Mutismo selettivo: cosa succede quando a parlare è il silenzio

Il Mutismo Selettivo non è un fenomeno dovuto a qualche disfunzione organica o ad un’incapacità correlata allo sviluppo, ma è un atteggiamento di risposta ad un forte stato emotivo legato all’ansia. Nonostante vogliano farlo, i bambini con mutismo selettivo NON riescono a parlare fuori casa o in presenza di estranei, si bloccano, e ciò avviene in particolare in luoghi pubblici o nei contesti sociali più ansiogeni come, ad esempio, l’asilo o la scuola. Al contrario di quanto avviene in tali contesti, a casa, negli ambienti familiari e con le persone con cui si sentono a loro agio, si esprimono normalmente e a volte sono dei grandi chiacchieroni. Il Mutismo Selettivo ha un esordio precoce: in genere si presenta all’inserimento nella scuola dell’infanzia o nel primo periodo della scolarizzazione, poiché nell’ambiente scolastico aumentano le aspettative e la pressione affinché il bambino parli. È importante considerare che nel primo mese di scuola dell’infanzia o primaria i bambini possono essere timidi o riluttanti a parlare. È necessario aspettare che questo periodo iniziale sia passato, prima di ipotizzare la presenza del Mutismo Selettivo. Capita però che gli insegnanti tardino a segnalare ai genitori che il bambino a scuola non parla, scambiando il Mutismo Selettivo per semplice timidezza. Come appaiono i bambini con Mutismo Selettivo? Alcuni bambini con Mutismo Selettivo rimangono immobili, non interagiscono, non iniziano un gioco e a volte non rispondono agli inviti al gioco dei compagni. Anche il linguaggio del corpo può essere impacciato, lo sguardo sfuggente e assente, il viso inespressivo. Sembra che ignorino gli altri, mentre in realtà sono così ansiosi e impauriti da essere letteralmente bloccati, tanto da non riuscire a rispondere. È come se si sentissero su un palcoscenico, al centro dell’attenzione ~ proprio quello che vogliono evitare ~ e questo fa aumentare la loro ansia. Altri bambini invece sono meno rigidi e utilizzano forme di comunicazione alternativa; ad esempio usano la mimica o i gesti per comunicare con i loro interlocutori. I bambini con Mutismo Selettivo sono in genere molto sensibili sia alle percezioni sensoriali (rumori, urli, tono della voce molto alto) che al giudizio degli altri: se commettono un errore, possono preoccuparsene tutta la notte; se l’insegnante alza la voce, si chiedono se la colpa è loro. Per questi bambini può costituire un problema non solo il far sentire la propria voce, ma anche il fatto che le persone li VEDANO parlare; infatti, se riescono a bisbigliare qualcosa a qualcuno spesso si coprono la bocca con la mano. Sono bambini molto pignoli e perfezionisti; sono anche abitudinari, perché le novità destabilizzano le loro sicurezze e provocano loro ansia. Per questo motivo i cambiamenti devono essere graduali. Può spesso accadere che in classe restino muti, mentre appena fuori dall’aula o dalla scuola, inizino a parlare con i genitori e a volte anche con qualche compagno. Consigli per gli insegnanti Il primo passo è quello di alleviare l’ansia in classe, creando un clima disteso e rilassato in cui il bambino si senta più possibile a proprio agio. Non considerare oppositivo il comportamento del bambino con Mutismo Selettivo: non c’è intenzionalità nel non parlare anzi al contrario il bambino vorrebbe riuscire, ma l’ansia gli impedisce di farlo, bloccandogli le parole in gola. Non mettere sotto pressione il bambino e non ingannarlo con promesse o ricatti perché parli. Rispettare i suoi tempi. Concedere inizialmente al bambino di utilizzare il linguaggio non verbale. Bisogna graduare le aspettative, fissando obiettivi intermedi. Il bambino non uscirà dal Mutismo Selettivo tutto d’un tratto, serviranno piccoli passi e probabilmente molto tempo. Permettere al bambino di indicare, di usare lo sguardo, l’alzata di mano o di scrivere su un foglio le risposte. Nell’attività del circle-time, non fare domande a tutti, ma lasciare la libertà di intervenire o meno. Evitare gli interventi a turno, perché nei bambini con Mutismo Selettivo l’ansia aumenta quando il loro turno si avvicina. Far sedere il bambino vicino al compagno