Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.
Il vortice dell’ansia. Alterazioni psicopatologiche e trattamento nelle esperienze ansiose

di Veronica Iorio da Psicologinews Scientific L’ansia è un’esperienza di per sé naturale che può tramutare in forme patologiche fino ad assumere il volto di una sofferenza dilaniante. Quest o ar t icol o par te da uno sguardo fenomenologico sulle modificazioni del vissuto nelle condizioni ansiose. Si sofferma poi, in particolare, sul rapporto che l’individuo vive con la realtà interna ed esterna, in termini sia di interruzioni del contatto sia di alterazioni delle strutture e funzioni psichiche, secondo un approccio integrato di psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale. Si conclude, infine, con una breve esposizione dell’intervento mirato al recupero del naturale fluire dell’esperienza e al superamento delle modalità copionali che impediscono il soddisfacimento dei bisogni del presente. Ansia e angoscia: definizioni Il tema dell’ansia richiede una trattazione congiunta di ansia e angoscia. Entrambi i termini derivano dal latino: ‘ansia’ dal latino tardo anxia, da angere ‘stringere’, ed ‘angoscia’ dal latino angustia ‘strettezza’. Spesso l’ansia è assimilata all’angoscia poiché la distinzione terminologica appartiene solo alle lingue di origine latina. L’inglese e il tedesco p o s s i e d o n o i n f a t t i u n ’ u n i c a p a r o l a , rispettivamente anxiety e Angst. In ambito clinico ansia e angoscia talvolta sono considerate equivalenti, talvolta distinte e l’impiego dei due termini è molteplice. Gli psicologi in genere parlano di ansia, gli psicoanalisti preferiscono parlare di angoscia, gli psichiatri tendono ad individuare l’ansia nella presenza di sintomi psichici e l’angoscia in una concomitanza di manifestazioni psichiche e somatiche. Di frequente l’angoscia viene identificata come uno stadio più grave dell’ansia e più prossimo alla patologia, connesso ad un grado maggiore di sofferenza e coinvolgimento somatico. Eugenio Borgna utilizza i due termini in modo interscambiabile, benché riconosca una maggiore pregnanza semantica nel termine angoscia. In questa sede, si adotterà la sua posizione. Nel dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia l’ansia corrisponde ad uno “stato t o rme n t o s o d e l l ’ a n ima , p r o v o c a t o dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. L’angoscia è descritta come un “senso di soffocamento, oppressione che genera agitazione, affanno, difficoltà a respirare, ansito”. “Sofferenza fisica o morale, acuta, tormentosa, in cui l’uomo teme di soccombere; preoccupazione assillante che non dà respiro; inquietudine, ansia ossessiva”. “Stato di malessere soprattutto fisico, ma sempre mescolato di apprensione vitale, vicino alle manifestazioni di affettività primordiale, quando l’essere si sente minacciato nella sua esistenza senza saperne bene le cause o senza poter provvedere ai rimedi”. La categoria dell’angoscia è entrata nel pensiero occidentale attraverso la vicenda umana di Kierkegaard. Ampiamente discussa in ambito filosofico, ha raggiunto la sua massima elaborazione in psicopatologia. Nel 1997 V. E. von Gebsattel scrive: “L’angoscia ha cessato dall’essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato present imento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. L’invadenza del fenomeno dell’angoscia, che da cento anni cresce vertiginosamente, ha raggiunto un’intensità mai sperimentata fino ad oggi”. Secondo Borgna, vi sono tre categorie dell’angoscia: l’angoscia esistenziale, che fa parte della vita, in quanto emozione radicale e costitutiva della condizione umana, l’angoscia nevrotica, che nasce dai conflitti, come espressione di ferite infantili spesso caratterizzate dalla solitudine e dall’abbandono, e l’angoscia psicotica propria dell’esperienza depressiva devastata dal desiderio di morire e dalla colpa. Nella depressione l’angoscia assume la sua forma più dilaniante. Il fluire della vita si arresta e l ’ e s i s t enz a s i t r a sfigur a divent ando un’esperienza sconvolgente. Dall’ansia naturale all’ansia patologica L’ansia è un fenomeno che si manifesta lungo un continuum che va da uno stato di attivazione naturale dell’organismo a forme gravi di patologia. Nella psicoterapia della Gestalt l’ansia corrisponde ad una eccitazione, un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la