Recensione al libro “Lo stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” di Valentina Albertini, edito da Alpes Editore

Recensione a cura di Lucia De Rosa “Lo Stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” è un testo prezioso scritto dalla dr.ssa Valentina Albertini, psicoterapeuta Sistemico Relazionale, Didatta e Socia del CSAPR di Prato, pubblicato dalla Casa Editrice Alpes di Roma nel 2022. La dr.ssa Albertini ha avuto il coraggio di aprire una riflessione su un tema – la gravidanza – che sin dalle origini della psicologia è stato considerato e trattato guardando quasi esclusivamente dalla parte dei pazienti. Il testo rappresenta un apripista rispetto alla possibilità per le psicoterapeute e per gli psicoterapeuti di pensare alla gravidanza e alla maternità e di riflettere sugli aspetti emotivi connessi al diventare madri da parte delle psicoterapeute. I lettori avranno la possibilità di riflettere, attraverso una prima parte teorica e una seconda parte di casi clinici, sulle notevoli sfumature che emergono nel mondo interiore della terapeuta e nella relazione terapeuta – paziente relativamente al pensarsi madre (e portare una pancia nel setting terapeutico), diventarlo e ricoprire questo ruolo, contemporaneamente a tutti gli altri ruoli. La dr.ssa Albertini parte da una ricerca effettuata attraverso un questionario semi-strutturato sul tema della gravidanza e della gestione del setting, composto da domande aperte e chiuse, diffuse tramite email e social networks, con un successivo lavoro di analisi qualitativa. Lo stupore dell’autrice nasce dalla consapevolezza che, in Italia, pur essendo la professione psicologica a prevalenza femminile, a parte pochi scritti di stampo psicoanalitico, la letteratura è deficitaria di testi che si occupano della vita emotiva e professionale di una terapeuta durante la gravidanza e di quanto tale “disclosure inevitabile” abbia una presenza e un significato all’interno della relazione terapeutica con ogni singolo paziente. Nel primo capitolo, dal titolo “Cosa può accadere nella relazione con la terapeuta durante la gravidanza e la maternità”, l’autrice apre una riflessione sul comunicare o meno in merito ai pazienti, sulle tematiche legate al transfert, su un possibile aumento dell’identificazione, su emozioni come rabbia, aggressività e meccanismi di negazione, sulla capacità di prendersi cura di sé e dell’altro, sull’apertura della tematica della sessualità attiva della terapeuta, sull’invidia, sull’ambivalenza, sugli agiti, sul tema della separazione e dell’individuazione e sul possibile vissuto di abbandono durante il periodo della sospensione. Nel secondo capitolo, dal titolo “Nel ventre della terapeuta. Elementi di controtransfert e di relazione”, l’autrice descrive l’impatto della “pancia” all’interno della relazione terapeutica, dal punto di vista controtransferale. La psicoterapeuta, attraverso la propria “pancia” può ritrovarsi a vivere la negazione, la paura di perdere i pazienti o di non saper conciliare la vita professionale con quella privata, il desiderio di non deludere i pazienti (rischiando di colludere con le loro richieste), la perdita di controllo e un vissuto di ambivalenza rispetto ad un equilibrio da raggiungere tra vita professionale e privata; può sentirsi in colpa oppure scoprirsi non onnipotente, perché si sta vivendo qualcosa di più rispetto al proprio paziente o perché ci si separa per un certo tempo; può vivere un risentimento rispetto alla sensazione che le persone possano non capire i propri bisogni attuali; può occuparsi di cosa cambia nella rete professionale alla notizia della gravidanza e può chiedersi se accettare o meno i regali dei pazienti per il nascituro o la nascitura. La psicoterapeuta dovrà occuparsi dell’ambivalenza connaturata allo “stato interessante”, come evidenzia l’Autrice a pag. 31: “La gravidanza è uno dei momenti nei quali emerge la difficoltà di far coesistere certe consapevolezze: sappiamo infatti come nella vita anche le esperienze più belle possono portare sensazioni ambivalenti, e il fatto che ne conosciamo i meccanismi e gli effetti non ci rende immuni dal provarle, anche se ci aiuta al momento di doverle elaborare.” Nel terzo capitolo, dal titolo “Il corso pre-parto che nessuna ha fatto”, la dott.ssa Albertini presenta la ricerca sottoposta a 207 