione condivisa del sogno, sia degli obiettivi di crescita personale. Durante il social dreaming la mente elabora pensieri e vive emozioni, intravede nuove strade e nuovi sentieri. Si sforza anche di compiere nuove azioni e di vivere nuove situazioni, che svolgono un ruolo di ricostruzione cognitiva ed emotiva del sogno stesso. Il sogno sociale è utile per pianificare, organizzare, coordinare e controllare anche le proprie azioni. Il sogno sociale ci rassicura anche perchè ci permette di fare previsioni. Grazie all’immaginazione si può diventare capace di assumere il controllo del proprio pensiero. Qualora si decidesse di potenziare l’attività immaginativa è necessario avere sia una visione condivisa del sogno, sia degli obiettivi di crescita personale. In generale, il “sogno sociale” spesso riflette le aspirazioni e le visioni di un benessere collettivo. Cominciare a sognare significa che la nostra mente non avrà frontiere.

Quale relazione tra social media e sintomi di dismorfismo corporeo nei giovani?

L’uso dei social media è molto diffuso tra i giovani e diverse ricerche suggeriscono un’associazione con problematiche di salute mentale, inclusa una negativa percezione della propria immagine corporea. Tuttavia, la potenziale relazione tra uso dei social media e, nello specifico, il disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) ha ricevuto ancora poca attenzione. Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) Il Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) identifica una condizione in cui una persona mostra preoccupazione per un proprio difetto fisico che può essere presunto o reale, in quest’ultimo caso l’importanza data al difetto è di gran lunga eccessiva. È caratterizzato da una preoccupazione persistente per i difetti percepiti nell’aspetto fisico che sono inosservabili o appaiono lievi agli altri. Questa preoccupazione porta a un significativo deterioramento della vita quotidiana, a una ridotta qualità della vita e a tassi sorprendentemente elevati di tentativi di suicidio. Il BDD emerge tipicamente durante l’adolescenza e la sua eziologia è radicata sia in fattori genetici che ambientali. Tuttavia, attualmente si sa poco sui fattori ambientali specifici che contribuiscono allo sviluppo e/o al mantenimento dei sintomi di dismorfismo corporeo. I social media sono un fattore ambientale proposto come fattore di rischio, contribuendo potenzialmente anche ad un aumento della prevalenza del BDD tra i giovani. Il ruolo dei social media Le piattaforme di social media fanno molto affidamento su contenuti basati sulle immagini, molte delle quali sono altamente curate e/o modificate. Questo contenuto alimenta l’interiorizzazione di standard di bellezza irraggiungibili e l’enfasi posta sulla valutazione sociale legata all’apparenza che di conseguenza aumenta l’insoddisfazione per il proprio aspetto. Inoltre, i social media forniscono un contenitore costante per il confronto sociale basato sull’apparenza e influiscono sull’auto-oggettivazione, entrambe componenti chiave nei disturbi dell’immagine corporea come il BDD. La ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) Ad oggi, sono ancora pochi gli studi che esplorano la relazione tra uso dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Tali studi evidenziano l’importanza di esaminare le sfumature dell’utilizzo dei social media in relazione ai sintomi di dismorfismo corporeo, compreso il tipo di social media utilizzato (basato