gratificazione dei bisogni. Tale energia cresce, decresce o si mantiene stabile durante il ciclo naturale dell’esperienza, in funzione delle esigenze autoregolative e adattive proprie dell’organismo. Tuttavia, per varie ragioni questo libero fluire di vitalità può interrompersi e l’ansia diventa un malessere. L’eccitazione si realizza in qualsiasi tipo di contatto forte e consiste in un aumento nell’intensità del processo metabolico di ossidazione d e l l e sostanze n u t r i t i v e immagazzinate. Con il bisogno di maggiore aria, l’organismo aumenta in modo spontaneo il ritmo e l’ampiezza della respirazione. Se invece i n t e r v i e n e u n t e n t a t i v o d i c o n t r o l l o sull’eccitazione, l’intensificarsi della respirazione si blocca e si genera un vuoto che richiama altra aria. L’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno e rappresenta l’esito del conflitto tra l’eccitazione e l’autocontrollo. Secondo Fritz Perls l’uomo moderno tende ad escludere dall’area della consapevolezza la continuità della sua esperienza poiché considera l’emozione come un turbamento da evitare. Ogni mome n t o d e l l ’ e s i s t e n z a è c o n n o t a t o emotivamente ed ogni emozione è di per sé un’eccitazione. Pertanto, in condizioni naturali l’energia scorre in modo continuo nello scorrere ininterrotto dell’esperienza. Tuttavia, nella società occidentale le qualità della calma e della ragione sono stimate più dell’emotività. Una sorta di “crociata a favore del controllo delle emozioni” insegna ai bambini a reprimere i propri vissuti piuttosto che ad esprimerli, a privilegiare le esigenze del mondo esterno, ritenute reali, a scapito del sentire. Perls afferma: “Nella misura in cui il vostro senso di realtà è stato distaccato dalla vostra personalità odierna, il tentativo di sperimentare la realtà farà insorgere in voi l’angoscia (mascherata forse come stanchezza, noia, impazienza, fastidio), e ciò che specificamente
IL VOLONTARIATO E LA PSICOLOGIA

Il volontariato ha le sue radici profonde nell’essenza stessa della natura umana e ha molteplici componenti psicologiche profonde. I comportamenti di volontariato vengono anche messi in occasione di momenti significativi, come possono essere il Natale e la Pasqua. Essendo passata da pochi giorni la Pasqua, in questo articolo vedremo trattate le diverse componenti psicologiche legate al volontariato. 1. L’ALTRUISMO Il volontariato è alimentato dall’impulso innato dell’uomo verso l’altruismo, inteso come la propensione innata a compiere azioni a vantaggio degli altri senza aspettarsi nulla in cambio Durante la Pasqua, questo sentimento altruistico può essere particolarmente accentuato poiché la stagione è spesso associata alla generosità e alla condivisione. 2. EMPATIA E COMPASSIONE L’empatia ci consente di comprendere e condividere le emozioni degli altri, mentre la compassione ci spinge ad agire per alleviare le sofferenze altrui. Durante la Pasqua, questi sentimenti sono particolarmente vivi, poiché ci ricordano l’importanza di condividere gioie e dolori con coloro che ci circondano. Le persone, infatti, possono sentirsi particolarmente motivate a aiutare coloro che sono in difficoltà o che si trovano in situazioni di bisogno, dimostrando così la loro empatia e compassione. 3. IDENTITA’ E SENSO DI APPARTENENZA Partecipare al volontariato in generale e durante la Pasqua può offrire un senso di appartenenza e di identità più profondo. Questo senso di appartenenza alla comunità ci riempie di gratitudine e di gioia, rafforzando il legame tra gli individui. 4. AUTOREALIZZAZIONE E GRATIFICAZIONE PERSONALE Il volontariato offre anche un’opportunità unica di autorealizzazione e gratificazione personale. L’atto di dare senza aspettarsi nulla in cambio porta una sensazione di realizzazione interiore e di soddisfazione che va al di là delle ricompense materiali. Durante la Pasqua, questo sentimento è amplificato dal contesto spirituale e dalla riflessione sul significato più profondo della vita e della solidarietà umana. In conclusione, queste componenti psicologiche del volontariato ci mostrano come l’essere umano sia intrinsecamente motivato verso l’altruismo, l’empatia e la solidarietà. Questi valori, espressi attraverso azioni volontarie durante la Pasqua, possono arricchire sia chi dona sia chi riceve, contribuendo a creare una comunità più coesa.
