IL TALENT MANAGEMENT NELLE ORGANIZZAZIONI

Il talent management è un concetto centrale nel contesto delle risorse umane, ma lo trattano con un focus prevalentemente operativo o strategico, trascurando così l’importanza degli aspetti psicologici che lo caratterizzano. Dunque, la comprensione psicologica dei talenti e del loro sviluppo è fondamentale per implementare delle pratiche efficaci e sostenibili. Non è facile definire il talento. E’ corretto individuare il talento come il “miglior cervello“? O forse è meglio identificarlo come la capacità delle persone di realizzare gli obiettivi a loro assegnati? Il talento non si limita a un insieme di competenze tecniche o abilità specifiche. In psicologia, il talento è visto come una combinazione di potenziale innato, motivazione, e capacità di apprendimento Questo implica che, per gestire efficacemente i talenti, le organizzazioni devono andare oltre la semplice valutazione delle competenze attuali e considerare il potenziale di crescita e sviluppo degli individui. La motivazione è un fattore chiave nella gestione del talento. Secondo la teoria dell’autodeterminazione, le persone sono maggiormente motivate e performanti quando le loro esigenze psicologiche di autonomia, competenza e relazione sono soddisfatte. Le organizzazioni che desiderano trattenere i migliori talenti devono creare un ambiente di lavoro che favorisca: autonomia, permettendo ai dipendenti di prendere decisioni e gestire le proprie responsabilità competenza, offrendo opportunità di formazione e sviluppo continua relazione, promuovendo un clima di collaborazione e supporto reciproco. L’intelligenza emotiva è un altro aspetto cruciale del talent management. Le persone con elevata intelligenza emotiva tendono a essere più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle altrui, sono in grado di gestire meglio lo stress e di costruire relazioni interpersonali più forti. Dunque, riconoscere e sviluppare l’intelligenza emotiva all’interno del proprio team può portare a una gestione dei talenti più efficace. Questi individui, infatti, sono spesso più resilienti, capaci di affrontare le sfide con calma e adattabilità e di influenzare positivamente il clima organizzativo. Proseguendo, la cultura organizzativa ha un impatto significativo sulla gestione del talento. Una cultura aziendale che valorizza la diversità, l’inclusione e la crescita continua favorisce lo sviluppo dei talenti. Da un punto di vista psicologico, una cultura del genere sostiene il senso di appartenenza dei dipendenti e il loro impegno verso l’organizzazione. Infine, il feedback è uno strumento essenziale nel talent management, ma deve essere gestito con attenzione. Feedback costruttivo, orientato alla crescita e comunicato in modo empatico può motivare i dipendenti a migliorare le proprie performance e a sviluppare nuove competenze. Dal punto di vista psicologico, il feedback deve essere percepito come equo e utile, piuttosto che come un giudizio. In conclusione, il talent management, visto attraverso una lente psicologica, si rivela molto più che una semplice questione di identificare e trattenere i migliori talenti. Si tratta di comprendere e coltivare il potenziale umano in tutte le sue dimensioni, valorizzando non solo le competenze tecniche, ma anche le qualità psicologiche e relazionali degli individui. Le aziende che adottano un approccio psicologico al talent management possono creare ambienti di lavoro più motivanti, inclusivi e sostenibili, in cui i talenti possono davvero prosperare e contribuire al successo organizzativo a lungo termine. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. De Agostini Scuola SpA: Novara
Il sunday blues e la nostalgia della domenica
