Una relazione di cura per due: narrazioni di terapia

Ho sempre pensato che la relazione di cura fosse tale, di fatto, per l’utente e solo indirettamente positivo per il professionista. Oggi invece mi sono sentita accarezzata in seduta: da psicologi, vi è mai capitato? È un momento di oscillazione nella terapia a cui sto assistendo in presenza del mio supervisore. I numerosi tentativi di invasione di campo da parte dei genitori di M., di 17 anni, portano alla continua necessità di rivendicare le caratteristiche del setting in un servizio, il Ser.d., poco complice e sensibilizzato alla necessità terapeutica. L’ultima grande invasione si è avuta quando ricevo una chiamata da parte del responsabile, pochi minuti prima del nostro incontro settimanale, che mi informa del desiderio, da parte di M., di continuare il percorso senza di me. Dopo che M. spiegherà prontamente di non essere al corrente di quanto accaduto, torno in seduta. Inutile dire quanto questo evento sia andato a scontrarsi con il mio vissuto di profonda inadeguatezza, con il quale combatto a denti stretti per riappropriarmi del piccolo spazio esterno occupato dalla mia presenza. Per questo motivo, il mio ritorno è stato difficile e complesso. La relazione è in stallo, l’imbarazzo e il timore del giudizio sono difficili da gestire per entrambe, e troppo ingombranti nella stanza. Il mio supervisore prende quindi le redini della situazione e io sento il bisogno di farmi da parte. Cerco di rendermi invisibile sulla sedia tentando, silente, di rendere sempre meno evidente la costellazione di insicurezze che ingombrano il campo e non mi permettono di essere presente al momento. M. comprende e rispetta il mio silenzio e, dopo qualche sguardo incuriosito, comincia la seduta con il mio supervisore. Più volte durante l’ora sento il suo sguardo posarsi su di me, timido ma dolce, come ad accertarsi che io sia ancora lì. Mi riscalda. Accetta il mio silenzio godendo dei miei assensi, dei cenni alle sue parole, due occhioni che mi comunicano <<ci sei anche tu, lo sto narrando anche a te>>. Pian piano, nei successivi incontri, comincio a riprendere la mia voce, una parola alla volta. Mi riapproprio degli esercizi di mindfulness a inizio seduta, dei collegamenti, delle verbalizzazioni dei movimenti di M., riprendo fiducia nei miei, inevitabilmente anche nostri, insight. È l’espressione viva e compiaciuta di M. che mi permette di aggiungere sempre qualcosa in più.   Mi sento più comoda sulla sedia, posso farmi più grande. Ritorno ad occupare il mio posto. Perché si, questo è anche il mio posto. Lavoriamo sul primo movimento di autonomia di M. da una madre fagocitante, nella difesa di un setting di cui io sono parte integrante. Oggi mi sento adeguata, sono parte del processo, in una relazione in cui evolviamo entrambe, una relazione di cura per due.

Una fedele compagna, La Sindrome di Tourette: da Tourette alla neurobiologia

di Roberto Ghiaccio Era il 2008 quando fui colpito da questo film. Era appena uscito, e mi mostrò, giovane masterizzando quel che avevo solo letto in poche righe in pochi manuali. Ispirato alla storia vera di Brad Cohen che, nonostante gli sia stata diagnosticata, in giovane etа, la sindrome di Tourette, è r i u s c i t o , c o n t r o o g n i pregiudizio, a coronare il suo s o g n o : d i v e n t a r e u n insegnante. Da bambino, Brad C o h e n s c o p r e g r a z i e all’interessamento della madre d i essere a f f e t t o d a l l a sindrome di Tourette. Deriso dai compagni di classe e mal tollerato da maestri e professori che lo reputarono elemento di disturbo durante lo svolgimento delle lezioni, Brad cominciò ad odiare il mondo della scuola fino all’incontro con un preside capace di fargli cambiare idea e approccio, tanto da far nascere in lui il desiderio di divenire un insegnante. Una volta adulto, non fu facile scontrarsi con l’ ottusità di coloro che lo rifiuteranno in ben ventiquattro differenti s c u o l e , n e g a n d o g l i l a possibilità di dimostrare le sue capacità di insegnamento. La sindrome di Tourette (TS) è u n c o m u n e d i s t u r b o neuropsichiatrico cronico caratterizzato dalla presenza d i t i c mo t o r i e f o n i c i fluttuanti. L’età tipica di esordio è di circa 5-7 anni e la maggior parte dei bambini migliora verso l a tarda adolescenza o la prima età adulta. Gli individui affetti sono maggiormente a rischio per lo sviluppo di varie condizioni di comorbilità, come disturbo o s s e s s i v o – c o m p u l s i v o , d i s t u r b o d a d e fi c i t d i attenzione e iperattività, p r o b l e m i s c o l a s t i c i , depressione e ansia. Non esiste una cura per i tic e la terapia sintomatica include approcci comportamentali e farmacologici. L’evidenza sostiene che la ST è una malattia ereditaria; tuttavia, l’anomalia genetica precisa rimane s c o n o s c i u t a . I l coinvolgimento patologico delle vie cortico-striatali-talamocorticali (CSTC) è s u p p o r t a t o d a s t u d i neurofisiologici, di imaging cerebrale e post mortem, ma i risultati sono spesso confusi da numeri ridotti, differenze di età, gravità dei sintomi, c o m o r b i d i t à , uso d e l l a farmacoterapia e altri fattori. La sede primaria dell’anomalia rimane controversa. Sebbene numerosi neurotrasmettitori partecipino alla trasmissione di messaggi at t raverso i circuiti CSTC, una disfunzione dopaminergica è considerata u n c a n d i d a t o principale. Nonostante la d e s c r i z i o n e d i q u e s t a sindrome alla fine del XIX secolo, rimangono numerose domande neurobiologiche senza risposta. La sede primaria dell’anomalia rimane c o n t r o v e r s a . S e b b e n e numerosi neurotrasmettitori partecipino alla trasmissione di messaggi at t raverso i circuiti CSTC, una disfunzione dopaminergica è considerata u n c a n d i d a t o principale. Diversi modelli animali sono stati utilizzati per studiare comportamenti simili ai t i c e per per segui re p o t e n z i a l i d e fi c i t fisiopatologici. L a S T è u n d i s t u r b o complesso con caratteristiche che si sovrappongono a una v a r i e t à d i c a m p i scientifici. Nonostante la d e s c r i z i o n e d i q u e s t a sindrome alla fine del XIX secolo, rimangono numerose domande neurobiologiche senza risposta. La sede primaria dell’anomalia rimane c o n t r o v e r s a . S e b b e n e numerosi neurotrasmettitori partecipino alla trasmissione di messaggi attraverso i circuiti CSTC, una disfunzione dopaminergica è considerata un candidato principale. Nonostante la descrizione di questa sindrome alla fine del XI X s e c o l o , r ima n g o n o n u m e r o s e d o m a n d e n e u r o b i o l o g i c h e senza risposta. Nel 1880, Georges Gilles de la Tourette pubblicò un articolo in due parti in cui enfatizzava le differenze tra tic e corea. Sebbene molte delle descrizioni del disturbo, che o r a p o r t a i l suo nome [sindrome di Tourette (TS)], siano state riviste, la sua convinzione che i tic siano un disturbo neurologico del m o v i m e n t o e n o n u n a condizione p s i c h i a t r i c a persiste fino ad oggi ( Goetz e Klawans, 1982). Tut t a v i a , n o n o s t a n t e i molteplici progressi e la diffusa accettazione del fatto che la ST sia un disturbo biologico, l ‘ e z i o l o g i a p r e c i s a e i meccanismi fisiopatologici s o t t o s t a n t i r i m a n