Il viaggio emotivo della genitorialità desiderata: PMA e vissuti psicologici

Negli ultimi anni i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sono diventati una realtà sempre più presente nella pratica clinica e nei servizi territoriali. L’accesso ai trattamenti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale e le ASL ha rappresentato un importante passo avanti in termini di equità e tutela del diritto alla cura. Tuttavia, accanto alla dimensione medica, esiste un universo emotivo spesso silenzioso, fatto di speranze, attese, frustrazioni e trasformazioni profonde dell’identità individuale e di coppia. L’infertilità: una ferita invisibile L’infertilità o la difficoltà a concepire non rappresentano soltanto una condizione medica. Per molte persone costituiscono una vera e propria esperienza di perdita: la perdita dell’immagine di sé come genitore “naturale”, del controllo sul proprio corpo e, talvolta, della spontaneità del desiderio di avere un figlio. Molte coppie raccontano di sentirsi improvvisamente diverse dalle altre, isolate in un mondo in cui la maternità e la paternità sembrano esperienze semplici e scontate. A questo si aggiungono il senso di inadeguatezza, la vergogna e, non raramente, un profondo sentimento di colpa. La sofferenza è spesso invisibile perché socialmente poco riconosciuta. Non esistono rituali per elaborare il lutto di una gravidanza che non arriva e chi attraversa questi percorsi si trova frequentemente a convivere con domande indiscrete, consigli non richiesti e aspettative familiari che possono amplificare il dolore. La medicalizzazione del desiderio di genitorialità L’accesso ai percorsi di PMA determina una progressiva trasformazione del desiderio di avere un figlio in un processo altamente medicalizzato. Il tempo della coppia viene scandito da protocolli, esami diagnostici, monitoraggi, attese e decisioni terapeutiche. La sessualità perde frequentemente la sua dimensione spontanea per assumere una funzione strumentale e riproduttiva. Particolarmente significativo appare il vissuto corporeo delle donne, che descrivono spesso la sensazione di un corpo espropriato della propria intimità e costantemente sottoposto a valutazione clinica. Il corpo diviene contemporaneamente oggetto di cura, di speranza e di possibile delusione. Anche gli uomini, sebbene meno frequentemente coinvolti nelle procedure invasive, sperimentano sentimenti di impotenza, fallimento e perdita di controllo, vissuti che non sempre trovano adeguati spazi di elaborazione. La coppia e la ridefinizione degli equilibri relazionali Dal punto di vista sistemico-relazionale, la PMA costituisce un evento critico che investe l’intero sistema di relazioni. Il percorso diagnostico-terapeutico richiede alla coppia una continua riorganizzazione dei propri equilibri interni, delle aspettative reciproche e delle modalità di comunicazione del dolore. La letteratura evidenzia come i partner possano sviluppare strategie di coping differenti: uno dei due può ricercare il confronto e la condivisione emotiva, mentre l’altro può privilegiare modalità di gestione maggiormente razionalizzanti o evitanti. Tali differenze, se non riconosciute, possono essere vissute come mancanza di comprensione o disinvestimento affettivo. Parallelamente, anche il sistema familiare allargato entra nel processo. Le aspettative intergenerazionali, i mandati familiari relativi alla genitorialità e le pressioni esplicite o implicite provenienti dalle famiglie d’origine contribuiscono a definire il significato che la coppia attribuisce alla propria esperienza di infertilità. Conclusioni La PMA rappresenta uno dei contesti clinici nei quali appare maggiormente evidente l’inscindibilità tra corpo, mente e