colleghe psicologhe con specializzazione in psicoterapia. Ne emerge che l’aspetto che accomuna la maggior parte delle colleghe intervistate è l’aver cercato, nel proprio momento di gravidanza, un supporto e una condivisione con altri colleghi e che questa fase così complessa e trasformativa non sia stata considerata nel tempo un elemento di cui occuparsi nella formazione personale e professionale. Nella seconda parte del testo, l’Autrice riporta alcuni casi clinici che permettono a chi legge di addentrarsi nelle tematiche teoriche esposte per trovare un rispecchiamento e uno spunto di riflessione rispetto alla propria pratica clinica e al proprio vissuto. La preziosità di questo scritto risiede, a mio avviso, nell’offrire la possibilità di uno spazio di lettura e di condivisione su una delle posizioni dell’“essere femminile e terapeuta”: la maternità come atto trasformativo. La dott.ssa Albertini dà voce a interrogativi, riflessioni e osservazioni che, con molta probabilità, ogni donna-terapeuta, in procinto di vivere la maternità, si è posta e che spesso sono rimasti inevasi nella solitudine della propria mente. Ho avuto la possibilità di leggere “Lo stato interessante” nell’immediato post-partum e questo mi ha dato un supporto e un’energia incredibili proprio perché stavo vivendo contemporaneamente la desiderata interruzione lavorativa per maternità e i mille dubbi di cosa avrei trovato al mio rientro a studio, essendo una libera professionista. Ha rappresentato per me, durante un momento così trasformativo e complesso, un modo per rimanere in connessione con il mio sentire di terapeuta e integrarlo con il mio essere donna e mamma, un modo per potermi rispecchiare e riflettere su di me. Leggendolo mi sono detta che finalmente se ne poteva parlare e che non ero la sola a vivere tutto ciò. Lo consiglio a tutte le colleghe che si approcciano alla maternità e a tutti i colleghi, a prescindere dal trovarsi a sperimentare la delicata fase della gravidanza (direttamente, come partner, come docente e/o supervisore) per capire e visionare tutte le possibili variabili che entrano in gioco quando una terapeuta sceglie di diventare anche mamma. Questo testo mi ha confermato che la strada che accomuna i due ruoli – madre e terapeuta – è l’“esserci”. Esserci nella relazione e imparare, attraverso la danza a due che si mette in atto. Esserci nella relazione
DIVERSITY MANAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

Le politiche di Diversity Management sono sempre più diffuse al giorno d’oggi in quanto permettono di valorizzare le diversità (di genere, orientamento sessuale, etnia, religione…) all’interno delle organizzazioni. Il processo di globalizzazione ha avvicinato culture molto distanti tra loro. Di pari passo l’evoluzione tecnologica ha modificato le modalità di comunicazione abbattendo confini invalicabili. La diversità può avere effetti positivi, come arricchire la conoscenza, le prospettive di analisi e le idee disponibili per attivare creatività e innovazione. Ma anche effetti negativi, come accrescere la conflittualità e ridurre il grado di coesione. Inizialmente le iniziative di Diversity Management erano dirette ad aumentare la presenza di donne e minoranze etniche nei luoghi di lavoro attraverso le azioni positive, che sancivano l’obbligo di assumere quote di lavoratori appartenenti a minoranze. Oggi con Diversity Management si intendono quelle pratiche di gestione HR per aumentare la diversità del capitale umano rispetto a determinate dimensioni e per garantire che questa varietà non ostacoli il raggiungimento degli obiettivi individuali e organizzativi, ma che li faciliti. L’efficacia di tali iniziative dipende dal grado in cui l’organizzazione riesce a rimuovere gli stereotipi e i pregiudizi presenti nel contesto di lavoro. Le HR devono innescare un cambiamento culturale, che trasformi i contesti di lavoro in luoghi inclusivi dove anche le minoranze possono avere le stesse opportunità di sviluppo e di partecipazione. Vediamo ora alcuni esempi… Per quanto riguarda le diversità di genere, l’esclusione delle donne ha radici economiche e sociali lontane. Il riconoscimento della meticolosità, della pazienza, della cura e della capacità di ascolto come caratteristiche prettamente femminili ha fatto sì che si siano cristallizzati dei ruoli rosa che racchiudono