Il pericolo Squid Game

Che cos’è squid game?il pericolo principale da cosa è rappresentato?ti sei chiesto se tuo figlio guarda squid game? Cos’è Squid Game La serie tv sudcoreana, debuttata lo scorso settembre su una piattaforma di streaming si è imposta nella realtà in maniera importante. Ma se un pubblico adulto ha tutte le capacità per collocare nel tempo e nello spazio adeguati una storia inventata per intrattenere il pubblico, cosa accade se una serie impetuosa, dura e temeraria come Squid Game viene messa sotto gli occhi dei bambini senza un’adeguata contestualizzazione? Rischia di degenerare ed è proprio quello che sta accadendo. Cosa sta accadendo Sembra che i personaggi e i giochi di Squid Game si stiano diffondendo nel mondo. Sta accadendo che i personaggi di una storia di finzione escono da questa per entrare nel mondo reale. Ed è così che sulle pagine di cronaca leggiamo di “i bambini che giocano a Squid Game” puntandosi un’immaginaria pistola gli uni verso gli altri mentre giocano a “Un,due,tre…stella!”  o di altri che arrivano addirittura a tirarsi gli schiaffi prendendo ad esempio (estremo) un altro giochino della serie tv.  Il successo di Squid Game è diventato talmente potente da trasformarsi in una moda che si è scardinata completamente dal mondo di finzione da cui proviene. Quello che era un messaggio molto più profondo e ben sviluppato sta entrando nella vita di tutti, anche di bambini, che, però, non sono in grado di scindere una finzione narrativa dalla vita reale . si rischia cosi’ di confondere le carte del gioco e di farsi male solo perché non sono ancora in possesso della maturità per interpretare una serie tv di questo tipo. Ma di chi è la colpa? Forse più che accusare un prodotto seriale di violenza bisognerebbe riflettere bene sul perché questa serie viene fatta vedere ai propri bambini o per quale motivo non viene spiegata loro la differenza tra un messaggio allegorico e un atto di vera violenza. Forse la colpa è da ricercare nella sempre più diffusa incapacità dei genitori di scegliere i contenuti adeguati per i loro figli tenendoli lontani da quelli che non sono in grado di capire o  peggio nella delega al pc che viene usato come strumento di intrattenimento. Spesso infatti i genitori non sanno nemmeno che i loro figli guardano questi programmi. la serie è davvero violenta? La serie è esplicita, con molti contenuti violenti. Il pericolo, in particolare quello di emulazione, non si verifica indiscriminatamente in tutti. Principalmente va a colpire precise categorie di soggetti, che non hanno la capacità di elaborare la violenza. Bambini, per esempio, che hanno già problemi psicologici, vittime o autori di bullismo, oppure bambini con disabilità o problematiche scolastiche. Quindi L’unico modo per ‘digerire’ certe storie, per loro, è attraverso l’emulazione nel gruppo. Avendo già la tendenza a comportamenti aggressivi per crearsi un’identità, per questi soggetti la visione di scene così esplicitamente violente, come quelle di Squid Game, può rappresentare un rischio in termini di emulazione. negli adulti cosa accade? Vedere violenze così esplicite potrebbe paradossalmente essere un rischio anche per un adulto che, a causa di un processo di sviluppo incompleto, non è in grado di elaborare la violenza. Al contrario, un bambino o un ragazzo che ha la maturità di vedere certe scene è perfettamente in grado di contestualizzarle. Probabilmente il ruolo più importante spetta nuovamente ai genitori che dovrebbero sorvegliare maggiormente i loro bambini.

Il Perdono: come agisce su di noi?

Riduce i livelli di stress e fa molto di più: ecco tutti I benefici del perdono. Da una ricerca della BBC e da un’analisi di vari studi internazionali sull’atto di perdonare, emergono risultati interessanti: il perdono fa bene, riduce in modo significativo i livelli di stress, contribuisce a prevenire il declino cognitivo in età avanzata e persino ad aumentare il livello di felicità di chi lo pratica. Insomma, al di là della popolare interpretazione del perdono, ci sono evidenze scientifiche della potenza di questo atto sul nostro benessere quotidiano. Che diciamo “io ti perdono” a qualcuno, o che semplicemente lo pensiamo e agiamo di conseguenza, i benefici sono notevoli: sia per chi perdona sia per chi riceve il perdono. E se anche la persona che ci ha offesi non mostra alcun rimorso o dispiacere, il solo fatto di perdonarla apre nuove possibilità di vivere meglio. Il perdono è un valore in moltissime culture, filosofie e religioni, con modalità, rituali e formule linguistiche differenti nei diversi idiomi del mondo, che danno al perdono connotazioni precise e sofisticate, arricchendolo di significati allargati, legati anche alla posizione della persona nel contesto socio-culturale cui appartiene. Anche la struttura psicologica dell’individuo contribuisce alle peculiari modalità ed effetti del perdono. Ma quali sono i motivi per cui perdoniamo? Nelle culture occidentali, più individualistiche, in cui le persone tendono a mettere per primi i propri bisogni e vantaggi rispetto a quelli del gruppo, perdonare è frequentemente un modo per alleggerirsi di un peso, per liberare la coscienza da un sentimento negativo di risentimento verso colui che ci ha offeso e per fare la cosa giusta rispetto alle proprie aspettative interne.   Nelle culture asiatiche e africane, più collettiviste, perdonare serve a riportare armonia nel gruppo e, anche quando la persona offesa non è completamente convinta di essere pronta a perdonare, il rituale del perdono è sostenuto e rinforzato dal gruppo. In qualche modo, la semplice decisione di perdonare aiuta emotivamente a sostenere con sé stessi le ragioni del perdono e a renderlo reale. In pratica, nel momento in cui dichiariamo la nostra intenzione di perdonare, la condividiamo con altri e iniziamo a comportarci di conseguenza, siamo naturalmente portati a rispettare l’impegno, per evitare lo stress e la fatica di mantenere una posizione interna contrastante con quanto affermato pubblicamente. Per ottenere tutte le opportunità che il perdono porta con sé si può quindi agire prima di essere convinti: anche se non siamo completamente pronti, metteremo così in moto una serie di meccanismi mentali, tra cui la dissonanza cognitiva, che aiutano a conciliare più velocemente la nostra decisione con le nostre emozioni. In sintesi: per sano egoismo, alleniamoci a perdonare più frequentemente. È una pratica che elimina scorie e ruminazioni e migliorerà anche il clima generale di questo tempo di ripresa, in cui nel mondo si moltiplicano le iniziative di analisi e condivisione delle esperienze emotive a tutti i livelli. Ho appena seguito un evento internazionale sulla felicità, organizzato da The Atlantic, e avuto occasione di discutere delle pratiche quotidiane di felicità da coltivare. La propensione a lasciar andare, a minimizzare, a ridimensionare è una delle più citate dai partecipanti e andrebbe esercitata ogni giorno: come pratica igienica per la mente, da eseguire spesso, un po’ come lavarsi i denti. Al di là della retorica e del buonismo, è un’azione che fa bene alla nostra salute, prove scientifiche alla mano: se avete qualcuno cui perdonare qualcosa, oggi è un buon momento per attivarsi.

