L’ADHD prima dell’ADHD, l’osservazione che precede la nosografia

di Roberto Ghiaccio L’ A D H D n o n e s i s t e , è inventato, è sopravvalutato, è colpa dei genitori..è una forma di deresponsabilizzazione, è un americanata per vendere ritalin, sono solo alcuni dei pregiudizi che colpiscono questo disturbo e per comprendere l’ADHD oltre le sistemazioni nosografiche attuali è necessario ripercorre e r i c o s t r u i r e l a s u a descrizione. Ma chi furono i primi medici a d a r e u n v o l t o q u e s t a sindrome? E ’ o p i n i o n e c o m u n e c h e l a p r i m a descrizione risalga con ogni probabilità al medico scozzese Alexander Crichton (1763 – 1856) , che nella sua opera in due volumi, “An Inquiry Into the Nature and Origin of Mental Derangement” edita Londra nel 1798, descrisse una sindrome che sembrava avere caratteristiche molto simili al deficit di attenzione dell’ADHD. Nel capitolo dal titolo “On attention, and its Diseases”, Crichton così definiva il significato della capacità di attenzione: “When any object of external sense, or of thought, occupies the mind in such a degree that a person does not receive a clear perception from any other one, he is said to attend to it”.L’incapacità di partecipare allo stimolo esterno, diceva Crichton, si traduce in una difficoltà nel mantenere l’attenzione, difetto che egli riteneva core deficit e che quindi si rendeva evidente molto precocemente nella prima infanzia Il disturbo, caratterizzato da f a c i l e distraibilità, da iperattività e da i m p u l s i v i t à , d i v e n i v a conclamato nell’età scolare, quando rendeva il bambino incapace di partecipare alle attività scolastiche. Non di rado, diceva i l medico scozzese, questi bambini diventano aggressivi, sino “a rasentare la follia” Crichton, per il quale l’incapacità di mantenere un grado costante di attenzione per qualsiasi oggetto, derivava quasi sempre da una sensibilità patologica o innaturale dei nervi, aveva tuttavia osservato che tale disturbo andava comunqueregredendo con l’età. Ma quasi già nel 1775 Melchior Adam Wei kard des c r i veva bambini ed adulti con “Mancanza d i a t t e n z i o n e / A t t e n t i o Volubilis”facilmente distratto da tutto (anche dalla sua stessa immaginazione), persistente, i p e r a t t i v o e i m p u l s i v o , generalmente sbadato, volubile e baccanale, superficiale ovunque, per lo più spericolato, altamente i n s t a b i l e n e l l ’ e s e c u z i o n e . Weikard aveva anticipato che la disattenzione è più comune negli adulti e nelle donne, mentre nei bambini predomina l’iperattività. Weikard attribuiva ciò a una generale mancanza di disciplina e stimolazione, a una cattiva educazione nella prima infanzia o, più insolitamente e più recentemente ai suoi tempi, alla disregolazione d e l l e fibre cerebrali dovuta a sovra o sotto stimolazione.Dopo circa cinquant’anni un medico tedesco pose un tassello importante nella storia della sindrome dell’ADHD e lo fece in modo abbastanza curioso. Heinrich Hoffmann (1809 – 1894) aveva s t u d i a t o m e d i c i n a all’università di Heidelberg, approfondendo poi gli studi ad Halle ed a Parigi. Hoffmann nel 1845 scrisse un libro / filastrocca per bambini dal titolo “Der Struwwelpeter, ovvero storielle e immagini divertenti per bambini dai 3 ai 6 a n n i ” , d a l u i s t e s s o d i s e g n a t e , n e l q u a l e descriveva le malefatte di un bambino che presentava tutte le caratteristiche del bambino iperattivo e impulsivo. Esemplare la scenetta nel q u a l e i l b a m b i n o , s o p r a n n o m i n a t o anche Zappelphilipp, sordo agl i ammonimenti dei genitori, che lo invitavano alla calma e alla compostezza. Alla fine, dopo essersi dimenato e dondolato sulla sedia, si tira addosso la tovaglia con tutte le stoviglie, le posate e le bottiglie. Lo scopo delle filastrocche, d o v e v a e s s e r e essenzialmente educativo, illustrando in modo esagerato, l e c o n s e g u e n z e d i comportamenti sbagliati nei bambini: igiene personale, distrazione congenita, gioco con oggetti pericolosi, essere disobbedienti, crudeltà verso gli animali. Nel 1889 Thomas Smith Clouston (1840-1925) ipotizzò che i bambini iperattivi e con disturbi del comportamento f o s s e r o a f f e t t i da una condizione di overactive neurons in the higher cortexes of the brain. Il consiglio terapeutico di Clouston era quello di utilizzare il bromuro come sedativo. Agli inizi del XX secolo fu i l pediat ra inglese George Still (1868 – 1961) ad interessarsi dei bambini affetti da iperattività e disturbi dell’attenzione. Still oltre modo è ricordato per aver scoper to l’artrite r e u m a t o i d e g i o v a n i l e sistematica che prende appunti il nome id morbo di Still. Il pediatra inglese nel descrivere i bambini con i sintomi dell’ADHD, introdusse il concetto di “deficit del controllo morale”, riteneva che i disturbi comportamentali potessero essere spiegati con la mancanza di “morale”. Se pur con una vena moralistica e dressaggistica Still accenna al deficit di inibizione e funzioni esecutive introducendo la comorbidità, quasi il continuo con i futuri disturbi del comportamento.Alfred Frank Tredgold (1870 – 1952) nel suo volume Mental deficiency (Amentia) edito a Londra nel 1908, descrisse alcuni casi clinici di bambini con sintomi ascrivibili ad una sindrome
