L’ansia dei buoni propositi tra obiettivi e ideali di perfezione

L’ansia dei nuovi propositi per il nuovo anno: in bilico tra obiettivi e ideali di perfezione irraggiungibili.L’avvento del nuovo anno è da sempre considerato un momento di bilancio e di profonda riflessione su quello appena trascorso. “Ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissato? Quali obiettivi voglio perseguire in questo 2023?”Sono solo alcune delle domande più frequenti quando ci si avvicina al fatidico conto alla rovescia. L’abitudine di creare una lista di aspirazioni e buoni propositi per il nuovo anno è sicuramente preziosa. Ci aiuta ad allineare la nostra mente sui progetti futuri, facendo emergere ambizioni e desideri e stimolando la pianificazione per concretizzarli. Esiste però un rovescio della medaglia: talvolta i propositi che ci prefiggiamo sono molto più che ambiziosi, sono irrealistici. Nella nostra società siamo abituati ad essere troppo esigenti, soprattutto con noi stessi. Desideriamo tutto e subito, saltando al risultato. Dunque pretendiamo che il cambiamento sia immediato e non frutto di un processo graduale. La smania di arrivare immediatamente al risultato genera in noi un forte stress, una continua ansia da prestazione, che si trasforma in frustrazione ogni volta che non riusciamo a portare a termine l’obiettivo nei tempi e modi prefissati. Non solo, le nostre aspettative sono fortemente condizionate dagli ideali e dai modelli di perfezione della nostra società, amplificati dai social networks. Spesso vogliamo raggiungere determinati traguardi esclusivamente per ottenere approvazione sociale e rispondere ad un’immagine idealizzata e irrealistica. Lo scontro con questi standard di perfezione ci fanno star male, intrappolandoci in una spirale di ansia e insoddisfazione.

