Il ruolo della fede in psicoterapia

Il ruolo della fede nella psicoterapia <<Laddove non arriva il pensiero, ci vuole fiducia>> Enne, nel mezzo di una seduta, mi racconta di aver visionato un video la sera prima, che mostra l’immagine del conflitto israelo-palestinese. <<Un uomo, tra le macerie, con il figlio morto tra le braccia, con una serenità in volto dice “è il volere di Allah”>>. <<E come è stato per lei?>> <<Angosciante, ma liberatorio. Un qualcosa di pacifico>> Cominciamo così a parlare della fede. Ad Enne, italiano di origini palestinesi, in questo periodo storico di fede ne è rimasta poca.  Partiamo da un contesto preciso, quello religioso, per poi spogliarlo di un significato spirituale. In letteratura ci sono molte evidenze circa il ruolo che la fede riveste nel fronteggiamento delle cure oncologiche terminali e non. Promuove una proattività nel paziente, con una maggiore aderenza alle cure, una generale risposta positiva dell’organismo, in una rete di fattori indiretti che aumentano la percezione di benessere dell’individuo. Io che non sono credente, mi ritrovo a pensare ad una delle mie prime sedute di terapia personale. All’esposizione dei miei pensieri ruminativi di ricerca assoluta di certezza, il terapeuta mi risponde:<<laddove non arriva il pensiero, abbi fede>>. Ragioniamo un po’ su ciò che fede può significare per noi. Potrebbe aiutare a minimizzare la gravità di un errore. <<Ho fatto bene? È la scelta giusta?>>. Sono quesiti a cui non si può arrivare con assoluta certezza, in quanto fa parte di un’attività di previsione del futuro da parte della mente. Può cioè aiutare ad accettare il fallimento di un bisogno universale dell’uomo: il bisogno di certezza. La fede ci aiuta ad accettare con benevolenza l’incertezza, ingrediente fondamentale dell’emozione dell’ansia. Permette inoltre di accettazione del fallimento dei nostri scopi più profondi, che non è passività. È fiducia nella possibilità che nella vita ci siano altri scopi alternativi per noi più funzionali.  Aiuta, infine, a fronteggiare il dolore dello scopo perduto. E per me che non sono credente, parlare di fede mi sorprende molto. Mi sembra irrazionale, abbandonica, un inno alla passività. Mi sono poi scoperta ad avere fede continuamente, nelle piccole cose. Ogni volta che non pensiamo al respiro, ad esempio. In tutte le azioni in cui non siamo consapevoli, e abbiamo fede che il nostro corpo si prenda cura di noi. Per tutte le volte che troviamo l’altro ad un incontro concordato, e ci sembra normale che possa essere lì ad aspettarci. Mi sono sorpresa a scoprire in quante cose ho fede continuamente senza darci peso, e di come questo mi permetta invece di portare attivamente avanti i miei obiettivi. Perché in fondo avere fede vuol dire accettare l’esistenza di ciò che è al di fuori del nostro controllo. Perché in fondo, dico ad Enne, avere fede è ciò che ci permette di star qui nell’incontro con la certezza che questo pavimento non crollerà.

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore.  All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere.  Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo.  Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.

Il ruolo dell’insegnante

Giada Mazzanti spiega il ruolo dell’insegnante e i vari aspetti che l’insegnate deve sempre tenere presente nel suo fare. Il ruolo dell’insegnante è molto gravoso anche dal punto di vista emotivo, e purtroppo spesso viene screditato. L’insegnante si fa carico dell’altro e deve tenere sotto controllo diversi aspetti contemporaneamente.  Infatti oltre al compito pedagogico e disciplinare, deve riuscire a gestire la relazione con il singolo allievo che ha delle specifiche esigenze e caratteristiche, ma allo stesso tempo gestire la relazione con il gruppo classe.  Il vissuto emotivo dell’insegnante è fondamentale, perché l’allievo per apprendere ha bisogno di sentire la relazione, quindi l’insegnate deve essere consapevole dei suoi vissuti. Questo permette di sviluppare la capacità di ascoltare e accogliere i bisogni dell’altro. Ci sono però dei fattori che intervengono in questa capacità come i fattori intrinseci alla relazione oggettiva, i fattori esterni all’allievo e i fattori interni dell’insegnante. I fattori estrinseci si rifanno alla cultura e all’ambiente in cui è inserita l’organizzazione, infatti lo stile organizzativo specifico e la cultura in cui è inserita la scuola moderano la gestione dell’insegnante. I fattori esterni relativi agli alunni, si nota l’aspettativa degli alunni stessi rispetto all’insegnante. Le aspettative degli alunni modifica il fare dell’insegnante, però il fare dell’insegnante dipende anche dal livello di collaborazione del gruppo classe, che dipende a sua volta dalla frustrazione degli studenti. I fattori interni dell’insegnate, ovvero il sistema valoriale dell’individuo. Tutti questi fattori contribuiscono a modulare le modalità del fare l’insegnante. 