La domenica pomeriggio, a molte persone, capita di attraversare qualche ora di ansia e nostalgia: questa sensazione si chiama sunday blues. Il tanto agognato weekend volge al termine, il riposo lavorativo è finito e le cose che ci si era prefissati di fare proprio nel fine settimana non sono state espletate. Ecco che si attiva un meccanismo di negatività che porta a pensare alla monotonia della routine settimanale e crea uno stato di malessere. L’arrivo della domenica sera, quindi, in molte persone porta con sé tristezza e preoccupazione per la settimana che sta per cominciare. Il sunday blues nasce come forma di riflessione serale. Alcuni infatti lamentano il poco tempo a disposizione, altri l’eccessivo ozio e inattività. Quindi il week end diventa non un momento per se stessi, ma un periodo che viene caricato di aspettative spesso disilluse. C’è un’ambivalenza di fondo in cui il desiderio di rallentare il ritmo frenetico della settimana cozza con l’idea di nullafacenza e riposo. Le persone tendenzialmente ansiose sono ovviamente più predisposte a sviluppare questi pensieri malinconici. In genere, coloro che affidano i propri pensieri a contenuti tristi e svalutanti, sono terreno fertile per non godere appieno della vita. É molto facile cadere preda di questo processo cognitivo, perché ci si affida più ad aspettative alte che ad una reale percezione dell’utilizzo del tempo. Ovviamente le ore a disposizione nel week end sono limitate, ma non per questo meno fruttuose. C’è chi predilige il riposo e chi il divertimento, ma non in maniera rigida e prefissata. Le esigenze personali cambiano continuamente e ci si adatta alle richieste che il nostro corpo o le nostre relazioni ci richiedono. Quindi, una passeggiata o una semplice dormita, assumono importanza e funzionalità che cambiano di volta in volta. Basta ascoltarsi e regalarsi ciò di cui si ha bisogno
Il successo formativo nella prospettiva psicologica

“Lo stile di apprendimento è un volto unico ed è per questo che va rispettato”. Maria Anna Formisano Conquistare il successo formativo, ossia il buon esito del percorso di apprendimento, non sempre è facile. Ma come permettere agli studenti di raggiungerlo? Ad oggi è noto che gli alunni imparano in modo diverso l’ uno dall’altro, in base al loro stile di apprendimento. Gli studenti sono dei “pezzi unici” e “unico” è il loro modo di apprendere. La scuola deve tener conto delle scoperte fatte nel mondo della psicologia. Lo scopo è permettere agli studenti di raggiungere il massimo. Più in dettaglio è opportuno sapere che ogni studente impara a modo proprio. Già nel nel 1984 lo psicologo americano David Kolb, identificò quattro stili di apprendimento: lo stile accomodante, lo stile divergente, lo stile convergente e lo stile assimilatore. Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica significa dare agli studenti la possibilità di esprimersi liberamente. Come procediamo? Annotiamo la modalità che gli allievi usano per svolgere le attività ed eseguire i compiti proposti. Ad esempio: prendono appunti, fanno domande, propongono soluzioni nuove oppure citano teorie già note? Questo tipo di osservazione iniziale è utile per conoscere in linea generale il modo di imparare dell’allievo. Per identificare lo stile di apprendimento è opportuno procedere con l’ accurata valutazione psicologica. Nella Tabella n° 1 sono presenti i quattro stili di apprendimento abbinati alle caratteristiche dello studente e agli opportuni interventi psicoeducativi. Ecco le tappe: 1)individuare lo stile di apprendimento; 2) rilevare le caratteristiche dello studente; 3)promuovere gli interventi psicoeducativi idonei Lo stile di apprendimento parla del ragazzo, della sua storia cognitiva e di qualche esperienza di insuccesso. Sono queste cose che lasciano ai ragazzi segni profondi. Ed è per questo che hanno paura di non farcela, detestano la scuola, i libri e a volte anche i docenti. Solo se la scuola “sfrutta” i diversi stili, può risvegliare nei ragazzi la voglia di apprendere. Di fronte, poi, ad un blocco di apprendimento non bisogna mai dimenticare di suscitare lo stupore e la meraviglia della conoscenza. Puntare sugli stili di apprendimento degli allievi significa alleggerire la loro mente, permettendogli di affrontare serenamente il vero viaggio della conoscenza. Da cui si parte ogni giorno e dove si ritorna.
