Intimate Partner Violence (IPV), Adolescenti e Giovani Donne

L’adolescenza e la giovane età adulta rappresentano un periodo cruciale in cui si gettano le basi per la salute e la vita futura delle donne. Essere vittima di violenza di genere in questo periodo della vita potrebbe influenzare in futuro il benessere fisico e psicologico delle adolescenti e delle donne giovani adulte. Lo studio multinazionale dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica contro le donne, condotto tra il 2000 e il 2004 in 10 paesi, ha rilevato che tra il 13 e il 61% delle donne in una relazione di coppia, di età compresa tra 15 e 49 anni, ha riferito di aver subito violenza fisica o sessuale dal loro partner. Si presume che la prevalenza della violenza da parte del partner (Intimate Partner Violence, IPV) sia ancora più elevata tra le adolescenti e le giovani donne. Per IPV (intimate partner violence) si intende violenza fisica e/o sessuale da parte del proprio partner. L’IPV è la conseguenza di una complessa combinazione di fattori individuali, relazionali e sociali.  La ricerca del 2014 di Stöckl et al. è stata tra le prime ad aver analizzato la prevalenza dell’IPV tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni ed ha esplorando i fattori di rischio ad essa associati in nove paesi. I risultati mostrano come la prevalenza nell’arco della vita dell’IPV variava dal 19 al 66% tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni, con una prevalenza superiore al 50% riportata nella maggior parte dei paesi analizzati. I fattori significativamente associati all’IPV includevano l’essere stati testimone di violenza contro la madre, l’abuso di alcol, il coinvolgimento in liti da parte del partner, una prima esperienza sessuale indesiderata o forzata, i frequenti litigi con il partner e un suo comportamento controllante. Si è osservato come le adolescenti e le giovani donne corrono un rischio sostanzialmente più elevato di sperimentare l’IPV rispetto alle donne più anziane. Questa ricerca mostra come le adolescenti e le giovani donne sono maggiormente a rischio di sperimentare atti di violenza fisica e sessuale, con tassi di prevalenza che vanno dall’8 al 57% per l’IPV fisico e sessuale, superiore a quello tra le donne anziane riscontrato nella maggior parte dei paesi. L’adolescenza e la prima età adulta rappresentano un periodo importante per gettare le basi per relazioni sane e stabili, nonché per la salute e il benessere generale delle donne. L’elevata prevalenza dell’IPV tra gli adolescenti e le giovani donne è allarmante. Garantire che le adolescenti e le giovani donne godano di relazioni libere dalla violenza è un investimento fondamentale per il loro futuro. Le politiche e i servizi volti a prevenire e affrontare la violenza di genere devono aumentare i programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema, i quali devono essere adattati per raggiungere in modo efficace le adolescenti e le giovani donne, ma anche gli adolescenti e i giovani adulti uomini. Gli effetti della violenza di genere sulla salute delle donne, in particolare sulla salute sessuale, riproduttiva e mentale, richiedono inoltre l’integrazione di strategie per affrontare l’IPV, promuovere l’uguaglianza di genere e favorire relazioni affettive eque attraverso programmi incentrati sulla promozione e la salvaguardia della salute delle donne. Bibliografia Stöckl et al.: Intimate partner violence among adolescents and young women: prevalence and associated factors in nine countries: a cross-sectional study. BMC Public Health 2014 14:751.