queste competenze. Questo ha incrementato lo sviluppo della segregazione occupazionale, che porta a concentrare le donne in determinate attività e gli uomini in altre. Ci sono due forme: Segregazione orizzontale: che porta le donne a ricoprire pochi ruoli organizzativi Segregazione verticale: che porta un’elevata concentrazione femminile ai livelli più bassi della gerarchia. Questo causa la creazione di un soffitto di cristallo che ostacola il percorso di carriera delle donne e le esclude dal ricoprire posizioni di responsabilità Tutto ciò accade a causa dei pregiudizi e del timore che gli impegni famigliari possano rendere discontinue le prestazioni. In generale, da questo punto di vista è fondamentale avviare un profondo cambiamento culturale di politiche di people management, come quelle che riguardano l’attenzione al work-life balance. Creare delle condizioni che favoriscano la conciliazione tra impegni personali e lavorativi è un segnale di inclusione. Esistono poi degli stereotipi e dei pregiudizi legati all’età. Di fronte all’invecchiamento della popolazione, le organizzazioni devono ripensare il concetto di invecchiamento e di età. L’organizzazione deve eliminare tutte le politiche discriminatorie e valorizzare i lavoratori in tutte le età. È fondamentale introdurre pratiche age inclusive, che riconoscono tali differenze, ascoltando i bisogni e le aspettative delle diverse generazioni. Ad esempio, per i lavoratori più maturi diventano più importanti i fattori di motivazione intrinseca, mentre per i giovani sono più efficaci quelle estrinseche. Dunque, in prospettiva futura, sicuramente per le HR sarà fondamentale lavorare in termini di: Ampliamento della diversità: cambiare la cultura organizzativa, reclutando lavoratori con background diversi Sensibilizzazione sulla diversità: promuovere la collaborazione con iniziative di formazione per aumentare la sensibilità e la comunicazione Identificare gli ostacoli che le persone delle minoranze devono affrontare attraverso survey e focus group e cambiare le pratiche aziendali Integrare il Diversity Management con i sistemi HR e le altre scelte strategiche per raggiungere tutti gli obiettivi organizzativi BIBLIOGRAFIA: Gabrielli, G., & Profili, S. (2020). Organizzazione e gestione delle risorse umane. La Feltrinelli
Adolescenti e “Mare Fuori”

La serie Tv “Mare Fuori” narra le vicende di un gruppo di giovani detenuti nell’Istituto di Pena Minorile (IPM) di Napoli, liberamente ambientato nel carcere minorile di Nisida. Giovani che hanno sbagliato spinti da necessità e ancora adolescenti innocenti che estinguono la loro colpa per un reato non realmente commesso. La conclusione è quella di una realtà più vicina di quanto si pensa, con la presenza di una naturale finezza psicologica in grado di sconvolgere i nostri animi, smontando qualunque nostro stereotipo. In psicologia si parla spesso dell’effetto “mirror neurons”, ovvero la capacità del cervello di imitare le emozioni e le azioni degli altri, generando un senso di empatia e connessione con il prossimo. Ecco che Mare Fuori, con la sua narrazione intensa e realistica, è riuscita a creare un legame empatico con lo spettatore, portandolo a immedesimarsi nelle storie dei personaggi e a riflettere sulla propria vita e le proprie esperienze. La vera ragione della popolarità di questa serie si ispira al tema della libertà: particolare attenzione viene posta alla figura del mare che diventa, inevitabilmente, metafora di libertà per gente come quella che risiede in un penitenziario senza avere più l’occasione di respirare. Il titolo stesso, Mare Fuori, assume quindi un significato di vera e propria speranza: con l’intenzione di suscitare in noi spettatori, un maggiore senso di responsabilità. Libertà in relazione alla netta contrapposizione tra la vita in carcere, spesso dimenticata dal mondo esterno, e la realtà, alle volte inconsapevole, che risiede fuori. Il principio di libertà rappresenta, d’altronde, quella boccata d’aria raggiungibile da tutte le persone che impongono a loro stesse le restrizioni più esasperanti. Infine, non bisogna dimenticare il potere dei social media e del passaparola. Grazie alla diffusione sui social e ai commenti positivi dei fan, Mare Fuori è riuscita a creare un vero e proprio “boom”, attirando sempre più spettatori curiosi e interessati.
