L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.
Gli atteggiamenti e il loro ruolo nella pubblicità

Gli atteggiamenti giocano un ruolo fondamentale nei processi di consumo. La pubblicità ha come obiettivo quello di generare un atteggiamento positivo verso un prodotto/servizio/brand. Tendenzialmente acquistiamo beni e servizi in funzione di specifici obiettivi (goals). L’atteggiamento positivo o negativo che possiamo sviluppare verso una pubblicità dipende anche dal fit tra i nostri goal e la capacità che il prodotto ha nell’aiutarci a raggiungere quegli obiettivi. Gli obiettivi a cui si può fare riferimento sono di diverso tipo: 1. Utilitarian goals: focus sulla qualità e sulla performance (non sulla componente estetica o di design) I messaggi pubblicitari devono far vedere che un prodotto è utile, efficace e soprattutto come si usa. Passano in secondo piano tutti quelli aspetti legati all’estetica. Questi messaggi sono tipici di elettrodomestici e prodotti per la cura della casa. 2. Self-expression goals: focus sull’immagine che si vuole dare di sé agli altri. I messaggi pubblicitari devono far emergere che vi è un riconoscimento sociale derivante dall’acquisto di un determinato prodotto/servizio/brand. A questo scopo è utile citare la teoria del sé esteso, secondo cui i beni che le persone possiedono diventano parte ed estensione del loro sé. Questa teoria ha una doppia faccia: una più positiva perché grazie al possedere un determinato bene si diventa qualcosa di più e una più negativa legata al problema di quando la relazione si inverte (cioè quando sono gli oggetti che possediamo che impongono la loro personalità su di noi). 3. Identity-building goals: oltre a riflettere la nostra identità, i prodotti che consumiamo ci aiutano a costruirla. Sono tipici tutti quei messaggi pubblicitari che esplicitano come un brand ci aiuta a riflettere o costruire la nostra identità. 4. Hedonic goals: in questo caso, i messaggi pubblicitari fanno leva sul piacere di avere e consumare un prodotto. Tipico per le pubblicità in ambito food (come gelati, yogurt, cioccolato…) Non c’è un unico obiettivo per uno stesso prodotto: persone diverse sono mosse da motivazioni diverse, se un’azienda riesce a coglierli può creare delle pubblicità ad hoc che rispondano a target di obiettivi diversi. È importante capire e studiare gli atteggiamenti, sempre ricordando che c’è un gap nel passaggio al comportamento. Infatti, non sempre un atteggiamento positivo si concretizza in un comportamento effettivo (in questo caso comportamento d’acquisto). Per facilitare questo passaggio può essere utile usare l’intenzione di implementazione. Essa è un modo di formulare gli obiettivi in maniera più specifica. Quanto si è più precisi e specifici nella formulazione degli obiettivi, tanto più è probabile che quell’intenzione comportamentale si traduca in un’azione. Un esempio sono tutte quelle pubblicità che cercano di elicitare contesti specifici in cui consumare un prodotto. Il presupposto è che le persone si dimentichino di mettere in atto certi comportamenti. Specificando quando/come/dove un certo comportamento è più appropriato, è più facile che alcuni indizi nell’ambiente fungano da attivatori del comportamento. Questo è quanto più vero, quanto più un prodotto è nuovo. Presentare situazioni specifiche per l’uso si sposa con il funzionamento della memoria episodica: un conto è ricordarsi un brand, un conto associare un prodotto/servizio a una certa occasione. In conclusione, per chi si occupa di pubblicità è molto importante studiare gli atteggiamenti in quanto giocano un ruolo fondamentale nei processi di consumo. BIBLIOGRAFIA Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The keys to consumer behavior. New York: Routledge
L’ importanza del Benessere Psicofisico

Le vacanze sono terminate e la ripresa della vita quotidiana risulta essere sempre molto difficile e pesante, andando spesso a compromettere il nostro benessere psicofisico. Il benessere psicofisico è la semplice somma di uno stato di salute fisica e mentale. Esso ha luogo quando entrambe queste importantissime sfere dell’esistenza entrano in sinergia e si alimentano reciprocamente, dando luogo a quell’equilibrio che ci permette di affrontare le sfide della vita con lucidità ed energia. Quando si utilizza la locuzione “benessere psicofisico”, si fa normalmente riferimento a qualcosa che va oltre alla semplice assenza di malattia. Il benessere psicofisico coinvolge quindi tutto ciò che ruota intorno al raggiungimento di un buon livello di serenità, se non addirittura di felicità e soddisfazione. Ed è per questo motivo che in qualsiasi discorso sul benessere psicofisico emerge l’importanza della sfera dell’emotività e dei sentimenti personali. Al pari dell’alimentazione, anche lo sport quindi contribuisce a mantenere in salute sia la mente, migliorando l’umore, sia il corpo tonificando e rafforzando tendini, ossa e muscoli. Da non trascurare infine il fatto che un corpo più sano ed in forma ci fa sentire inevitabilmente più sicuri ed attraenti: ciò si ripercuote in modo massiccio anche sul nostro modo di vivere le relazioni personali! Anche se all’inizio potrà sembrarti complicato, una volta ingranata la giusta marcia inizierai a godere di tutti i benefici che solo uno stile di vita sano può darti. In fin dei conti, per vivere una vita appagante e godere del proprio benessere psicofisico è necessario prima di tutto volersi bene!