preferito non di fronte all’insegnante, lontano dalla porta. Fare attenzione alle prese in giro: il bambino non deve essere etichettato come “bambino che non parla”. Spiegare alla classe, concordando prima con il bambino e in sua presenza, che tutti abbiamo paura di qualcosa, e che il compagno sa parlare ma a volte non riesce a far uscire le parole. In questa occasione, ogni compagno di classe avrà lo spazio per parlare delle proprie paure. Si può migliorare l’autostima del bambino affidandogli piccoli compiti e incarichi alla sua portata e favorendo l’attività in coppia o in gruppi di 3 componenti, possibilmente con compagni con cui il bambino si sente a proprio agio. Alcuni bambini con Mutismo Selettivo non amano produrre rumori o suoni, anche meccanici; è utile abituarli a non temere di produrre suoni attraverso il gioco. Sempre attraverso il gioco, possono essere incoraggiati a fare rumore e a produrre suoni con la bocca (risate, soffi, fischi). Quelli che per noi sono gesti scontati, per loro sono grandi passi che costituiscono l’inizio di una comunicazione verbale. Non fare domande dirette al bambino. Nel caso la risposta possa essere un “sì” o un “no”, permettergli di rispondere con un gesto del capo per farlo sentire coinvolto nella conversazione di classe. Tenere presente che se il bambino parla una volta, non è detto che poi parlerà sempre. È anche importante controllare le reazioni quando il bambino pronuncia qualche parola: non bisogna mostrare eccessivo entusiasmo per l’accaduto (“Maestra, X ha parlato!!!”). È probabile che il bambino inizi a parlare con un suo pari piuttosto che con l’insegnante; in questo caso evitate di dire che avete sentito la sua voce. Uno dei problemi per gli insegnanti è la valutazione: si possono utilizzare compiti scritti o chiedere ai genitori di effettuare a casa delle registrazioni mentre il bambino ripete la lezione o legge a voce alta. Si potrebbe dare la consegna a tutti gli alunni e poi ascoltare insieme tutte le registrazioni in classe. Tenere presente che le valutazioni creano tensione ai bambini con Mutismo Selettivo, in alcuni casi anche quelle scritte. Il Mutismo Selettivo rientra pienamente nella definizione dei
Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.
La presentazione del sé nei social media

Con presentazione del sé si intende l’atto di trasmettere informazioni che riguardano se stessi ad altre persone. Esso è un fenomeno largamente studiatosi dal sociologo Goffmann. Egli considera le persone come attori, che nella vita interpretano dei ruoli per mettere in scena spettacoli di fronte a un determinato pubblico. In queste rappresentazioni, le persone mostrano solamente una parte della loro identità (quella che risulta più accettabile e credibile dal pubblico). Un altro autore che ha studiato il fenomeno della presentazione del sé è Rogers. Egli sostiene che molti problemi psicologici nascono come conseguenza dell’incongruenza tra il sé reale e il sé ideale. Il sè reale coincide con la rappresentazione che una persona ha di se stessa, mentre quello ideale corrisponde a come una persona vorrebbe essere. COSA SUCCEDE QUANDO LE PERSONE SI PRESENTANO ATTRAVERSO I SOCIAL MEDIA? La popolarità dei diversi social media è probabilmente legata ai vari bisogni sociali che ci permettono di soddisfare. Essi ci consentono di rimanere in contatto con le persone della nostra rete sociale e di fare nuove amicizie. Inoltre, ci permettono di condividere pensieri, emozioni, esperienze, interessi e notizie. E infine, ci offrono un alto grado di personalizzazione e controllo sulla nostra presentazione del sè. La prospettiva del positivity bias sostiene che gli utenti sui social media evitano di rivelare esperienze emotivamente negative e tendono a svelare solo aspetti di sé positivi per stimolare l’attrazione sociale, l’intimità percepita e il benessere psicologico. La presentazione del sé online potrebbe trovarsi in competizione con il sé reale. Da ciò deriva anche il rischio che le persone arrivino a preferire la loro versione online rispetto a ciò che sono realmente. Nonostante la ricerca psicologica abbia ancora molto da comprendere sulla relazione tra il sé reale e la presentazione