la “Sindrome dell’Impostore” amplificata dai social networks

Poco tempo fa Chiara Ferragni ha dichiarato di aver sofferto di “Sindrome dell’impostore”: viveva la costante sensazione di non meritare il proprio successo. Da Einstein a Meryl Streep, sono tanti i personaggi illustri che hanno sperimentato questa esperienza. Secondo la ricerca condotta dalla Dott.ssa Pauline Clance, che per prima ha teorizzato la “sindrome dell’impostore”, quasi il 70% della popolazione ha sperimentato questa percezione. Il termine “Sindrome dell’impostore” fu coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, nell’ambito di uno studio condotto su 150 donne, brillanti professioniste, incapaci di riconoscere e vivere con soddisfazione i risultati raggiunti. Il soggetto colpito dalla sindrome sperimenta una forte insicurezza che lo porta a dubitare di aver meritato i propri successi personali e professionali e ad attribuirli sempre a cause esterne. Il profilo dell’impostore “L’impostore” mostra una correlazione con bassi livelli di autostima, scarsa fiducia in se stesso, tendenza al perfezionismo e al continuo confronto con gli altri. La sindrome dell’impostore sui social networks Abbiamo già parlato di “identità digitale” e di quanto sia difficile gestire la propria immagine virtuale quando prende il sopravvento. In una società così egocentrica anche i piccoli traguardi si celebrano in modo eclatante. I social networks diventano una vetrina per affermare se stessi e ammirare/invidiare i successi degli altri. La continua ricerca della perfezione e il costante confronto con gli altri alimentano l’insicurezza e la paura di fallire e di essere smascherati, giudicati. Per combattere o prevenire la Sindrome dell’Impostore, è necessario lavorare sulla propria autostima, sin dall’infanzia. A questo percorso finalizzato ad una profonda consapevolezza emotiva, si affianca l’educazione digitale per un corretto utilizzo dei social networks in qualità di strumenti di comunicazione al nostro servizio.
L’insicurezza del lavoratore

di Veronica Sarno Le organizzazioni mostrano un interesse crescente verso forme di contratto a termine (Hellgren, 2000). La globalizzazione ha indotto le aziende a doversi rendere sempre più flessibili, a causa della forte competizione e dei costi del lavoro, che l’azienda tenta di ridurre, attuando processi di rimpicciolimento dei diritti dei lavoratori e/o deterioramento delle condizioni lavorative (Nixon, 1994); questo cambia la natura del lavoro anche per chi ha mantenuto il posto, in quanto aumenta il carico di lavoro pro capite, ed una conseguente incertezza del lavoratore relativa alla propria performance (Nelson, 1998); i cambiamenti organizzativi introducono quindi nei lavoratori un senso di insicurezza, che si esprime nella preoccupazione riguardo l’esistenza futura del proprio lavoro (Ruvio, 1996), nella percezione di una potenziale minaccia alla continuità della propria attività professionale (House, 1994), nelle aspettative professionali di continuità della propria mansione (Davy, 1997); a cui si aggiunge un mercato del lavoro poco attivo che non consente facili transizioni lavorative. L’incertezza del lavoratore è in continuo aumento, si genera in sicurezza lavorativa, espressione usata da Hellgren (2002), per indicare le reazione negative dei lavoratori a tutti questi cambiamenti che investono il loro lavoro, al senso di impotenza nel mantenere la continuità in una situazione lavorativa, sino ad arrivare alla paura della perdita totale del lavoro. Rosenblatt (1984) considera l’insicurezza lavorativa un costrutto complesso multidimensionale, che include la combinazione di minacce al lavoro in sé, le minacce alle caratteristiche reputate importanti del lavoro, il senso di impotenza nel contrastare tali minacce e l’importanza complessiva del lavoro. Rubio (1999) reputa che gli effetti dell’insicurezza lavorativa, varino in base al genere, gli uomini avvertono il senso di minaccia soprattutto