Indietro nel tempo? Effetti e sorprese

In un momento come quello attuale, con la guerra subito dopo la lunga stagione del Covid, molti pensano a quanto fosse più facile prima, in molti sensi. È stato, ed è, un periodo duro, di incertezza e di futuro imprevedibile: più di quanto lo sia in tempi cosiddetti normali. Sperando fortemente che presto si trovino soluzioni diplomatiche e finisca un’insensata violenza, analizziamo cosa significa recuperare momenti precedenti e più sereni, e l’effetto che può avere sul nostro cervello. Vorrei ricordare qui uno degli esperimenti psicologici che sono diventati un classico della letteratura: siamo nel 1981 e la psicologa di Harvard Ellen Langer decide di allestire un esperimento con un gruppo di uomini intorno ai settant’anni (allora settanta erano già un’età avanzata). In cosa consisteva? Le persone che prendevano parte all’esperimento furono invitate a vivere cinque giorni all’interno di un monastero, in cui tutto era stato progettato per sembrare proprio come se fosse l’anno 1959. Radio, televisori in bianco e nero, libri, oggetti per la cucina, arredamento: tutto era d’epoca, l’atmosfera era perfettamente ricostruita, come in un set cinematografico. Questa distorsione temporale, in cui erano immersi, prevedeva che i partecipanti fossero trattati come se avessero 50 anni. Negli spazi che occupavano, non c’erano specchi e c’erano molte foto che li ritraevano: foto che avevano loro stessi fornito, di vent’anni prima, in cui ridevano, pescavano, abbracciavano; erano, insomma, uomini maturi attivi e in salute. Durante i cinque giorni, i partecipanti dovevano discutere le notizie e gli sport di 22 anni prima come se fossero appena accaduti, al presente, e comportarsi in tutto e per tutto come quando avevano cinquant’anni. Alla fine dei cinque giorni, che sono ovviamente un tempo assai limitato e allestito artificialmente, i ricercatori fecero le valutazioni finali. Risultato? Gli uomini, alle misurazioni fisiche, erano aumentati in altezza, avevano una maggiore destrezza manuale e una vista ancora migliore. Sembravano più giovani anche di aspetto. Tra i partecipanti (alcuni dei quali avevano precedentemente utilizzato un bastone per camminare) è stata persino improvvisata una partita di football mentre aspettavano l’autobus per tornare a casa. Ellen Langer esitava a pubblicare i risultati dell’esperimento, preoccupata che il metodo insolito e la dimensione ridotta del campione potessero essere difficili da accettare per la comunità accademica. Ma nel 2010 un programma della BBC ha ricreato l’esperimento con persone anziane famose, ottenendo effetti simili. Una successiva ricerca di Langer l’ha portata a concludere che possiamo  allenare le nostre menti per sentirci più giovani, il che a sua volta può far sì che i nostri corpi seguano l’esempio. Naturalmente è impossibile riprodurre effetti simili nelle nostre vite. Ma agire in modo differente, fare delle piccole distorsioni temporali può aiutare in modo molto concreto e misurabile. È interessante notare che il gruppo di controllo dell’esperimento, i cui partecipanti dovevano semplicemente ricordare e discutere fatti ed episodi risalenti a vent’anni prima, non aveva affatto avuto gli stessi risultati. La chiave di differenza sembra quindi stare nell’agire “come se”. Non possiamo certo riportare indietro il tempo, ma ingannare un po’ il nostro cervello ha l’effervescente effetto di riattivarlo in aree che utilizziamo meno, presi degli eventi e dalle difficoltà attuali. Applicare questo principio alle nostre azioni quotidiane, rivivere un luogo, un’esperienza, tornare ad attività lasciate, può essere un utile alimento per l’ottimismo. Se non altro, partire da una posizione meno pessimistica e negativa, può far ripartire interazioni positive con i nostri simili, ritrovare elasticità e malleabilità. E contribuire a cambiare, in meglio, la realtà che ci assedia da tempo.

Indagare la Prosocialità in Età Evolutiva: la prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale

di Lia Corrieri Introduzione La prosocialità è un costrutto multidimensionale complesso che, proprio per queste sue caratteristiche, risulta essere particolarmente difficile da descrivere. Tra le definizioni più recenti presenti in letteratura figura quella proposta da Jensen (2016), il quale ha spiegato la prosocialità come “quell’insieme di comportamenti volti a beneficiare l’altro o gli altri” portando, a titolo di esempio, condotte come l’aiutare ed il confortare il prossimo. Sebbene questa definizione si focalizzi soprattutto sulla dimensione comportamentale del costrutto, Jensen stesso (2016) ha osservato come un comportamento propriamente prosociale debba essere mosso da intenzionalità e da un effettivo interesse per il benessere altrui, evidenziando come queste dimensioni non siano aspetti di secondaria importanza. A tal proposito, risultano essere particolarmente interessanti anche le riflessioni mosse da Caprara (2006), il quale ha osservato come spesso molti studiosi tendano ad etichettare un comportamento come prosociale basandosi esclusivamente sugli effetti prodotti da quel determinato comportamento, non considerando invece le importanti motivazioni soggiacenti l’azione stessa. Le difficoltà nel definire il costrutto in questione sono imputabili anche all’elevato numero di associazioni tra la prosocialità ed altri fattori che, seppur tra loro distinti, concorrono ad influenzare la qualità dell’adattamento sociale (Grazzani & Ornaghi, 2015). Un esempio, in questo senso, ci viene offerto dall’empatia, ovvero l’abilità a rispondere affettivamente alle emozioni altrui (Hoffman, 2000), costrutto quindi diverso dalla prosocialità che sembra però esserne alla base (Grazzani & Ornaghi, 2015). Il panorama teorico Nel corso degli anni diverse prospettive teoriche hanno cercato di offrire un contributo alla comprensione della prosocialità. Tra le varie prospettive, quella neuroscientifica ha avuto il merito di evidenziare, soprattutto mediante studi di neuroimaging, un’effettiva associazione della prosocialità con altri costrutti, come già precedentemente accennato. Studi neuroscientifici hanno evidenziato, ad esempio, come la capacità empatica sembri guidare la prosocialità, tanto da portare alcuni Autori a leggere i comportamenti prosociali come tentativi volti a ristabilire un’omeostasi negli individui che hanno subito un’iperattivazione a seguito della condivisione empatica dell’altrui malessere (Decety et al., 2015). Studi di neuroimaging hanno permesso di osservare che l’attivazione nelle aree prefrontali mediali sembra predire l’attuazione di comportamenti prosociali durante la mentalizzazione (Waytz et al., 2012), chiamando così in causa un costrutto caro sia alla psicologia dell’età evolutiva che alla psicologia psicodinamica. La mentalizzazione può essere definita come “l’attività mentale immaginativa capace di cogliere gli stati mentali altrui, in termini di emozioni, credenze, intenzioni, motivazioni, desideri, bisogni ecc. “ (Bergamaschi, 2014). Fondamentale ricordare quanto tale capacità sia alla base della Teoria della Mente, ovvero “la comprensione intuitiva che le persone hanno degli stati mentali propri ed altrui” (Schaffer, 2008). Ulteriori ricerche sviluppatesi in ambito neuroscientifico hanno permesso, inoltre, di evidenziare come la corteccia cingolata anteriore sembri esser implicata nell’apprendimento sia in condizione di rinforzo diretto che vicario, sottolineando così una connessione tra noi e l’altro che testimonia l’importanza della dimensione sociale dell’apprendimento stesso (Lamm, Rutgen & Wagner, 2019). Queste osservazioni sono rilevanti anche per quanto concerne la prosocialità poiché, come già sostenuto da Albert Bandura, i comportamenti prosociali possono esser acquisiti mediante un processo di apprendimento sociale, basato sull’osservazione ed imitazione di modelli adulti associati al rinforzo sia diretto che vicario (Miller, 1987). E’, inoltre, doveroso ricordare che Bandura ha avuto anche il merito di evidenziare la complessità dello sviluppo prosociale che risulta essere fortemente connesso a quello morale, come sostenuto anche da altri autori importanti per la psicologia, tra i quali ricordiamo Jean Piaget Lawrence Kohlberg e Nancy Eisenberg (Eisenberg, 1983; Eisenberg, 1991; Hoffmann, 2000). A partire da quanto detto, risulta quindi chiaro come la prosocialità possa essere indagata da prospettive che, seppur diverse, sembrano essere però in sincronia tra loro. Lo sviluppo della prosocialità Lo sviluppo della prosocialità sembra esser influenzato da fattori di diversa natura, sia biologici, come la presenza del polimorfismo GG per l’allele del recettore per l’ossitocina, che ambientali, come il manifestarsi di eventi avversi come catastrofi naturali (Decety et al., 2015). Come già accennato precedentemente, lo sviluppo dei comportamenti prosociali è fortemente connesso allo sviluppo di altri aspetti, tra i quali ricordiamo la dimensione emotiva e morale, ed altri costrutti, come empatia e simpatia (Vianello et al., 2019). E’ stato osservato che già nel corso del primo anno di vita i bambini sono capaci di utilizzare delle espressioni facciali, come il sorriso, al fine di consolarle gli altri, dimostrandosi anche capaci di appellarsi al social referencing, ovvero la capacità di attuare dei comportamenti guidati dalle espressioni emotive dei caregivers (Shaffer, 2008; Vianello et al., 2019). Durante l’età prescolare i bambini incominciano a mostrare comportamenti prosociali, come la ricerca del contatto fisico, in risposta alla preoccupazione dettata dalla percezione degli stati emotivi negativi altrui. Tuttavia, in questo periodo di vita, la frequenza dei comportamenti prosociali sembra esser ancora moderata e fortemente ancorata allo sviluppo cognitivo (Decety et al., 2015; Vianello, 2019). In età scolare, nello specifico nel corso della scuola primaria, sembrano aumentare e migliorare i comportamenti di aiuto strumentale e conforto, mentre in adolescenza si assiste ad un incremento delle azioni volte ad incrementare le esperienze di condivisione (Vianello, 2019). La prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale L’eterogeneità delle definizioni di prosocialità, i diversi livelli di analisi, le sue numerose associazioni con altri costrutti e le molteplici prospettive, implicano non pochi problemi metodologici nell’indagine di questo costrutto (Grazzani & Ornaghi, 2015). I principali strumenti utilizzati per studiare e valutare la prosocialità possono essere riconducibili a due tipologie principali: griglie di osservazione e questionari auto o etero somministrati (Denham, 1996). Il gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Milano Bicocca ha proposto un’alternativa per indagare la prosocialità, al fine di arricchire la varietà strumentale, con l’intento di arginare alcuni limiti, come le lunghe tempistiche e la desiderabilità sociale, associati all’utilizzo dell’osservazione e della somministrazione di questionari auto/etero somministrati (Grazzani & Ornaghi, 2015). Lo strumento messo a punto da questo team di ricerca si basa sulla tecnica del completamente di storie ed è stato denominato “Prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale”. Lo strumento è stato sviluppato per indagare, nello specifico, l’orientamento prosociale, ovvero “la tendenza individuale a provare

Incubi: perché facciamo brutti sogni?