del sé online, gli studiosi hanno formulato due ipotesi contrastanti. Ipotesi dell’identità virtuale idealizzata: secondo la quale, sui social media sembrerebbe relativamente facile presentare una versione non vera di se stessi. Dunque, le persone tenderebbero a mostrare se stessi con caratteristiche idealizzate. Ipotesi estesa della vita reale: secondo la quale, sui social media le persone integrano varie fonti di informazioni personali e diventano un mezzo per comunicare il loro vero sè. Questa ipotesi nasce dal presupposto che le false rappresentazioni di se stessi possono difficili da nascondere ad amici, famigliari e colleghi. Entrambe le ipotesi sono vere e sembrerebbe che questo dipenda dalla presenza di alcune caratteristiche di personalità. In particolare, da alcuni studi emerge che le persone con più alta autostima tendono a presentarsi online per come sono realmente. Mentre, coloro che hanno un basso livello di autostima, grandi difficoltà nel gestire le proprie emozioni e con un forte desiderio di essere ammirati dagli altri usano il loro profilo per promuovere un’identità virtuale idealizzata. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Violenza Ostetrica: Cos’è e Come difendersi

Il termine “violenza ostetrica” fa riferimento agli abusi subiti dalle donne nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche: non viene agita solo dalle ostetriche, ma anche da ginecologi, infermieri o altri professionisti sanitari. Nella violenza ostetrica rientrano quindi tutte quelle pratiche di intervento non motivate da una reale esigenza clinica: atteggiamenti denigratori, pericolose manovre sulla pancia, attesa per ore in reparto senza assistenza, impossibilità di avere un’adeguata terapia per il dolore, cesareo senza consenso, interventi chirurgici non necessari. Il parto è un’esperienza intensa e importante, che molte donne definiscono trasformativa e fondante. Sicuramente è un’esperienza personale, unica, che ogni donna ha il diritto di vivere secondo il proprio modo di essere e di sentire. Per esempio alcune donne vorrebbero l’epidurale, altre il parto in acqua, o in casa, o in ospedale e tanto altro ancora. Per questo motivo i genitori dedicano molta attenzione e tempo alla scelta del luogo del parto. Il fatto che alcuni percorsi ospedalieri non prestino alcuna attenzione ai bisogni e alla volontà della donna, imponendole per esempio la posizione da assumere durante il travaglio e il parto, può provocare un effetto dannoso sulla salute di madre e neonato. In Italia ancora oggi manca una legge specifica sulla violenza ostetrica. L’11 marzo 2016 il deputato Adriano Zaccagnini ha depositato la proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”. Per supportare l’iter legislativo per la campagna #bastatacere, che ha raccolto centinaia di testimonianze di donne che hanno vissuto violenze durante il parto. Successivamente é nato l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, che ancora oggi ha l’obiettivo di raccogliere i dati sull’abuso e la mancanza di rispetto nelle strutture ospedaliere e sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sul tema. Denunciare la violenza ostetrica è ancora complesso, perchè spesso non ci sono prove dell’accaduto, e inoltre intraprendere una causa implica alti costi e un certo coinvolgimento emotivo, per donne che spesso vorrebbero solo dimenticare l’accaduto. L’Osservatorio italiano sulla violenza ostetrica per questo chiede di potenziare i meccanismi di segnalazione interni agli ospedali e istituire sistemi di feedback del personale e delle utenti. Comunque, la responsabilità della violenza ostetrica non è solo dei singoli operatori sanitari: le condizioni di lavoro stressanti, la mancanza di personale e la carenza di formazione peggiorano il problema. Comunque oggi qualcosa sta cambiando, e diverse strutture sanitarie si stanno orientando verso una maggiore naturalità del parto. Nei consultori di diverse regioni, a seguire le donne con gravidanze fisiologiche sono le ostetriche e non più i ginecologi, e solo se subentra una patologia viene coinvolto un medico. Anche l’approccio del personale è sempre più attento alla sfera emotiva e psicologica della donna.
