Il silenzio degli adolescenti: un mondo da esplorare

Durante l’adolescenza, i ragazzi e le ragazze cercano di capire chi sono e come crescere. A volte diventano silenziosi e non parlano molto. Questo può succedere per diverse ragioni. Alcuni sono timidi, altri, invece, hanno paura di essere giudicati. Anche le esperienze che vivono e le amicizie possono fare sì che i ragazzi parlino di più o di meno. Gli adolescenti possono stare in silenzio in vari modi: concentrandosi su altro, isolandosi o non mostrando interesse nelle conversazioni. Il silenzio può essere un posto sicuro per gli adolescenti, dove possono pensare e capire le loro esperienze senza paura di essere giudicati o fraintesi. Ma è molto importante far capire loro che possono parlare quando vogliono e che riceveranno il necessario supporto e incoraggiamento per farlo.

Il senso di colpa che condiziona l’esistenza

Il senso di colpa è il sentimento, conscio o inconscio, che nasce dal riconoscersi responsabili di una violazione delle regole o di una mancanza. Se si manifesta in modo coerente con la realtà, il senso di colpa svolge una funzione adattiva ed evolutiva. La consapevolezza di aver compiuto un errore pone le basi per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità. Rappresenta la capacità della coscienza evoluta di provare disagio per il danno procurato all’altro e tentare di porvi rimedio. In assenza di questa capacità, come accade nel disturbo antisociale di personalità, si possono consolidare pattern di inosservanza e infrazione dei diritti degli altri. Quando sganciato dalla dimensione oggettiva, il senso di colpa si presenta, invece, sottoforma di un vissuto profondo talvolta privo di spiegazioni. All’estremo, può diventare tanto dilagante da pervadere l’esperienza di sé e del proprio essere al mondo. Ci si può sentire sbagliati a prescindere da ciò che si fa o non si fa ma per come si è. E, anche, per il solo fatto di esistere. Il senso di colpa fa parte di diverse patologie e prende ampio spazio nella depressione. Può collocarsi alla base di alcune condotte criminali, in cui si delinque allo scopo inconscio di farsi punire dalla legge, o di condotte vittimistiche e autolesionistiche, in cui il disprezzo per se stessi può portare a ritenersi meritevoli non solo di punizione ma persino di violenza e morte. In assenza di cure il senso di colpa patologico è destinato ad un circolo vizioso senza soluzione, poiché non c’è espiazione o riparazione che possa cancellare la colpa innata che la persona vive, i sentimenti autodenigratori che la accompagnano e il vuoto che lascia dentro di sé.   Senso di colpa e vergogna Il senso di colpa ha in comune con l’emozione della vergogna il rifiuto verso se stessi. Ma, mentre la vergogna tiene la persona bloccata nel conflitto con l’immagine di sé e la porta a temere l’esposizione e a nascondersi, il senso di colpa dirige l’attenzione sul torto arrecato all’altro e sul sentire di meritarne il disprezzo, con le relative conseguenze in termini di perdita di affetto e abbandono. L’origine del senso di colpa patologico In psicoterapia della Gestalt, il senso di colpa rappresenta un ostacolo al processo realizzativo. La persona si ritiene riprorevole per ciò che sente e vuole e per parti di sé che vive come inaccettabili. Il senso di colpa risulta connesso ad un forte doverismo interno e ad un ampio divario tra la percezione che si ha di se stessi e il proprio ideale. Entrambi gli aspetti si costruiscono durante l’infanzia, sulla base di messaggi genitoriali, verbali e non verbali, che svalutano l’espressione autentica della personalità e spingono verso modelli da imitare. Secondo Perls: “Un individuo sano agisce responsabilmente secondo ciò che è, e non secondo ciò cui dovrebbe assomigliare”. All’origine, il senso di colpa si struttura quando il bambino, nell’esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni, avverte il pericolo di perdere l’amore dei propri genitori. In alcuni casi, corrisponde ad un ritiro nella difesa onnipotente che offre una rassicurazione, illusoria, di controllo sulla realtà. Sentendosi abbandonato o trascurato, o vedendo mamma e papà litigare, ad esempio, il bambino può convincersi che sia tutta colpa sua. Non di rado, può farsi carico della sofferenza dei propri genitori e sentirsi in colpa se gioisce, se piange o se si allontana da loro. Le ingiunzioni ed il senso di colpa esistenziale Per un sano sviluppo del sé è fondamentale da bambini sentirsi accolti e amati. Visti e riconosciuti nella propria individualità, con tutte le proprie parti. Se, al contrario, si riceve il divieto di essere come si è, in termini analitico-transazionali una ingiunzione del tipo “non essere te stesso”, ci si inizierà a sentire inadeguati e sbagliati e il senso di colpa che ne conseguirà andrà a condizionare la libera espressione di se stessi. Più spesso, ad essere proibita è una specifica esperienza di sé e della vita. Ad esempio, un “non essere intimo” o un “non essere importante” caricheranno di sentimenti di colpa i bisogni di intimità e autorealizzazione con conseguenti blocchi in queste aree. Esiti più gravi sul piano della salute possono insorgere con l’ingiunzione “non esistere”, quando l’ambiente invia messaggi che minano il valore della propria stessa esistenza. Liberarsi dal senso di colpa Il lavoro sul senso di colpa è innanzitutto un lavoro di riconoscimento e accettazione di sé. Di differenziazione dalle proprie figure genitoriali e dai messaggi svalutanti ricevuti. Si tratta di un percorso di ristrutturazione della personalità volto a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libera espressione di sé. Liberarsi dal senso di colpa significa lasciare andare i “devi” e i “non” ricevuti, darsi il permesso di essere come si è. Guardare alla propria storia e alle proprie ferite e alla impossibilità di cambiare ciò che è stato, per poterlo salutare dentro di sé. Dare volto e voce alla rabbia che distrugge dall’interno. Incontrare il dolore. Accogliere l’impotenza di fronte ai propri limiti. Rinunciare ad avere un potere su ciò che dipende solo dall’esterno per occuparsi di ciò che invece è in proprio potere: dalla colpa alla responsabilità.