L’Ansia da Prestazione: Comprenderla e Superarla

L’ansia da prestazione è un fenomeno psicologico comune che colpisce individui in vari ambiti della vita, dal lavoro allo sport, fino alla sessualità. Si tratta di una condizione caratterizzata da un’intensa paura di fallire o di non essere all’altezza delle aspettative, portando a sintomi psicofisiologici che compromettono la performance. Le Cause dell’Ansia da PrestazioneL’ansia da prestazione può avere radici diverse, spesso riconducibili a fattori psicologici e ambientali. Tra le cause principali troviamo: Aspettative eccessive: l’autopercezione negativa e la paura del giudizio altrui creano un circolo vizioso che alimenta l’ansia. Esperienze passate negative: un fallimento precedente può generare una paura costante di ripetere l’errore. Pressione sociale e culturale: in molte aree della vita, la società impone standard elevati, inducendo un senso di inadeguatezza. Autocritica e perfezionismo: il desiderio di ottenere sempre risultati eccellenti può trasformarsi in un’ossessione, bloccando la naturale espressione delle proprie capacità. Fattori biologici e genetici: alcune persone potrebbero essere più predisposte all’ansia a causa di fattori ereditari o di alterazioni neurobiologiche legate alla regolazione degli ormoni dello stress, come il cortisolo. Mancanza di esperienza o preparazione: quando una persona non si sente adeguatamente preparata per affrontare una determinata situazione, l’ansia può aumentare. Sintomi e Manifestazioni L’ansia da prestazione si manifesta con una combinazione di sintomi fisici, emotivi e cognitivi. Tra i più comuni troviamo: Sintomi fisici: tachicardia, sudorazione eccessiva, tensione muscolare, tremori, nausea e difficoltà respiratorie. Sintomi emotivi: paura intensa, insicurezza, irritabilità, frustrazione e senso di inadeguatezza. Sintomi cognitivi: pensieri catastrofici, difficoltà di concentrazione, tendenza a rimuginare sugli errori. Sintomi comportamentali: evitamento della situazione ansiogena, procrastinazione, ricerca di continue rassicurazioni. Ansia da Prestazione e Sessualità Uno dei contesti più sensibili in cui si manifesta l’ansia da prestazione è la sfera sessuale. Uomini e donne possono sperimentare difficoltà legate alla paura di non soddisfare il partner, portando a problemi come disfunzione erettile, calo del desiderio o difficoltà nel raggiungimento dell’orgasmo. In questi casi, l’ansia crea un circolo vizioso in cui il timore del fallimento porta a un ulteriore peggioramento della performance.Uno degli aspetti più complessi dell’ansia da prestazione sessuale è la sua natura ciclica: un’esperienza negativa porta ad un aumento della preoccupazione e dell’autoconsapevolezza nella successiva occasione, il che può aggravare ulteriormente il problema. Inoltre, la comunicazione con il partner gioca un ruolo fondamentale: spesso, la mancata condivisione delle proprie paure e insicurezze peggiora il disagio emotivo e la qualità della relazione. Strategie per Superare l’Ansia da Prestazione Fortunatamente, esistono diverse strategie efficaci per affrontare e gestire l’ansia da prestazione: Modificare il dialogo interno: sostituire i pensieri negativi con affermazioni più realistiche e incoraggianti aiuta a ridurre la pressione su se stessi. Tecniche di rilassamento: pratiche come la respirazione diaframmatica, la meditazione e la mindfulness riducono la tensione e migliorano il controllo emotivo. Accettare l’errore come parte del percorso: normalizzare la possibilità di sbagliare permette di ridurre il peso emotivo della prestazione. Affrontare le proprie paure: invece di evitarle, esporsi gradualmente alle situazioni ansiogene aiuta a desensibilizzarsi e ad acquisire sicurezza. Terapia psicologica: il supporto di un professionista, come la terapia cognitivo-comportamentale, può aiutare a identificare le radici dell’ansia e fornire strumenti per affrontarla. Preparazione e allenamento mentale: visualizzare il successo e adottare tecniche di ripetizione mentale può essere utile per rafforzare la sicurezza nelle proprie capacità. Attività fisica regolare: l’esercizio fisico aiuta a ridurre i livelli di stress e migliora il benessere psicofisico, contribuendo alla gestione dell’ansia. Migliorare la comunicazione: nei casi di ansia da prestazione sessuale, parlare apertamente con il partner può ridurre la pressione e favorire un clima di comprensione e supporto reciproco. Quando Rivolgersi a un Professionista In alcuni casi, l’ansia da prestazione può diventare invalidante e interferire in modo significativo con la qualità della vita. È importante rivolgersi a un professionista quando: L’ansia è costante e persistente, compromettendo il benessere psicologico. Si evitano costantemente situazioni in cui ci si sente sotto pressione. Si sviluppano sintomi depressivi o una forte frustrazione a causa della paura di fallire. Le strategie di auto-aiuto non risultano efficaci.Uno psicologo o uno psicoterapeuta può aiutare attraverso percorsi mirati di terapia cognitivo-comportamentale, tecniche di rilassamento e strategie di gestione dello stress. In alcuni casi, può essere utile anche un supporto farmacologico, sotto supervisione medica, per alleviare i sintomi più intensi. Conclusioni L’ansia da prestazione è un problema comune, ma affrontabile. Accettare i propri limiti, adottare strategie di gestione dello stress e, se necessario, rivolgersi a un esperto, sono passi fondamentali per riconquistare la fiducia in se stessi e vivere le proprie esperienze con maggiore serenità. Ricordiamoci che il vero successo non sta nella perfezione, ma nella capacità di esprimere al meglio le proprie potenzialità, senza timore del giudizio altrui. Bibliografia Beck, A. T. (1976). Cognitive Therapy and the Emotional Disorders. New York: International Universities Press. Bandura, A. (1986). Social Foundations of Thought and Action: A Social Cognitive Theory. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. New York: Springer. Masters, W. H., & Johnson, V. E. (1966). Human Sexual Response. Boston: Little, Brown. Seligman, M. E. P. (1991). Learned Optimism: How to Change Your Mind and Your Life. New York: Knopf. Spielberger, C. D. (1972). Anxiety: Current Trends in Theory and Research. New York: Academic Press. Sarason, I. G. (1988). Anxiety, Self-Preoccupation, and Attention. Journal of Research in Personality, 22(3), 285-305. Zeidner, M. (1998). Test Anxiety: The State of the Art. New York: Springer.