L’ALTA SENSIBILITA’ ED I DISTURBI PSICOLOGICI

di Federico Rossi Uno dei tratti di temperamento più sottovalutati nella comprensione diagnostica dei pazienti èquella dell’alta sensibilità. Le persone altamente sensibili costituiscono circa il 20% dellapopolazione umana e hanno l’unicità di percepire e rispondere acutamente alle diverse sfumatureemotive e sensoriali del mondo che le circonda.Le persone altamente sensibili (PAS) sono dotate di un sistema nervoso centrale particolarmentereattivo, che le rende più suscettibili agli stimoli esterni. Nello specifico le PAS hannocaratteristiche neurobiologiche distintive che influenzano la loro profonda elaborazione delleinformazioni, la loro intensa risposta emotiva, la loro spiccata empatia ed alta sensibilità agli stimoliambientali esterni. Nello specifico: presentano un’aumentata attività cerebrale a riposo, con una maggiore attivazione delle areecoinvolte nell’elaborazione visiva e dell’attenzione; hanno specifiche variazioni genetiche legate ai neurotrasmettitori quali la serotonina, ladopamina e la norepinefrina; mostrano una maggiore reattività alla dopamina; hanno maggiore attività nei neuroni specchio; presentano una corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) più attiva; mostrano inoltre una maggiore attivazione della corteccia e dell’insula, specie del girotemporale medio (MTG).Queste caratteristiche si traducono in una maggiore sensibilità emotiva, sensoriale ed intuitiva. Lepersone altamente sensibili possono essere facilmente sovraccaricate dall’eccesso di stimolazioneesterna, come rumori forti, luci intense e/o situazioni caotiche ed essendo altamente empatichepossono percepire in maniera profonda le intenzioni ed emozioni altrui.Lo psicoanalista Carl Jung fu uno dei primi a parlare di “sensibilità innata”, introducendo i concettidi introversione ed estroversione nella psicologia della personalità. Successivamente, Hans JürgenEysenck collegò i concetti di Jung alla teoria del temperamento di Ippocrate, sottolineando ledifferenze tra persone introverse ed estroverse. Jerome Kagan, professore di psicologia evolutivapresso l’Università di Harvard, condusse studi longitudinali sui bambini, facendo una distinzione trabambini ‘inibiti’ e ‘disinibiti’. Secondo Kagan, i bambini ‘inibiti’ mostrano un comportamentocauto, introspettivo e timido di fronte a nuove situazioni e/o persone sconosciute. Hanno una sogliadi eccitazione più bassa della media e presentano una maggiore reattività del sistema nervososimpatico di fronte a queste situazioni.L’alta sensibilità, quale tratto temperamentale indipendente ed alla pari con la tendenzaall’estroversione o all’introversione, viene spesso confuso erroneamente con diversi disturbimentali. Mentre un individuo può essere molto sensibile, oltre ad avere anche un disturbopsicologico, l’alta sensibilità non è di per sé uno scompenso psicologico. Il disturbo psicologico èinfatti tipicamente caratterizzato da un insieme di sintomi cognitivi, emotivi e comportamentali chemettono a dura prova l’individuo, compromettendone il funzionamento sociale, professionale e nonsolo. Risulta necessario quindi comprendere come si differenzia l’alta sensibilità da un disturbo ditipo psicologico: Disturbi affettivi: i disturbi affettivi, quali la depressione ed il disturbo bipolare, hanno a chevedere con cambiamenti d’umore. Gli individui altamente sensibili oltre a ciò possonoprovare sentimenti di scarsa fiducia in se stessi o avere come la percezione di possedere una“pelle più sottile” degli altri, ma i disturbi affettivi veri e propri vanno ben oltre questesensazioni, includendo sintomi quali una tristezza pervasiva, mancanza di energia, disturbi del sonno e perdita di interesse nella vita, fino a coltivare pensieri suicidari. I disturbi di tipoaffettivo causano disagi significativi e compromissione del funzionamento quotidiano. Fobia sociale: la fobia sociale, nota anche come disturbo d’ansia sociale, è caratterizzatadall’intensa paura di essere giudicati o imbarazzati all’interno di situazioni sociali. Mentregli individui altamente sensibili possono sentirsi ansiosi in determinati contesti sociali, unadiagnosi di fobia sociale richiede disagio emotivo esplicito, comportamento evitante esintomi d’ansia specificamente correlati a determinate situazioni sociali temute. Disturbo post-traumatico da stress (PTSD): il disturbo da stress post-traumatico è unarisposta ad un evento traumatico che coinvolge sintomi quali ricordi intrusivi,intorpidimento emotivo, evitamento di fattori scatenanti, ipervigilanza e problemi di sonno.Gli individui altamente sensibili possono essere più in sintonia con il loro ambiente, mentreil disturbo da stress post-traumatico si distingue in quanto derivante da una specificaesperienza traumatica che si manifesta in una gamma più ristretta di stimolazioni esterne. Disturbi di personalità: i disturbi di personalità, quali i disturbi borderline, ansioso-evitante enarcisistico, esitano in problematiche significative nei tratti della personalità, nei modellicomportamentali e nel funzionamento interpersonale. Mentre gli individui altamentesensibili possono condividere alcune caratteristiche, quale l’intensità emotiva o la sensibilitàalle critiche, sono la gravità, la consistenza e la gamma dei sintomi a differenziare i disturbidi personalità dall’alta sensibilità temperamentale. A titolo esemplificato, una personapsicologicamente sana ed altamente sensibile risulta possedere una bassa impulsività,caratteristica opposta a quella di una persona con diagnosi borderline. Bibliografia “The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron“The Highly Sensitive Man” di Tom Falkenstein

Perche’ mio figlio balbetta?