relazioni. Dietro ogni protocollo terapeutico vi sono persone e coppie impegnate in un complesso lavoro di ridefinizione identitaria, di elaborazione delle perdite e di confronto con il limite e con l’incertezza. Per i professionisti della salute mentale e per i servizi territoriali la sfida consiste nel costruire percorsi di cura che non si limitino alla dimensione biologica della riproduzione, ma che sappiano accogliere e accompagnare la sofferenza emotiva, relazionale ed esistenziale che abita il desiderio di diventare genitori. “La domanda di un figlio non riguarda soltanto la nascita di un bambino, ma interroga le storie familiari, i mandati transgenerazionali e le rappresentazioni della generatività che attraversano le generazioni. La PMA diventa così uno spazio clinico privilegiato per osservare come il desiderio, il limite e la perdita si inscrivano nelle trame relazionali e nei processi di costruzione dell’identità individuale e di coppia.“ Bibliografia
Il versante positivo dell’adolescenza

Gli adolescenti si battono per i diritti, la giustizia di genere e la diversità in tutte le sue forme, portando avanti un costante impegno, per una società più equa e inclusiva. Gli adolescenti sono una risorsa preziosa e potente nella nostra società. La loro creatività, passione, impegno e prospettiva unica stanno plasmando il nostro mondo in modi significativi.
Il valore dell’ autostima nei contesti educativi

Tecniche psicoeducative per promuovere l’autostima
Il trauma complesso

di Jessica Luchetti I traumi complessi si ripetono nel tempo e includono esperienze di abusi, maltrattamenti, condizione di trascuratezza e abbandono. Hanno un impatto determinante se avvengono in età evolutiva, modellando la personalità, causando un’alterazione dell’identità e una dissociazione tra gli stati dell’Io. Le situazioni traumatiche hanno in comune un’esperienza che suscita impotenza e una perdita di controllo. Il trauma attiva arcaici meccanismi di difesa dalle minacce ambientali (in un primo momento immobilità tonica o freezing e successivamente immobilità cataplettica dopo le reazioni di attaccofuga) provocando il distacco dall’usuale esperienza di sé e del mondo esterno e conseguenti sintomi dissociativi. Tale distacco sembra implicare una sospensione immediata delle normali funzioni riflessive e metacognitive; si verifica quindi una dis-integrazione della memoria dell’evento traumatico rispetto al flusso continuo dell’autocoscienza e della costruzione di significati. Da questa esperienza deriva la molteplicità non integrata degli stati dell’io che caratterizza la dissociazione patologica (Liotti e Farina, 2011). Per il bambino è impossibile sottrarsi a queste esperienze di trascuratezza, violenza, abuso, ripetute e prolungate e viene intaccata la sua identità che risulta frammentata. Gli effetti sul funzionamento psichico sono gravi quando le strutture mentali non sono ancora formate. Il trauma evolutivo incide negativamente su vari aspetti: sull’attaccamento (insicurezza circa l’affidabilità del mondo e delle relazioni, tendenza all’isolamento), sulla regolazione degli affetti (deficit nell’autoregolazione emotiva, difficoltà nel riconoscere gli stati interni), sul controllo comportamentale (tendenza all’aggressività), sulle capacità cognitive (difficoltà nella modulazione dell’attenzione e nella regolazione delle funzioni esecutive) e sul concetto di Sé ( danneggiato per bassa autostima, tendenza alla vergogna e al senso di colpa). Inoltre provoca stati dissociativi (con conseguenza di alterazioni degli stati di coscienza, depersonalizzazione) e crea danni biologici (disturbi somatici). Van Der Kolk usando l’espressione “the body keeps the score” (1994) suggerisce che il nostro corpo è