L’ADHD e la gestione del tempo: l’orologio interno veloce

di Roberto Ghiaccio scientific sett ott 22 Calda giornata di inizio agosto (molto calda), è afosa anche l’aria condizionata, sudo e faccio tardi, e pure sono sceso quasi un’ora prima, la playlist dell’auto infuocata passa Sergio Cammariere che canta “Tempo, mondo di sogno Mezze creature superumane Sento chitarre, gatti suonare E lancinanti come zanzare Tempo, sembra leggero Poi d’improvviso tutto è importante Ogni dettaglio significante Può divenire significato”. Tempo, il tempo, ed allora in quella situazione penosa ed imbarazzante, sudato in ritardo ma sceso prima mi ricordo le parole di un giovane adulto… “Sono in ritardo. Sarò lì tra poco. Mi dispiace tanto di essere in ritardo…e pure sono partito prima, è che calcolo sempre male tempi, ma mo arrivo” il giovane giungerà dopo settimane a fare i l suo approfondimento per ADHD (nel corso dell ’articolo capirete perché settimane). “Time is the ultimate yet nearly invisible disability afflicting those with ADHD.” Un deficit di elaborazione del tempo è stato proposto come endofenotipo neuropsicologico per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ma la sua traiettoria di sviluppo deve ancora essere esplorata e compresa. La maggior parte delle persone con ADHD fatica a gestire il proprio tempo e a fare le cose giuste al momento giusto. Perché la procrastinazione, la cecità nel tempo, l’annebbiamento e il ritardo cronico sono rilevanti impacci quotidiani per i soggetti con ADHD. L’ADHD è associato a una varietà di problematiche non incluse ne menzionate nei criteri diagnostici ufficiali, come la disinibizione emotiva, i problemi di memoria, la consapevolezza di sé la motivazione, ed opacità nella percezione del tempo. Il concetto di tempo è un mentale e biologico che è innato in molti organismi viventi e include la percezione del tempo, la sequenza temporale e la riproduzione del tempo. Il senso del tempo è una funzione esecutiva implica una ripartizione fluida del tempo disponibile tra le varie attività/ priorità, il successo nella vita e un buon adattamento richiedono una buona gestione del tempo ma l’orologio interno di alcune persone ticchetta troppo forte, o troppo lento, il che influisce sulla loro capacità di gestire il tempo ma fortunatamente, possiamo integrare le capacità interne con sistemi, strumenti e strategie esterni, che ai soggetti con ADHD vanno insegnate. Il tempo richiede attenzione e la gestione del tempo richiede capacità di inibizione, planning e sequencing, le buone intenzioni o la buona volontà non bastano, in quanto scompaiono a causa della scarsa consapevolezza del tempo che aumenta la disattenzione e non silenzia le attività concorrenti, affaticando così la memoria di lavoro. La percezione del tempo è direttamente associata all’elaborazione del tempo, ovvero alla capacità di registrare e stimare quanto tempo sta trascorrendo. In questa rassegna, la percezione del tempo è definita in termini pratici e l’elaborazione del tempo e la prospettiva del tempo sono discusse in termini di focalizzazione e velocità di elaborazione della percezione del tempo. La relazione tra deficit specifici nella funzione esecutiva, come difficoltà con l’inibizione emotiva e comportamentale, ridotta capacità di memoria di lavoro, automotivazione, pianificazione e risoluzione dei problemi, e la loro connessione con l’ADHD sta diventando più chiara per i clinici. Le problematiche relative al funzionamento esecutivo e alle differenze nella percezione del tempo sono state rilevate più spesso nei bambini con ADHD, ma ora vengono studiate anche negli adulti con ADHD. La connessione tra disfunzione esecutiva e ADHD ha portato i ricercatori a ipotizzare che la sintomatologia dell’ADHD potrebbe essere collegata a un deficit nella percezione del tempo. Uno studio che ha confrontato i bambini con ADHD e i controlli a sviluppo tipico (TDC) ha mostrato che i bambini con ADHD avevano difficoltà nei compiti di memoria prospettica. Secondo Barkley i soggetti con ADHD hanno una sorta di miopia per il futuro, ossia non riesco a vedere il là e allora, ma solo un qui ed ora, in una sorta di interruttore o ora o non ora. L’orizzonte temporale è offuscato e ridotto, per questo pianificare il futuro appare complicato, con il rischio o di una eccessiva immediatizzazione o una procastinazione in un frenetico rapporto con i tempi. Tale orizzonte temporale breve impone una maggiore attualizzazione temporale per cui ciò altera anche la sensazione del guadagno, dell’attesa, studi ormai noti sottolineano come le persone con ADHD scelgono opzioni con guadagni più immediati, come se il presente fosse percepito