Il soggetto Psicopatico: psicomicrotraumi e psicotraumi nella sequenza delle dinamiche interne.

di Elisabetta Forte L’autrice intende presentare un’ipotesi progettuale basata sull’individuazione delle sequenze di fenomeni e di eventi psicomicrotraumatici e delle sequenze di fenomeni ed eventi psicotraumatici riscontrabili nel vissuto soggettivo dell’individuo psicopatico e su come queste sequenze si associno e s’intersechino, dando vita ad un terreno fertile in cui si sviluppa l’eziopsicopatogenesi del disturbo. La visuale teorico-metodologica ha una caratterizzazione psicodinamica psicoevoluzionista, che si riflette nell’individuazione di fenomeni ed eventi specifici, quali quelli psicotraumatici e quelli psicomicrotraumatici (Frateschi M., 2021). Interesse particolare tematico è dato dal riconoscere la dinamica, gli stadi e i processi evolutivi per comporre una valutazione del vissuto e delle esperienze soggettive. Gli strumenti utilizzati nella definizione del quadro metodologico comprendono il DSM-5, il PDM-2, la PCL-R, il test proiettivi del carta e matita e infine i criteri di valutazione con i parametri della sequenza dei fenomeni e degli eventi psicomicrotraumatici e psicotraumatici. Nella presente ipotesi progettuale, che si colloca all’interno dell’ambito della prevenzione primaria, si utilizzano come strumenti conoscitivi-informativi e di intervento per la formazione, lezioni frontali di stampo teorico, unite a dinamiche di gruppo nelle quali verranno effettuate esercitazioni, come il role-playing, il role-taking, e le simulazioni. La finalità dell’ipotesi è di produrre un contributo tematico scientifico e tecnico che possa fornire conoscenze sulla natura di alcuni disturbi, nello specifico sui disturbi di personalità che causano devianza comportamentale e conducono all’ acting out criminoso e anche riconoscere tratti clinicamente significativi in soggetti che potrebbero essere affetti da tale disturbo della personalità. Inoltre, quanto posto come ipotesi ha carattere preventivo, anche nell’ottica di delineare le dinamiche e i processi interni del soggetto psicopatico attraverso un metodo psicodinamico psicoevoluzionista (Frateschi M., 1988-2021). Parole chiave Psicomicrotrauma, psicotrauma, psicoevoluzione, psicopatia, psicodinamica psicoevoluzionista. Un particolare tema sulla prevenzione primaria psicologica riguarda il riconoscimento della dinamica, degli stadi e dei processi evolutivi normali differentemente da quelli patologici per gli individui e per le comunità. Un quadro di riferimento psicodinamico iniziale è fornito da quanto sostenuto da Gabbard (2015) che, in Psichiatria Psicodinamica, afferma: «I pazienti antisociali sono forse i più studiati tra gli individui con disturbi di personalità, ma sono anche quelli che i clinici tendono a evitare di più. Nella situazione terapeutica questi pazienti possono mentire, ingannare, rubare, minacciare e mettere in atto qualsiasi altro comportamento irresponsabile. Sono stati definiti come “psicopatici”, “sociopatici” affetti da “disturbi del carattere”, termini che in psichiatria sono associati all’incurabilità. Qualcuno potrebbe persino affermare che tali pazienti dovrebbero essere considerati criminali e non essere inclusi nell’ambito della psichiatria. L’esperienza clinica, tuttavia, suggerisce che l’etichetta asociale è applicata a un ampio spettro di pazienti, da quelli totalmente trattabili a quelli che sono curabili in determinate condizioni. L’esistenza di quest’ultimo gruppo rende necessaria un’approfondita comprensione di questi pazienti, tale da garantire il miglior trattamento possibile agli individui che possono essere aiutati. Nel suo classico lavoro del 1941, The Mask of Sanity, Hervey Cleckley ha fornito la prima descrizione clinica esauriente di questi pazienti. Come suggerisce il titolo, Cleckley considerava lo psicopatico come un individuo non palesemente psicotico, ma con comportamenti così caotici e cosi scarsamente in sintonia con le richieste della realtà e della società, da indicare la presenza di una psicosi sottostante. Anche se gli psicopatici sembravano capaci di stabilire rapporti interpersonali superficiali, erano completamente irresponsabili in tutte le loro relazioni e non avevano nessun rispetto per i sentimenti o le preoccupazioni degli altri. Nei decenni successivi alla pubblicazione del pionieristico lavoro di Cleckley il termine ” psicopatico ” è caduto progressivamente in disuso. Per un certo periodo è stato usato il termine ” sociopatico”, che sottolineava le origini sociali piuttosto che psicologiche di alcune delle difficoltà presentate da questi individui. Dalla pubblicazione, nel 1968, del secondo Manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association (DSM-II), l’espressione “personalità antisociale” è diventata la denominazione preferita. Con la pubblicazione del DSM-III (American Psychiatric Association, 1980) il disturbo antisociale di personalità è stato significativamente modificato rispetto alla descrizione originale di Cleckley. I criteri del DSM –III hanno fornito maggiori particolari diagnostici rispetto a quelli di qualunque altro disturbo di personalità, ma hanno ristretto il punto focale del disturbo a una popolazione criminale verosimilmente connessa con ceti sociali inferiori oppressi ed economicamente svantaggiati. Alcuni ricercatori hanno rilevato che quando i criteri del DSM- III venivano applicati a criminali in carcere, nella maggior parte dei casi (50-80 %) era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità. Risultati nettamente diversi si ottenevano invece utilizzando criteri diagnostici più strettamente in accordo con la descrizione tradizionale