sul versante economico e mostrano effetti negativi riguardo al coinvolgimento organizzativo e sviluppano piuttosto velocemente l’intenzione di abbandonare quel lavoro; le donne manifestano maggiormente la propria insofferenza con una diminuzione della propria performance e sentono meno supporto organizzativo. Tuttavia, le differenze individuali possono cambiare la percezione di insicurezza lavorativa. Secondo Hartley (1991) i fattori che incidono sulla diversa percezione di insicurezza lavorativa sono i seguenti: a) Differenze individuali; b) Equità; c) Sostegno. Fournier (1993) invece reputa che ad incidere sulla percezione di insicurezza lavorativa siano il: Locus of control; Bisogno di sicurezza; Centralità lavoro. Secondo Pozner (1980) la possibilità di partecipare alle decisioni modera inoltre l’effetto dello stress legato al ruolo lavorativo, in quanto i lavoratori esperiscono un senso di controllo sulle proprie condizioni. Tuttavia, è stato riscontrato che le reti di sostegno sociale non lavorative (come famiglia e amici) hanno un effetto positivo nella relazione tra insicurezza e insoddisfazione per la propria vita, mentre le reti lavorative fungono da cuscinetto contro gli effetti negativi dell’insoddisfazione per il proprio lavoro, della ricerca proattiva di impiego e dei comportamenti lavorativi non conformi alle norme (Lim, 1996). Hartley (1991) ha definito l’insicurezza lavorativa come la discrepanza tra il livello di sicurezza esperito dal lavoratore e il livello che invece preferirebbe. Un senso continuo e minaccioso di insicurezza logora psicologicamente un lavoratore e parallelamente subentrano malesseri fisici, si può assistere ad una sintomatologia simile e a quella identificata per lo stress da lavoro correlato ed al burn-out, il fattore più significativo risiede nella diminuzione della soddisfazione per il proprio lavoro Moore e Greenberg (1998), e nel conseguente desiderio di cambiare lavoro e trovarne uno dalle caratteristiche migliori. La crescente ed attuale dinamicità del mondo del lavoro esige dalle persone coinvolte di mostrarsi sempre più malleabili ed adattabili alle esigenze della situazione. Hall (2002) ha coniato a questo proposito il concetto di carriera proteiforme, che consiste in una forte elasticità e capacità da par te del lavoratore di gestire molteplici identità e ruoli lavorativi, in contrasto con la concezione tradizionale di carriera che risponde a un contratto di tipo paternalistico tra datore di lavoro e lavoratore, la realtà del lavoro attuale mette l’ individuo di fronte ad un’esperienza di carriera autogestita e senza confini precisi, composta da differenti posizioni all’interno di più organizzazioni entra in gioco la necessità di negoziare un numero sempre più ampio di transizioni di ruolo. La capacità di tollerare i cambiamenti e di adattarsi è indispensabile, e se presente rende l’individuo proattivo di riuscire a migliorare la propria vita, cercando continuamente nuovi e migliori lavori, che però sono molto difficili da trovare. Fugate (2004) conia il costrutto di impiegabilità, che sposta la responsabilità per lo sviluppo di carriera dal datore di lavoro al lavoratore. L’impiegabilità è considerata una forma di adattabilità lavorativa attiva che consenta ai lavoratori di concretizzare le opportunità di carriera che si possano loro presentare, facilitando la mobilità all’interno di un’organizzazione e tra più organizzazioni e di conseguenza aumentando le probabilità di impiego di un individuo. Il costrutto di impiegabilità si fonda principalmente sui concetti di adattabilità attiva e proattività. Per il lavoratore che intende cambiare azienda devono affrontare una transizione, confrontandosi attivamente col proprio ambiente di lavoro, mentre ricerca informazioni adeguate sull’ambiente lavorativo, sullo status del lavoratore e sulle sue relazioni al l’interno del l’ambiente stesso, ma devono anche possedere una disposizione adeguata