Spesso un genitore si scontra con questa problematica. Per prima cosa,un po per istinto, tende a rimproverare il bambino. “parla bene!”. Scopriamo insieme le cause della balbuzie ed il modo migliore per approcciare alla risoluzione Cos’è la balbuzie? La balbuzie,  è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze. Il linguaggio presenta arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorno ai 3 anni. La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Sintomatologia Tra i sintomi più frequenti della balbuzie nei bambini ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari. Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all’inizio della frase. Esistono poi le caratteristiche secondarie, ovvero quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare. Esse variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” fino all’isolamento sociale al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri. La percentuale di recupero nella balbuzie viene stimata dal 50% al 90%, ma tende a diminuire in proporzione all’aumentare del tempo in cui la balbuzie persiste. Cosa può fare il genitore? I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione.È utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta.Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un’aria ansiosa o annoiata. Conseguenze Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto dei bambini che mostrano balbuzie. Questa problematica  può condizionare inoltre la vita di relazione. Un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porta a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate. Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Pertanto è bene intervenire tempestivamente

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia!

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia! Le dipendenze nei servizi territoriali Le dipendenze sono ampiamente studiate in letteratura, anche se spesso nella pratica non vi corrisponde una prassi di intervento che tenga conto dei reali bisogni dell’utenza. Le cose si complicano, inoltre, quando gli utenti diventano genitori. Ho potuto notare che la presenza dei figli viene tutt’oggi utilizzata, dal personale dei servizi, come fattore motivazionale per il percorso in struttura. Questo presupposto ha origine in un paradigma che vede la tossicodipendenza come una scelta, un errore più o meno razionale da riparare. Un incidente di percorso. Da qui nasce la mia curiosità: quali sono le difficoltà che incontra un genitore, in particolare una madre, che fa un uso prolungato di sostanze? La maternità nelle dipendenze in letteratura. I modelli dei roditori sono stati determinanti. Hanno individuato il ruolo del sistema ipotalamico e mesocorticolimbico (ovvero del cosiddetto sistema della ricompensa) nell’ attaccamento madre-bambino e nei comportamenti di assistenza materna. Lavori che utilizzano la risonanza magnetica funzionale hanno dimostrano l’attivazione di regioni celebrali analoghe nelle donne umane. Ciò avviene, in particolare, quando le neo-madri entrano in contatto con ricompense naturali da parte del proprio bambino, come il suo volto sorridente. Risultati Con l’uso prolungato di sostanze, studi pioneristici hanno mostrato che: Nelle madri emergono compromissioni nell’attivazione dell’ipotalamo e del sistema mesocorticolimbico, in risposte ai volti felici dei propri figli. La soglia di ricompensa dopaminica può essere ricalibrata, per cui il sistema di ricompensa cerca gratificazione nell’uso della sostanza, e non orientando la propria attenzione verso ricompense naturali, quali abbiamo visto essere il sorriso del bambino. Le madri che fanno uso di sostanze, sono maggiormente responsive agli stimoli neutri del volto del bambino, ambigui, piuttosto che a quelli apertamente angosciati o felici. Le madri che fanno uso di sostanze hanno dimostrato una risposta neuronale significativamente ritardata a tutti i pianti infantili, suggerendo che possano elaborarne il suono in modo meno efficiente rispetto alle madri che non fanno uso di sostanze. Alla luce di ciò, i segnali da parte del figlio non solo potrebbero non essere percepiti come gratificanti, quanto possono addirittura mettere a dura prova la resistenza della madre al craving. A questo quadro, si aggiungono i sentimenti di vergogna e colpa associati alla credenza di essere una cattiva madre. Conclusioni Quanto detto potrebbe avere due conseguenze: una mancanza di attivazione di accudimento all’angoscia del bambino, o un comportamento eccessivamente intrusivo. Infatti, si attiva una risposta anche in concomitanza ai volti neutri del bambino, che implica forti livelli di ansia e angoscia nella madre stessa. In conclusione, nei trattamenti con madri dipendenti da sostanze, la presenza di un figlio va individuato anche come potenziale fattore di stress.