di Cleckley, in cui erano enfatizzati gli aspetti psicopatologici . Per esempio, se veniva usata la Psychopathy Checklist-Revised di Hare (PCL – R) , soltanto nel 15-25 % dei casi i detenuti esaminati risultavano classificabili come psicopatici. In uno studio su 137 donne dipendenti da cocaina che avevano richiesto un trattamento era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità secondo i criteri del DSM in oltre il 25 % dei casi , ma soltanto nell’1,5 % di queste donne poteva essere diagnosticato un moderato livello di psicopatia secondo la PCL – R . Questo strumento si basa su valutazioni cliniche esperte piuttosto che su informazioni autoriportate, e include aspetti come irresponsabilità, impulsività, mancanza di obiettivi realistici a lungo termine, comportamenti sessuali promiscui, precoci problemi di comportamento, stile di vita parassitico, durezza e mancanza di empatia, affettività superficiale, assenza di rimorso o di colpa, bisogno di stimolazioni e tendenza alla noia, senso grandioso di autostima, spigliatezza associata a un fascino superficiale. Nel corso degli ultimi anni il termine psicopatico è tornato ad avere una certa popolarità come definizione diagnostica che implica particolari caratteristiche psicodinamiche e biologiche, che non trovano riscontro nei criteri del DSM-5 per il disturbo antisociale di personalità. Il termine psicopatia, come definito da Hare, pone enfasi sui tratti elencati in precedenza, che comprendono caratteristiche interpersonali/psicodinamiche da un lato e comportamenti antisociali dall’altro. Sebbene queste due componenti siano ovviamente correlate, in alcuni individui possono presentarsi separatamente. Certi individui possono manifestare mancanza di empatia e grandiosità ed essere duri e manipolatori, ma non avere i problemi comportamentali delineati
Il sintomo in psicoterapia. Quando è il corpo a chiedere aiuto

Attraverso il corpo il sintomo si fa portavoce di una sofferenza che reclama attenzione, di parti che chiedono di essere integrate. Molte persone arrivano in psicoterapia per guarire da un sintomo che si esprime nel corpo. Attacchi di panico, cefalea, vertigini, dermatiti, mal di stomaco sono alcuni dei sintomi che possono portare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Spesso, questo tipo di richiesta arriva in un contesto di urgenza e di fretta, dopo un lasso di tempo ampio dall’esordio del sintomo e dopo svariate indagini mediche. La persona vuole nel più breve tempo possibile sbarazzarsi del sintomo invalidante. Il sintomo fa stare male. Procura disagio, ostacola in vari modi il vivere quotidiano. Genera scompiglio. Può far crollare l’immagine che la persona ha avuto di sé fino a quel momento. Spesso crea uno spartiacque tra “il prima” e “il dopo”. L’attenzione che si viene a focalizzare sul sintomo come capro espiatorio di tutte le sofferenze crea un circolo vizioso cui si accompagnano senso di impotenza e, talvolta, disperazione. “La mia vita non è più la stessa. Il mal di testa mi ha tolto la libertà che avevo prima. Avrei preferito scoprire di avere una malattia, in quel caso non mi sarei sentito impotente come mi sento ora. La terapia è la mia ultima speranza ma devo risolvere presto perchè così non vivo. Devo tornare alla serenità di prima. Non ho nessun altro problema, non mi manca nulla e starei bene, se non fosse per questo maledetto sintomo“. Che cos’è il sintomo? In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha in sé un paradosso. E’ energia vitale e, insieme, espressione di una interruzione dell’energia vitale. Problema e, al tempo stesso, tentativo di soluzione. Ciò che la maggior parte delle persone fa fatica ad accettare è che il sintomo non è un nemico da sconfiggere, bensì, una parte di sé che viene in soccorso per far luce su di una situazione incompiuta, su di una impasse evolutiva. Una porta di accesso al mondo interno che si apre perchè i conflitti irrisolti e le parti di sé non riconosciute giungano alla consapevolezza. Il sintomo indica la necessità di fermarsi ed ascoltarsi. Di riappropriarsi di aspetti alienati, temuti, proibiti. Di emozioni e bisogni inascoltati. E può arrivare a farlo in modo molto prepotente. Il sintomo è espressione di una sofferenza che riguarda la persona nella sua totalità “Voglio capire se è un problema di salute o mentale. A volte mi convinco che sia un problema mentale però se fosse così vorrebbe dire che sono capace di inventare tutto, che sono pazza“. Un’altra convinzione difficile da superare è che la mente e il corpo siano separati. Nella nostra cultura, si tende a distinguere tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, a parlare di salute con riferimento al corpo. Nonostante i progressi scientifici fatti da Cartesio ad oggi, permane questa visione dualistica dell’essere umano. Nella realtà, corpo e mente non hanno un’esistenza intrinseca a sé stante. Entrambi sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. La nostra natura è unitaria. Fritz Perls suggeriva di sostituire la frase “io ho un corpo” con la frase “io sono un corpo”, sottolineando l’abitudine a considerare il corpo come qualcosa di esterno da noi. Un oggetto che ci appartiene, una “carrozzeria che ci porta a spasso” e della quale di solito ci accorgiamo solo quando crea problemi. Il lavoro in psicoterapia Il lavoro in psicoterapia ha dunque come obiettivo quello di favorire il contatto con l’esperienza che la persona si vieta e con i bisogni di cui il sintomo si fa portavoce. E’ un lavoro che chiede ascolto. Rivolto al sentire. Laddove la persona cerca di escludere, eliminare, c’è bisogno di accogliere. Ogni sintomo è una forma di evitamento, la terapia è integrazione.