di più rispetto al futuro. Quando un’attività di memoria prospettica basata sul tempo è stata somministrata a un gruppo ADHD e a un gruppo TDC, le prestazioni del gruppo ADHD erano significativamente peggiori rispetto al gruppo TDC e avevano più difficoltà a ricordare gli elementi dell’attività, con deficit in memoria di lavoro e con disattenzione. Altri studi hanno dimostrato che i compiti a tempo tendono a provocare l’effetto di sovraccarico cognitivo nei soggetti con ADHD, che potrebbe portare a uno svantaggio significativo nella vita di tutti i giorni e ostacolare le prestazioni a scuola o al lavoro. Sulla base di questi recenti studi, si può ipotizzare che la percezione del tempo sia un fattore di mediazione tra ADHD e deficit nel funzionamento esecutivo e possa comportare difficoltà significative per l’adattamento quotidiano. Nel 2005, Toplak e Tannock hanno identificato differenze pronunciate negli adolescenti con ADHD nella discriminazione e nella percezione del tempo, il che li ha portati a ipotizzare che gli individui con ADHD abbiano gravi menomazioni legate alla percezione del tempo e che potrebbero aver e cause neurobiologiche. Ulteriori studi hanno dimostrato che i bambini con ADHD avevano deficit nella percezione del tempo, della sequenza temporale e della riproduzione del tempo rispetto ai TDC. Altri ricercatori hanno anche riscontrato differenze tra adolescenti con ADHD e un gruppo di controllo per la stima del tempo, in particolare per intervalli di tempo più lunghi. Il gruppo ADHD ha fatto male in un compito di prestazione continua, ma non c’erano differenze significative nella memoria di lavoro. La letteratura suggerisce che le persone con ADHD si comportano male in specifici compiti di replicazione a tempo che si basano fortemente sul controllo dell’impulsività e si concentrano sui processi
L’accettazione, questa strana sconosciuta.

L’accettazione, questa strana sconosciuta. La maggior parte dei pazienti, quando arriva in studio per le prime sedute, parte raccontando con rabbia e frustrazione la condizione di vita in cui si trova. Ascolto analisi psicosociali accurate del comportamento dell’altro-carnefice: i genitori, i partner, un amato, un lutto. La principale domanda è: perché a me? Emerge infatti, che molto tempo della giornata e della sintomatologia si aggira attorno al disperato tentativo di rispondere a questa domanda: perché a me. Da qui partono pensieri ruminativi volti a ripercorrere il momento decisivo, l’azione precisa, in cui è crollato il castello felice. Quale errore, quale parola, quale reazione ha scatenato quell’evento. Tutto ciò nasconde un qualcosa di importante, che è la pretesa e la credenza di poter controllare eventi di per sé incontrollabili, principalmente i desideri di altre persone, eventi esterni e accidentali. Quando tocchiamo il tasto dell’incontrollabilità degli eventi, emerge una sensazione di sopraffazione e di impotenza, che è difficile da contattare e tollerare. <<E quindi cosa devo fare?>> Accettare, rispondo io. È qui la nota dolente. Che cosa vuol dire accettazione? Accettare sembra un concetto appartenente alla filosofia orientale, ben diversa da noi. Nella nostra cultura, dove preme l’esaltazione di caratteristiche quali la testardaggine, la perseveranza, il sacrificio volto alla produzione; accettare è appannaggio di religione e spiritualità. Quelle situazioni un po’ strane da ritiro nella foresta, in silenzio, monacale. Accettazione viene spesso percepita, infatti, come una modalità passiva di affrontare le cose. Accetto, amo e perdono tutto ciò che mi accade: una sorta di porgi l’altra guancia. Accettazione è, invece, quanto più diverso ci sia da questo. Trovo che sia la più attiva e coraggiosa delle scelte: una ridefinizione di confini entro cui recuperare le proprie risorse, e agire. Vuol dire aprirsi a sperimentare pienamente la realtà così com’è in questo momento, smettendo di combatterla, o di respingerla. Accettazione non è, infatti, approvazione. Io posso accettare anche ciò che non approvo, e Marsha Linehan (2015, p.504) su questo fa un esempio molto indicativo: Un uomo si trova in carcere con una condanna a vita per un crimine che non ha commesso. È ricorso in appello, non ha soldi e non ha risorse per assumere un bravo avvocato. Per lui è fondamentale accettare che il carcere sarà la sua nuova casa per sempre, anche se non approva questa condizione. Se non accetta tale realtà, non potrà adattarsi al carcere, e apprendere le nuove abilità necessarie per sopravvivere in tale ambiente, né ottenere ciò che di buono questo può offrire. Adirarsi e combattere il sistema può interferire con il problem solving e portare ad un maggior numero di punizioni dal contesto. Rimanere disteso sulla propria branda, rassegnarsi e arrendersi, può essere altrettanto problematico e portare a punizioni e ritorsioni. L’accettazione è quindi l’unico vero primo passo per riuscire ad agire in modo efficace, prendendo chiara evidenza della realtà così com’è.
