La depressione infantile

È importante cogliere i sintomi, come l’oscillazione dell’umore, la perdita di autostima e un rallentamento psico-motorio e intervenire per evitare che la situazione si aggravi. Scopriamo insieme cause, sintomi e interventi possibili. A che età si può parlare di depressione infantile? Le diagnosi solitamente avvengono in età prescolare, quindi tra i 3 e i 5 anni. Talvolta si riscontrano episodi anche prima dei 3 anni. Quando siamo di fronte a cure materne poco adeguate, il neonato può sviluppare una forma di depressione definita “anaclitica“, in cui il piccolo, dopo aver pianto invano, tende a diventare indifferente, isolato, anaffettivo e privo di curiosità rispetto al mondo circostante. Quali sono i sintomi della depressione infantile? La depressione infantile è un disturbo dell’umore che può essere di lieve o grave entità, a seconda della compresenza, persistenza e intensità di alcuni sintomi. Nel DSM–5, i criteri per bambini e adolescenti specificano che deve essere presente un umore depresso o irritabile per almeno un anno. Durante tale periodo i minori devono anche presentare due o più tra sintomi quali ad esempio scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia o astenia; bassa autostima. In alcuni bambini con un disturbo depressivo maggiore, lo stato d’animo predominante è l’irritabilità piuttosto che la tristezza. L’irritabilità associata alla depressione infantile può manifestarsi come iperattività e comportamenti aggressivi, antisociali. A livello fisico si osserva spesso un rallentamento psico-motorio, perdita di energie, facile affaticabilità, insonnia o ipersonnia diurna. Spesso si osserva difficoltà di concentrazione e prestazioni scolastiche ridotte oltre che una distorsione nella valutazione di sé e nell’interpretazione degli eventi esterni, che assumono una colorazione di tipo negativo. Nei casi più gravi sono presenti sensi di colpa. Il bambino si sente responsabile di accadimenti negativi esterni. Le cause La cause possono essere molteplici, ma, nella maggior parte dei casi, le depressioni infantili vengono definite di tipo “reattivo” ossia come una reazione difensiva rispetto al contesto familiare e/o ambientale o, in alcuni casi, a eventi traumatici. Anche una separazione precoce dalla figura materna, induce reazioni di protesta e disperazione, a cui segue rassegnazione o distacco, con rinuncia alla relazione e successivo isolamento, senso di colpa e frustrazione. L’angoscia di separazione si trasforma in un vero e proprio stato depressivo se i bisogni primari di accudimento e di gratificazione del bambino non vengono assolti e ascoltati dalla figura genitoriale di riferimento. I possibili interventi In primo luogo è importante Ascoltare e comunicare con il proprio figlio. Molto spesso i bambini mascherano i loro sentimenti per vergogna o timore. In questo caso bisognerebbe invogliarli a parlare cercando di comprendere quale difficoltà avvertono e soprattutto dando importanza e ponendo attenzione ai loro vissuti (non svalutandoli). Favorire la costanza delle abitudini in modo tale da recuperare l’attenzione per i compiti e l’affettività che i genitori con semplici gesti quali l’abbraccio, coccole e i riconoscimenti possono stimolare. Nella diagnosi specifica interviene dapprima il pediatra, che accerta l’assenza di malattie organiche a cui può seguire anche una condizione depressiva, e poi dallo psicologo. Sarebbe indicato un percorso psicoterapeutico rivolto sia al bambino, attraverso l’aiuto di giochi specifici, sia alla famiglia. Ciò aiuterebbe il piccolo a recuperare le sue competenze emotive e ristabilirsi sul piano della relazione lavorando sugli aspetti legati alla perdita.
LA CULTURA INFLUENZA LE PERCEZIONI?