I sogni hanno una precisa funzione nella nostra vita emotiva e nel nostro modo di conservare i ricordi. Uno studio pubblicato nel 2021, su 114 medici e 414 infermieri che lavoravano nella città cinese di Wuhan, riporta che più di un quarto dei partecipanti ha riferito di avere frequenti incubi. La pandemia ha portato ovunque un aumento degli incubi: per i ricercatori che si occupano di traumi non è, ovviamente, una sorpresa. Materia affascinante: “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, scriveva Shakespeare. Moltissime ricerche si occupano di indagare i legami tra i nostri sogni e i disturbi psicologici e di svelare i meccanismi del sogno importanti per mantenerci emotivamente stabili, quando siamo in buona salute. Ma qual è la funzione del sogno? Mentre dormiamo, organizziamo e archiviamo i nostri ricordi del giorno precedente e diamo ai nostri vecchi ricordi una sorta di “sistemata”, recuperandoli e rimescolandoli: nella fase REM (Rapid Eye Movement) i ricordi carichi di emozioni diventano il soggetto dei nostri sogni. L’ipotesi “dormire per dimenticare, dormire per ricordare” suggerisce come il sonno REM rafforzi i ricordi, conservandoli in modo sicuro, e aiuti anche ad attenuare le nostre reazioni emotive correlate agli eventi. Quando il nostro cervello è in fase REM, sia l’ippocampo che l’amigdala sono molto attivi. Riassumendo in modo sommario le loro funzioni, possiamo dire che il primo è la parte del nostro cervello che ordina e immagazzina i ricordi, la seconda è la parte che ci aiuta a elaborare le emozioni. Dopo un brutto sogno, l’area del cervello che ci prepara alla paura è più attivata, come se il sogno ci allenasse a sopportare future situazioni analoghe: i sogni ad alto contenuto emotivo avrebbero quindi la probabile funzione di prepararci meglio per affrontare lo stress della giornata successiva. Ma una cosa è avere uno strano brutto sogno, altra cosa è avere incubi cronici. Nel caso degli incubi, i ricercatori osservano che il meccanismo sembra bloccato: come se il cervello volesse elaborare l’evento emotivo, ma non arrivasse a farlo, perché ci si sveglia agitatissimi prima di vedere la conclusione. Così, il nostro cervello è in qualche modo “costretto” a riproporci l’incubo, in modo ricorrente. Ci sono terapie che trattano gli incubi con tecniche che consentono di ridurne la potenza emotiva, di renderli man mano più sfocati e distanti: è un primo passo importante nella risoluzione del disturbo post-traumatico da stress. I sogni emotivi a volte si verificano nella notte dopo l’evento significativo e a volte a cinque giorni o a distanza di una settimana dall’accaduto. Penny Lewis, docente di psicologia all’Università di Cardiff osserva che c’è un “ritardo nei sogni” proprio quando si tratta di eventi emotivi di profondo significato personale. Insomma: dobbiamo preoccuparci e cercare un aiuto terapeutico in caso di incubi ricorrenti, che incidono negativamente sulla nostra vita quotidiana. Ma un semplice brutto sogno può essere al contrario una buona notizia, perché consente al nostro cervello di elaborare il ricordo, di immagazzinare la memoria senza fissarla in modo patologico e di diminuire il nostro livello di stress correlato all’evento vissuto durante il giorno e riproposto nel sogno. Così possiamo lasciare alla notte il peso di ciò che ci ha colpiti negativamente ed entrare con più serenità in un nuovo giorno. Con le parole di Walt Whitman: “Noi pure sorgiamo, abbaglianti e tremendi come il sole, e fondiamo la nostra aurora, o anima mia, nella calma frescura dell’alba.”

