La gestione del comportamento problema nel contesto scolastico

Spesso gli insegnanti richiedono interventi di professionisti ed autorità per far fronte a comportamenti “problema” che possono mettere in pericolo la sicurezza della classe. Cosa sono i comportamenti problema e come affrontarli? Le forme del comportamento problema Per comportamento problema si intende un atteggiamento che può essere rischioso per il soggetto e per gli altri (nello specifico per i compagni), per l’ambiente, che può ostacolare l’apprendimento e le relazioni sociali. Tali comportamenti possono comprendere: gesti inappropriati verso compagni, insegnanti e genitori, aggressività verbale, atteggiamenti oppositivi, comportamenti socialmente inadeguati. I comportamenti problema assumono, talvolta, forme svariate. Ma quando un comportamento può considerarsi problematico? Spesso i CP si manifestano con: prepotenza auto ed eterodiretta; autostimolazioni; proteste verbali e atteggiamenti di sfida; non collaborazione; un’intersecazione o un impedimento all’alunno nell’ apprendere nuove abilità e nel potenziare quelle acquisite; un’interferenza o un impedimento nel processo di apprendimento di altri bambini distruzione di oggetti; fuga; urla; rinuncia alle regole. Quando viene osservato il comportamento problema? Solitamente un comportamento problematico viene spesso osservato dall’insegnante nel momento in cui l’alunno: deve fare un’attività gradita che al momento non può compiere o cambiamento da un’attività gradita ad un compito; deve svuotare la tensione emotiva; vuole raggiungere qualche cosa a cui non ha accesso; quando si ha una dilazione nella consegna di ciò che desidera; sente uno o più bisogni per il quale non riesce ad esprimere la richiesta o a cui non ha ricevuto risposta; vuole richiamare l’attenzione degli altri; vuole evitare dei compiti, dei luoghi e delle situazioni particolari. cosa va rinforzato? il comportamento problema messo in atto: ha un intento comunicativo; si relaziona agli eventi che lo precedono e lo seguono e non si manifesta casualmente; svolge una sua funzione specifica; un solo comportamento problema può avere composte funzioni. Cosa osservare nei comportamenti problema Spesso, i comportamenti-problema sono modificabili, soprattutto in età evolutiva. E’ possibile ridurre l’intensità e la frequenza delle crisi e ,a volte, queste si possono estinguere. Un comportamento non può essere capito se è considerato solamente e semplicemente fine a se stesso. La comprensione necessita di una messa in relazione con il contesto e con le conclusioni che lo consolidano, gli antecedenti o eventi ambientali che lo determinano. Tali indicazioni si ottengono con l’osservazione organizzata che ha lo scopo di individuare ciò che il bambino fa, e non solo questo, contemporaneamente anche quante volte lo fa e in quali contesti opera in tale maniera e modalità. Essa rappresenta, per ciascun insegnante il punto di avvio per qualunque provvedimento volto a cambiare una condotta e/o ad anticipare e perciò smorzare possibili atteggiamenti anche, talvolta, molto pericolosi. Quali comportamenti alternativi socialmente appropriati, insegnare? Potranno essere insegnati comportamenti alternativi socialmente appropriati; a tale scopo si possono utilizzare: il TRAINING per le abilità sociali facendo ricorso al modellamento, al prompting, al role-playing. Tali tecniche hanno lo scopo di insegnare come interagire con gli agli altri e come comportarsi adeguatamente nei diversi contesti di vita. Per far sviluppare abilità comunicative idonee è essenziale individuare il sistema comunicativo con il quale il soggetto si esprime meglio. Le tecniche che favoriranno l’apprendimento di nuove abilità: il rinforzo ed i contratti educativi Il rinforzo può dare una mano anche nella ridefinizione di un’immagine positiva di sé. Quando il comportamento problema diviene molto difficile da gestire, l’insegnate può ricorrere al “blocco fisico” (solo quando lo studente mette a repentaglio la propria e altrui salute o incolumità) al Time-out (il bambino viene condotto fuori dalla classe o espulso dal gioco, al “Time out senza isolamento”, in questo caso il soggetto resterà in aula ma sarà separato dai compagni per certo tempo).In genere il ricorso a “contratti educativi, stipulati tra insegnante e studente, può essere efficace per configurare una relazione basata sulla fiducia ma anche sul rispetto reciproco e delle regole condivise e accettate dalla comunità scolastica. L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici richiede un trattamento educativo multifocale che comprende la famiglia, il soggetto e la scuola. In famiglia molto importante è l’attenzione al bambino, al ragazzo soprattutto quando vengono messi in atto comportamenti adattivi, evitando ti dare eccessiva importanza a quegli atteggiamenti che non si vuole vengano invece proposti. Una seconda regola è quella della coerenza educativa tra i diversi attori coinvolti nell’itinerario educativo. Le regola da far apprendere devono essere semplici, chiare, sintetiche, molto precise, inequivocabili e soprattutto largamente condivise e discusse. Conclusioni I CP possono quindi essere gestiti. Fondamentale è essere formati in maniera adeguata e rivolgersi a professionisti del settore.