La cultura in cui siamo cresciuti influenza le nostre percezioni sul mondo. In particolare, la nostra vista non è solo un processo fisico di recepimento della luce, ma anche un’interpretazione influenzata dalla cultura in cui siamo immersi. Due esempi ci aiutano a comprendere cometa cultura influenza le nostre percezioni: il disegno del diapason del diavolo e la percezione di un cacciatore. Il diapason del diavolo ha tre prolungamenti… o ne ha due? Difficilmente riusciremmo a riprodurre fedelmente il disegno su un foglio bianco, a meno che non facessimo parte di una tribù africana che ha avuto pochissimi contatti la cultura occidentale. Per loro il compito è semplice! Una spiegazione sembra essere che gli occidentali automaticamente interpretano l’immagine come qualcosa che non può esistere in tre dimensioni e dunque sono bloccati nel riprodurla. I membri di una tribù africana non fanno automaticamente la supposizione che la figura sia “impossibile” e dunque la guardano secondo due dimensioni. Questo permette loro di copiarla perfettamente. Vediamo ora questo altro esempio. Il cacciatore sta mirando all’antilope o all’elefante? Un occidentale direbbe che il cacciatore sta mirando all’antilope perché è in primo piano, mentre l’elefante si trova in lontananza sotto un albero sullo sfondo. Un africano di una tribù isolata direbbe il contrario, cioè che il cacciatore sta mirando all’elefante. Gli occidentali usano la differenza di dimensioni tra i due animali come un indizio della loro distanza. Al contrario, i membri delle tribù africane non sono abituati a indicazioni di profondità e quindi pensano che la preda sia l’elefante. Le interpretazioni erronee create dalle illusioni ottiche sono il risultato di errori dovuti sia all’elaborazione visiva sia nel modo in cui il cervello interpreta le informazioni che riceve. Il nostro bagaglio di conoscenze, le nostre visioni e aspettative rispetto al mondo che ci circonda sono enormemente connessi al modo in cui lo percepiamo e interpretiamo. In conclusione, la cultura influisce il nostro modo di percepire gli stimoli esterni. Ogni persona percepisce e interpreta l’ambiente in modo diverso e unico e questo ci permette di dare il nostro contributo al mondo circostante. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill
LA CULTURA DEL FEEDBACK NELLE AZIENDE

In molte aziende il feedback è ancora vissuto come un momento formale, spesso legato a valutazioni annuali o a frasi di circostanza. Eppure, il feedback è molto più di uno strumento di controllo: è un motore di crescita, motivazione e benessere psicologico. Perché funzioni davvero, però, deve diventare parte integrante della cultura organizzativa, non un rituale imposto dall’alto. Per anni si è parlato di dare feedback secondo la tecnica del sandwich: una nota positiva, la critica, e infine un’altra nota positiva così da rendere più digeribile l’osservazione negativa. Tuttavia, i risultati reali spesso sono opposti: il messaggio centrale (la parte critica) rischia di perdersi la persona percepisce artificiosità e poca autenticità la fiducia nella relazione si riduce. Dal punto di vista psicologico, ciò che conta non è la formula, ma il contesto di fiducia. Un buon feedback: è specifico: descrive un comportamento, non la persona; è tempestivo: arriva vicino al momento dell’azione; è bidirezionale: apre spazio al confronto e all’ascolto, non si limita a “correggere”; è orientato al futuro: non punisce, ma indica possibilità di crescita. Il feedback non è quindi una freccia a senso unico, ma una conversazione che valorizza la relazione. Parlare di feedback mette in ansia molte persone. Non è raro che venga percepito come sinonimo di “critica” o, peggio, di “giudizio”. Se in azienda il feedback arriva solo una volta l’anno, magari durante la valutazione delle performance, è facile che venga visto come un momento teso e spiacevole. Spesso chi lo riceve si mette sulla difensiva e chi lo dà si sente a disagio, temendo di ferire l’altro. Il problema è che in molte organizzazioni manca una vera cultura del confronto aperto: i manager non sempre sono formati alla comunicazione assertiva, i team non si sentono al sicuro nel condividere opinioni, e così il feedback diventa un evento eccezionale, carico di aspettative e timori. In queste condizioni, persino un apprezzamento sincero può sembrare poco autentico o manipolatorio. Per passare dal rito alla cultura del feedback servono alcune pratiche: Formare i leader a dare e ricevere feedback con autenticità e competenza relazionale. Normalizzare la pratica: non solo nei momenti critici, ma anche in piccole interazioni quotidiane. Creare sicurezza psicologica: le persone devono sapere che esprimersi non porta conseguenze punitive. Incentivare il feedback tra pari, non solo top-down: il riconoscimento tra colleghi rafforza la collaborazione. Il feedback non è un obbligo di calendario, né un “sandwich” da servire con delicatezza. È una conversazione autentica che, se coltivata con coerenza, rafforza fiducia, performance e benessere. Le organizzazioni che sanno trasformarlo in parte della propria cultura costruiscono non solo team più efficaci, ma anche persone più motivate e resilienti.