Il ruolo dell’immaginazione nella salute mentale: non è solo fantasia

Quando pensiamo alla parola “immaginazione”, spesso la associamo al mondo dell’infanzia, alla creatività artistica o alle fughe dalla realtà. Ma l’immaginazione non è solo fantasia: è uno strumento psicologico potente, che svolge un ruolo cruciale nella salute mentale. Immaginare è un atto mentale attivo L’immaginazione non è una semplice evasione: è la capacità di rappresentare mentalmente qualcosa che non è presente nel qui e ora. Ci permette di anticipare il futuro, rielaborare il passato, metterci nei panni degli altri, creare alternative, costruire significati. È una funzione fondamentale della mente umana. A cosa serve l’immaginazione in psicologia?1. Regolazione emotiva: immaginare situazioni rassicuranti, rifugi interiori o esiti positivi aiuta a modulare l’ansia e la paura. Tecniche come l’immaginazione guidata o la visualizzazione sono usate in psicoterapia per calmare la mente.2. Rielaborazione del trauma: nella terapia, l’immaginazione può essere usata per “riscrivere” memorie traumatiche, dando un nuovo significato agli eventi passati (come nella EMDR o nella terapia sensomotoria).3. Motivazione e cambiamento: immaginare sé stessi mentre si superano ostacoli, si cambiano abitudini o si raggiungono obiettivi rafforza la motivazione e la fiducia. Lo usano gli atleti, ma anche chi lavora sul proprio benessere psicologico.4. Empatia e relazioni: l’immaginazione ci permette di uscire da noi stessi, di metterci nei panni dell’altro. È alla base della comprensione empatica, essenziale per relazioni sane. Quando l’immaginazione può ferirci Naturalmente, non tutta l’immaginazione è benefica. Rimuginare su scenari catastrofici, immaginare costantemente giudizi negativi, rivivere mentalmente esperienze dolorose in modo rigido può alimentare ansia, depressione e senso di impotenza. L’uso dell’immaginazione, quindi, può essere costruttivo o disfunzionale a seconda di come viene gestito. Allenare l’immaginazione consapevole La buona notizia è che possiamo coltivare un uso sano e creativo dell’immaginazione. Alcuni modi per farlo includono:• Praticare visualizzazioni guidate o mindfulness immaginativa.• Usare la scrittura autobiografica per rielaborare eventi passati.• Imparare a riconoscere e disinnescare le fantasie negative automatiche.• Dare spazio alla creatività come forma di cura di sé. L’immaginazione non è un lusso della mente, ma una risorsa vitale. È ponte tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. In terapia, nella crescita personale, nel quotidiano: coltivare una relazione sana con la nostra immaginazione può aprire nuove strade per il benessere.

Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

social media DCA

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.

