Immagine Di Sé E Social Media Pt.2

Exaucee porta una riflessione sull’impatto dei social media sull’immagine che gli adolescenti hanno di sé e sul loro benessere, partendo da un fatto di cronaca recente. Per la Pt.1 clicca qui

Immagine di sè e social media

Il mondo degli adolescenti cambia ad una velocità inimmaginabile.E le nuove domande che ci piacerebbe porre dovrebbero tenere conto di come evolvono i social media e come evolve il rapporto, la relazione degli adolescenti con questi ultimi.Partiamo ricordando innanzi tutto che, L’adolescenza è una fase della pubertà, caratterizzata dall’emergere di nuove sensazioni, percezioni e questioni complesse legate alla vita.Il corpo cambia in modo così repentino e spesso disarmonico, da far perdere la sicurezza che si aveva negli anni precedenti.La sessualità fa capolino producendo non solo curiosità e piacere, ma anche ansie, timori e sensi di colpa;Le emozioni si fanno tumultuose (anche sotto la spinta degli ormoni) e sembrano in alcuni momenti in netta contrapposizione con la razionalità.Essendo a conoscenza di questo, quindi, se per molti adolescenti stare in rete, scambiarsi contenuti e messaggi, può essere un elemento di apertura al mondo, di fuoriuscita dall’isolamento con la possibilità di scoprire interessi e condividerli, per altri può rappresentare una sfida che crea ansia:sui social gli adolescenti si rappresentano, e la loro identità in formazione è sottoposta, istantaneamente, all’approvazione o al rifiuto di un pubblico potenzialmente smisurato.Possiamo notare che, Gli adolescenti di oggi presentano alcuni vantaggi fisici, mentali e politici rispetto ai loro predecessori. Hanno una maturazione sessuale, una socializzazione e una crescita mentale più precoci.E questo anche perché, L’ abbassamento d’età dell’ingresso nel consumo , si applica anche ai social media con cui sappiamo appunto che loro interagiscono in continuazione.In sostanza, ai dodici-quindicenni ci si riferisce come se fossero ventenni, e ai bambini di 5-10 anni come se fossero già alle medie. Con un messaggio identico per tutti. Sii bell*, vestiti bene, informati su quel che serve per essere alla moda,  , per quanto riguarda le bambine viene detto di curarsi la pelle, i capelli ecc, e questi messaggi spesso vengono veicolati dai cosidetti influencer.  GLI INFLUENCER Chi sono gli influencer?Sono Personaggi di successo, popolari nei social network e in generale molto seguiti, che sono in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico.Il fenomeno degli influencer su internet, in particolare su piattaforme come Instagram, YouTube e TikTok, ha acquisito una notevole rilevanza nella vita di molti adolescenti. Mentre alcuni di questi creatori di contenuti forniscono consigli utili e positivi, altri possono veicolare informazioni errate o dannose, specialmente quando si tratta di tematiche scientifiche o comportamentali.Spesso, gli influencer si presentano come modelli di vita ideali, offrendo consigli su diete, stili di vita, attività fisica e persino questioni scientifiche .Il problema sorge quando tali consigli non sono basati su evidenze scientifiche solide o sono distorti per aumentare la spettacolarità del contenuto.Questo fenomeno può portare a una serie di problemi. In primo luogo, gli adolescenti