La cronostesia e la percezione del tempo

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)
La crisi nel ciclo vitale della famiglia

Il termine crisi deriva dal greco e significa separazione, scelta, valutazione; essa rappresenta un momento di riflessione sulla condizione attuale per poi effettuare un cambiamento. Gli sviluppi politici ed economici degli ultimi cinquant’anni hanno rafforzato purtroppo la connotazione negativa e nefasta del termine: in questo modo si è consolidata in noi l’idea che l’arrivo di una crisi comporti un peggioramento della situazione. Nello specifico, l’arrivo di una crisi rompe l’equilibrio raggiunto e spinge verso una ristrutturazione della situazione fino al raggiungimento di una nuova stabilità. La stessa famiglia, che è un sistema dinamico in continua trasformazione, subisce e affronta spesso momenti di crisi, durante il suo percorso. Da tali crisi, infatti, sono emerse anche nuove tipologie di famiglia, basate su legami affettivi in aggiunta a quella tradizionale (qui). A tal proposito, gli psicologi sostengono l’esistenza di un ciclo vitale della famiglia. Esso parte dalla sua formazione e attraversa degli stadi evolutivi, ognuno dei quali ha un vero e proprio evento cruciale. Gli studi psicologici sulla famiglia hanno così suddiviso il ciclo di vita familiare in 6 stadi, che implicano un evento cruciale e specifici compiti di sviluppo personali. Si studia, quindi, lo sviluppo della famiglia, osservando la sua evoluzione nel tempo, e col progredire dell’età dei membri. Di conseguenza, gli stadi prevedono la classificazione della famiglia in: Formazione della coppia Nascita del primo figlio Con bambini Di adolescenti Con figli adulti Di anziani Gli eventi critici sono quindi dei periodi di transizione, più o meno lunghi, in cui ogni familiare ha un ruolo attivo e ne subisce le conseguenze. Ogni famiglia, partendo dall’evento stressante, attiva le proprie risorse e strategie personali per ristrutturarsi e far fronte al cambiamento. La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.(John Fitzgerald Kennedy)
La crisi di coppia e il suo potenziale trasformativo

La crisi di coppia è un evento di per sè naturale che segnala la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare un cambiamento. Talvolta, diventa la spia di un malessere profondo, di una impasse che reclama attenzione. I passaggi significativi della vita di coppia Come naturale evoluzione del rapporto, la crisi può emergere in concomitanza dei passaggi significativi della vita di coppia. Il primo tra questi, si manifesta quando finisce la fase iniziale dell’idealizzazione. Quando svanisce l’effetto obnubilante dell’innamoramento e delle proiezioni in base alle quali l’altro è visto in funzione delle proprie fantasie e aspettative. Quando lo si comincia a vedere per com’è e non più per come si vorrebbe che fosse. Ed è qui che ne emergono gli aspetti ‘negativi’, i lati indesiderati del suo carattere, e diventa difficile farli coesistere internamente con quelli ‘positivi’. Si tratta di un passaggio di crescita che implica l’abbandono dell’idillio iniziale in favore di un rapporto reale e maturo. In alcuni casi, lo scarto tra l’illusione e la realtà può essere tanto forte da determinare l’abbandono della relazione. Nelle personalità più immature, ciò accade per la tendenza a rifugiarsi in un funzionamento infantile e per l’impossibilità a stare in un contatto adulto. Tra i passaggi più comuni che una coppia si può trovare ad affrontare vi sono: l’inizio della convivenza, la scelta del matrimonio, la nascita di un figlio, il momento in cui i figli lasciano la casa familiare, tipicamente caratterizzato dalla nota ‘sindrome del nido vuoto‘. Nelll’arco del ciclo di vita della coppia, possono emergere molteplici conflitti relativamente a decisioni da prendere e a vissuti non riconosciuti che chiedono di essere visti e integrati. Quando la crisi della coppia si fa portavoce di un malessere profondo La crisi puo’ essere indipendente da contingenze di vita e tappe evolutive specifiche e farsi portavoce di un malessere emotivo più profondo. Può manifestarsi attraverso sintomi o acting-out. Perdita di desiderio, trascuratezza, tradimenti possono nascondere rabbia, dolore, ferite non elaborate. Spesso le coppie vanno in crisi per mancanza di una reale intimità, di quello scambio aperto di pensieri, emozioni e sensazioni essenziale per stare