L’anedonia: quando la gioia sembra svanire

L’anedonia, un termine proveniente dal greco antico che letteralmente significa “senza piacere”, rappresenta uno dei sintomi più profondi e debilitanti della depressione e di altri disturbi psicologici. In un mondo in cui la ricerca della felicità è considerata un obiettivo fondamentale, l’anedonia getta un’ombra oscura su questa ricerca, portando coloro che ne soffrono a percepire la vita come grigia e priva di senso. Definizione e caratteristiche L’anedonia può essere descritta come la perdita di interesse o piacere nelle attività che solitamente suscitano gioia o gratificazione. Coloro che ne soffrono possono sperimentare un’apparente incapacità a provare emozioni positive, anche in situazioni che normalmente porterebbero felicità o soddisfazione. Attività come socializzare, fare sport, ascoltare musica o gustare il cibo diventano monotone e prive di significato. Cause e fattori di rischio Le cause dell’anedonia possono essere complesse e multiformi. Spesso è associata alla depressione maggiore, ma può anche manifestarsi in altri disturbi psichiatrici come il disturbo depressivo persistente, il disturbo bipolare, il disturbo d’ansia e la schizofrenia. Alcuni fattori di rischio includono lo stress cronico, traumi emotivi, abuso di sostanze, cambiamenti neurochimici nel cervello e predisposizione genetica. Impatti sull’individuo e sulla vita quotidiana L’anedonia può avere un impatto devastante sulla qualità della vita di un individuo. Chi ne soffre può sentirsi isolato, distante dagli altri e intrappolato in una sorta di vuoto emotivo. Le relazioni interpersonali possono essere compromesse, il rendimento lavorativo può diminuire e persino le attività quotidiane possono diventare un peso insopportabile. Sottotipi di anedonia L’anedonia può manifestarsi in diversi modi e può essere suddivisa in due principali sottotipi: 1. Anedonia sociale: caratterizzata dalla perdita di interesse nelle interazioni sociali e nella connessione emotiva con gli altri. Chi soffre di anedonia sociale può provare un distacco emotivo dalle relazioni e un’incapacità a provare piacere nei momenti di socializzazione. 2. Anedonia fisica: Si riferisce alla perdita di piacere nelle attività fisiche e sensoriali, come mangiare, bere, fare sport o ascoltare musica. Questo sottotipo può manifestarsi anche come una perdita di interesse nel sesso e nella sfera intima. Neurobiologia dell’anedonia Gli studi hanno evidenziato che l’anedonia è associata a disfunzioni in diverse aree del cervello, inclusi i circuiti della ricompensa e del piacere. Questi circuiti coinvolgono neurotransmettitori come la dopamina, che svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione dell’umore e della motivazione. Pertanto, le persone con anedonia possono avere un’alterata risposta neurale agli stimoli gratificanti, contribuendo alla loro incapacità di provare piacere. Approcci terapeutici I trattamenti per l’anedonia sono solitamente mirati a trattare la condizione di base che sta causando il sintomo. Alcuni dei principali approcci includono: 1. Terapia cognitivo-comportamentale (TCC): Questo tipo di terapia mira a identificare e modificare i pensieri e i comportamenti negativi associati alla depressione e all’anedonia. Aiuta le persone a sviluppare abilità per affrontare i pensieri distorti e per adottare comportamenti più sani. 2. Terapia farmacologica: Gli antidepressivi possono essere prescritti per trattare la depressione e altri disturbi psicologici associati all’anedonia. Questi farmaci possono agire sui neurotrasmettitori nel cervello, come la serotonina, la noradrenalina e la dopamina, per migliorare l’umore e ripristinare la capacità di provare piacere. 3. Terapia di supporto: La terapia di supporto può aiutare le persone a esplorare i loro sentimenti e le loro esperienze, offrendo un ambiente sicuro e non giudicante in cui possono esprimere le proprie preoccupazioni e ricevere sostegno emotivo. 4. Stile di vita sano: Mantenere uno stile di vita sano può avere un impatto positivo sull’umore e sulla capacità di provare piacere. Questo include l’esercizio regolare, una dieta equilibrata, il sonno sufficiente e la riduzione del consumo di alcol e sostanze psicoattive. 5. Ricerca di attività piacevoli: Anche se può sembrare difficile all’inizio, impegnarsi in attività che un tempo erano piacevoli può aiutare a recuperare il piacere. Anche se può sembrare faticoso, iniziare con piccoli passi e aumentare gradualmente l’impegno può essere utile. 6. Supporto sociale: Rimanere connessi con gli altri e cercare il supporto di amici, familiari o gruppi di supporto può fornire sostegno emotivo durante il processo di recupero. Ogni individuo può rispondere in modo diverso ai diversi trattamenti, quindi è importante lavorare con un professionista della salute mentale per sviluppare un piano di trattamento personalizzato. L’anedonia rappresenta una sfida significativa per coloro che ne sono afflitti, ma è importante riconoscere che esistono opzioni di trattamento efficaci. La consapevolezza e la comprensione di questo sintomo possono aiutare sia gli individui che i professionisti della salute mentale a lavorare insieme per superare questa difficile condizione e riaccendere la scintilla della gioia nella vita di coloro che ne soffrono.