Il ruolo dello psicologo nella cura dell’ansia e della depressione

Parlare di ansia e depressione sembra quasi ridondante nella nostra società perché in entrambi i casi le parole rimandano a situazioni che attivano nell’immaginario di ciascuno situazioni vissute o direttamente o da qualcuno che conosciamo. Solitamente questi vengono definiti come disturbi emotivo comuni, a causa della diffusione nella popolazione, sono disturbi che interessano bambini, giovani e adulti in forme diverse e con differente grado di intensità Per definire meglio questi fenomeni possiamo parlare per quanto riguarda l’ansia di preoccupazione eccessiva per le attività della vita quotidiana, questa preoccupazione crea un disagio nella persona che la sperimenta e lo limita nelle sue attività; per la depressione parliamo di una perdita di interesse per le attività di vita che prima nella stessa persona provocavano piacere o in un umore sotto tono per la maggior parte del giorno e tutti i giorni per almeno quindici giorni. Per fare una vera e propria diagnosi il professionista deve pero conoscere ed indagare altri aspetti che qui non tratteremo, quello che invece preme rappresentare è il fatto che spesso alcuni sintomi vengono sottostimati dalle persone fino a quando essi non diventano invalidanti. Il medico di medicina generale è solitamente il primo passaggio che le persone fanno, egli valuta lo stato di salute e le eventuali possibilità di cura. Cosi come per la maggior parte delle malattie, l’intervento precoce risulta fondamentale per migliorare la prognosi. Lo psicologo psicoterapeuta ha il compito di sostenere il paziente nella difficoltà che vive e di elaborare i pensieri, le emozioni ed i comportamenti disfunzionali, fornendo al paziente supporto accettazione e gli strumenti per potere superare la difficoltà che vive. Nello specifico le tecniche di psicoterapia permettono di acquisire le competenze e l’autosostegno necessari, di esplorare la sintomatologia, di creare collegamenti di senso per la definizione della difficoltà, di sviluppare e rafforzare le risorse interne utili al superamento del disagio emotivo.