infatti, testimone e contenitore delle esperienze traumatiche. La dissociazione sopra citata sembra una protezione dal dolore, ma in realtà è un’esperienza dalla quale la mente deve difendersi per non cadere nell’abisso. Inoltre essa ha gravi ripercussioni sulla capacità di regolazione emotiva, sulle capacità metacognitive e sull’identità. Il trauma si collega anche alla tematica della vergogna. La vergogna sperimentata è spesso rinforzata dall’atteggiamento dei caregiver abusanti o maltrattanti, spesso negando l’evento, andando ad alimentare un circolo che la rinforza e che alimenta il comportamento di sottomissione della vittima. Il trauma può essere descritto come un evento che distorce il tempo, che lo blocca in un punto. Vi sono varie emozioni che accompagnano il trauma come: paura/terrore che il trauma si ripeterà, ira e rabbia nei confronti dell’origine del trauma, tristezza e dolore, sentimenti di colpa nei confronti della propria rabbia e degli impulsi distruttivi, vergogna per il fatto di sentirsi disperati e vuoti, disperazione esistenziale e sensazione che nessuno potrà capire. Infine, è importante citare Masud Kahn, psicoanalista inglese di origine indiana che espone tra i suoi principali contributi teorici il concetto di trauma cumulativo. Egli ha elaborato la teoria del trauma cumulativo che riguarda l’esperienza quotidiana e protratta di fallimenti e carenze nelle cure materne, che vanno a costituire nel bambino delle microfratture nella coesione del Sé. Questo tipo di trauma è riconoscibile come una serie di circostanze di distress e mancata sintonizzazione nella relazione con la madre, che appaiono fattori secondari nella valutazione dello stato di salute mentale del bambino, ma che tuttavia a lungo termine generano una situazione di frammentazione (Khan, 1963). Il trauma cumulativo può caratterizzarsi per una serie di abbandoni, rifiuti, intrusioni, silenzi, mancata assoluzione delle necessità primarie del bambino di cure materne, mancata sintonizzazione affettiva e mancato rispecchiamento con la figura significativa. Gli eventi di natura traumatica hanno un profondo impatto sui bambini piccoli. I bambini con sintomi di stress traumatico spesso hanno difficoltà a regolare il loro comportamento e le loro emozioni. Possono provare paura in una situazione nuova, tentando di non distaccarsi dalla figura di riferimento, si spaventano facilmente, sono difficili da consolare e/o sono aggressivi e impulsivi. Possono anche avere problemi per addormentarsi e perdere le abilità che hanno acquisto recentemente durante lo sviluppo o sperimentare un eventuale declino della funzione mentale nel funzionamento psichico e nel comportamento. Queste esperienze traumatiche possono portare ad una vulnerabilità nello sviluppo di sintomi dissociativi, ansia e depressione. BIBLIOGRAFIAFerenczi S. (1932),La confusione delle lingue tra adulti e bambini. In Opere, vol. 4, Cortina, Milano 2002.Liotti G., Farina B., Sviluppi traumatici, Raffaello Cortina Editore, 2011Lingiardi V., McWilliams N. (2020), PDM 2, Manuale Diagnostico Psicodinamico, Cortina RaffaelloKahn, M. (1963),The Concept of Cumulative Trauma.The Psichoanalytic Study of the Child, vol. 18, Issue 1, 286-306.Van Der Kolk, B.A. (2015), Il corpo accusa il colpo, Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Raffaello Cortina Editore, Milano.Van Der Kolk, B.A, McFarlane A.C & Weisaeth, L. (2004),Stress Traumatico. Gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili. Magi, Roma.Van Der Kolk B., Olafson E., Liautaud, E. J., Mallah E., Hubbard, K. R., kagan, R., Lanktree, C., Blaustein, M., Cloitre, M., Derosa, R., Julian Ford, J., Spinazzola. J., Cook, A. (2005), Complex Trauma in Children and Adolescents, Psychiatr. Ann.