Incontrarsi nella narrazione

La narrazione è una pratica sociale ed educativa che da sempre risponde a molteplici e complesse funzioni: dal “fare memoria” alla condivisione di esperienze collettive nell’ambito di un incontro legato ad uno “scopo”. La psicanalisi e la psicologia hanno provato a mettere in luce l’importanza del concetto di narrazione, non solo per assegnare e trasmettere significati, ma per «dare forma al disordine delle esperienze» (Bruner, J., 1988). Tutti gli studiosi di queste discipline hanno ribadito il valore della narrazione come strumento indispensabile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi di cambiamento sociale e organizzativo, per l’apprendimento, poiché il punto di vista narrativo risulta connesso alla modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà. Ma cos’è la narrazione? Perchè è così importante? Il termine narrare deriva etimologicamente dalla radice gna-, che significa “rendere noto”, mentre il suffisso -zione, deriva dal latino catione e trasmette il carattere semantico dell’agire, dell’azione, del gesto e di tutta la situazione relazionale. La narrazione si presenta come un concetto trasversale che attraversa tutte le culture, ma da sempre viene sottovalutata dall’essere umano. È uno strumento importante di interpretazione della realtà per interagire con il mondo sociale nel quale viviamo. È, dunque, un modo per comprendere tutto quanto ci circonda e per trasmetterlo agli altri. Taylor (1999) sostiene che ognuno è il prodotto delle storie che ha ascoltato e che ha vissuto. Quotidianamente si racconta e ci si racconta, ed è proprio in questa relazionalità, che avviene la negoziazione del proprio sé con quello altrui. In questo senso, la narrazione può trovare la propria validità come strumento nel processo formativo per la costruzione di significati. Il punto di vista narrativo permette ai soggetti coinvolti di attribuire significati agli eventi e alla realtà. La narrazione di eventi traumatici Spesso accade che nell’ambito di gruppi strutturati secondo uno scopo, ci si ritrovi a “raccontarsi” e a rivelare eventi della propria vita a persone che accolgono in qualche maniera il nostro “sè” più vero. Tra i concetti maggiormente legati alla narrazione, il più noto è senz’altro quello di resilienza. La resilienza è la capacità di un individuo di far fronte psicologicamente ed emotivamente ad un evento traumatico e di essere in grado di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Per Cyrulnik (2000) il racconto è uno dei “fautori” della resilienza, ed il poter raccontare le proprie ferite vuol dire fare in modo che esse possano comparire nella mente di un’altra persona, ed essere in qualche maniera accettate (Cyrulnik, 2000). La resilienza si costruisce grazie al processo di interiorizzazione che prende il via attraverso le narrazioni, e permette l’iscrizione del trauma nella propria storia personale. Una “nuova definizione” del trauma, ne mitiga, oltretutto, l’impatto negativo. La Chimera Uno dei concetti chiave in merito alla narrazione, formulato da Cyrulnik è “la chimera di sé”: l’efficacia della narrazione è dovuta alla possibilità che essa venga resa sociale. Grazie al processo creativo, l’esperienza traumatica risulta “comprensibile” e “viene sentita” non solo da chi l’ha vissuta, ma anche da chi accoglie il racconto di quella suddetta esperienza. La narrazione spesso avviene in maniera naturale e spontanea nell’ambito di un clima sereno e di fiducia. Il lavoro narrativo, perciò accorcia la distanza tra chi ha subìto un trauma e chi “si incontra”, dissolvendo quel muro di costruzioni e protezioni, grazie ad un linguaggio che finalmente sembra essere condiviso. La metafora della chimera, animale mitologico costituito da pezzi di altri animali (corpo da leone, testa di capra, coda di serpente) è volta a descrivere il passaggio dalla realtà traumatica alla narrazione: i racconti prodotti, infatti, sono veri nelle loro singole parti, e restituiscono a chi subisce un trauma, una nuova immagine di sé che può essere condivisa e rimandata all’esterno (Guizzetti, 2014).La narrazione di sé permette di collegare e ordinare gli eventi della propria vita, nel tentativo di mettere nero su bianco quanto a livello mentale appare confuso, al fine di fare chiarezza in sé stessi. Poter “sistemare” i propri pensieri in uno spazio ad essi destinato, consente di inserirli in una cornice di senso, spesso negata a lungo anche a sè stessi.

INCEL: Il fenomeno dei «celibi involontari»