Le soft skills nei contesti educativi

Le soft skills nei contesti educativi
Cambiamento climatico, inquinamento e salute mentale: quale connessione?

La letteratura scientifica riporta come il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico e la pandemia da COVID-19 potrebbero influenzare la salute mentale, con disturbi che vanno da lievi risposte emotive negative a condizioni psichiatriche conclamate, in particolare ansia e depressione, disturbi correlati a stress/traumi e abuso di sostanze. I gruppi più vulnerabili sono gli anziani, i bambini, le donne, le persone con preesistenti problemi di salute soprattutto mentali, i soggetti che assumono alcuni tipi di farmaci tra cui gli psicofarmaci, le persone con basso status socio-economico e gli immigrati. Il cambiamento climatico Il cambiamento climatico è definito come “un cambiamento del clima direttamente o indirettamente attribuibile alle attività umane che alterano la composizione dell’atmosfera del pianeta e si aggiungono alla variabilità climatica naturale osservato su intervalli di tempo simili”. Come sappiamo, diverse evidenze oggettive registrate negli ultimi secoli hanno rivelato drammatici cambiamenti climatici: aumento della temperatura dell’aria e degli oceani, innalzamento del livello del mare, diffuso scioglimento dei ghiacciai, aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi, variazione della salinità degli oceani, andamento dei venti e distribuzione annuale delle precipitazioni piovose, aumento del rischio idrogeologico, alluvione, siccità e incendi. Tali fenomeni provocano effetti dannosi sui sistemi naturali, biologici e antropici. L’inquinamento ambientale L’inquinamento ambientale è definito come l’alterazione sfavorevole dell’ambiente attraverso l’azione diretta o indiretta dell’uomo. L’inquinamento ambientale è un problema globale, comune sia ai paesi sviluppati che a quelli in via di sviluppo, che produce gravi conseguenze a lungo termine, sia sull’ambiente che sull’uomo. Marazziti, Cianconi, Mucci et al. (2021), nel loro articolo “Climate change, environment pollution, COVID-19 pandemic and mental health” spiegano, attraverso una review degli articoli sul tema, come dati convergenti indicherebbero l’esistenza di possibili relazioni tra cambiamento climatico, inquinamento ambientale ed epidemie/pandemia e come ciascuno di questi fenomeni avrebbe provocato effetti dannosi sulla salute mentale. Soffermandoci in particolare sugli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico sulla salute mentale, è possibile evidenziare come l‘impatto del cambiamento climatico sulla salute mentale potrebbe variare da lievi sintomi di stress e angoscia a disturbi clinici, tra cui principalmente ansia, disturbi del sonno, depressione e disturbi correlati a stress/traumi. Inoltre, eventi naturali estremi (compresa qualsiasi situazione fuori dall’ordinario e imprevedibile, come uragani, incendi dovuti alle alte temperature, inondazioni, ecc.) potrebbero essere correlati a effetti acuti, subacuti e a lungo termine sulla salute mentale, oltre a generare anche fragilità psicologica, con il prevalere di pensieri ed emozioni negative, come paura, ansia, mancanza di speranza e incertezza sul futuro. Anche se in misura minore, il cambiamento climatico globale può anche influenzare indirettamente la salute mentale. Anche solo la consapevolezza del cambiamento climatico in corso può indurre risposte emotive negative, tra cui senso di colpa, dolore, ansia e demoralizzazione. In questo caso, i soggetti più colpiti sono coloro che hanno già sperimentato alti livelli di stress dovuti ad altri fattori, cosicché il carico stressante aggiuntivo potrebbe sopraffare la loro capacità di recupero. Poiché i disturbi mentali