Il labirinto delle scelte e il disimpegno morale

Quante volte facciamo pensieri non proprio giusti anche nei confronti degli altri, ma poi abbiamo il senso di colpa. E allora per giustificarci mettiamo in atto il disimpegno morale. Il disimpegno morale emerge come un’ombra sottile ma molto potente, che incide in maniera significativa sulla nostra mente. Entrare nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale è molto difficile e cercheremo di farlo con le parole di Albert Bandura. Secondo lo psicologo, il disimpegno morale implica meccanismi attraverso i quali le persone cercano di ridurre il senso di colpa legato alle proprie azioni. Il disimpegno morale sembra quasi una strategia collegata alla situazione che l’individuo mette in atto. Come agisce il disimpegno morale Spesso la mente oscilla tra senso e non senso. Per questo motivo nel labirinto delle scelte sottovalutiamo la responsabilità personale e attribuiamo la scelta di alcune azioni a circostanze al di fuori del nostro controllo. Inoltre cerchiamo di giustificare le azioni sbagliate sostenendo che erano necessarie per risolvere una situazione difficile: ecco il disimpegno morale. E’ come un vicolo buio che può presentarsi quando ci troviamo di fronte a scelte difficili. Si tratta di una sensazione che ci spinge a prendere decisioni che, nel nostro cuore, sappiamo essere sbagliate. Cosa fa la persona che mette in atto il disimpegno morale? La persona cerca di deumanizzare le scelte, minimizzando le conseguenze. Nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale, un ragazzo che prende parte ad azioni crudeli anzichè assumersi la responsabilità, potrebbe impegnarsi in un disimpegno morale e dire a se stesso: “Non è colpa mia. Sono stato solo coinvolto”. Ricordiamo che la vera forza non sta nel nascondersi dietro il labirinto del disimpegno morale, ma nell’andare avanti con decoro anche quando il percorso è difficile. Il labirinto del disimpegno morale richiede impegno, pensiero e consapevolezza delle nostre azioni. Essere consapevoli e coerenti con i nostri principi significa mantenere la bussola morale nella giusta direzione.
Quale relazione tra disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa?

L’insicurezza lavorativa è un indicatore di lavoro precario che si riferisce alla paura di perdere il proprio posto di lavoro. La precarietà lavorativa è un processo soggettivo, involontario e incontrollabile che anticipa la perdita di una situazione lavorativa che si desidera mantenere. È una rilevante fonte di stress, con conseguenze negative sulla salute mentale delle persone. Nello specifico, sono stati osservati effetti sul benessere psicologico, sulla depressione, sull’ansia e anche in relazione all’ideazione suicidaria, nonché al benessere fisico. Disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa Diversi sono i fattori che influenzano l’insicurezza lavorativa. Oltre al contesto socioeconomico, si è osservato come anche la disuguaglianza di genere e, in generale, la situazione delle donne nel contesto sociale e culturale possa influire sull’insicurezza lavorativa. Esistono ampie prove empiriche che mostrano le discriminazione che le donne subiscono sul posto di lavoro [1], che si ripetono e aumentano nel corso degli anni. Ciò si traduce in fenomeni specifici come il divario retributivo di genere, la segregazione professionale, tassi più elevati di lavoro part-time e informale tra le donne, nonché un maggiore onere del lavoro di cura. La disuguaglianza sociale tra uomini e donne si verifica in tutti gli ambiti della vita, ma è nel mondo del lavoro che è particolarmente evidente e preoccupante. In questo scenario, la precarietà del lavoro potrebbe essere un fenomeno che risente di questa disuguaglianza. La ricerca di Menéndez-Espina et al. (2020) Menéndez-Espina et al. (2020) hanno