L’ALTA SENSIBILITA’ ED I DISTURBI PSICOLOGICI

di Federico Rossi Uno dei tratti di temperamento più sottovalutati nella comprensione diagnostica dei pazienti èquella dell’alta sensibilità. Le persone altamente sensibili costituiscono circa il 20% dellapopolazione umana e hanno l’unicità di percepire e rispondere acutamente alle diverse sfumatureemotive e sensoriali del mondo che le circonda.Le persone altamente sensibili (PAS) sono dotate di un sistema nervoso centrale particolarmentereattivo, che le rende più suscettibili agli stimoli esterni. Nello specifico le PAS hannocaratteristiche neurobiologiche distintive che influenzano la loro profonda elaborazione delleinformazioni, la loro intensa risposta emotiva, la loro spiccata empatia ed alta sensibilità agli stimoliambientali esterni. Nello specifico: presentano un’aumentata attività cerebrale a riposo, con una maggiore attivazione delle areecoinvolte nell’elaborazione visiva e dell’attenzione; hanno specifiche variazioni genetiche legate ai neurotrasmettitori quali la serotonina, ladopamina e la norepinefrina; mostrano una maggiore reattività alla dopamina; hanno maggiore attività nei neuroni specchio; presentano una corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) più attiva; mostrano inoltre una maggiore attivazione della corteccia e dell’insula, specie del girotemporale medio (MTG).Queste caratteristiche si traducono in una maggiore sensibilità emotiva, sensoriale ed intuitiva. Lepersone altamente sensibili possono essere facilmente sovraccaricate dall’eccesso di stimolazioneesterna, come rumori forti, luci intense e/o situazioni caotiche ed essendo altamente empatichepossono percepire in maniera profonda le intenzioni ed emozioni altrui.Lo psicoanalista Carl Jung fu uno dei primi a parlare di “sensibilità innata”, introducendo i concettidi introversione ed estroversione nella psicologia della personalità. Successivamente, Hans JürgenEysenck collegò i concetti di Jung alla teoria del temperamento di Ippocrate, sottolineando ledifferenze tra persone introverse ed estroverse. Jerome Kagan, professore di psicologia evolutivapresso l’Università di Harvard, condusse studi longitudinali sui bambini, facendo una distinzione trabambini ‘inibiti’ e ‘disinibiti’. Secondo Kagan, i bambini ‘inibiti’ mostrano un comportamentocauto, introspettivo e timido di fronte a nuove situazioni e/o persone sconosciute. Hanno una sogliadi eccitazione più bassa della media e presentano una maggiore reattività del sistema nervososimpatico di fronte a queste situazioni.L’alta sensibilità, quale tratto temperamentale indipendente ed alla pari con la tendenzaall’estroversione o all’introversione, viene spesso confuso erroneamente con diversi disturbimentali. Mentre un individuo può essere molto sensibile, oltre ad avere anche un disturbopsicologico, l’alta sensibilità non è di per sé uno scompenso psicologico. Il disturbo psicologico èinfatti tipicamente caratterizzato da un insieme di sintomi cognitivi, emotivi e comportamentali chemettono a dura prova l’individuo, compromettendone il funzionamento sociale, professionale e nonsolo. Risulta necessario quindi comprendere come si differenzia l’alta sensibilità da un disturbo ditipo psicologico: Disturbi affettivi: i disturbi affettivi, quali la depressione ed il disturbo bipolare, hanno a chevedere con cambiamenti d’umore. Gli individui altamente sensibili oltre a ciò possonoprovare sentimenti di scarsa fiducia in se stessi o avere come la percezione di possedere una“pelle più sottile” degli altri, ma i disturbi affettivi veri e propri vanno ben oltre questesensazioni, includendo sintomi quali una tristezza pervasiva, mancanza di energia, disturbi del sonno e perdita di interesse nella vita, fino a coltivare pensieri suicidari. I disturbi di tipoaffettivo causano disagi significativi e compromissione del funzionamento quotidiano. Fobia sociale: la fobia sociale, nota anche come disturbo d’ansia sociale, è caratterizzatadall’intensa paura di essere giudicati o imbarazzati all’interno di situazioni sociali. Mentregli individui altamente sensibili possono sentirsi ansiosi in determinati contesti sociali, unadiagnosi di fobia sociale richiede disagio emotivo esplicito, comportamento evitante esintomi d’ansia specificamente correlati a determinate situazioni sociali temute. Disturbo post-traumatico da stress (PTSD): il disturbo da stress post-traumatico è unarisposta ad un evento traumatico che coinvolge sintomi quali ricordi intrusivi,intorpidimento emotivo, evitamento di fattori scatenanti, ipervigilanza e problemi di sonno.Gli individui altamente sensibili possono essere più in sintonia con il loro ambiente, mentreil disturbo da stress post-traumatico si distingue in quanto derivante da una specificaesperienza traumatica che si manifesta in una gamma più ristretta di stimolazioni esterne. Disturbi di personalità: i disturbi di personalità, quali i disturbi borderline, ansioso-evitante enarcisistico, esitano in problematiche significative nei tratti della personalità, nei modellicomportamentali e nel funzionamento interpersonale. Mentre gli individui altamentesensibili possono condividere alcune caratteristiche, quale l’intensità emotiva o la sensibilitàalle critiche, sono la gravità, la consistenza e la gamma dei sintomi a differenziare i disturbidi personalità dall’alta sensibilità temperamentale. A titolo esemplificato, una personapsicologicamente sana ed altamente sensibile risulta possedere una bassa impulsività,caratteristica opposta a quella di una persona con diagnosi borderline. Bibliografia “The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron“The Highly Sensitive Man” di Tom Falkenstein