Sinestesie: 3 consigli per l’apprendimento

Quando lo studente è sinestetico: 3 consigli per gestire l’apprendimento
Violenza di genere, giovani e ricerca psicologica

La ricerca in psicologia ha evidenziato sia la prevalenza della violenza di genere tra i giovani di tutto il mondo sia l’impatto negativo che essa ha sulla salute mentale e fisica delle vittime. Nell’ultimo periodo, episodi di cronaca hanno spostato l’attenzione sempre più sulla violenza sulle donne e sulle giovani ragazze messe in atto da uomini giovani, anzi giovanissimi. Diventa così ancora più urgente analizzare e comprendere il fenomeno, al fine di intervenire in maniera efficace e mettere in atto interventi effettivi e sistematici. Dati e obiettivi riguardo la violenza di genere L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in relazione allo sviluppo sostenibile ha condiviso 17 obiettivi fondamentali per promuovere lo sviluppo e proteggere il pianeta. Uno di questi obiettivi, il numero cinque, si concentra sull’uguaglianza di genere e uno degli aspetti principali per raggiungere l’obiettivo è prevenire la violenza di genere. Nel report del 2023 viene riportato come “negli ultimi vent’anni, nonostante la crescente consapevolezza globale e le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza sulle donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono stati inadeguati. A livello globale, nel 2000, il 35% delle donne in una relazione con un partner, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, aveva subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner o ex partner maschio nel corso della propria vita, mentre il 16% aveva subito questa forma di violenza negli ultimi 12 mesi. Nel 2018, queste cifre erano scese al 31% delle donne per la prevalenza una tantum e al 13% per la prevalenza nell’ultimo anno, ma rimane il dato che una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e che sono attualmente 49 i Paesi in cui non esiste una legge che tutela le donne da questo tipo di violenza. Inoltre, negli ultimi anni, le prove esistenti suggeriscono che la violenza contro le donne è stata esacerbata dalla pandemia”. È quindi un problema reale e quanto mai urgente. Il superamento della violenza di genere è una preoccupazione sociale globale che richiede soluzioni immediate ed efficaci. La ricerca psicologica riguardo la violenza sulle donne La ricerca in psicologia è stata e continua ad essere fondamentale per aiutarci ad affrontare la violenza di genere in tutto il mondo, in termini di stabilirne la prevalenza e sviluppare interventi di prevenzione. Grazie alle prove fornite dalla ricerca psicologica, sappiamo che la violenza di genere è un problema globale (Divisione Statistica delle Nazioni Unite, 2015) che colpisce donne di età diverse, provenienti da tutti i contesti socio-economici; inoltre, avviene sia nei rapporti stabili che in quelli sporadici. Uno dei primi studi che ha analizzato i dati sulla prevalenza della violenza da parte di un partner (intimate partner violence, IPV) su un campione di adolescenti e giovani donne in nove paesi, ha rilevato che le giovani donne hanno un rischio maggiore di subire IPV rispetto alle donne più anziane (Stöckl et al., 2014). L’entità di questo problema negli adolescenti è considerata allarmante. A livello psicologico, la ricerca ha riportato un rischio più elevato che le donne vittime di violenza manifestino sintomi di depressione, ansia e ideazione suicidaria, tra gli altri disturbi. Tra le conseguenze più comuni in termini di disturbi o problematiche comportamentali si riscontrano comportamenti non salutari come l’abuso di tabacco, droghe e alcol o lo sviluppo di disturbi alimentari (Racionero-Plaza et al., 2020). La ricerca è stata fondamentale anche nel sottolineare i fattori di rischio correlati ad una maggiore possibilità di essere vittima di violenza di genere, come l’influenza dei pari, l’abuso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento nei confronti della violenza. Altre ricerche interdisciplinari hanno dimostrato come la socializzazione che avviene attorno ad un discorso coercitivo dominante secondo cui i maschi con atteggiamenti e comportamenti violenti sono presentati come sessualmente più attraenti, è anche una delle cause della violenza di genere tra gli adolescenti. Tale discorso coercitivo dominante è ampiamente diffuso dai media, dai gruppi di pari e da altri agenti di socializzazione (Stöckl et al., 2014). Tuttavia, nuove interazioni ed esperienze sociali possono