Il percorso psicologico temuto come perdita di sé

Il percorso psicologico a volte può essere temuto come perdita di parti di sé. C. viene in seduta da circa 4 mesi. È da un po’ che studiamo e osserviamo il suo sentimento di colpa, onnipresente appena C. accenna a fare un passo al difuori delle aspettative degli altri in quanto brava figlia, ragazza, studentessa, amica. Questo senso di colpa viene toccato con mano nei diversi e variegati contesti vissuti da C., facendo ormai veloci e chiari collegamenti tra passato e presente. Tuttavia, da qualche incontro sembriamo vivere uno stato di impasse. Ogni volta che, infatti, esploriamo letture e percorsi di azione alternativi alla necessità di rispondere alle richieste altrui, C. resiste, spaventandosi. Per lei, la prospettiva di deludere le aspettative altrui è irraggiungibile: una catastrofe rispetto al disagio provato finora che, sebbene doloroso, è quanto meno conosciuto. Ad uno dei nostri incontri esordisce dicendo che c’è una parte sempre più insistente di lei che vorrebbe lasciare il percorso e accontentarsi della maggiore consapevolezza raggiunta. Un’altra parte, invece, sa di dover continuare fino in fondo. Facendo conversare questi due pensieri, arriviamo ad una metafora. C. dice di trovarsi in una grotta stretta, scura, ma ben arredata. Con l’andamento dei nostri incontri è riuscita a trovare una porta, che da su un corridoio alla cui fine c’è un’uscita luminosa. Mentre raggiunge faticosamente l’uscita, si volta verso quella vecchia grotta che sembra, passo dopo passo, più calda e attraente. Facciamo quindi un esercizio di immaginazione guidata, per provare ad esplorare che cosa ci sia aldilà dell’uscita. C. racconta di attraversare il corridoio e sbucare in un bel prato verde dai colori sgargianti, alberi in fiore e, in lontananza, il cinguettio degli uccellini. Percorrendo un sentiero nelle vicinanze incontra un ruscello, dove decide di bagnarsi. L’acqua è fredda e dissetante. Ma come beveva all’interno della grotta? – si chiede. C. colloca, per logica, un pozzo nella caverna dove dice di trovare dell’acqua calda, che riscalda ma non disseta. <<Ma a me piace l’acqua calda!>> – dice C. – <<e ora ho paura di non trovarla più>>. Comincia a spaventarsi: <<e se ci sono animali feroci? E dove dormo quando cala il sole? >>, si chiede, cercando riparo nella grotta. Spesso, intraprendere un percorso psicologico porta con sé la paura di dover abbandonare delle parti di sé. Sono quelle parti che ci hanno tenuti in vita fino ad ora nel migliore dei modi possibili. Riprendo la metafora dell’acqua per spiegare il processo di cura: il punto non è scegliere tra acqua fredda o calda, quanto impegnarsi insieme per costruire un rubinetto che possa darci acqua fresca quando siamo assetati e acqua calda quando abbiamo freddo. Analogamente, la terapia è quel percorso che porta a riconoscere la necessità di entrare in grotta al riparo dal freddo, con la gioia di uscire al mattino seguente.