L’alessitimia

Il termine alessitimia o alexitimia deriva dal greco (a- significa «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione») con il significato di “mancanza di parola per esprimere le emozioni” ed è stato coniato da Sifneos nel 1973 successivamente ad una serie di colloqui effettuati con pazienti con malattie psicosomatiche classiche. Ad oggi, possiamo definire l’alessitimia un costrutto dimensionale o tratto di personalità (Taylor, Bagby, Parker, 1991). Le persone alessitimiche hanno difficoltà a mentalizzare i propri stati mentali interni e per questo possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni in modo sano. Possono essere più propensi a reagire in modo impulsivo o compulsivo (ad esempio abbuffarsi di cibo o l’abuso di sostanze) (Caretti, La Barbera, 2005). Il concetto di alessitimia (Nemiah, Freybarger e Sifneos, 1976) è multisfaccettato in quanto costituito: dalla difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni (con un vocabolario emotivo limitato), dalla difficoltà nel distinguere i sentimenti emotivi dalle sensazioni corporee, uno “stile di pensiero orientato all’esterno”, un’immaginazione e attività fantasmatica limitata. Per comprendere a pieno l’alessitimia, è importante capire la differenza tra emozioni (emotions) e sentimenti (feelings). Le emozioni (emotions) sono risposte biologiche innate che sono mediate dal sistema nervoso centrale. Sono spesso accompagnate da cambiamenti fisici, come il battito cardiaco accelerato, la sudorazione o la tensione muscolare. Le emozioni sono fondamentali per la sopravvivenza della specie, poiché ci aiutano a rispondere a situazioni di pericolo o di stress. I sentimenti (feelings), invece, sono esperienze soggettive che si basano sulle emozioni. Sono mediati dal cervello e dipendono da fattori individuali, come la cultura, le esperienze personali e le credenze. I sentimenti ci aiutano a comprendere e interpretare le nostre emozioni. Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comprendere e interpretare i loro sentimenti. Possono provare emozioni, ma non sono in grado di identificarle o di descriverle in modo appropriato. Possono anche avere difficoltà a comprendere le emozioni degli altri (Taylor, 2004). Bibliografia Caretti, V., & La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3; pp. 430-439). London: Butterworths. Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262. Taylor, G. J. (2004). Alexithymia: 25 years of theory and research. In I. Nyklíček, L. Temoshok, & A. Vingerhoets (Eds.), Emotional expression and health: Advances in theory, assessment and clinical applications (pp. 137–153). Brunner-Routledge. Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. (1991). The alexithymia construct: A potential paradigm for psychosomatic medicine. Psychosomatics: Journal of Consultation and Liaison Psychiatry, 32(2), 153–164.