potrebbero adottare comportamenti dannosi per la salute fisica e mentale sulla base di consigli non verificati. Ad esempio, diete estreme, routine di allenamento pericolose o pratiche di autostima irrealistiche , che possono essere promosse senza alcuna base scientifica, contribuendo a disturbi alimentari, ansia e depressione.La responsabilità degli influencer è fondamentale in questo contesto.Essi dovrebbero essere consapevoli del loro impatto sulla vita dei loro seguaci e adottare pratiche etiche nella divulgazione di informazioni.Inoltre, è essenziale educare gli adolescenti sul discernimento critico e la capacità di valutare la validità delle fonti online.Il problema dei consigli non sempre giusti degli influencer rappresenta una sfida significativa per gli adolescenti.Riuscire ad educare sia gli influencer che il pubblico giovane sulla necessità di basare le informazioni su fonti verificate scientificamente è fondamentale per mitigare gli effetti dannosi di consigli distorti o non verificati.Un altro aspetto da portare alla nostra attenzione, e che non è trascurabile, è la mancanza di un efficace controllo sull’età nei social media, che  è diventata una preoccupazione sempre più evidente nella nostra società.Nonostante i requisiti di età stabiliti dalle piattaforme, numerosi utenti, in particolare i più giovani, trovano modi per aggirare tali restrizioni. Questo fenomeno solleva serie preoccupazioni riguardo alla protezione dei minori online.L’accesso precoce ai social media può esporre gli adolescenti a contenuti inappropriati, bullismo online e pressioni sociali nocive. Inoltre, la mancanza di un controllo effettivo sull’età può compromettere la privacy e la sicurezza degli utenti più giovani, che potrebbero non avere ancora la maturità necessaria per gestire le dinamiche complesse della vita online.Spesso, la ricerca di approvazione e appartenenza online può tradursi in un’ipercurazione dell’immagine personale, selezionando accuratamente i momenti da condividere,  e applicando filtri digitali per conformarsi a ideali di bellezza effimeri.Questa pratica, sebbene possa inizialmente procurare gratificazione attraverso likes e commenti positivi, può altresì alimentare insicurezze e ansie, creando una discrepanza tra l’immagine proiettata online e la realtà quotidiana.In ambito psicologico, questo fenomeno può essere analizzato attraverso il concetto di “autoregolazione sociale”, dove gli adolescenti cercano di adeguare il proprio comportamento per ottenere approvazione e accettazione dagli altri membri della comunità online.Questo processo può influenzare l’autostima e la percezione del proprio valore, poiché la validazione esterna diventa un indicatore cruciale di successo e accettazione.Affrontare la questione richiede un approccio che comprenda sia l’educazione digitale che il sostegno psicologico.Incentivare la consapevolezza delle dinamiche di autopercezione online, promuovere la diversità e incoraggiare una sana autostima indipendente dalla validazione esterna sono passi fondamentali per aiutare gli adolescenti a sviluppare una relazione più equilibrata e autentica con la propria immagine digitale e, di conseguenza, con se stessi. Bibliografia: Belotti E., Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, 2013