portare verso l’apprendimento di nuovi modelli di attrazione in grado di indebolire il legame tra violenza e attrattiva e lo sviluppo di nuovi modelli mentali e affettivi in cui l’attrazione è associata al dialogo e al rispetto (Racionero-Plaza et al., 2020). Gli interventi preventivi, per essere più efficaci, devono aver luogo negli ambienti di socializzazione degli adolescenti, soprattutto la scuola e la comunità, devono coinvolgere adulti che hanno un ruolo chiave nella loro crescita, come insegnanti, genitori o altri membri della comunità. Poiché “la responsabilità di combattere la violenza contro le donne è collettiva, anche la risposta deve essere collettiva” (Wagner e Magnusson, 2005). Pertanto, durante l’infanzia e l’adolescenza, i contesti educativi sono spazi ideali in cui agire preventivamente. La ricerca in psicologia ha mostrato come l’adolescenza sia lo stadio di sviluppo in cui risulta più efficace un lavoro preventivo sulla violenza di genere. L’adolescenza e la preadolescenza rappresentano il periodo in cui si stabiliscono le prime relazioni affettive e quelle prime esperienze diventeranno la base per il successivo sviluppo di relazioni sane o meno. Inoltre, è nell’adolescenza che la differenziazione dei ruoli di genere si rafforza, modificando il modo di agire nei confronti dell’altro sesso e nelle relazioni. Proprio per questi motivi, interventi destinati ad adolescenti rappresentano una grande opportunità per lavorare sulla promozione di atteggiamenti volti a prevenire la violenza di genere (Racionero-Plaza et al., 2020). I programmi preventivi che intervengono su come i giovani agiscono nei confronti della violenza di genere e comprendono il fenomeno devono diventare una priorità a livello educativo, sociale e culturale. Sono necessari interventi relativi all’educazione all’affettività, alla comprensione e alla valorizzazione della diversità, all’inclusione, all’accettazione e alla comprensione dell’altro. Tutto ciò con il fine di fornire strumenti che consentano ai giovani di essere più critici nei confronti della violenza e di comprenderne conseguenze e ricadute su di sé, sugli altri e sulla società tutta. Bibliografia United Nations: Gender
L’Endometriosi e la relazione di coppia

di Catalina Croitoru Cos’è l’endometriosi L’endometriosi è la presenza di endometrio, mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina, all’esterno dell’utero e può interessare la donna già alla prima mestruazione e accompagnarla fino alla menopausa. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala va incontro a sanguinamento, nello stesso modo in cui si verifica a carico dell’endometrio, normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta una irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo a formazioni di tessuto cicatriziale e aderenze. Gli organi nei quali è presente il focolaio di endometriosi vengono sottoposti a una ciclica e cronica infiammazione che incide pesantemente sulla qualità della vita della donna poiché il forte dolore invalida lo svolgimento delle comuni attività quotidiane. Alcuni studi istologici hanno evidenziato che nell’endometriosi, l’endometrio è simile a quello normale. Si contraddistingue dalla presenza di recettori ormonali, come l’endometrio normale, ma ha un’alta capacità di adesività che gli permette di aderire a strutture extrauterine, come le sedi in cui l’endometriosi si sviluppa. Nonostante sia ritenuta una patologia dell’età riproduttiva, sono descritti rari casi di endometriosi anche in post menopausa, soprattutto in donne che stiano assumendo trattamenti ormonali sostitutivi. Prevalenza dell’Endometriosi in Italia Secondo il Ministero della Salute in Italia sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva; la patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficolta a concepire. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno 3 milioni. Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna. Sintomi diagnosi prevenzione e cure Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono sintomi quali: dolori premestruali e mestruali molto intensi; Irregolarità del ciclo mestruale; dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) e altre disfunzioni sessuali; dolore pelvico diffuso; dolore durante la minzione e/o la defecazione. Tali sintomi spesso non rispondono, o rispondono poco, ai comuni farmaci antinfiammatori. Nella maggior parte dei casi il dolore è persistente e cronico e spesso si aggrava nel periodo mestruale. Nel 30-50% dei casi l’endometriosi causa subfertilità o infertilità. Tale situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che, al momento attuale, non esiste una terapia definitiva per questa condizione. Gli interventi più comuni consistono nell’utilizzo di farmaci antidolorifici che possono aiutare nella gestione del dolore ma che non agiscono direttamente sulla malattia. Molecole che stabilizzano la degranulazione mastocitaria e antiossidanti dovrebbero essere impiegati in associazione alle terapie farmacologiche e chirurgiche di protocollo al fine di ridurre il dolore e l’elevato stress ossidativo cellulare e di incrementare la fertilità compromessa. I medici di medicina generale e i ginecologi operanti sul territorio sono le figure strategiche per una pronta diagnosi e un trattamento in grado di migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità. Di grande utilità è l’ecografia, soprattutto per le forme ovariche (cisti ovariche definite endometriomi) e le forme di endometriosi profonda (DIE). Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Le donne che hanno la madre o una sorella affette da endometriosi hanno un rischio di svilupparla sette volte maggiore. Gli aspetti psicologici che interferiscono nella vita di coppia Il ritardo diagnostico può causare gravi conseguenze negative sul piano psicologico. Quando il medico ‘liquida’ la paziente attribuendo il suo dolore a cause psicologiche, la paziente può avere l’impressione che il suo dolore sia solo nella sua testa. Tutto questo influenza la sua qualità della vita, la fiducia in sé stessa e la stima di sé. Oltre ai sintomi dolorosi, le donne con endometriosi, provano molto spesso una grande stanchezza. Questo sintomo, può essere di difficile accettazione e comprensione da parte degli altri e bisogna far attenzione a non scambiarla per un sintomo di depressione, anche se spesso risulta essere una sua conseguenza. La condizione di stanchezza può interferire con la vita della donna comportando ritiro sociale, conflitti familiari o problematiche lavorative, ma soprattutto il pervasivo e notevole impatto negativo all’interno della coppia. Per molte donne la sessualità rappresenta una importante sfera della propria vita e una bassa soddisfazione sessuale comporta numerosi effetti negativi sulla coppia, quali la perdita di autostima e relazioni sentimentali più difficoltose. Le difficoltà della donna nell’avere rapporti sessuali possono creare sintomi disfunzionali anche nell’uomo, come caduta di desiderio, difficoltà di mantenimento dell’erezione, eiaculazione precoce, creando di fatto un circolo vizioso di mantenimento del problema. Nelle donne si possono verificare atteggiamenti fobici e comportamenti di evitamento dell’attività sessuale. Sapendo preventivamente che il rapporto sarà doloroso, la donna comincerà a perdere il desiderio sessuale fino a sviluppare timore nei confronti del sesso, dovuto all’associazione con qualcosa di spiacevole e doloroso. La donna, in questo caso, non sarebbe in grado di rilassarsi completamente, vivendo la sessualità come una prova da superare e innescando così sentimenti ed emozioni negative che finiranno per compromettere ulteriormente il desiderio e la disponibilità erotica. Per paura di essere abbandonata dal partner, potrebbe sviluppare sentimenti depressivi e di autosvalutazione e colpa. A causa di tutto questo le donne hanno rapporti sempre meno frequenti e tutto questo si ripercuote sulla qualità della relazione di coppia. Lavorare su questi aspetti in una terapia ad approccio breve strategico e/o cognitivo comportamentale permette di interrompere gli evitamenti riconoscendo i meccanismi associati.In Italia esiste dal 2017 la Fondazione Italiana Endometriosi, che fa parte della Associazione e supporta il Centro Italiano Endometriosi per la Ricerca Traslazionale della Malattia, la Fondazione attraverso un Network scientifico costituito con ben 11 istituzioni pubbliche e private italiane ed estere, sviluppa la ricerca sulla endometriosi con eccellenti risultati che si trasmettono direttamente sulla prevenzione, diagnosi e cura della malattie e delle patologie ad essa associate. Bibliografia Bottaccioli, F; Bottaccioli A, G. (2017), Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata – Il Manuale, Edra Masson, Milano. Sitografia: Associazione progetto endometriosi onlus A.P.E. (2016). Consultato in data Novembre 05, 2022, da Ministero Della Salute. Patologie al femminile-Endometriosi. Consultato in data
Stereotipie nei bambini: quando preoccuparsi?