Il silenzio nell’incontro con sé stessi e con gli altri

ll silenzio può avere volti e significati diversi ed è una esperienza fondamentale di contatto e comunicazione. La funzione più importante del silenzio è quella di favorire l’ascolto e il contatto con il sentire. Che siamo da soli o con l’altro, creare uno spazio vuoto, di sospensione della parola, consente l’emergere di sensazioni, emozioni, bisogni. Nel silenzio possiamo accedere all’introspezione e alla contemplazione, così come all’incontro e all’intimità della relazione Io-Tu. Il silenzio facilita la consapevolezza, poiché interrompe il flusso delle parole che, il più delle volte, segue gli schemi rigidi e nevrotici della mente. La maggior parte delle persone ha molta difficoltà a sostenere il silenzio. Nella nostra società vi è una tendenza diffusa a riempire il tempo con parole e attività, per evitare l’angoscia del vuoto e il confronto autentico con se stessi e con l’altro. L’uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità (…). Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali, si annega in un mare di parole”. (Fritz Perls) Liberare la mente Un primo passo importante per poter accedere al potere del silenzio, in termini di conoscenza di sé e di contatto con l’esperienza, è quello di svuotare la mente. Questa operazione consente di liberare il campo da giudizi, convinzioni, fantasie e di stare nella realtà. Senza evitamenti, senza filtri. Presenti nel proprio corpo, con tutti i propri sensi. Si tratta di quello stato che sperimentiamo nelle pratiche meditative e che spontaneamente tendiamo a ricercare quando sentiamo il bisogno di difenderci dallo stress della vita quotidiana, immergendoci, ad esempio, nella natura. Il silenzio in psicoterapia In terapia, il silenzio svolge un ruolo centrale. Oltre all’importanza delle parole, vi è l’importanza di ciò che avviene al di là della dimensione verbale. Nelle pause, nei gesti, nello sguardo, nella postura. Il silenzio può essere evitato e le sedute vengono inondate di produzioni verbali. Di discorsi straripanti ed iperdettagliati. Oppure, può rappresentare una resistenza. L’agito con cui la persona evita i propri vissuti emotivi conflittuali, per mantenere in piedi il proprio copione e la propria struttura nevrotica. Man mano che le resistenze si sciolgono, il silenzio diventa il luogo in cui affiorano i conflitti, i ricordi, i traumi antichi da elaborare. Ed in cui terapeuta e paziente vivono gli aspetti transferali e controtransferali della relazione che caratterizzano l’unicità del loro incontro. Con la trasformazione dal vuoto sterile al vuoto fertile che avviene durante il processo, dal silenzio prende forma la libera espressione della persona. La nevrosi, che tende a riempire per interrompere la naturalezza dell’esperienza, lascia il posto al Vero sé e alla relazione autentica.