di Anna Borriello e Francesca Dicè La socializzazione online ha influito notevolmente sullo sviluppo di identità individuali e gruppali che nascono e si muovono all’interno di spazi virtuali e conseguentemente non-reali, le cui azioni, però, sono in grado di ripercuotersi oltre i confini di internet. È questo il caso delle community‚ “INCEL”, gruppi di soggetti che si identificano nell’appellativo di “celibi involontari” e perciò inevitabilmente impotenti di fronte alla percepita impossibilità di cambiare il proprio status sociale stigmatizzato imposto su di loro, secondo la propria visione, da parte della società “ginocentrica”, femminista. Il fenomeno dei “celibi involontari” di recente sviluppo trova terreno fertile prevalentemente all’interno delle comunità online. Per Incel, termine proveniente dall’abbreviazione inglese di Involuntary Celibates, “celibe involontario” intendiamo un membro di una subcultura online costituita da individui che, nella presupposizione di avere naturale diritto al sesso, motivano l’inaccessibilità a un partner sentimentale e/o sessuale con il fatto di essere poco attraenti, secondo certi criteri indipendenti dalla loro volontà. I frequentatori di forum e gruppi online di Incel sono prevalentemente uomini eterosessuali e le stime del loro numero sono incerte, variando da migliaia a centinaia di migliaia. Ad oggi i forum online di Incel sono stati criticati dai media e dai ricercatori per essere misogini, razzisti, incoraggiare la violenza, diffondere opinioni estremiste e radicalizzare i loro membri. Ma facciamo un passo indietro… a quando risale la loro origine? Il termine Incel – come anticipato contrazione dell’espressione inglese Involuntary Celibates – comparve per la prima volta negli anni Novanta, in concomitanza con lo sviluppo di Internet e dei primi forum online: fu coniato nel 1993 a seguito di un’intuizione di una studentessa dell’Università di Ottawa, nota sul web con il soprannome di «Alana», scelto per rimanere nell’anonimato, che creò il forum Alana’s involuntary celibacy project dedicato ai celibi involontari. Inizialmente, infatti, il progetto (“Involuntary Celibacy Project”) aveva l’ambizione di includere “chiunque, appartenente a qualsiasi genere, si sentisse solo, non avesse mai avuto rapporti sessuali oppure non avesse avuto una relazione sentimentale da molto tempo” al fine di supportare uomini e donne che soffrivano per non riuscire a trovare un partner. Alana’s involuntary celibacy project avrebbe dovuto essere un luogo accogliente, dove pubblicare articoli e condividere la propria solitudine con altri utenti. Alana abbreviò poi “involontariamente celibe” in “invcel”, che si è trasformato in “incel”. Dunque, all’inizio il termine Incel indicava qualsiasi individuo, di sesso maschile o femminile, che si sentiva profondamente solo. Ma da quando Alana ha abbandonato il blog, le cose hanno cominciato a prendere una brutta piega. Nel giro di alcuni anni il bacino di utenza del sito si è ingrandito esponenzialmente (Burgess 2001). Definendosi attivisti per i diritti degli uomini (MRA in inglese), i membri hanno portato la discussione in una dimensione interconnessa di forum, blog e organizzazioni (Ging 2017) trovando terreno fertile in alcune piattaforme internet popolari. È diventato presto chiaro però che si fosse trasformata in una community Incel che poco aveva a che vedere con i diritti degli uomini; in realtà si trattava di focolai di ideologie antifemministe (Baele 2019) basate sull’assunto per cui il femminismo avesse rovinato la società. Nel corso degli anni, rispetto a tematiche quali la riappropriazione e la narrazione dell’identità che avviene tramite la fruizione di piattaforme virtuali in grado di modellarne i relativi limiti e confini, consentendo la condivisione di vissuti personali generalmente sofferti, gli incel sono diventati oggetto di ricerca e argomento di cronaca a causa degli omicidi commessi da alcuni individui riconducibili alla medesima comunità, nonché per il peculiare linguaggio che li contraddistingue, esplicitamente misogino e violento e che viene utilizzato nelle discussioni online, volto ad esprimere le istanze che si legano al loro stigma sociale. Il glossario incel spesso si ricollega alla percezione di una mancanza di accesso al corpo femminile, richiesto in nome del diritto alla sessualità che sarebbe loro negato da parte degli “altri”. Tramite la condivisione di tali elementi, le community accrescono il numero di utenti che modellano la propria socializzazione sulla base di termini e di modalità ricorrenti, costituendo uno spazio virtuale unico all’interno dell’androsfera, o sfera maschile, che sembra avvicinare e rivendicare elementi tipici di altre comunità che compartecipano allo stesso spazio sociale irreale. Ma facciamo chiarezza.. Il termine racchiude una precisa condizione che si è evoluta nel corso degli anni, e che ad oggi descrive gruppi di persone che si definiscono “celibi involontari”. Non sono dei single, ma uomini che si sentono emarginati dalla società e dalle donne che “non li ritengono alla loro altezza”. Il motivo è che non sono né ricchi, né belli e non hanno nemmeno successo. Se indossiamo una “lente antropologica”, ci accorgiamo di come i fenomeni di globalizzazione e modernizzazione di cui siamo protagonisti nell’odierna fase storica, pongano sotto forte stress gli individui, i quali si trovano nella condizione di dover rispondere alle alte aspettative che la società gli mette in capo. In questi termini, l’ambito sessuale è sicuramente molto presente in ciò che viviamo e vediamo, non si tratta più di un tema interdetto, e soprattutto per quanto riguarda l’autostima personale, è diventato motivo di orgoglio o di imbarazzo a seconda delle abilità relazionali che ogni soggetto possiede (Ging 2017). Alla luce di ciò, ha guadagnato sempre maggiore importanza la tematica dei cosiddetti celibi involontari, intesi come coloro che sono disposti ad avere dei rapporti sessuali ma non sono stati in grado di trovare un partner consenziente nei 6 mesi precedenti ed hanno un’età di almeno 21 anni (Donnelly 2001); in realtà, oltre a tale definizione formale, è molto più importante la denominazione di celibe involontario che si auto conferisce il soggetto, più che il reale tempo trascorso senza avere rapporti. Gli Incel sono uomini, generalmente giovani bianchi, che non riescono ad avere successo con le donne; tuttavia, la loro risposta a questa frustrazione, non è quella di tentare nuovi approcci per raggiungere una situazione che li soddisfi, bensì è quella di arrabbiarsi con le donne, arrivando ad odiarle per il loro rifiuto, auspicando azioni di violenza contro il genere femminile, spesso con