IL PENSIERO DI GRUPPO E LE SUE CONSEGUENZE

Cosa comporta prendere una decisione di gruppo? Lo psicologo Janis ha elaborato la teoria del pensiero di gruppo, analizzando alcuni eventi in cui si possono cogliere le conseguenze negative del pensiero di gruppo. Ad esempio l’invasione della Baia dei Porci e il lancio del Challenger del 1986. Nel 1961, il Presidente Kennedy e i suoi consiglieri cercarono di rovesciare il governo di Fidel Castro invadendo Cuba con 1400 cubani esiliati addestrati dalla CIA. La decisione di attaccare venne presa anche in seguito alla dichiarazione di appoggio da parte della guerriglia anti-castrista nascosta sulle montagne. Se, però, Kennedy e i suoi consiglieri avessero guardato una mappa del territorio cubano, si sarebbero accorti che le montagne dove si rifugiavano gli anti-castristi distavano 8 miglia dalla Baia dei Porci e che nel mezzo si estendeva una palude. Il risultato di questa invasione sono stati quasi 2000 prigionieri americani. Il 29 Gennaio 1986, la NASA decise di procedere con il lancio del Challenger nonostante alcuni segnali di rischio. Alcuni ingegneri avevano avvertito che temperature rigide avrebbero prodotto dei guasti alla guarnizione posta tra le parti del razzo e che questo avrebbe portato all’esplosione della navetta spaziale. La mattina stabilita le temperature erano molto rigide, ma i vertici della NASA, pressati dall’opinione pubblica, decisero di proseguire comunque. 73 secondi dopo il lancio, il Challenger esplose e tutti i 7 membri a bordo morirono. Partendo da questi due eventi, Janis elabora il concetto di pensiero di gruppo. Si tratta un processo di presa di decisione reso inefficace e fallace dal fatto che chi prende la decisione è più motivato a mantenere il consenso dell’opinione pubblica e dei suoi sostenitori piuttosto che di prendere la decisione giusta. Perché il pensiero di gruppo si sviluppi, devono presentarsi degli antecedenti: alta coesione del gruppo (non sono accettati dissidenti) presenza di un leader direttivo, forte e carismatico presenza di una situazione stressante Quando pianificò l’invasione della Baia dei Porci, il Presidente Kennedy potè contare su un gruppo di consiglieri compatto. Le informazioni critiche non vennero considerate e venne espresso consenso alle volontà di Kennedy. Dall’analisi di altri eventi storici, Janis ha individuato 8 sintomi del pensiero di gruppo. 1. La presenza di un’ILLUSIONE DI INVULNERABILITÀ che porta il gruppo a pensare di aver preso sempre decisioni efficaci2. Credere nella MORALITÀ INTRINSECA del gruppo che porta a dimenticarsi dei principi etici e morali socialmente condivisi. Questi due sintomi portano il gruppo a sopravvalutarsi. 3. La presenza di un VISIONE STEREOTIPICA DEI GRUPPI ESTERNI che porta a considerare in modo negativo i gruppi diversi dal proprio. 4. Considerare le alternative rileggendole in funzione della decisione presa, cioè convincerci collettivamente che l’alternativa presa è la migliore Questi due sintomi sono indicatori di ristrettezza mentale. 5. I membri del gruppo non vogliono romperne la coesione, perciò evitano di esporre pareri contrastanti alla decisione del gruppo.6. Ai membri che hanno obiezioni viene spiegato che, o tornano ad essere in accordo con il gruppo oppure dovranno abbandonarlo7. La presenza di un’ILLUSIONE DI UNANIMITÀ CONDIVISA in quanto possono esserci persone che non sono d’accordo con la decisione del gruppo ma nessuno osa dirlo. Questo fa percepire un’unanimità anche quando essa non c’è.8. La presenza di un’AUTO-SORVEGLIANZA messa in atto da alcuni membri del gruppo. Se qualcuno porta una contro argomentazione verso la decisione presa, c’è qualcuno del gruppo che gli fa notare che sta sbagliando (il censore non è mai il leader, è qualcuno al pari di chi obietta). Le conseguenze nefaste del pensiero di gruppo sono legate al fatto che c’è un esame incompleto delle alternative. Il gruppo non riesce a considerare tutte le alternative, perciò, di fronte ad una scelta, le persone non riescono a vedere i rischi. Il risultato di questo processo è una presa di decisione deficitaria, unita all’alta probabilità che la decisione presa sia scorretta Per concludere, esistono diversi modi per prevenire il pensiero di gruppo e le sue conseguenze. Tra queste evitare l’isolamento del gruppo, ridurre la pressione alla conformità, incoraggiare un atteggiamento mentale critico e favorire il dissenso. Ad esempio, potrebbe essere utile istituire la figura dell’avvocato del diavolo al fine di cercare alternative alla decisione principale. BIBLIOGRAFIA Meyers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education