Immagine Corporea e Dismorfofobia

di Cinzia Saponara Premessa “Immagine di sé e schema corporeo” è il primo e più completo scritto sul problema della percezione e della rappresentazione del nostro corpo, risale al 1935 ad opera dello psichiatra e psicoanalista Paul Schilder, troviamo qui la prima definizione del concetto di immagine corporea: “L’immagine corporea è l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente, e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare.”  L’opera di Paul Schilder costituisce un vero e proprio spartiacque negli studi sullo schema corporeo, prima di lui la percezione corporea veniva ricondotta interamente alla sfera del fisiologico. Schilder fu il primo che, in maniera sistematica e dettagliata, mise in evidenza la rilevanza dei fattori psicologici e sociali nella costituzione e disgregazione dell’immagine corporea. Un’altra caratteristica fondamentale del concetto schilderiano è l’importanza che in esso riveste il fattore visivo e rappresentazionale. Lo psicoanalista austriaco, infatti, considera il corpo proprio dal punto di vista visivo, non dissimile dagli altri oggetti della percezione. Non solo ciascun individuo se lo rappresenta come tale, ma anche la percezione tattile si adegua a tale visione. Essa imposta «un punto di osservazione mentale di fronte e di fuori di noi e ci osserviamo come osserveremmo un estraneo». Più recentemente, Peter Slade (1988) definisce l’immagine corporea: “L’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo”. Secondo Slade (1994), l’immagine corporea è costituita da diverse componenti: percettiva (ad esempio, come la persona visualizza la taglia e la forma del proprio corpo); attitudinale (quello che la persona pensa e conosce del proprio corpo); affettiva (i sentimenti che la persona nutre verso il proprio corpo); comportamentale (riguardante, ad esempio, l’alimentazione e l’attività fisica). Quindi l’immagine corporea riguarda la persona nella sua globalità, la rappresentazione che abbiamo di noi stessi, è fortemente influenzata dai nostri stati interni e i suoi effetti possono essere rilevanti e complessi. Le emozioni, quindi, rendono questa rappresentazione mentale positiva o negativa. Inoltre, l’immagine corporea è influenzata da schemi precoci che si generano da quando si è molto piccoli nell’interazione con le figure di accudimento. In sintesi: L’immagine corporea è un costrutto multidimensionale caratterizzato dalle percezioni e valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico (Cash e Pruzinsky, 2002). Essa non è una struttura innata e preformata, fissa e statica, ma “è una struttura del nostro essere altamente dinamica, dipendente dalla maturazione del sistema nervoso, dai vissuti psico-emotivi, dal livello di percezione senso-motoria, dai processi resi possibili dall’esperienza e dal continuo apprendimento motorio e posturale; essa opera sia a livello della coscienza sia al di fuori della nostra consapevolezza, nel privato e nello spazio sociale”. Con la pubertà e successivamente l’adolescenza, il corpo è soggetto. Esso va incontro a diversi, continui e rapidi cambiamenti, alcuni solo momentanei. Tali “modificazioni” possono contribuire ad una maggiore difficoltà nell’accettazione di sé. Questa situazione di maggiore vulnerabilità dal punto di vista emotivo e psicologico può far sì che si provi un maggiore disagio; l’ambiente, l’interazione