Il trattamento della depressione: linee guida per l’intervento

La depressione si definisce tale quando si verificano die condizioni fondamentali: un umore depresso per la maggior parte dei giorni quasi tutti i giorni e la perdita di interesse per alcune attività che precedentemente destavano interesse e piacere. A queste due condizioni di associano poi altre manifestazioni (almeno 4 o più) come l’insonnia o l’ipersonnia, la mancanza di appetito o iperfagia, la perdita di concentrazione, vuoti di memoria, agitazione o rallentamento psicomotorio, faticabilità o perdita di energia, sentimenti di svalutazione e sensi di colpa eccessivi, pensieri ricorrenti di morte o ideazione suicidaria. Il disturbo depressivo è detto anche disturbo comune dell’umore per la facilità di riscontrare tale stato nella vita delle persone. L’intervento è caratterizzato da un approccio definito ‘stepped care’. Il primo contatto di solito e con il medico di medicina generale che valuta la sintomatologia e definisce i passaggi da compiere. Quando la persona ha una sintomatologia lieve si rimanda la persona ad una nuova visita dopo circa quindici giorni. Dopo questo periodo si rivaluta la situazione. Se invece la sintomatologia è moderata, il medico di medicina generale può chiedere al paziente di rivolgersi presso un centro di salute mentale per una consulenza specialistica. In casi gravi dove è presente anche un’ideazione suicidaria o pensieri di morte assieme, il paziente necessita una ‘presa in carico’ da parte del centro di salute mentale e seguirà un percorso sia farmacologico che psicoterapico. Tra i trattamenti psicoterapici si riconoscono come valide le terapie che sottolineano l’importanza della relazione interpersonale. Entrando nel vivo della terapia si lavora per ridurre le ruminazioni: si è visto infatti che i pazienti depressi passano molto tempo a rimuginare sui loro difetti; monitorare le attività quotidiane: la perdita di interesse per le attività quotidiane è centrale nei pazienti depressi e la flessione di questa è sintomatica di un peggioramento; pianificare le attività: per quanto possibile è fondamentale a programmare la giornata e le attività; registrare pensieri negativi e modificarli. L’aiuto di professionisti specializzati contattati in tempi adeguati diventa fondamentale per la prognosi del trattamento.
IL TRANSFERT E CONTROTRANSFERT

Di Alberta Casella scientific 1-23 Con questo articolo ed i l successivo intendiamo spiegare i termini e l e dinamiche del concetto psicologico di transfert e controtransfert, parole ormai di uso comune ma con un significato molto preciso e complesso, oggetto di ricerca e di dibattito sin dagli esordi della psicoanalisi classica. Questi due meccanismi psichici sono nella normalità dei rapporti interpersonali: s e m p r e , q u a n d o c i confrontiamo con a l t r e p e r s o n e , t e n d i a m o a d attribuirgli caratteristiche di altri personaggi che hanno popolato la nostra vita ed h a n n o a v u t o r a p p o r t i significativi con noi. Tuttavia, lo specificarli all’interno della terapia psicologica può essere utile per comprenderne il funzionamento, l’utilità ed i limiti. Tutto ciò che avviene in un incontro psicologico si basa e si costruisce sull’interazione dinamica del mondo interno, o per dirla con le parole di Matte-Blanco, degli “infiniti mondi interni” del terapeuta e del paziente. Il transfert si traduce nella riattualizzazione di dinamiche affettive arcaiche c h e s i p r o i e t t a n o s u l terapeuta; il terapeuta, d’altro canto, prova sent iment i controtransferali nel momento in cui inizia a percepire s e n s a z i o n i , e m o z i o n i spontanee nei riguardi del paziente. Tal i meccanismi si basano sull’analisi del gioco di proiezioni ed identificazioni c h e a v v e n g o n o reciprocamente in seduta tra i due soggetti interagenti: “transfert e controtransfert sono dinamismi che derivano d a l l ’ a t t i t u d i n e all’identificazione ed alla proiezione”. Sottolineamo, al fine di chiarire in prima istanza la natura di tali meccanismi, che il processo avviene da parte del paziente in maniera del tutto inconscia, inconsapevole; tale