L’abuso infantile: una chiave di lettura

Definizione Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’abuso infantile è “qualsiasi forma di maltrattamento fisico, emotivo, sessuale o di trascuratezza che si traduce in un danno reale o potenziale alla salute, allo sviluppo o alla dignità del bambino“. Stiamo quindi parlando di qualsiasi azione, o mancanza di azione, da parte di un adulto o di un’altra persona in una posizione di potere o fiducia, che causa danni fisici, psicologici o emotivi a un bambino. I dati più aggiornati ci informano che circa 1 bambino su 5 potrebbe subire una qualche forma di abuso sessuale prima dei 18 anni. Si stima che circa 1 ragazza su 8 a livello globale abbia subito violenze prima dei 18 anni. Tra i ragazzi, circa 1 su 11 ha subito abusi nella sua infanzia. Rispetto allo scorso anno, l’ansa ci dice che nei soli primi sei mesi del 2024 abbiamo assistito ad un aumento del 10% di abusi sui minori rispetto al biennio 2022-2023. Gli autori delle violenze sono principalmente uomini, italiani, di età compresa tra i 35 ed i 64 anni (60%). La difficoltà di parlarne L’abuso infantile resta spesso silente in quanto costernato di vissuti di vergogna e colpa da parte delle vittime di abuso. Lo spunto di riflessione che vorrei lasciare in questo articolo riguarda la comprensione di come “noi altri”, professionisti della salute mentale, istituzioni, educatori e genitori contribuiamo a rendere il fenomeno ancora più silente e non individuabile. In primis la lettura degli abusi come episodi sensazionalistici, ovvero perpetrati da individui “pazzi, malati, cattivi, poco vicini a noi persone per bene”, crea l’immagine rassicurante di un fenomeno non così diffuso e soprattutto lontano da noi. Crea inoltre l’aspettativa stereotipata di una vittima e un abusante che sono estremamente lontani dalla realtà e che ci permettono di cadere nella minimizzazione del fenomeno. I media contribuiscono moltissimo a questo tipo di descrizione del fenomeno, utilizzando termini come “tragedia”, “nessuno poteva immaginarlo”, o anche ricalcando aspetti culturali come l’immigrazione, quando i dati riportano che più del 60% di chi commette reato di abusi su minori in Italia è di nazionalità italiana. L’inefficacia degli interventi Questo tipo di visione orienta anche gli interventi sul contrasto al fenomeno in una direzione inefficace, che predilige la messa in guardia delle vittime, piuttosto che l’educazione di tutti coloro che potrebbero diventare perpetratori di violenza. Ne deriva che è colpa della vittima, che non è stata troppo attenta, pensiamo ad esempio agli stupri di gruppo a carico di adolescenti minorenni di cui siamo stati spettatori negli ultimi fatti di cronaca; o anche allontanano dal riconoscimento precoce del fenomeno, con la focalizzazione verso stereotipi sbagliati, ad esempio quello dell’immigrazione, o dello status socio-economico dell’abusante. Infatti studi dimostrano che lo status socio-economico è un fattore poco correlato all’abuso di minori, rispetto a fattori psicologici differenti come: l’esposizione stessa ad abusi durante l’infanzia, la presenza di violenza familiare e lo stesso accesso alla pedopornografia. Tutti questi meccanismi di matrice culturale e non immediatamente visibile contribuiscono a silenziare il fenomeno, a renderlo taciuto. Contribuiscono anche a ciò che viene chiamata vittimizzazione secondaria del minore abusato, ovvero quel fenomeno per cui la vittima di abuso sessuale, dopo aver denunciato, sperimenta ulteriore sofferenza a causa delle reazioni inadeguate o dannose da parte di istituzioni, famiglie, comunità o operatori coinvolti nel suo supporto. E nelle procedure altamente poco empatiche che vengono effettuate dagli operatori che lavorano in tale ambito, la visione culturale del fenomeno fa tanto nell’orientare il tipo di domande e i dettagli a cui si presta attenzione per sancire la veridicità dell’abuso. Una possibile lettura dell’abuso infantile Ieri una persona a me cara, discutendo di questo articolo e ben conoscendo le mie attività di sensibilizzazione. mi fa “ma dai Gaia, ma è possibile che è sempre tutta colpa del patriarcato?”. Fa sorridere anche me detta così. Ma comprendere questo tipo di forme di abuso come la punta visibile dell’iceberg di una cultura basata su alcune specifiche caratteristiche, come la predominanza di un mondo centrato sull’adulto, maschile, è l’unico modo per orientare correttamente gli interventi in tal senso. Maschile non in un’ottica colpevolizzante e non maschile come genere, ma come simbolico, come predominanza dell’aggressività e del potere, in cui l’altro è assoggettato come prolungamento di sé e dei propri desideri, in cui prevale l’aggressività per raggiungere tutto e subito. E questo porta da un lato, a non investire su quelle forme preventive come l’educazione su temi relazionali, come l’educazione sessuale e al rispetto delle libertà dell’altro; e dall’altro lato porta alla normalizzazione e minimizzazione a protezione dell’abusatore, a non credere alla vittima, a non riconoscere il fenomeno precocemente perché nella nostra mente prevale uno stereotipo di vittima e uno stereotipo di abusatore.