Un’intricata danza di pensieri. Quando l’overthinking ci intrappola in una nebbia di incertezza

di Nicoletta Del Monaco Quando la mente si immerge troppo profondamente nei d e t t a g l i , nelle p o s s i b i l i conseguenze e nei “e se”, analizzando ogni aspetto di una situazione o decisione, può diventare un ostacolo, generando, in questo modo, un sovraccarico cognitivo, compromettendo la chiarezza e la capacità di prendere decisioni ponderate. In questa intricata danza di pensieri, ci si trova spesso intrappolati in una nebbia di incertezza, conducendo l’individuo che se ne trova immerso, a una sorta di paralisi mentale.L’Overthinking, conosciuto come pensiero eccessivo, è un intricato labirinto mentale che spesso ci trascina in un vortice di riflessioni incessanti, preoccupazioni eccessive sul futuro o rimuginazioni sul passato. Questo fenomeno, se lasciato senza guida, può diventare un territorio complesso e difficile da esplorare, le cui origini sono spesso correlate a fattori come l’ansia, l’autostima e la paura del giudizio sociale. Daniel Kahneman, nel libro “Thinking, Fast and Slow” esplora come la mente elabori le informazioni, spiegando in che modo l’overthinking possa i n fl u e n z a r e l a p r e s a decisionale quotidiana ed offrendo una profonda analisi d e l l a m e n t e u m a n a , suddividendo, quest’ultima in due sistemi distinti: il Sistema 1 (pensiero intuitivo, rapido ed automatico) e il Sistema 2 (il pensiero analitico, più lento e deliberato). Kahneman esplora come questi sistemi interagiscano d u r a n t e i l p r o c e s s o decisionale quotidiano. In situazioni normali, il Sistema 1 si attiva automaticamente per risparmiare tempo ed energia, ma può portare a giudizi veloci e talvolta impulsivi. D’altro canto, il Sistema 2 richiede uno sforzo cosciente e può essere coinvolto quando si t r a t t a d i d e c i s i o n i p i ù complesse o problematiche.L’overthinking, secondo Kahneman, emerge quando il Sistema 2 è iperattivo ed in una fase in cui si assiste e ad un’analisi eccessiva delle o p z i o n i e n e l l a preoccupazione di possibili esiti. Questo processo può portare a decisioni meno accurate, poiché l’eccessiva analisi può distorcere la percezione della realtà. A tal proposito, infatti, l’autore, sottolinea che comprendere come funzionano questi due sistemi può essere cruciale per migliorare la qualità delle decisioni, consigliando di essere consapevoli delle proprie tendenze cognitive e di bilanciare attentamente l’uso dei due sistemi in base al contesto con il quale entriamo in contatto.Un’analisi più approfondita sull’argomento si trova anche in “The Paradox of Choice” di Barry Schwartz, che affronta il concetto intrigante secondo il q u a l e , u n ‘ e c c e s s i v a disponibilità di opzioni, può g e n e r a r e s t r e s s e insoddisfazione anziché aumentare la felicità e la soddisfazione personale.Schwar t z esplora come viviamo in un’era in cui siamo sommersi da una molteplicità di scelte, che spaziano dalla selezione di prodotti nei supermercati alla scelta di carriere o partner di vita. Contrariamente a l l ‘ i d e a comune che più opzioni portino a una maggiore felicità, l’autore argomenta che la nostra capacità di fare s c e l t e p u ò e s s e r e compromessa quando ci troviamo di fronte a un eccesso di opzioni. Di fatti, quando ci sono troppe opzioni, le persone possono sentirsi sopraffatte dalla necessità di esaminare ogni possibilità, valutare i pro e i contro, e ant icipare ogni possibi le risultato ed è proprio in questo momento che emergono, secondo l’autore, i concetti chiave della “paralisi da analisi” e del “rimpianto del compratore”.Se il primo concetto mette in luce l’idea che, in determinate circostanze, una quantità eccessiva di opzioni può impedire alle persone di agire in modo efficiente e di godere appieno delle loro decisioni, suggerendo a tal proposito che semplificando le scelte o riducendo il numero di opzioni disponibili, può aiutare a superare questa paralisi e portare a una maggiore stato di soddisfazione, il secondo, invece, si riferisce al senso di insoddisfazione o dubbio che può insorgere dopo aver effettuato una scelta tra diverse opzioni. Infatti, quando si è esposti a molte possibilità, c’è una maggiore probabilità che si inizino a considerare g l i scenari alternativi dopo aver effettuato una scelta, generando dubbi sulla decisione presa e portando a un senso di insicurezza.Sulla scia di quanto appena riscontrato, attraverso i libri degli autori sopraindicati, nella vita quotidiana, le persone che soffrono di overthinking, possono sperimentare una serie di effetti psicologici che influenzano il loro benessere emotivo e la qualità della vita g e n e r a n d o u n a compromissione e della salute me n t a l e e d e l l a p r e s a decisionale e dello stile comportamentale e della personale esperienza emotiva, la cui gravità dipenderà dalla durata e dall’intensità di tale fenomeno. Gli effetti più comuni includono:· ansia e preoccupazione costante nel momento in cui, le persone possono preoccuparsi in modo eccessivo su situazioni passate, presenti o future, creando una tensione emotiva costante;· difficoltà nel prendere decisioni anche di routine, temendo di fare la scelta sbagliata;· insonnia e disturbi del sonno;· autocritica e perfezionismo;· bassa autostima;· distorsione del pensiero in q u a n t o l e p e r s o n e potrebbero concentrarsi sui peggiori scenari possibili o interpretare i n modo negativo le situazioni, anche quando non vi è motivo di preoccupazione;· esaurimento mentale che potrebbe comportare un’eccessiva sensazione di stanchezza, incapacità di c o n c e n t r a r s i e u n a diminuzione delle energie mentali;· difficoltà nelle relazioni interpersonali poiché le persone, nell’essere troppo auto-assorbite, potrebbero non essere completamente presenti nelle interazioni sociali;· depressione in quanto la continua negatività e l’analisi