in un confronto autentico. Per la maggior parte delle persone è difficile rivelarsi per come si è. A causa di un mancato autoriconoscimento. Per il timore del giudizio, dell’abbandono. Di conseguenza, vi è l’impossibilità di accogliere l’altro per com’è. Questo condiziona sia la comunicazione che la vita relazionale e sessuale. La presenza di un malessere profondo in genere ha radici nel passato. Nella storia della coppia e nella storia individuale e familiare di ciascuno dei due partner. Vi possono essere eventi traumatici non superati. Quasi sempre, vi è una mancata separazione dalle proprie figure genitoriali e una mancata autonomia, per cui la coppia si poggia su dinamiche dipendenti. Di richiesta di protezione, sicurezza, accudimento. Riconoscimento, conferma, approvazione. Il modo con cui ognuno entra in relazione con l’altro risente di quanto appreso dalle esperienze significative della propria infanzia e del modello di coppia mutuato dai propri genitori. Non di rado, vi sono legami simbiotici in cui i due partner si comportano come se formassero un’unica persona. Ed in cui la crisi rappresenta il conflitto tra il voler proteggere la simbiosi e al tempo stesso il volersi evolvere dalla stessa. La svalutazione del potenziale trasformativo della crisi di coppia Solitamente le persone attribuiscono alla crisi una accezione negativa svalutandone il potenziale trasformativo di crescita. Nella maggior parte dei casi, la crisi di coppia viene associata a scenari drammatici che hanno a che fare con la distruzione e la fine. Concepita in questo modo, la crisi rischia di non essere affrontata. Spesso, la prima difficoltà sta proprio nel pronunciare la parola “crisi” all’interno della coppia. Alcune volte il rapporto si raffredda in una distanza emotiva diretta a silenziare le problematiche a scapito dell’intensità dello scambio e della condivisione. Altre volte, vi può essere una quotidianità litigiosa senza però guardare ai conflitti reali nascosti più in profondità. Evitare di affrontare la crisi ovviamente non è mai una soluzione. Semmai un modo per confermare l’orizzonte catastrofico delle paure. Giungere direttamente alla fine del rapporto o, altre volte, ad una paralisi che può durare anche tutta una vita. Può essere molto doloroso guardare alle insoddisfazioni proprie e dell’altro, scoprire quanto si cela dentro i non detti, i silenzi e gli agiti. Molto frequentemente si arriva alla fine per mezzo di un epilogo che ricade al di fuori di una scelta consapevole. Per progressivo e lento spegnimento delle energie vitali, attraverso una fuga o un gesto estremo o al culmine di una tempesta emotiva fatta di litigi, accuse e colpevolizzazioni. Occorre dunque riconoscere la crisi, nominarla e successivamente assumersene la responsabilità. E rivolgersi alla psicoterapia quando necessario.
La Creatività: Un Viaggio nell’Animo Umano

La creatività è uno degli aspetti più affascinanti e complessi della mente umana. La creatività non è solo l’abilità di produrre arte o musica, ma è una componente fondamentale del nostro pensiero e delle nostre azioni, influenzando ogni aspetto della nostra esistenza. La Natura della Creatività La creatività può essere definita come la capacità di vedere il mondo in modi nuovi, di trovare connessioni nascoste tra idee apparentemente distinte, e di generare soluzioni originali ai problemi. Questa definizione sottolinea l’importanza della flessibilità mentale e dell’apertura all’esperienza. Non è limitata agli artisti o agli scienziati; chiunque può essere creativo nel proprio ambito, che sia la cucina, l’ingegneria o la gestione aziendale. Le Radici Psicologiche della Creatività Le radici della creatività affondano profondamente nella nostra psiche. La teoria della psicologia dinamica suggerisce che la creatività emerga da un conflitto interno tra il desiderio di esprimere se stessi e le pressioni sociali che cercano di conformarci. Questo conflitto genera tensione, che può essere risolta attraverso l’atto creativo. Freud, ad esempio, vedeva la creatività come un modo per sublimare impulsi inconsci in accettabili espressioni artistiche. D’altra parte, la psicologia cognitiva si concentra sui processi mentali che facilitano la creatività. Secondo questa prospettiva, la creatività è il risultato di operazioni cognitive complesse come la combinazione di conoscenze diverse, la memoria a lungo termine e la capacità di immaginazione. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che la creatività coinvolge diverse aree del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, responsabile del pensiero divergente, e le reti di default mode, attive durante i momenti di riflessione spontanea. Fattori che Influenzano la Creatività Numerosi fattori influenzano la nostra capacità di essere creativi. Tra questi, l’ambiente gioca un ruolo cruciale. Un ambiente stimolante, ricco di nuove esperienze e privo di giudizi negativi, favorisce la creatività. Inoltre, l’interazione con altre persone creative può essere fonte di ispirazione e motivazione. La personalità è un altro elemento chiave. Le persone con una forte apertura all’esperienza, una caratteristica della teoria dei Big Five, tendono ad essere più creative. Questo tratto implica una curiosità insaziabile, un amore per la novità e una tolleranza per l’ambiguità. Al contrario, l’ansia e la paura del giudizio possono inibire la creatività, poiché limitano la nostra volontà di rischiare e sperimentare. Promuovere la Creatività Come possiamo promuovere la creatività nella nostra vita quotidiana? Prima di tutto, è essenziale coltivare un atteggiamento di curiosità e apertura. Esplorare nuovi interessi, leggere libri diversi dal solito, viaggiare e conoscere culture diverse sono tutte attività che arricchiscono il nostro bagaglio di esperienze e stimolano la nostra mente. Un’altra strategia efficace è dedicare del tempo al riposo e alla riflessione. La creatività spesso fiorisce nei momenti di rilassamento, quando la mente è libera di vagare e di fare nuove connessioni. Attività come la meditazione, il camminare nella natura o semplicemente prendersi del tempo per sognare ad occhi aperti possono essere estremamente benefiche. Conclusioni La creatività è un dono prezioso che ognuno di noi possiede in qualche misura. È una forza che ci spinge a migliorare, a innovare e a trovare significato nella nostra vita. Come psicologo, incoraggio tutti a coltivare la propria creatività, non solo come mezzo per realizzare opere d’arte o innovazioni tecnologiche, ma come un percorso per la crescita personale e il benessere mentale. In un mondo in costante cambiamento, la capacità di pensare creativamente è una risorsa inestimabile che ci permette di adattarci, evolverci e prosperare.
La Creatività nella Generazione delle Idee

“Ogni atto di creazione è un atto di distruzione” (Picasso). Per creare qualcosa di nuovo bisogna distruggere qualcosa che c’era prima. Idee nuove e cretive consentono alle aziende di rimanere al passo con i tempi. La creatività non deve mai essere fine a se stessa, ma deve avere sempre un valore aggiunto e un’utilità. A differenza della creatività puramente artistica, nella generazione di idee deve operare un cambiamento che abbia un valore aggiunto. Si sente spesso dire la creatività è una dote innata, ma in realtà è una competenza e in quanto tale si allena e si può sviluppare e accrescere. Anche una persona non particolarmente portata, può arrivare ad avere dei risultati. La creatività non è un puro talento, ma una competenza che si può imparare e rafforzare. Spesso ci si focalizza molto sulla soluzione, ma se le persone passassero più tempo ad analizzare meglio il problema sarebbe più produttivo. Esistono alcune tecniche che permettono di stimolare la creatività e quindi generare nuove idee, collaborando con i colleghi di lavoro. In questo articolo parleremo della Tecnica dei Sei Cappelli Pensanti, inventata da Edward de Bono. Questa tecnica migliora la capacità di esplorazione e consente di vedere un determinato problema/idea/progetto con un approccio a tutto tondo in modo da focalizzarsi su tutte le possibili prospettive. Vediamo ora come funziona… In una situazione di gruppo, ci sono delle regole associate al colore di sei diversi cappelli che costringono le persone a pensare a un problema da sei punti di vista. A turno le persone devono indossare metaforicamente i diversi cappelli. Non si può stare con lo stesso cappello per molto tempo, ma bisogna ruotare. Questa tecnica evita il fatto che la generazione di idee sia influenzata dalla specifica personalità dei partecipanti: ciò che conta è il risultato, non difendere la propria idea. Cappello bianco: si riferisce allo stare aderenti a fatti ed elementi più oggettivi. Si analizzano le informazioni, si fa il punto. Si tratta di