Isteria e Arteterapia .1

Isteria e Arteterapia .1 Una possibile condizione dell’essere umano iscritta nei nostri corpi condivisi, ritmici ed in crescita. Parlare ed approfondire questa possibile condizione dell’essere umano, per me e per il mio gruppo di lavoro Poliscreativa, è importante. Questo tema ci porta a riflettere sull’importanza del poter dialogare con sé stessi e nel mio caso, in quanto psicoterapeuta ed arteterapeuta, del possibile dialogo tra più professioni, che si tengono la mano come in una danza. Iniziamo per gradi, Isteria è una parola che circola in medicina da circa duemilacinquecento anni, più precisamente dai tempi di Ippocrate. Grossolanamente possiamo affermare che l’isteria è una patologia caratterizzata da una tendenza a mettere in scena, in varie parti del corpo, certi aspetti problematici e patologici, rimandando quindi in qualche modo a una sorta di teatralità e ad un forte elemento metamorfico. Come si è generato il concetto di isteria? Qual è la storia di questa parola e quali usi se ne fanno ancora oggi? Anche se secondo l’attuale nosografia psichiatrica la parola isteria non si usa più, se non marginalmente, è però necessario ricordare che l’isteria è fondamentalmente il nucleo su cui si è organizzata tutta una parte della classificazione della patologia psichiatrica e più in generale dei problemi psichiatrici. Il tradizionale grande sintomo dell’isteria ai tempi di Freud è stato la paralisi isterica. Per paralisi isterica si intende una paralisi che avviene in soggetti che non presentano alcun problema ai nervi. Sono state notate delle forme di paralisi isterica pur non risultando alcuna lesione neurologica, i riflessi, infatti erano conservati. L’isteria presenta anche aspetti legati alla sessualità. Nel classico immaginario la persona isterica è una persona con una certa tendenza alla seduttività. Per Freud alla base di questa patologia era presente spesso un trauma sessuale. Un’altra delle caratteristiche dell’isteria è la patoplasticità di riorganizzare la patologia, ovvero la forte influenza che gli aspetti ambientali e storici hanno sulla patologia. Secondo l’ipotesi patogenetica del modello teorico di Ippocrate risalente al V secolo a.C., il motivo per il quale certe donne avevano una tendenza a mostrare sintomi cangianti nel tempo, consisteva nel fatto che l’utero nelle donne affette da isteria, dal greco hysteron, ὑστέρα, “utero”, girasse per il corpo e andasse a disturbare i più svariati organi. Invece oggi è noto che qualcosa che riguarda l’isteria e tutti i suoi eredi nosografici riguarda anche il maschile. Va considerato che gli schemi attraverso cui si espleta un disagio sono fondamentalmente plasmati dal contesto culturale. Questo è un dato importante proprio per il nostro lavoro di arteterapeuti, perché noi lavoriamo molto sul concetto di cultura e sulla messa in forma di determinati aspetti. Dopo questo breve excursus storico, è doveroso sottolineare che “isteria” è un termine che è stato usato in maniera discutibile e arbitraria da una medicina maschilista per stigmatizzare il comportamento delle donne. La parola isteria viene usata in qualche modo all’interno di una società in cui i rapporti di potere sono fortemente legati al ruolo del maschile. ­­­­­­­­­­­Dire che l’isteria è una patologia psichica e non fisica non ha senso alcuno. Ippocrate ha descritto l’isteria seppure in maniera discutibile, ma come una malattia organica, propria dei corpi. L’utero è infatti un oggetto fisico e non una rappresentazione mentale. Come ho spesso sottolineato nei miei articoli, quando parliamo di psiche, parliamo di corpo. Questo aspetto tra soma e psiche, mi piacerebbe approfondirlo nei prossimi articoli.