In ritardo con la vita: il confronto eccessivo con gli altri

“Alla mia età avrei dovuto già…”, “gli altri hanno fatto molto più di me…”, “mi sento indietro.” Sono frasi che tante persone portano dentro, in silenzio. A volte emergono come pensieri fugaci, altre volte si fanno insistenti, diventando una voce di sottofondo che accompagna le giornate. Possono comparire nei momenti di passaggio, di crisi o semplicemente quando, guardandoci intorno, ci sembra che tutti stiano andando avanti, mentre noi no. Quando ci sembra di essere in ritardo È facile sentirsi “in ritardo” con la vita. Basta un’occhiata ad un post sui social, una conversazione tra amici, una riunione di famiglia. Ecco che iniziamo a guardarci allo specchio con occhi più critici, a chiederci se abbiamo fatto abbastanza, se abbiamo sbagliato strada, se siamo davvero dove dovremmo essere. Questa sensazione può riguardare ambiti diversi: il lavoro, le relazioni, la famiglia, la realizzazione personale. Può colpire persone giovani che si sentono in ansia per il futuro, così come adulti che guardano indietro e fanno bilanci. Capita spesso che questa sensazione emerga poi sotto forma di stanchezza, autosvalutazione, o in una difficoltà a riconoscere il proprio percorso come legittimo. Ci si confronta con amici che hanno “già messo su famiglia”, con colleghi che hanno “fatto carriera”, con chi sembra sempre un passo avanti. Ma raramente ci si chiede: sto seguendo la mia strada, o sto rincorrendo quella degli altri? Il confronto come misura del proprio valore Confrontarsi è umano. In parte ci aiuta ad orientarci, a capire cosa ci piace, cosa desideriamo. Ma il confronto può diventare faticoso quando lo usiamo per misurare il nostro valore. Soprattutto se confrontiamo i nostri momenti di dubbio con le certezze (spesso solo apparenti) altrui. La nostra cultura spesso alimenta un ideale di vita lineare e coerente: studi, lavoro, coppia, figli, carriera. Ma la realtà è molto più complessa e frammentata. I percorsi non sono tutti uguali, non iniziano e finiscono nello stesso punto, e non sempre hanno la forma che ci aspettavamo. Eppure, quando ci allontaniamo da questo copione, può emergere la vergogna. Come se fossimo noi a sbagliare, non il modello a essere troppo stretto. Ritardo o vite diverse? C’è chi ha trovato il lavoro dei propri sogni a quarant’anni. Chi ha iniziato una nuova relazione dopo una lunga solitudine. Chi ha ricominciato da zero più volte. Chi ha fatto scelte controcorrente. Eppure, tutte queste storie fanno fatica a trovare spazio nel racconto collettivo della “vita che funziona”. Quando qualcuno porta la sensazione di essere in ritardo, un inizio è proprio quello di fermarsi e spostare lo sguardo. Cosa stai vivendo davvero, oggi? Quali sono le cose che hai costruito, forse in silenzio, mentre ti sembrava di “non fare abbastanza”? Quali sono i tuoi ritmi, i tuoi bisogni, i tuoi desideri autentici? Il tempo della vita non è sempre visibile. Ci sono momenti di attesa, pause, passaggi intermedi che non producono risultati immediati, ma sono fondamentali per ciò che verrà. Ci sono periodi di confusione che non sono tempo perso, ma fasi di ricerca. Ci sono deviazioni che sembrano errori, e invece si rivelano svolte. Il peso delle aspettative Spesso, più che con gli altri, ci confrontiamo con un’idea che avevamo di noi. Con un’immagine interna: “a trent’anni dovrei avere…”, “entro quest’età dovrei essere…”. Aspettative che magari ci portiamo dietro da anni, imparate senza accorgercene, nutrite da messaggi familiari, scolastici, culturali. Quando ci accorgiamo di non corrispondere a quella immagine, può nascere una sensazione di fallimento. Come se stessimo deludendo qualcosa o qualcuno. Ma possiamo domandarci: quegli obiettivi erano davvero miei? O erano frutto di un copione imparato? Crescere, cambiare, maturare significa anche rivedere le proprie aspettative. Lasciare andare ciò che non ci rappresenta più. Accettare che alcune tappe possano arrivare tardi, o non arrivare affatto. E che questo non renda la nostra vita meno degna, meno vera, meno “a tempo”. Conclusione Provare la sensazione di essere in ritardo può risultare difficile, ma rappresenta anche un’opportunità per ristabilire un legame con sé stessi. Non significa ignorare la fatica o illudersi che tutto sia perfetto. Piuttosto, è un invito a rallentare e prestare attenzione a ciò che si sente. Forse non sei in ritardo. Forse stai attraversando una fase che non ha nome, ma ha valore. Forse quello che stai vivendo ora non è una deviazione, ma un momento necessario. Forse non c’è un’unica strada, e non tutte passano per gli stessi luoghi, né agli stessi orari. Riprendersi il proprio tempo non vuol dire restare fermi, ma scegliere di camminare a un ritmo che somiglia davvero a noi. E se oggi il passo è incerto, lento o disorientato non significa che sia sbagliato. A volte, serve proprio quel tempo lì, quello che sembra sospeso, per preparare ciò che verrà.

In coppia: vivere per sempre felici e contenti si può?