Il ruolo dello psicologo all’interno di eventi traumatici

di Lucia Fiengo Cosa accade quando in una domenica qualunque di bel tempo, in una giornata primaverile, dopo un lungo blocco alla vita sociale a causa della pandemia da SARS- Cov-2 si torna a trascorrere un po’ di tempo fuori casa, si prende una funivia e una cabina tragicamente precipita nel vuoto? Cosa accade quando in un giorno pieno di pioggia, che precede il ferragosto, crolla un ponte dove a viaggiare ci sono famiglie dirette verso il mare, lavoratori che si avvicinano speranzosi alle vacanze, giovani pieni di sogni che hanno intenzione di intraprendere giorni di spensieratezza? Cosa accade a queste vite spezzate? Cosa accade, soprattutto, a chi sopravvive? Cosa accade a chi vede queste scene in TV e riconosce l’auto del compagno o associa che il proprio figlio sarebbe dovuto essere lì, nella stessa frazione di secondi in cui è accaduto quel disastro?  In queste situazioni, il vero protagonista è il trauma, inteso da  Krystal come “il trauma psichico catastrofico”, ovvero “una resa a ciò che viene vissuto come un pericolo inevitabile di origine esterna o interna. È la realtà psichica della resa a ciò che viene vissuto come una situazione intollerabile senza via d’uscita che fa sì che si abbandonino le attività che salvaguardano la vita”(Krystal, 2007, p. 200). Disastri naturali, come il terremoto dell’Irpinia degli anni ’80 o quello dell’Aquila del 2009, oppure incidenti più recenti, come il crollo del Ponte Morandi a Genova o il recente evento che vede coinvolta la Funivia Mottarone, chiamano all’opera diverse professionalità, e più nello specifico in ambito psicologico, gli psicologi dell’Emergenza. A seguito di un evento traumatico, diversamente da un evento stressante, l’equilibrio individuale viene minato e risulta molto più complesso ristrutturarlo; laddove si è in grado di ripristinare un nuovo equilibrio sarà in ogni caso differente da quello che precedeva l’evento traumatico, avendo nuovi confini e nuovi significati (Robert, 1995). La Psicologia dell’Emergenza viene definita come la ricerca e l’applicazione delle conoscenze psicologiche nei contesti di emergenza. Essa si occupa principalmente di studiare le reazioni umane nei contesti avversi, di promuovere la salute mentale e di rafforzare le competenze psicosociali prima che tali circostanze siano avvenute e dopo il loro accadimento (Pietrantoni & Prati, 2009). Gli psicologi formati alla gestione dell’emergenza hanno come obiettivo quello di arginare potenziali ripercussioni a lungo termine, attraverso una serie di misure che più ritengono pertinenti alla specifica situazione. Nelle ultime settimane, la maggior parte dei giornali e telegiornali hanno mantenuto il focus sull’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone: Eitan, un bambino di 5 anni, che vede la sua famiglia distrutta, a causa di una tragica fatalità. Fondamentale in questa circostanza, come in tutte le circostanze che sfociano in eventi traumatici, è l’operato dello/a psicologo/a. Con chi o cosa si interfaccia uno psicologo al fine di contenere le conseguenze traumatiche di un evento di tale portata?   Un possibile intervento, che vede attivamente coinvolto lo psicologo, è attuabile all’interno dell’ecosistema sociale del bambino coinvolgendo la famiglia, più specificamente quei familiari che si prenderanno cura del bambino, i quali si trovano, anche loro a fronteggiare il trauma, seppur in modo differente; affrontare temi esistenziali, adattando lo stile comunicativo più appropriato all’età del bambino, può essere utile al fine di implementare strategie di coping utili (Kapor & Stanulovic, 2005). Altro possibile intervento, può essere identificato in quello che Pynoos ed Eth (1986), hanno definito come “intervista terapeutica”, dove in apertura lo psicologo si mostra disponibile ad ascoltare il piccolo, coinvolgendolo in attività come il disegno libero oppure in attività ludiche e successivamente spronarlo a dare una spiegazione; in un secondo momento, aiutare il bambino a ricostruire l’esperienza vissuta e tutto ciò che ricorda appartenere a questa, individuando le strategie più adeguate alla situazione; infine chiudere con materiali che emergono dall’incontro, come il gioco oppure il disegno,enfatizzando che le reazioni del bambino sono normali e prevedibili. A prescindere dal tipo, lo psicologo dovrà sviluppare un intervento capace di riadattare il soggetto ad una nuova realtà, ricomponendola in maniera differente rispetto al passato. BIBLIOGRAFIA Kapor, N., & Stanulovic, N. (2005). Psicologia dell’emergenza. L’intervento con i bambini e gli adolescenti. Carocci, Roma. Krystal, H. (2007). Affetto, trauma, alessitemia. Astrolabio ed., Roma. Pietrantoni, L., & Prati, G. (2009). Resilienza tra i primi soccorritori. Resilienza tra i primi soccorritori , 1000-1019. Pynoos, RS, & Eth, S. (1986). Testimone di violenza: l’intervista al bambino. Journal of the American Academy of Child Psychiatry , 25 (3), 306-319. Roberts, A. R. (1995). Crisis intervention and time-limited cognitive treatment. Sage.