L’alcol e i suoi effetti sulla salute psicofisica

di Greta Del Taglia Tra intossicazione e sbornia L’alcol è una sostanza ad azione sedativa che agisce sul sistema nervoso centrale e, come altre sostanze psicoattive o droghe, provoca dipendenza e causa gravi disturbi psicologici e fisici. Viene definito “alcolismo” lo stato che deriva dall’abuso continuato e compulsivo di bevande alcoliche. L’abuso di alcol determina problemi sociali, lavorativi/scolastici e familiari; riduce i freni inibitori e porta ad assumere comportamenti a rischio (ad esempio, comportamenti sessuali violenti, oppure la guida in stato di ebbrezza). L’intossicazione (ubriacatura o sbornia) produce effetti simili a quelli prodotti dalle benzodiazepine (e cioè i farmaci antidepressivi). Fra le conseguenze dell’uso di alcol ci sono, inoltre, sbalzi d’umore, depressione, ansia e insonnia. Può aumentare il rischio di incidenti, di suicidio e di condotte aggressive. Gli effetti tossici dell’alcol possono produrre, infine, sintomi fisici gravi: problemi legati al controllo motorio, al linguaggio, a funzioni mentali e di memoria, oltre a danni al fegato, gastrointestinali, cardiovascolari e ipertensione. Servizi pubblici e alcolisti: qualche dato L’utenza è andata tendenzialmente aumentando nel tempo; negli anni più recenti il trend crescente è soprattutto evidente per gli utenti già in carico e rientrati. Nel 2015 sono state prese in carico presso i servizi o gruppi di lavoro 72.377 persone.  Il 26,6% dell’utenza complessiva è rappresentato da utenti nuovi; la quota restante da persone già in carico dagli anni precedenti o rientrati nel corso dell’anno, dopo aver sospeso un trattamento precedente.Il rapporto M/F è pari a 3,4 per il totale degli utenti. L’analisi per età evidenzia che la fascia più interessata è 40-49 anni (circa 31% dei soggetti), sia per l’utenza totale che per le categorie nuovi e vecchi utenti. I nuovi utenti sono più giovani di quelli già in carico o rientrati: nel 2015 si osserva che l’11,2% dei nuovi utenti ha meno di 30 anni, mentre per i più vecchi questa percentuale è pari al 5,7%. Viceversa, gli ultracinquantenni sono il 37,0% per i nuovi utenti e il 48,0% per quelli già in carico. La bevanda alcolica più consumata è il vino (49,6%), seguito dalla birra (25,9%), dai superalcolici (11,0%) e dagli aperitivi, amari e digestivi (5,1%). Stress e alcolismo Lo stress e i disturbi correlati, inclusa l’ansia, sono fattori chiave nello sviluppo dell’alcolismo, poiché l’uso dell’alcol può temporaneamente ridurre la disforia (umore deflesso) del bevitore. Sia fattori ambientali sia fattori genetici influenzano i meccanismi di assunzione di alcol e possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo della dipendenza da alcol (Cloninger, 1987; Crabbe, 2002). La presenza di disordini psichiatrici legati allo stress in comorbidità, tipicamente caratterizzati da sintomi come sbalzi d’umore e ansia, spesso è stata associata all’aumento di una predisposizione all’alcolismo (Bolton et al. 2009; Grant et al. 2004). Fattori di stress cronico o acuto possono essere fattori determinanti nella regolazione del craving (desiderio) e giocare un ruolo significativo nel rischio di una ricaduta (Breese et al. 2011).Varie forme di stress, inclusi eventi stressanti infantili; stress gravi e acuti, come quelli sperimentati in un DPTS (disturbo post traumatico da stress); e lo stress cronico, possono essere associati ad un aumento del rischio di dipendenza da alcol e droghe (Gordon, 2002; Sinha 2008; Uhart e Wand, 2009). Al tempo stesso, l’uso precoce dell’alcol e l’astinenza possono aumentare la vulnerabilità allo stress che può risolversi nello sviluppo di stati affettivi negativi, come l’ansia o la depressione (Guerri e Pascual, 2010). In sostanza, esiste una relazione intricata e complessa tra stress ed uso di alcol, che ha portato a varie ricerche per identificare i meccanismi molecolari coinvolti nello sviluppo di sintomi depressivi correlati alla psicopatologia dell’alcolismo (Moonat et al. 2010). Caratteristiche diagnostiche del Disturbo da Uso di Alcol (DSM-5, APA 2013) È definito da un cluster di sintomi comportamentali e fisici, che possono comprendere astinenza, tolleranza e craving. L’astinenza da alcol è caratterizzata da sintomi di astinenza che si sviluppano circa 4-12 ore dopo la riduzione dell’assunzione, successiva ad una prolungata, eccessiva ingestione di alcol. L’astinenza da alcol può essere intensa così gli individui possono assumere nuovamente alcol, nonostante le conseguenze negative, spesso, per evitare o per attenuare i sintomi di astinenza. Alcuni sintomi di astinenza (come i disturbi del sonno) possono persistere e contribuire alla ricaduta. Lo sviluppo di un pattern ripetitivo e intenso, porta alla continua ricerca e al consumo di bevande alcoliche. Il craving per l’alcol è un forte desiderio di bere che rende difficile pensare ad altro e porta all’uso di alcol. Il bere può incidere negativamente sul rendimento scolastico o lavorativo; responsabilità domestiche e cura dei bambini vengono trascurate; l’alcol può portare ad assenze a scuola o blocchi di carriera sul lavoro. L’uso di alcol può avvenire in situazioni fisicamente pericolose (alla guida di un’auto, utilizzando macchinari mentre si è intossicati, etc). Infine, individui con disturbo da uso di alcol possono continuare a consumare alcol nonostante siano consapevoli che il consumo continuato pone problemi fisici (epatopatie, perdita dei sensi), psicologici (depressione), sociali o interpersonali (liti violente, abusi su minori). Dipendenza da alcol e da sostanze: il punto di vista neurobiologico La dopamina induce uno stato mentale e comportamentale di tipo euforico, caratterizzato da un aumento dell’arousal, permette una rapida associazione di dati sensoriali, motori e contestuali immediatamente precedenti all’esperienza di uno stimolo ricompensante (Merker, 2007). Il sistema dopaminergico agisce nel cervello come un teaching signal, un segnale di apprendimento tale da indurre un’attivazione cognitiva, utile per ricercare, valorizzare, apprendere, memorizzare elementi nuovi e integrarli con vecchi schemi cognitivi consolidati. Le strutture cerebrali più evolute saranno quelle ad attribuire un significato positivo all’esperienza con la sostanza; la dopamina contribuisce ad alimentare questa ricerca di “senso”, creando uno stato mentale orientato verso l’oggetto (la sostanza stessa e i contesti d’uso), in grado di far cooperare le aree corticali in questa costruzione di significato (Redgrave, 2006). Obiettivi e strumenti dei percorsi di trattamento residenziali L’abuso e la dipendenza da alcol necessitano di interventi qualificati, specialistici, intensivi, che prevedano la possibilità di periodi residenziali, oltre che la capacità di costruire una robusta rete territoriale. Il primo scopo dei percorsi residenziali è quello di effettuare una diagnosi in condizioni libere da alcol. La