Il silenzio grande

di Antonella Buonerba “Il silenzio grande” è il titolo di un bellissimo film di Alessandro Gassman ambientato in una prestigiosa dimora napoletana, villa Primic. Più che ad un film, mi è sembrato di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia per la profondità dei dialoghi dei protagonisti, sia perché le scene si svolgevano in pochi ambienti, le stanze della casa, e in particolare nello studio del padre. Questi, importante scrittore di romanzi, si trincea per una vita proprio lì, nel suo studio e lavora ai suoi libri. Ad un certo punto, la vendita della casa diventa una inevitabile necessità per risanare le finanze della famiglia e quindi un importante motivo di discussione nonché il punto cruciale dove si annodano le relazioni familiari aggrovigliate da lunghi anni di faticosi silenzi. La moglie e i due figli del protagonista, Valerio, si avvicendano, davanti alla porta dello studio e, richiamati dalla musica, bussano, entrano, cercando di farsi spazio tra le numerose occupazioni di colui che, pur nelle sue tante mancanze, ha costituito un punto di riferimento per l’intera famiglia. Solo alla fine del film lo spettatore si accorge che quelli che potevano sembrare dei dialoghi tra Valerio e sua moglie Rose prima, e con ognuno dei suoi figli poi, sono in realtà dei monologhi : nessuno è in grado di sentire l’altro perché ormai Valerio è morto. Come è potuto succedere? “I piccoli silenzi fanno un grande silenzio” dice la saggia cameriera Cettina “la vera anima della casa” che, con la scusa di spolverare e dare un ordine alle centinaia di libri accatastati sulle mensole delle librerie, si insinua nello studio, aiuta Valerio a riflettere, a capire, origlia, ammicca, sdrammatizza con la saggezza e l’ironia di chi è stato in mezzo alla gente e che di libri non ne ha letto manco uno. Il primo principio de “La Pragmatica della comunicazione umana ” di Watzlawick recita che ” non si può non comunicare”. Pertanto anche il silenzio è pregno di significato e assume valore comunicativo a seconda del contesto e delle situazioni che viviamo. Che valore attribuiamo al silenzio? C’è una differenza enorme tra chi il silenzio lo crea e da chi lo subisce. Esso pone comunque una distanza che dà adito alle interpretazioni più svariate: i dubbi, i pensieri e le parole si stemperano o si ingigantiscono nei non detti, in quelle emozioni legate ai ricordi, nelle domande a cui non abbiamo potuto avere una risposta. Il silenzio mette le persone interessate in una situazione di attesa, nel tentativo disperato di bussare a delle porte che non si aprono, perché, forse, dall’altra parte, c’è qualcun altro che si sente bloccato da un vissuto che appartiene esso stesso a un passato di silenzi, indifferenza e abbandoni, proprio come il nostro protagonista. Ad un certo punto Valerio vuole rompere il silenzio perché allarmato dalle difficoltà della vita dei suoi cari, vorrebbe consigliarli, stare loro vicino, accompagnarli nelle scelte, nelle decisioni. Ma gli altri, ormai, sono già al di là del silenzio, delle porte e della casa.La richiesta del perdono diventa un atto obsoleto, una nota stonata che si frappone nel racconto di chi ha dovuto ritrovare da solo le strade della vita, con la forza della sua volontà. Che cosa rimane? Valerio e Rose si concedono un ultimo ballo. In quei pochi attimi di luce riprendono vita i ricordi di una vita e l’amore vissuto nell’assolutezza dei sentimenti da una parte, e nella concretezza dei giorni dall’altra. Rose va via e non si sente più sopraffatta dalla pesantezza della vita. Si chiude la porta di casa alle spalle, la sua casa, lasciando il passato dissolversi nella polvere che non ha nemmeno più i mobili dove posarsi. Bibliografia: Paul Watzlawick “Pragmatica della comunicazione umana”
Il silenzio degli adolescenti: un mondo da esplorare

Durante l’adolescenza, i ragazzi e le ragazze cercano di capire chi sono e come crescere. A volte diventano silenziosi e non parlano molto. Questo può succedere per diverse ragioni. Alcuni sono timidi, altri, invece, hanno paura di essere giudicati. Anche le esperienze che vivono e le amicizie possono fare sì che i ragazzi parlino di più o di meno. Gli adolescenti possono stare in silenzio in vari modi: concentrandosi su altro, isolandosi o non mostrando interesse nelle conversazioni. Il silenzio può essere un posto sicuro per gli adolescenti, dove possono pensare e capire le loro esperienze senza paura di essere giudicati o fraintesi. Ma è molto importante far capire loro che possono parlare quando vogliono e che riceveranno il necessario supporto e incoraggiamento per farlo.
Il senso di colpa che condiziona l’esistenza

Il senso di colpa è il sentimento, conscio o inconscio, che nasce dal riconoscersi responsabili di una violazione delle regole o di una mancanza. Se si manifesta in modo coerente con la realtà, il senso di colpa svolge una funzione adattiva ed evolutiva. La consapevolezza di aver compiuto un errore pone le basi per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità. Rappresenta la capacità della coscienza evoluta di provare disagio per il danno procurato all’altro e tentare di porvi rimedio. In assenza di questa capacità, come accade nel disturbo antisociale di personalità, si possono consolidare pattern di inosservanza e infrazione dei diritti degli altri. Quando sganciato dalla dimensione oggettiva, il senso di colpa si presenta, invece, sottoforma di un vissuto profondo talvolta privo di spiegazioni. All’estremo, può diventare tanto dilagante da pervadere l’esperienza di sé e del proprio essere al mondo. Ci si può sentire sbagliati a prescindere da ciò che si fa o non si fa ma per come si è. E, anche, per il solo fatto di esistere. Il senso di colpa fa parte di diverse patologie e prende ampio spazio nella depressione. Può collocarsi alla base di alcune condotte criminali, in cui si delinque allo scopo inconscio di farsi punire dalla legge, o di condotte vittimistiche e autolesionistiche, in cui il disprezzo per se stessi può portare a ritenersi