Un trattamento innovativo per la Dislessia Evolutiva: gli Action Video Games

di Chiara Viganò La Dislessia Evolutiva (DE) è un disturbo del neurosviluppo contraddistinto da difficoltà nell’apprendimento di abilità di lettura e, soprattutto, nel riconoscimento accurato e fluente di parole, nella decodifica fonologica e nello spelling. Risultano invece maggiori le capacità di comprensione [1]. La presenza di DE è riconosciuta dal 7% al 16% tra i bambini in età scolare, con una significativa prevalenza nei maschi rispetto alle femmine definita da un rapporto che varia da 1.5:1 a 3:1 [2,3,4]. Le cause della DE non sono ancora certe, in quanto la relativa evoluzione segue ciò che è definito principio di equifinalità, per cui da differenti fattori di rischio è possibile ottenere il medesimo esito [5]. A ciò si aggiunge anche la difficoltà data dai diversi sintomi che caratterizzano tale disturbo, come problemi di lettura, difficoltà sensoriali visive ed uditive, deficit fonologici e motori. L’identificazione delle origini del disturbo è fondamentale per poter pianificare trattamenti di prevenzione che incrementino le possibilità di esiti migliori in soggetti a rischio [6,7]. Negli ultimi anni diversi studi sono stati svolti per la promozione di un nuovo trattamento percettivo-visivo per la DE basato sull’utilizzo degli Action Video Games (AVG), cioè giochi di azioni caratterizzati da elevata velocità nel cambiamento di eventi e nel movimento di oggetti, elevato livello di carico percettivo, cognitivo e motorio, imprevedibilità temporale e spaziale, rilevanza degli eventi che avvengono nella periferia dello schermo [8]. Ponendo a confronto giocatori di AVG e di non-action video games (NAVG) è stato possibile identificare delle capacità attentive visuo-spaziali maggiori, delle migliori abilità di elaborazione dell’informazione e riconoscimento di stimoli nei giocatori di AVG [9,10]. I medesimi esiti sono stati riscontrati altresì in bambini con DE, per i quali si evidenziarono anche degli incrementi significativi nella velocità di lettura di parole e non-parole, senza conseguenze negative circa l’accuratezza di lettura, in seguito ad un intervento di 12 ore basato esclusivamente sull’uso di AVG. Evidenze affermano che ben l’80% dei giocatori di AVG, rispetto a quelli di NAVG, accresce le proprie competenze di lettura, in particolare per quanto concerne la lettura di brani di parole e non-parole [10,11]. Gli esiti sopra citati consentono di affermare l’importanza e l’incisività di trattamenti facenti uso di AVG per ridurre gli esiti negativi in soggetti con DE, consentendo un incremento di abilità percettive e attentive con effetti diretti sulle competenze di lettura [10]. Gli AVG potrebbero perciò essere presi in considerazione quale trattamento preventivo per limitare problematiche date dalla DE. BIBLIOGRAFIA [1] American Psychiatric Association (2013). DSM-5 Diagnostic and Statistical Manual of Mental  Disorders (5th edition). Washington: DC author. [2] Fletcher, J. M. (2009). Dyslexia: The evolution of a scientific concept. Journal of International Neuropsychology Society, 15(4), 501–508. doi:10.1017/S1355617709090900. [3] Peterson, R.L., & Pennington, B. (2015). Developmental Dyslexia. Annual Review of Clinical Psychology, 11, 283–307. doi:10.1016/S0140-6736(12)60198-6. [4] Gori, S., & Facoetti, A. (2015). How the visual aspects can be crucial in reading acquisition:   The intriguing case of crowding and developmental dyslexia. Journal of Vision, 15(1):8, 1–20. [5] Goswami, U. (2003). Why theories about developmental dyslexia require developmental   designs. Trends in Cognitive Sciences, Volume 7, Issue 12, Pages 534-540, ISSN 1364-6613, da https://doi.org/10.1016/j.tics.2003.10.003. [6] Clark, A. K., Helland, T., Specht, K., Narr, L. K., Manis, R. F., Toga, W. A. & Hugdahl, K. (2014). Neuroanatomical precursors of dyslexia identified from pre-reading through to age 11. Brain, 137, 3136-3141. [7] Bavelier, D. & Green, C.S (2019). Enhancing Attentional Control: Lessons from Action Video Games. Neuron. Oct;104(1),147-163. DOI: 10.1016/j.neuron.2019.09.031. [8] Green, C.S., Li, R., & Bavelier, D. (2010). Perceptual learning during action video game playing. Topics in Cognitive Science, 2(2), 202-216. DOI:10.1111/j.1756- 8765.2009.01054.x [9] Green, C.S., & Bavelier, D. (2003). Action video game modifies visual selective attention. Nature,423, 534–537. [10] Franceschini, S., Gori, S., Ruffino, M., Ronconi, L., Viola, S., Noce, F., Cataudella, C., Molteni, M., & Facoetti, A. (2015). Attenzione visiva e Dislessia Evolutiva. Evidenze dagli Action Video Games. Dislessia, 12(2), 153-174. [11] Franceschini, S., Bertoni, S., Ronconi, L., Molteni, M., Gori, S., & Facoetti, A. (2015). “Shall We Play a Game?”: Improving Reading Trough Action Video Games in Developmental Dyslexia. Current Developmental Disorders Reports, 2(4), 318-329. DOI: 10.1007/s40474-015-0064-4.