all’adattamento, ottimismo e senso di autoefficacia e schemi cognitivi che consentano di affrontare la sfida di un cambiamento, soprattutto i lavoratori devono mostrarsi flessibili e in grado di modificare cognizioni, affetti e comportamenti qualora se ne presentasse la necessità. Fugate (2004) parla di identità di carriera: la definizione di sé in un contesto lavorativo in termini di “chi sono/chi voglio essere” che può motivare l’individuo ad adattarsi per raggiungere o creare le opportunità che coincidono con le proprie aspirazioni; le informazioni raccolte sull’ambiente lavorativo devono essere infatti rilevanti per un’identità saliente. Gli individui proattivi hanno minori difficoltà ad adattare la situazione lavorativa ai propri bisogni, mostrandosi inclini ad apprendere e a sfruttare attivamente ogni elemento in grado di modificare la situazione in modo da raggiungere l’identità desiderata sul piano lavorativo; sono avvantaggiati anche perché sono più flessibili nel modificare cognizioni e comportamenti al fine di ottimizzare sia la situazione che gli outcome prevedibili (Fugate et al., 2004). Inoltre, l’orientamento proattivo ha un effetto positivo anche sul senso di incertezza,
La riapertura dopo il COVID e la necessità di prendersi del tempo

di Francesca Dicè Altro tempo. L’affermazione potrebbe lasciare esterrefatti ma solo in un primo momento. Qualche tempo fa, in pieno aumento dei contagi, un docente, durante un incontro – rigorosamente online – appartenente ad un intervento di psicologia scolastica, mi disse: “Dottoressa, cosa dobbiamo aspettarci, quando riapriremo?”. Risposi che nessuno poteva saperlo, poiché l’esperienza dell’emergenza sanitaria COVID-19 era assolutamente nuova per il mondo intero. Infatti, non è assolutamente da darsi per scontato che la riapertura coincida con una frenetica tendenza di massa a riprendere le abitudini prima della pandemia; la Pandemic Fatigue (Murphy, 2020) infatti, caratterizzata da molteplici complessità, è anche composta da quella che è stata definita “la sindrome della capanna”, o “sindrome del prigioniero”, ovvero uno stato di malessere, stress e ansia all’idea di uscire nuovamente di casa dopo un periodo protratto di isolamento e distanziamento sociale (Senese, 2020; Giunti Psychometrics, 2020). Essa può presentare degli effetti collaterali i m p o r t a n t i q u a l i l o s v i l u p p o d i sintomatologie ansioso-depressive o una forte tendenza all’aggressività ed all’irascibilità. È importante sottolineare come questa sindrome possa essere considerata una reazione assolutamente fisiologica ad una situazione sociale complessa quale quella dell’emergenza sanitaria da COVID-19; il flusso di informazioni contrastanti generato dai media, la preoccupazione di contagiare se stessi o i propri familiari, le difficoltà sul piano economico e le restrizioni sociali possono portare le persone, anche in fasi di minore rischio, ad assumere comportamenti volti ad evitare il contatto sociale ed a svolgere la maggior parte delle attività quotidiane attraverso canali telematici. Essa tuttavia non può essere in alcun modo trascurata e sottovalutata, poiché questa tendenza dal ritiro sociale può rischiare di cristallizzarsi: le persone vanno sicuramente sostenute ed accompagnate in un graduale ritorno alla vita di prima, in un processo di recupero delle attività precedenti. Può essere utile, per noi specialisti, pensare a queste persone come a coloro che vivono una condizione di stress post-traumatico, e che quindi hanno bisogno di un tempo di riadattarsi alla normalità quotidiana; può essere utile, nel nostro lavoro, aiutarli a recuperare le piccole attività che conducevano prima, magari nel loro tempo libero, oppure sostenerli nel ripensare le paure e le preoccupazioni, ma anche i loro spazi, il loro modo di lavorare e di affrontare il loro quotidiano (Gruppo San Donato, 2020). In altri termini, recuperando il celebre libro di Maffei (2014), è necessario riappropriarsi