inconsapevolezza è s p o n t a n e a a n c h e n e l terapeuta, ma la presa di coscienza di questi sentimenti può essere una delle chiavi di soluzione del processo di cura. Rispetto ai rapporti quotidiani, ciò che distingue tali processi nel percorso terapeutico è la loro intensità, ovvero la forza con cui essi e m e r g o n o e s i f a n n o conduttori dell’interazione tra paziente e terapeuta: infine, la possibilità di essere sfruttati come fattori di cura li rende i n d i s p e n s a b i l i p e r l a comprensione e la conduzione del caso. N e l c a m p o d e l l a relazione, ognuno porta con sé sentimenti specifici legati alla propria storia e tenta di spiegarsi all’altro attraverso parole e sensazioni. P e r p r i m o F r e u d riconobbe quale strumento f o n d a m e n t a l e p e r l a conduzione del l ’anal isi i l transfert, distinguendolo in positivo e negativo. I n q u e l l o p o s i t i v o distinse, poi, un movimento di desideri affettuosi, accettabili c o n s c i a m e n t e e d u n t rasfer iment o di car iche libidiche più intense, a scopo e r o t i c o , d i f fi c i l m e n t e accettabili. Per la teor ia del la sublimazione, poi, risulta facile comprendere come il transfert positivo attenuato a l t r o n o n è c h e l a trasposizione del conscio di desideri trasformati. Secondo la definizione di Laplanche-Pontalis, la sublimazione è un processo “postulato per spiegare certe a t t i v i t à u m a n e a p p a r e n t eme n t e s e n z a rapporto con la sessualità, ma che avrebbero la loro forza nella pulsione sessuale. La pulsione è detta sublimata quando è deviata verso una nuova meta non sessuale e t e n d e v e r s o o g g e t t i socialmente accettabili”. In tutta la teorizzazione freudiana ritorna tale concetto per la spiegazione economica e d i n a m i c a d i m o l t i comportamenti umani ma, tuttavia, esso rimane sempre poco delimitato e poco chiaro. F r e u d t e o r i z z a i l processo di sublimazione come meccanismo della psiche umana necessario per tollerare pulsioni altrimenti troppo dannose e potenti; la concepisce come mossa almeno da due meccanismi f o n d a m e n t a l i , a u t o c o n s e r v a z i o n e e narcisismo, che inducono il soggetto a liberarsi di pulsioni destabilizzanti, trasformandole in sensazioni più tollerabili. In ogni tipo di transfert, comunque, Freud riconobbe la riedizione delle dinamiche di relazione infantile con i g e n i t o r i , t r a s f e r i t e inconsciamente sull’analista. I genitori stessi, che non sono sicuramente quelli reali ma imago intere di essi, vivono, quindi, nella relazione terapeutica come se fossero presenti qui ed ora e l’analisi di tali rapporti riattualizzati può portare proficue informazioni s u i m o d e l l i r e l a z i o n a l i interiorizzati dal paziente. In conclusione egli, comunque, afferma l’esistenza e l’importanza della dinamica transferale mentre è molto c a u t o n e l l ’ a s s e r i r e l
Il Training Autogeno: Una Via verso il Benessere Mentale e Fisico

Di Viviana Loffredo Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento e autosuggestione sviluppata dal medico tedesco Johannes Heinrich Schultz nel XX secolo. Questo metodo, basato sulla consapevolezza del corpo e della mente, ha dimostrato di avere numerosi benefici per la salute mentale e fisica. In questo articolo, esploreremo i principi fondamentali del Training Autogeno e come può contribuire al benessere complessivo di un individuo.I fondamenti del Training Autogeno:Il Training Autogeno si basa sull’idea che la mente abbia un potere significativo sull’equilibrio del corpo. Attraverso la pratica regolare, si insegna alle persone a raggiungere uno stato di rilassamento profondo e a influenzare consapevolmente i processi fisiologici del proprio organismo. Il metodo si concentra su sette formule standard, chiamate “formule di autosuggestione”, che vengono ripetute mentalmente per indurre uno stato di calma e tranquillità.Le sette formule di autosuggestione:Le formule di autosuggestione nel Training Autogeno includono affermazioni semplici come “Sono calmo e rilassato”, “Il mio respiro è calmo e regolare” e “Le mie