La stereotipia può essere definita come una ripetizione di uno schema comportamentale rigido, apparentemente senza una funzione precisa. Spesso è presente nei disturbi pervasivi dello sviluppo e nelle sindromi, e sposta l’attenzione del bambino su diversi tipi di azioni. Quando preoccuparsi? cosa sono le stereotipie? Le stereotipie si possono distinguere e classificare in varie tipologie: Stereotipie motorie: movimenti delle mani, della testa e del corpo ripetuti; Le stereotipie comportamentali: comportamenti che riguardano qualsiasi aspetto della vita quotidiana che vengono riproposti ripetitivamente; Stereotipie nella comunicazione: suoni, vocalizzi, parole o frasi che non hanno a che fare con il momento presente e che continuano; Le stereotipie dei giochi: il bambino gioca sempre nello stesso identico modo; Stereotipie negli interessi: gli interessi appaiono ristretti e ripetitivi, focalizzati in uno o pochi ambiti specifici. È importante tuttavia tenere sempre in mente che ogni gesto, ogni movimento, ogni comportamento o intonazione della voce, sono il riflesso del nostro stato interiore e delle nostre emozioni. Dietro, spesso, si cela anche il bisogno del bambino di diminuire o contrastare le ansie, le paure, le angosce ed i conflitti presenti in lui. Quando iniziano? Spesso, le stereotipie iniziano prima dei due anni di età. Tra le varie forme, esistono quelle di movimenti semplici, come dondolare il corpo, agitare la testa o dare colpi con le dita, oppure compiere oscillazioni più complesse. In ogni caso, le stereotipie nell’infanzia fanno parte dello sviluppo dei bambini e non devono quindi destare particolare preoccupazione. Possono durare pochi secondi o alcune ore, e possono presentarsi in diverse occasioni nel corso della giornata. I movimenti ripetitivi possono aumentare in presenza di stati d’animo come la noia, lo stress, l’eccitazione o la stanchezza. Alcuni bambini possono trattenere i propri movimenti, se la loro attenzione si rivolge a essi oppure se vengono distratti. Altri, semplicemente, non sono in grado di fermarli. Cause La causa che provoca il disturbo del movimento stereotipato è ignota, ma esistono diversi fattori che sono stati messi in relazione con lo sviluppo di questa condizione. Proprio come accade nel caso di molte patologie che colpiscono i più piccoli, una diagnosi precoce e il conseguente trattamento conducono a miglioramenti, offrendo la possibilità di combattere direttamente questo genere di disturbo. La gran parte dei bambini smettono da soli e non hanno bisogno di trattamenti specifici, dal momento che le stereotipie tendono a ridursi con l’età e il trascorrere del tempo. Come intervenire? È importante trovare una strategia per trasformare quel comportamento in un momento di condivisione, all’interno di una comunicazione empatica in cui lasciare uno spazio al bambino per esprimere le proprie emozioni. Diminuiremo così la frequenza di schemi comportamentali ripetitivi o quanto meno a far si che essi non ostacolino le attività quotidiane. La prima cosa che si può fare, è chiedersi cosa c’è dietro. È importante anche osservare i contesti, ambientali ed emotivi, in cui essa effettivamente compromette le attività svolte e rende la comunicazione difficile. Se non sono comportamenti che creano situazioni di pericolo per il bambino, si può partire riproponendo le stereotipie noi stessi al bambino mentre le fa, quasi in un gioco di imitazione, per fargli sentire che quel suo comportamento risuona anche in noi. Qualora invece destino particolare preoccupazione o mettono a rischio la sicurezza del bambino è bene rivolgersi ad un professionista.
“La Deriva”: Un gioco per educare a perdersi

“La Deriva”: Un gioco per educare bambini e ragazzi a perdersi È Settembre e, a breve, ricomincia la scuola. Tra compiti e libri per le vacanze, il nostro sistema educativo, scolastico e familiare, pecca nell’offrire a piccini e ragazzi una guida per la scoperta identitaria ed emotiva. Nonostante i crescenti sforzi in tale direzione, infatti, domina tutt’oggi un sistema accademico tradizionale, centrato sulla conoscenza nozionistica. Questo articolo ha l’intento di presentare un’attività, facilmente replicabile da educatori, insegnanti e genitori, per educare i ragazzi a perdersi. La Deriva – Istruzioni per perdersi “La Deriva – Istruzioni per perdersi”, di Paolo Maria Clemente, è arrivato per posta il giorno del mio 24esimo compleanno, 2 anni fa, speditomi da due miei cari colleghi. Era Accompagnato dal seguente bigliettino: <<Poichè – da brava cognitivista – cerchi sempre istruzioni per non perderti mai, ti auguriamo di riuscirci con questo>>. L’augurio di perdermi arriva in un momento della mia vita in cui i miei colleghi captano il disagio di affacciarsi, da giovane adulta, ad un mondo estremamente fluido, creativo, costellato di imprevisti ed opportunità. Un mondo che richiede di inventarsi e reinventarsi di continuo, piuttosto che mantenere il controllo su rigidi piani preconfezionati e precostituiti. Non nego di averci messo un po’ di tempo prima di accettare di imparare a “perdermi”. Ci sto tutt’ora provando, io che sono stata educata alla performance e alla velocità, come gran parte della mia generazione. Cosa significa Perdersi Con la capacità di “perdersi”, intendiamo la realizzazione di un cambiamento nell’approccio con l’ambiente: il passaggio da una relazione “strumentale”, in cui ciò che ci circonda viene sfruttato per raggiungere i nostri scopi utilitaristici (a differenti livelli, conseguente alla logica della produzione), alla visione del mondo come deriva. È la capacità di godere delle nostre sensazioni, di entrare in connessione con l’ambiente e lasciarci sorprendere dai messaggi che questo ci sta mandando. Nel modo in cui questo gioco porta ad allenare la capacità di focalizzare la nostra attenzione sul presente, sul qui e ora, si avvicina in parte ai principi della mindfulness. Le regole del gioco La Deriva è un gioco, anzi un meta-gioco, come lo definisce l’autore, fatto di regole e di improvvisazione. È un’attività ideata da Guy Debord nel 1956 e poi riadattato nel corso del tempo. Consiste nel vagare per la Zona, ovvero per la città, senza una meta prestabilita, e con la regola di prestare attenzione alle cose che accadono “per caso”. Le pedine, o anche i derivanti, si riuniscono per dare inizio al gioco, seguendo una Guida. La guida è una pedina che, a turno, sceglie ed interpreta i messaggi della Zona e, di conseguenza, la direzione in cui si muove il gruppo. Il tabellone su cui si muovono le pedine è una porzione delimitata della città, una parte tranquilla e sicura per camminare con gli studenti. È meglio se il tabellone viene scelto in un luogo non troppo trafficato, ma vivo, in cui accadono cose inaspettate che verranno riconosciuti come segni. I segni sono le carte che il mazziere (ovvero la Zona) decide di giocare. Sono tutti quegli avvenimenti casuali (ad esempio una busta che vola, uno striscione, una macchina o una bicicletta di un colore particolare) che acquistano un particolare significato per il sesto senso della guida e, quindi, per il gruppo. In questo modo il gruppo si muove in direzioni dettate dalla zona, fino a che non si raggiunge un’apparizione, ovvero un segno particolarmente bello o significativo per il gruppo. Perché farlo con bambini e ragazzi? La deriva permette di allenare, nella sua reiterazione, l’attenzione ai segni che l’ambiente ci invia. Permette di raggiungere uno “spaesamento personale”, la possibilità di abbandonare i nostri schemi, i nostri pensieri, i nostri impegni, per farci guidare dall’esperienza. Questo avviene però in una dimensione gruppale che ci rassicura e ci permette di non perderci totalmente. Una connessione calma con il mondo. Questi piccoli episodi di deriva finita, ovvero delimitata al tempo di durata del gioco, ci allenano a quella che sarà la deriva infinita. La deriva infinita è la capacità di riuscire a leggere e fidarsi di quelle coincidenze con cui la zona, il mondo, l’ambiente intorno (e alla fine noi stessi), cerca di comunicarci la “strada”. La capacità cioè di trovare un filo conduttore, un senso di continuità, tra le nostre esperienze. Una sensazione identitaria di continuità che risponde alla domanda “chi sono e dove sto andando”. Questo è un invito a tutti gli educatori ad educare a perderci. Bibliografia Clemente P.M. (2020), La Deriva, Istruzioni per perdersi, Tlon Editore.
Mare: stupore, psicologia e poesia

Lorenzo Rodella Le vacanze estive sono, nell’immaginario comune di moltissimi italiani, indissolubilmente legate al mare. Quell’immensa distesa d’acqua salata, come ebbe a dire Jacques-Yves Cousteau, “[…] once it casts its spell, holds one in its net of wonder forever”1. Gli occhi che incontrano per la prima volta l’infinito, liquido, corrispettivo del cielo, difficilmente ne potranno, da quel momento in poi, farne a meno. Ogni senso partecipa a questa simbiosi con l’elemento acqua: il suono delle onde, con la loro tipica cadenza; la vista dell’azzurro, del blu, del verde; il profumo di iodio; il sale e la sabbia sulla pelle; il gusto – salato appunto – che ci ritroviamo in bocca. La bellezza che il mare ci regala – un presente che mi sento di comparare, per caratteristiche, a quello dell’arte o dell’amore – aumenta la nostra salute psico-fisica (Overbury et al., 2023; Severin et al., 2022; White et al., 2020); in parole