meritevoli non solo di punizione ma persino di violenza e morte. In assenza di cure il senso di colpa patologico è destinato ad un circolo vizioso senza soluzione, poiché non c’è espiazione o riparazione che possa cancellare la colpa innata che la persona vive, i sentimenti autodenigratori che la accompagnano e il vuoto che lascia dentro di sé. Senso di colpa e vergogna Il senso di colpa ha in comune con l’emozione della vergogna il rifiuto verso se stessi. Ma, mentre la vergogna tiene la persona bloccata nel conflitto con l’immagine di sé e la porta a temere l’esposizione e a nascondersi, il senso di colpa dirige l’attenzione sul torto arrecato all’altro e sul sentire di meritarne il disprezzo, con le relative conseguenze in termini di perdita di affetto e abbandono. L’origine del senso di colpa patologico In psicoterapia della Gestalt, il senso di colpa rappresenta un ostacolo al processo realizzativo. La persona si ritiene riprorevole per ciò che sente e vuole e per parti di sé che vive come inaccettabili. Il senso di colpa risulta connesso ad un forte doverismo interno e ad un ampio divario tra la percezione che si ha di se stessi e il proprio ideale. Entrambi gli aspetti si costruiscono durante l’infanzia, sulla base di messaggi genitoriali, verbali e non verbali, che svalutano l’espressione autentica della personalità e spingono verso modelli da imitare. Secondo Perls: “Un individuo sano agisce responsabilmente secondo ciò che è, e non secondo ciò cui dovrebbe assomigliare”. All’origine, il senso di colpa si struttura quando il bambino, nell’esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni, avverte il pericolo di perdere l’amore dei propri genitori. In alcuni casi, corrisponde ad un ritiro nella difesa onnipotente che offre una rassicurazione, illusoria, di controllo sulla realtà. Sentendosi abbandonato o trascurato, o vedendo mamma e papà litigare, ad esempio, il bambino può convincersi che sia tutta colpa sua. Non di rado, può farsi carico della sofferenza dei propri genitori e sentirsi in colpa se gioisce, se piange o se si allontana da loro. Le ingiunzioni ed il senso di colpa esistenziale Per un sano sviluppo del sé è fondamentale da bambini sentirsi accolti e amati. Visti e riconosciuti nella propria individualità, con tutte le proprie parti. Se, al contrario, si riceve il divieto di essere come si è, in termini analitico-transazionali una ingiunzione del tipo “non essere te stesso”, ci si inizierà a sentire inadeguati e sbagliati e il senso di colpa che ne conseguirà andrà a condizionare la libera espressione di se stessi. Più spesso, ad essere proibita è una specifica esperienza di sé e della vita. Ad esempio, un “non essere intimo” o un “non essere importante” caricheranno di sentimenti di colpa i bisogni di intimità e autorealizzazione con conseguenti blocchi in queste aree. Esiti più gravi sul piano della salute possono insorgere con l’ingiunzione “non esistere”, quando l’ambiente invia messaggi che minano il valore della propria stessa esistenza. Liberarsi dal senso di colpa Il lavoro sul senso di colpa è innanzitutto un lavoro di riconoscimento e accettazione di sé. Di differenziazione dalle proprie figure genitoriali e dai messaggi svalutanti ricevuti. Si tratta di un percorso di ristrutturazione della personalità volto a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libera espressione di sé. Liberarsi dal senso di colpa significa lasciare andare i “devi” e i “non” ricevuti, darsi il permesso di essere come si è. Guardare alla propria storia e alle proprie ferite e alla impossibilità di cambiare ciò che è stato, per poterlo salutare dentro di sé. Dare volto e voce alla rabbia che distrugge dall’interno. Incontrare il dolore. Accogliere l’impotenza di fronte ai propri limiti. Rinunciare ad avere un potere su ciò che dipende solo dall’esterno per occuparsi di ciò che invece è in proprio potere: dalla colpa alla responsabilità.
Il ruolo dello psicologo nella cura dell’ansia e della depressione

Parlare di ansia e depressione sembra quasi ridondante nella nostra società perché in entrambi i casi le parole rimandano a situazioni che attivano nell’immaginario di ciascuno situazioni vissute o direttamente o da qualcuno che conosciamo. Solitamente questi vengono definiti come disturbi emotivo comuni, a causa della diffusione nella popolazione, sono disturbi che interessano bambini, giovani e adulti in forme diverse e con differente grado di intensità Per definire meglio questi fenomeni possiamo parlare per quanto riguarda l’ansia di preoccupazione eccessiva per le attività della vita quotidiana, questa preoccupazione crea un disagio nella persona che la sperimenta e lo limita nelle sue attività; per la depressione parliamo di una perdita di interesse per le attività di vita che prima nella stessa persona provocavano piacere o in un umore sotto tono per la maggior parte del giorno e tutti i giorni per almeno quindici giorni. Per fare una vera e propria diagnosi il professionista deve pero conoscere ed indagare altri aspetti che qui non tratteremo, quello che invece preme rappresentare è il fatto che spesso alcuni sintomi vengono sottostimati dalle persone fino a quando essi non diventano invalidanti. Il medico di medicina generale è solitamente il primo passaggio che le persone fanno, egli valuta lo stato di salute e le eventuali possibilità di cura. Cosi come per la maggior parte delle malattie, l’intervento precoce risulta fondamentale per migliorare la prognosi. Lo psicologo psicoterapeuta ha il compito di sostenere il paziente nella difficoltà che vive e di elaborare i pensieri, le emozioni ed i comportamenti disfunzionali, fornendo al paziente supporto accettazione e gli strumenti per potere superare la difficoltà che vive. Nello specifico le tecniche di psicoterapia permettono di acquisire le competenze e l’autosostegno necessari, di esplorare la sintomatologia, di creare collegamenti di senso per la definizione della difficoltà, di sviluppare e rafforzare le risorse interne utili al superamento del disagio emotivo.