L’ importanza del Benessere Psicofisico

Le vacanze sono terminate e la ripresa della vita quotidiana risulta essere sempre molto difficile e pesante, andando spesso a compromettere il nostro benessere psicofisico. Il benessere psicofisico è la semplice somma di uno stato di salute fisica e mentale. Esso ha luogo quando entrambe queste importantissime sfere dell’esistenza entrano in sinergia e si alimentano reciprocamente, dando luogo a quell’equilibrio che ci permette di affrontare le sfide della vita con lucidità ed energia. Quando si utilizza la locuzione “benessere psicofisico”, si fa normalmente riferimento a qualcosa che va oltre alla semplice assenza di malattia. Il benessere psicofisico coinvolge quindi tutto ciò che ruota intorno al raggiungimento di un buon livello di serenità, se non addirittura di felicità e soddisfazione. Ed è per questo motivo che in qualsiasi discorso sul benessere psicofisico emerge l’importanza della sfera dell’emotività e dei sentimenti personali. Al pari dell’alimentazione, anche lo sport quindi contribuisce a mantenere in salute sia la mente, migliorando l’umore, sia il corpo tonificando e rafforzando tendini, ossa e muscoli. Da non trascurare infine il fatto che un corpo più sano ed in forma ci fa sentire inevitabilmente più sicuri ed attraenti: ciò si ripercuote in modo massiccio anche sul nostro modo di vivere le relazioni personali! Anche se all’inizio potrà sembrarti complicato, una volta ingranata la giusta marcia inizierai a godere di tutti i benefici che solo uno stile di vita sano può darti. In fin dei conti, per vivere una vita appagante e godere del proprio benessere psicofisico è necessario prima di tutto volersi bene!
L’utilizzo del Protocollo DAC a scuola

Il comportamento è l’insieme delle azioni che un soggetto compie; è la risposta (reazione) dell’individuo a stimoli interni o esterni. Forse una reazione ad una situazione!
Questo vuol dire che c’è sempre un evento iniziale che precede un comportamento e in alcuni casi lo determina.
L’Utilizzo dei Dispositivi Elettronici come Mezzi di Apprendimento: Una Prospettiva Psicologica

Nell’era digitale odierna, l’uso dei dispositivi elettronici è diventato una parte integrante della nostra vita quotidiana. Questo fenomeno ha rivoluzionato molti aspetti della società, compreso il modo in cui apprendiamo. L’introduzione di tablet, smartphone e computer nel contesto educativo ha aperto nuove opportunità, ma ha anche sollevato questioni importanti riguardanti il loro impatto psicologico. In questo articolo, esamineremo l’uso dei dispositivi elettronici come mezzi di apprendimento dal punto di vista di uno psicologo, esplorando sia i benefici che i potenziali rischi associati a questa pratica. I Benefici dell’Apprendimento Elettronico Accessibilità e Inclusività Uno dei principali vantaggi dell’uso dei dispositivi elettronici nell’apprendimento è l’accessibilità. Le risorse educative digitali possono essere facilmente distribuite e accessibili da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, rendendo l’istruzione più inclusiva. Gli studenti con disabilità fisiche o di apprendimento possono trarre vantaggio da strumenti adattivi, come i software di sintesi vocale e i testi ingranditi, che migliorano significativamente l’esperienza educativa. Personalizzazione dell’Apprendimento I dispositivi elettronici consentono una maggiore personalizzazione dell’apprendimento. Attraverso l’uso di algoritmi e analisi dei dati, le piattaforme educative possono adattare i contenuti alle esigenze specifiche di ogni studente, offrendo un’esperienza di apprendimento su misura. Questo approccio individualizzato può aumentare la motivazione e il coinvolgimento degli studenti, poiché il materiale è presentato in modo rilevante e stimolante. Collaborazione e Comunicazione La tecnologia ha facilitato nuovi modi di collaborare e comunicare. Gli studenti possono lavorare insieme su progetti attraverso piattaforme online, partecipare a forum di discussione e ricevere feedback in tempo reale dai loro insegnanti. Questi strumenti promuovono un ambiente di apprendimento interattivo e partecipativo, che può migliorare le competenze sociali e collaborative degli studenti. I Rischi e le Sfide Distrazioni e Procrastinazione Uno dei principali rischi associati all’uso dei dispositivi elettronici è la distrazione. La presenza costante di notifiche e la possibilità di accedere a contenuti non correlati all’apprendimento possono portare alla procrastinazione e a una diminuzione della concentrazione. È essenziale che gli educatori e i genitori aiutino gli studenti a sviluppare abilità di gestione del tempo e a creare ambienti di studio privi di distrazioni. Impatto sulla Salute Mentale L’uso prolungato dei dispositivi elettronici può avere effetti negativi sulla salute mentale degli studenti. L’eccessiva esposizione agli schermi è stata associata a disturbi del sonno, affaticamento visivo e sintomi di ansia e depressione. È importante che gli studenti bilancino