Il ruolo delle Esperienze Avverse Infantili nella messa in atto di comportamenti a rischio

Le esperienze vissute in età infantile possono svolgere un ruolo importante nella crescita dell’individuo e nelle sue scelte comportamentali e di vita. Non sempre, infatti, l’infanzia è un momento felice, talvolta è costellata da esperienze avverse che influenzeranno la crescita e lo sviluppo personale. Cosa sono le Esperienze Avverse Infantili? Per “Esperienze Avverse Infantili” (Adverse Childhood Experience, ACEs) si intende le esperienze traumatiche che possono includere abuso sessuale, fisico o emotivo oppure negligenza emotiva o fisica, così come circostanze familiari avverse che possono verificarsi durante l’infanzia o l’adolescenza [1]. Alcuni studi hanno mostrato come le esperienze avverse sono abbastanza frequenti, con i due terzi della popolazione che hanno avuto almeno un’esperienza di questo tipo prima dei 18 anni e con circa il 10% che ha sperimentato 5 o più esperienze avverse [2,3]. Un numero crescente di studi ha dimostrato l’impatto delle prime esperienze di vita sulla salute delle persone durante la loro crescita. Una persona che ha avuto esperienze infantili avverse (ACE) durante l’infanzia o l’adolescenza ha maggiori probabilità di sviluppare problemi di salute fisica e mentale in età adulta rispetto a una persona che non ne ha avute. Tuttavia, la tipologia di esperienza avversa vissuta sembra essere un elemento distintivo significativo che può portare ad esiti differenti. In genere è l’impatto cumulativo di più esperienze avverse infantili che porta a comportamenti a rischio e ad esiti negativi in età avanzata. Studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) Un recente studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) ha esaminato come le Esperienze Avverse Infantili possano influenzare la messa in atto di comportamenti a rischio o comportamenti altruistici durante la giovane età adulta. I partecipanti allo studio sono stati 490 giovani adulti spagnoli tra i 18 e i 20 anni, che hanno compilato un questionario self-report. Comportamento deviante e comportamento altruistico I comportamenti devianti e non altruistici possono essere considerati strategie di rischio che portano a esiti negativi, come problemi sociali, coinvolgimento giudiziario e reclusione. Il comportamento deviante potrebbe essere concettualizzato come un comportamento che viola le norme e i valori sociali, inclusa un’ampia gamma di atti come il furto, la menzogna e l’aggressione. Di contro, il comportamento altruistico è un concetto che implica azioni umane intraprese a beneficio degli altri. Questo è racchiuso all’interno del concetto di comportamento prosociale che consiste in un’ampia categoria di azioni che sono definite dalla società come generalmente benefiche per le altre persone. Risultati I risultati dello studio mostrano come l’aver avuto esperienze avverse durante l’infanzia aumenta la probabilità di messa in atto di comportamenti devianti e l’assenza di una condotta altruistica durante la giovinezza. In aggiunta, aver vissuto 4 o più esperienze averse in età infantile aumenta la probabilità di presentare comportamenti devianti. Inoltre, la tipologia di esperienze avverse può portare a esiti differenti. Si è osservato come l’abuso fisico fosse il principale predittore di comportamenti devianti. Infatti, i bambini che hanno subìto abusi fisici hanno più problemi di esternalizzazione nell’infanzia rispetto ai bambini trascurati, inclusa una maggiore aggressività nei confronti degli altri. Oltre a questo, anche l’abuso di sostanze nell’ambiente domestico è risultato essere un predittore significativo di comportamenti devianti durante la giovane età adulta. Per quanto riguarda le strategie positive, l’abbandono emotivo è risultato essere l’unica esperienza avversa capace di prevedere la mancanza di altruismo; questo probabilmente perché anche i bambini che non sono mai stati amati da chi si prende cura di loro, che non si sono mai sentiti speciali o importanti in un contesto protettivo, non hanno imparato la capacità di amare o prendersi cura degli altri. Conclusione Lo studio ha mostrato come comportamenti devianti e diversi disturbi socio-emotivi e cognitivi possano essere causati da esperienze avverse vissute durante l’infanzia. Un’identificazione precoce di esperienze infantili avverse diventa quindi fondamentale per prevenire comportamenti devianti e promuovere comportamenti altruistici, allontanando così esiti negativi a lungo termine. Diventa anche fondamentale promuovere azioni in grado di sviluppare, sin dalla tenera età, empatia e comprensione delle emozioni altrui, per promuovere comportamenti altruistici e solidali. Fonti [1] Gomis Pomares, A., & Villanueva, L. (2020). The effect of adverse childhood experiences on deviant and altruistic behavior during emerging adulthood.  Psicothema, 32(1), 33-39. doi: 10.7334/psicothema2019.142. [2] Bellis, M.A., Lowey, H., Leckenby, N., & Hughes, K. (2014). Adverse childhood experiences: Retrospective study to determine their impact on adult health behaviours and health outcomes in a UK population. Journal of Public Health, 36(1), 81-91. https://doi.org/10.1093/pubmed/fdt038 [3] Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245-258. https://doi.org/10.1016/S0749-3797(98)00017-8 https://www.stateofmind.it/2022/01/comportamenti-devianti-esperienze-avverse/