La cogenitorialità una prospettiva più ampia sui sistemi familiari

Per molto tempo le ricerche scientifiche e i resoconti sullo sviluppo dell’adulto, del bambino e della famiglia hanno fatto riferimento principalmente ad una visione parziale, in cui il focus era messo sulla relazione di un solo genitore con il bambino (McHale, Kuersten-Hogan e Rao, 2004). Negli ultimi trenta anni c’è stato un cambio di “rotta”, che ha visto la crescita di un nuovo campo di studi noto come coparenting. Il coparenting o cogenitorialità è un costrutto che affonda le sue radici nella teoria della famiglia strutturale di Salvador Minuchin (1974); nei suoi scritti, Minuchin ha sottolineato l’importanza in ogni famiglia di una leadership collaborativa e solidale fornita dai genitori. È principalmente intorno agli anni ’90 del Novecento, grazie al crescente interesse per le relazioni primarie, che si inizia a studiare e definire cos’è il costrutto del coparenting. La cogenitorialità si contrappone ad un’idea più tradizionale di genitorialità, che possiamo denominare “genitorialità individuale o parallela”, nella quale ciascun genitore svolge le funzioni parentali individualmente e separatamente rispetto all’altro genitore (Merenda, 2019; Palkovitz, Fagan, & Hull, 2013). Inizialmente, il focus viene posto sui sistemi familiari con due genitori e sulla comprensione del sistema di relazione triangolare che lega insieme una madre, un padre e un bambino (McHale & Cowan, 1996). McHale (2010) definisce la cogenitorialità come “un’impresa familiare”, cogestita da due o più adulti che si assumono la cura e l’educazione dei bambini per i quali ne condividono la responsabilità» (Merenda, 2019, pag. 61). In sostanza, gli studiosi si riferiscono al modo in cui i partner genitoriali si coordinano e collaborano reciprocamente per il benessere del bambino. Quando una coppia si prepara all’arrivo di un bambino, il sottosistema coniugale si trasforma e si viene a creare anche la coppia genitoriale. In questo sottosistema i due partner cooperano per la crescita di un terzo, ciò comporta un’ulteriore evoluzione: la nascita della triade. In realtà, la ricerca sottolinea come la cogenitorialità sia una funzione che nasce e si evolve già a partire dalla gravidanza, periodo in cui i futuri genitori si preparano all’incontro con il figlio (McHale & Cowan, 1996; McHale & Fivaz-Depeursinge, 1999). Alcuni studiosi della cogenitorialità (Belsky, Crnic e Gable, 1995; McHale, 1995; Van Egeren e Hawkins, 2004) hanno individuato le principali dimensioni che caratterizzano il funzionamento cogenitoriale: il grado di solidarietà e sostegno tra i cogenitori, l’antagonismo presente negli sforzi coparentali e la misura in cui entrambi i partner partecipato attivamente allo sviluppo del bambino. La relazione cogenitoriale è, quindi, qualcosa di diverso rispetto alla relazione di attaccamento duale – non si riferisce né alla diade madre-figlio né a quella padre-figlio; le funzioni cogenitoriali si collegano alla triade familiare, con ciò si intende che l’essere genitori comprende sia la relazione che si instaura con il figlio che quella che c’è tra i due partner (Ardone e Chiarolanza, 2007; Merenda, 2019; McHale, 2010). La letteratura empirica è concorde sull’idea che il modo in cui gli adulti riescono a essere cogenitori ha importanti implicazioni per la qualità dell’adattamento dei loro figli (Mangelsdorf, Laxman & Jessee, 2011). Bibliografia Ardone, R. & Chiarolanza, C. (2007). Relazioni affettive. I sentimenti nel conflitto e nella mediazione. Il Mulino. Belsky, J., Crnic, K., & Gable, S. (1995). The determinants of coparenting in families with toddler boys: Spousal differences and daily hassles. Child Development, 66(3), 629–642. Mangelsdorf, S., C., Laxman, D., J. & Jessee, A. (2011). Coparenting In Two-Parent Nuclear Families. In McHale, J. P., & Lindahl, K. M. (Eds.). Coparenting: A conceptual and clinical examination of family systems (pp. 39-59). American Psychological Association. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Fivaz-Depeursinge, E. (1999). Understanding triadic and family group interactions during infancy and toddlerhood. Clinical Child and Family Psychology Review, 2 (2), 107-127. McHale, J. P. (1995). Co-parenting and triadic interactions during infancy: The roles of marital distress and child gender. Developmental Psychology, 31, 985 – 996. McHale, J. P. (2010). La sfida della cogenitorialità. Milano: Raffaello Cortina. McHale, J. P., Kuersten-Hogan, R. & Rao, N. (2004). Growing points for coparenting theory and research. Journal of Adult Development, 11, 221 – 233. Merenda, A. (2019). La coppia cogenitoriale. In A. Merenda (a cura di). Psicodinamica delle famiglie contemporanee (pag. 59-70). ISBN (online): 978-88-5509-042-1. Minuchin, S. (1974). Famiglie e Terapie delle Famiglie. Astrolabio Ubaldini. Palkovitz, R., Fagan, J. & Hull, J. (2013). Coparenting and children’s well-being. In N. J. Cabrera & C. S. Tamis-LeMonda (Eds.), Handbook of father involvement: Multidisciplinary perspectives (p. 202–219). Routledge/Taylor & Francis Group. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.