sviluppato uno studio con lo scopo di identificare come la disuguaglianza di genere e l’insicurezza lavorativa siano correlate. Per fare ciò, hanno sviluppato uno studio predittivo della precarietà del lavoro, suddiviso per genere, considerando le variabili sociodemografiche e lavorative come antecedenti. Il campione comprendeva 1.005 dipendenti (420 uomini e 585 donne) di età compresa tra 18 e 65 anni residenti in Spagna. La domanda posta dalla ricerca è: i fattori demografici e lavorativi legati all’insicurezza lavorativa hanno un effetto diverso su donne e uomini? Questa domanda si basa sulla posizione più debole che tipicamente occupano le donne nel mercato del lavoro, insieme ad altri fattori legati anche a una maggiore difficoltà di accesso al lavoro. Tale ricerca ha confrontato i risultati di uomini e donne per studiare l’influenza del contesto sociale e culturale sull’insicurezza lavorativa. In generale, è stato riscontrato che le differenze tra uomini e donne rispetto allo sviluppo dell’insicurezza lavorativa riflettono la disuguaglianza di genere sul lavoro. Le donne hanno mostrato un punteggio più alto nella precarietà lavorativa rispetto agli uomini. Inoltre, è stato confermato come il livello di insicurezza lavorativa aumenta nel caso in cui ci si trovi in una posizione lavorativa debole, come il lavoro informale, i contratti temporanei, il lavoro part-time e si abbia subito un taglio salariale nell’ultimo anno, ma in modo diverso negli uomini e nelle donne. I risultati relativi all’influenza dell’istruzione riflettono una realtà in evoluzione: mostrano come l’insicurezza lavorativa cresce anche ai livelli educativi e professionali più elevati nel campione maschile. La sua rilevanza nel gruppo degli uomini e non in quello delle donne potrebbe essere collegata alla loro tendenza a concentrarsi maggiormente sulla carriera professionale, mentre le donne sono costrette a dividere la propria attenzione tra lavoro e famiglia. Inoltre, questo è uno dei fattori che genera la segregazione occupazionale, in particolare il cosiddetto soffitto di cristallo. Si osserva che le variabili del successo e della carriera professionale (categoria lavorativa, reddito familiare), mantenute e riprodotte dai ruoli tradizionali, diventano più importanti negli uomini. Al contrario, le donne sono condizionate da un ambiente lavorativo altamente discriminatorio e segregante che spesso le sottopone a percentuali più elevate di povertà lavorativa, lavoro part-time, discriminazione, salari più bassi, ecc. Queste circostanze determinano le aspettative di entrambi i sessi, quindi anche l’insicurezza lavorativa percepita varia. L’insicurezza lavorativa, quindi, colpisce entrambi i gruppi di genere, ma le condizioni in cui cresce questa percezione sono significativamente influenzate dalla disuguaglianza di genere. Tali risultati dimostrano come la reale uguaglianza sul lavoro non è ancora stata raggiunta. La vita delle donne è condizionata dalla loro duplice presenza in due tipi di lavori: sia nei lavori retribuiti che nel lavoro necessario alla cura e al mantenimento della famiglia. Continua ad esistere la necessità di un profondo cambiamento sociale riguardo ai ruoli di genere, che equipara le condizioni di uomini e donne sia nell’ambiente di lavoro che nei percorsi di vita. Nel frattempo, le misure di parità e di equilibrio di questi contesti di disuguaglianza aiutano a compiere ulteriori passi in quella direzione, come l’attuazione di politiche efficaci di uguaglianza, non discriminazione e conciliazione per entrambi i sessi. Si tratta di un fenomeno che deve essere affrontato con un approccio olistico che consideri sia il livello individuale (riparativo), sia quello sociale (organizzativo e contestuale). Fonti Menéndez-Espina S, Llosa JA, Agulló-Tomás E, Rodríguez-Suárez J, Sáiz-Villar R, Lasheras-Díez HF, De Witte H and Boada-Grau J (2020) The Influence of Gender Inequality in the Development of Job Insecurity: Differences Between Women and Men. Front. Public Health 8:526162. doi: 10.3389/fpubh.2020.526162 [1] Buonocore F, Russo M, Ferrara M. Work–family conflict and job insecurity: are workers from different generations experiencing true differences? Community Work Fam. (2015) 18:299–316. doi: 10.1080/13668803.2014.981504