con i coetanei e anche la famiglia possono condizionarne lo sviluppo. In questa fase, infatti, si è maggiormente sensibili al giudizio altrui, e si va creando un’ideale del proprio corpo che risente dell’influenza di standard di bellezza e idealizzazione corporea guidati dai social media, e dal confronto con i propri pari. In base alla più recente revisione del Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie psichiatriche (DSM-5), il disturbo di dismorfismo corporeo (Body Dismorphic Disorder [BDD]) fa parte dello spettro del “Disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati”, l’esordio può avvenire fra i 10 e i 20 anni, è solitamente graduale e può diventare cronico se non trattato, ha una prevalenza dell’1,7-2,4% nella popolazione generale (Lai et al., 2010) , è caratterizzato da una preoccupazione per un difetto immaginario del proprio aspetto che causa disagio significativo o una compromissione funzionale (cioè una condizione di salute in cui una o più delle normali funzioni fisiologiche sono compromesse). Qualsiasi parte del corpo può essere oggetto del Disturbo da Dismorfismo Corporeo, ma le preoccupazioni riguardano spesso uno o più aspetti visibili, del viso o del corpo (Mulkens & Jansen, 2006). Le persone che ne soffrono tendono a esaminare e modificare in modo ossessivo la particolare parte del corpo (Lai et al., 2010). Questi i criteri diagnostici e per emettere una diagnosi differenziale specifica: Preoccupazione nei confronti di uno o più difetti fisici non oggettivamente rilevabili o trascurabili da parte di altre persone; Adozione di comportamenti ripetitivi o rituali (guardarsi allo specchio, toccare la parte difettosa, ricercare rassicurazione ecc.) o atteggiamenti mentali (pensieri ossessivi, costante confronto con gli altri, convinzione di essere osservato e giudicato ecc.) in risposta alla preoccupazione per il difetto fisico; Forte stress, ansia e calo del tono dell’umore causati dalla persistente preoccupazione per il difetto fisico; Difetto fisico oggetto della preoccupazione diverso dal peso corporeo/massa grassa (in questo caso, è probabile la presenza di un disturbo del comportamento alimentare); La consapevolezza che il difetto lamentato sia in realtà minimo o inesistente può essere nulla, parziale o elevata, ma ciò non incide sul grado di penetrazione dei pensieri/comportamenti ossessivi nella vita quotidiana. L’eziologia del disturbo da dismorfismo corporeo è più verosimilmente complessa e difficile; come suggerì lo psichiatra Olley: “le motivazioni sono diverse e una spiegazione unitaria è del tutto improbabile”. I disturbi legati all’immagine corporea portano con sé sintomi specifici: dai comportamenti ripetitivi di evitamento e/o controllo, a pensieri di tipo rimuginativo, alle distorsioni percettive nonché uno scarso insight della problematica. Il disturbo da dismorfismo corporeo può portare ad una disfunzione sociale ed occupazionale così come ad inutili e ripetuti interventi di chirurgia estetica. Le lamentele possono riguardare qualsiasi parte del corpo, le più frequenti sono: pelle; peli e capelli; naso e occhi; gambe e ginocchia; mammelle e capezzoli; pancia, labbra, struttura corporea e volto; organi genitali, guance, denti ed orecchie; mani, dita, braccia e gomiti; natiche e piedi; spalle, collo e sopracciglia. La persona può preoccuparsi di un unico difetto fisico o riportare