Il ruolo dello psicologo all’interno di eventi traumatici

di Lucia Fiengo Cosa accade quando in una domenica qualunque di bel tempo, in una giornata primaverile, dopo un lungo blocco alla vita sociale a causa della pandemia da SARS- Cov-2 si torna a trascorrere un po’ di tempo fuori casa, si prende una funivia e una cabina tragicamente precipita nel vuoto? Cosa accade quando in un giorno pieno di pioggia, che precede il ferragosto, crolla un ponte dove a viaggiare ci sono famiglie dirette verso il mare, lavoratori che si avvicinano speranzosi alle vacanze, giovani pieni di sogni che hanno intenzione di intraprendere giorni di spensieratezza? Cosa accade a queste vite spezzate? Cosa accade, soprattutto, a chi sopravvive? Cosa accade a chi vede queste scene in TV e riconosce l’auto del compagno o associa che il proprio figlio sarebbe dovuto essere lì, nella stessa frazione di secondi in cui è accaduto quel disastro? In queste situazioni, il vero protagonista è il trauma, inteso da Krystal come “il trauma psichico catastrofico”, ovvero “una resa a ciò che viene vissuto come un pericolo inevitabile di origine esterna o interna. È la realtà psichica della resa a ciò che viene vissuto come una situazione intollerabile senza via d’uscita che fa sì che si abbandonino le attività che salvaguardano la vita”(Krystal, 2007, p. 200). Disastri naturali, come il terremoto dell’Irpinia degli anni ’80 o quello dell’Aquila del 2009, oppure incidenti più recenti, come il crollo del Ponte Morandi a Genova o il recente evento che vede coinvolta la Funivia Mottarone, chiamano all’opera diverse professionalità, e più nello specifico in ambito psicologico, gli psicologi dell’Emergenza. A seguito di un evento traumatico, diversamente da un evento stressante, l’equilibrio individuale viene minato e risulta molto più complesso ristrutturarlo; laddove si è in grado di ripristinare un nuovo equilibrio sarà in ogni caso differente da quello che precedeva l’evento traumatico, avendo nuovi confini e nuovi significati (Robert, 1995). La Psicologia dell’Emergenza viene definita come la ricerca e l’applicazione delle conoscenze psicologiche nei contesti di emergenza. Essa si occupa principalmente di studiare le reazioni umane nei contesti avversi, di promuovere la salute mentale e di rafforzare le competenze psicosociali prima che tali circostanze siano avvenute e dopo il loro accadimento (Pietrantoni & Prati, 2009). Gli psicologi formati alla gestione dell’emergenza hanno come obiettivo quello di arginare potenziali ripercussioni a lungo termine, attraverso una serie di misure che più ritengono pertinenti alla specifica situazione. Nelle ultime settimane, la maggior parte dei giornali e telegiornali hanno mantenuto il focus sull’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone: Eitan, un bambino di 5 anni, che vede la sua famiglia distrutta, a causa di una tragica fatalità. Fondamentale in questa circostanza, come in tutte le circostanze che sfociano in eventi traumatici, è l’operato dello/a psicologo/a. Con chi o cosa si interfaccia uno psicologo al fine di contenere le conseguenze traumatiche di un evento di tale portata? Un possibile intervento, che vede attivamente coinvolto lo psicologo, è attuabile all’interno dell’ecosistema sociale del bambino coinvolgendo la famiglia, più specificamente quei familiari che si prenderanno cura del bambino, i quali si trovano, anche loro a fronteggiare il trauma, seppur in modo differente; affrontare temi esistenziali, adattando lo stile comunicativo più appropriato all’età del bambino, può essere utile al fine di implementare strategie di coping utili (Kapor & Stanulovic, 2005). Altro possibile intervento, può essere identificato in quello che Pynoos ed Eth (1986), hanno definito come “intervista terapeutica”, dove in apertura lo psicologo si mostra disponibile ad ascoltare il piccolo, coinvolgendolo in attività come il disegno libero oppure in attività ludiche e successivamente spronarlo a dare una spiegazione; in un secondo momento, aiutare il bambino a ricostruire l’esperienza vissuta e tutto ciò che ricorda appartenere a questa, individuando le strategie più adeguate alla situazione; infine chiudere con materiali che emergono dall’incontro, come il gioco oppure il disegno,enfatizzando che le reazioni del bambino sono normali e prevedibili. A prescindere dal tipo, lo psicologo dovrà sviluppare un intervento capace di riadattare il soggetto ad una nuova realtà, ricomponendola in maniera differente rispetto al passato. BIBLIOGRAFIA Kapor, N., & Stanulovic, N. (2005). Psicologia dell’emergenza. L’intervento con i bambini e gli adolescenti. Carocci, Roma. Krystal, H. (2007). Affetto, trauma, alessitemia. Astrolabio ed., Roma. Pietrantoni, L., & Prati, G. (2009). Resilienza tra i primi soccorritori. Resilienza tra i primi soccorritori , 1000-1019. Pynoos, RS, & Eth, S. (1986). Testimone di violenza: l’intervista al bambino. Journal of the American Academy of Child Psychiatry , 25 (3), 306-319. Roberts, A. R. (1995). Crisis intervention and time-limited cognitive treatment. Sage.