I migliori amici degli anziani: la Pet Therapy nella demenza

Un’introduzione alla Pet Therapy Sempre più adottata nelle attività di cura e di sostegno, la Pet Therapy, ovvero la forma di terapia volta a migliorare la qualità di vita delle persone attraverso la relazione con diversi animali da compagnia, vede la definizione come tale a metà del secolo scorso. Nonostante i primi approcci pratici con gli animali siano riconducibili alle terapie dei pazienti con disabilità nel Belgio del IX secolo, la definizione del concetto di “pet therapy” fa riferimento al 1953, quando il neuropsichiatra infantile Boris Levinson si accorse di come il proprio cane portasse dei benefici psicologici e comportamentali ad un bambino autistico da lui seguito. In Italia sarà necessario aspettare gli anni Ottanta per sentir parlare nelle conferenze mediche di questa tipologia di terapia e l’inizio del nuovo millennio per documenti ufficiali e decreti ministeriali che ne riconoscano i principi e specifiche linee guida per gli interventi. Tipologie di interventi Questa cooperazione uomo-animale può trovare concretezza in differenti campi di attuazione e, di conseguenza, nelle molteplici metodologie adottate; possiamo citare le Animal Assisted Activities (AAA), le Animal Assisted Therapies (AAT) e le Animal Assisted Education (AAE). La differenza tra le tre risiede principalmente nel loro obiettivo e, di conseguenza, nelle attività messe in atto per raggiungerlo: le prime vedono la prevalenza della componente ludico-ricreativa e comprendono tutte le attività svolte con gli animali che migliorano in generale la qualità di vita della persona; le seconde hanno un vero e proprio obiettivo terapeutico volto a migliorare lo stato di salute fisica, sociale, emotiva e cognitiva dei pazienti; le ultime, infine, si basano sulla dimensione educativa attraverso l’impiego di attività che hanno lo scopo di promuovere e sostenere le risorse personali legate alla progettualità individuale, di relazione ed inserimento sociale. Perché utilizzare la Pet Therapy con gli anziani affetti da demenza Come accennato, i contesti di applicazione della Pet Therapy possono essere molteplici; dall’utilizzo degli animali con bambini affetti da disturbi dello spettro autistico o ricoverati nei reparti pediatrici, con pazienti psichiatrici o con pazienti oncologici, all’interno di scuole o di carceri, e molti altri. In questo articolo si vogliono approfondire i benefici della Pet Therapy quando viene adottata come strumento volto a migliorare la qualità di vita di anziani affetti da Alzheimer o da altre tipologie di demenza. Queste patologie sono destinate a provocare nel corso del tempo sempre più deficit in diverse aree: citiamo quella cognitiva, interessando la perdita di memoria, l’attenzione e varie difficoltà nel linguaggio, i disturbi del comportamento e grandi alterazioni dell’umore che possono portare a stati di agitazione psicomotoria. Non esistendo cure che consentano di rendere tale processo reversibile, appare di grande aiuto affiancare alle terapie farmacologiche varie attività che permettano di attenuare l’intensità di alcuni sintomi aumentando il benessere dei pazienti. Tra queste attività, la Pet Therapy rappresenta un ottimo veicolo per poter fornire la possibilità agli anziani malati di instaurare un rapporto con un animale, comunicando con lo stesso attraverso stimoli sensoriali che permettano di creare un legame positivo che giovi al soggetto e senza coinvolgere la memoria e il linguaggio, spesso gravemente deteriorati in chi soffre di demenza. I miglioramenti nella qualità di vita degli anziani I benefici, inoltre, sono immediati e questo sta portando le strutture a adottare sempre più questo tipo di terapia attraverso diversi animali, per lo più cani di differenti razze, gatti e talvolta cavalli. Le attività che coinvolgono gli animali consentono miglioramenti in vari aspetti della vita dell’anziano, tra cui benefici nella motricità e nell’equilibrio attraverso passeggiate e varie interazioni con l’animale. Inoltre, dà loro la possibilità di sentirsi maggiormente utili, gratificati e autonomi prendendosi cura dell’animale, dandogli da mangiare, accarezzandolo o spazzolandolo. L’impegno di dedicarsi con affetto ad un animale può inoltre stimolare alcune funzioni cognitive legate a linguaggio, attenzione e memoria, risvegliando alcuni ricordi passati inerenti al contatto fisico e a stimoli sensoriali simili vissuti nella loro vita. Inoltre, diverse ricerche hanno rilevato miglioramenti nel tono dell’umore; attraverso l’interazione con l’animale negli interventi di Pet Therapy, infatti, l’anziano affetto da demenza può ottenere benefici nella diminuzione dell’ansia, dell’aggressività e dell’agitazione psicomotoria, aumentando invece le emozioni positive ed il benessere generale. Conclusione La presenza di un animale nella quotidianità di un anziano con demenza, il quale fatica a comunicare verbalmente con le altre persone, può, quindi, fornire la possibilità di connettersi con altri esseri viventi su differenti piani emotivi ed empatici che non necessitino di quelle funzioni cognitive compromesse dalla malattia, ma che gli diano ugualmente la possibilità di sviluppare una relazione affettiva che lo coinvolga emotivamente. Bibliografia • Bernabei, V., De Ronchi, D., La Ferla, T., Moretti, F., Tonelli, L., Ferrari, B., … & Atti, A. R. (2013). Animal-assisted interventions for elderly patients affected by dementia or psychiatric disorders: A review. Journal of psychiatric research, 47(6), 762-773. • Cirulli, F. (2013). Animali terapeuti: manuale introduttivo al mondo della pet therapy. • Coakley, A. B., & Mahoney, E. K. (2009). Creating a therapeutic and healing environment with a pet therapy program. Complementary therapies in clinical practice, 15(3), 141-146. • Filan, S. L., & Llewellyn-Jones, R. H. (2006). Animal-assisted therapy for dementia: a review of the literature. International psychogeriatrics, 18(4), 597-611. • Laun, L. (2003). Benefits of pet therapy in dementia. Home Healthcare Now, 21(1), 49-52. • Menna, L. F., Santaniello, A., Gerardi, F., Di Maggio, A., & Milan, G. (2016). Evaluation of the efficacy of animal‐assisted therapy based on the reality orientation therapy protocol in Alzheimer’s disease patients: a pilot study. Psychogeriatrics, 16(4), 240-246 • Nimer, J., & Lundahl, B. (2007). Animal-assisted therapy: A meta-analysis. Anthrozoös, 20(3), 225-238. • Nordberg, A., Rinne, J. O., Kadir, A., & Långström, B. (2010). The use of PET in Alzheimer disease. Nature Reviews Neurology, 6(2), 78-87.