associati al cambiamento climatico sono entità nuove e ancora poco conosciute, sono stati coniati nuovi termini per definirne alcuni, tra cui solastalgia ed eco-ansia. Oltre agli effetti causati dai cambiamenti climatici, anche l’inquinamento atmosferico di per sé potrebbe influenzare la salute mentale. Negli ultimi anni, prove crescenti hanno suggerito un legame tra inquinamento ambientale e disturbi mentali. Esacerbazione di disturbi psichiatrici, aumento del numero di accessi di emergenza per l’insorgenza di sintomi psichiatrici e ideazione e comportamenti suicidari sono stati segnalati anche in periodi dell’anno e in aree geografiche con livelli più elevati di inquinanti atmosferici. Correlazioni sembrano esserci anche con disturbi psicotici (in particolare schizofrenia), depressione e ansia. Tuttavia, come riportato nell’articolo, ad oggi i risultati rimangono inconcludenti, poiché altri studi non hanno riportato prove coerenti di un’associazione tra inquinamento atmosferico e disturbi mentali. Senza dubbio, questo è un campo emergente che richiede di essere approfondito ulteriormente. Il cambiamento climatico, l’inquinamento e le epidemie sono eventi che coinvolgono il mondo intero, con conseguenze significative sugli individui e sulla collettività, sia in termini di salute che socio-economici. Ulteriori ricerche e studi sono necessari per chiarire la loro correlazione e arrivare ad una maggiore chiarezza. È necessaria una comprensione più profonda di queste relazioni, non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per il mantenimento di quell’equilibrio tra uomo, animali e ambiente alla base della vita sulla terra. “Senza la promozione di una vera consapevolezza ecologica in tutto il mondo, unita a contromisure appropriate per ridurre almeno, se non annullare, il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico e le attività umane intensive e distruttive, non ci sarà un futuro sostenibile”. Fonti: Marazziti D., Cianconi P., Mucci F., Foresi L., Chiarantini I., Della Vecchia A. (2021). Climate change, environment pollution, COVID-19 pandemic and mental health. Science of the Total Environment, 773, 145182. https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2021.145182
Lo psicologo delle cure primarie: tra realtà ed utopia

Da molti anni, ormai, il benessere psicologico non può essere più considerato elemento secondario né può essere affrontato con soluzioni transitorie. Nonostante tutto continua ad essere posta in secondo ordine la “cura” del paziente con disturbi mentali rispetto ad uno con disturbi “organici. E’ attualmente noto che nelle “malattie psicosomatiche” ansia, rabbia, paura e tristezza sottopongono il corpo ad una quota di stress che l’organismo non è in grado di tollerare, così come anche nei disturbi con una chiara origine biologica (cancro, patologie croniche come diabete, celiachia, etc.) la nostra capacità di reagire e di rispondere al trattamento dipende dal modo in cui affrontiamo le cure, rivolgendo così una maggiore attenzione alle vicissitudini psicologiche e alla possibilità di strutturare dei percorsi di “caring” che si spingono oltre il “curing“. Spesso, specialmente nell’era “post covid” capita di sentire “lamentele” da parte dei medici di medicina generale rispetto a quelli che banalmente definiscono come “finti malati” coloro che all’apparenza “non hanno nulla” ma che sottendono grandi disagi. Quale ruolo ha giocato il covid rispetto ai disturbi mentali? Le persone che hanno contratto il Covid hanno un rischio del 60 per cento più alto di sviluppare ansia, depressione, dipendenza da sostanze o altri disturbi mentali. Il medico di medicina generale per far fronte a questa situazione si è improvvisato ad essere quasi un “tuttologo”, ma