Le relazioni di coppia possono essere vissute in modi differenti. La cosa certa è che è una sfida, scegliere come rispondere è fondamentale. “L’amore dura per sempre”, “Esiste la metà perfetta della mela”, “Non si dovrebbe mai litigare in coppia”. Queste sono soltanto alcune delle frasi che spesso si sentono dire quando si parla di amore e di coppie, ma diciamoci la verità! Non sono certo reali e fattibili. Sognare è bello e , probabilmente, i cartoni animati e le commedie sentimentali non ci aiutano a rimanere con i piedi per terra, e qual è la verità allora? Se nella nostra mente continuano ad esserci questi pensieri, è normale che, qualsiasi episodio accada con il partner, influenzerà il giudizio che dò alla mia coppia. Lasciare andare queste credenze e focalizzarsi sulle azioni da compiere per creare un rapporto solido è invece realmente d’aiuto. Si può e si deve scegliere quali comportamenti mettere in atto per diventare il partner che vorremmo essere, considerando che vivere in coppia rappresenta sempre una sfida. La domanda è: quanto siamo disposti a fare per costruire la relazione che vorremmo? Non c’è modo di non scegliere. Russ Harris (2011) utilizza una metafora particolarmente chiara ed esplicativa: è come se tu potessi scegliere di rimanere sulla staccionata (e quindi non decidere) oppure scegliere di scendere dalla staccionata (da una parte o dall’altra), decidendo cosa fare. Stare seduti sulla staccionata, infatti, va bene per un breve periodo, ma poi diventa doloroso: è come rimanere nella relazione e arrendersi, facendo cose che peggiorano il rapporto di coppia. Tutte le storie d’amore seguono delle fasi in cui si va dall’innamoramento folle, caratterizzato anche dal rilascio di ormoni come la serotonina, l’ossitocina, la dopamina, i testosteroni e gli estrogeni che ci fanno vivere la storia come se fosse la più bella del mondo, ad una fase di disillusione in cui iniziano ad esserci più chiari anche i difetti del partner, fino alla scelta consapevole di voler restare in coppia con quella persona, che si vede e si sceglie esattamente per com’è. Quest’ultima è la fase più matura, quella in cui è necessario, di tanto in tanto, fermarsi e chiedersi: “nonostante le difficoltà, le differenze caratteriali, i desideri, che tipo di qualità personali voglio mettere in gioco in questa relazione? Come voglio comportarmi?” Perchè, attenzione, i desideri non sono la stessa cosa dei valori. Desiderare di ricevere più affetto riguarda qualcosa che voglio ottenere dall’altro. Ma cosa posso fare io, considerando che ho controllo soltanto sulle mie azioni? Potrei, ad esempio, essere affettuoso o sottolineare quando anche il partner lo è. Il valore indica quali sono le cose più importanti e, se abbiamo chiari quali sono i nostri valori, sapremo anche quali comportamenti scegliere e quale direzione seguire. Ad esempio, potrebbe essere importante il valore del prendersi cura e sarà utile chiedersi: cosa vuol dire per me prendersi cura? In che modo posso prendermi cura dell’altro? Agire in questo modo permette sia di dare un senso di pienezza alla propria vita che di appagamento, derivato dall’essere fedeli a se stessi. Non vuol dire che non ci saranno momenti di difficoltà perchè l’amore e il dolore sono come i due partner di un ballo: si muovono rimanendo mano nella mano ma… quanto è meraviglioso danzare! Hurris, R. (2011). Se la coppia è in crisi. Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole. Franco Angeli.

Importante per me: significato di semplici parole

importante

Cosa è veramente importante per noi? La domanda, pur essendo retorica, ci accompagna in molti momenti della nostra vita. E’ un interrogativo che ci porta a riflettere su noi stessi, sul nostro passato e soprattutto sul futuro. Anche l’inizio dell’anno, foriero di aspettative e buoni propositi è il momento ideale per rispondere alla domanda. Ma prima è necessaria una riflessione. Dal punto di vista etimologico, la parola “importante” deriva dal latino e significa letteralmente “quello che si porta dentro”. Ciò che è importante nasce quindi da una consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il nostro compito quindi è non solo selezionare le cose da portare dentro di noi, ma anche coltivarle e mantenerle “dentro”. Consapevolmente scegliamo affetti, la famiglia con gli alti e bassi che implica. Allo stesso tempo, allontaniamo le negatività per evitare malesseri e stati depressivi. E ciò che ci portiamo dentro diventa così parte della nostra esistenza e ci aiuta a mantenere il tanto desiderato benessere psicologico. Lavoriamo per costruire una positiva immagine di noi, che ci accarezza nei momenti di difficoltà e ci supporta per fronteggiarli con serenità. Ci adoperiamo affinché la nostra autostima sia un bagaglio di certezze, di cose importanti che ci inorgogliscono e ci aiutano a relazionarci meglio. Si stabilisce un rapporto intimo con le cose che ci portiamo dentro. Si costruisce il nostro universo interiore che contribuisce ad accettarsi e a piacersi.

Imparare con Verse: aspetti psicoeducativi e relazionali

Negli ultimi anni, abbiamo capito che il rapporto tra insegnante e studente è molto importante per avere successo a scuola. Con strumenti come VERSE, gli insegnanti possono fare di più che insegnare solo nozioni. Questo articolo illustra come VERSE aiuti gli insegnanti a creare legami più forti con gli studenti, rendendo l’apprendimento più interessante e utile. La piattaforma VERSE 2.0, di cui il link: https://www.verse-academy.com/ – è poliedrica e polimorfa, perché adatta l’insegnamento ai diversi stili cognitivi, dalla scuola primaria all’università. Inoltre, VERSE 2.0 offre anche strumenti per personalizzare l’apprendimento, aumentando l’interesse e facilitando la comprensione.