Memoria storica: date indelebili per l’umanità

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La costruzione della memoria storica passa attraverso degli eventi collettivi. Oggi, 11 settembre, ricorre il ventiduesimo anniversario dell’attacco e della caduta delle Torri gemelle di New York. Da quella fatidica data, quindi, si è creato per l’intera umanità un nuovo indelebile tassello nel bagaglio mnemonico collettivo. La memoria storica nasce, di conseguenza, con l’intento di creare tra i soggetti un vissuto carico di emotività e di significato. Essa infatti non è tanto legata alla cronologia degli eventi realmente accaduti. Fa invece riferimento alle emozioni che trascendono i singoli individui. L’importanza di alcune date, in cui tragici accadimenti sono avvenuti nel corso della storia, serve a tutta l’umanità. Come ogni anno, infatti, il 27 gennaio ricorre il giorno della memoria, in ricordo delle vittime della Shoah, anche oggi, grazie anche ai media, la nostra mente torna col ricordo a New York. A differenza di quanto accaduto circa 80 anni fa, dove ormai le testimonianze concrete sono ormai poche, per l’11 settembre la situazione è differente. Le immagini in diretta di quella giornata sono indelebili nella nostra mente e lo saranno per sempre. La memoria quindi è quella capacità del nostro cervello che parte da un’esperienza vissuta e che si arricchisce del bagaglio emotivo legato ad esso. Il suo utilizzo serve a tutti noi. La memoria storica, proprio per la sua peculiare caratteristica di accomunare gli individui, è uno strumento di riflessione innanzitutto. Grazie ad essa, l’essere umano può riguardare al passato con occhio critico, osservando non solo l’evento stesso, ma anche le conseguenze e l’impatto psicosociale che ne è derivato. La memoria storica collettiva però, fortunatamente è anche permeata da eventi gioiosi, come la caduta del muro di Berlino, festeggiata dai diretti interessati in piazza, ma che ha avuto ripercussioni in molte parti del mondo.

Lo psicologo militare: molto più di “ti piacciono i fiori?”

