Il bullismo e il cyberbullismo: interventi psicologici

di Mariarosaria Cafarelli Per bullismo si intende un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Questo fenomeno si basa su un rapporto asimmetrico tra la vittima e il bullo: la prima non può o non ha le abilità per far cessare l’atto aggressivo nell’immediato e il secondo, invece, compie l’atto volontariamente, cioè con l’intenzione di ferire o provocare un danno. Inoltre, un’altra componente necessaria è la ripetitività del fenomeno. Uno studente sarà oggetto di azioni di bullismo (prevaricato o vittimizzato), quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto volontariamente da uno o più compagni. Quindi, non ci si riferisce ad un atto singolo, ma ad una serie di comportamenti ripetuti nel tempo, all’interno di un gruppo, con il fine di avere un potere sull’altra persona. Molto spesso si tende a minimizzare questo fenomeno, ci si ferma all’apparenza, quando in realtà è molto più grave di quello che si pensa. È importante che gli psicologi si occupino non solo della vittima, ma anche del carnefice, saper definire la personalità di un ragazzo “bullo” e quali sono i motivi che potrebbero spingerlo a commettere condotte devianti. Dal punto di vista caratteriale i ragazzi che mettono in atto condotte devianti dimostrano una forte ambivalenza con le figure genitoriali e una personalità immatura, poco riflessiva, scarsamente tollerante alle frustrazioni e incapace di un autentico contatto empatico con gli altri. Un comportamento deviante può essere spiegato facilmente attraverso un rapporto di causa – effetto, oppure sulla base di semplici predisposizioni ereditarie, o come risultato di una problematicità intrafamiliare o di una subcultura. Sulla base di quanto detto, quindi, il bullismo verrà spiegato come il risultato dell’interazione di molteplici variabili, come la struttura della personalità del soggetto, le caratteristiche del gruppo di coetanei al quale appartiene, la qualità delle sue relazioni interpersonali, la tipologia della famiglia di appartenenza. Negli ultimi decenni la modalità del bullismo è cambiata, nel senso che un tempo venivano prese in considerazione azioni verbali e fisiche, mentre in tempi recenti si profila maggiormente la violenza psicologica, sicuramente più difficile da identificare, ma che viene messa in atto dal soggetto sulla sfera psichica e sull’autostima della vittima. Quindi, possiamo parlare di una situazione di bullismo, quando si assiste o si subiscono degli atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, (spintoni, pugni, schiaffi), oppure di tipo verbale (minacce, insulti pesanti, offese), o infine di tipo psicologico (umiliazioni, discriminazioni, emarginazione). Nella maggior parte dei casi le tre categorie si verificavano in concomitanza: infatti l’offesa di tipo verbale può portare all’aggressione di tipo fisico, il tutto accompagnato da un forte trauma psicologico nella vittima, che diventa incapace di uscirne da sola. Le azioni offensive verbali e fisiche sono definite modalità dirette e sono quelle più evidenti, mentre quelle di tipo psicologico sono chiamate indirette, più difficili da individuare. Alla base del bullismo c’è l’intenzionalità da parte del soggetto di danneggiare la vittima, ovvero nel procurarle dolore, sofferenza, privandola della sua sfera relazionale e sociale; queste azioni offensive e vessatorie sono persistenti, frequenti e costanti nel tempo. Le conseguenze sulla vittima designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, psicologica, abbandono delle relazioni, isolamento, paura e terrore del suo carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, in casi estremi portano al suicidio. In base al genere, secondo le statistiche, tendenzialmente i maschi utilizzano forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine utilizzano molto di più della azioni di tipo psicologico, come pettegolezzi, dicerie oppure diffusioni di immagini false. In tempi recenti, con l’insorgenza di internet e dei social media il fenomeno del bullismo ha subito un’evoluzione, trovando ampio spazio in questi nuovi canali, che hanno reso possibile la realizzazione di azioni vessatorie. Questa evoluzione è definita cyberbullismo, ossia un attacco vessatorio continuo, reiterato nel tempo attraverso la rete internet, e proprio quest’ultimo fenomeno è diventato oggetto di studio della psicologia. Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono molte, ad esempio: messaggi volgari o molesti; pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network postare o inoltrare informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false); rubare l’identità e il profilo di altri con lo scopo di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima; insultare o deridere la vittima attraverso messaggi sul cellulare, mail, social network; ed infine, minacciare la vittima attraverso i media andando ad intaccare la sua tranquillità. Questi tipi di aggressione potrebbero rimanere in rete, oppure sfociare in episodi di bullismo (in particolare nei contesti scolastici o luoghi di aggregazione di ragazzi). Tra le problematiche psicologiche che più frequentemente emergono in chi è oggetto di bullismo e cyberbullismo ci sono i disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi psicosomatici. Un’azione che potrebbe essere utile per combattere il fenomeno ormai sempre più diffuso del bullismo e del cyber bullismo è immettere nel contesto scuola lo psicologo, così da individuare tempestivamente il disagio, con lo scopo di evitare lo sviluppo di problematiche psicologiche, o in casi estremi il suicidio, e al tempo stesso offrire un servizio ai “bulli”, per meglio comprendere e modificare comportamenti devianti.