il tempo trascorso davanti agli schermi con attività fisiche e sociali per mantenere un benessere psicologico ottimale. Dipendenza Tecnologica La dipendenza tecnologica è un’altra preoccupazione significativa. L’eccessiva dipendenza dai dispositivi elettronici per l’intrattenimento e l’interazione sociale può interferire con lo sviluppo di competenze interpersonali e di risoluzione dei problemi. Gli educatori devono incoraggiare l’uso equilibrato della tecnologia, promuovendo al contempo attività che favoriscano l’interazione faccia a faccia e il pensiero critico. Strategie per un Uso Equilibrato Educazione alla Digital Literacy Un’educazione efficace alla digital literacy è fondamentale per preparare gli studenti a utilizzare i dispositivi elettronici in modo responsabile e produttivo. Gli studenti devono essere informati sui rischi associati all’uso eccessivo della tecnologia e ricevere formazione su come utilizzare gli strumenti digitali in modo sicuro ed etico. Creazione di Routine e Limiti Gli educatori e i genitori devono lavorare insieme per stabilire routine e limiti chiari sull’uso dei dispositivi elettronici. Ad esempio, impostare orari specifici per lo studio e per il tempo libero, limitare l’uso dei dispositivi prima di andare a letto e promuovere pause regolari durante le sessioni di studio per evitare l’affaticamento mentale. Promozione di Attività Non Digitali Incoraggiare gli studenti a partecipare ad attività non digitali è essenziale per mantenere un equilibrio sano. Attività come lo sport, la lettura di libri cartacei e le interazioni sociali faccia a faccia possono contribuire a ridurre la dipendenza tecnologica e a migliorare il benessere generale degli studenti. Conclusione L’uso dei dispositivi elettronici come mezzi di apprendimento presenta sia opportunità significative che sfide importanti. Dal punto di vista psicologico, è cruciale adottare un approccio equilibrato che massimizzi i benefici dell’apprendimento digitale, minimizzando al contempo i potenziali rischi. Educatori, genitori e studenti devono lavorare insieme per sviluppare strategie efficaci che promuovano un uso sano e responsabile della tecnologia, garantendo che i dispositivi elettronici rimangano strumenti potenti per l’educazione e lo sviluppo personale. Bibliografia Carr, N. (2010). The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains. New York: W.W. Norton & Company. Greenfield, P. M. (2009). Technology and Informal Education: What Is Taught, What Is Learned. Science, 323(5910), 69-71. Keller, J. M. (1987). Development and Use of the ARCS Model of Instructional Design. Journal of Instructional Development, 10(3), 2-10. Livingstone, S. (2012). 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L’uragano dell’adolescenza si è abbattuto sulla famiglia

L’adolescenza è una fase di passaggio e di crescita, in cui si esplica la trasformazione dell’ essere bambino al diventare adulto. Questa transizione non è serena, ma rappresenta un vero e proprio uragano, con conseguenze sia devastanti che di ricostruzione. Lo sviluppo puberale e la comparsa dei caratteri sessuali secondari costituisce l’inizio dell’adolescenza. I notevoli cambiamenti fisici fanno da cornice alle turbolenze di natura affettiva. Con il corpo, cambia anche lo sviluppo emotivo e relazione del ragazzo. L’adolescente perde la propria condizione di bambino e crea dei nuovi ruoli e regole comportamentali in famiglia, a scuola e nel gruppo dei pari. E’ un processo che influenza sensibilmente l’equilibrio familiare per i suoi molteplici aspetti. E’ uno degli eventi critici del ciclo vitale della famiglia. Durante l’adolescenza la parola d’ ordine è contraddizione: da una parte si reclama l’indipendenza e l’autonomia dai genitori, mentre dall’altro si percepisce la necessità di una sicurezza familiare, dettata da una casa, lo studio, le relazioni stabili e storiche. Attualmente, con l’industrializzazione e il prolungamento della scolarizzazione obbligatoria, si assiste ad un allungamento del limite temporale adolescenziale. A tali fattori si aggiungono le difficoltà a trovare un lavoro stabile e ben remunerato. I genitori però non sono esenti da questa prolungata adolescenza. Spesso si rendono protagonisti e fautori di questo status quo. Essi mettono in atto strategie comportamentali di protezione nei confronti dei loro figli, compromettendo lo sviluppo e il consolidamento della loro autostima. Spesso, per evitare gli effetti logoranti dell’uragano, i genitori tendono ad essere estremamente permissivi e non prediligono il dialogo/confronto. Non si facilita il processo di separazione, ma li si rende ancora più dipendenti, aumentando la già fisiologica confusione, per mancanza di regole e di modelli di identificazione. Portami dove nascono gli uragani e poi arrivano gli arcobaleni più belli.(Fabrizio Caramagna)
L’odio: riconoscerlo dentro di noi