Il Pensiero Critico: Fondamenti e Importanza

Il pensiero critico è una competenza essenziale nel mondo moderno, caratterizzato da un sovraccarico di informazioni e una rapida evoluzione tecnologica. Esso rappresenta la capacità di analizzare, valutare e sintetizzare le informazioni in modo logico e coerente, consentendo di prendere decisioni informate e risolvere problemi complessi. Ma cos’è esattamente il pensiero critico e perché è così cruciale nella nostra vita quotidiana? Definizione e Componenti del Pensiero Critico Il pensiero critico può essere definito come l’abilità di riflettere in modo autonomo e rigoroso, considerando diverse prospettive e valutando la validità delle informazioni e delle argomentazioni. Questo processo include diverse componenti chiave: Analisi: Esaminare attentamente le informazioni disponibili, identificando i punti chiave e le connessioni tra di essi. Valutazione: Valutare la credibilità delle fonti, la solidità delle argomentazioni e la rilevanza delle prove presentate. Interpretazione: Comprendere il significato delle informazioni e il loro contesto, riconoscendo eventuali bias o pregiudizi. Inferenza: Trarre conclusioni ragionate basate sulle informazioni disponibili, identificando le implicazioni e le conseguenze potenziali. Spiegazione: Articolare chiaramente le proprie ragioni e argomentazioni, supportandole con prove solide. Autoriflessione: Riflettere criticamente sul proprio processo di pensiero, riconoscendo eventuali errori o aree di miglioramento. L’Importanza del Pensiero Critico Il pensiero critico è vitale per diverse ragioni. Innanzitutto, promuove l’autonomia intellettuale, permettendo agli individui di formarsi opinioni proprie e di prendere decisioni consapevoli. In un’era di fake news e disinformazione, la capacità di discernere tra informazioni affidabili e fuorvianti è più importante che mai. In ambito accademico, il pensiero critico è fondamentale per la ricerca e l’apprendimento. Gli studenti che sviluppano queste competenze sono in grado di comprendere meglio i materiali di studio, partecipare a discussioni costruttive e produrre lavori accademici di alta qualità. Nel mondo del lavoro, il pensiero critico è altrettanto cruciale. I datori di lavoro cercano sempre più persone capaci di risolvere problemi, prendere decisioni strategiche e adattarsi a situazioni complesse. Le competenze di pensiero critico permettono di analizzare i problemi da diverse angolazioni, identificare soluzioni innovative e implementarle in modo efficace. Ostacoli al Pensiero Critico Nonostante i suoi benefici, sviluppare e mantenere il pensiero critico può essere una sfida. Diversi ostacoli possono interferire con questo processo, tra cui: Bias cognitivi: Tendenze innate che influenzano il nostro modo di pensare e giudicare le informazioni, come il bias di conferma, che ci porta a cercare e interpretare le informazioni in modo da confermare le nostre preesistenti convinzioni. Pressione sociale: La conformità alle opinioni di gruppo può inibire il pensiero critico, facendo sì che le persone accettino passivamente le idee dominanti senza metterle in discussione. Mancanza di informazioni: Senza accesso a dati completi e accurati, è difficile formulare giudizi informati e ragionati. Strategie per Sviluppare il Pensiero Critico Per superare questi ostacoli e migliorare il pensiero critico, è possibile adottare diverse strategie: Formazione continua: Partecipare a corsi e seminari sul pensiero critico e la logica può aiutare a rafforzare queste competenze. Lettura critica: Approcciarsi ai testi con una mentalità analitica, ponendo domande e valutando le argomentazioni presentate. Discussioni e dibattiti: Partecipare a discussioni e dibattiti su vari argomenti può stimolare il confronto di idee e il pensiero critico. Scrittura riflessiva: Tenere un diario o scrivere saggi su argomenti complessi aiuta a chiarire il proprio pensiero e a sviluppare argomentazioni solide. Il pensiero critico è una competenza essenziale per navigare con successo nel mondo moderno. Esso permette di analizzare e valutare le informazioni in modo autonomo e rigoroso, promuovendo decisioni informate e risoluzione efficace dei problemi. Nonostante gli ostacoli, con pratica e dedizione, è possibile sviluppare e rafforzare queste abilità, migliorando così la nostra capacità di affrontare le sfide quotidiane con successo.

IL PAZIENTE FRAGILE NELLO STUDIO DI PSICOTERAPIA. Image credit to Brian D’Cruz Hypno Plus https://www.briandcruzhypnoplus.com/