PATIENT ENGAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

La medicina centrata sul paziente sta diventando l’approccio principale dell’healthcare. In quest’ottica si rende necessario che il paziente sia predisposto e ingaggiato nell’auto-gestione della propria salute (si parla di patient engagement). Non si può dare per scontato che tutti i pazienti siano pronti, volenterosi e capaci di assumere un ruolo attivo nella propria cura. Certo è che il coinvolgerlo attivamente porta a un miglioramento dello stile di vita, una maggiore aderenza ai trattamenti, una migliore gestione della malattia e la creazione di un’alleanza terapeutica. Inoltre, può portare a un aumento dei comportamenti preventivi, della ricerca di informazioni e della soddisfazione del paziente. A fronte della crescente attenzione per il concetto di patient engagement, c’è il rischio di adottare una visione riduzionistica e semplificatoria di questo concetto andando a considerare solo gli aspetti più visibili legati ai comportamenti dei pazienti o ai loro livelli di conoscenza della malattia. In realtà, ciò che risulta importante è porre l’attenzione sulle radici psicologiche che stanno alla base del patient engagement. Il Patient Healt Engagement Model descrive il livello di maturazione psicologica degli individui circa il proprio ruolo più o meno attivo nella gestione della propria condizione di salute e/o malattia. Esso descrive quanto un paziente si sente psicologicamente pronto a giocare un ruolo attivo nella gestione della propria salute. È un processo che coinvolge tre aspetti psicologici: cognizione, emozione e comportamento. Per questo motivo, persone con livelli di engagement diversi hanno bisogno di strategie di supporto e di promozione differenti. Esistono 4 profili di paziente dal punto di vista dell’engagement: 1.FASE DI BLACKOUT Da un punto di vista cognitivo, la persona ha scarse conoscenze e un basso livello di alfabetizzazione sanitaria. Inoltre, nega emotivamente la diagnosi e trascura i sintomi. Infine, da un punto di vista comportamentale si sente “bloccata” nell’azione ed è incapace di mettere in atto strategie efficaci. Si tratta di una persona che delega ogni responsabilità al medico circa il trattamento di cura. Da questo punto di vista, il personale sanitario dovrebbe aiutare il paziente a riconoscere ed elaborare la nuova condizione di salute, acquisendo consapevolezza su questa e su di sé. 2.FASE DI ALLERTA Le persone risultano maggiormente informati rispetto al profilo precedente, anche se si trovano ancora con una conoscenza sanitaria frammentata. Da un punto di vista emotivo, vivono in uno stato di ipersensibilità ai sintomi, che li porta a interpretarli come segnali di ricadute o aggravamenti. A livello comportamentale sono ancora poco competenti nella gestione della cura e incapaci di seguire adeguatamente le prescrizioni mediche. Iniziano a comparire la possibilità d mettere alla prova prime forme di autonomia degli individui, anche se sono ancora molto deleganti. Sotto questo punto di vista, è importante aiutare il paziente a organizzare le diverse informazioni ricevute, le azioni richieste e le emozioni esperite. 3.FASE DI CONSAPEVOLEZZA A livello cognitivo, il paziente ha abbastanza informazioni che garantiscono una consapevolezza delle prescrizioni mediche. Inoltre, presenta una migliore accettazione psicologica della propria condizione di salute e buona auto-efficacia. Mentre a livello comportamentale, ha acquisito una serie di competenze che gli permettono di attenersi alle prescrizioni mediche. Non sono pazienti ancora totalmente autonomi e si trovano in difficoltà di fronte a ogni cambio di ruotine in quanto non hanno ancora bene interiorizzato le motivazioni di quelle prescrizioni. Si affidano ancora all’operatore, che viene percepito come esperto e come punto di riferimento, anche se iniziano a percepirsi come membri di un team formati da loro stessi e dal sistema curante. 