L’AI incontra la Psicologia: l’Intelligenza Artificiale Emotiva

psicologia-ai-intelligenza-artificiale

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte integrante delle nostre vite e, complice la pandemia, si sta progressivamente sostituendo ai tradizionali canali di comunicazione e relazione face to face. Tuttavia, il distanziamento fisico e la cosiddetta “skin hunger” ci hanno fatto riscoprire l’importanza del contatto umano e di un valore più emozionale dei rapporti interpersonali. Ci troviamo di fronte ad uno strano paradosso: mentre gli individui sono proiettati in una dimensione sempre più egocentrica, le macchine, in una spasmodica corsa all’innovazione, stanno diventando sempre più empatiche. Sempre più aziende si stanno dotando di tecnologie digitali in grado di creare connessioni emotive con il pubblico di riferimento per rendere l’esperienza di acquisto o di consumo più reale, immersiva e soddisfacente. Uno degli strumenti più utilizzati per raggiungere questo scopo è l’Intelligenza Artificiale (AI): un computer in grado di riprodurre il funzionamento dell’intero pensiero umano e agire di conseguenza in maniera autonoma. L’intelligenza artificiale emotiva Al fine di creare un legame efficace con il pubblico, l’Intelligenza Artificiale non solo deve comportarsi come la mente umana, ma deve comprendere la psicologia dell’utente. Nasce così l’Intelligenza Artificiale Emotiva: una nuova frontiera dell’AI che rende la tecnologia capace di riconoscere le emozioni e i sentimenti degli utenti attraverso l’analisi delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo (ma non solo).Lo scopo di questo ambizioso progetto è quello di dotare le macchine di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere e interpretare lo stato d’animo dell’interlocutore e di adattare coerentemente il proprio comportamento. Comprendere e codificare sentimenti ed emozioni L’AI Emotiva ragiona attraverso il “calcolo affettivo“, termine coniato dalla prof.ssa Rosalind Picard della MIT University già nel lontato 1995. Tale processo è il risultato di studi interdisciplinari che combinano psicologia, scienze cognitive e informatica per comprendere, misurare e analizzare le emozioni umane tramite parametri biometrici e fisiologici. Le tecniche utilizzate dall’Intelligenza Artificiale per riconoscere gli stati d’animo spaziano dall’analisi delle espressioni del volto, del linguaggio del corpo e dei modelli vocali; all’analisi del linguaggio online, corredato di elementi multimediali quali emoji, immagini e video; fino alla misurazione di dati biometrici: temperatura corporea, respirazione, attività muscolare e attività cerebrale. Il progresso tecnologico ci mette dinanzi ad infinite possibilità, è importante però riflettere anche su quelli che sono i limiti di questo strumento. Il percorso di codifica e comprensione delle emozioni e dei sentimenti umani è complesso e non sempre lineare perché prende in esame aspetti etnici, antropologici e socioculturali che, se non considerati, possono generare bias cognitivi. L’auspicio è quello di guardare all’Intelligenza Artificiale Emotiva come un potente strumento da tenere nella cassetta degli attrezzi e da utilizzare con consapevolezza in molteplici ambiti, primo tra tutti la psicologia.