Il Sostegno Psicologico al mondo LGBTQ+

LGBT è un acronimo di origine anglosassone che tiene insieme le parole: lesbiche ,gay, bisessuale e transgender/transessuale. A volte si declina anche come LGBTQI, comprendendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine Queer. Queer è un termine inglese che significa strano, insolito. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Intersessuale è infine la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sperimentano maggiori problemi di salute mentale, come depressione, ansia, tentativi di suicidio, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di salute fisica (ad esempio malattie cardiovascolari), rispetto agli individui eterosessuali. Diversi studi hanno rivelato maggiori probabilità di disagio psicologico tra i giovani delle minoranze sessuali rispetto agli eterosessuali. È emerso che i giovani LGBT sperimentano maggiore disagio psicologico caratterizzato da sintomi di somatizzazione, depressione e ansia; inoltre, i giovani LGBT sperimentano maggiori fattori di stress dall’infanzia alla prima età adulta, come per esempio maggiori probabilità di abuso infantile e il rifiuto da parte della famiglia di origine, fattori che esacerbano i problemi di salute mentale, come la depressione e l’ansia. Chiaramente il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia, con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti agli orientamenti sessuali. Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista. Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative, o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale. Difronte a tali disagi vissuti dai pazienti è fondamentale garantire loro un adeguato sostegno psicologico. Lo scopo degli interventi psicologici è quello di riconoscere e sostenere il disagio dei pazienti che appartengono a minoranze sessuali, creando un clima di accoglienza, accettazione e assenza di etero-sessismo, che minaccia l’alleanza terapeutica e l’efficacia di un intervento. Un percorso psicologico diventa quindi l’occasione di riacquistare fiducia in sé stessi, per riuscire ad affrontare le fasi delicate del loro sviluppo. L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.
Il sorriso e il suo potere di cambiare le cose

Il primo venerdì del mese di ottobre ricorre la giornata mondiale del sorriso. Esso è uno dei primi canali di comunicazione con l’altro ed è riconosciuto con valenza positiva in tutte le culture e in tutte le fasce d’età. Il sorriso è parte integrante della comunicazione non verbale e ha, infatti, una funzione biologica di socializzazione. Le prime esperienze si vivono in famiglia già nei primi mesi di vita. Gli studi etologici sostengono che il sorridere sia un’azione innata e che l’attuazione in determinati contesti sia dettata, invece, dall’apprendimento. Grazie al sorriso, il bambino dimostra il riconoscimento dei volti familiari, predisponendosi alle relazioni. Il sorridere di un bambino si riflette sul viso della madre, che a sua volta gli sorride. Questo vissuto positivo, sperimentato inizialmente con la mamma, aumenta il benessere psicologico del bambino. Esso diventa una componente dell’auto stima in formazione. Dal settimo mese, l’azione del sorridere di un bambino diventa intenzionale e volontaria. Si fa tesoro dell’esperienza di benessere scaturita dai sorrisi reciproci, aumentando la consapevolezza del potere relazionale intrinseco. Pian piano, il bambino imparerà così a sperimentare il sorriso e i suoi effetti sulle altre persone del suo mondo. Oltre ai genitori, nonni, zii, cugini e amici contribuiranno al potenziamento delle informazioni riguardo al sorridere. Garantiranno un bel bagaglio di benessere e di autostima da poter portare con se nella vita adulta. Il sorriso infatti è un facilitatore delle relazioni sociali. Crea un clima di serenità e predispone positivamente all’altro. Un sorriso è la curva che raddrizza tutto (Phillis Diller)
Il sonno inquieto e la funzione terapeutica materna