Un primo vero incontro

Quanto è difficile incontrare una persona per davvero? M. è una ragazza di 17 anni che si reca al Ser.d., sotto direzione dei genitori, per uso cronico di cannabis da circa due anni. Padre dipendente e violento, madre controllante e distruttiva, M. aggiunge ricordi rimossi di traumi su traumi ad ogni incontro. È confusa, non sa se siano essi fantasia o realtà. La prima volta che l’ho vista è stata già una grande sorpresa, quando mi ritrovo davanti una ragazzina piccola, intraprendente, dai lunghi capelli dorati e dai felponi decisamente fuori taglia. Le storie di ribellione raccontate dalla madre cozzano con l’immagine di un corpo tanto aggrazziato quanto calmo e silenzioso sulla sedia difronte a me. Con M. c’è fin da subito una meravigliosa affinità intellettuale. Passiamo le sedute perdendoci in spiegazioni biologiche e discorsi sui meccanismi cognitivi da cui risulta estremamente intimorita. <<Sono pazza?>> è la domanda di apertura di ogni incontro. Ed io, fiera e pronta, mi fiondo in chiacchiere e slides che, a suon di ironia e risate, ripercorrono e ricostruiscono la storia di una bambina che non è stata sempre presa per mano. È facile tessere le fila della narrazione di M., è semplice ricostruirgliela addosso incontro dopo incontro. Ad una seduta M. descrive entusiasta di come, provando a mettere in pratica gli esercizi di respirazione consapevole, si sia accorta di quanto molto spesso non sia presente alla realtà. Dice di provare sollievo ogni volta che si accorge di star fissando una persona, di avere una mano, un braccio, di camminare. Aggiunge che è al tempo stesso terrificante prendere coscienza di non aver vissuto, e vivere tutt’ora, a pieno la sua vita. Nella chiara e rigida tabella di marcia che ho disegnato per lei, sui suoi traumi e sulla brillante immagine che ho, non c’è spazio per l’emergere di nuovi sintomi e parti patologiche. Mi rilancio quindi contenta nell’ennesima spiegazione di come sia normale e bello questo percorso insieme. Quando M. va via, il mio supervisore mi rimprovera prontamente per la mia eccessiva razionalità: << Non lasci spazio alle emozioni degli altri!>>. Non mi sono accorta subito che avevo il bisogno di sentire solo ciò che mi serviva sentire. Ciò che serviva alla prosecuzione della terapia, sia chiaro. E incontrare M. per davvero è troppo difficile e poco funzionale. Quello che intendo dire è che, quando non riusciamo a vedere l’altro, lo facciamo anche a fin di bene. Lo facciamo per non provare il dolore che stanno provando, perché vedere l’altro soffrire, spesso, è una pena troppo forte. La mia rigidità, in quel momento, veniva dalla speranza e dalla necessità di andare, anzi di correre, verso la guarigione. Non penso di aver sbagliato a ricostruire del tutto la sua storia e il percorso terapeutico, questo no. Penso solo di averlo fatto da sola, senza il suo aiuto, con la presunzione e la giovane ingenuità di chi cerca di scoprire cosa è meglio per l’altro. Alla seduta successiva mi ritrovo davanti una perfetta sconosciuta. Ascolto attentamente la valanga di paure che descrive come un treno in corsa. Mi parla del timore che le persone possano leggerle nel pensiero, che riesca a prevedere il futuro, che il suo inconscio l’abbia portata ad agire e a cercare il trauma per poter finalmente raggiungere il cambiamento. Il punto di frattura di ogni storia che si rispetti, che ci porta naturalmente nella direzione di un lieto-fine, che giustifichi le tre ore di film appena subito. Dopo un’abbondante mezz’ora di narrazione ininterrotta, M. si zittisce, aspettando che mi getti ancora una volta nella mia solita opera di tranquillizzazione e normalizzazione. Quando questo non accade, guarda impaurita e sbalordita la mia immagine mite, silente, pensierosa. Oggi decido di non imporre la mia ipotesi, oggi esploro le sue. Decido di non dare una risposta alternativa, rinforzo il mondo del possibile, del sospeso. Proponiamo insieme di fermarci più incontri nell’esplorazione di questi aspetti, di scoprire e costruire insieme, semplicemente di cercare di capirci di più. Al termine della seduta, le dico di non avere fretta di trovare delle risposte, per ora limitiamoci a fare domande. E a lei, che è attratta dal mettere alla prova le proprie abilità cognitive, aggiungo che è più divertente: le risposte chiudono, le domande aprono… ad un infinito mondo di possibilità! Oggi torno a casa sorpresa, ho incontrato una M. nuova, sconosciuta. Una ragazza che riesce ad essere brillante ma ad avere anche tanta paura, che riesce a leggere l’altro in modo nitido ma anche la realtà in modo confuso, ma soprattutto ho scoperto una relazione che può proseguire e fare anche passi indietro. Per la prossima settimana mi aspetto di farmi sorprendere da una M. ancora diversa, e da una relazione che ha ancora la forza di mettersi in gioco. Mi aspetto poi di costruire dei punti di riferimento mutevoli e pronti a lasciarsi sorprendere. Sperando che un punto definitivo alla meraviglia non arrivi mai, che il mio sguardo possa diventare tanto nitido da non giungere mai a dire <<io ti conosco>>.