Il ruolo delle emozioni “negative”

Tristezza e felicità possono essere viste come due facce della stessa medaglia, entrambe sono necessarie per vivere una vita piena. Tuttavia, i tassi di depressione in crescita possono essere interpretati come un’impossibilità di esperire in modo funzionale anche le emozioni dette “negative”, mostrando come la ricerca spasmodica di una felicità “da copertina” porta spesso solo ad una perenne insoddisfazione. Facciamo sempre più fatica ad essere felici. Stiamo forse sbagliando qualcosa? Potrebbe essere possibile che la strada che porta alla felicità passi attraverso la tristezza? Le emozioni negative fanno parte dell’esperienza umana, hanno un loro ruolo e una loro funzione. Per “emozioni negative” si intende quelle emozioni alle quali viene assegnata una valenza negativa, ovvero vissute soggettivamente in modo spiacevole o sfavorevole. Esempi di tale tipologia di emozioni sono l’ansia, la tristezza, la rabbia, la colpa, il disgusto. Non sono necessariamente dannose e hanno specifiche funzioni nel regolare il nostro stare nel mondo. Tuttavia, se eccessivamente protratte nella loro durata oppure se sostenute da credenze irrazionali, eccessive e disfunzionali, possono correlarsi a esiti negativi a livello comportamentale e di benessere soggettivo.  Ricerche recenti suggeriscono che provare dei sentimenti non troppo felici in realtà promuova il benessere psicologico. Uno studio pubblicato sulla rivista Emotion nel 2016 ha coinvolto 365 partecipanti tedeschi dai 14 agli 88 anni. Per tre settimane, hanno avuto a disposizione uno smartphone che sottoponeva loro sei quiz giornalieri sulla loro salute emotiva. I ricercatori hanno studiato i loro sentimenti, sia negativi che postivi, in base al modo in cui i partecipanti percepivano la loro salute fisica in un dato momento. Prima di queste tre settimane, i partecipanti erano stati intervistati riguardo la loro salute emotiva (quanto si sentissero irritati o ansiosi; come percepissero l’umore negativo), la loro salute fisica e le loro abitudini di interazione sociale (se avessero legami forti con le persone a loro vicine). Dopo aver concluso il loro compito sugli smartphone, gli è stato chiesto il grado di soddisfazione delle loro vite. Il team ha riscontrato che il collegamento tra gli stati mentali negativi e una cattiva salute emotiva e fisica era più debole negli individui che consideravano utili le emozioni negative. Allo stesso modo, le emozioni negative erano collegate con una bassa soddisfazione per la propria vita solo nelle persone che non percepivano i loro sentimenti avversi come utili o piacevoli. Si tende a pensare che, poiché generino sofferenza e disagio nella persona che ne fa esperienza, sia auspicabile eliminarle, allontanarle ed evitate. Tuttavia, hanno un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e sarebbe impossibile, se non disadattivo, pensare di non farne esperienza. Esse hanno funzioni ben specifiche e, soprattutto, utili: possono avvertirci che è necessario cambiare una situazione in cui non ci troviamo a nostro agio, possono aiutarci a riparare ad un danno, a mettere in atto un cambiamento o allertarci su pericoli o momenti di difficoltà. Possono diventare una spinta ad agire o a riflettere su di noi e su quello che ci circonda. Riconoscerne quindi la funzione è il primo passo per comprenderle, attraversarle e, infine, accettarle. In questo modo, possono assumere una valenza trasformativa e migliorativa del nostro stato di benessere, sia mentale che relazionale. Questo perché le emozioni sono strettamente intrecciate alle relazioni. Vi è un rapporto di interdipendenza tra emozioni e relazioni, in cui vi è una reciproca influenza: provare un’emozione a valenza negativa può generare una spinta riparatoria che influenza le interazioni e le relazioni con gli altri.  Inoltre, è durante le avversità che ci leghiamo più profondamente alle altre persone; affrontare le avversità aumenta anche la resilienza. Diventa utile, quindi, identificare le emozioni, dare loro un nome e capire che senso hanno nello specifico momento della vita che stiamo vivendo. Affrontare e comprendere le emozioni negative ci permette di sviluppare maggiore resilienza e promuovere maggiori livelli di benessere personale e sociale.