EPOCA DELL’INFORMAZIONE E ALIENAZIONE

di Ioannoni Raffaele “Sono triste, sono annoiato Sono sdraiato sul divano… Potrei uscire di casa ed incontrare qualcuno! Potrei uscire di casa ed iniziare uno sport! Si ma… non ho voglia… meglio vedere un’altra serie su Netflix o giocare ai videogiochi. E poi Chiara Ferragni ha postato una nuova storia su Instagram! Anche oggi starò a casa sul divano, il mondo può aspettare ancora un altro po’…” I sociologi hanno chiamato il periodo storico in cui viviamo, “l’epoca dell’informazione”. La nascita e lo sviluppo di internet, l’invenzione degli smartphone e dei social network hanno dato a noi, cittadini del XXI secolo, la possibilità di accedere ad un numero potenzialmente infinito di informazioni sia in forma scritta che video. Con un solo click possiamo vedere un filmato o inviare un messaggio ad una persona che vive letteralmente dall’altra parte del mondo e la solitudine sembra ormai solo un miraggio. Tutti siamo connessi e raggiungibili ovunque e da chiunque: basta avviare una chiamata su Whatsapp per sentirsi nella stessa stanza anche se si è separati da centinaia o addirittura migliaia di chilometri. E la solitudine sembra ormai solo un lontano miraggio. TECNOLOGIA: GIOVANI, DIPENDENZE E DEPRESSIONE; ALCUNI DATI. La tecnologia sembra andare in questa direzione: basti pensare che Meta, la famosa azienda di Zuckerberg, sta investendo miliardi di dollari in un progetto chiamato Metaverso, uno spazio virtuale in cui ogni cosa sarà alla portata di tutti. Oggetti, luoghi e persone saranno solo ad un click di distanza, e tutti saranno presenti in un unico ed infinito spazio virtuale. L’unico bisogno? Avere una connessione internet ed un dispositivo informatico abbastanza potente. Eppure, la situazione sociale attuale non appare così rosea…E la pandemia che tutti noi abbiamo vissuto, ha lasciato una profonda cicatrice nelle nostre vite. La società italiana di psichiatria ha affermato che: “Dopo la pandemia i sintomi depressivi nella popolazione generale sono quintuplicati e oggi si stima che li manifesti circa una persona su tre, tanto che si ipotizzano fino a 150 mila casi di depressione maggiore in più rispetto all’atteso […] Depressione e ansia sono cresciute rispettivamente del 28 e 26% rispetto al periodo pre-Covid a dimostrazione di come la pandemia sia stata sicuramente un acceleratore per lo sviluppo di queste problematiche.” E sono le nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: il ritiro sociale, la solitudine, l’ansia e la malinconia avanzano sempre di più. Pensiamo alle nuove formazioni sintomatiche, come la sindrome hikikomori o la dipendenza da internet; pensiamo alla continua esposizione e comparazione a modelli ideali irraggiungibili e fittizi che portano ad un continuo svilimento di sé e della propria immagine allo specchio: “L’isolamento e la rottura con il mondo reale e la società nelle sue più diverse componenti hanno contribuito all’aumento delle dipendenze da sostanze ma, soprattutto, da tecnologia: oggi si stimano almeno 700 mila adolescenti dipendenti da web, social e videogiochi. Altri ancora sono vittime di ansia e depressione, anche queste in costante aumento”. Questi dati sono paradossali: il mondo è più connesso eppure le persone più isolate; si può parlare con chiunque ma non si esce di casa; potenzialmente si può essere ovunque eppure