L’odio ci appartiene tutti. Riconoscerlo è fondamentale per la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, gli altri e la vita. La parola odio indica uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno. Un sentimento opposto all’amore, caratterizzato dal desiderare il male o la rovina di un oggetto, che può anche essere il proprio sé o la vita propria o altrui. Come l’amore, l’odio può rendere dipendenti, incatenare all’oggetto e portare a pensarlo costantemente. Nei casi estremi, può persino dare senso all’esistenza. Ma mentre l’amore nutre e apre alla vita, l’odio corrode. Trasfigura l’esperienza umana, porta alla morte e alla distruzione. La teoria della struttura triangolare dell’odio Secondo Sternberg, l’odio non corrisponde ad una sola emozione ma al punto di intersezione di molteplici elementi. La teoria della struttura triangolare descrive l’odio e le sue forme in base a tre aspetti, presenti anche nell’amore: impegno, intimità (nei termini di una negazione della stessa) e passione. In base alla caratteristica “impegno”, si attiva un meccanismo di svalutazione che porta a sentimenti di superiorità e disprezzo: l’altro viene considerato inferiore. E’ ciò che Sternberg definisce “odio gelido”. La negazione dell’intimità si esprime nel tenere a distanza l’oggetto percepito come negativo. Su questo aspetto si sviluppa l’“odio freddo”, caratterizzato da pregiudizi e sentimenti di disgusto verso l’altro in quanto diverso da sé. L’odio come passione, invece, si riempie di rabbia e diventa “odio caldo”: aggredisce. Sfocia in violenza. Oppure, mosso dalla paura, porta a fuggire dagli altri ritenuti dannosi. Queste prime tre forme di odio, combinandosi tra loro, danno origine ad altre forme di odio. Ad esempio, alla forma silente e nascosta dell’“odio sobbolente”, tipica degli omicidi spietati e premeditati eseguiti ad opera di persone insospettabili. Fino alla forma dell’”odio bruciante”, che spinge ad annientare il nemico e ad utilizzare ogni mezzo per eliminarlo definitivamente. L’odio può creare comunità. La storia umana è piena di coalizioni basate proprio sull’odio condiviso, da cui sono scaturite guerre, violenze e barbarie di ogni genere. Odio, invidia e narcisismo Citando Lacan: “l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, è una pianificazione di annientamento”. Più che per ciò che dice o fa, l’altro è odiato per com’è. Per il colore della pelle, perché è donna, perché è omosessuale. L’odio ha alla sua base il meccanismo della proiezione. Sull’altro viene trasferito il lato più oscuro e inaccettabile del proprio essere. Oppure, l’immagine idealizzata, e per questo irraggiungibile, di se stessi. L’odio nasconde dunque parti proprie rifiutate ed escluse. Nasce dall’impossibilità di elaborare le proprie ferite narcisistiche, le proprie perdite, i propri lutti. Ne “Il gesto di Caino”, Recalcati descrive l’odio di Caino per Abele nella sua matrice invidiosa e narcisistica. Caino non sopporta che Dio abbia rifiutato i suoi doni e scelto quelli di Abele, né sopporta la vita di Abele, più viva della sua. Caino uccide il fratello perché non accetta di perdere il privilegio e l’illusione onnipotente di essere l’unico. Come Edipo, vuole essere l’unico uomo per sua madre. Rifiuta l’altro, l’alterità: vuole essere l’unico figlio al mondo. E, come Narciso, resta prigioniero nell’adorazione del proprio Io, non vuole rinunciare all’immagine grandiosa di sé. La vicenda di Caino mostra come questi conflitti interni, che avvelenano e accecano, se non riconosciuti ed elaborati, portano ad agire disperatamente. Conflitti che non sono una regressione all’istinto animale, come la credenza comune vuole, ma che appartengono esclusivamente agli esseri umani. Nel mondo animale, infatti, non esiste il crimine. La violenza è dettata da necessità naturali dell’organismo, di difesa e attacco. La violenza umana è invece dominata dalla tendenza a voler eliminare l’alterità dell’altro che, nella sua stessa esistenza, minaccia quello stato originario di onnipotenza e grandiosità che non si vuol perdere. E che arriva ad avere più valore della vita stessa. Il seme dell’odio Esiste un Caino in ognuno di noi. Ma se è facile rintracciarlo nelle guerre e nelle manifestazioni feroci della violenza, può essere difficile accettare come sia prossimo a noi, nella nostra cultura, nella nostra quotidianità, nelle nostre relazioni, e, persino, dentro noi stessi. Il seme dell’odio si diffonde ogni giorno. Nel rifiuto dell’altro, con le sue caratteristiche e la sua individualità. Attraverso modi di pensare, sentire e agire in apparenza poco rilevanti ma su cui si innestano le più grandi atrocità umane. A livello conscio, i valori dell’uguaglianza ispirano la maggior parte delle persone. Eppure, intolleranza e discriminazione sono fenomeni sempre in espansione, con modalità spesso subdole e alcune volte sconosciute anche a chi appartengono. Manca consapevolezza e, ancor di più, l’assunzione di una responsabilità individuale e sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, risponde Caino, dopo il suo gesto fratricida. Si tratta di una responsabilità