Il ruolo della fede in psicoterapia

Il ruolo della fede nella psicoterapia <<Laddove non arriva il pensiero, ci vuole fiducia>> Enne, nel mezzo di una seduta, mi racconta di aver visionato un video la sera prima, che mostra l’immagine del conflitto israelo-palestinese. <<Un uomo, tra le macerie, con il figlio morto tra le braccia, con una serenità in volto dice “è il volere di Allah”>>. <<E come è stato per lei?>> <<Angosciante, ma liberatorio. Un qualcosa di pacifico>> Cominciamo così a parlare della fede. Ad Enne, italiano di origini palestinesi, in questo periodo storico di fede ne è rimasta poca.  Partiamo da un contesto preciso, quello religioso, per poi spogliarlo di un significato spirituale. In letteratura ci sono molte evidenze circa il ruolo che la fede riveste nel fronteggiamento delle cure oncologiche terminali e non. Promuove una proattività nel paziente, con una maggiore aderenza alle cure, una generale risposta positiva dell’organismo, in una rete di fattori indiretti che aumentano la percezione di benessere dell’individuo. Io che non sono credente, mi ritrovo a pensare ad una delle mie prime sedute di terapia personale. All’esposizione dei miei pensieri ruminativi di ricerca assoluta di certezza, il terapeuta mi risponde:<<laddove non arriva il pensiero, abbi fede>>. Ragioniamo un po’ su ciò che fede può significare per noi. Potrebbe aiutare a minimizzare la gravità di un errore. <<Ho fatto bene? È la scelta giusta?>>. Sono quesiti a cui non si può arrivare con assoluta certezza, in quanto fa parte di un’attività di previsione del futuro da parte della mente. Può cioè aiutare ad accettare il fallimento di un bisogno universale dell’uomo: il bisogno di certezza. La fede ci aiuta ad accettare con benevolenza l’incertezza, ingrediente fondamentale dell’emozione dell’ansia. Permette inoltre di accettazione del fallimento dei nostri scopi più profondi, che non è passività. È fiducia nella possibilità che nella vita ci siano altri scopi alternativi per noi più funzionali.  Aiuta, infine, a fronteggiare il dolore dello scopo perduto. E per me che non sono credente, parlare di fede mi sorprende molto. Mi sembra irrazionale, abbandonica, un inno alla passività. Mi sono poi scoperta ad avere fede continuamente, nelle piccole cose. Ogni volta che non pensiamo al respiro, ad esempio. In tutte le azioni in cui non siamo consapevoli, e abbiamo fede che il nostro corpo si prenda cura di noi. Per tutte le volte che troviamo l’altro ad un incontro concordato, e ci sembra normale che possa essere lì ad aspettarci. Mi sono sorpresa a scoprire in quante cose ho fede continuamente senza darci peso, e di come questo mi permetta invece di portare attivamente avanti i miei obiettivi. Perché in fondo avere fede vuol dire accettare l’esistenza di ciò che è al di fuori del nostro controllo. Perché in fondo, dico ad Enne, avere fede è ciò che ci permette di star qui nell’incontro con la certezza che questo pavimento non crollerà.

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore.  All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere.  Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo.  Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.