IMMAGINAZIONE: DAVVERO IL PENSIERO PUÒ CAMBIARE IL FUTURO?

In un momento di totale incertezza come quello presente, può essere molto utile: pensare al futuro è uno strumento potente, alla portata di tutti, che permette di sviluppare resilienza, speranza e ridurre ansia e depressione.E, perché no: creare condizioni di possibile e concreto miglioramento della realtà. Sia nella pratica clinica che nella mia esperienza di coach, questa è una delle strategie che aiutano a dare inizio a una serie di azioni preparatorie che portano a realizzazioni importanti: passo per passo, azione dopo azione. Vedere, “pre-vedere”, un risultato ha effetto sul risultato stesso, come nel caso delle profezie che si auto-avverano. Oggi ci ispiriamo ad alcune idee di Jane McGonigal, nota e geniale designer di giochi di realtà alternativa, progettati per migliorare in modo concreto la vita reale e risolvere problemi reali. McGonigal, che ha pubblicato diversi libri su questi argomenti (tra cui il recentissimo “Imaginable”, è direttrice della divisione ricerca e sviluppo dei giochi presso l’Institute for the Future e insegna presso la Stanford University. L’autrice parla del “pensiero episodico futuro” come di un’autentica possibilità di incidere, con l’immaginazione, su quanto succederà. Le ricerche neuroscientifiche e le evidenze delle risonanze magnetiche confermano che, quando immaginiamo qualcosa, i circuiti neuronali e le emozioni coinvolte hanno la stessa potenza piscologica delle esperienze realmente vissute nel quotidiano. Esercitarci a immaginare situazioni future, arricchirle di particolari, tornare su quanto immaginato e apportare modifiche, migliorie, aggiungere particolari e riempire quello che manca nella nostra esperienza diventa, in sostanza, una possibilità di allargare il campo. In pratica, “lavorare” su uno scenario futuro, immaginato e sistemato nei minimi dettagli, consentirebbe al nostro cervello di rendere immaginabile – e quindi possibile – qualcosa che non abbiamo ancora sperimentato nella vita reale. La parte immaginata, che nasce dalle nostre esperienze reali e si combina con immaginazioni che attingono ai nostri valori e alle nostre conoscenze su ciò che ha già funzionato in passato, consente un passo in più: autorizza in qualche modo il cervello ad agire come se lo scenario futuro fosse realmente possibile. Perché immaginarlo è come costruire una memoria, un ricordo. Da lì, si può partire per attivare una serie di piccole azioni per preparare e facilitare la realizzazione del futuro immaginato. Questo vale anche per gli scenari che spaventano; per diminuire l’ansia, la paura del non-conosciuto e diminuirne l’impatto, con il risultato di essere meglio preparati e più attrezzati davanti a situazioni spiacevoli o difficili: una sorta di de-sensibilizzazione attraverso l’immaginazione. In conclusione, possiamo mettere al lavoro il nostro cervello perché collabori con i nostri desideri, o con il nostro bisogno di sicurezza: in questo saranno coinvolti apprendimento, ricordi, emozioni, circuiti di ricompensa, sistemi di valori, persino i nostri modelli di attaccamento. Quello che è dimostrato, dalle ricerche, è che possiamo concretamente metterci in condizione di facilitare la realizzazione di qualcosa attraverso la sua immaginazione (rispettando, ovviamente, un principio di situazioni verosimili) e costruendo piccole azioni che possono avvicinarci al risultato desiderato. Esercitare un po’ di controllo attivo, e ottimistico, sul futuro, può essere d’aiuto, oggi più che mai. Per trovare nuove direzioni, per muovere passi importanti; e per dare energia alla speranza.