4.PROGETTO EUDAIMONICO A livello cognitivo, la persona è in grado di dare un senso profondo alla propria esperienza di salute ed è in grado di ricercare attivamente ed efficacemente le informazioni sui possibili trattamenti. Inoltre, accetta ed elabora la sua condizione. L’identità da paziente non è più totalizzante, ma è integrata con gli altri aspetti possibili del sé. Queste persone sono in grado di mettere in atto i nuovi comportamenti in maniera incondizionata, al di là dei contesti e delle routine. Infine, percepiscono l’operatore sanitario come alleato. Sono spesso attivi ambasciatori di una relazione di engagement presso la loro comunità di riferimento, offrendo suggerimenti ma anche supporto emotivo. In termini di protocollo di intervento, è importante sostenere la persona nel mantenimento di un percorso positivo di riprogettazione di sé e della propria quotidianità. Questi quattro profili si estendono lungo un continuum, dove il paziente può muoversi migliorando e peggiorando. I livelli di engagement si identificano grazie a una scala in cui il paziente risponde indicando per ogni riga l’affermazione che lo descrive meglio oppure una situazione intermedia. I livelli di engagement si distribuiscono in modo analogo indipendentemente dalle caratteristiche sociodemografiche dei soggetti, dalla loro condizione clinica e dalla sua complessità. In conclusione, questo vuol dire che tale modello si applica a tutti i pazienti e il costrutto non è qualcosa che varia al variare di caratteristiche contestuali, ma dipende molto da variabili psicologiche. Dunque, in prospettiva futura diventerà sempre più essenziale adottare questo nuovo modello di partecipazione nell’ambito sanitario. BIBLIOGRAFIA: Graffigna, G., & Barello, S. (2018). Engagement. Un nuovo modello di partecipazione in sanità. Milano: Il Pensiero Scientifico
Orbiting in Amore

Il termine orbiting deriva dall’inglese to orbit, che significa orbitare attorno a qualcosa. Si tratta di una pseudo tattica amorosa fondata sull’ambiguità e sulla totale assenza di comunicazione nella coppia o in quello che un tempo era una coppia. Un partner rimane attonito e l’altro orbita senza parlare. Una persona si crede partner di un’altra, ma l’altra orbita e non si fa mai avanti, mente, dissemina confusione e ambivalenza del fare e del sentire. La persona che fa orbiting ignora del tutto la richiesta di un chiarimento verbale da parte dell’altro partner: si nega, si sottrae al confronto per non perdersi, nel frattempo, non gli sfugge nemmeno una storia di Instagram o un post, infatti le visualizza per primo. Chi subisce l’orbiting, infatti, rimane in uno stato di sospensione dalla realtà, in una dimensione irreale e surreale. Nonostante faccia un esercizio di pazienza e alleni anche la speranza, il partner orbitante non diventa quasi mai risolto e nemmeno reale. L’orbiting è esattamente questo: una persona che dice di volersi allontanare da te, ma che continua a far sentire la sua presenza attraverso reazioni e commenti sui social, controllando la chat di Whatsapp, visualizzando le stories su Instagram, palesandosi digitalmente ma non nella vita reale. Lo scopo di chi fa orbiting è solo uno: manipolare. L’orbitante utilizza una sorta di messaggio-non messaggio senza contenuto alcuno tramite il quale fa credere interesse, nel tentativo di creare un legame che in realtà non vuole. Chi ha bisogno di controllare non sa amare. II controllo mistificato per amore contiene in sé il seme della manipolazione, dello stalking, della violenza psicologica e fisica. È l’inizio di una relazione al veleno, di quelle che ammalano e prosciugano energie psichiche. Bisognerebbe avere gli strumenti per decodificarla e smascherarla il prima possibile per scappare a gambe levate. Non si tratta di amori che regalano mistero e scintillio, sorprese ed emozioni, ma di non amori che manipolano e che regalano esclusivamente traumi e disagi. Alcune persone fanno orbiting perché amano il controllo e non possono farne a meno, questa è l’unica, triste verità. La vittima dell’orbiting, in una prima fase, si illude di poter iniziare una relazione e inizia a fantasticare a investire tra attese, cuori e like. In una seconda fase che non ritarda a manifestarsi, la vittima comprende che le belle parole e gli infiniti like non si trasformano in un incontro, in un appuntamento, in un bacio.