non si è da nessuna parte. CONLCUSIONE La rivoluzione tecnologica ha indubbiamente portato moltissimi benefici e facilitazioni apportando innumerevoli cambiamenti al nostro tessuto sociale. Forse, però, ci sta investendo in un modo che difficilmente si sarebbe potuto immaginare: l’impennata di sintomatologie legate all’ansia, al ritiro sociale e alla depressione potrebbero essere un effetto di questa rivoluzione. Inoltre, la continua esposizione a modelli estetici ed etico-normativi irraggiungibili può portare noi tutti, giovani compresi, a sviluppare quello che Donald Winnicott, famoso psicoanalista inglese del XX secolo, ha chiamato falso sé, ovvero un’identità fittizia. Il falso sé mina lo sviluppo di una personalità integra ed allontana l’individuo dai suoi desideri più intimi e dalla possibilità di vivere un’esistenza autentica. E senza autenticità si perde il senso del proprio vivere e si smarrisce la direzione del proprio cammino. Tuttavia, un saggio diceva: “per ritrovarsi, alle volte, è necessario perdersi”. E tu cosa ne pensi? Un caloroso saluto dal vostro Raffaele. Sitografia https://www.rmipsicologo.it/ https://www.rainews.it/articoli/2023/10/malattie-mentali-gli-psichiatri-la-pandemia-del-futuro-boom-di-diagnosi
Algoritmi e persuasione

Un contributo di Exaucée Ngoma Mbenza sulla relazione tra algoritmi e persuasione.
Buone Feste ai nostri lettori
Leggete le storie della buonanotte ai vostri bambini?

Perché è importante leggere la favola della buonanotte ai bambini? Molti studi hanno rilevato che leggere storie prima di andare a letto, anche solo per 10-15 minuti, è importantissimo. La favola della buonanotte aiuta lo sviluppo del linguaggio e delle capacità di memoria Leggere ad alta voce a tuo figlio e spiegare il significato di parole nuove, stimola l’apprendimento e promuove l’arricchimento del suo vocabolario, oltre che la capacità di comunicare.Leggere le storie della buonanotte sviluppa nei bambini un vocabolario più forte. Questo perché le storie per bambini contengono più parole uniche di quelle a cui i nostri bambini sono generalmente esposti nella vita quotidiana. Aiutano lo sviluppo delle capacità emotive La favola della buonanotte permette al tuo bambino di immedesimarsi nei personaggi delle storie. Il personaggio con cui il bambino si identifica e che alla fine vince o ha la meglio, lo rassicura e lo aiuta a riconoscere e ad affrontare le sue paure. Stimolano il ragionamento Ascoltare una storia vuol dire prestare attenzione e ordinare mentalmente quello che si ascolta, immaginandosi ciò che viene raccontato. Questo è un importante esercizio per lo sviluppo dell’abilità di pensare in modo organizzato. Stimolano immaginazione e creatività. Il momento della favola della buonanotte è un’esperienza piacevole che porta, inevitabilmente, a calarsi in una realtà magica e che dà spunti importanti nel gioco. Creano una routine rassicurante. La sera è un momento in cui i bambini hanno maggior bisogno di coccole e rassicurazioni. Il fatto di leggere una storia crea una routine (che rassicura i bambini). Incentiva il desiderio di imparare a leggere. Il desiderio di tuo figlio di riuscire a fare quello che fai tu, unito alla passione che gli trasmetti, farà sì che abbia la curiosità di imparare a leggere! Fino a che età leggere le storie della buonanotte Se vogliamo dare ai nostri piccoli le migliori possibilità a scuola, allora dovremmo inserire le favole della buonanotte nella nostra routine quotidiana, anche solo di 10 minuti. E attenersi a questa routine fino a quando non raggiungono gli 11 anni circa. CONCLUSIONI Diventa quindi importante trovare tempo e spazio da dedicare alla lettura delle storie della buonanotte. Questo momento diventa prezioso per rafforzare la relazione genitore-figlio e per stimolare varie abilità e competenze nel bambino.