IMPARARE COME UN BAMBINO? NEUROPLASTICITÀ E SOSTANZE PSICHEDELICHE

Richard A. Friedman, che insegna Psichiatria Clinica al Weill Cornell Medical College, ha recentemente approfondito il tema della neuroplasticità in relazione all’utilizzo di sostanze psichedeliche. È uno degli argomenti maggiormente trattati del momento: l’utilizzo terapeutico di queste sostanze sta ottenendo una grande attenzione sia presso i terapeuti sia presso i pazienti e le ricerche in questo campo sono in aumento esponenziale. Il concetto di neuroplasticità ci aiuta a comprendere perché i bambini imparano facilmente ogni genere di cose: come nuotare, sciare o parlare una nuova lingua: tutti noi abbiamo sperimentato, nella nostra infanzia, tra il primo e i quattro anni di età, una neuroplasticità accentuata, durante i periodi definiti sensibili dello sviluppo cerebrale. È il naturale periodo della nostra vita in cui il cervello risponde in modo unico agli input dell’ambiente circostante. Ma per sfruttare questo eccezionale e fertile stato neuroplastico – lo sanno bene i ricercatori nel campo della deprivazione sensoriale sperimentata da bambini istituzionalizzati – occorrono alcune condizioni: l’ambiente deve infatti fornire stimoli sufficienti e il bambino deve interagire attivamente con il contesto. Non è un processo passivo. Chi fa clinica sa molto bene che una persona che è stata trascurata, maltrattata o sottostimolata durante i primi anni di vita, ha un’alta probabilità di riceverne effetti negativi e duraturi più consistenti che se le stesse circostanze le fossero accadute più tardi nella vita, cioè fuori dai cosiddetti periodi sensibili dello sviluppo cerebrale. E veniamo agli psichedelici, che sono in grado di indurre in poche ore uno stato di neuroplasticità in soggetti adulti. Uno stato neuroplastico così ottenuto può migliorare le nostre capacità di apprendimento, ma può anche aumentare l’esperienza o la memoria di eventi traumatici cui  andiamo con la mente durante l’assunzione della sostanza. Le psicosi indotte da droghe psichedeliche sono state ampiamente descritte in letteratura da diversi decenni. Casi di utilizzo di psilocibina, cui fa riferimento Friedman, in cui il soggetto era tornato con la mente ad esperienze negative e violente della propria infanzia, sono esitati in ricordi particolarmente vividi e acutamente dolorosi nelle settimane dopo l’assunzione, precipitando il paziente in una grave depressione. Friedman sostiene che queste esperienze potrebbero essere molto diverse, e addirittura positive,  con la  guida di un terapeuta durante l’esperienza psichedelica, che possa essere di aiuto per rivalutare i ricordi e renderli meno tossici e devastanti. Ovviamente, per i ricercatori e i clinici il campo di ricerca è difficile da concepire e organizzare: si dovrebbero creare dei gruppi di persone che utilizzano microdosi di sostanze e persone che non le utilizzano, fare un lungo studio in termini di tempo e valutare se alla fine i due gruppi differiscono in termini di sviluppo di disturbi post traumatici. È evidente che uno studio simile non potrebbe agire sulle circostanze e sull’intensità delle esperienze portate nella vita di ognuno dal caso: sono troppe le variabili non controllabili da parte dei ricercatori. Naturalmente ci sono infiniti argomenti da approfondire nel campo, di natura scientifica ed etica, ma è interessante riflettere su questo fenomeno così recentemente oggetto di tanta attenzione e tenere conto del fatto che indurre artificialmente uno stato di neuroplasticità può avere esiti inattesi. Infatti, tutti noi perdiamo progressivamente la neuroplasticità con il passare degli anni. È vero che possiamo continuare a imparare, ma occorre uno sforzo maggiore rispetto a quando eravamo più giovani. All’età di 70 anni, il nostro ippocampo contiene neuroni molto meno connessi tra loro rispetto a quando avevamo 25 anni. Perdere la neuroplasticità con l’avanzare dell’età, tuttavia, è una situazione complessivamente vantaggiosa per il cervello. Ci consente infatti di conservare la nostra esperienza: a spese di una maggiore fluidità cognitiva, è vero, ma in questo modo acquisiamo e consolidiamo la conoscenza delle cose. Forse possiamo concordare che, per un adulto, essere in grado di utilizzare tutte le conoscenze accumulate è più importante e utile rispetto ad apprendere una nuova abilità da zero. Dobbiamo anche ricordare che la nostra identità di persone è codificata nella nostra architettura neurale: ci conviene averne cura, è il fondamento della nostra esistenza personale e sociale. Di conseguenza, alterare e rendere artificialmente più sensibile e ricettivo il cervello è una opzione da valutare molto attentamente. Secondo Friedman, la ricerca ha senso nella direzione di un utilizzo guidato degli psichedelici nel trattamento di depressione e ansia: probabilmente vedremo grandi e rapidi cambiamenti nei prossimi anni, a beneficio delle persone che soffrono di queste condizioni. Un utilizzo invece, per così dire, “migliorativo” di queste sostanze per le nostre prestazioni mentali apparirebbe più materia di illusione e, potenzialmente, di pericolosa disillusione. Certo è che gli studi si moltiplicano: la curiosità verso la neuroplasticità promette di offrire, in un futuro non lontano, nuovi elementi di riflessione e di discussione. E avere pareri differenti è già un modo di confrontarsi, di esplorare argomentazioni diverse e di tenere sveglio, vivo e giovane il nostro cervello, anche quando non è più in una fase di sviluppo.