Come ben sappiamo, non sempre il sonno dei nostri bambini è placido, così come quello degli adulti, ma anche quello dei terapeuti e di tutti i professionisti che lavorano nell’ambito della cura. Se ci riflettiamo, la relazione terapeutica è un tipo di relazione che pesca la sua energia anche nel materno. Mi spiego meglio: con materno non intendo “la madre”, ma quella funzione materna che accomuna le donne, gli uomini e la comunità che si prende cura del cucciolo. Quella funzione ritmica di passaggio dei saperi, guaritrice, calmante, corporea e condivisa, ma anche sanamente indifferente. In psicoterapia come ho accennato nell’articolo “La paura della relazione corporea nello spazio della cura”, un accudimento corporeo è possibile anche senza toccarsi, grazie soprattutto ai neuroni specchio. Il terapeuta si trova a sperimentare la difficoltà del sonno inquieto, del pianto disperato e nervoso proprio e altrui. Spesso, nell’ambito della cura, ci si trova davanti alla difficoltà di calmare e cullare “solo” con la voce, con il proprio canto, voce che è corpo. Ho imparato dalla mia esperienza come arteterapeuta e psicoterapeuta che quel canto ritmico non è mai proprio, nel senso di solitario, ma condiviso con tutti quelli che si sono presi cura di me. Un canto possibile quindi perché condiviso, ma nello stesso tempo personale e contestuale. In questa relazione psicoterapeutica,vista da un’arteterapeuta formata alla scuola Poliscreativa, la cura evidentemente non è solitaria, ma sempre relazionale e comunitaria. Come ho imparato nella mia formazione come arteterapeuta Poliscreativa mi aiuta aavere una modalità di pensiero “libera” perchè in continuità con il passato, però anche legata ai fili dell’oggi e a quelli del domani, come in una spirale, in cui non si torna mai uguali al punto di partenza, sempre con una carezza, un passo, un appiglio in più. Credo che tutti abbiamo timore di piangere, ma ancora di più temiamo il pianto di chi a noi si affida. È qui che nel lavoro di cura entra in gioco la relazione corporea, una relazione che non è seduttiva, ma che tranquillizza tutti perché pregenitale, una dimensionecalmante a cui tutti apparteniamo e a cui è possibile accedere con ritmicità graduale. Sperimentare così un’ oscillazione continua tra aspetti fusionali ed aspetti d’individualizzazione. Un po’ come lasciarsi cullare dal mare, navigando con un’imbarcazione che ci dà sicurezza, un equipaggio di cui tendenzialmente ci piace la compagnia e a cui possiamo passare il timone di tanto in tanto, insieme, con la possibilità di raggiungere quando lo si sente più opportuno, un porto sicuro.
Il soggetto Psicopatico: psicomicrotraumi e psicotraumi nella sequenza delle dinamiche interne.

di Elisabetta Forte L’autrice intende presentare un’ipotesi progettuale basata sull’individuazione delle sequenze di fenomeni e di eventi psicomicrotraumatici e delle sequenze di fenomeni ed eventi psicotraumatici riscontrabili nel vissuto soggettivo dell’individuo psicopatico e su come queste sequenze si associno e s’intersechino, dando vita ad un terreno fertile in cui si sviluppa l’eziopsicopatogenesi del disturbo. La visuale teorico-metodologica ha una caratterizzazione psicodinamica psicoevoluzionista, che si riflette nell’individuazione di fenomeni ed eventi specifici, quali quelli psicotraumatici e quelli psicomicrotraumatici (Frateschi M., 2021). Interesse particolare tematico è dato dal riconoscere la dinamica, gli stadi e i processi evolutivi per comporre una valutazione del vissuto e delle esperienze soggettive. Gli strumenti utilizzati nella definizione del quadro metodologico comprendono il DSM-5, il PDM-2, la PCL-R, il test proiettivi del carta e matita e infine i criteri di valutazione con i parametri della sequenza dei fenomeni e degli eventi psicomicrotraumatici e psicotraumatici. Nella presente ipotesi progettuale, che si colloca all’interno dell’ambito della prevenzione primaria, si utilizzano come strumenti conoscitivi-informativi e di intervento per la formazione, lezioni frontali di stampo teorico, unite a dinamiche di gruppo nelle quali verranno effettuate esercitazioni, come il role-playing, il role-taking, e le simulazioni. La finalità dell’ipotesi è di produrre un contributo tematico scientifico e tecnico che possa fornire conoscenze sulla natura di alcuni disturbi, nello specifico