della bellezza della lentezza, vedendo la gradualità come risorsa e non come un nuovo, ennesimo limite richiesto dall’emergenza medica, onde evitare il rischio di decisioni troppo rapide, di nuovi approcci al mondo esterno troppo veloci alle quali le persone rischiano di non essere completamente pronte e che possono creare nuovi disorientamenti. Bibliografia. Giunti Psychometrics (2020). Sindromedella capanna: cos’è e come affrontarla.Retrieved from https://bit.ly/3g1mvmzGruppo San Donato (2020). Covid esindrome della capanna: comeaffrontarla. Retrieved from https://bit.ly/3v58l82Maffei L., (2014). Elogio della Lentezza.B o l o g n a : I l M u l i n o . I S B N978-88-15-25275-3Murphy J. (2020). Pandemic Fatigue. IrMed J, 113(6):90.Senese R. (2020). Sindrome dellaCapanna o del Prigioniero: che cos’è?Retrieved from https://bit.ly/3g1mjnl
ONLINE DATING vs INCONTRI DAL VIVO

Da qualche anno, sta sempre più prendendo piede il fenomeno dell’online dating. Esistono, infatti, numerosi siti/app online che permettono alle persone di incontrare nuove persone. Questo fenomeno ha suscitato l’interesse degli psicologi sociali e in particolar modo di chi si occupa di relazioni interpersonali. In particolare, è interessante come questi siti di dating abbinano le persone tra di loro. La maggior parte dei siti di online dating sostiene di usare alcune teorie psicologiche per creare i loro abbinamenti. Solitamente, infatti, alle persone vengono somministrati dei questionari che indagano aspetti diversi (come la personalità, le abilità relazionali, i valori e le credenze, gli interessi…) e poi vengono usati alcuni algoritmi matematici per abbinarle. Le teorie psicologiche che i siti affermano di usare più spesso sono quelle legate alla similarità e/o alla complementarietà. Il principio più usato è quello della somiglianza, secondo cui si viene abbinati a persone più simili a se’. Spesso questo principio viene seguito e/o associato a quello della complementarietà, che indica il grado in cui due persone in relazione si completano vicendevolmente. Entrando più nello specifico, alcuni studiosi si sono chiesti se l’online dating avesse delle caratteristiche specifiche rispetto agli incontri dal vivo e se portassero a esiti diversi per quanto riguarda le relazioni sentimentali. Sicuramente esistono delle differenze con gli incontri vis-a-vis. Ad esempio, negli incontri tradizionali le persone iniziano la conoscenza attraverso un incontro faccia a faccia dove si creano un’impressione generale dei potenziali partner e solo successivamente approfondiscono la conoscenza dei vari aspetti della persona. Negli incontri online, questo processo si inverte. Si inizia, infatti, con un’esplorazione approfondita delle caratteristiche del partner e solamente dopo avviene l’incontro dal vivo. Per quanto riguarda gli esiti, invece, non ci sono dei risultati univoci. Sicuramente nell’online dating il numero di potenziali partner a cui si ha accesso è più elevato rispetto a quanto è possibile nella vita quotidiana; questo, però, non porta necessariamente a esiti migliori dal punto di vista delle relazioni sentimentali. Questo può essere dovuto a numerosi fattori. Ad esempio, per il fatto che la comunicazione avviene sempre attraverso scambi verbali scritti, i quali non permettono alla persona di valutare il potenziale partner a 360 gradi. Inoltre, non è detto che gli online dating siano migliori rispetto agli incontri dal vivo solo perché abbinano persone tra loro simili. È importante, infatti, che tale abbinamento funzioni nel lungo periodo e non solamente nel breve. A questo scopo, alcuni studiosi hanno cercato di capire se fosse possibile costruire in algoritmo che permetta di ottenere tali esiti. Ciò che è emerso è che il funzionamento delle relazioni interpersonali è basato su come le persone interagiscono tra di loro e come affrontano gli eventi che capitano nella relazione e nel contesto sociale più ampio. Queste variabili non possono essere prese in considerazione da un algoritmo basato solo sulle caratteristiche personali di due partner presi isolatamente. Dunque, l’unico servizio che i siti online potrebbero offrire è quello di uno screening relativo a quali persone in generale siano più adeguate a rapportarsi a un’altra persona in una relazione intima. Essi, però, non riusciranno mai a trovare l’abbinamento perfetto tra due persone basandosi solamente sulle loro caratteristiche individuali perché non esistono teorie psicologiche che supportano scientificamente questo approccio. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G., & Twenge, J. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw Hill Education
Neuroni per Natale? Un bel regalo per tutte le età

Come dimostrato da molte ricerche, il nostro cervello è in grado di produrre nuovi neuroni anche in età adulta e avanzata. E quest’anno, a Natale, potrebbe essere un’ottima idea regalarsi una buona dose di neuroni nuovi di zecca: insomma, mettere in atto comportamenti capaci di contribuire attivamente a stimolare la neurogenesi nel cervello. Partiamo dall’ippocampo. Sappiamo da tempo che questa struttura al centro del cervello è coinvolta nei processi relativi all’apprendimento, alla memoria, all’umore e all’emozione. Quella che invece è più recente, grazie al contributo dei neuroscienziati, è la conoscenza di come l’ippocampo sia una delle uniche strutture del cervello adulto in cui possono essere generati nuovi neuroni. Le ricerche hanno evidenziato che produciamo circa 700 nuovi neuroni ogni giorno nell’ippocampo, che lentamente vanno a sostituire la dotazione di neuroni che avevamo alla nascita. Intorno all’età di cinquant’anni, ogni essere umano ha sostituito il proprio intero patrimonio di milioni di neuroni con neuroni generati in età adulta. Dagli studi dei neuroscienziati che si occupano in particolare di questo aspetto, tra cui Sandrine Thuret, sappiamo che questi neuroni generati in età adulta sono importanti per la memoria, in termini di durata nel tempo e di capienza di ricordi conservati. E che sono molto importanti anche per l’umore. Infatti, in caso di depressione, c’è un calo significativo della produzione di nuovi neuroni. Stimolando la neurogenesi, c’è una netta correlazione, secondo gli studiosi, tra la produzione di nuovi neuroni e la diminuzione dei sintomi di depressione. L’argomento è complesso, sfaccettato, affascinante e meriterebbe ovviamente uno spazio assai maggiore di un breve articolo. Potenzialmente, in futuro potremo arginare gli effetti dell’età sulla memoria e sull’umore, il che apre a pensieri che comprendono temi etici e sociali assai rilevanti. Ma in queste poche righe possiamo concentrare qualche consiglio per favorire la neurogenesi. È davvero possibile stimolarla e regalarsi un cervello più giovane e in forma? Secondo i ricercatori, la risposta è affermativa. Cimentarsi nell’apprendimento di qualcosa di nuovo, stimola la neurogenesi. L’attività e il moto, in generale, stimolano la neurogenesi. Diminuire del 20-30% l’assunzione di calorie con i pasti, stimola la neurogenesi. E poi il digiuno intermittente (le famose 16 ore di cui abbiamo già parlato) sono un toccasana per mantenere le nostre prestazioni cerebrali, i flavonoidi (che trovate, ad esempio, nel cioccolato fondente), gli Omega 3, il resveratrolo (uva e vino rosso). Una dieta ricca di grassi e il consumo di alcol diminuiscono la neurogenesi. Tra poco inizia il periodo delle feste: ricordiamoci di aumentare la nostra produzione di neuroni. Più cioccolato fondente e mirtilli, meno alcol e grassi. Supportati dai dati delle ricerche, ci sentiremo più rilassati, felici e mentalmente rapidi se mangeremo alcuni cibi e ne ridurremo altri. Anche i cibi che richiedono più masticazione sembrano contribuire attivamente alla neurogenesi: un regalo perfetto da fare a sé stessi. A Natale e per tutto l’anno.
I Disturbi della Comunicazione. Alcune riflessioni per gli psicologi.