di Sandra Pierpaoli Gli eventi legati alla pandemia hanno spinto a parlare sempre più spesso dei pazienti fragili e della loro tutela: in ambito medico, per “paziente fragile” si intende la persona affetta da malattie croniche complesse e a volte con ridotta autosufficienza. La definizione si riferisce quindi soprattutto a una situazione di salute compromessa, che diventa maggiormente delicata in presenza di un evento esterno, che può minacciare ulteriormente condizioni preesistenti già precarie. Il supporto psicologico e la psicoterapia rappresentano certamente strumenti utili in questi casi, poiché possono arrecare un significativo beneficio, nelle diverse fasi della malattia e nell’affrontare i diversi tipi di trattamento, previsti dal percorso di cura. Il paziente che si rivolge allo studio privato dello psicoterapeuta, tuttavia, porta per lo più con sé un altro tipo di fragilità, che possiamo definire emotiva, caratterizzata piuttosto da uno scarso senso di sé e dalla difficoltà di fronteggiare le emozioni, sia positive che negative, che inevitabilmente si presentano come risposta agli eventi della vita, a partire dall’infanzia, fino ad arrivare alla terza età. Ciò comporta che per questo tipo di paziente le situazioni stressanti, gli imprevisti, le sfide, le perdite possono rappresentare una difficile prova, che non riesce a gestire in modo adeguato e alla quale non sa come rispondere. E’ dunque a mio parere fondamentale soffermarsi a riflettere su cosa significhi tutelare un paziente che sta affrontando un percorso di psicoterapia e su quanto sia importante garantirgli le condizioni per una relazione terapeutica stabile e continuativa. All’inizio del percorso terapeutico, la persona emotivamente fragile è spesso molto schermata, perché a volte intuisce senza esserne consapevole o a volte consapevolmente sa, che dietro al suo scudo si nasconde un nucleo fortemente vulnerabile. La richiesta d’aiuto rivolta alla psicoterapia riguarda proprio la necessità di accedere a quello spazio di vulnerabilità, per poterlo condividere con qualcuno, spesso per la prima volta. E una richiesta non priva di ambivalenze, poiché se da una parte la persona sente un grande bisogno di liberare una parte atrofizzata di sé, che è stata a lungo tenuta segreta e compressa, dall’altra deve affrontare paura e terrore nel portarla alla luce e nel gestirne le conseguenze. Molto spesso la richiesta d’aiuto è stimolata da uno stato di disagio, non più governabile, come forte ansia, attacchi di panico, compromissione delle normali attività quotidiane, oppure nasce dalla difficoltà di gestire comportamenti compulsivi o relazioni altamente conflittuali. Il nucleo fragile bussa alla porta della coscienza e lo fa attraverso il sintomo, chiede di essere ascoltato, al di là di qualsiasi decisione volontaria e di qualsiasi sistema difensivo. Solo che dall’altra parte il sistema difensivo si contrappone, resiste, continua a fare la sua parte, convinto di lavorare per il bene della persona, sebbene oramai non corrisponda più ai suoi bisogni attuali. Molto spesso è dunque da questo punto che inizia una psicoterapia: un luogo incerto, dove insicurezza e paura sono strettamente intrecciate con le maglie del sistema difensivo e dove la via di uscita è rappresentata dal riconoscimento da parte della persona del proprio bisogno di accoglienza e di un riferimento sicuro. A partire da qui, lentamente e pazientemente, seduta dopo seduta, si inizia ad intessere la tela del legame terapeutico, quel rapporto stabile di fiducia, che in particolare per il paziente emotivamente fragile, rappresenta l’unica possibilità di rischiare di mettere in discussione un sistema difensivo diventato ormai disfunzionale, oltrechè poco efficace. Con alcuni pazienti la fase del consolidamento dell’alleanza terapeutica è più breve, ma con alcuni richiede molto tempo e molte conferme nella solidità della relazione: metaforicamente è un po’ come potrebbe avvenire per un esploratore che si avventura per la prima volta nell’accesso ad una grotta impervia e che ha bisogno di sentire accanto a sé una guida esperta, attrezzata con tutti gli strumenti necessari per una così difficile esperienza. Più la grotta è dissestata e priva di punti di appoggio, più sarà necessario sentire un sostegno sicuro di cui potersi fidare e dunque imparare a fidarsi, in una situazione percepita come estremamente precaria e pericolosa. In termini bioenergetici, il processo di terapia, aiuterà il paziente a sviluppare nel tempo il proprio “grounding”, e cioè il proprio radicamento, che gli permetterà di autosostenersi e di trovare in sé il punto di riferimento principale, su cui poter fare affidamento. In altri termini, lo doterà degli strumenti necessari per calarsi da solo nella grotta, che sarà divenuta, nel frattempo, un luogo più familiare e non più tanto minaccioso. Il processo che porta a realizzare questo obiettivo non è tuttavia né banale né facile: il paziente deve credere nella presa sicura del terapeuta, che non lo lascerà cadere, né lo lascerà da solo in preda alla paura; il terapeuta da parte sua, deve avere fiducia sia nella propria capacità di sostenere adeguatamente la persona, che nella capacità del paziente di acquisire gradualmente una propria autonomia. Tutti sappiamo che non c’è un tempo standardizzato per un percorso di psicoterapia. L’avventura “speleologica” è diversa non solo per ogni paziente, ma per ogni relazione terapeutica.Certamente, però, con un paziente emotivamente fragile, è necessario andare al suo tempo, sintonizzarsi con le sue paure, pur senza assecondarle: solo così gli si permetterà di costruire un più solido senso di sé e una migliore gestione delle sue emozioni. Lo psicoterapeuta nella sua funzione di “speleologo” conosce bene le fasi dell’esplorazione e le precise responsabilità di cui farsi carico; durante il cammino impara anche a conoscere il paziente, a valutare quando e come potrà lasciarlo e soprattutto quando e come non dovrà lasciarlo.Egli deve perciò tutelare il paziente emotivamente fragile prima di tutto da qualsiasi condizione di instabilità della terapia, poiché la continuità della relazione rappresenta l’elemento fondante del processo di cura. In particolare ci sono fasi del percorso, durante le quali interrompere la terapia sarebbe profondamente deleterio per la salute emotiva della persona: sarebbe come privala di ogni appiglio e lasciarla da sola nella grotta, a penzolare nel vuoto. Se il terapeuta fosse costretto, malgrado sé, a interrompere il trattamento a causa di circostanze esterne, potrebbe proporre alla

Il Paziente Designato in terapia: da capro espiatorio a risorsa nell’ ottica Sistemico-Relazionale.