Regole e adolescenza: insofferenza o bisogno?

Le regole e l’adolescenza: insofferenza o bisogno? Entro in una classe, una prima di una scuola secondaria con circa 16 alunni di 14 anni. È febbraio, l’anno è cominciato da 6 mesi. Tuttavia, ognuno di loro sembra già essere stato profilato dalla maggior parte degli insegnanti, e il loro destino accademico sembra già esser stato scritto. Entro in classe come psicologa all’interno di un progetto di mentoring e orientamento. È una bella classe di ragazzi vivaci, piccoli e pieni di vita, anche se non passa molto tempo prima di rendermi conto della presenza di due alunni internalizzanti. Se ne stanno in silenzio in ultimo banco, il loro sguardo è assente, la voce flebile dal tono basso. È difficile coinvolgerli nelle attività. Non sembrano incuriositi dalla nuova presenza, o dalle proposte di giochi interattivi di presentazione. Sembrano sfiduciati, diffidenti. La mia attenzione ricade su di loro con non poca angoscia. Quella dei professori con cui mi confronto, invece, ricade su un’altra alunna. B. è descritta come l’unico elemento “difficile” della classe. Non ci sono altri problemi. B mette in difficoltà i professori, con i suoi modi spavaldi e la sua reticenza al rispetto delle regole. È l’unica che si rifiuta di depositare il cellulare, minacciando reazioni di sfida e appellativi dispregiativi agli insegnanti. <<Avanti alla classe, diventa umiliante!>>, afferma un professore in difficoltà. Il prof decide di ridare il telefono a tutti, invece di richiamare B. al rispetto della regola. Durante le mie ore di osservazione in classe, B. decide di addormentarsi al primo banco, il cappotto a coprire la testa dalla luce del sole. I professori decidono di sorvolare, <<almeno non da fastidio>>, mi dicono. I ragazzi comunicano con il comportamento ciò che non sono in grado di articolare in parole. Possiamo provare a chiederci: cosa sta provando a dirci? Accettando che B. si comporti diversamente dai compagni, inviamo il doppio messaggio di inadeguatezza, incapacità, diversità rispetto al resto della classe. Partecipiamo, da figure educative adulte, alla costruzione di un già fragile senso dell’io. <<è solo una ragazza prepotente!>>, mi viene risposto. Sta di fatto che, all’ultima ora, entra la professoressa di inglese. Serena, sicura. Si appoggia sulla cattedra svelta chiedendo ai ragazzi di ripetere per l’interrogazione. Chiama ogni alunno per qualche domanda. Anche B. B. non ha fatto i compiti, ma quello di inglese è l’unico quaderno che le ho visto cacciare dallo zaino in tutto il giorno. L’insegnante le chiede dolcemente di recuperare la traduzione in classe <<tanto non dovresti avere difficoltà a farlo>>. Lo ripete più volte, ma nessun segno di impazienza è rilevabile nella sua voce. La interroga tra un alunno e l’altro. La prof non si scompone quando B. sbaglia, aspetta, rispiega. Qualche domanda che non viene risposta da altri alunni viene rivolta a B., con la fiducia che B. possa conoscere ciò che sfugge ad altri. Non senza fatica, B. riesce a seguire per l’intera ora. Infine si avvicina a far correggere la traduzione all’insegnante. B. ha rispettato le regole per tutto il tempo. Il bisogno delle regole è un bisogno fondamentale in adolescenza, nella misura in cui, oltre ad un limite frustrante, comunica la presenza di un adulto attento, interessato e tutelante. Non esistono ragazzi asetticamente prepotenti, esistono ragazzi che non sanno parlare ad adulti che non sanno ascoltare.