Il ritiro degli Hikikomori: caratteristiche della famiglia

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Il ritiro sociale messo in atto da un adolescente hikikomori ha radici sia personali che familiari. Innanzitutto, i cambiamenti della società attuale hanno portato mutamenti nelle relazioni tra genitori e figli. L’attenzione infatti è posta sul figlio, per il quale si mobilitano tutte le risorse per non fargli mancare nulla. Questo discorso, in una società fortemente orientata all’accettazione sociale e ai like ricevuti, si traduce in una forma di ostentazione del benessere materiale. Questi comportamenti, ovviamente, sono a discapito di quello affettivo e funzionale. Spesso, l’atteggiamento adottato dai genitori, soprattutto dei figli adolescenti, è dettato dal lassismo, in contrapposizione a quello autoritario subito. Ci si comporta “dando tutto ciò che non si è avuto “, idealizzando il concetto che il miglioramento della vita e delle relazioni sia dettato dal possesso delle cose. I genitori moderni si caricano di ansia perché vorrebbero proteggere i propri figli dalle frustrazioni e dalle difficoltà quotidiane. Così facendo, attuano comportamenti che non favoriscono l’indipendenza. Al contrario, solitamente la madre, più presente e iperprotettiva, cancerizza la dipendenza e asseconda le continue richieste del figlio, compreso il ritiro sociale. Altra caratteristica tipica del genitore degli hikikomori è l’aspettativa. Spesso si investono i propri figli del personale desiderio di realizzazione, con aspettative molto alte e talvolta irrealistiche. I genitori, così, scelgono le scuole migliori, vogliono che i figli primeggino in campo sportivo e scolastico, che si distinguano dai coetanei grazie al successo. Sostengono che la realizzazione del figlio sia l’accettazione sociale del loro buon lavoro di genitore capace. Il ruolo genitoriale è di accompagnamento al benessere personale e all’indipendenza economica ed affettiva. I figli hanno propri desideri ed emozioni, che devono essere ascoltati e accolti, affinché si sviluppi in loro autostima e fiducia.

IL RITARDO EMOTIVO

Quando si parla di ritardo emotivo? E’ un aspetto fondamentale? Quali ripercussioni a breve e lungo termine può avere un bambino che non impara ad esprimere le proprie emozioni? COS’E’ IL RITARDO EMOTIVO? Il ritardo emotivo è caratterizzato da mancanza di emozioni e dalla ridotta capacità o incapacità di provare emozioni empatiche. Spesso è sintomatico di una condizione mentale o fisiologica sottostante. Le persone che soffrono di ritardo emotivo generalmente hanno difficoltà a provare emozioni o ad esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, i pazienti non sviluppano completamente la capacità di notare e rispondere ai segnali sociali e possono avere difficoltà a interagire in un gruppo o in conversazioni individuali. CONCOMITANZA CON ALTRI DISTURBI Questo aspetto può essere concomitante con disturbi dell’apprendimento sociale, come l’autismo, che possono rendere difficile per alcuni pazienti fare amicizia o stabilire relazioni.  Il ritardo emotivo è generalmente un sintomo, piuttosto che un disturbo in sé e per sé. POSSIBILI CAUSE Oltre ai disturbi mentali ed emotivi, altre possibili cause di problemi di sviluppo emotivo includono traumi fisici o emotivi estremi. I pazienti che subiscono un evento traumatico, come un abuso sessuale, un grave incidente o una situazione pericolosa per la vita, possono sviluppare disturbi emotivi che possono presentarsi come ritardo emotivo. I pazienti con ritardo emotivo spesso hanno la capacità di condurre una vita piena, di successo e felice, anche se i sintomi persistono. I soggetti con disturbi emotivi e relazionali spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia. UN TERMINE TECNICO:L’ALESSITIMIA I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni. Al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. Come intervenire I disturbi emotivi e relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari. L’occhio attento degli insegnanti può segnalare tempestivamente la problematica ai genitori che sono chiamati ad intervenire nel più breve tempo possibile soprattutto rivolgendosi a psicologi dell’età evolutiva.