sui disturbi di personalità che causano devianza comportamentale e conducono all’ acting out criminoso e anche riconoscere tratti clinicamente significativi in soggetti che potrebbero essere affetti da tale disturbo della personalità. Inoltre, quanto posto come ipotesi ha carattere preventivo, anche nell’ottica di delineare le dinamiche e i processi interni del soggetto psicopatico attraverso un metodo psicodinamico psicoevoluzionista (Frateschi M., 1988-2021). Parole chiave Psicomicrotrauma, psicotrauma, psicoevoluzione, psicopatia, psicodinamica psicoevoluzionista. Un particolare tema sulla prevenzione primaria psicologica riguarda il riconoscimento della dinamica, degli stadi e dei processi evolutivi normali differentemente da quelli patologici per gli individui e per le comunità. Un quadro di riferimento psicodinamico iniziale è fornito da quanto sostenuto da Gabbard (2015) che, in Psichiatria Psicodinamica, afferma: «I pazienti antisociali sono forse i più studiati tra gli individui con disturbi di personalità, ma sono anche quelli che i clinici tendono a evitare di più. Nella situazione terapeutica questi pazienti possono mentire, ingannare, rubare, minacciare e mettere in atto qualsiasi altro comportamento irresponsabile. Sono stati definiti come “psicopatici”, “sociopatici” affetti da “disturbi del carattere”, termini che in psichiatria sono associati all’incurabilità. Qualcuno potrebbe persino affermare che tali pazienti dovrebbero essere considerati criminali e non essere inclusi nell’ambito della psichiatria. L’esperienza clinica, tuttavia, suggerisce che l’etichetta asociale è applicata a un ampio spettro di pazienti, da quelli totalmente trattabili a quelli che sono curabili in determinate condizioni. L’esistenza di quest’ultimo gruppo rende necessaria un’approfondita comprensione di questi pazienti, tale da garantire il miglior trattamento possibile agli individui che possono essere aiutati. Nel suo classico lavoro del 1941, The Mask of Sanity, Hervey Cleckley ha fornito la prima descrizione clinica esauriente di questi pazienti. Come suggerisce il titolo, Cleckley considerava lo psicopatico come un individuo non palesemente psicotico, ma con comportamenti così caotici e cosi scarsamente in sintonia con le richieste della realtà e della società, da indicare la presenza di una psicosi sottostante. Anche se gli psicopatici sembravano capaci di stabilire rapporti interpersonali superficiali, erano completamente irresponsabili in tutte le loro relazioni e non avevano nessun rispetto per i sentimenti o le preoccupazioni degli altri. Nei decenni successivi alla pubblicazione del pionieristico lavoro di Cleckley il termine ” psicopatico ” è caduto progressivamente in disuso. Per un certo periodo è stato usato il termine ” sociopatico”, che sottolineava le origini sociali piuttosto che psicologiche di alcune delle difficoltà presentate da questi individui. Dalla pubblicazione, nel 1968, del secondo Manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association (DSM-II), l’espressione “personalità antisociale” è diventata la denominazione preferita. Con la pubblicazione del DSM-III (American Psychiatric Association, 1980) il disturbo antisociale di personalità è stato significativamente modificato rispetto alla descrizione originale di Cleckley. I criteri del DSM –III hanno fornito maggiori particolari diagnostici rispetto a quelli di qualunque altro disturbo di personalità, ma hanno ristretto il punto focale del disturbo a una popolazione criminale verosimilmente connessa con ceti sociali inferiori oppressi ed economicamente svantaggiati. Alcuni ricercatori hanno rilevato che quando i criteri del DSM- III venivano applicati a criminali in carcere, nella maggior parte dei casi (50-80 %) era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità. Risultati nettamente diversi si ottenevano invece utilizzando criteri diagnostici più strettamente in accordo con la descrizione tradizionale di Cleckley, in cui erano enfatizzati gli aspetti psicopatologici . Per esempio, se veniva usata la Psychopathy Checklist-Revised di Hare (PCL – R) , soltanto nel 15-25 % dei casi i detenuti esaminati