La tricotillomania in età evolutiva

Definizione e trattamento della tricotillomania nei bambini. Con il termine tricotillomania si definisce un disturbo che consiste nel rimuovere dal proprio corpo capelli, peli, ciglia o sopracciglia senza finalità estetiche. All’interno del Manuale Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM 5) rientra nella sezione del Disturbo Ossessivo Compulsivo. I criteri diagnostici per la diagnosi di tricotillomania proposti dal DSM5 sono i seguenti: A. Strapparsi ricorrentemente i propri capelli, con conseguente perdita degli stessi; B. Ripetuti tentativi di ridurre o interrompere tale comportamento; C. Tirarsi i capelli causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento; D. Strapparsi i capelli o la perdita dei capelli non è attribuibile ad un’altra condizione medica; E. Strapparsi i capelli non è meglio spiegato da i sintomi di un altro disturbo mentale (APA 2013). Secondo diversi ricercatori, esistono numerosi fattori di rischio che potrebbero portare all’insorgenza di tale disturbo. Tra questi, pensieri disfunzionali o emozioni spiacevoli (noia, ansia, senso di solitudine); cambiamenti, situazioni di stress e di tensione emotiva; conflittualità familiare. In concomitanza dello strappo, le emozioni “negative” aumenterebbero d’intensità fungendo a loro volta da fattori predisponenti per lo strappo e instaurando un circolo vizioso difficile da interrompere. Il trattamento della tricotillomania Le linee guida proposte dal Trichotillomania Learning Center riportano che la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento più utilizzato con i bambini, adolescenti e adulti. In particolare, il trattamento comportamentale include tre elementi fondamentali: training di consapevolezza che include tecniche per comprendere quando insorge l’urgenza di strappare il capello; stimulus control che include metodi per ridurre la probabilità che inizi il comportamento di strappare; training di risposta incompatibile dove si insegna un’azione che sia incompatibile con lo strappare il capello. E’ buono che queste tecniche vengano integrate con un training di rilassamento e tecniche cognitive per cogliere i pensieri disfunzionali che si associano al comportamento di strappamento dei capelli.