Il ruolo delle Esperienze Avverse Infantili nella messa in atto di comportamenti a rischio

Le esperienze vissute in età infantile possono svolgere un ruolo importante nella crescita dell’individuo e nelle sue scelte comportamentali e di vita. Non sempre, infatti, l’infanzia è un momento felice, talvolta è costellata da esperienze avverse che influenzeranno la crescita e lo sviluppo personale. Cosa sono le Esperienze Avverse Infantili? Per “Esperienze Avverse Infantili” (Adverse Childhood Experience, ACEs) si intende le esperienze traumatiche che possono includere abuso sessuale, fisico o emotivo oppure negligenza emotiva o fisica, così come circostanze familiari avverse che possono verificarsi durante l’infanzia o l’adolescenza [1]. Alcuni studi hanno mostrato come le esperienze avverse sono abbastanza frequenti, con i due terzi della popolazione che hanno avuto almeno un’esperienza di questo tipo prima dei 18 anni e con circa il 10% che ha sperimentato 5 o più esperienze avverse [2,3]. Un numero crescente di studi ha dimostrato l’impatto delle prime esperienze di vita sulla salute delle persone durante la loro crescita. Una persona che ha avuto esperienze infantili avverse (ACE) durante l’infanzia o l’adolescenza ha maggiori probabilità di sviluppare problemi di salute fisica e mentale in età adulta rispetto a una persona che non ne ha avute. Tuttavia, la tipologia di esperienza avversa vissuta sembra essere un elemento distintivo significativo che può portare ad esiti differenti. In genere è l’impatto cumulativo di più esperienze avverse infantili che porta a comportamenti a rischio e ad esiti negativi in età avanzata. Studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) Un recente studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) ha esaminato come le Esperienze Avverse Infantili possano influenzare la messa in atto di comportamenti a rischio o comportamenti altruistici durante la giovane età adulta. I partecipanti allo studio sono stati 490 giovani adulti spagnoli tra i 18 e i 20 anni, che hanno compilato un questionario self-report. Comportamento deviante e comportamento altruistico I comportamenti devianti e non altruistici possono essere considerati strategie di rischio che portano a esiti negativi, come problemi sociali, coinvolgimento giudiziario e reclusione. Il comportamento deviante potrebbe essere concettualizzato come un comportamento che viola le norme e i valori sociali, inclusa un’ampia gamma di atti come il furto, la menzogna e l’aggressione. Di contro, il comportamento altruistico è un concetto che implica azioni umane intraprese a beneficio degli altri. Questo è racchiuso all’interno del concetto di comportamento prosociale che consiste in un’ampia categoria di azioni che sono definite dalla società come generalmente benefiche per le altre persone. Risultati I risultati dello studio mostrano come l’aver avuto esperienze avverse durante l’infanzia aumenta la probabilità di messa in atto di comportamenti devianti e l’assenza di una condotta altruistica durante la giovinezza. In aggiunta, aver vissuto 4 o più esperienze averse in età infantile aumenta la probabilità di presentare comportamenti devianti. Inoltre, la tipologia di esperienze avverse può portare a esiti differenti. Si è osservato come l’abuso fisico fosse il principale predittore di comportamenti devianti. Infatti, i bambini che hanno subìto abusi fisici hanno più problemi di esternalizzazione nell’infanzia rispetto ai bambini trascurati, inclusa una maggiore aggressività nei confronti degli altri. Oltre a questo, anche l’abuso di sostanze nell’ambiente domestico è risultato essere un predittore significativo di comportamenti devianti durante la giovane età adulta. Per quanto riguarda le strategie positive, l’abbandono emotivo è risultato essere l’unica esperienza avversa capace di prevedere la mancanza di altruismo; questo probabilmente perché anche i bambini che non sono mai stati amati da chi si prende cura di loro, che non si sono mai sentiti speciali o importanti in un contesto protettivo, non hanno imparato la capacità di amare o prendersi cura degli altri. Conclusione Lo studio ha mostrato come comportamenti devianti e diversi disturbi socio-emotivi e cognitivi possano essere causati da esperienze avverse vissute durante l’infanzia. Un’identificazione precoce di esperienze infantili avverse diventa quindi fondamentale per prevenire comportamenti devianti e promuovere comportamenti altruistici, allontanando così esiti negativi a lungo termine. Diventa anche fondamentale promuovere azioni in grado di sviluppare, sin dalla tenera età, empatia e comprensione delle emozioni altrui, per promuovere comportamenti altruistici e solidali. Fonti [1] Gomis Pomares, A., & Villanueva, L. (2020). The effect of adverse childhood experiences on deviant and altruistic behavior during emerging adulthood. Psicothema, 32(1), 33-39. doi: 10.7334/psicothema2019.142. [2] Bellis, M.A., Lowey, H., Leckenby, N., & Hughes, K. (2014). Adverse childhood experiences: Retrospective study to determine their impact on adult health behaviours and health outcomes in a UK population. Journal of Public Health, 36(1), 81-91. https://doi.org/10.1093/pubmed/fdt038 [3] Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245-258. https://doi.org/10.1016/S0749-3797(98)00017-8 https://www.stateofmind.it/2022/01/comportamenti-devianti-esperienze-avverse/