su immagini o testo), le motivazioni dietro al loro utilizzo e se la persona interagisce in maniera attiva o passiva sui social media. In questa scia si inserisce la ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) che ha avuto come obiettivo quello di esaminare l’associazioni tra i tre aspetti dell’utilizzo dei social media (frequenza di piattaforme basate su immagini, motivazione e utilizzo attivo o passivo) e i sintomi di dismorfismo corporeo, in un campione non clinico di 209 giovani tra i 16 e i 18 anni. Inoltre, questo studio mirava anche ad esplorare il ruolo del perfezionismo nell’associazione tra frequenza d’uso dei social e sintomi di dismorfismo corporeo. I risultati della ricerca I risultati, acquisiti tramite un survey online, hanno mostrato come una maggiore frequenza di utilizzo dei social media era associata a sintomi di dismorfismo corporeo self-reported più elevati. Da notare che questa associazione era specifica per le piattaforme di social media che sono altamente basate sulle immagini (come Instagram e TikTok), in contrapposizione alle piattaforme basate su testo (come Twitter). La motivazione basata sull’apparenza per l’utilizzo dei social media era l’unica motivazione associata in modo univoco ai sintomi di dismorfismo corporeo. Il perfezionismo può amplificare la relazione tra utilizzo dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Nel presente studio, inoltre, l’utilizzo dei social media in modo passivo (guardare i contenuti degli altri ma non pubblicare contenuti) era significativamente associata ai sintomi di dismorfismo corporeo, sebbene questa relazione risulta non significativa quando si inseriscono le variabili di età e sesso. Ciò potrebbe implicare che il modo in cui un individuo interagisce con i social media è meno rilevante per quanto riguarda i sintomi di dismorfismo corporeo rispetto alle motivazioni per il loro utilizzo, al tipo di materiale a cui è esposto (materiale basato su immagini) e per quanto tempo. In conclusione I risultati di questo studio mostrano come l’utilizzo dei social media e i sintomi di dismorfismo corporeo siano collegati. È ipotizzabile, inoltre, che esista una relazione bidirezionale tra queste variabili: un utilizzo dei social media basato sull’apparenza e motivato dall’apparenza aumenta l’esposizione a ideali estetici irraggiungibili e di conseguenza ha un impatto negativo sui sintomi di dismorfismo corporeo. Allo stesso tempo, quelli con sintomi più elevati e un maggiore aspetto di perfezionismo hanno maggiori probabilità di impegnarsi in un utilizzo dei social media legato all’aspetto, ad esempio facendo confronti sociali verso l’alto e cercando rassicurazioni sul proprio aspetto. Pertanto, si forma un ciclo che si autoalimenta in cui sia i sintomi di dismorfismo corporeo che l’utilizzo dei social media diventano più radicati. Questa è solo una delle variabili che potenzialmente influenzano i sintomi di dismorfismo corporeo, ma è fondamentale tenerne conto, così da poter identificate misure protettive nei confronti dei giovani, come formare ad un uso più consapevole delle piattaforme e trovare ragioni alternative per l’utilizzo dei social media che non siano focalizzate esclusivamente sull’apparenza e sull’apparire. Fonte Gupta M, Jassi A and Krebs G (2023). The association between social media use and body dysmorphic symptoms in young people. Front. Psychol. 14:1231801. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1231801