povere, ci fa stare meglio. Paesaggi verdi e altre distese d’acqua non marina – o entrambe le cose – sembrano fare qualcosa di simile (Ibidem); tuttavia, credo che, anche se de gustibus non disputandum est, molti lettori converranno con me sul carattere elitario del mare – e, forse, di qualche mare in particolare – nell’emersione dell’esperienza sanificatrice di mente e corpo, che l’acqua – in tutte le sue declinazioni – porta con sé. Sebbene ogni specchio e corso d’acqua abbia, senza ombra di dubbio, un suo fascino – penso, ad esempio, ad alcuni laghi di montagna, come il Lac Vert (Lago Verde) in Valle Stretta, una vallata della Val di Susa, la cui bellezza è elevata dal panorama montano circostante –, l’unicità del mare lo rende insostituibile e, per un torinese d’origine come il sottoscritto, un desiderio da voler esaudire il prima possibile, più volte possibile. Senza nulla togliere all’acqua dolce, la sensazione – di tutti e cinque, anzi sei, i sensi – dell’acqua salata è alia, un’altra cosa, è un trasportarsi altrove, uno svuotamento, totale, della mente. Il mare stanca perché non siamo abituati a quella pace, a quel cullare così dolce, a quella vita così viva. Archetipicamente legato alla vita e alla nascita, il mare ci affascina e ci intimorisce, con le sue profondità, ancora oggi, in gran parte inesplorate. In una scissione di intenti, metafora dell’intera esistenza, la sicurezza della riva e dell’acqua bassa lascia a volte il posto alla volontà di esplorare, in acque meno sicure, il cui fondo può essere solo intravisto o immaginato. Come scrisse la grande poetessa Emily Dickinson in una lettera diretta ad Abiah Root: “The shore is safer, Abiah, but I love to buffet the sea – […]”2. Il potere immaginifico del mare fa sì che quest’ultimo appaia, in maniera più o meno preminente, sotto le più svariate – diverse e uguali allo stesso tempo – fattezze, nelle opere di molteplici artisti del passato e del presente: dipinti, poesie, prose, sculture. E non si può che rispondere al richiamo del mare, come se l’acqua in grande quantità attirasse, con forza gravitazionale, quella contenuta in noi. Forse, nell’ora del trapasso, questa attrazione si fa ancora più forte, e diventa un augurio, una speranza, come nella poesia di Masefield, Sea Fever: “[…] is a wild call and a clear call that may not be denied; / and all I ask is a windy day with the white clouds flying, / and the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying. […]”3. L’inconscio – psicoanalitico – ha le caratteristiche del mare (vedi, ad esempio, Jung, 2012): la sua imprevedibilità, la sua difficile piena comprensione, la sua inesauribile vitalità. In quel moto, ora pacato, ora furioso, si ritrovano i moti dello spirito, l’alternarsi delle emozioni – la cui natura è, almeno in prima battuta, inconscia. E, badate bene, non si tratta di antropomorfizzare il mare, anzi, piuttosto il contrario: gli affetti sono quanto di più vicino ai primordi della vita cosciente possa esserci, ciò che ci lega indissolubilmente agli altri animali non umani (cfr. Panksepp & Biven, 2014). Il mare diventa così, idealmente, una metafora, un simbolo – come già detto in precedenza –, della vita stessa. 1 “[…] una volta lanciato il suo incantesimo, ti terrà per sempre nella sua rete di meraviglia”. 2 “La riva è più sicura, Abiah, ma a me piace combattere con il mare – […]”. 3 “[…] è un richiamo alto e selvaggio a cui non si resiste; / e non chiedo altro che un giorno di vento, e nuvole in volo, / e l’aria fitta di gocce e spuma, e il richiamo dei gabbiani. […]”. Riferimenti Jung, C. G. (2012). Simboli della trasformazione (trad. it.). Bollati Boringhieri. (Volume originale in lingua tedesca; Prima pubblicazione: 1952). Overbury, K., Conroy, B. W., Marks, E. (2023). Swimming in nature: A scoping review of the mental health and wellbeing benefits of open water swimming. Journal of Environmental Psychology, 90, 102073. https://doi.org/10.1016/j.jenvp.2023.102073. Panksepp, J., & Biven, L. (2014). Archeologia della mente: Origini neuroevolutive delle emozioni umane (trad. it.). Raffaello Cortina. (Volume originale in lingua inglese; Prima pubblicazione: 2012). Severin, M. I., Raes, F., Notebaert, E., Lambrecht, L., Everaert, G., & Buysse, A. (2022). A Qualitative Study on Emotions Experienced at the Coast and Their Influence on Well-Being. Frontiers in psychology, 13, 902122. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.902122 White, M. P., Elliott, L. R., Gascon, M., Roberts, B., Fleming, L. E. (2020). Blue space, health and well-being: A narrative overview and synthesis of potential benefits. Environmental Research, 191, 110169. https://doi.org/10.1016/j.envres.2020.110169.