UN NUOVO NATALE: imparare a gioire dopo una perdita

Il Natale è un periodo particolarmente difficile per le persone in lutto, perché le vacanze sono di solito un momento in cui si guarda al futuro, ma ora il futuro appare difficile, inimmaginabile e l’incertezza crea sempre paura. Siamo dunque preoccupati per quello che dovremo affrontare.  Molte persone o famiglie in lutto, specialmente il primo Natale dopo la perdita, scelgono di non festeggiare nulla. Provano ad andare avanti con le loro vite, fanno come se fosse un giorno normale. Altre famiglie preferiscono fare qualcosa di diverso, come organizzare un viaggio in un posto diverso. Si tende a fare qualcosa che non ricordi queste date, che non ricordi quello che è successo, si tende a stare dove non si conosce nessuno… al sicuro dai rituali di Natale. Consigli su come affrontare il Natale Ciò che è chiaro è che dopo la perdita di una persona cara, nulla è più lo stesso. Tuttavia, prima o poi sarai costretto a costruire un nuovo Natale, ad affrontare la celebrazione che si ripeterà anno dopo anno e a creare nuovi modi di vivere queste vacanze. L’assenza di una persona cara diventa più evidente quando nessuno ne parla. Anziché evitare di parlare di chi non c’è più, impegnatevi a condividere ricordi e storie che riguardano quella persona durante le riunioni con amici e parenti, consiglia la psicoterapeuta Mayra Mendez, coordinatrice di un programma per le disabilità intellettive e dello sviluppo, nonché dei servizi per la salute mentale, presso il Providence Saint John’s Child and Family Development Center di Santa Monica, California. Mendez consiglia di concentrarsi sugli aneddoti divertenti e ricordarsi che va bene ridere e godersi questi ricordi insieme agli altri. È un modo perfettamente normale e sano per fare i conti con la tristezza. È importante parlare di ciò che si prova, condividere storie e ricordi sulla persona amata, e ricordare la vita di chi non c’è più in una cornice positiva, che celebri e onori l’esistenza di quella persona”, ha spiegato Mendez. Riduci i fattori di stress legati al periodo. Le feste sono piene di obblighi stressanti, come gli eventi sociali, lo scambio di regali e cucinare. Concediti il permesso di ridurre gli impegni per avere più spazio per guarire. Annullarsi completamente e non prendere parte ai festeggiamenti non è un’opzione salutare, ma di sicuro puoi prenderti delle pause e un po’ di spazio dagli eventi e dagli obblighi che causano uno stress non necessario. Tuttavia, Mendez sottolinea che è importante restare in contatto con la tua “rete di supporto” e comunicare i tuoi piani se scegli di rinunciare ad attività o incontri. Prova a chiedere aiuto. Mendez invita a cercare una cura o un sostegno che possa aiutarti se il dolore ti sembra insopportabile. Unisciti a gruppi di supporto, partecipa a conferenze o eventi della comunità religiosa e cerca l’aiuto professionale di un analista. Entrare in connessione con altre persone che condividono la tua stessa esperienza può aiutarti ed evitare l’isolamento, che potrebbe aumentare il rischio di depressione, aggiunge Mendez. Accettare ed affrontare la tua perdita è un passo importante nell’elaborazione del lutto. E anche se le vacanze sono un periodo frenetico, il tuo benessere mentale ed emotivo è troppo importante per essere trascurato. Fai attenzione ai comportamenti potenzialmente dannosi. Mendez dice che il periodo delle feste può intensificare le sensazioni di dolore e perdita, perciò fa’ attenzione alle tue emozioni. Spossatezza, perdita dell’appetito e sensazioni di apatia e impotenza possono indicare che il dolore provato potrebbe esporti al rischio di depressione. Gli esperti avvertono che questo può condurre a comportamenti poco sani, come consumo eccessivo di alcol, allontanamento dalle situazioni sociali o autolesionismo. Le prime festività senza una persona amata sono difficili. Anche se niente rimpiazzerà mai ciò che hai perso, prenderti cura di te stesso, dedicare del tempo al ricordo di quella persona e goderti le tradizioni delle feste può alleviare un po’ di sofferenza aiutandoti ad andare avanti nell’elaborazione del lutto. spiega Mendez  “Ci vuole tempo per adattarsi all’esperienza profonda e improvvisa della morte di una persona cara… Il dolore è il processo di adattamento generato da questa mancanza irreversibile”. E ricorda: Anche se i festeggiamenti, forse, non saranno più gli stessi, possono essere comunque gioiosi mentre ricordi una persona amata.