risultavano classificabili come psicopatici. In uno studio su 137 donne dipendenti da cocaina che avevano richiesto un trattamento era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità secondo i criteri del DSM in oltre il 25 % dei casi , ma soltanto nell’1,5 % di queste donne poteva essere diagnosticato un moderato livello di psicopatia secondo la PCL – R . Questo strumento si basa su valutazioni cliniche esperte piuttosto che su informazioni autoriportate, e include aspetti come irresponsabilità, impulsività, mancanza di obiettivi realistici a lungo termine, comportamenti sessuali promiscui, precoci problemi di comportamento, stile di vita parassitico, durezza e mancanza di empatia, affettività superficiale, assenza di rimorso o di colpa, bisogno di stimolazioni e tendenza alla noia, senso grandioso di autostima, spigliatezza associata a un fascino superficiale. Nel corso degli ultimi anni il termine psicopatico è tornato ad avere una certa popolarità come definizione diagnostica che implica particolari caratteristiche psicodinamiche e biologiche, che non trovano riscontro nei criteri del DSM-5 per il disturbo antisociale di personalità. Il termine psicopatia, come definito da Hare, pone enfasi sui tratti elencati in precedenza, che comprendono caratteristiche interpersonali/psicodinamiche da un lato e comportamenti antisociali dall’altro. Sebbene queste due componenti siano ovviamente correlate, in alcuni individui possono presentarsi separatamente. Certi individui possono manifestare mancanza di empatia e grandiosità ed essere duri e manipolatori, ma non avere i problemi comportamentali delineati
Il sintomo in psicoterapia. Quando è il corpo a chiedere aiuto

Attraverso il corpo il sintomo si fa portavoce di una sofferenza che reclama attenzione, di parti che chiedono di essere integrate. Molte persone arrivano in psicoterapia per guarire da un sintomo che si esprime nel corpo. Attacchi di panico, cefalea, vertigini, dermatiti, mal di stomaco sono alcuni dei sintomi che possono portare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Spesso, questo tipo di richiesta arriva in un contesto di urgenza e di fretta, dopo un lasso di tempo ampio dall’esordio del sintomo e dopo svariate indagini mediche. La persona vuole nel più breve tempo possibile sbarazzarsi del sintomo invalidante. Il sintomo fa stare male. Procura disagio, ostacola in vari modi il vivere quotidiano. Genera scompiglio. Può far crollare l’immagine che la persona ha avuto di sé fino a quel momento. Spesso crea uno spartiacque tra “il prima” e “il dopo”. L’attenzione che si viene a focalizzare sul sintomo come capro espiatorio di tutte le sofferenze crea un circolo vizioso cui si accompagnano senso di impotenza e, talvolta, disperazione. “La mia vita non è più la stessa. Il mal di testa mi ha tolto la libertà che avevo prima. Avrei preferito scoprire di avere una malattia, in quel caso non mi sarei sentito impotente come mi sento ora. La terapia è la mia ultima speranza ma devo risolvere presto perchè così non vivo. Devo tornare alla serenità di prima. Non ho nessun altro problema, non mi manca nulla e starei bene, se non fosse per questo maledetto sintomo“. Che cos’è il sintomo? In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha in sé un paradosso. E’ energia vitale e, insieme, espressione di una interruzione dell’energia vitale. Problema e, al tempo stesso, tentativo di soluzione. Ciò che la maggior parte delle persone fa fatica ad accettare è che il sintomo non è un nemico da sconfiggere, bensì, una parte di sé che viene in soccorso per far luce su di una situazione incompiuta, su di una impasse evolutiva. Una porta di accesso al mondo interno che si apre perchè i conflitti irrisolti e le parti di sé non riconosciute giungano alla consapevolezza. Il sintomo indica la necessità di fermarsi ed ascoltarsi. Di riappropriarsi di aspetti alienati, temuti, proibiti. Di emozioni e bisogni inascoltati. E può arrivare a farlo in modo molto prepotente. Il sintomo è espressione di una sofferenza che riguarda la persona nella sua totalità “Voglio capire se è un problema di salute o mentale. A volte mi convinco che sia un problema