Di Ilenia Gregorio Il Paziente designato o Paziente identificato (identified patient – “PI”), è la persona che, in una famiglia disfunzionale, viene scelta inconsciamente per esplicitare e rendere visibili i conflitti intrafamiliari. E’un concetto che rimanda all’ipotesi che il funzionamento problematico di un membro (il più delle volte si tratta di un figlio) rappresenta, in realtà, un sintomo di una problematica generale del sistema familiare di cui egli fa parte. Il figlio sintomatico, dunque, è il portavoce della sofferenza che affligge l’intero Sistema famiglia. Il paziente designato e i suoi comportamenti alterati hanno una duplice e ambivalente funzione: l’espressione dei sintomi psicopatologici è una richiesta di aiuto per sé e per la propria famiglia. Come effetto secondario, infatti, l’espressione del sintomo di uno, porta alla luce il problema più generale del gruppo di cui fa parte. l’espressione del sintomo in un solo membro del gruppo permette allo stesso tempo di nascondere conflitti relazionali presenti tra gli altri membri. Le relazioni familiari nelle famiglie disfunzionali risultano il più delle volte simbiotiche e, di conseguenza, lo stato emotivo di ciascun membro è fortemente influenzato da quello degli altri. Questo fa sì che ciascuno impieghi gran parte delle proprie energie per contenere e gestire i livelli emotivi dei familiari, trascurando i bisogni individuali e le proprie necessità emotivo/affettive. Quando in queste famiglie si verifica un aumento di tensione, soprattutto tra i coniugi, l’intero sistema si attiva per scongiurare che la tensione culmini nella rottura del rapporto. All’interno del sistema familiare le tensioni vengono gestite attraverso alleanze, coalizioni e triangolazioni tra due o più membri del gruppo ed è proprio a queste dinamiche che bisogna prestare costante attenzione. Il primo studioso a parlare di paziente designato fu Bateson. Lo definì come la persona sintomatica, all’interno di un Sistema-Famiglia, che viene identificata come la causa di tutti i problemi della famiglia stessa (capro espiatorio): il membro scelto in modo subconscio per manifestare i conflitti interni della famiglia; colui che è il portatore scisso del disturbo (molto probabilmente transgenerazionale) della famiglia. Il paziente identificato è di solito colui che cerca per primo un aiuto psicoterapeutico in quanto percepisce profonda sofferenza ed importanti tensioni; talvolta è la famiglia stessa che manda il PI in terapia nella speranza che “guarisca” e che si risolvano così tutte le tensioni intrafamiliari che non vengono caratterizzate da un aspetto di “corresponsabilità”. Il paziente designato, dunque, non è altro che colui che assume su di sé l’intera sofferenza della sua famiglia, con un tentativo estremo di mantenerne l’unità e l’omeostasi anche se non funzionale al benessere del Sistema stesso. È importante sottolineare che in questa dinamica non è possibile individuare delle vittime e dei colpevoli. Il processo relazionale che conduce all’emergere di sintomi psicopatologici in un figlio si caratterizza, infatti, per essere un processo circolare: da una parte i genitori cercano di risolvere le proprie difficoltà coniugali coinvolgendo il figlio. dall’altra, il figlio stesso, attraverso un atto sacrificale, sceglie di assumere su di sé la responsabilità di risolvere le difficoltà della sua famiglia. Paradossalmente, via via che il paziente designato sta meglio, la famiglia o il gruppo tendono a resistere o a ripristinare lo status quo. La guarigione o il miglioramento del PI, infatti, spostano l’equilibrio mettendo in crisi tutto il gruppo che si ritroverebbe costretto a mettere in discussione le proprie dinamiche interne. Quando il terapeuta capisce che la persona che ha davanti è un paziente designato dovrebbe considerare di inglobare nella terapia tutta la famiglia dato che il germe patologico non è personale bensì, sistemico. E’ il sistema famiglia che non funziona e non l’individuo (anche se è quest’ultimo a manifestare i sintomi). L’importante è considerare il paziente designato come “porta d’entrata” nel sistema familiare, in quanto finisce per rappresentare l’occasione per l’evoluzione del processo terapeutico. Pertanto risulta produttivo stringere fin dall’inizio un patto fiduciario con il “PI” anche implicito o non verbalizzato. Tale “complicità” è realizzabile attraverso due fondamentali operazioni del terapeuta: 1) la prima consiste nel neutralizzare precocemente i vantaggi secondari che ogni paziente tende ad assicurarsi più o meno apertamente come rivalsa per il suo ruolo problematico e di “diverso”, ad esempio esercitando centralità assoluta a casa e in seduta; la strada migliore per il terapeuta sembra quella di entrare il meno possibile nella sfera delle connotazioni di patologia, evitando di riconoscere e di etichettare come patologici comportamenti presentati e ostentati come tali. A tal proposito il terapeuta spinge il paziente e la famiglia a spostarsi su altri livelli, più complessi e meno circoscrivibili: ad esempio dal livello del disturbo psichiatrico ci si sposta su quello della crisi evolutiva della famiglia.     2) la seconda consiste nel cercare di sollecitare le parti sane e le risorse, senza confrontarsi con la sola identità negativa presentata dal paziente: in questo modo, quest’ultimo, sarà maggiormente disponibile a collaborare, scorgendo la possibilità di liberarsi da pesi funzionali e da tensioni che gravano su di lui, ma che appartengono anche ad altri interlocutori e ad altre generazioni.     L’obiettivo, quindi, non è affatto quello di negare i sintomi, ma semplicemente di spostarli di livello, dando loro un valore diverso: da immagine cristallizzata del fallimento di molti, gli stessi sintomi vengono usati come segnali capaci di indicare percorsi alternativi a una famiglia altrimenti bloccata.     Il terapeuta può così formulare le sue prime ipotesi sul funzionamento del gruppo familiare e sulle sue risorse interne, mentre il paziente sollecita l’intero assetto funzionale della famiglia, fornendo informazioni utili su come procedere verso quel cambiamento da tutti apparentemente più temuto che desiderato.     Il terapeuta, stringendo una tale complicità con il paziente, lo investe della funzione di vero e proprio coterapeuta: il paziente invia i segnali; il terapeuta li raccoglie, li organizza e li traduce per il gruppo.     Considerare il paziente designato come regolatore del processo terapeutico ci libera dalla preoccupazione di valutare il progresso della terapia sulla base del semplice miglioramento sintomatologico. Si tratta di segnali diversi che richiedono decodifiche differenti e ipotesi e strategie adeguati, essi scandiscono