Il Disturbo Psicosomatico: quando la mente si riflette sul corpo

Il corpo e la mente sono intricatamente collegati e spesso le nostre emozioni e pensieri possono manifestarsi fisicamente. Questo fenomeno è al centro del disturbo psicosomatico, un’esperienza complessa che coinvolge sia gli aspetti psicologici che fisici della salute. In questo articolo, esploreremo cosa sia esattamente il disturbo psicosomatico, le sue cause, i sintomi e le possibili modalità di trattamento. Cos’è il Disturbo Psicosomatico? Il disturbo psicosomatico si riferisce a condizioni fisiche che sono influenzate o causate da fattori psicologici, come lo stress, l’ansia o la depressione. In altre parole, le preoccupazioni, le emozioni intense e i conflitti interiori possono manifestarsi attraverso sintomi fisici. Questi sintomi possono variare notevolmente, da mal di testa persistenti a dolori muscolari, da disturbi gastrointestinali a problemi cardiaci. Cause del Disturbo Psicosomatico Le cause esatte del disturbo psicosomatico non sono sempre chiare ma coinvolgono una combinazione complessa di fattori psicologici, biologici e ambientali. Alcuni dei fattori che possono contribuire includono: Stress e Ansia: Lo stress cronico e l’ansia possono avere un impatto significativo sul corpo, causando tensione muscolare, ipertensione e altri sintomi fisici. Traumi Emotivi: Esperienze traumatiche o eventi stressanti possono scatenare sintomi psicosomatici come meccanismo di difesa del corpo per affrontare lo stress. Fattori Genetici e Biologici: Alcune persone possono essere geneticamente predisposte a sviluppare disturbi psicosomatici, mentre le differenze individuali nella risposta allo stress possono giocare un ruolo importante. Ambiente Sociale e Culturale: Il contesto sociale e culturale in cui una persona vive può influenzare la percezione e la manifestazione dei sintomi psicosomatici. Sintomi del Disturbo Psicosomatico I sintomi del disturbo psicosomatico possono variare ampiamente da persona a persona e possono coinvolgere diverse parti del corpo. Alcuni dei sintomi più comuni includono: – Mal di testa persistenti– Dolori muscolari e tensione– Disturbi gastrointestinali, come dolori addominali o diarrea– Problemi cardiaci, come palpitazioni o ipertensione– Affaticamento cronico– Difficoltà respiratorie senza causa fisica evidente Qual è il trattamento di un Disturbo Psicosamatico? Il modo migliore per affrontare una malattia psicosomatica è trattare lo stress che la causa o il disturbo che può causare questi sintomi. Per fare ciò è opportuno tenere conto di quanto segue: 1. Capire da dove proviene lo stress: il primo passo per alleviare il dolore psicosomatico è proprio capire da dove proviene la fonte del dolore. Ad esempio, se provi molta ansia, questa potrebbe essere la causa principale.2. Mantenere uno stile di vita sano: Mantenere una dieta equilibrata, fare attività fisica regolarmente e riservare per sé diversi momenti della giornata aiuterà a tenere a bada lo stress e, soprattutto, ad alleviare eventuali dolori psicosomatici.3. Imparare le tecniche di rilassamento: praticare regolarmente diversi metodi di rilassamento ti aiuterà a imparare a gestire meglio i momenti in cui lo stress ti travolge.4. Evita il dialogo interiore negativo: in molti casi, quando le persone sperimentano molto stress, tendono a vedere solo le cose negative che li circondano. Ciò può portare a un costante dialogo interiore negativo, che finisce per diventare un circolo vizioso che causa ulteriore disagio.5. Rivolgiti a uno specialista: i sintomi psicosomatici richiedono un intervento sia fisico che mentale. Questo perché il dolore può finire per creare scompiglio, oltre al fatto che bisogna affrontare la parte psicologica altrimenti il disagio o il fastidio si ripresenteranno nel tempo. Il disturbo psicosomatico è una condizione complessa che richiede un approccio olistico alla cura. Comprendere il legame tra mente e corpo è essenziale per affrontare efficacemente questa condizione e migliorare la salute complessiva e il benessere della persona. Con il supporto di professionisti qualificati e l’adozione di strategie di gestione dello stress e di coping efficaci, è possibile affrontare con successo il disturbo psicosomatico e migliorare la qualità della vita.