Il ruolo delle emozioni “negative”

Tristezza e felicità possono essere viste come due facce della stessa medaglia, entrambe sono necessarie per vivere una vita piena. Tuttavia, i tassi di depressione in crescita possono essere interpretati come un’impossibilità di esperire in modo funzionale anche le emozioni dette “negative”, mostrando come la ricerca spasmodica di una felicità “da copertina” porta spesso solo ad una perenne insoddisfazione. Facciamo sempre più fatica ad essere felici. Stiamo forse sbagliando qualcosa? Potrebbe essere possibile che la strada che porta alla felicità passi attraverso la tristezza? Le emozioni negative fanno parte dell’esperienza umana, hanno un loro ruolo e una loro funzione. Per “emozioni negative” si intende quelle emozioni alle quali viene assegnata una valenza negativa, ovvero vissute soggettivamente in modo spiacevole o sfavorevole. Esempi di tale tipologia di emozioni sono l’ansia, la tristezza, la rabbia, la colpa, il disgusto. Non sono necessariamente dannose e hanno specifiche funzioni nel regolare il nostro stare nel mondo. Tuttavia, se eccessivamente protratte nella loro durata oppure se sostenute da credenze irrazionali, eccessive e disfunzionali, possono correlarsi a esiti negativi a livello comportamentale e di benessere soggettivo. Ricerche recenti suggeriscono che provare dei sentimenti non troppo felici in realtà promuova il benessere psicologico. Uno studio pubblicato sulla rivista Emotion nel 2016 ha coinvolto 365 partecipanti tedeschi dai 14 agli 88 anni. Per tre settimane, hanno avuto a disposizione uno smartphone che sottoponeva loro sei quiz giornalieri sulla loro salute emotiva. I ricercatori hanno studiato i loro sentimenti, sia negativi che postivi, in base al modo in cui i partecipanti percepivano la loro salute fisica in un dato momento. Prima di queste tre settimane, i partecipanti erano stati intervistati riguardo la loro salute emotiva (quanto si sentissero irritati o ansiosi; come percepissero l’umore negativo), la loro salute fisica e le loro abitudini di interazione sociale (se avessero legami forti con le persone a loro vicine). Dopo aver concluso il loro compito sugli smartphone, gli è stato chiesto il grado di soddisfazione delle loro vite. Il team ha riscontrato che il collegamento tra gli stati mentali negativi e una cattiva salute emotiva e fisica era più debole negli individui che consideravano utili le emozioni negative. Allo stesso modo, le emozioni negative erano collegate con una bassa soddisfazione per la propria vita solo nelle persone che non percepivano i loro sentimenti avversi come utili o piacevoli. Si tende a pensare che, poiché generino sofferenza e disagio nella persona che ne fa esperienza, sia auspicabile eliminarle, allontanarle ed evitate. Tuttavia, hanno un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e sarebbe impossibile, se non disadattivo, pensare di non farne esperienza. Esse hanno funzioni ben specifiche e, soprattutto, utili: possono avvertirci che è necessario cambiare una situazione in cui non ci troviamo a nostro agio, possono aiutarci a riparare ad un danno, a mettere in atto un cambiamento o allertarci su pericoli o momenti di difficoltà. Possono diventare una spinta ad agire o a riflettere su di noi e su quello che ci circonda. Riconoscerne quindi la funzione è il primo passo per comprenderle, attraversarle e, infine, accettarle. In questo modo, possono assumere una valenza trasformativa e migliorativa del nostro stato di benessere, sia mentale che relazionale. Questo perché le emozioni sono strettamente intrecciate alle relazioni. Vi è un rapporto di interdipendenza tra emozioni e relazioni, in cui vi è una reciproca influenza: provare un’emozione a valenza negativa può generare una spinta riparatoria che influenza le interazioni e le relazioni con gli altri. Inoltre, è durante le avversità che ci leghiamo più profondamente alle altre persone; affrontare le avversità aumenta anche la resilienza. Diventa utile, quindi, identificare le emozioni, dare loro un nome e capire che senso hanno nello specifico momento della vita che stiamo vivendo. Affrontare e comprendere le emozioni negative ci permette di sviluppare maggiore resilienza e promuovere maggiori livelli di benessere personale e sociale.