Quale relazione tra disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa?

L’insicurezza lavorativa è un indicatore di lavoro precario che si riferisce alla paura di perdere il proprio posto di lavoro. La precarietà lavorativa è un processo soggettivo, involontario e incontrollabile che anticipa la perdita di una situazione lavorativa che si desidera mantenere. È una rilevante fonte di stress, con conseguenze negative sulla salute mentale delle persone. Nello specifico, sono stati osservati effetti sul benessere psicologico, sulla depressione, sull’ansia e anche in relazione all’ideazione suicidaria, nonché al benessere fisico. Disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa Diversi sono i fattori che influenzano l’insicurezza lavorativa. Oltre al contesto socioeconomico, si è osservato come anche la disuguaglianza di genere e, in generale, la situazione delle donne nel contesto sociale e culturale possa influire sull’insicurezza lavorativa. Esistono ampie prove empiriche che mostrano le discriminazione che le donne subiscono sul posto di lavoro [1], che si ripetono e aumentano nel corso degli anni. Ciò si traduce in fenomeni specifici come il divario retributivo di genere, la segregazione professionale, tassi più elevati di lavoro part-time e informale tra le donne, nonché un maggiore onere del lavoro di cura.  La disuguaglianza sociale tra uomini e donne si verifica in tutti gli ambiti della vita, ma è nel mondo del lavoro che è particolarmente evidente e preoccupante. In questo scenario, la precarietà del lavoro potrebbe essere un fenomeno che risente di questa disuguaglianza. La ricerca di Menéndez-Espina et al. (2020) Menéndez-Espina et al. (2020) hanno sviluppato uno studio con lo scopo di identificare come la disuguaglianza di genere e l’insicurezza lavorativa siano correlate. Per fare ciò, hanno sviluppato uno studio predittivo della precarietà del lavoro, suddiviso per genere, considerando le variabili sociodemografiche e lavorative come antecedenti. Il campione comprendeva 1.005 dipendenti (420 uomini e 585 donne) di età compresa tra 18 e 65 anni residenti in Spagna. La domanda posta dalla ricerca è: i fattori demografici e lavorativi legati all’insicurezza lavorativa hanno un effetto diverso su donne e uomini? Questa domanda si basa sulla posizione più debole che tipicamente occupano le donne nel mercato del lavoro, insieme ad altri fattori legati anche a una maggiore difficoltà di accesso al lavoro. Tale ricerca ha confrontato i risultati di uomini e donne per studiare l’influenza del contesto sociale e culturale sull’insicurezza lavorativa. In generale, è stato riscontrato che le differenze tra uomini e donne rispetto allo sviluppo dell’insicurezza lavorativa riflettono la disuguaglianza di genere sul lavoro. Le donne hanno mostrato un punteggio più alto nella precarietà lavorativa rispetto agli uomini. Inoltre, è stato confermato come il livello di insicurezza lavorativa aumenta nel caso in cui ci si trovi in una posizione lavorativa debole, come il lavoro informale, i contratti temporanei, il lavoro part-time e si abbia subito un taglio salariale nell’ultimo anno, ma in modo diverso negli uomini e nelle donne. I risultati relativi all’influenza dell’istruzione riflettono una realtà in evoluzione: mostrano come l’insicurezza lavorativa cresce anche ai livelli educativi e professionali più elevati nel campione maschile. La sua rilevanza nel gruppo degli uomini e non in quello delle donne potrebbe essere collegata alla loro tendenza a concentrarsi maggiormente sulla carriera professionale, mentre le donne sono costrette a dividere la propria attenzione tra lavoro e famiglia. Inoltre, questo è uno dei fattori che genera la segregazione occupazionale, in particolare il cosiddetto soffitto di cristallo. Si osserva che le variabili del successo e della carriera professionale (categoria lavorativa, reddito familiare), mantenute e riprodotte dai ruoli tradizionali, diventano più importanti negli uomini. Al contrario, le donne sono condizionate da un ambiente lavorativo altamente discriminatorio e segregante che spesso le sottopone a percentuali più elevate di povertà lavorativa, lavoro part-time, discriminazione, salari più bassi, ecc. Queste circostanze determinano le aspettative di entrambi i sessi, quindi anche l’insicurezza lavorativa percepita varia.  L’insicurezza lavorativa, quindi, colpisce entrambi i gruppi di genere, ma le condizioni in cui cresce questa percezione sono significativamente influenzate dalla disuguaglianza di genere. Tali risultati dimostrano come la reale uguaglianza sul lavoro non è ancora stata raggiunta. La vita delle donne è condizionata dalla loro duplice presenza in due tipi di lavori: sia nei lavori retribuiti che nel lavoro necessario alla cura e al mantenimento della famiglia. Continua ad esistere la necessità di un profondo cambiamento sociale riguardo ai ruoli di genere, che equipara le condizioni di uomini e donne sia nell’ambiente di lavoro che nei percorsi di vita. Nel frattempo, le misure di parità e di equilibrio di questi contesti di disuguaglianza aiutano a compiere ulteriori passi in quella direzione, come l’attuazione di politiche efficaci di uguaglianza, non discriminazione e conciliazione per entrambi i sessi. Si tratta di un fenomeno che deve essere affrontato con un approccio olistico che consideri sia il livello individuale (riparativo), sia quello sociale (organizzativo e contestuale). Fonti Menéndez-Espina S, Llosa JA, Agulló-Tomás E, Rodríguez-Suárez J, Sáiz-Villar R, Lasheras-Díez HF, De Witte H and Boada-Grau J (2020) The Influence of Gender Inequality in the Development of Job Insecurity: Differences Between Women and Men. Front. Public Health 8:526162. doi: 10.3389/fpubh.2020.526162 [1] Buonocore F, Russo M, Ferrara M. Work–family conflict and job insecurity: are workers from different generations experiencing true differences? Community Work Fam. (2015) 18:299–316. doi: 10.1080/13668803.2014.981504

Quale rapporto tra stress ed alimentazione?

Un contributo di Luca Basile sullo stretto rapporto tra stress ed alimentazione, come lo stress e la sintomatologia ad esso collegata altera gli ormoni leptina, grelina e adiponectina.