Snoezelen: benessere e ambienti multisensoriali

Cos’è un ambiente Snoezelen? Uno spazio Snoezelen è un ambiente creato artificialmente dove è possibile gestire suoni, luci, temperature, aromi e altro ancora. Le attrezzature multisensoriali stimolano i sensi, promuovendo sensazioni di benessere e facilitando l’azione cognitiva. In queste stanze, è possibile osservare i livelli di eccitazione neurofisiologica delle persone, influenzando positivamente l’ambiente neurochimico. L’ambiente sensoriale può anche contribuire ad alleviare lo stress, l’ansia e il dolore, mirando a massimizzare la concentrazione individuale e a promuovere reazioni significative e produttive a situazioni, oggetti e persone nell’ambiente circostante. La risposta adattativa è un processo dinamico in continua evoluzione, facilitato dall’ambiente Snoezelen. Da dove nasce Snoezelen? Negli anni ’80, i terapisti olandesi Jan Hulsegge e Al Verheuli hanno introdotto il concetto di Snoezelen. Per dimostrare gli effetti positivi della loro terapia, hanno creato una tenda sensoriale sperimentale usando semplici divisori di plastica e una varietà di stimoli. All’interno di questa tenda, hanno incluso un ventilatore che muoveva stringhe di carta e proiettato inchiostro mescolato con acqua su uno schermo. Sono stati riprodotti i suoni di strumenti musicali a percussione. Infine, sono stati aggiunti oggetti tattili, bottigliette di profumo, saponi, creme profumate e cibi aromatizzati. Questi elementi hanno fornito una vasta gamma di sensazioni e stimolazioni sensoriali, contribuendo al benessere e al rilassamento delle persone coinvolte nella terapia Snoezelen. Come è arredato l’ambiente multisensoriale? Per creare un ambiente Snoezelen ottimale per la stimolazione cognitiva e sensoriale, viene consigliato di arredare la stanza con una serie di attrezzature appositamente progettate. Tra queste, una poltrona confortevole, avvolgente e girevole offre comfort e sostegno. Una struttura orizzontale morbida e rotonda, adatta sia al riposo che alla stimolazione del movimento. Un’attrezzatura di questo tipo consentirebbe, infatti, di favorire attività di propriocezione grazie al movimento oscillante. Elementi morbidi come tappeti e cuscini con diverse finiture tattili possono essere posizionati sia a terra che su strutture per offrire varietà sensoriale. Tende leggere tattili, materiali per esperienze tattili e odorose e effetti luminosi come proiettori, lampade a bolle e luci UV possono arricchire ulteriormente l’ambiente. Elementi per attività sensoriali insieme a giocattoli che offrono effetti visivi, sonori e tattili, possono essere integrati per favorire esperienze interattive. Infine, effetti sonori come la musica rilassante, i suoni della natura e gli effetti ritmici possono essere utilizzati per calmare e rilassare i partecipanti. Esperienze di degustazione di diverse bevande aromatizzate e cibi completano l’esperienza sensoriale. Chi può trarre beneficio da un ambiente Snoezelen? Gli ambienti Snoezelen facilitano la terapia di soggetti affetti da una vasta gamma di disturbi. Tra essi i disturbi post-traumatici, stress, ansia associata all’abuso di sostanze, demenza, disabilità dello sviluppo, disabilità cognitive, autismo e disturbi da deficit di attenzione e/o iperattività (ADHD). Questi ultimi soggetti spesso manifestano un’ipersensibilità eccessiva o una scarsa sensibilità alla normale esperienza sensoriale della vita. Ciò può portare a sentirsi a disagio con il proprio corpo e a mostrare comportamenti impegnativi o esprimere insoddisfazione. Sono comunemente etichettati come individui incapaci di rilassarsi e mantenere un stato di equilibrio. In questo contesto, gli ambienti Snoezelen offrono un rifugio sensoriale in cui esplorare i propri vissuti in modo sicuro e confortevole, aiutando a regolare le esperienze sensoriali e a trovare momenti di calma e soddisfazione. Inoltre, l’ambiente Snoezelen offre alle persone con disabilità cognitive e a coloro che vivono in condizioni particolari di fragilità l’opportunità di godere e controllare una vasta gamma di esperienze sensoriali. Queste persone spesso non sperimentano il mondo come la maggioranza di noi e possono affrontare limitazioni nei movimenti, nella vista, nell’udito, nelle abilità cognitive, nei comportamenti, nella percezione, nel dolore e in altri contesti. Queste sfide possono creare ostacoli al loro godimento della vita. Tuttavia, la stimolazione multisensoriale offre loro l’opportunità di superare queste barriere, consentendo loro di esplorare e vivere esperienze sensoriali che altrimenti potrebbero essere difficili da raggiungere. Ancora, negli ultimi anni la metodologia Snoezelen ha dimostrato di produrre risultati significativi anche nel trattamento dei disturbi comportamentali nella demenza, noti come BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia). Studi condotti in RSA e nuclei Alzheimer hanno evidenziato miglioramenti nella gestione di momenti critici nelle attività quotidiane, come il fare il bagno ai pazienti affetti da Alzheimer.