che abbiamo sempre. Quando ci chiudiamo nell’invidia dell’altro, anziché aprirci alla nostra vita. Quando alimentiamo pregiudizi, rifiutiamo gli altri per come sono, proviamo desiderio di possesso o di vendetta e quando agiamo questi sentimenti. Ma non solo. Siamo responsabili anche nella connivenza. Tutte le volte che non prestiamo alcun aiuto, che non diamo il nostro contributo per contrastare la cultura dell’odio e sviluppare una umanità migliore. Riconoscere l’odio Riconoscere l’odio è il primo passo fondamentale per comprendere gli aspetti cognitivi ed emotivi che lo costituiscono ed attivare le risorse necessarie per superarli, perché non si tramutino in azione. Pregiudizi basati su convinzioni radicate, difese antiche erette allo scopo di evitare il crollo derivante dalla perdita dell’onnipotenza che il confronto con l’altro implica. L’odio come fallimento dei processi che portano a superare la ferita narcisistica e l’invidia. Riconoscere l’odio ci consente di guardare cosa stiamo rifiutando di noi stessi, dell’altro e della realtà. Di riappropriarci degli aspetti alienati del nostro essere. E così di accogliere l’alterità come ricchezza, come evoluzione. Di accogliere il nemico che vive in noi, lo straniero che abita la nostra casa, e sviluppare un senso di appartenenza e di comunità che dia valore al confronto e alla condivisione. Ci consente di amare. Bambina mia,per te avrei dato tutti i giardinidel mio regno se fossi stata regina,fino all’ultima rosa, fino
L’ipocondria: un’ossessione per la salute

L’ipocondria, nota anche come disturbo d’ansia per la salute, è una condizione psicologica in cui un individuo è ossessionato dalla paura di avere una malattia grave. Questa paura persiste nonostante le rassicurazioni mediche e l’assenza di sintomi fisici significativi. Il disturbo può influenzare profondamente la qualità della vita di una persona, causando stress emotivo e comportamenti ossessivi. Caratteristiche dell’ipocondria: Le persone con ipocondria spesso interpretano erroneamente sensazioni corporee normali o minori come segnali di una malattia grave. Questo porta a una continua ricerca di informazioni mediche, visite frequenti a medici e specialisti, e una persistente insoddisfazione per le diagnosi rassicuranti. I sintomi comuni dell’ipocondria includono: – Preoccupazione eccessiva per la salute: paura costante di avere o sviluppare una malattia grave.– Monitoraggio corporeo: osservazione costante di sintomi fisici, come battito cardiaco, respiro e dolori.– Richiesta di rassicurazioni: visite frequenti dal medico e richiesta di test diagnostici, nonostante i risultati negativi.– Evitamento: evitare situazioni o attività per paura di peggiorare una presunta condizione medica. Cause e fattori di rischio: Le cause dell’ipocondria non sono del tutto chiare, ma si ritiene che siano il risultato di una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici. Alcuni fattori di rischio includono: – Storia familiare: la presenza di disturbi d’ansia o ipocondria in famiglia può aumentare il rischio.– Esperienze traumatiche: esperienze di malattie gravi, proprie o di persone vicine, possono innescare il disturbo.-Tratti di personalità: individui con tratti perfezionisti o tendenze ossessive possono essere più predisposti. Diagnosi e trattamento: La diagnosi di ipocondria viene generalmente effettuata da un professionista della salute mentale attraverso valutazioni cliniche e colloqui approfonditi. È importante escludere altre condizioni mediche e psicologiche che potrebbero spiegare i sintomi. Il trattamento dell’ipocondria spesso comporta un approccio multidisciplinare che include: – Psicoterapia: la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è particolarmente efficace nel modificare i pensieri disfunzionali e i comportamenti ossessivi.– Farmacoterapia: in alcuni casi, possono essere prescritti farmaci ansiolitici o antidepressivi per gestire i sintomi.– Educazione e supporto: informare il paziente sui meccanismi dell’ipocondria e fornire supporto continuo può migliorare i risultati del trattamento. Implicazioni per la vita quotidiana: L’ipocondria può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana, influenzando le relazioni personali, la carriera e la capacità di svolgere attività normali. Le persone con questo disturbo possono isolarsi socialmente e sviluppare dipendenze da internet o dai medici per rassicurazioni costanti. La gestione efficace dell’ipocondria richiede un impegno continuo e il supporto di professionisti qualificati, nonché la comprensione e la pazienza di amici e familiari. L’ipocondria è una condizione complessa che richiede un approccio sensibile e informato. Sebbene possa essere debilitante, con il giusto trattamento e supporto, le persone affette da ipocondria possono imparare a gestire la loro ansia e vivere una vita più equilibrata e serena. La consapevolezza e l’educazione su questo disturbo sono fondamentali per ridurre lo stigma e promuovere un trattamento efficace.