braccia e le mie gambe sono pesanti e rilassate”. Queste frasi vengono ripetute mentalmente mentre ci si concentra su diverse parti del corpo, promuovendo la consapevolezza delle sensazioni fisiche e il rilassamento progressivo.Benefici del Training Autogeno:1. Riduzione dello stress: Il Training Autogeno aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, consentendo al corpo e alla mente di rilassarsi profondamente. Questo può portare a una maggiore resilienza nei confronti delle sfide quotidiane e a una migliore gestione delle emozioni.2. Miglioramento del sonno: La pratica regolare del Training Autogeno può favorire un sonno più riposante e di qualità, aiutando a ridurre l’insonnia e i disturbi del sonno.3. Sollievo dal dolore: L’autosuggestione nel Training Autogeno può contribuire a ridurre la percezione del dolore e a migliorare la gestione delle condizioni dolorose croniche.4. Miglioramento della concentrazione: Attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni, il Training Autogeno può favorire una maggiore concentrazione e chiarezza mentale.5. Promozione del benessere generale: Il Training Autogeno può avere un impatto positivo sul benessere generale, aiutando a promuovere una maggiore consapevolezza di sé, una migliore autoregolazione emotiva e una maggiore armonia tra corpo e mente.Come iniziare con il Training Autogeno:Per iniziare con il Training Autogeno, è consigliabile cercare la guida di un professionista esperto o partecipare a corsi specifici.Un insegnante qualificato può fornire le istruzioni necessarie per imparare le formule di autosuggestione e guidarti attraverso le diverse fasi del processo. Tuttavia, è possibile avvicinarsi anche al Training Autogeno attraverso risorse come libri, registrazioni audio o applicazioni mobili che offrono sessioni guidate.Ecco alcuni passi di base per iniziare con il Training Autogeno:1. Trova un luogo tranquillo: Scegli un ambiente tranquillo e silenzioso in cui puoi rilassarti senza distrazioni.2. Assumi una posizione comoda: Siediti o sdraiati in una posizione che ti consenta di sentirsi a proprio agio e rilassato. Puoi utilizzare cuscini o coperte per aumentare il comfort.3. Concentrati sulla respirazione: Inizia a prendere consapevolezza del tuo respiro, osservando l’inspirazione e l’espirazione in modo naturale. Respira profondamente e lentamente, permettendo al corpo di rilassarsi gradualmente.4. Ripeti le formule di autosuggestione: Inizia a ripetere mentalmente le formule di autosuggestione, concentrandoti su una formula alla volta. Ripeti ogni frase lentamente e con calma, immaginando le sensazioni descritte. Focalizzati sulla sensazione di rilassamento e tranquillità che desideri raggiungere.5. Visualizza il rilassamento progressivo: Mentre ripeti le formule di autosuggestione, immagina il rilassamento che si diffonde nel tuo corpo. Puoi immaginare una sensazione di calma che si espande dalle punte delle dita dei piedi fino alla cima della testa. Concentrati su ogni parte del corpo e immagina che diventi pesante e completamente rilassata.6. Ripeti regolarmente: Pratica il Training Autogeno regolarmente per ottenere i massimi benefici. Puoi dedicare alcuni minuti ogni giorno o programmare sessioni più lunghe a seconda delle tue esigenze e disponibilità.È importante ricordare che il Training Autogeno richiede pratica costante e pazienza. I benefici possono variare da persona a persona, quindi è essenziale essere aperti e adattarsi alle proprie esperienze individuali.Il Training Autogeno è un metodo efficace per raggiungere uno stato di rilassamento profondo, ridurre lo stress e migliorare il benessere generale. Attraverso le formule di autosuggestione e la consapevolezza del corpo, è possibile influenzare positivamente la propria mente e il proprio corpo. Con la pratica regolare, il Training Autogeno può diventare un prezioso strumento per gestire lo stress, migliorare il sonno e promuovere una maggiore consapevolezza di sé. Se sei interessato a esplorare questa tecnica, ricorda di consultare un professionista esperto o utilizzare risorse affidabili per guidarti lungo il percorso del Training Autogeno.