una modalità di pensiero neutrale Cappello rosso: si riferisce a intuizione, sentimenti ed emozione. Le persone devono esprimere un pensiero di pancia, senza doverlo giustificare. Si dà la possibilità di esprimere le proprie reazioni immediate Cappello giallo: si riferisce alla positività e all’ottimismo. Si tratta di un approccio costruittivo, dove si identificano gli aspetti positivi e le opportunità Cappello verde: si riferisce alla fase di brainstorming per creare nuove idee sospendendo il giudizio Cappello nero: si guardano gli aspetti negativi, i possibili rischi e i punti di debolezza. Aiuta a identificare i possibili problemi e successivamente a generare soluzioni. A differenza del rosso, le criticità devono avere basi logiche Cappello blu: consente di controllare il processo di generazione dell idee, non riguarda l’argomento in discussione ma il processo creativo alla base. Si può dire che sia il cappello del moderatore, utile per ridizionare il gruppo verso un nuovo approccio Nei gruppi di lavoro ci sono tante diverse personalità con diversi approcci. Se ognuno tira dalla sua parte, il gruppo rimane fermo. Questa tecnica vuole scardinare questa logica e far passare il messaggio che se ci muoviamo tutti nella stessa direzione per un po’, riusciamo a fare strada. In conclusione, questa tecnica aiuta a migliorare la produttività del team in quanto permette di esplorare un’idea in modo approfondito tenendo conto di tutti i possibili punti di vista. Inoltre, consente a ogni persona di assumere ruoli che possano far vedere un problema con un’ottica totalmente diversa, scardinando le nostre idee su cui siamo soliti soffermarci.
La coscienza

di Veronica Sarno Uno stato di coscienza è caratterizzato da un’attività corticale rappresentata da s p e c i fi c i i n d i c i elettroencefalografici, onde i r r e g o l a r i , veloci ed ad a m p i e z z a r i d o t t a ; i n corrispondenza di queste attività elettriche, l’organismo sperimenta esperienze consce come l’ascolto di suoni, visione di colori ed immagini, la produzione di pensieri; si tratta dunque di esperienze di natura cognitiva o percettiva. La coscienza ha funzione di accesso e di selezione delle informazioni che debbano g i u n g e r e a d u n a rappresentazione conscia. La percezione visiva è molto rappresentativa del rapporto fra i meccanismi di base fisiologi ed i correlati consci. Tuttavia il maggior grado della coscienza si verifica a livello cognitivo superiore: nei processi di memoria, nei m e c c a n i s m i a t t e n t i v i , nell’apprendimento, nella comprensione del linguaggio. La percezione visiva è basata su meccanismi fisiologici sottostanti l’accesso delle informazioni alla coscienza rispetto alla visione, vi sono d u e d i v e r s i s i s t e m i rappresentazionali: il primo è relativo all’elaborazione delle caratteristiche di un oggetto esterno, mentre il secondo è riferito alle sue relazioni spaziali, questi due sistemi coinvolgono due aree corticali differenti, nella corteccia visiva, che include le aree corticali visive primarie finalizzate alla ricezione degli input ottici (Sheinberg & Logothet is, 2003), la parte destra del cervello si occupa della metà sinistra del campo visivo, la parte sinistra del cervello organizza invece la visione della parte controlaterale (destra) del campo visivo. Le cortecce visive di entrambi gli emisferi hanno un numero di aree topografiche diverse e s p e c i fi c h e p e r f u n z i o n i specifiche rispetto agli input visivi e tra loro collegate; tuttavia, non tutte le mappe percettive prodotte dalle varie component i cerebral i s i t r a s f o r m a n o i n rappresentazioni coscienti, i n f a t t i , a l c u n e d i esse rimangono in un formato non conscio, come ad esempio, il riconoscimento implicito delle forme o dei volti. Anche in caso di lesioni cerebrali come la Sindrome da Negligenza Spaziale Unilaterale (Neglect) in cui il soggetto è incapace di percepire degli stimoli visivi e come nel caso del Blindsight, fenomeno della visione cieca. S t u d i s c i e n t i fi c i hanno dimostrato che in alcuni deficit la visione cosciente degli stimoli è compromessa, ma non la loro elaborazione inconsapevole. L’elaborazione delle caratteristiche più complesse dello stimolo visivo segue due percorsi distinti, che sono fra loro indipendenti, ma collegati; si tratta della via occipito-temporale-frontale o via ventrale che