Il rimuginio come forma di evitamento

Il rimuginio è un modo di pensare ripetitivo e rigido noto all’esperienza comune ma tipicamente appartenente alle condizioni ansiose. Chi trascorre molto tempo a rimuginare vive nella eccessiva preoccupazione per il futuro. Ha una visione perlopiù catastrofica su come andranno le cose e spesso svaluta le proprie risorse personali. Il rimuginio è una concatenazione di pensieri a valenza negativa su di una situazione temuta. Si tratta di una attività di anticipazione i cui scenari tendono a confermare le svalutazioni che la persona ha su di sé e sulla vita. ll flusso dei pensieri di A. A. arriva in seduta dopo un forte litigio con il suo compagno ed afferma: “Devo prepararmi al peggio, a come sarà se dovesse accadere ciò che temo“. Una pausa di silenzio e prosegue in modo serrato: “Credo proprio che P. tra non molto mi lascerà. Starò malissimo. Non so neppure come farò ad andare avanti. Forse potrei voltare pagina. Sì, potrei, potrei rifarmi una nuova vita con una nuova persona però… no, anche quello non servirebbe. E poi, chi mi dice che non andrebbe male anche la prossima volta! Credo che alla fine io per lui non sarò più niente. Dimenticherà ogni cosa come succede sempre: quando un amore finisce si dimentica. Forse la soluzione sarebbe partire, andare lontano. Starmene da sola, per sempre. In fondo, io me la so cavare da sola. Anche se poi finirei col morire di solitudine, perchè poi, quel sentimento lì, mi frega sempre. Non so proprio come fare, mi sento di impazzire, mi scoppia la testa“. Il rimuginio è un tentativo di controllo e, al tempo stesso, un meccanismo di evitamento La persona, rimuginando, si illude di tenere sotto controllo la realtà. Ma di fatto ciò che accade è che si sottrae dall’affrontare l’esperienza reale ed entra in un circolo vizioso. Da un lato attiva una strategia per gestire le sue emozioni e dall’altro, nella ricorsività dei pensieri negativi, sente crescere la sensazione di non farcela e, al tempo, quella di non essere in grado di fermare il flusso incontrollabile della propria ansia. Con tutto il malessere che ne deriva. Chi rimugina è intrappolato nell’assillo dei propri processi mentali. Evita il contatto con il presente e si rifugia nel futuro come modo per non diventare consapevole e responsabile della realtà interna ed esterna che vive. Il rimuginio e il legame con il passato Sebbene in apparenza il rimuginio abbia a che fare con il futuro, il suo legame con il passato è molto forte. Mentre il pensiero che anticipa in maniera funzionale, come nel caso del problem solving, è aperto all’orizzonte delle possibilità ed è in grado di riconoscere le risorse necessarie per affrontare al meglio la situazione di vita che, di volta in volta, si ha davanti a sé, nel rimuginio ci si trova all’interno di un labirinto dove tutte le strade sono chiuse. Lo scopo inconscio di questo modo di funzionare della mente è quello di mantenere in piedi lo schema rigido del proprio copione. Il piano di vita costruitosi durante l’infanzia, con l’insieme delle sue modalità dipendenti, che se per un verso offre una (illusoria) rassicurazione per l’altro limita la crescita e la realizzazione di se stessi. Il rimuginio e la ruminazione: differenze Un’attività di pensiero simile ma diversa dal rumiginio è la ruminazione. A differenza di quanto avviene nel rimuginio, nella ruminazione l’attenzione non è rivolta al futuro ma alla ricerca delle possibili cause del proprio umore, solitamente depresso, e delle esperienze del proprio passato. Questo sforzo cognitivo, che ad un primo sguardo sembra orientato alla consapevolezza, di fatto produce una stagnazione del pensiero e una paralisi di fronte alla vita. Ruminando la persona si sottopone a continua svalutazione e resta bloccata nell’accusa e nella colpa. Il pensiero circolare di G. “La vita è stata crudele con me. Perchè proprio a me? Sto male e non posso farci niente. Il problema è che non riesco a trovare un senso a tutto questo. Forse devo prendermela solo con me stesso ma tanto è inutile perchè non posso fare niente per cambiare come mi sento adesso“. Liberare la mente e stare nel presente L’obiettivo terapeutico da raggiungere, sia nel caso di rimuginio che di ruminazione, è stare nel qui e ora. Liberare la mente dai pensieri disfunzionali. Dagli attaccamenti al passato e dalle anticipazioni del futuro. Fare spazio per il sentire. Abbandonare la lamentela della posizione passiva e vittimistica per sviluppare responsabilità e autonomia. Nella maggior parte dei casi, è necessario un lavoro profondo sul passato volto a rimuovere gli ostacoli nel presente. In modo che sia possibile far emergere i bisogni non riconosciuti che oggi chiedono gratificazione. E attivare le risorse adulte necessarie per vivere la vita in modo soddisfacente.

Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili.  Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.

Il Rientro a Scuola: Un Viaggio Psicologico tra Ansie e Opportunità

Il rientro a scuola rappresenta un momento cruciale nel ciclo di vita di bambini, adolescenti e genitori. Ogni settembre, milioni di studenti tornano tra i banchi, affrontando una miscela di emozioni che spaziano dall’entusiasmo all’ansia. Come psicologo, è fondamentale comprendere i vari aspetti psicologici di questo periodo per supportare al meglio studenti e famiglie. La Psicologia del Rientro a Scuola 1. Ansia e Stress Il ritorno a scuola può scatenare ansia in molti studenti. Questo può essere dovuto a vari fattori, tra cui: Cambiamenti di routine: La transizione dall’estate alla scuola comporta un cambiamento radicale nella routine quotidiana, che può generare stress. Aspettative accademiche: La pressione di ottenere buoni voti e di soddisfare le aspettative degli insegnanti e dei genitori può essere opprimente. Relazioni sociali: La paura di non essere accettati dai compagni di classe o di affrontare situazioni di bullismo può aumentare l’ansia. 2. Opportunità di Crescita Nonostante le sfide, il rientro a scuola offre numerose opportunità di crescita personale e sviluppo: Sviluppo delle competenze sociali: La scuola è un ambiente privilegiato per sviluppare abilità sociali fondamentali, come la comunicazione e la cooperazione. Autonomia e responsabilità: Tornare a scuola incoraggia i ragazzi a diventare più autonomi e a prendersi responsabilità per il proprio apprendimento e comportamento. Stabilità e struttura: La routine scolastica fornisce una struttura stabile che può essere rassicurante e benefica per la salute mentale. Strategie per Gestire il Rientro a Scuola 1. Preparazione Graduale Prepararsi gradualmente al rientro può ridurre significativamente l’ansia. Ecco alcune strategie utili: Ripristinare la routine: Gradualmente tornare a orari di sonno e alimentazione regolari prima dell’inizio della scuola. Discussioni aperte: Parlare apertamente con i bambini delle loro paure e preoccupazioni, rassicurandoli e offrendo supporto. 2. Creare un Ambiente Positivo Sostenere e incoraggiare: Lodare gli sforzi dei bambini, piuttosto che concentrarsi solo sui risultati, aiuta a costruire autostima e resilienza. Coinvolgimento attivo: Partecipare attivamente alla vita scolastica del bambino, ad esempio attraverso riunioni con insegnanti o attività extracurriculari, può fornire un sostegno aggiuntivo. 3. Gestione dello Stress Tecniche di rilassamento: Insegnare ai bambini tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda e la meditazione, può aiutarli a gestire lo stress. Equilibrio tra studio e svago: Assicurarsi che ci sia un equilibrio tra tempo dedicato allo studio e tempo libero per attività ricreative. Conclusioni Il rientro a scuola è un periodo di transizione che può essere fonte di ansia, ma anche di crescita e sviluppo. Con il giusto supporto e preparazione, gli studenti possono affrontare questo momento con maggiore serenità e fiducia. Come psicologi, è nostro compito offrire strumenti e strategie per aiutare gli studenti a navigare queste sfide, trasformandole in opportunità di crescita. Bibliografia Cohen, S., & Wills, T. A. (1985). Stress, social support, and the buffering hypothesis. Psychological Bulletin, 98(2), 310–357. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer Publishing Company. Greene, R. W. (2008). Lost at School: Why Our Kids with Behavioral Challenges Are Falling Through the Cracks and How We Can Help Them. Scribner. Perry, B. D., & Szalavitz, M. (2006). The Boy Who Was Raised as a Dog: And Other Stories from a Child Psychiatrist’s Notebook–What Traumatized Children Can Teach Us About Loss, Love, and Healing. Basic Books. Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2011). The Whole-Brain Child: 12 Revolutionary Strategies to Nurture Your Child’s Developing Mind. Delacorte Press.