Un nuovo modo di intendere i videogames

di Nicola Conti I videogames sono negativi! È molto facile pensare che i videogiochi possano condurre i nostri giovani a condotte violente o affermare che siano assolutamente diseducativi. In realtà, studi recenti e l’esperienza clinica di numerosi psicologi, psicoterapeuti e non solo, hanno permesso di rivalutare l’utilizzo dei videogames, considerandoli come un valido strumento di lavoro al pari di un test proiettivo. Prima di tutto il videogioco può essere un modo per creare una relazione con un utente, irraggiungibile attraverso gli strumenti ortodossi. Della serie: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Infatti nella professione psicologica risulta fondamentale avvicinarsi all’Altro, potendo comunicare lo stesso linguaggio. E il videogioco, in quanto tale, può costituire un valido alleato nell’intento di rapportarsi con un’utenza di un certo tipo, per esempio chi soffre di ritiro sociale. Precedentemente il videogioco è stato accostato ai famosi test proiettivi. Con ciò non si vuole intendere che esso si possa sostituire ad un Rorschach o ad un Blacky, ma sicuramente per le sue caratteristiche intrinseche permette al videogiocatore di investire una parte di sé all’interno di una narrazione o di identificarsi con un personaggio. Ed è proprio su quest’ultima dimensione che vorrei porre l’accento. Non costituisce una stranezza il fatto che i videogiocatori si identifichino con i personaggi dei loro videogames preferiti. Così come in un film o in un libro, anche in ambito videoludico accade lo stesso. Questa è una tendenza naturale dell’essere umano. Le emozioni vissute da chi gioca, grazie alla trama, alla caratterizzazione psicologica dei protagonisti e alla grafica hanno la capacità di imprimere nella mente una traccia potentissima, che ha a che fare anche con la propria identità. Ma in che modo le dimensioni identitarie possono confluire all’interno di un videogame? Secondo James Paul Gee (2007) esistono tre categorie identitarie: un’identità nel mondo reale, un’identità virtuale ed un’identità proiettiva. L’identità nel mondo reale combacia con il soggetto in carne ed ossa, che vive e agisce appunto nella realtà. Questa forma di identità però non costituisce l’unica possibile e gli addetti ai lavori sanno bene quanto all’interno del costrutto di identità possano confluire una serie di aspetti complessi e variegati. Innanzitutto la realtà fisica si traduce in una miriade di piccoli dettagli come il sesso, il colore degli occhi o dei capelli. Sono questi aspetti a influire e a venire influenzati dall’esperienza videoludica. Il secondo tipo di identità, quello virtuale, è legata al personaggio che il giocatore intende interpretare all’interno del mondo videoludico. Identità reale e virtuale sono profondamente interconnesse, visto che i vissuti legati ai fallimenti o ai successi nei videogames sono similari a quelli esperiti nella vita reale. Infine abbiamo l’identità proiettiva la quale possiede due dimensioni. La prima dimensione si riferisce agli elementi che il soggetto proietta sul suo avatar digitale. Tra questi elementi ritroviamo i valori, i bisogni, la sfera emotiva e molto altro. La seconda dimensione contempla il fatto che il personaggio virtuale rispecchi la propria volontà e il proprio agire all’interno del mondo fittizio dei videogiochi. Per cui il proprio avatar è capace di imprese, che nella realtà non si potrebbe nemmeno immaginare di compiere. Infatti nei videogames è possibile interpretare chiunque e comportarsi in modalità non possibili nella vita di tutti i giorni. Secondo tale modo di concepire le cose, l’identità e la personalità costituiscono elementi flessibili e non immutabili. La scelta di un personaggio piuttosto che un altro o la costruzione di un avatar sono dovuti anche alla percezione di sé (Sé percepito) e da chi si vorrebbe diventare o essere (Sé ideale). Questa scelta influenza a sua volta il modo in cui viene costruita l’identità reale, all’interno di un feedback costante e continuo. In conclusione è possibile affermare che i videogiochi siano, a tutti gli effetti, dei potenti artefatti che permettono di riflettere su di sé e anche sulle proprie modalità relazionali. Bibliografia Gee, J. P. (2007). What Video Games Have to TeachUsabout Learning and Literacy. LLC: St. Martin’s Press.

Un mondo senza ansia? Che paura!