i suoi assistiti non hanno riscontrato in lui il contenimento dovuto e spesso hanno lamentato il fatto di sentire “sottovalutato” il proprio disagio. Si finisce solamente con l’intasare quotidianamente gli studi di medicina generale con necessità che prescindono dalle cure mediche e che ad onor del vero il MMG trova difficoltà ad accogliere poichè “impegnato” in condizioni, per quanto riferito, quasi sempre più complesse di quelle esposte da un paziente con disagio psichico. O ancora, banalmente sottovaluta l’importanza e la complessità di un disturbo psicologico addossando ulteriormente le difficoltà del paziente ad una “malattia organica”, oppure semplicemente dichiarando di non avere tempo per “l’ascolto” di problematiche riguardanti il profondo. Ed è proprio in questo momento che ci si è resi conto di quanto sia importante poter avere un “parallelo” servizio di psicologia di base al quale accedere attraverso il SSN. Il servizio di psicologia di base Partendo da questa prospettiva va da sè che sia necessario effettuare un “cambio di rotta”, ovvero, bisognerebbe assegnare ai problemi psicologici la medesima dignità di quelli somatici. Se tutto ciò si realizzasse nel concreto non ci sarebbe più bisogno di arrivare a rivolgersi ad uno psicologo solo quando “è l’ultima spiaggia”, o solo perchè il medico di base ci è arrivato “per esclusione” di altro. Le condizioni di disagio vissute dai medici i quali per primi dichiarano di non volersi occupare di condizioni che prescindono il loro sapere, mostrano la evidente necessità di un approccio “integrato” dove psicologo e medico possano collaborare e lavorare fianco a fianco per il benessere totale del paziente. Ponendoci in un’ottica di benessere, diagnosi esatte, trattamento e riabilitazione, risulta essenziale considerare la possibilità di cambiamenti radicali in ambito sanitario. Si tratta del bisogno di costruire una identità “diversa” e “maggiormente strutturata” giungendo ad una unità propriamente detta di aspetti corporei e psichici della persona. Tutto ciò sarà reso possibile solo quando ci saranno le condizioni utili a far maturare l’idea che lo psicologo non debba mettere a disposizione di “pochi” le proprie competenze, ma garantire a chiunque uno spazio per prendersi cura del proprio sè.
La fine del percorso psicologico dagli occhi dello psicologo

La fine di un percorso psicologico, vi siete mai chiesti com’è vissuto attraverso gli occhi dello psicologo? N. entra nella stanza radiosa, noto con piacere la cura riposta nella scelta dell’abbigliamento. <<Ora mi piace guardarmi allo specchio>>, disse con orgoglio qualche seduta precedente. Legge spedita gli homework assegnati per la settimana. Ricordo i primi esercizi letti con difficoltà, la vista offuscata dal timore di apparire incapace persino ad un semplice compito di lettura e comprensione del testo, di essere esposta al giudizio di una psicologa molto più giovane di età. Anche lo sguardo è vivo e presente, non si perde più nella parete dietro la mia poltrona e N. non mi chiede di ripetere ancora una volta ciò che sto dicendo. <<L’ansia>>, mi dice, <<è ancora qui con me. Ma ora non ho paura. So di essere più forte di questa vecchia amica>>. Dopo aver ascoltato in silenzio gli homework e il racconto della settimana, accenno un sorriso sereno:<<sa che giorno è oggi?>> . N., un po’ preparata a questa notazione, risponde veloce :<< Sono sicura manchino almeno altri due incontri!>>. Sorrido accogliente, ma resto in attesa. N. resta un po’ in silenzio, lo sguardo timido, come prima di un saluto che teme di essere l’ultimo. <<… e adesso?