La procrastinazione da strategia a modus operandi

procrastinazione

Il comportamento atto a rimandare volontariamente un’azione o una decisione è chiamato procrastinazione. Esso è un tipo di atteggiamento molto comune e tutti ne possono essere vittima. Le caratteristiche della situazione che portano il procrastinatore a posticipare l’azione sono lo stress e il disagio che ne derivano dal comportamento stesso. In effetti, ci troviamo di fronte ad un cane che si morde la coda, creando così un circolo vizioso. La sequenza, infatti, che ne scaturisce è: decisione da prendere; ansia e stress da prestazione; procrastinazione; ansia e stress da fallimento. La “decisione “ di procrastinare comincia a manifestarsi già da piccoli e a volte si consolida in adolescenza. In questo periodo della vita, inoltre, già foriero di contrasti ormonali ed emozionali, un atteggiamento del genere non è affatto positivo. Un esempio lampante è rimandare un’interrogazione all’infinito, non solo perché l’evento in sé crea disagio, ma perché si ha l’illusione che posticipando l’esame, ci si possa impegnare di più e migliorare l’esito. L’esperienza, però, ci insegna l’esatto contrario. Effettivamente, nel momento in cui si è scampati all’interrogazione, il livello di stress diminuisce e ci porta ad accantonare il pensiero ansiogeno, fino a nuova manifestazione. D’altronde, se procrastinare significasse analizzare la situazione per poter avere una performance migliore, allora in alcuni casi essa potrebbe essere anche funzionale. Nell’esempio citato dell’interrogazione, se la si rimanda per prepararsi meglio, la probabilità di risultati positivi si alzano. Talvolta, però, ciò che resta maggiormente impresso, quando si sceglie la procrastinazione, è il “pericolo “ scampato con conseguente miglioramento del tono dell’umore. In questo modo, la si assume come strategia calmante per alleviare la tensione, ignorando le conseguenze di essa. In sintesi, sarebbe opportuno imparare ad affrontare le situazioni, con le emozioni e i pensieri che ne derivano, e di fronte ad eventuali fallimenti, capire l’errore invece di procrastinare.