di Francesca Dicè I Disturbi della Comunicazione sono Disturbi del Neurosviluppo molto frequenti in età prescolare e sono caratterizzati da quadri sindromici differenti che riguardano le capacità di comprensione, produzione e uso del linguaggio (Centro TICE). Secondo il DSM-5, essi riguardano la presenza di deficit nel linguaggio (l’uso di un sistema convenzionale di simboli), nell’eloquio (la produzione espressiva di suoni) e nella comunicazione, (il comportamento verbale o non verbale) senza alcuna compromissione delle altre aree di funzionamento (Centro TICE). Fra questi, il Disturbo del Linguaggio si configura come molto complesso perché riguarda sia la produzione che la capacità di comprendere la parola parlata; si distingue per la presenza di un lessico ridotto, la limitatastrutturazione delle frasi e la compromissione delle capacità discorsive (Centro TICE). Invece, il Disturbo Fonetico- Fonologico riguarda esclusivamente la produzione del linguaggio ed è caratterizzato da dislalie e ritardo linguistico (Centro TICE). Il Disturbo della Fluenza, comunemente detto Balbuzie, si distingue per la presenza di frequenti ripetizioni o prolungamenti di suoni o sillabe e spesso è più grave in condizioni di tensione emozionale (Centro TICE). Il Disturbo della Comunicazione Sociale, infine, è caratterizzato da un deficit nell’utilizzo delle regole sociali relative alla comunicazione e presenta importanti limitazioni nell’efficacia, nella partecipazione sociale, nelle relazioni e nelle capacità scolastiche e lavorative (Centro TICE). È opportuno specificare che fra i Disturbi della Comunicazione non si annovera il Mutismo Selettivo, che invece, secondo il DSM-5, è un disturbo d’ansia che si manifesta in età evolutiva ed è caratterizzato dall’assenza di comunicazione verbale in alcune situazioni sociali (Falcone, 2021).Il trattamento riabilitativo per i Disturbi della Comunicazione è di tipo multidisciplinare e richiede la presenza di logoterapia, psicomotricità e psicoterapia (Associazione PSY). È necessaria, tuttavia, anche una presa in carico in psicoterapia familiare, affinché l’intera famiglia possa avvalersi di uno specifico spazio di elaborazione e riflessione, per comprendere i vari sintomi del Disturbo, elaborare le ansie ad esso connesse e sostenere il bambino nelle difficoltà (Associazione PSY). In questo contesto, anche il lavoro dei logopedisti si configura come un contributo fondamentale per prevenire, curare e riabilitare gli aspetti deficitari ma anche per la valutazione del linguaggio e della comunicazione (Associazione PSY).In conclusione, i Disturbi della Comunicazione sono condizioni estremamente complesse da non sottovalutare, la cui diagnosi e presa in carico precoce possono rivelarsi determinanti per garantire il buon esito dei trattamenti riabilitativi ed una remissione quanto più possibile completa dei sintomi (Associazione PSY, Centro TICE). Bibliografia. American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Arlington, VA ISBN 978974652268Associazione PSY. Disturbi della comunicazione. Retrieved from https://bit.ly/ 3LjXIXbCentro TICE, Disturbi nella comunicazione. Retrieved from https://bit.ly/39jSvRTFalcone C. (2021). Mutismo Selettivo. Retrieved from https://bit.ly/3NisQrkPsicologinews.it
il disturbo della pica

Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Da dove nasce l’esigenza ad esempio di ingerire capelli? COMPORTAMENTO DEL PICACISMO Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Una persona affetta da picacismo potrebbe mangiare oggetti relativamente innocui, come il ghiaccio, oppure potrebbe ingerire oggetti potenzialmente pericolosi, come scaglie di vernice secca o pezzi di metallo. Secondo Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (DSM-5) la pica è il consumo di sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. La natura dei materiali ingeriti è ampiamente variabile ed include, ad esempio: ghiaccio cenere carta stoffa pastelli capelli feci Spesso è stata rilevata un’associazione