Imma Di Napoli, Fabiana Taiani, Giovanna Giusso – Centro Studi Kairos – Sede Napoletana Accademia di psicoterapia

Imma Di Napoli, Fabiana Taiani e Giovanna Giusso sono tre psicoterapeute del centro studi Kairos, che è anche sede di una importante scuola di specializzazione che lavora sul territorio nazionale e internazionale ovvero L’Accademia di Psicoterapia della famiglia, diretta dal Professor Maurizio Andolfi. Il centro studi Kairos, si chiama centro di psicologia psicoterapia e cultura sistemica, quindi la materia fondante è quella sistemica relazionale, ed è un’ottica che guarda alla difficoltà e al sintomo della persona includendolo nella complessità delle relazioni. Questo lavoro sistemico non si può svolgere da soli all’interno di uno studio, ma ha continuamente bisogno dello sguardo dell’altro, il centro Kairos infatti offre un polo clinico in cui avviene un lavoro di equipe, che ha proprio l’intento di mantenere vivo lo sguardo sistemico. L’importanza del lavoro sistemico relazionale lo si vede proprio nel caso delle famiglie, spesso infatti nelle richieste di aiuto da parte della famiglia viene portato al terapeuta un problema di un singolo individuo, ma il lavoro sistemico consiste proprio nel fare una trasformazione per far sì che questa richiesta del singolo diventi una richiesta dell’intera famiglia.  Il lavoro consiste nel distribuire il problema ad ogni membro della famiglia, dando quindi la possibilità di vedere tutto con occhi nuovi in un’altra prospettiva. In relazione all’attuale periodo storico ovvero il lockdown, che ci ha portato ad un isolamento e ad un confinamento, è possibile vedere una relazione con un problema che colpisce le coppie, le quali perdono il loro benessere perché restano confinati nei propri spazi. Infatti grazie all’esperienza di coppia l’individuo può andare oltre il proprio confine familiare e costruire qualcosa di nuovo nell’incontro con l’altro.  Spesso però le coppie hanno difficoltà nel superamento di questi confini, restando quindi confinati nei propri bisogni individuali rendendo difficoltoso l’incontro con l’altro. Da questo si evince quanto sia importante lo sguardo del terzo, ovvero uno sguardo che non si perda nel conflitto, e di quanto quindi sia importante il lavoro terapeutico in questo periodo storico, perché riesce a favorire un benessere facendo uscire gli individui, le coppie e le famiglie da questa situazione di blocco totale.