Un mondo senza ansia? Che paura! Andrea è un ragazzo di 21 anni, con una brillante carriera accademica alle spalle, e le idee ben chiare sul futuro. Viene in seduta per problemi di ansia, in particolare nelle relazioni. La sua è un’ansia paralizzante, che lo spinge a vivere gran parte delle relazioni, soprattutto quelle sentimentali, nella sua fantasia. Più precisamente, è innamorato di Asia, una ragazza che frequenta i corsi universitari con lui. Il sentimento per Asia è così forte, da mettere in dubbio il desiderio di scegliere una magistrale a Bologna, molto prestigiosa per il suo indirizzo e quello che vorrebbe fare. Non crede infatti nelle relazioni a distanza, e la sua scelta potrebbe ledere alla relazione. Il fatto è che Andrea, con Asia, non ci ha mai neanche parlato. Nonostante, infatti, vive e rivive nella sua mente conversazioni e strategie per avvicinarla, al momento di doverlo fare l’ansia diventa così forte da provocare una grande e invalidante confusione mentale e somatoforme. Esplorando la catastrofe temuta, mi dirà alla fine del colloquio “vorrei solo che l’ansia non esistesse”. Proviamo a ragionarci su: che succederebbe in un mondo senza ansia? Immaginiamo, ad esempio, di essere studenti senza la minima traccia di ansia da prestazione. Cosa succederebbe? Molto probabilmente non studieremmo per l’esame. Non ci si attiverebbe quell’allarme che ci mette in guardia sul pericolo di ledere la nostra immagine sociale (molto banalmente, di fare una brutta figura). Saremmo, in ultimo, bocciati. Immaginiamo una cosa ancora più elementare, ovvero quella di non avere la minima ansia nell’attraversare la strada. Cosa succederebbe? Non guarderemmo a destra e a sinistra prima di attraversare. Non si attiverebbe, in questo caso, la spia circa il pericolo di ledere la nostra integrità fisica (ovvero il pericolo di morire). Andrea è solo uno dei tanti pazienti che viene in seduta con la richiesta di non provare più ansia. Ma è una domanda che andrebbe ridefinita, per la nostra salvezza! L’ansia, al pari delle altre emozioni, è una guardiana importantissima su molti scopi personali, quali quelli di sopravvivenza e di immagine sociale. Il disagio psicopatologico subentra nel momento in cui l’intensità dell’ansia diventa molto alta, con poche strategie personali e sociali per farvi fronte. Solo in quel caso, allora, l’ansia diventa paralizzante e, nel vano tentativo di gestirla, da avvio a strategie fallimentari come evitamento, ruminazione, e diversi tipi di sintomi.   Allora quale sarebbe una domanda possibile in terapia? Quella di poterne diminuire l’intensità percepita, e aumentare le capacità di gestirla! Perché un mondo senza ansia… che disastro!

Un mattino ordinario ai tempi della pandemia

di F.R. Di Mezza Prendo il caffè e insieme ossigeno. Nella piazza vuota, la Cattedrale è un disegno elegante davanti alla montagna. Le cupole maiolicate di tesserine gialle e verdi mi sembrano mimose dedicate a Dio, che non è detto che sia uomo! Chi era quel Papa che aveva osato dire che Dio è madre? Mi sembra che il suo pontificato non durò a lungo e una cronaca non affidabile insinuò il sospetto di una morte non accidentale. L. mi salva da questi pensieri eretici, fa un caffè eccezionale ed ha modi sbrigativi.  Buongiorno, come va, qualche aggiornamento locale che, da un anno a questa parte, è immancabilmente sul covid. Arrivano l’Avvocato, un amico della Cartolibreria- e che Cartolibreria! con tanto di tipografia in un palazzo d’epoca- e un altro uomo, taciturno, dall’aspetto distinto. “dottoressa ma voi avete fatto il vaccino?” chiede L.? (il voi è una finezza della lingua italiana che si conserva nel sud: né il tu, che rende troppo vicini, né il Lei, che può creare complicate traiettorie nel discorso e alla fine non si capisce più “questo Lei” chi è. Forse è una questione culturale o, mi piace pensare, di orgoglio: il voi è rispettoso, ma attutisce il dislivello tra persone) -Sì, ho avuto la doppia dose, come il caffè! Sorrido già aspettando la domanda successiva -e come è andata? avete avuto effetti collaterali? -nessuno, forse un po’ di stanchezza, ma probabilmente non c’entrava con il vaccino -ah, e meno male va, perché tizio e caio hanno detto che sono stati proprio male, febbre, dolori articolari…però solo 24 ore -da manuale, insomma! Beh, vuol dire che m’è andata bene -chissà a noi quando toccherà. Per ora solo colori, chiusure e decreti che non ristorano È un passaggio perfetto per l’Avvocato! (indubbiamente L. è una barista che sa il fatto suo) Avvocato che raccoglie con prontezza e mannaggia che non posso trattenermi, perché è ora di andare allo studio, ma immagino il ritmo incalzante delle battute e vado via pensando che sono felice di abitare qui, anche se da poco, in un luogo diverso da quello in cui lavoro. Durante il viaggio in genere mi assicuro il silenzio, evitando la radio o peggio il cellulare. Mi attende una giornata piena di parole, poche le mie, la maggior parte spetta ai pazienti. Ma stamattina ascolto alla radio una notizia che decido di commentare, scrivendo poche righe sul mio mestiere e sul sapere ad esso connesso, prima di iniziare a lavorare nella clinica. La psicoanalisi viene definita dallo stesso Freud come un mestiere impossibile il cui esito insoddisfacente è dato per scontato in anticipo,  cioè  a livello psichico non possiamo aspettarci la guarigione come una sorta di risoluzione completa del malessere, che per altro è connaturato alla buona salute! per dirla con  Oscar Wilde. Inoltre, non esiste un nesso automatico per cui, usando la tecnica canonica, otterremo un miglioramento garantito: è abbastanza intuitivo che se persino la riabilitazione di un arto fratturato richiede tempo e può lasciare residui patologici, immaginiamo la psiche, che affonda le proprie radici nel corpo biologico, di cui solo il cervello possiede circa 100 miliardi di neuroni! Dopo un anno di pandemia però, abbiamo un’ennesima dimostrazione che anche il “sapere psichico” ha qualcosa di impossibile: infatti, quando proviamo a comprendere ed usare efficacemente ciò che sappiamo del  funzionamento mentale,  facciamo i conti, inesorabilmente,  con risultati altrettanto insoddisfacenti.  Pare proprio che la psiche resista a conoscere ed utilizzare pienamente ciò che sa di sé: fraintende, oblia, rimuove, scinde, capovolge…insomma, di sé, non  vuole sapere troppo. Quest’ultima considerazione è particolarmente evidente nell’atteggiamento e nelle misure che stiamo adottando rispetto alle implicazioni “psicopatologiche” del covid.  All’inizio della pandemia se n’ è parlato timidamente, quasi che, invocare queste problematiche rispetto alla morte biologica delle persone, fosse un’offesa rispetto alle perdite subite e alle urgenze organiche da affrontare. Le malattie psichiche correlate al covid? Sono quantomeno un problema secondario. Eppure, le  cosiddette “scienze dure” sanno bene che non esiste una scissione mente corpo, ma un tutt’uno,  esiste una persona che si ammala interamente, nella sua globalità, non è che muoiono solo i suoi  polmoni! A questo monismo epistemologico dovrebbero conseguire terapie che prediligono l’aspetto più organico o più psichico a seconda delle malattie, ma sempre nell’ottica (che dovrebbe essere chiara ma non lo è!)  dell’essere umano come un continuum psicosomatico. Le molteplici risposte del sistema immunitario all’attacco del virus, risposte che hanno un impatto notevole sia nelle cure che nei vaccini, sono un esempio eclatante. Il sistema immunitario, infatti, è un crocevia inscindibile di fattori organici e psichici e le sue risposte al virus  dipendono tanto da fattori biologici che affettivi, relazionali, semplicemente umani. Ma quanto queste ultime variabili sono  prese  in considerazione nelle ricerche sperimentali?  E quanto   nell’assistenza  dei malati e di chi li cura, vale a dire  medici, scienziati, operatori sanitari?. In un secondo momento della pandemia speravo in una impostazione più integrata dell’approccio al covid. E invece, nulla di nuovo. I risultati erano ancora ampiamente insoddisfacenti. Ho assistito, ammetto con una certa antipatia, ad una specie di ondata “psicofolkloristica”, tutti esternavano  aspetti  psicologici di quanto stava accadendo, nelle case nelle scuole dai balconi, nelle trasmissioni televisive: il malessere psichico era improvvisamente un sapere posseduto e distribuito da tutti, ai miei occhi un insopportabile  vernissage ipomaniacale, più da mostra appunto, che di sostanza. Ciò risultava inevitabilmente molto  nocivo per tutti quelli che di psicopatologia, da covid e non solo, sono veramente ammalati e durante la pandemia stanno soffrendo moltissimo. Alcuni ne sono anche morti.  A gennaio 2021 si segnala che con la pandemia c’è stato un aumento del 20% dei suicidi giovanili (Panciera, N., Allarme suicidi, 22 gennaio 2021, la Repubblica.) Oggi i nostri studi privati sono pieni di persone che chiedono aiuto. Noi stessi, dopo un anno di lavoro molto pesante, siamo stanchi e rischiamo di ammalarci se non mettiamo in atto le adeguate protezioni psichiche, una sorta degli scafandri che usano negli ospedali i colleghi, per proteggersi dalla contaminazione fisica. Ecco, ancora: negli ospedali il

Un incontro tra psicoterapia e arteterapia

Ceci n’est pas un article, ma una premessa, appunti sparsi di una cornice che man mano riempirò sempre più di contenuti. Nel mio percorso formativo di psicoterapeuta, ho avuto modo di affrontare temi basilari, ma c’era qualcosa che nell’ attuale cultura psicologica non mi soddisfaceva del tutto. Dovevo spaziare maggiormente. I modelli psicologici a volte appaiono, per la loro storia, come se ritenessero di avere caratteristiche universali. L’arteterapia invece, attraverso la valorizzazione del patrimonio antropologico, mi è sembrata integrare la complessità culturale del soggetto. Grazie a questo percorso parallelo, ho approfondito temi come la centralità della relazione tra i corpi. Ho scoperto quanto la creatività artistica non sia una prerogativa di pochi e privilegiati “artisti”, ma una capacità diffusa e inevitabile, mai del tutto individuale. Lavorando ho compreso quanto, nella relazione d’aiuto, contino i corpi, anche quello del terapeuta. Inoltre le interazioni tra questi non necessitano esclusivamente del toccarsi. Grazie alla scoperta dei neuroni specchio e a tutti gli studi di psicofisiologia sappiamo infatti quanto queste interazioni corporee siano in grado di plasmarci reciprocamente, anche senza contatto fisico.  Se andiamo a ritroso nel tempo, ci renderemo conto che buona parte di quella che noi chiamiamo arte fosse in realtà un’arte collettiva, quindi una forma di arteterapia ante litteram. Si pensi, tra le tante testimonianze, alle pitture rupestri della Cueva de las Manos, forme d’arte anonima e condivisa, in cui l’Io del soggetto non aveva quel ruolo ipertrofico a cui siamo abituati oggi. Il nostro corpo rappresenta il frutto dinamico e attivo dell’interazione, attuale e storica, tra corpi. Per questo nell’ arteterapia secondo il metodo Lacerva, quello della scuola in cui mi sono formata, parliamo di corpo relazionale e condiviso.  “Nascere non basta”, come ricorda una poesia di Neruda e un libro di Zoja, perché il nostro corpo acquisisce la sua completa umanità solo grazie alla relazione ritmico corporea con i nostri caregiver. Un passaggio di testimone che dura da quando l’Homo Sapiens Sapiens è sulla Terra. Oggi, con gli effetti devastanti della virtualizzazione dei corpi, dobbiamo tenere in considerazione questi concetti. L’arteterapia in questo può valorizzare ulteriormente il lavoro clinico in ambito psicologico.