attraversa il lobo temporale ventrale con proiezioni al lobo frontale e della via occipito-parieto-frontale o via dorsale, che attraversa il lobo parietale con proiezioni all’area frontale; l’area parietale costituisce la sede principale per la ricezione d e l l e i n f o r m a z i o n i propriocettive e riguarda i movimenti saccadici, che sono i n d i s p e n s a b i l i p e r l a rappresentazione interna delle relazioni spaziali nel campo visivo. La via dorsale è coinvolta direttamente nella localizzazione degli stimoli. Il sistema percettivo ed i l sistema di azione avvengono m e d i a n t e c o m p o n e n t i s o t t o c o r t i c a l i , come ad esempio il talamo, che funge da trasmettitore di input alla corteccia sensoriale. Mediante strumentazione PET è stato d i m o s t r a t o c h e l a visualizzazione mentale si organizza retinotopicamente attraverso il sistema delle aree visive. Kosslyn (2001) ha creato un modello che tiene conto della Mental Imagery e che è c o s t i t u i t o da sei componenti principali: la prima è costituita dal Buffer visivo definito da un insieme di aree topograficamente organizzate della corteccia, tali strutture corticali sono rappresentabili come un’unica struttura funzionale, localizzata nel lobo occipitale, queste aree si interconnettono con aree visive sia di basso livello e sia di alto l i v e l l o . L e p e c u l i a r i t à neuroanatomiche delle aree implicate sono compatibili con l’ipotesi che la Mental Imagery visiva sia costituita da un pattern di attivazione del buffer visivo indotto da informazioni c h e s o n o s t a t e p r e c e d e n t e m e n t e immagazzinate e che però non arrivano dal mondo esterno, come di solito accade nella visione. La finestra attentiva è la seconda componente e si occupa d selezionare le informazioni rilevanti, infatti fra le informazioni rese disponibili dal buffer solo alcune saranno selezionate in funzione degli o b i e t t i v i d e l s i s t e m a rappresentazionale. La terza componente è costituita dalla decodifica delle proprietà dell’oggetto mediante un congiungimento fra lobo temporale inferiore e lobo occipitale. Nel mentre si verifica la percezione visiva, l ’ i n p u t i n a r r i v o v i e n e confrontato con quelli già presenti in memoria e poi lo stimolo viene individuato. Le immagini mentali relative alla proprietà della forma si f o r m a n o a p a r t i r e dall’attivazione delle memorie visive mediante un processo top-down (dall’alto verso il b a s s
La coppia: scelta, innamoramento, aspettative

La coppia coniugale è un sistema dinamico aperto, diverso dalla somma delle caratteristiche di ciascun membro: non è costituita, infatti, dalla semplice unione di due individui, ma è un incontro di due storie diverse. Per poter creare, quindi, una famiglia, è necessario che i due partner si mettano in gioco sia psicologicamente e sia emotivamente. Uno dei primi momenti di crisi che una coppia si trova ad affrontare è proprio la sua formazione. Ci sono tre parti che coesistono in una coppia: IO, TU, e NOI. C’è un lui, c’è una lei, ma ci sono anche i modelli personali di relazione e le aspettative di ciascuno. Il processo che guida la formazione della coppia è suddiviso in tre momenti differenti: La scelta del partner. È il primo momento in cui si fa appello alla storia personale: la scelta solitamente avviene per similarità o contrarietà al genitore di sesso opposto. Sul partner, infatti, si sposta l’oggetto d’amore infantile, investendolo di aspettative simili o contrarie al genitore. L’innamoramento. In questa fase entra in gioco l’idealizzazione di sé e dell’altro: ognuno si presenta all’altro, in modo inconsapevole, per essere apprezzabile e desiderabile, enfatizzando se stesso e l’altro. È la fase in cui ogni partner considera l’altro l’unico in grado di soddisfare esigenze e aspettative profonde. Il matrimonio. È il momento critico vero e proprio in cui il rituale condiviso costituisce una nuova presa di coscienza. La cerimonia, infatti, di per sé, non implica la costruzione di un saldo legame tra coniugi. Al contrario, è necessario un impegno verso la costruzione di una identità di coppia. Tale processo, però, è legato ad una maturazione della propria identità e lo svincolo dalla famiglia di origine. Saremo felici o saremo tristi, che importa? Saremo l’uno accanto all’altra. E questo deve essere, questo è l’essenziale.(Gabriele D’Annunzio)