L’agire inclusivo nei contesti educativi

L’agire inclusivo nei contesti educativi richiede gli sforzi coordinati non solo del team docente, ma dell’intera istituzione scolastica. A tal proposito il Decreto legislatico 96/2019 declina il principio di accomodamento ragionevole, intendendo gli adattamenti di varia natura che bisogna predisporre per le persone con particolari bisogni educativi, affinchè possano godere ed esercitare i diritti umani e le libertà fondamentali.

L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT): Un Viaggio Verso il Benessere Psicologico

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT): Un Viaggio Verso il Benessere Psicologico Nel panorama delle psicoterapie contemporanee, l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) rappresenta un approccio innovativo e altamente efficace. Sviluppato da Steven C. Hayes negli anni ’80, l’ACT si fonda su una visione umana della sofferenza psicologica, che non cerca di eliminarla o combatterla, ma di cambiarne il rapporto con essa. Questo approccio si inserisce all’interno delle cosiddette “terapie di terza onda”, un gruppo di trattamenti che integrano la mindfulness e la consapevolezza al trattamento psicologico. Cos’è l’ACT e come funziona? L’ACT si basa su sei principi fondamentali che mirano a migliorare la qualità della vita, accettando l’esperienza interiore piuttosto che cercare di evitarla. In pratica, l’obiettivo non è quello di liberarsi del dolore psicologico, ma di imparare a viverci accanto in modo più flessibile ed equilibrato. Si basa inoltre su una realtà fondamentale: “accetta ciò che non si può cambiare, impegnati a modificare ciò che si può cambiare”. I Sei Pilastri dell’ACT Accettazione: Uno dei pilastri dell’ACT è la capacità di accettare i propri pensieri, emozioni e sensazioni corporee. Spesso siamo portati a combattere contro i nostri stati emotivi, cercando di eliminarli o ignorarli. Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che questa lotta può solo peggiorare il nostro disagio. L’ACT ci insegna ad abbracciare le emozioni senza giudizio, lasciandole fluire invece di cercare di controllarle. Defusione: La defusione si riferisce alla capacità di distaccarsi dai propri pensieri. Invece di credere che i pensieri siano verità assolute, impariamo a vederli come semplici parole che appaiono nella nostra mente. Questo processo permette di ridurre il potere che i pensieri hanno su di noi, evitando che questi determinino il nostro comportamento. Mindfulness: La consapevolezza, o mindfulness, è una pratica fondamentale nell’ACT. Si tratta di un’attenzione deliberata al momento presente, senza giudizio. Vivere il qui e ora ci permette di vivere pienamente la nostra esperienza, senza essere schiavi dei pensieri che ci distraggono dal momento presente. Sei valori: L’ACT incoraggia le persone a identificare i propri valori fondamentali, ovvero ciò che è veramente importante per loro nella vita. Questi valori agiscono come una guida, permettendo di prendere decisioni consapevoli e coerenti con ciò che conta davvero. Smettere di inseguire il “piacere immediato” o la “ricerca di perfezione” ci aiuta a focalizzarci su obiettivi più significativi e profondi. Impegno all’azione: L’ACT non si limita a insegnare l’accettazione, ma incoraggia anche l’azione. Una volta identificati i propri valori, è fondamentale impegnarsi in comportamenti concreti che ci portino verso una vita più soddisfacente. L’impegno verso l’azione non è solo una questione di cambiamento esteriore, ma un processo che coinvolge anche il nostro atteggiamento interiore. Il Sé Osservatore: L’ACT promuove una visione del “sé” come osservatore dei propri pensieri ed emozioni, piuttosto che come colui che è identificato con essi. Quando ci riconosciamo come il “testimone” delle nostre esperienze, possiamo mantenere una certa distanza emotiva da esse, riducendo così il rischio di essere travolti dai nostri stati d’animo. Perché l’ACT funziona? L’ACT è particolarmente utile perché, a differenza di molte altre terapie, non cerca di cambiare o sopprimere il dolore psicologico. Al contrario, l’ACT ci insegna a convivere con il dolore, facendoci capire che esso è parte integrante della vita umana. Molte volte, il nostro sforzo di evitare la sofferenza finisce per amplificarla. L’ACT ci offre una via per ridurre il controllo e permettere che la vita fluisca in modo più naturale e sereno. Inoltre, l’ACT è molto efficace per trattare una varietà di problematiche, tra cui depressione, ansia, stress, disturbi ossessivo-compulsivi, dolore cronico e traumi. La sua forza risiede nel fatto che non si limita solo a trattare i sintomi, ma promuove un cambiamento profondo a livello psicologico, aiutando le persone a vivere una vita più autentica e in linea con i propri valori.