ILLUSIONE AUDITIVA: QUANDO IL CERVELLO CREA SUONI INESISTENTI

di Ilenia Gregorio Sarà capitato un po’ a tutti di usare il phon e, improvvisamente, pensare di aver sentito suonare il campanello di casa, squillare il cellulare o addirittura sentir piangere nostro figlio che, in realtà, dorme beato nella stanza accanto. Questo fenomeno, comune a molti, può sembrare strano, ma ha delle basi scientifiche. Non si tratta di immaginazione, ma di come il cervello interpreta i suoni di fondo in certe situazioni. Questa manifestazione rientra in ciò che si chiama illusione uditiva, una situazione in cui il cervello identifica erroneamente un suono familiare all’interno di un rumore bianco o continuo. Il rumore del phon è un esempio perfetto di rumore monotono e costante che può indurre il cervello a “riempire” spazi uditivi vuoti con suoni “familiari” che riconosce, come il trillo del telefono o il campanello di casa o il pianto di un bambino. Il nostro cervello è predisposto a riconoscere i suoni che potrebbero avere un significato immediato o essere potenzialmente importanti, come qualcuno che ci chiama o un segnale d’allarme. Questo funzionamento rientra nella cosiddetta “Attenzione selettiva”: il cervello dà priorità ai suoni che considera rilevanti, anche se non sono realmente presenti. Così, mentre il phon crea un sottofondo costante, il cervello può interpretare alcune variazioni nel suono come un cellulare che squilla o il campanello. L’illusione uditiva può variare da persona a persona e dipende molto dalle nostre abitudini e dai suoni che ascoltiamo più frequentemente. Per chi vive in ambienti rumorosi, il cervello è abituato a filtrare informazioni, mentre in contesti più tranquilli può essere più difficile. Quando usiamo il phon, la combinazione tra l’attenzione verso il cellulare e il rumore di fondo favorisce questa falsa percezione. Potremmo dire che un’illusione uditiva o illusione acustica, è l’equivalente sonoro di un’illusione ottica: il soggetto sente suoni che non sono presenti nello stimolo o li percepisce in modo diverso da come sono prodotti. In breve, le illusioni uditive evidenziano le aree in cui l’orecchio e il cervello, come organi e strumenti sensoriali, differiscono nella recezione di un suono (in meglio o in peggio). Le illusioni enfatizzano la natura interpretativa della percezione umana. Infatti, il nostro sistema percettivo cade spesso in inganno. Questo perché il nostro cervello non è una semplice finestra sul mondo che ci circonda, ma ricostruisce i dati forniti dai nostri sensi. Le illusioni sono infatti causate da una erronea interpretazione del cervello che, a quanto pare, è predisposto a cercare schemi e suoni familiari. Questo automatismo è un fenomeno adattivo, cioè un meccanismo che ci aiuta a riconoscere i segnali importanti anche in condizioni di rumore di fondo.

IL WORK LIFE INTEGRATION NELLE AZIENDE

il work-life integration

Nella società moderna, il confine tra lavoro e vita personale è diventato sempre più sfumato. Per decenni, l’idea che le persone dovessero trovare un equilibrio tra le loro responsabilità professionali e la loro vita privata è stata dominante. Tuttavia, con l’evolversi delle tecnologie digitali e dei modelli di lavoro flessibili è emersa una nuova prospettiva: il work life integration. Il work life integration riconosce che la vita e il lavoro non sono compartimenti stagni, ma dimensioni interconnesse della nostra esistenza. Il work life balance si basa sull’idea che la vita lavorativa e personale siano due sfere separate e che l’equilibrio tra queste sia essenziale per il benessere. Tuttavia, il bilanciamento perfetto è spesso difficile da raggiungere e la costante ricerca di questo equilibrio può diventare una fonte di stress. In risposta alle sfide del work life balance, è emerso il concetto di work life integration. Questo approccio riconosce che la vita e il lavoro sono intrinsecamente collegati e propone di integrarli in modo armonioso piuttosto che cercare di bilanciarli rigidamente. In questo modo, l’attenzione si sposta dalla separazione tra lavoro e vita personale alla creazione di una vita che permetta una maggiore flessibilità e sinergia tra le due sfere. Il work life integration porta con sè una serie di vantaggi: Riduzione dello Stress e del Conflitto tra le sfere lavorativa e personale poiché non c’è più una netta separazione che richiede costante negoziazione. Maggiore Flessibilità e Autonomia nella gestione del proprio tempo, favorendo una migliore adattabilità alle diverse circostanze della vita. Integrazione dei Valori Personali con il Lavoro consente di allineare più facilmente i valori personali con il lavoro. Questo crea un senso di continuità tra ciò che si fa nel lavoro e ciò che si è come individui. Aumento della Creatività e della Produttività in quanto la flessibilità mentale può portare a nuove idee e soluzioni innovative. Nonostante i vantaggi, il work life integration presenta anche delle sfide. Una delle principali è il rischio di sovrapposizione tra vita lavorativa e personale. Questo può portare a una mancanza di distinzione tra i due e, di conseguenza, a un potenziale esaurimento emotivo. È importante, quindi, stabilire dei limiti e delle routine che permettano di evitare che il lavoro invada completamente la sfera personale. Inoltre, il successo del work life integration dipende anche dal contesto organizzativo. Le aziende devono supportare attivamente questo approccio. Ad esempio potrebbero offrire flessibilità, strumenti tecnologici adeguati, e una cultura che valorizzi l’integrazione anziché premiare esclusivamente la separazione netta tra lavoro e vita privata. ln conclusione, il passaggio dal work life balance al work life integration rappresenta un’evoluzione significativa nel modo in cui pensiamo alla gestione della vita e del lavoro. Dal punto di vista psicologico, l’integrazione work life offre una prospettiva più realistica e flessibile. Tuttavia, per sfruttare appieno i benefici di questo approccio, è essenziale che le persone e le organizzazioni lavorino insieme per creare un ambiente che supporti davvero l’integrazione e promuova il benessere complessivo. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Novara: De Agostini Scuola SpA

Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.

Il vortice dell’ansia. Alterazioni psicopatologiche e trattamento nelle esperienze ansiose

di Veronica Iorio da Psicologinews Scientific L’ansia è un’esperienza di per sé naturale che può tramutare in forme patologiche fino ad assumere il volto di una sofferenza dilaniante. Quest o ar t icol o par te da uno sguardo fenomenologico sulle modificazioni del vissuto nelle condizioni ansiose. Si sofferma poi, in particolare, sul rapporto che l’individuo vive con la realtà interna ed esterna, in termini sia di interruzioni del contatto sia di alterazioni delle strutture e funzioni psichiche, secondo un approccio integrato di psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale. Si conclude, infine, con una breve esposizione dell’intervento mirato al recupero del naturale fluire dell’esperienza e al superamento delle modalità copionali che impediscono il soddisfacimento dei bisogni del presente. Ansia e angoscia: definizioni Il tema dell’ansia richiede una trattazione congiunta di ansia e angoscia. Entrambi i termini derivano dal latino: ‘ansia’ dal latino tardo anxia, da angere ‘stringere’, ed ‘angoscia’ dal latino angustia ‘strettezza’. Spesso l’ansia è assimilata all’angoscia poiché la distinzione terminologica appartiene solo alle lingue di origine latina. L’inglese e il tedesco p o s s i e d o n o i n f a t t i u n ’ u n i c a p a r o l a , rispettivamente anxiety e Angst. In ambito clinico ansia e angoscia talvolta sono considerate equivalenti, talvolta distinte e l’impiego dei due termini è molteplice. Gli psicologi in genere parlano di ansia, gli psicoanalisti preferiscono parlare di angoscia, gli psichiatri tendono ad individuare l’ansia nella presenza di sintomi psichici e l’angoscia in una concomitanza di manifestazioni psichiche e somatiche. Di frequente l’angoscia viene identificata come uno stadio più grave dell’ansia e più prossimo alla patologia, connesso ad un grado maggiore di sofferenza e coinvolgimento somatico. Eugenio Borgna utilizza i due termini in modo interscambiabile, benché riconosca una maggiore pregnanza semantica nel termine angoscia. In questa sede, si adotterà la sua posizione. Nel dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia l’ansia corrisponde ad uno “stato t o rme n t o s o d e l l ’ a n ima , p r o v o c a t o dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. L’angoscia è descritta come un “senso di soffocamento, oppressione che genera agitazione, affanno, difficoltà a respirare, ansito”. “Sofferenza fisica o morale, acuta, tormentosa, in cui l’uomo teme di soccombere; preoccupazione assillante che non dà respiro; inquietudine, ansia ossessiva”. “Stato di malessere soprattutto fisico, ma sempre mescolato di apprensione vitale, vicino alle manifestazioni di affettività primordiale, quando l’essere si sente minacciato nella sua esistenza senza saperne bene le cause o senza poter provvedere ai rimedi”. La categoria dell’angoscia è entrata nel pensiero occidentale attraverso la vicenda umana di Kierkegaard. Ampiamente discussa in ambito filosofico, ha raggiunto la sua massima elaborazione in psicopatologia. Nel 1997 V. E. von Gebsattel scrive: “L’angoscia ha cessato dall’essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato present imento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. L’invadenza del fenomeno dell’angoscia, che da cento anni cresce vertiginosamente, ha raggiunto un’intensità mai sperimentata fino ad oggi”. Secondo Borgna, vi sono tre categorie dell’angoscia: l’angoscia esistenziale, che fa parte della vita, in quanto emozione radicale e costitutiva della condizione umana, l’angoscia nevrotica, che nasce dai conflitti, come espressione di ferite infantili spesso caratterizzate dalla solitudine e dall’abbandono, e l’angoscia psicotica propria dell’esperienza depressiva devastata dal desiderio di morire e dalla colpa. Nella depressione l’angoscia assume la sua forma più dilaniante. Il fluire della vita si arresta e l ’ e s i s t enz a s i t r a sfigur a divent ando un’esperienza sconvolgente. Dall’ansia naturale all’ansia patologica L’ansia è un fenomeno che si manifesta lungo un continuum che va da uno stato di attivazione naturale dell’organismo a forme gravi di patologia. Nella psicoterapia della Gestalt l’ansia corrisponde ad una eccitazione, un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la gratificazione dei bisogni. Tale energia cresce, decresce o si mantiene stabile durante il ciclo naturale dell’esperienza, in funzione delle esigenze autoregolative e adattive proprie dell’organismo. Tuttavia, per varie ragioni questo libero fluire di vitalità può interrompersi e l’ansia diventa un malessere. L’eccitazione si realizza in qualsiasi tipo di contatto forte e consiste in un aumento nell’intensità del processo metabolico di ossidazione d e l l e sostanze n u t r i t i v e immagazzinate. Con il bisogno di maggiore aria, l’organismo aumenta in modo spontaneo il ritmo e l’ampiezza della respirazione. Se invece i n t e r v i e n e u n t e n t a t i v o d i c o n t r o l l o sull’eccitazione, l’intensificarsi della respirazione si blocca e si genera un vuoto che richiama altra aria. L’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno e rappresenta l’esito del conflitto tra l’eccitazione e l’autocontrollo. Secondo Fritz Perls l’uomo moderno tende ad escludere dall’area della consapevolezza la continuità della sua esperienza poiché considera l’emozione come un turbamento da evitare. Ogni mome n t o d e l l ’ e s i s t e n z a è c o n n o t a t o emotivamente ed ogni emozione è di per sé un’eccitazione. Pertanto, in condizioni naturali l’energia scorre in modo continuo nello scorrere ininterrotto dell’esperienza. Tuttavia, nella società occidentale le qualità della calma e della ragione sono stimate più dell’emotività. Una sorta di “crociata a favore del controllo delle emozioni” insegna ai bambini a reprimere i propri vissuti piuttosto che ad esprimerli, a privilegiare le esigenze del mondo esterno, ritenute reali, a scapito del sentire. Perls afferma: “Nella misura in cui il vostro senso di realtà è stato distaccato dalla vostra personalità odierna, il tentativo di sperimentare la realtà farà insorgere in voi l’angoscia (mascherata forse come stanchezza, noia, impazienza, fastidio), e ciò che specificamente