La Scuola Campana di Neuropsicologia “ L. Witmer” (2008-oggi)

Francesca Cimmino, Psicologa, P s i c o t e r a p e u t a s i s t e m i c o – relazionale, Studio Medico Petrarca, Napoli Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania L a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia Clinica, Riabilitativa e Forense “Lightner Witmer” (SCNp), nasce il 18 dicembre 2008 come Associazione Culturale Nazionale, d a l l a p a s s i o n e p e r l a neuropsicologia che accomuna un gruppo di psicologi campani. Gli stessi che hanno intrapreso, in momenti diversi, una formazione specifica nel corso del loro tirocinio professionale sotto la guida di Michele Lepore. La Scuola ha lo scopo di riunire gli psicologi e quanti o p e r a n o n e l l ’ a m b i t o d e l l a Neuropsicologia clinica, riabilitativa e forense attraverso una serie di attività. Tra queste, lo studio e la r i c e r c a n e l l ’ a m b i t o d e l l a neuropsicologia; la valorizzazione delle professionalità in questo ambito; l’organizzazione di riunioni e convegni, attività di informazione, formazione, aggiornamento e ricerca; la concessione di patrocini e riconoscimenti ad associazioni, istituzioni e centri clinici pubblici e privati; la pubblicazione di periodici e di prodotti editoriali, multimediali e non, anche sul WEB. Omaggio a Lightner Witmer, fondatore, nel 1896, della prima clinica psicologica presso l’Università di Pennsylvania ( d o v e i n a u g u r ò i l p r i m o insegnamento di Psicologia Clinica) e della prima rivista di Psicologia Clinica, Psychological Clinic. Questa apre il primo numero con un articolo introduttivo che riporta due interventi c l i n i c i che oggi definiremmo “neuropsicologici” (diagnostici e riabilitativi). Ciò sottolinea, a distanza di un secolo, lo stretto rapporto tra neuropsicologia e psicologia clinica, già cento anni fa così strettamente interconnesse. Nel corso degli anni la SCNp è riuscita a realizzare numerose iniziative. A partire dal ciclo di nove seminari aperti a tutti (tenutisi nella cornice di Villa Savonarola a Portici, nel 2009) con la finalità di divulgare la neuropsicologia agli addetti ai lavori, ma anche a chi fosse interessato a latere agli argomenti proposti (es. familiari di pazienti affetti da disturbi cognitivi, insegnanti di istituti scolastici, o semplici curiosi). Per passare poi al Corso Teorico-Pratico, nato con lo scopo di valorizzare i test neuropsicologici come strumenti clinici, ausili importanti del processo diagnostico in neuropsicologica che, seppur considerati come un’abilità di base dello psicologo clinico, non possono prescindere da un’elevata abilità psicologico-clinica, da conoscenze s p e c i fi c h e d e i d i s t u r b i neuropsicologici, da capacità di osservazione clinica e da un adeguato ragionamento diagnostico. L’iniziativa sicuramente tra le più rilevanti è stata quella del Master biennale, che si è svolto per due e d i z i o n i consecutive ed ha rappresentato la base formativa per svolgere l’attività di Esperto in N e u r o p s i c o l o g i a C l i n i c a e Riabilitativa in molti contesti, compresi quello libero professionale e l’ospedalità pubblica e privata; Centri di riabilitazione; unità di valutazione Alzheimer (u.v.a.); enti assistenziali e scuola. Rivolto esclusivamente agli iscritti all’albo A degli psicologi, volto soprattutto all’acquisizione di competenze cliniche (oltre che tecniche) per consentire all’allievo di integrare la pratica neuropsicologica con i modelli teorici e operativi della psicologia clinica, secondo un modello biopsicosociale di presa in carico del paziente. Durante le edizioni del Master, la Scuola ha annoverato tra i suoi docenti i maggiori esperti di Neuropsicologia del panorama italiano, ma anche s t r a n i e r o (come Anna L i s e Christensen, allieva di Alexandr R. Luria) ed ha distribuito numerose di borse di studio. Grazie alla multi-disciplinarietà ed alla varietà degli ambiti di applicazione della materia, è stato possibile aprire un dialogo importante anche con gli Avvocati, attraverso Seminari e Tavole Rotonde in cui è stato messo in risalto il contributo che le due m a t e r i e ( n e u r o p s i c o l o g i a e giurisprudenza) possono darsi vicendevolmente, in particolare in alcuni settori (es. risarcimento del danno). Durante questi anni, la Scuola è riuscita ad avere un rilievo anche in ambito politico-professionale, con l’elezione per due mandati del Direttore Scientifico Michele Lepore a consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Campania, ed a vincere il progetto MMT (Mind Management Training), cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile nell’ambito del Bando “Giovani per il Sociale”, attuato dalla Scuola da ottobre 2015 ad aprile 2018, che si è posto come obiettivo principale il potenziamento, attraverso un training abilitativo, delle “funzioni esecutive”, un insieme di capacità c o g n i t i v e c r u c i a l i p e r l’organizzazione, l’ottimizzazione ed il monitoraggio del funzionamento mentale, allo scopo di compensare lo svantaggio culturale di alcuni studenti a rischio di abbandono scolastico e di comportamenti antisociali, coinvolgendo attivamente le famiglie ed il corpo scolastico.