I vantaggi della pragmatica comunicativa

I vantaggi della pragmatica nei contesti educativi
Ventennale di “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale. Un approccio razionale alla riabilitazione neuropsicologica” di D. Grossi e M. Lepore

La neuropsicologia in Campania. Ventesimo anniversario della pubblicazione di “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale. Un approccio razionale alla riabilitazione neuropsicologica” di Dario Grossi e Michele Lepore
Il ciuccio tra me e mio figlio

Il ciucciotto è uno strumento che spesso diventa croce e delizia in una relazione genitore figlio. Farò bene a darlo?quando è il momento di toglierlo? se lo tolgo il bimbo va in frustrazione. Queste sono solo alcune delle domande che i genitori riportano e che gli fanno sperimentare un senso di incompetenza. Premessa Leggere il proprio bambino è uno dei compiti più complessi per un genitore. I genitori spesso si pongono maggiormente sul “fare” a discapito del “sentire” la genitorialità, come relazione continua e nutriente dove imparare a so-stare. ciuccio: come inserirlo in una relazione genitore/figlio Uno dei tanti argomenti a me cari è l’uso del ciuccio, croce e delizia dei neogenitori. L’uso del ciuccio necessita di una tecnica di suzione diversa rispetto al seno, ecco perché alcuni bambini finiscono per confondersi, rendendo la suzione alla mammella inefficace e quasi sempre dolorosa.Numerosi studi evidenziano l’influenza di tale pratica sulla relazione tra genitori e figli. Il ciuccio, secondo alcuni studi, potrebbe rappresentare una barriera alla comunicazione emotiva tra bambini e adulti, influenzando negativamente la formazione del loro legame. Inoltre, potrebbe rappresentare un serio ostacolo al sereno sviluppo di un legame emotivo tra madri e figli, turbando alle basi la manifestazione di questa importante relazione.Mettere un ciuccio in bocca al nostro bambino equivale a dire “Siccome faccio fatica a comprendere i tuoi segnali di pianto, preferisco non ascoltarli”, “Non riesco a consolarti, meno male che hanno inventato il ciuccio!”.Diventa importante che i genitori si sentano competenti, molto più di un “tappo” di gomma. Ciuccio, pupazzo o copertina Spesso i piccoli ricorrono all’abitudine di tenere perennemente il ciuccio in bocca, stringere un pupazzo di pezza o la copertina di Linus per consolarsi e alleviare lo stress di ogni nuova situazione. Questi atteggiamenti compaiono intorno al primo anno d’età per poi scomparire pian piano verso i quattro anni, quando il bimbo acquisisce più sicurezza e autonomia. Non mettiamo fretta al bambino, aiutiamolo invece a fare a meno di queste abitudini nei momenti in cui ne ha meno bisogno (offrendogli un’ attività interessante, o distogliendo la sua attenzione), cerchiamo di fargli lasciare i suoi oggetti di salvataggio mentre è impegnato a giocare, sarà lui piano piano a cercarli sempre di meno. E se riesce a stare tutto il giorno senza, ricompensiamolo, non con un giocattolo, ma lodando la sua capacità. Conclusioni All’interno di una relazione genitore/figlio spesso il genitore vive sensazioni di smarrimento: quando è il momento giusto per togliere il ciuccio? In questi casi diventa importante che il bambino si senta visto nel suo bisogno e non in un’età anagrafica “giusta” per raggiungere questo risultato. Quindi, genitori, provate sempre più a stabilire una relazione solida con vostro figlio affinchè si giunga con serenità al raggiungimento di questo risultato.