>>. Io ed N. avevamo concordato l’obiettivo di raggiungere una maggiore “chiarezza”, come lei dice al primo incontro. La capacità di capire cosa stesse provando, pensando e agendo in determinati momenti. Di raggiungere inoltre quegli strumenti per fronteggiare i momenti di “crisi”, quando cioè l’ansia diventa molto forte ed N. non riesce a mettere a frutto quanto raggiunto nelle terapie precendenti. <<Io sono soddisfatta di ciò che abbiamo raggiunto insieme>>, le dico. <<Si, ma insieme…>>, incalza lei. <<Ciò che abbiamo fatto qui insieme mi sembra lei lo abbia reso sempre più parte di sè…ricorda com’era all’inizio?>>. Ripercorriamo le tappe del percorso e le risorse emerse. N., che ha portato più volte in seduta la sua paura di non riuscire a “camminare” sicura da sola, accetta la mia proposta di rivederci tra due settimane, per cominciare a vedere come va in autonomia. Mi ringrazia per la fiducia che sto mostrando in lei. Quando un percorso psicologico finisce, è il più delle volte una gran gioia. Osservo con fierezza L. riappropriarsi della propria autonomia. Ma quando un percorso finisce non chiudi la porta. Quella poltrona che N. ha definito talvolta scomoda e dura, è sempre pronta ad accogliere, a rispolverare quelle risorse che ogni tanto non riusciamo a vedere. <<Di ogni percorso fatto mi porto una frase. Da questa mi porto: “non importa quanto grande, ma nessuna difficoltà potrà mai essere più grande di me>>. Per N. l’ansia non è più così grande. Per me N. ora lo è di più. Quando finisce un percorso psicologico, dagli occhi dello psicologo.
ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.
Quanti anni ti senti oggi? Tra percezione e realtà

“Quanti anni hai nella tua testa?” è la domanda che ha posto via Twitter ai suoi follower Jennifer Senior, premio Pulitzer 2022, che ha scritto su questo argomento un bellissimo articolo su The Atlantic. La percezione della propria età è un tema con un notevole margine di soggettività. Siamo soggettivi in tutto, ovviamente. Ma, nel caso specifico, c’è un grande divario tra la sensazione soggettiva e la realtà. Parliamo di percezioni di noi, del nostro corpo, del nostro tempo e della nostra durata. Solo in condizioni di patologia e alterazione neurologica, oppure di difficoltà e sofferenza estrema – come avviene nei casi di dispercezione della propria mole corporea, ad esempio nei disturbi alimentari – esistono differenze così grandi. In generale, si rilevano piccole differenze, ma non abissi, tra la realtà – o quello che viene osservato dalla maggioranza delle persone – e quello che percepiamo di noi; inoltre, siamo anche in grado di collocarci nello spazio in modo consapevole: la propriocezione funziona per la maggior parte di noi. Ma cosa succede invece nella nostra mente rispetto alla percezione del tempo e della nostra età? Gli studi concordano sostanzialmente su un punto: la maggior parte delle persone, a partire dai quarant’anni, si percepisce come più giovane e si raffigura internamente con un’età di circa il 20% in meno. Le risposte che danno le persone, sia all’interno di ricerche sia nei salotti o sui social, sul motivo per cui sentono di appartenere a una certa età, sembrano sostenere un’ipotesi: ci “attesteremmo”, in qualche modo, sull’età in cui abbiamo percepito per la prima volta in modo chiaro e continuo una sorta di stabilità di coscienza, di percezione di noi e del mondo; oppure al momento della nostra vita in cui abbiamo ottenuto i primi traguardi importanti. Per chi volesse approfondire questi aspetti, consiglio di leggere gli articoli di due ricercatori che si occupano di memoria, memorie traumatiche e psicologia dell’invecchiamento, a partire da: Berntsen, D., & Rubin, D. C. (2002). Emotionally Charged Autobiographical Memories across the Life Span: The Recall of Happy, Sad, Traumatic and Involuntary Memories. Psychology and Aging, 17, 636-652 A noi