Il ruolo dell’insegnante

Giada Mazzanti spiega il ruolo dell’insegnante e i vari aspetti che l’insegnate deve sempre tenere presente nel suo fare. Il ruolo dell’insegnante è molto gravoso anche dal punto di vista emotivo, e purtroppo spesso viene screditato. L’insegnante si fa carico dell’altro e deve tenere sotto controllo diversi aspetti contemporaneamente.  Infatti oltre al compito pedagogico e disciplinare, deve riuscire a gestire la relazione con il singolo allievo che ha delle specifiche esigenze e caratteristiche, ma allo stesso tempo gestire la relazione con il gruppo classe.  Il vissuto emotivo dell’insegnante è fondamentale, perché l’allievo per apprendere ha bisogno di sentire la relazione, quindi l’insegnate deve essere consapevole dei suoi vissuti. Questo permette di sviluppare la capacità di ascoltare e accogliere i bisogni dell’altro. Ci sono però dei fattori che intervengono in questa capacità come i fattori intrinseci alla relazione oggettiva, i fattori esterni all’allievo e i fattori interni dell’insegnante. I fattori estrinseci si rifanno alla cultura e all’ambiente in cui è inserita l’organizzazione, infatti lo stile organizzativo specifico e la cultura in cui è inserita la scuola moderano la gestione dell’insegnante. I fattori esterni relativi agli alunni, si nota l’aspettativa degli alunni stessi rispetto all’insegnante. Le aspettative degli alunni modifica il fare dell’insegnante, però il fare dell’insegnante dipende anche dal livello di collaborazione del gruppo classe, che dipende a sua volta dalla frustrazione degli studenti. I fattori interni dell’insegnate, ovvero il sistema valoriale dell’individuo. Tutti questi fattori contribuiscono a modulare le modalità del fare l’insegnante. 

Il ruolo dell’immaginazione nella salute mentale: non è solo fantasia

Quando pensiamo alla parola “immaginazione”, spesso la associamo al mondo dell’infanzia, alla creatività artistica o alle fughe dalla realtà. Ma l’immaginazione non è solo fantasia: è uno strumento psicologico potente, che svolge un ruolo cruciale nella salute mentale. Immaginare è un atto mentale attivo L’immaginazione non è una semplice evasione: è la capacità di rappresentare mentalmente qualcosa che non è presente nel qui e ora. Ci permette di anticipare il futuro, rielaborare il passato, metterci nei panni degli altri, creare alternative, costruire significati. È una funzione fondamentale della mente umana. A cosa serve l’immaginazione in psicologia?1. Regolazione emotiva: immaginare situazioni rassicuranti, rifugi interiori o esiti positivi aiuta a modulare l’ansia e la paura. Tecniche come l’immaginazione guidata o la visualizzazione sono usate in psicoterapia per calmare la mente.2. Rielaborazione del trauma: nella terapia, l’immaginazione può essere usata per “riscrivere” memorie traumatiche, dando un nuovo significato agli eventi passati (come nella EMDR o nella terapia sensomotoria).3. Motivazione e cambiamento: immaginare sé stessi mentre si superano ostacoli, si cambiano abitudini o si raggiungono obiettivi rafforza la motivazione e la fiducia. Lo usano gli atleti, ma anche chi lavora sul proprio benessere psicologico.4. Empatia e relazioni: l’immaginazione ci permette di uscire da noi stessi, di metterci nei panni dell’altro. È alla base della comprensione empatica, essenziale per relazioni sane. Quando l’immaginazione può ferirci Naturalmente, non tutta l’immaginazione è benefica. Rimuginare su scenari catastrofici, immaginare costantemente giudizi negativi, rivivere mentalmente esperienze dolorose in modo rigido può alimentare ansia, depressione e senso di impotenza. L’uso dell’immaginazione, quindi, può essere costruttivo o disfunzionale a seconda di come viene gestito. Allenare l’immaginazione consapevole La buona notizia è che possiamo coltivare un uso sano e creativo dell’immaginazione. Alcuni modi per farlo includono:• Praticare visualizzazioni guidate o mindfulness immaginativa.• Usare la scrittura autobiografica per rielaborare eventi passati.• Imparare a riconoscere e disinnescare le fantasie negative automatiche.• Dare spazio alla creatività come forma di cura di sé. L’immaginazione non è un lusso della mente, ma una risorsa vitale. È ponte tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. In terapia, nella crescita personale, nel quotidiano: coltivare una relazione sana con la nostra immaginazione può aprire nuove strade per il benessere.