AMORES

Continuiamo in questo nuovo articolo il discorso avviato in: “C’è bisogno di AMORES” e approfondiamo qui il concetto di teoria della mente e di come l’utilizzo del nostro dispositivo Amores possa essere utile nel caso di bambini con disturbo dello spettro autistico. Ricordiamo che Amores è un acronimo che sta ad indicare, in breve: un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, messo appunto dal gruppo di lavoro Poliscreativa, è un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhouette. Sottolineiamo anche in questo nuovo articolo che lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Ora qualche cenno storico sul concetto di teoria della mente, erano gli anni ’70 quando Premack e Woodruff, introdussero questo concetto con uno studio in cui richiamarono l’attenzione sul dato che gli individui sono regolati, nelle loro interazioni con gli altri, da una Teoria della Mente (ToM, dall’inglese Theory of Mind), ovvero da un sistema di interferenze che permette di attribuire a se stessi e ai conspecifici degli stati mentali, e in particolare di spiegare e predire i comportamenti altrui anche quando devono essere ricondotti a credenze diverse dalle proprie. Secondo numerose ricerche riguardanti i disturbi dello spettro autistico, ci sarebbe proprio un’incapacità a concepire adeguatamente questa mappa delle possibili risposte in relazione alle possibili domande definita “teoria delle mente”, tra le caratteristiche più pregnanti di questa sindrome. Tornando ad Amores e al suo utilizzo con bambini autistici, Amores stimola, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Amores, stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili che comunque, proprio per queste caratteristiche, permettono a quei bambini di ripercorrere le tappe del loro sviluppo che sono state deficitarie. Le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici così come i neuroni specchio ci suggeriscono. Questo aspetto si mostra particolarmente congeniale per l’utilizzo del dispositivo con alcuni tipi di autismo. Quello che noi facciamo, semplicemente, è creare un contesto nel quale il soggetto si senta accolto e al sicuro, questo farà sì che le sue difese più rigide e magari attivate in situazioni di pericolo precedentemente vissute, gradatamente si allentino. A questo punto sarà possibile che la persona sia in grado di riconfigurare il suo assetto difensivo secondo modalità meno dettate dall’urgenza e dall’ansia e pertanto più funzionali e adattative. In altri termini, il dispositivo Amores non si basa sulla necessità di una presa di coscienza degli aspetti più problematici delle nostre vite, ma soprattutto sul creare le condizioni ottimali per attivare quegli aspetti autoriparativi che almeno potenzialmente sono sempre presenti in ognuno di noi e che per funzionare non hanno sempre e soltanto bisogno di rendersi del tutto consapevoli e verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse teorie della mente altrui.
Guerre stellari? Insegniamo la pace

Il nome di George Lucas è, nel nostro immaginario, un velocissimo veicolo a bordo del quale passiamo da Guerre Stellari alla saga di Indiana Jones, tra galassie e mondi, spazio e giungle, navicelle e sabbie mobili, insieme a mille altre sequenze iconiche di film del regista e produttore. Non molti sanno che George Lucas ha fondato, nel 1991, Edutopia e Lucas Education Research, con l’intento di contribuire a trasformare l’istruzione primaria e secondaria. Scopo della Fondazione è puntare i riflettori su cosa funziona nell’istruzione, per far sì che tutti gli studenti possano acquisire le conoscenze e le competenze utili per prosperare negli studi e per dare fondamenta solide e fertili per la realizzazione di ognuno nella vita adulta. La Fondazione raccoglie, verifica e racconta storie di innovazione e apprendimento continuo nel mondo reale, collabora con società di ricerca e università prestigiose per identificare e valutare le pratiche di insegnamento che hanno un impatto positivo profondamente incisivo sul corso dell’apprendimento e sul rendimento degli studenti e delle loro future realizzazioni nella vita. Siamo in tempo di guerra e sono convinta che dovremmo fermarci a pensare al perché, a fronte di un’evoluzione costante di tecnologia e competenze, gli esseri umani