di Eleonora Barzan Definita dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) come “disciplina volta a comprendere, sviluppare e facilitare i processi organizzativi peculiari della realtà militare, allo scopo di potenziare l’efficacia e l’efficienza operativa delle Unità, mediante l’ottimizzazione del rapporto tra organizzazione ed individuo”, la Psicologia Militare rappresenta un campo specialistico della psicologia molto articolato, che va ben oltre la somministrazione del singolo test psicologico con domande apparentemente non inerenti (come “ti piacciono i fiori?” appunto). Questa sua caratteristica multidimensionale si concretizza attraverso molteplici aree di intervento interne ai contesti delle quattro Forze Armate, composte da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri. Una prima area in cui opera lo psicologo militare che può essere citata è inerente alla selezione e alla valutazione del personale. Il primo momento in cui il singolo individuo verrà a contatto con lo psicologo militare sarà, infatti, proprio durante i concorsi dove, in seguito alle ulteriori prove di natura fisica e culturale, verrà svolto anche un processo di selezione volto ad individuare i candidati aventi una struttura di personalità ed un funzionamento maggiormente compatibili con le richieste della singola Forza Armata. I processi di valutazione, va sottolineato, non terminano una volta conclusa la selezione, bensì si ripresentano durante i vari anni di servizio qualora fosse necessario esprimere un parere professionale riguardo all’idoneità di un determinato militare per specifiche missioni, specialmente per quelle categorizzate come ad alto rischio. Le valutazioni degli psicologi militari possono, inoltre, essere richieste anche per eventuali avanzamenti di carriera. Per ciò che concerne del Forze Armate del nostro Paese, le varie valutazioni volte ad individuare il personale che più si ritiene adeguato ad un determinato ruolo e contesto per prevenire situazioni di disadattamento, si svolgono principalmente attraverso:● Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 (MMPI-2), test composto da 567 item a risposta dicotomica volto ad indagare e valutare il profilo psicologico del soggetto;● Il test autobiografico, composto da domande aperte inerenti a differenti contesti di vita;● Il simulatore di plasticità cerebrale, strumento attraverso cui viene valutata la velocità di pensiero e l’attenzione visiva mediante l’utilizzo di varie situazioni ipotetiche e test;● Il colloquio con lo psicologo e/o lo psichiatra, dove verranno approfonditi diversi contesti di vita personale e professionale del candidato o del militare. Gli psicologi militari hanno un ruolo importante nella promozione del benessere psicofisico del militare e nella prevenzione o nell’eventuale trattamento di stress, disagio psicologico o psicopatologia dell’individuo. Le malattie mentali che potrebbero presentarsi davanti ad uno psicologo militare, va sottolineato, non sono proprie di questo particolare contesto; tuttavia, le situazioni a cui si espone chi è arruolato in una Forza Armata sono certamente differenti da quelli della vita quotidiana di un civile e la grande quantità di stress a cui devono far fronte non funge da fattore di protezione per un eventuale sviluppo di un quadro psicopatologico. Le situazioni che si presentano nella vita di questi individui sono, infatti, composte da un’alta potenzialità traumatica, dove la loro sicurezza è messa costantemente in dubbio. Tra i principali problemi che i militari delle varie Forze Armate si trovano a dover affrontare possono essere citati il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), l’emergere di sensi di colpa, varie difficoltà di coppia o con la propria famiglia, disturbi del sonno causati da incubi e presenza di flashback. Restando all’interno dell’ambito clinico, lo psicologo militare non deve intervenire solamente laddove i sintomi di una sofferenza siano già presenti, ma anche in contesti preventivi, specialmente in riferimento alla prevenzione di condotte a rischio o di devianza, quali autolesionismo e suicidio o tossicodipendenza, e mediante il supporto psicologico laddove si fosse verificato un evento potenzialmente traumatico. Infine, gli psicologi militari risultano avere ruoli importanti anche nel fornire formazione ai militari su tecniche di gestione dello stress derivante dalla loro vita professionale. Si occupano, inoltre, di analizzare periodicamente il clima organizzativo e psicologico derivante dall’organizzazione per poter promuovere efficacemente il benessere psicofisico.Ciò che è necessario sottolineare per le varie figure professionali, psicologi compresi, che intendono approcciarsi al contesto lavorativo militare, è l’importanza di non sottovalutare le sfide etiche che potrebbero presentarsi.Oltre al codice deontologico di riferimento, è fondamentale sviluppare un’approfondita conoscenza delle istituzioni militari e del diritto militare del Paese in cui si sta operando. Uno tra gli ostacoli che potrebbe presentarsi nel tentativo di bilanciare nel modo più etico possibile le esigenze della Forza Armata e i bisogni del singolo militare, può essere rappresentato dalla necessità di prendere una decisione in relazione al riportare o meno quest’ultimo sul campo, qualora dovesse avere un disturbo mentale. Ulteriore ostacolo per gli psicologi militari è rappresentato dal concetto di riservatezza, che acquisisce un’accezione differente rispetto a quella inerente alla pratica in un ambiente civile. All’interno del contesto militare, gli psicologi devono mantenere il miglior equilibrio possibile tra il benessere del singolo individuo e della Forza Armata di riferimento, informando i militari della possibilità di dover divulgare alcune informazioni per la protezione della missione militare, generalmente riguardanti giudizi di idoneità. All’interno di questo breve articolo, sono quindi state citate alcune aree di intervento degli psicologi che decidono di operare all’interno di un contesto così delicato. Oltre a quelli qui affrontati, i compiti di uno psicologo militare vanno a comprendere numerose altre attività, inerenti alla singola persona e alla sua vita professionale, all’organismo militare e all’individuo all’interno di specifici contesti di operazioni militari. Ciò che è importante sottolineare è, quindi, l’interdipendenza di queste aree di lavoro e la conseguente necessità di integrare numerose attività che coprano ognuna di queste aree, per poter permettere ai militari di preservare il loro benessere psicofisico e alle Forze Armate di essere il più efficaci possibile. Bibliografia ● Camp, N. M. (1993). The Vietnam War and the ethics of combat psychiatry. American Journal of Psychiatry, 150, 1000–1010.● CNOP (n.d:) Lo Psicologo Militare● Howe, E. G., & Jones, F. D. (1994). Ethical issues in combat psychiatry. In R. Zajtchuk, R. F. Bellamy, & D. P. Jenkins (Eds.), Textbook of military medicine: War psychiatry (pp. 115–131). Falls Church, VA: Office of the Surgeon General, U.S. Department of the Army.● Isaeva Muhabbat