mentale però se fosse così vorrebbe dire che sono capace di inventare tutto, che sono pazza“. Un’altra convinzione difficile da superare è che la mente e il corpo siano separati. Nella nostra cultura, si tende a distinguere tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, a parlare di salute con riferimento al corpo. Nonostante i progressi scientifici fatti da Cartesio ad oggi, permane questa visione dualistica dell’essere umano. Nella realtà, corpo e mente non hanno un’esistenza intrinseca a sé stante. Entrambi sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. La nostra natura è unitaria. Fritz Perls suggeriva di sostituire la frase “io ho un corpo” con la frase “io sono un corpo”, sottolineando l’abitudine a considerare il corpo come qualcosa di esterno da noi. Un oggetto che ci appartiene, una “carrozzeria che ci porta a spasso” e della quale di solito ci accorgiamo solo quando crea problemi. Il lavoro in psicoterapia Il lavoro in psicoterapia ha dunque come obiettivo quello di favorire il contatto con l’esperienza che la persona si vieta e con i bisogni di cui il sintomo si fa portavoce. E’ un lavoro che chiede ascolto. Rivolto al sentire. Laddove la persona cerca di escludere, eliminare, c’è bisogno di accogliere. Ogni sintomo è una forma di evitamento, la terapia è integrazione.
Il silenzio nell’incontro con sé stessi e con gli altri

ll silenzio può avere volti e significati diversi ed è una esperienza fondamentale di contatto e comunicazione. La funzione più importante del silenzio è quella di favorire l’ascolto e il contatto con il sentire. Che siamo da soli o con l’altro, creare uno spazio vuoto, di sospensione della parola, consente l’emergere di sensazioni, emozioni, bisogni. Nel silenzio possiamo accedere all’introspezione e alla contemplazione, così come all’incontro e all’intimità della relazione Io-Tu. Il silenzio facilita la consapevolezza, poiché interrompe il flusso delle parole che, il più delle volte, segue gli schemi rigidi e nevrotici della mente. La maggior parte delle persone ha molta difficoltà a sostenere il silenzio. Nella nostra società vi è una tendenza diffusa a riempire il tempo con parole e attività, per evitare l’angoscia del vuoto e il confronto autentico con se stessi e con l’altro. L’uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità (…). Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali, si annega in un mare di parole”. (Fritz Perls) Liberare la mente Un primo passo importante per poter accedere al potere del silenzio, in termini di conoscenza di sé e di contatto con l’esperienza, è quello di svuotare la mente. Questa operazione consente di liberare il campo da giudizi, convinzioni, fantasie e di stare nella realtà. Senza evitamenti, senza filtri. Presenti nel proprio corpo, con tutti i propri sensi. Si tratta di quello stato che sperimentiamo nelle pratiche meditative e che spontaneamente tendiamo a ricercare quando sentiamo il bisogno di difenderci dallo stress della vita quotidiana, immergendoci, ad esempio, nella natura. Il silenzio in psicoterapia In terapia, il silenzio svolge un ruolo centrale. Oltre all’importanza delle parole, vi è l’importanza di ciò che avviene al di là della dimensione verbale. Nelle pause, nei gesti, nello sguardo, nella postura. Il silenzio può essere evitato e le sedute vengono inondate di produzioni verbali. Di discorsi straripanti ed iperdettagliati. Oppure, può rappresentare una resistenza. L’agito con cui la persona evita i propri vissuti emotivi conflittuali, per mantenere in piedi il proprio copione e la propria struttura nevrotica. Man mano che le resistenze si sciolgono, il silenzio diventa il luogo in cui affiorano i conflitti, i ricordi, i traumi antichi da elaborare. Ed in cui terapeuta e paziente vivono gli aspetti transferali e controtransferali della relazione che caratterizzano l’unicità del loro incontro. Con la trasformazione dal vuoto sterile al vuoto fertile che avviene durante il processo, dal silenzio prende forma la libera espressione della persona. La nevrosi, che tende a riempire per interrompere la naturalezza dell’esperienza, lascia il posto al Vero sé e alla relazione autentica.