sono solo pochi passi più in là della clava, dal punto di vista emotivo. Ovvie le ragioni di potere, economiche, di disponibilità delle risorse: ma c’è qualcosa di più. C’è ancora poco investimento sull’educazione emotiva nelle scuole, ad ogni latitudine e in contesti radicalmente diversi, anche tra i sistemi più evoluti per opportunità socio-economiche e culturali. L’istruzione, i primi anni di vita, i contesti emotivi in cui si cresce sono materia degli psicologi e di chiunque creda che ci sia ancora molto da esplorare ed applicare in questo campo, con l’intento di dare migliori possibilità alle giovani generazioni e a quelle future, anche in tema di pace e gestione della rabbia, un sentimento utile quando esercitato in modo funzionale, come strumento. e non come emozione che offusca i processi alti. Ho recentemente letto i contributi di un’insegnante della Lafayette Elementary School di Washington, Ryden, che scrive per EdSurge. Questa brillante educatrice ha sperimentato, con i suoi piccoli allievi, l’utilizzo di due strategie per comprendere e governare la rabbia: la neuroscienza della rabbia e il potere di autoregolamentazione della consapevolezza. In pratica, ha spiegato ai bambini come funziona la rabbia, il coinvolgimento dell’amigdala e alcune tecniche di regolamentazione che potevano mettere in atto nel preciso momento in cui accadeva il fatto scatenante ed erano sopraffatti dalla potenza del sentimento. Per farlo, Ryden ha utilizzato un burattino da lei costruito, per poter mostrare ai suoi studenti cosa succede quando si arrabbiano: la parte del cervello responsabile del pensiero e delle funzioni esecutive, la corteccia prefrontale, va per così dire “offline”. È in quel momento che l’amigdala, responsabile della risposta alle minacce e al pericolo, prende il sopravvento e inizia a prendere decisioni. Ryden ha capito che far visualizzare ai bambini materialmente, con un metodo semplice, l’insorgere della rabbia poteva essere una parte importante della sua pratica di insegnante. L’ispirazione, racconta Ryden, le è venuta quando ha assistito a una conferenza di Daniel J. Siegel, professore clinico di psichiatria presso la Scuola di Medicina dell’UCLA, che usava la sua mano per descrivere cosa succede nel nostro cervello quando ci arrabbiamo. Quando i suoi studenti, a partire dalla prima elementare e fino alla quinta elementare, acquisiscono questa comprensione di base di ciò che sta accadendo nei loro cervelli, Ryden inizia a insegnare loro come utilizzare alcuni strumenti per “calmare” il loro cervello. Come sappiamo, possiamo inviare messaggi corporei al cervello, che li interpreterà come segnali di “situazione rientrata”, attraverso la nostra modalità di respiro. Respirare profondamente e lentamente è un modo per dire al nostro centro di controllo che va tutto bene e che l’amigdala può rientrare dalla condizione di allarme. Insegnare ai bambini a fare cinque respiri, a tendere i muscoli durante l’inspirazione e a rilasciarli durante l’espirazione e praticare altre tecniche di respirazione, integrando questo insegnamento semplice in modo regolare e quotidiano nella giornata scolastica, permette ai bambini di sviluppare la competenza per affrontare il problema che li ha fatti arrabbiare con maggiore consapevolezza e minore stress. La frequenza e ripetizione della pratica è fondamentale: apprendere e praticare la consapevolezza non è certo un’acquisizione rapida. Ma imparare a farlo da piccoli, come si impara la matematica o la geografia o l’educazione fisica, cambia completamente il paesaggio mentale dei bambini. Non è solo un modo per controllare la rabbia, ma un ottimo modo per focalizzare, abbassare lo stress, migliorare le competenze sociali, utilizzare l’autoregolazione in modo utile e rendere più semplici, partecipati e apprezzati molti processi mentali, riducendo anche l’ansia e i sentimenti depressivi. Il mondo può cambiare solo se ci si esercita a praticare interazioni pacifiche, rispettose, consapevoli, inclusive. Un tale insegnamento dovrebbe avere dignità e spazio nella progettazione del curriculum scolastico. E si può realizzare in modi avventurosi e divertenti: non serve essere Luke Skywalker per diventare un valoroso cavaliere Jedi al servizio del nostro benessere mentale. Basta iniziare da piccoli.