tra pica e stress, abusi sui minori e deprivazione materna. La pica di solito si presenta come un disturbo isolato, ma ci sono casi in cui può coesistere con altre problematiche. DIAGNOSI Ai fini della diagnosi il comportamento deve persistere per almeno un mese, non essere in linea con lo stadio di sviluppo del bambino (il limite di età minimo è di 24 mesi) non essere un comportamento derivante da convenzioni sociali o culturali. SINTOMI I sintomi con cui si manifesta la pica, oltre alla ricerca e consumo compulsivi, dipendono dal materiale ingerito e possono comprendere ad esempio: mal di stomaco Problemi intestinali (come costipazione o diarrea) Sangue nelle feci Complicazioni più specifiche sono legate quindi al tipo di sostanza ingerita Disturbi alimentari e malnutrizione possono entrambi portare al picacismo. Il motivo? In questi casi, mangiare cibi non alimentari può aiutare a sentirsi sazi e pieni. CURA Si suggerisce in genere di ricorrere a strategie per ridurre l’esposizione (e quindi la possibilità di accesso) alla sostanza desiderata, eventualmente fornendo materiali con consistenza simile, mentre altri pazienti beneficiano di un approccio psicoterapico (volto ad esempio a reindirizzare il comportamento indesiderato verso altre attività). TRATTAMENTI POSSIBILI Il medico probabilmente inizierà trattando eventuali complicazioni che si sono acquisite mangiando prodotti non alimentari. Se il medico pensa che il disturbo sia causato da squilibri nutrizionali, può prescrivere integratori vitaminici o minerali. Oppure può consigliare una valutazione psicologica per determinare se si ha un disturbo ossessivo compulsivo o un’altra condizione di salute mentale. A seconda della diagnosi, si possono prescrivere farmaci, terapie o entrambi. Qualora ci si renda conto che un bambino inizia ad ingerire sostanze non alimentari diventa importante evitare le giustificazioni e consultare subito un medico ed eventualmente uno psicologo per l’età evolutiva al fine di affrontare la problematica nel miglior modo possibile
Mind-reading: il mio psicologo mi legge nella mente?

<<Il mio psicologo mi legge nella mente!>> Quanti di voi hanno mai sentito questa frase? Per me è ormai divenuta un’affermazione costante, una volta svelata la mia professione (e menomale sia così!) Ma cos’è che crea la percezione, inevitabilmente anche minacciosa, di uno psicologo un po’ empatico, un po’ “mentalista”? Nessuna sfera magica, ahimè. Parliamo invece della capacità di mind-reading del terapeuta. Il Mind-reading può essere definito come la capacità di attribuire un senso alle azioni degli altri, sulla base delle credenze, dei desideri e delle emozioni che imputiamo loro. È un’abilità cognitiva di “connessione con l’altro”, tradizionalmente studiata all’interno della Teoria della Mente (Wellman, 1990). È un’abilità rudimentale di comunicazione e comprensione pre-linguistica. La nostra principale forma di comunicazione quotidiana è, infatti, di tipo verbale. Scritto o parlato che sia, siamo abituati a pensare che il linguaggio sia lo strumento più semplice e chiaro per farci capire dall’altro. In realtà, spesso, la comunicazione linguistica è la più complessa, insidiosa e lontana forma di comprensione reciproca. Il mind-reading è una tipologia molto semplice e rudimentale di dialogo. È un’abilità presente anche in moltissimi animali non umani, che permette di dare senso alle azioni degli altri, difendendosi, in questo modo, dai predatori e procurandosi cibo attraverso l’interazione. Consiste in una piena presenza nella relazione, che permette di ampliare la propria attenzione agli aspetti non verbali della comunicazione e alla discrepanza tra questi e ciò che si sta dicendo. Significa, cioè, ampliare la propria capacità di ascoltare, di vedere l’altro, di percepire cosa noi stessi stiamo provando in quel momento, mentre l’altro ci sta parlando. Nella pratica, quindi, lo psicologo non legge nella mente: sta ponendo l’intera sua persona al servizio della relazione terapeutica.
Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!
LA SOLITUDINE PUÒ AIUTARE. A SENTIRSI MENO SOLI

Ho avuto la fortuna, anni fa, di assistere di persona agli studi di Elizabeth Fivaz, storica collaboratrice di Stern, sulla prima infanzia. Ricordo che mi aveva molto colpita l’azione naturale, messa in atto da bambini di pochi mesi, di sottrarsi periodicamente, durante un’interazione sociale, al contatto visivo con l’interlocutore, in modo da autoregolarsi e calmare le emozioni. Il piccolo o la piccola, che interagivano con uno o entrambi i genitori nel gioco triadico di Losanna, ad un certo punto distoglievano lo sguardo e giravano la testa, come per riprendersi da troppa sollecitazione; per poi tornare poco dopo a coinvolgersi nell’attività, con rinnovato piacere e maggiore serenità. Un meccanismo di autoregolazione potente e utile, che va osservato e rispettato. I bambini in età scolare, ad esempio, come hanno notato altri ricercatori, tendono ad allontanarsi dopo un compito cognitivamente o socialmente impegnativo, iniziando attività solitarie, come leggere o disegnare. Crescendo, fino a raggiungere il culmine in adolescenza, quando i ragazzi passano gran parte del tempo nella propria stanza da soli, i bambini hanno bisogno di sperimentare, in maniera crescente, sempre più ampi momenti di solitudine. Una solitudine che permette di metabolizzare le emozioni più forti e di sperimentarsi con sé stessi in maniera gradualmente maggiore, fino al tipico isolamento dell’adolescente, alla ricerca di una identità e di una collocazione propria nel mondo. Questi spazi di solitudine avvenivano regolarmente nei secoli passati della storia dell’umanità, anche come risultato di una scarsa attenzione al mondo dell’infanzia. Secondo Kristen Lashua, storica della Vanguard University, il cambiamento nel mondo occidentale è iniziato intorno alla metà del ventesimo secolo, quando gli adulti hanno iniziato a vedere i propri figli come vulnerabili e il mondo intorno a loro come potenzialmente pericoloso. Così la norma si è attestata verso una stretta supervisione dei bambini piccoli in ogni momento, per garantire loro sia la sicurezza fisica che il successo futuro, favorendo attività che possano sviluppare abilità specifiche e competenze sociali. Il risultato? Per certi versi molto positivo, ovviamente. Oggi i bambini (parliamo naturalmente di occidente e di situazioni non problematiche dal punto di vista economico e sociale) sono più liberi della maggior parte dei bambini nel corso della storia; e sono infinitamente più considerati, accuditi, protetti. Ma sono spesso molto sorvegliati e inglobati in attività pianificate. Il tempo “da soli” è praticamente ridotto a pochi minuti al giorno. Molti genitori percepiscono i momenti liberi nelle giornate dei propri figli come un vuoto da riempire. Così, sempre più frequentemente, vediamo bambini con agende fittissime di impegni, che impediscono loro di avere momenti di solitudine utili alla crescita emotiva e cognitiva. È stato infatti dimostrato da diversi studi che anche il gioco da soli dovrebbe avere uno spazio dedicato, perché aiuta a sviluppare concentrazione e capacità di progettazione. Le ricerche suggeriscono che, quando una ragazza o un ragazzo chiedono e ottengono di passare del tempo da soli, manifestano maggiore autonomia, motivazione e profitto scolastico. Gli spazi di solitudine, quando non sono imposti, ma sono cercati e desiderati dai ragazzi e accettati dagli adulti di riferimento, consentono anche di regolare le emozioni e di riconoscerle meglio, migliorando le competenze individuali di gestione degli stati d’animo negativi. Ricordare che può far bene un tempo di sospensione da una socializzazione continua o da attività fittamente pianificate è un buon modo per i genitori di rispettare gli spazi dei propri figli. A beneficio di entrambe le generazioni e dei giovani individui in età evolutiva.