Il silenzio grande

di Antonella Buonerba “Il silenzio grande” è il titolo di un bellissimo film di Alessandro Gassman ambientato in una prestigiosa dimora napoletana, villa Primic. Più che ad un film, mi è sembrato di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia per la profondità dei dialoghi dei protagonisti, sia perché le scene si svolgevano in pochi ambienti, le stanze della casa, e in particolare nello studio del padre. Questi, importante scrittore di romanzi, si trincea per una vita proprio lì, nel suo studio e lavora ai suoi libri. Ad un certo punto, la vendita della casa diventa una inevitabile necessità per risanare le finanze della famiglia e quindi un importante motivo di discussione nonché il punto cruciale dove si annodano le relazioni familiari aggrovigliate da lunghi anni di faticosi silenzi. La moglie e i due figli del protagonista, Valerio, si avvicendano, davanti alla porta dello studio e, richiamati dalla musica, bussano, entrano, cercando di farsi spazio tra le numerose occupazioni di colui che, pur nelle sue tante mancanze, ha costituito un punto di riferimento per l’intera famiglia. Solo alla fine del film lo spettatore si accorge che quelli che potevano sembrare dei dialoghi tra Valerio e sua moglie Rose prima, e con ognuno dei suoi figli poi, sono in realtà dei monologhi : nessuno è in grado di sentire l’altro perché ormai Valerio è morto. Come è potuto succedere? “I piccoli silenzi fanno un grande silenzio” dice la saggia cameriera Cettina “la vera anima della casa” che, con la scusa di spolverare e dare un ordine alle centinaia di libri accatastati sulle mensole delle librerie, si insinua nello studio, aiuta Valerio a riflettere, a capire, origlia, ammicca, sdrammatizza con la saggezza e l’ironia di chi è stato in mezzo alla gente e che di libri non ne ha letto manco uno. Il primo principio de “La Pragmatica della comunicazione umana ” di Watzlawick recita che ” non si può non comunicare”. Pertanto anche il silenzio è pregno di significato e assume valore comunicativo a seconda del contesto e delle situazioni che viviamo. Che valore attribuiamo al silenzio? C’è una differenza enorme tra chi il silenzio lo crea e da chi lo subisce. Esso pone comunque una distanza che dà adito alle interpretazioni più svariate: i dubbi, i pensieri e le parole si stemperano o si ingigantiscono nei non detti, in quelle emozioni legate ai ricordi, nelle domande a cui non abbiamo potuto avere una risposta. Il silenzio mette le persone interessate in una situazione di attesa, nel tentativo disperato di bussare a delle porte che non si aprono, perché, forse, dall’altra parte, c’è qualcun altro che si sente bloccato da un vissuto che appartiene esso stesso a un passato di silenzi, indifferenza e abbandoni, proprio come il nostro protagonista. Ad un certo punto Valerio vuole rompere il silenzio perché allarmato dalle difficoltà della vita dei suoi cari, vorrebbe consigliarli, stare loro vicino, accompagnarli nelle scelte, nelle decisioni. Ma gli altri, ormai, sono già al di là del silenzio, delle porte e della casa.La richiesta del perdono diventa un atto obsoleto, una nota stonata che si frappone nel racconto di chi ha dovuto ritrovare da solo le strade della vita, con la forza della sua volontà. Che cosa rimane? Valerio e Rose si concedono un ultimo ballo. In quei pochi attimi di luce riprendono vita i ricordi di una vita e l’amore vissuto nell’assolutezza dei sentimenti da una parte, e nella concretezza dei giorni dall’altra. Rose va via e non si sente più sopraffatta dalla pesantezza della vita. Si chiude la porta di casa alle spalle, la sua casa, lasciando il passato dissolversi nella polvere che non ha nemmeno più i mobili dove posarsi. Bibliografia: Paul Watzlawick “Pragmatica della comunicazione umana”