Paura del fallimento e ansia da prestazione nella società della perfezione

Fragili, scossi e con scarsa speranza verso il futuro. Questo è l’identikit dei giovani di oggi, definiti la generazione post Covid. Una generazione che vive un disagio psicologico importante, frutto di traumi ripetuti.Vivono la paura degli scenari apocalittici del nostro tempo e sperimentano l’ansia da prestazione di una società che mira alla perfezione. Molti cercano, con significative ripercussioni sul benessere psicologico, di concorrere al modello dell’eccellenza. Oppure cercano una via di fuga, reale o simbolica, dalla vita. Il recente suicidio della studentessa dello IULM, una giovane di soli diciannove anni, è l’ultimo triste caso di un allarme straziante. Una tragedia che punta i riflettori su un disagio profondo che possiamo più ignorare. Perché abbiamo così tanta paura di fallire? Il fallimento è qualcosa di naturale, che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Perché allora ci fa tanta paura? Nella società iper competitiva in cui viviamo la sconfitta è percepita come inaccettabile. Anche i social networks, con il loro ideale di perfezione, contribuiscono ad incrementare inquietudine e ansia da prestazione.In alcuni casi questa pressione può sfociare in una vera e propria condizione di sofferenza psicologica. Come affrontare il fallimento? La chiave è concedersi la possibilità di sbagliare. L’errore è un’occasione di crescita e resilienza. Lavorare sulla propria autostima e amor proprio è una condizione imprescindibile per imparare dal fallimento.Altrettanto importante è sviluppare delle strategie di coping che permettano di gestire una situazione fallimentare in modo sano, sereno e utile. Riconoscere di aver commesso degli errori è il primo passo per sviluppare un atteggiamento proattivo e resiliente e migliorare il proprio senso di autocontrollo e autoefficacia.
Diventar vecchi: differenze tra uomini e donne

Diventar vecchi diventa così parte integrante di un percorso continuo di adattamento. L’invecchiamento è inteso come processo biologico e psicologico, in cui il decadimento delle funzioni cognitive e motorie portano con sè rallentamenti su più fronti. Per l’uomo i primi veri segni di invecchiamento psicologico cominciano con il pensionamento. In una società come la nostra, all’uomo, identificato come soggetto produttivo, col pensionamento gli si toglie il suo elemento valorizzante, relegandolo così ai margini della società. Tale emarginazione non è quasi mai ben accetta e comporta così l’inizio di disturbi psicologici di vario tipo. Per la donna, già con l’arrivo della menopausa si cominciano a vedere netti segni di invecchiamento psicologico, ovviamente riferibili alla personalità del soggetto.La donna, quindi, non essendo più fertile, avverte di aver esaurito un proprio ruolo fondamentale e comincia a sentirsi inutile come essere umano e soprattutto come moglie. Spesso ne consegue una diminuzione, e a volte la totale scomparsa, del desiderio e quindi una diminuzione dei rapporti sessuali e affettivi. In questo modo si può manifestare una conflittualità con il marito, che vorrebbe invece continuare a vivere come prima il suo momento sessuale con la moglie. I matrimoni durante questo periodo, negli ultimi tempi falliscono con maggiore frequenza. Se a questo aggiungiamo un ambiente familiare noioso, oltretutto senza figli da accudire, allora capiamo perché ci sono molte separazioni proprio dopo l’arrivo della menopausa. Addirittura dopo decenni di vita in comune trascorsi apparentemente senza grosse crisi. Comunque, la donna che non ha un lavoro proprio, che non ha un’autonomia economica e sociale, che non ha particolari gratificazioni al di fuori dell’ambiente casalingo, più facilmente soffre. Di conseguenza, invecchia rapidamente dal punto di vista psicologico dopo l’arrivo della menopausa. Si decide quindi che diventar vecchi insieme non è più romantico. Al contrario costituisce l’elemento disturbante e depressivo, in cui uno non vuole più occuparsi dell’altro, incentrando la relazione sull’egocentrismo. Questo atteggiamento psicologico può aumentare i possibili disturbi fisici e soprattutto psicologici (depressione, ansia) conseguenti alla modificazione ormonale tipica dell’età della menopausa.