IL PASSAPAROLA E IL SUO EFFETTO SUI BRAND

il passaparola

Numerosi ricercatori hanno studiato il ruolo del passaparola nelle comunicazioni di massa. Si parla sempre più spesso di word of mouth (WOM), di cui sono state date numerose definizioni.  La Word of Mouth Association definisce il passaparola come l’azione compiuta dai consumatori che forniscono informazioni ad altri consumatori.  Si tratta, quindi, di una forma di comunicazione personale che riguardare un prodotto/servizio/brand che coinvolge soggetti che non hanno legami con l’azienda. Può essere trasmesso sia offline sia online; in questo secondo caso si parla di electronic word of mouth (eWOM). Esistono due tipi diversi di passaparola: Positivo: è una forma di comunicazione interpersonale tra consumatori a proposito di un prodotto/servizio/brand che prende la forma di un consiglio o di una raccomandazione a seguito di un’esperienza recente piacevole Negativo: assume la forma di denigrazione o consiglio contro l’offerta di un’azienda in relazione a un’esperienza spiacevole Il passaparola positivo non ha lo stesso peso di quello negativo. Si dice che quello negativo è 10 volte più impattante rispetto a quello positivo.  Esistono alcuni bisogni latenti alla base del desiderio delle persone di parlare di un certo prodotto/servizio. Ad esempio, il desiderio di guadagnare lo status di esperto davanti ai pari oppure il desiderio di esprimere se stessi. Secondo la Teoria del Sé Esteso di Blek, infatti, gli oggetti che possediamo diventano un’estensione del nostro sé. Questo vale anche per i brand. I brand che scegliamo, infatti, contribuiscono a costruire e definire la nostra identità. Proseguendo, il passaparola viene usato per ridurre eventuali tensioni psicologiche e sensazioni spiacevoli che possono derivare da dubbi o ripensamenti sul proprio acquisto. Entrando nello specifico, il WOM negativo si genera perché è un modo per sfogare la frustrazione dettata dalla mancata soddisfazione del prodotto. Quello positivo, invece, ad oggi viene generato quando un consumatore non è solamente soddisfatto, ma quando rimane estasiato dall’esperienza avuta con quel determinato prodotto/servizio/brand. Fino a poco tempo fa, i ricercatori hanno sostenuto l’idea di una diffusione lineare del passaparola. Secondo questa prospettiva, il WOM si concentra sugli scambi che avvengono nelle relazioni a due in cui una persona rappresenta la fonte e l’altra il destinatario.  Questa, però, si tratta di una visione semplicistica e ridotta in quanto chi riceve consigli può dare a sua volta feedback, che possono modificare il modo con cui l’interlocutore avanza suggerimenti. Un altro elemento da tenere in considerazione è la transitività dei legami.  Dal momento che gli amici di una persona sono spesso amici tra di loro, è molto probabile che questi parlino di argomenti simili. Questo porta alcune persone della stessa rete a essere esposte più volte alle stesse informazioni. Dunque, si può sovrastimare il numero di persone raggiunte. Infine, parlando del passaparola online, i modelli unidirezionali non sono in grado di spiegarlo in quanto non tengono conto del fatto che le informazioni circolano in una rete complessa caratterizzata  da numerosi legami interpersonali e da una forma di trasmissione delle informazioni bidirezionali. Grazie all’evoluzione di Internet, oggi si parla di “effetto megafono”, cioè della possibilità di far sentire la propria voce a un’audience di massa.  In conclusione, possiamo affermare che la componente essenziale del passaparola è la fiducia, soprattutto nella società odierna in cui lo scetticismo nei confronti dell’informazione mediatica è molto forte. Dunque, al giorno d’oggi per un brand risulta fondamentale curare ciò che viene detto di positivo e/o negativo circa i propri prodotti e servizi. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge

Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale

La scuola è  un vero e proprio laboratorio di ricerca e di sperimentazione didattica. Gli istituti professionali, che fanno parte della scuola secondaria di secondo grado, permettono di “imparare un vero e proprio mestiere”. In primis lo studente può “sperimentare” il lavoro che pensa di svolgere in futuro. L’istruzione professionale, attraverso la sperimentazione lavorativa, permette allo studente di apprendere non solo il sapere, ma anche il saper fare. Proprio per queste ragioni bisogna capire le motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a scegliere l’istruzione professionale. Si comprende bene, dunque, che lo scopo è dare ai ragazzi la possibilità di costruire liberamente il proprio successo lavorativo. Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale La nuova organizzazione degli istituti professionali si ispira al Decreto Legislativo n. 61/2017.L’istruzione professionale dura cinque anni; vi è un biennio unitario e undici indirizzi di studio: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche (di nuova introduzione); Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale (di nuova introduzione); Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo (di nuova introduzione); Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico. In pratica, l’istruzione professionale offre allo studente l’opportunità di scelta dell’ indirizzo a lui più adatto. Inoltre, lo studente può passare da un percorso all’altro,nel caso la prima scelta non soddisfi le sue aspettative. In questo caso le scuole coinvolte progettano e attuano delle vere e proprie misure di accompagnamento per gli studenti e per le studentesse. Solo a titolo di esempio, dare importanza agli istituti professionali, significa anche valorizzare la prospettiva psicologica dell’apprendimento significato dello psicologo D.P. Ausubel. Naturalmente in questo caso l’insegnamento diventa “combinatorio”, i nuovi concetti si aggiungono a quelli già posseduti. La pratica si intreccia con la teoria e viceversa. E come diceva Aristotele: ciò che dobbiamo  imparare a fare,lo impariamo facendo.