qui basta riflettere su quello che emerge in linea generale dalle ricerche in questo campo: gli adolescenti e i giovani adulti tendono a percepirsi con un’età maggiore di quella reale; mentre a partire dai quarant’anni, come dicevamo, si tende a tornare indietro, o meglio a fermarsi – come percezione della propria età – ad una precedente età, in cui abbiamo raggiunto dei risultati. I ricordi più forti e mantenuti nel tempo sono quelli dai 15 ai 25 anni, in cui accadono, nella vita di ognuno, moltissime “prime volte”, cioè eventi che per tonalità emotiva tendono a persistere e a radicarsi nella nostra memoria. In conclusione, si può avanzare una considerazione: che le nostre rappresentazioni interne dell’età siano legate al valore che attribuiamo alla nostra capacità di agire nel mondo e sul mondo. Da piccoli, ci sentiamo più grandi e più capaci di impatto. Dai quarant’anni in poi, quando abbiamo già sperimentato di essere in grado di esercitare un impatto, restiamo in qualche modo legati a questa rappresentazione di efficacia e di potenza, che nelle nostre realtà socio-culturali e alle nostre latitudini è particolarmente legata a questa fascia di età. Curiosamente, gli studi rilevano minore divario tra età percepita ed età reale nelle società asiatiche: forse perché in queste culture – pensiamo in particolare al Giappone – è dato grande valore all’esperienza e all’età anziana, uno status considerato di elevata utilità nel contesto produttivo e sociale e degno di profondo rispetto .E allora, a latitudini diverse dalle nostre, non serve rappresentarsi internamente come più giovani: ci si sente comunque efficaci e capaci. Anche a novant’anni.
Aspetti sociali dell’invecchiamento

Durante l’invecchiamento, gli aspetti sociali sono degli elementi da tener conto per un sereno rapporto con se e con gli altri. Forse però il vero problema non è tanto da ricercarsi nell’anziano quanto nell’ambiente che lo circonda. Per esempio, la scomparsa degli amici e dei famigliari impegna i vecchi nella ricerca di alternative in cui reinvestire le proprie potenzialità psico-emotive. Quindi, le esigenze e le energie psicologiche insoddisfatte finiscono per essere rivolte verso l’interno. Si innescano tutta una serie di sofferenze che ci fanno vedere l’anziano come egocentrico e troppo preoccupato di sé. Tutto ciò non fa altro che spingere l’anziano verso un isolamento ancora maggiore e verso una solitudine ancora più profonda. Nelle società industrializzate, fortunatamente, gli aspetti sociali degli anziani sono abbastanza presi in considerazione. Esistono, infatti, persone anziane che non vengono emarginate (ad esempio quelle creative oppure ricche) e che conservano spazi di partecipazione. Purtroppo, però, si tratta sempre di minoranze. L’atteggiamento sociale generale è infatti quello di emarginare, di ghettizzare tutti i soggetti non produttivi, non efficienti o considerati irrecuperabili. In questo tipo di società orientata verso valori di esasperata vitalità e posseduta dal senso del futuro, è evidente che non c’è posto per i vecchi, che chiaramente non hanno alcun futuro.Quindi nell’anziano nasce un progressivo senso di insicurezza e di ansia a causa del suo sentirsi fisicamente inadeguato a far fronte alla domanda sociale di produttività. Per difendersi da questa ansia, l’anziano si irrigidisce sulle proprie convinzioni passate e diventa conservatore, ma ciò non fa altro che produrre ulteriore solitudine ed isolamento. Nei casi estremi il vecchio si difende dal senso della propria impotenza accusando gli altri di ingannarlo, soprattutto nei confronti delle persone che lo assistono. Inconsciamente le giudica colpevoli di sottrargli la padronanza di se stesso, confermando la perdita delle sue facoltà.