Dipendenza dagli short video

Cosa sono gli “shorts”? Gli “short” video sono filmati caratterizzati  da effetti speciali e colonne sonore, hanno solitamente contenuti d’intrattenimento o educativi che si contraddistinguono per la durata, che oscilla tra i 15 e 30 secondi massimo. Li possiamo trovare su diverse piattaforme, come YouTube, Facebook, Instagram e in modo particolare su Tik Tok,ed hanno un’alta capacità di attrazione. MA PERCHE’ POSSONO CREARE DIPENDENZA? Oggigiorno abbiamo una tecnologia basata sull’interazione e rapidità.I social consentono infatti l’accesso immediato alle informazioni in qualunque momento e sono progettati per mantenere il coinvolgimento degli utenti. I messaggi e le comunicazioni vengono visualizzate in modo imprevedibile su un programma di rinforzo variabile estremamente potente. E come sappiamo, un eccessivo uso della tecnologia ha un impatto sulle funzioni cognitive del nostro cervello. Secondo uno studio condotto da We Are Social, Data Reportal e Meltwater,  in seguito riportato su Digital 2023 Global Overview Report in cui si approfondisce il rapporto tra gli utenti e internet, l’utente medio passa più di due ore e mezza al giorno su piattaforme social.Contenuti come video, in particolar modo, hanno un impatto significativo.Come afferma Ester Corvi, autrice di “Streaming Revolution” edito da Flaccovio : “I deficit di attenzione di cui risentiamo in un mondo iperconnesso ci portano a preferire i video come forma privilegiata di contenuto perché sono in grado di innescare un impatto emotivo immediato, che suscita a sua volta una reazione che può essere facilmente condivisa sui social utilizzando gli smartphone, come e quando vogliamo. E visto che la capacità di restare concentrati online diminuisce drasticamente, la maggioranza degli utenti preferisce i video di minore lunghezza, a cui reagire con commenti o altri video brevi, in una forma digitale di socialità partecipata”. E’ IN ATTO UN CAMBIAMENTO E’ un problema che può coinvolgere tutte le fasce d’età, ma in numero maggiore  i ragazzi, specialmente in età adolescenziale. Questo lo possiamo intuire dal ruolo crescente dei media nell’ambiente quotidiano dei giovani.La lettura di libri stampati  è la forma mediatica a cui i giovani si rivolgono sempre meno spesso nel loro tempo libero. Ci troviamo nel mezzo di un cambiamento generazionale negli stili cognitivi. E’ in atto un passaggio  dall’attenzione sostenuta all’iperattenzione.  L’attenzione sostenuta,  è caratterizzata dalla concentrazione su un flusso di stimoli per un lungo periodo di tempo, dall’ignorare gli stimoli esterni mentre si è impegnati, e dall’avere un’alta tolleranza per i lunghi tempi di concentrazione.L’iperattenzione è caratterizzata da un rapido passaggio da un compito all’altro, dalla preferenza per più flussi di informazioni, dalla ricerca di un alto livello di stimolazione e da una bassa tolleranza alla noia. Siamo in un era di attenzione istantanea e parcellizzata, segnata dallo scroll (movimento del dito per passare al contenuto successivo) continuo.Ogni scroll potrebbe portare a qualcosa di meglio, ma gli utenti non sanno quando lo otterranno, quindi continuano a scorrere in attesa di un contenuto che potrebbe non arrivare mai.Questo perché, Il nostro cervello, ogni qual volta sperimentiamo momenti di piacere, libera alcune sostanze, come la dopamina che funzionano da rinforzo a quello stesso stimolo, rimarcandolo. Questo sistema di gratificazione è la spina dorsale degli “short video” che  trasformano l’intrattenimento in un gioco senza fine.Sta a noi comprendere il momento giusto in cui porre fine al gioco.

L’AUTO-EFFICACIA E I SUOI AMBITI DI INTERVENTO

l'auto-efficacia

L’auto-efficacia percepita si riferisce alle credenze e aspettative relative alla propria capacità di azione in compiti e situazioni futuri. In relazione al costrutto psicologico di auto-efficacia, esistono diversi ambiti di intervento che spaziano dalla promozione della salute, al contesto professionale e lavorativo fino all’ambito sportivo. Di seguito si parlerà di alcune applicazioni di tale costrutto. 1. Numerosi studi hanno evidenziato che le persone con convinzioni positive di auto-efficacia tendono a mettere in atto comportamenti che favoriscono la promozione della salute. In particolare, i ricercatori si sono interessati al legame tra questo costrutto e la modifica di abitudini e comportamenti di rischio per la salute individuale. Ad esempio l’uso del preservativo come prevenzione dall’HIV, la regolazione dell’esercizio fisico dopo un attacco cardiaco, la cura dell’igiene dentale… Da questi studi emerge che le campagne di salute più efficaci sono quelle che integrano la trasmissione delle informazioni con il rafforzamento della percezione di auto-efficacia personale. Le persone che hanno sviluppato un alto livello di auto-efficacia sono coloro che riescono a modificare le loro abitudini e a mantenere nel tempo le nuove. 2. Ulteriori filoni di ricerca hanno dimostrato come le prestazioni di un atleta non dipendano solamente dalle sue abilità fisiche. Entrano in gioco anche l’auto-efficacia percepita e la motivazione personale. Gli atleti che hanno un alto livello di auto-efficacia sono bravi nella gestione dello stress e dell’ansia prima e durante la competizione. Inoltre, sono in grado di stabilire per se stessi obiettivi ambiziosi, ma realistici. Molti studi suggeriscono che il ruolo dell’allenatore sia determinante sullo sviluppo e sul mantenimento della stessa e della motivazione dell’atleta. 3. Esiste anche l’auto-efficacia collettiva intesa come la convinzione condivisa all’interno di un gruppo di essere in grado di raggiungere insieme gli obiettivi prestabiliti. L’auto-efficacia collettiva può anche essere considerata un fattore protettivo nei confronti del burnout in quanto contribuisce al benessere del gruppo. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia

Mai sentito parlare di Anuptafobia?

L’anuptafobia è la paura irrazionale e incontrollabile di non poter avere una relazione sentimentale con un’altra persona e di non trovare qualcuno con cui condividere la propria esistenza. Il timore di restare per sempre single può essere così forte da portare una persona a sperimentare varie condizioni di malessere psicologico che influenzano ogni aspetto della sua vita.  È considerata una fobia perché questa paura è del tutto sproporzionata: non è un semplice desiderio di avere una relazione, ma per chi ne soffre, essere single è sinonimo di fallimento, vuoto e infelicità. Anuptafobia etimologicamente deriva dal latino e significa “paura di restare single”, da “a-nupta”, ovvero “senza moglie”. I soggetti più a rischio sono gli over 35, i quali tendono a sentirsi più vulnerabili sotto il profilo della solitudine quando i rapporti con i loro amici si riducono perché in questa fascia d’età la maggior parte di essi ha un partner o dei figli. In particolare, sono più colpite le donne rispetto agli uomini, soprattutto per un retaggio culturale: la società si aspetta che a quell’età una donna trovi un compagno e dia vita a una famiglia. Questo può portare a nutrire forti aspettative in questo senso e, di conseguenza, a mettere in atto una spasmodica ricerca del partner, che può divenire una vera e propria ossessione. Le persone affette da Anuptafobia hanno una bassa autostima, tendono a indirizzare decisioni e comportamenti della propria vita sempre e solo in funzione del partner di turno. Chi soffre di questo disagio, quando è in coppia tende ad annullare la propria personalità per paura di non piacere all’altro e arriva a far propri gli interessi, le passioni e gli ideali del partner. Si tratta di persone fragili e instabili. In molti casi sono reduci da relazioni talvolta anche assai tempestose. Quando queste finiscono tendono a ricercare al più presto un altro partner sostitutivo col quale costruire prima possibile un nuovo legame, pur di non sperimentare una condizione di isolamento. Il più grande campanello d’allarme che ci segnala che la ricerca dell’amore è dovuta all’Anuptafobia è quando la paura della solitudine affettiva e l’ ansia che ne è connessa rappresentano il motore fondamentale della ricerca. Assai più che il naturale desiderio di una relazione sentimentale. Ne consegue che, una volta trovato un partner, questo traguardo produce un senso di sollievo dovuto più al fatto che si placano quei sentimenti angosciosi che al piacere di una nuova relazione in quanto tale. Comprendere i sintomi dell’Anuptafobia e trovare il modo migliore per trattarli è essenziale se una persona vuole superare il disturbo ed avere una migliore qualità di vita. Spesso è necessario ricorrere a un trattamento psicoterapeutico per affrontare i problemi di fondo e aumentare l’autostima.

Orfani di femminicidio e sfide psicoeducative

I bambini che perdono la madre a causa del femminicidio possono sentirsi molto tristi e arrabbiati. Possono anche sentirsi colpevoli e confusi. A volte, potrebbero avere paura del futuro e non fidarsi degli altri. È importante aiutarli con un approccio psicoeducativo che li aiuti a capire i loro sentimenti e ad affrontare i problemi.