IL PADRE IN UNA PROSPETTIVA ECOLOGICA E SISTEMICA

Per un lungo periodo la figura della madre è stata considerata il principale caregiver del bambino mentre la figura paterna è stata esclusa e non considerata nello scenario di cure. Anche le ricerche scientifiche hanno avuto un ruolo rilevante in questa assenza. È negli anni ’70 che alcuni studiosi hanno iniziato a dare più credito e importanza allo studio della paternità, cercando di comprendere al meglio il rapporto padre-figlio. Dai primi studi ad oggi si evidenzia un’evoluzione dell’ideale paterno che va di pari passo con le trasformazioni culturali e strutturali della società. Quindi la figura del padre non può che essere letta attraverso una lente sociale e culturale, la quale si riferisce a standard specifici del tempo in cui ci troviamo. L’interesse per la relazione tra padre e figlio è in parte imputabile al cambiamento di ipotesi sui ruoli di uomini e donne, e alla convinzione che i padri possono influenzare lo sviluppo dei loro figli, sia in maniera diretta sia attraverso il rapporto con le madri (Belsky, 1981; Parke, Power e Gottman, 1979). Ad oggi possiamo affermare con certezza che la letteratura scientifica sul tema della paternità è diventata ampia e variegata. A tal proposito alcuni autori hanno proposto possibili cornici teoriche che potrebbero aiutare a comprendere meglio cos’è la paternità, perché i padri hanno determinati comportamenti genitoriali, come le azioni paterne aiutano direttamente e indirettamente a determinare lo sviluppo dei bambini, e perché il coinvolgimento paterno potrebbe o dovrebbe influenzare i risultati dello sviluppo nei bambini (Pleck, 2010). Uno dei contributi più recenti e interessanti è quello di Cabrera et al. (2007), i quali hanno sviluppato un modello euristico delle influenze paterne come cornice per guidare gli studi sull’influenza dei padri sullo sviluppo dei bambini. All’interno del modello sono state incorporate sia la teoria ecologica di Bronfenbrenner (1995) sia il modello di processo genitoriale di Belsky (1984) per sviluppare un modello concettuale che guidi i ricercatori nella loro considerazione dei complessi percorsi attraverso i quali i padri possono influenzare direttamente e indirettamente i bambini dalla prima infanzia all’età adulta. La ricerca però ha continuato ad evolversi rivelando processi più dinamici e reciproci attraverso i quali i padri influenzano lo sviluppo dei bambini (Cabrera et al. 2012; Jia, Kotila, & Schoppe-Sullivan, 2012; Lamb, McHale e Crouter, 2013), ciò ha permesso un’espansione del modello sempre da parte di Cabrera et al. (2014), i quali hanno sottolineato che il loro modello espanso non fosse una “fine” ma un continuo divenire, applicabile principalmente ai padri ma concettualmente espandibile anche alle madri o ad altri caregiver. Nel modello i ricercatori hanno preso in considerazione le azioni concettuali che influenzano la qualità e la quantità degli effetti del padre sul funzionamento del bambino; e l’interazione tra i membri della famiglia, il coinvolgimento paterno e altri fattori sono rappresentati da percorsi diretti e indiretti attraverso frecce bidirezionali, ciò costituisce il dinamismo nel sistema familiare e nei circuiti di feedback che interconnettono i vari membri e le influenze all’interno del sistema. Con l’ipotesi che tali circuiti cambino con il tempo, per via delle transizioni nelle dinamiche familiari stesse e nelle capacità cognitive dei bambini; man mano che i bambini maturano e le famiglie affrontano i cambiamenti, è probabile che anche le interazioni genitore-figlio cambino. Inoltre, il modello tiene conto anche di come cambiamenti esterni al sistema familiare – come, ad esempio, il lavoro, le politiche pubbliche, le relazioni tra pari – possono innescare ulteriori cambiamenti nel sistema genitore-figlio (Cabrera et al., 2014). Il Modello di Cabrera et al. è un esempio di come i ricercatori possano osservare e comprendere la paternità attraverso una visione dei sistemi familiari. Negli ultimi dieci anni si è data maggiore attenzione alla comprensione dei padri all’interno di contesti ecologici (Schoppe-Sullivan e Fagan, 2020) e sistemici. Sempre di più, i ricercatori cercano di osservare e comprendere come i padri influenzino i figli attraverso modelli che prendano in considerazione sia il contesto immediato della famiglia sia i contesti in cui la famiglia vive (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Ciò ci permette di avere una visione più chiara della paternità, ad esempio secondo il modello dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner, i padri influenzano i figli direttamente e indirettamente in vari contesti che si intrecciano tra di loro, dalla relazione padre-figlio, alla relazione madre-padre, al lavoro dei genitori, alla cultura e le tecnologie (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Studiare la paternità in uno solo dei suoi contesti potrebbe essere troppo riduttivo per comprendere la sua complessità. Bibliografia Belsky, J. (1981). Early human experience: A family perspective. Developmental Psychology, 17(1), 3–23. Belsky, J. (1984). The determinants of parenting: A process model. Child Development, 55, 83–96. Bronfenbrenner, U. (1995). Developmental ecology through space and time: A future perspective. In P. Moen, G. H. Elder Jr., & K. Luscher (Eds.), Examining lives in context: Perspectives on the ecology of human development (pp. 619–647). Washington, DC: American Psychological Association. Cabrera, N. J., Cook, G. A., McFadden, K. E., & Bradley, R. H. (2012). Father residence and father–child relationship quality: Peer relationships and externalizing behavioral problems. Family Science, 2(2), 109–119. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2014). The ecology of father‐child relationships: An expanded model. Journal of Family Theory & Review, 6(4), 336–354. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2007). Modeling the dynamics of paternal influences on children over the life course. Applied Development Science, 11(4), 185–189. Jia, R., Kotila, L., Schoppe-Sullivan, S. J. (2012). Transactional relations between father involvement and preschoolers’ socioemotional adjustment. Journal of Family Psychology, 26(6), 848–857. Lamb, C. B., McHale, S. M., & Crouter, A. C. (2013). Parent–child shared time from middle childhood to late adolescence: Developmental course and adjustment correlates. Child Development, 83, 2089–2103. Parke, R. D., Power, T. G. & Gottman, J. M., (1979). Conceptualizing and quantifying influence patterns in the family triad. In M. Lamb, S. Soumi, & G. Stephenson (Eds.), Methodological problems in the Study of Social Interaction. Madison: University of Wisconsin Press. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: