Il tradimento nella relazione di coppia

Il tradimento è una delle esperienze più complesse e dolorose che si possano vivere in una relazione. Anche se molto comune, in ogni persona e in ogni coppia assume caratteristiche specifiche e può esser vissuto in tanti modi diversi. Gli scenari emotivi che si aprono con il tradimento dipendono da molteplici fattori. In primis, dalla storia personale e familiare, dalla storia di coppia e dalla storia del tradimento stesso. Ma anche dal copione di vita, dalla struttura di personalità e dall’assetto psicologico individuale. Ogni tradimento va dunque visto nella sua unicità e complessità. Per la motivazione su cui poggia, per i significati che assume nelle persone coinvolte e per la funzione che svolge all’interno della coppia. Perchè si tradisce? Chi tradisce spesso trova nel tradimento un modo per soddisfare le mancanze che vive con il/la proprio/a partner. Molte persone riferiscono di tradire per evadere da una routine vissuta come noiosa e stressante e da un rapporto tanto familiare da aver perso ogni tipo di appeal. La persona può esser legata su un piano affettivo al calore del proprio focolare domestico ma cercare in un nuovo incontro l’eccitazione e il piacere assopiti o perduti nelle pieghe della quotidianità. In diversi casi si tradisce per ritrovare il proprio desiderio, per soddisfare bisogni di natura sessuale. Ma non sempre. Si può tradire per bisogni affettivi. Per sentirsi accolti, compresi. Visti. Percepire il/la proprio/a partner distante, assente, preso/a dal lavoro o dall’accudimento dei figli, distratto/a e disinteressato/a, può generare una frustrazione che non si è in grado di tollerare. Talvolta, può risvegliare ferite antiche, vissuti di abbandono, rabbia o vendetta provati da bambini. Per alcuni il tradimento è un comportamento abituale, legato alla difficoltà ad entrare in una reale intimità. Per altri, un’esperienza nuova che rompe gli schemi e le regole rigidamente seguite fino a quel momento. Il tradimento come agito di aspetti non riconosciuti Nella mia pratica clinica, le persone spesso chiedono di far chiarezza dentro di sé e nella propria vita poichè bloccate in storie parallele. A volte anche da molto tempo. Conoscere le ragioni per cui si tradisce e gli aspetti copionali implicati è fondamentale per uscire fuori dall’impasse ed arrivare ad una scelta consapevole e coerente con i propri bisogni. Quando la persona non è consapevole delle proprie emozioni e del proprio mondo interno, resta infatti imbrigliata in un agito. Nel tentativo di scaricare la tensione interna non risolta e portare alla luce i contenuti sommersi non riconosciuti. Il tradimento si fa portavoce di un conflitto. Vi è un attacco al rapporto ma al tempo stesso anche un tentativo di salvarlo. Non di rado vi è una difficoltà a mettere in parole le proprie insoddisfazioni con il/la propria partner, e a farlo da una posizione adulta, per cui risulta più semplice agire i propri vissuti che assumersene una responsabilità. Essere traditi Venire a sapere di essere stati traditi può generare uno sconvolgimento sia sul piano affettivo che di vita. La rottura del patto di fedeltà e fiducia può accompagnarsi ad una lacerazione emotiva anche forte. Può minare aspetti centrali della personalità come l’autostima, l’amor proprio, il funzionamento globale. Il punto evolutivo in cui si trova la coppia al momento del tradimento è uno dei fattori che incidono sull’impatto emotivo del tradimento. Ma si può soffrire tanto anche se la storia è iniziata da poco o se il rapporto si basa sull’assenza di un reciproco impegno. Molto dipende dalla struttura psicologica di base. Ovviamente, quanto più è fragile, tanto più saranno disattivate le risorse per affrontare ed elaborare il tradimento. Si tratta di un percorso che coinvolge il bambino interiore ferito, gli aspetti rigidi e ripetitivi del copione, l’eventuale presenza di traumi antichi non risolti e vecchie ferite che si riaprono. Una delle espressioni più diffuse con cui le persone raccontano la propria esperienza è quella di “un fulmine a ciel sereno” che ha sgretolato le sicurezze costruite fino a quel momento. Dopo un lavoro di consapevolezza, spesso si giunge ad una narrazione diversa. A riconoscere le forme di evitamento che impediscono un adeguato esame di realtà e a sviluppare una maggiore responsabilità rispetto a se stessi e alla propria vita. In altri casi, la persona è al corrente del tradimento. Assume una posizione di consenso, tacito o esplicito. Non sentendosi meritevole di amore e non avendo sviluppato una buona autonomia, si mortifica e al contempo trova un riparo per le sue paure, impedendosi di andare verso qualcosa di più sano e nutriente per sè.

Il tormento: croce per gli uomini e delizia per le donne

tormento

Per molte donne il tormento è il mezzo di comunicazione che hanno nei confronti della persona che dovrebbe essere fonte di gioia, piacere e sostegno. Esso si innesca tra persone che hanno un rapporto intimo, come mogli e mariti, madri e figli.Da un lato gli uomini sostengono che l’arte del tormento sia tipicamente femminile al punto da trasformare le mogli in perfette assillatrici. Le donne, invece, sostengono che un tale atteggiamento sia sinonimo di premura e attenzione alle esigenze di tutti. Non è altro che un modo per ricordare continuamente ai loro compagni di svolgere alcune mansioni affinché questi le interiorizzino.In realtà, l’uomo percepisce le parole delle donne come ordini che si tramutano istantaneamente in tormento, in assillo che logora il cervello e sfinisce. Colei che assilla usa il tormento sperando che la vittima cambi il proprio atteggiamento e ne assuma uno più consono ai suoi standard; l’uomo, invece, lo percepisce come un dito puntato contro che ricorda esclusivamente le proprie mancanze. Questo atteggiamento femminile, inoltre, viene utilizzato solitamente a fine giornata, quando l’uomo avrebbe bisogno di rilassarsi. Invece è costretto ad attuare un meccanismo che fa tanto impazzire la donna: lo stato di sordità apparente. La donna che usa il tormento è una persona frustrata che cova rabbia verso tutti. E’ stanca di occuparsi di tutto e della sua vita che l’ha obbligata ad uniformarsi ad uno stereotipo sociale di moglie e madre dedita. Se una donna comincia ad essere assillante, vuol dire che desidera essere gratificata per la quotidianità delle proprie attività di accudimento e stimata per l’impegno nel proprio compito. Il tormento maschera un problema di comunicazione. Esprimendo i propri sentimenti, le donne aiutano l’uomo a recepire i reali bisogni, in quanto quest’ultimo ha un cervello predisposto, evoluzionisticamente parlando, a leggere la realtà e non tra le righe. Inoltre, se una donna attua il tormento, vuol dire che non si sente capita o più banalmente ascoltata.Quindi chi è vittima del tormento ha la sua percentuale di colpa, perché l’assillo nasce da un’esigenza di attirare l’attenzione non sulle molteplici attività giornaliere di riassetto domestico, ma semplicemente di apprezzamento da parte di un partner che non la capisce fino in fondo.

Il tarassaco come esempio di crescita e libertà

tarassaco

La primavera è sbocciata intorno a noi e anche il tarassaco fa ormai capolino in giro. Il suo fiore giallo annuncia l’arrivo dei colori della natura e nel nostro abbigliamento, che lentamente abbandona i colori scuri e invernali. La sua particolarità è data dalla trasformazione dei suoi semi in un’appendice dall’aspetto morbido e setoso che vien voglia di soffiare via. A tal proposito è chiamato anche soffione. Per questa sua caratteristica così peculiare, questo fiore cangiante assume in psicologia un significato simbolico del percorso di crescita personale. Questo fiore, come tutti del resto, produce i suoi semi leggeri e volatili, come possibilità di piantare radici anche altrove e non solo nelle immediate vicinanze della pianta madre. I continui cambiamenti simboleggiano le fasi di vita di una persona, che giunta a maturazione, con i suoi tempi, lascia la sicurezza delle proprie radici per avventurarsi altrove. I semi del tarassaco infatti ognuno con il proprio tempo lasciano il pappo per esplorare il mondo e generarsi nella primavera successiva. Alcuni impavidi si abbandonano a folate di vento più impetuose, altri timidamente cominciano a rotolarsi nella leggera brezza. Non mancano neppure quelli che faticano a sopportare il distacco, che prima o poi è necessario avvenga. Proprio come nella metafora della vita familiare. Su questa stessa scia, il nostro blog, nato ormai due anni fa assume come simbolo in copertina proprio il soffione del tarassaco, come possibilità di libertà per conoscere nuove cose, fare nuove esperienze che ci aiutano nel nostro percorso di crescita personale.

IL TALENT MANAGEMENT NELLE ORGANIZZAZIONI

Il talent management è un concetto centrale nel contesto delle risorse umane, ma lo trattano con un focus prevalentemente operativo o strategico, trascurando così l’importanza degli aspetti psicologici che lo caratterizzano. Dunque, la comprensione psicologica dei talenti e del loro sviluppo è fondamentale per implementare delle pratiche efficaci e sostenibili. Non è facile definire il talento. E’ corretto individuare il talento come il “miglior cervello“? O forse è meglio identificarlo come la capacità delle persone di realizzare gli obiettivi a loro assegnati? Il talento non si limita a un insieme di competenze tecniche o abilità specifiche. In psicologia, il talento è visto come una combinazione di potenziale innato, motivazione, e capacità di apprendimento Questo implica che, per gestire efficacemente i talenti, le organizzazioni devono andare oltre la semplice valutazione delle competenze attuali e considerare il potenziale di crescita e sviluppo degli individui. La motivazione è un fattore chiave nella gestione del talento. Secondo la teoria dell’autodeterminazione, le persone sono maggiormente motivate e performanti quando le loro esigenze psicologiche di autonomia, competenza e relazione sono soddisfatte. Le organizzazioni che desiderano trattenere i migliori talenti devono creare un ambiente di lavoro che favorisca: autonomia, permettendo ai dipendenti di prendere decisioni e gestire le proprie responsabilità competenza, offrendo opportunità di formazione e sviluppo continua relazione, promuovendo un clima di collaborazione e supporto reciproco. L’intelligenza emotiva è un altro aspetto cruciale del talent management. Le persone con elevata intelligenza emotiva tendono a essere più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle altrui, sono in grado di gestire meglio lo stress e di costruire relazioni interpersonali più forti. Dunque, riconoscere e sviluppare l’intelligenza emotiva all’interno del proprio team può portare a una gestione dei talenti più efficace. Questi individui, infatti, sono spesso più resilienti, capaci di affrontare le sfide con calma e adattabilità e di influenzare positivamente il clima organizzativo. Proseguendo, la cultura organizzativa ha un impatto significativo sulla gestione del talento.  Una cultura aziendale che valorizza la diversità, l’inclusione e la crescita continua favorisce lo sviluppo dei talenti. Da un punto di vista psicologico, una cultura del genere sostiene il senso di appartenenza dei dipendenti e il loro impegno verso l’organizzazione. Infine, il feedback è uno strumento essenziale nel talent management, ma deve essere gestito con attenzione. Feedback costruttivo, orientato alla crescita e comunicato in modo empatico può motivare i dipendenti a migliorare le proprie performance e a sviluppare nuove competenze. Dal punto di vista psicologico, il feedback deve essere percepito come equo e utile, piuttosto che come un giudizio. In conclusione, il talent management, visto attraverso una lente psicologica, si rivela molto più che una semplice questione di identificare e trattenere i migliori talenti. Si tratta di comprendere e coltivare il potenziale umano in tutte le sue dimensioni, valorizzando non solo le competenze tecniche, ma anche le qualità psicologiche e relazionali degli individui. Le aziende che adottano un approccio psicologico al talent management possono creare ambienti di lavoro più motivanti, inclusivi e sostenibili, in cui i talenti possono davvero prosperare e contribuire al successo organizzativo a lungo termine. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. De Agostini Scuola SpA: Novara

Il Taglio Emotivo: l’illusione di fuggire per liberarsi.

Il taglio emotivo è una delle risposte più drastiche, e al tempo stesso più fragili, che un individuo possa mettere in atto di fronte alle pressioni del proprio sistema familiare. Quando la tensione all’interno della rete relazionale d’origine diventa insostenibile, quando i confini personali vengono costantemente valicati o la richiesta di conformismo si fa soffocante, l’allontanamento drastico si presenta spesso come l’unica via di fuga possibile per sopravvivere e preservare la propria identità. Tuttavia, nella prospettiva della psicoterapia multigenerazionale, questa apparente conquista di libertà si rivela quasi sempre un’illusione protettiva. Il taglio emotivo non coincide con una reale differenziazione del Sé, ma rappresenta piuttosto l’espressione di una reattività emotiva ancora intensamente attiva. Più la rottura è netta, carica di risentimento o accompagnata da un silenzio ostinato, più essa testimonia la potenza del legame da cui si tenta di fuggire. Chi ha bisogno di tagliare ponti fisici e geografici per non farsi schiacciare dimostra, paradossalmente, di non possedere ancora la forza interna per rimanere in contatto con l’altro senza perdere la propria autonomia. La genesi di questo fenomeno affonda le radici nel livello di differenziazione della famiglia d’origine. Nelle costellazioni familiari caratterizzate da un’elevata fusione emotiva, i membri faticano a distinguere il proprio vissuto soggettivo da quello comune. In questi contesti, l’ansia si propaga rapidamente, e i tentativi di un singolo di esprimere la propria individualità vengono percepiti come minacce all’equilibrio del sistema. Quando i meccanismi ordinari di gestione dell’ansia — come la triangolazione di un terzo membro nei conflitti di coppia — falliscono o diventano intollerabili, il figlio può ricorrere al taglio emotivo per sottrarsi a un ruolo non suo. Le conseguenze di questa frattura si propagano nel tempo e nello spazio, investendo le relazioni future e le generazioni successive attraverso una sorta di eredità invisibile. Un individuo che ha interrotto bruscamente i rapporti con la propria famiglia d’origine tende a trasferire l’ansia irrisolta sulle nuove relazioni significative. Nella vita di coppia, questo si traduce spesso in una richiesta inconsapevole di fusione assoluta: il partner viene investito del compito impossibile di colmare il vuoto emotivo lasciato dal nucleo d’origine. Di fronte alla minima inevitabile crisi o al primo accenno di conflitto, la persona che ha interiorizzato il taglio come strategia difensiva tenderà a fuggire anche dalla nuova relazione, replicando lo stesso identico schema di distanza protettiva. Anche lo stile genitoriale ne risente profondamente. Senza un lavoro clinico di elaborazione, il genitore che ha attuato un taglio emotivo rischia di crescere i propri figli in un clima di iperprotettività o, al contrario, di eccessivo distacco, proiettando su di loro il timore costante della perdita o dell’intrusione. È in questo modo che il trauma della separazione si trasmette lungo l’asse multigenerazionale, offrendo ai figli, come unico modello di risoluzione dei conflitti, la via della fuga e della rottura relazionale. Il lavoro psicoterapeutico ad orientamento sistemico e multigenerazionale non mira a una riconciliazione forzata o a un perdono superficiale, che spesso si risolverebbero in una nuova e pericolosa fusione emotiva. L’obiettivo della terapia è piuttosto guidare il paziente verso una graduale differenziazione. Attraverso l’analisi della propria storia familiare, il paziente impara a riconoscere le ripetizioni intergenerazionali e a guardare ai propri genitori non più come a figure onnipotenti e persecutorie, ma come a individui a loro volta condizionati dalle proprie storie di vita. Solo riducendo la reattività emotiva diventa possibile tollerare la vicinanza dell’altro, permettendo al paziente di riavvicinarsi al proprio nucleo d’origine non per sottomettersi, ma per sperimentare, finalmente, una reale e matura indipendenza.

Il sunday blues e la nostalgia della domenica

La domenica pomeriggio, a molte persone, capita di attraversare qualche ora di ansia e nostalgia: questa sensazione si chiama sunday blues. Il tanto agognato weekend volge al termine, il riposo lavorativo è finito e le cose che ci si era prefissati di fare proprio nel fine settimana non sono state espletate. Ecco che si attiva un meccanismo di negatività che porta a pensare alla monotonia della routine settimanale e crea uno stato di malessere. L’arrivo della domenica sera, quindi, in molte persone porta con sé tristezza e preoccupazione per la settimana che sta per cominciare. Il sunday blues nasce come forma di riflessione serale. Alcuni infatti lamentano il poco tempo a disposizione, altri l’eccessivo ozio e inattività. Quindi il week end diventa non un momento per se stessi, ma un periodo che viene caricato di aspettative spesso disilluse. C’è un’ambivalenza di fondo in cui il desiderio di rallentare il ritmo frenetico della settimana cozza con l’idea di nullafacenza e riposo. Le persone tendenzialmente ansiose sono ovviamente più predisposte a sviluppare questi pensieri malinconici. In genere, coloro che affidano i propri pensieri a contenuti tristi e svalutanti, sono terreno fertile per non godere appieno della vita. É molto facile cadere preda di questo processo cognitivo, perché ci si affida più ad aspettative alte che ad una reale percezione dell’utilizzo del tempo. Ovviamente le ore a disposizione nel week end sono limitate, ma non per questo meno fruttuose. C’è chi predilige il riposo e chi il divertimento, ma non in maniera rigida e prefissata. Le esigenze personali cambiano continuamente e ci si adatta alle richieste che il nostro corpo o le nostre relazioni ci richiedono. Quindi, una passeggiata o una semplice dormita, assumono importanza e funzionalità che cambiano di volta in volta. Basta ascoltarsi e regalarsi ciò di cui si ha bisogno

Il successo formativo nella prospettiva psicologica

“Lo stile di apprendimento è un volto unico ed è per questo che va rispettato”. Maria Anna Formisano Conquistare il successo formativo, ossia il buon esito del percorso di apprendimento, non sempre è facile. Ma come permettere agli studenti di raggiungerlo? Ad oggi è noto che gli alunni imparano in modo diverso l’ uno dall’altro, in base al loro stile di apprendimento. Gli studenti sono dei “pezzi unici” e “unico” è il loro modo di apprendere. La scuola deve tener conto delle scoperte fatte nel mondo della psicologia. Lo scopo è permettere agli studenti di raggiungere il massimo. Più in dettaglio è opportuno sapere che ogni studente impara a modo proprio. Già nel  nel 1984 lo psicologo americano David Kolb, identificò quattro stili di apprendimento: lo stile accomodante, lo stile divergente, lo stile convergente e lo stile assimilatore. Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica significa dare agli studenti la possibilità di esprimersi liberamente. Come procediamo? Annotiamo la modalità che gli allievi usano per svolgere le attività ed eseguire i compiti proposti. Ad esempio: prendono appunti, fanno domande, propongono soluzioni nuove oppure citano teorie già note? Questo tipo di osservazione iniziale è utile per conoscere in linea generale il modo di imparare dell’allievo. Per identificare lo stile di apprendimento è opportuno procedere con l’ accurata valutazione psicologica. Nella Tabella n° 1 sono presenti i quattro stili di apprendimento abbinati alle caratteristiche dello studente e agli opportuni interventi psicoeducativi. Ecco le tappe: 1)individuare lo stile di apprendimento; 2) rilevare le caratteristiche dello studente; 3)promuovere gli interventi psicoeducativi idonei Lo stile di apprendimento parla del ragazzo, della sua storia cognitiva e di qualche esperienza di insuccesso. Sono queste cose che lasciano ai ragazzi segni profondi. Ed è per questo che hanno paura di non farcela, detestano la scuola, i libri e a volte anche i docenti. Solo se la scuola “sfrutta” i diversi stili, può risvegliare nei ragazzi la voglia di apprendere. Di fronte, poi, ad un blocco di apprendimento non bisogna mai dimenticare di suscitare lo stupore e la meraviglia della conoscenza. Puntare sugli stili di apprendimento degli allievi significa alleggerire la loro mente, permettendogli di affrontare serenamente il vero viaggio della conoscenza. Da cui si parte ogni giorno e dove si ritorna.

Il Sostegno Psicologico al mondo LGBTQ+

LGBT è un acronimo di origine anglosassone che tiene insieme le parole: lesbiche ,gay, bisessuale e transgender/transessuale. A volte si declina anche come LGBTQI, comprendendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine Queer. Queer è un termine inglese che significa strano, insolito. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Intersessuale è infine la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sperimentano maggiori problemi di salute mentale, come depressione, ansia, tentativi di suicidio, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di salute fisica (ad esempio malattie cardiovascolari), rispetto agli individui eterosessuali.  Diversi studi hanno rivelato maggiori probabilità di disagio psicologico tra i giovani delle minoranze sessuali rispetto agli eterosessuali. È emerso che i giovani LGBT sperimentano maggiore disagio psicologico caratterizzato da sintomi di somatizzazione, depressione e ansia; inoltre, i giovani LGBT sperimentano maggiori fattori di stress dall’infanzia alla prima età adulta, come per esempio maggiori probabilità di abuso infantile e il rifiuto da parte della famiglia di origine, fattori che esacerbano i problemi di salute mentale, come la depressione e l’ansia. Chiaramente il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia,  con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti agli orientamenti sessuali.  Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista.  Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative, o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale. Difronte a tali disagi vissuti dai pazienti è fondamentale garantire loro un adeguato sostegno  psicologico. Lo scopo degli interventi psicologici è quello di riconoscere e sostenere il disagio dei pazienti che appartengono a minoranze sessuali, creando un clima di accoglienza, accettazione e assenza di etero-sessismo, che minaccia l’alleanza terapeutica e l’efficacia di un intervento. Un percorso psicologico diventa quindi l’occasione di riacquistare fiducia in sé stessi, per riuscire ad affrontare le fasi delicate del loro sviluppo. L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.

Il sorriso e il suo potere di cambiare le cose

sorriso

Il primo venerdì del mese di ottobre ricorre la giornata mondiale del sorriso. Esso è uno dei primi canali di comunicazione con l’altro ed è riconosciuto con valenza positiva in tutte le culture e in tutte le fasce d’età. Il sorriso è parte integrante della comunicazione non verbale e ha, infatti, una funzione biologica di socializzazione. Le prime esperienze si vivono in famiglia già nei primi mesi di vita. Gli studi etologici sostengono che il sorridere sia un’azione innata e che l’attuazione in determinati contesti sia dettata, invece, dall’apprendimento. Grazie al sorriso, il bambino dimostra il riconoscimento dei volti familiari, predisponendosi alle relazioni. Il sorridere di un bambino si riflette sul viso della madre, che a sua volta gli sorride. Questo vissuto positivo, sperimentato inizialmente con la mamma, aumenta il benessere psicologico del bambino. Esso diventa una componente dell’auto stima in formazione. Dal settimo mese, l’azione del sorridere di un bambino diventa intenzionale e volontaria. Si fa tesoro dell’esperienza di benessere scaturita dai sorrisi reciproci, aumentando la consapevolezza del potere relazionale intrinseco. Pian piano, il bambino imparerà così a sperimentare il sorriso e i suoi effetti sulle altre persone del suo mondo. Oltre ai genitori, nonni, zii, cugini e amici contribuiranno al potenziamento delle informazioni riguardo al sorridere. Garantiranno un bel bagaglio di benessere e di autostima da poter portare con se nella vita adulta. Il sorriso infatti è un facilitatore delle relazioni sociali. Crea un clima di serenità e predispone positivamente all’altro. Un sorriso è la curva che raddrizza tutto (Phillis Diller)

Il sonno inquieto e la funzione terapeutica materna

Come ben sappiamo, non sempre il sonno dei nostri bambini è placido, così come quello degli adulti, ma anche quello dei terapeuti e di tutti i professionisti che lavorano nell’ambito della cura. Se ci riflettiamo, la relazione terapeutica è un tipo di relazione che pesca la sua energia anche nel materno. Mi spiego meglio: con materno non intendo “la madre”, ma quella funzione materna che accomuna le donne, gli uomini e la comunità che si prende cura del cucciolo. Quella funzione ritmica di passaggio dei saperi, guaritrice, calmante, corporea e condivisa, ma anche sanamente indifferente. In psicoterapia come ho accennato nell’articolo “La paura della relazione corporea nello spazio della cura”, un accudimento corporeo è possibile anche senza toccarsi, grazie soprattutto ai neuroni specchio. Il terapeuta si trova a sperimentare la difficoltà del sonno inquieto, del pianto disperato e nervoso proprio e altrui. Spesso, nell’ambito della cura, ci si trova davanti alla difficoltà di calmare e cullare “solo” con la voce, con il proprio canto, voce che è corpo. Ho imparato dalla mia esperienza come arteterapeuta e psicoterapeuta che quel canto ritmico non è mai proprio, nel senso di solitario, ma condiviso con tutti quelli che si sono presi cura di me. Un canto possibile quindi perché condiviso, ma nello stesso tempo personale e contestuale. In questa relazione psicoterapeutica,vista da un’arteterapeuta formata alla scuola Poliscreativa, la cura evidentemente non è solitaria, ma sempre relazionale e comunitaria. Come ho imparato nella mia formazione come arteterapeuta Poliscreativa mi aiuta aavere una modalità di pensiero “libera” perchè in continuità con il passato, però anche legata ai fili dell’oggi e a quelli del domani, come in una spirale, in cui non si torna mai uguali al punto di partenza, sempre con una carezza, un passo, un appiglio in più. Credo che tutti abbiamo timore di piangere, ma ancora di più temiamo il pianto di chi a noi si affida. È qui che nel lavoro di cura entra in gioco la relazione corporea, una relazione che non è seduttiva, ma che tranquillizza tutti perché pregenitale, una dimensionecalmante a cui tutti apparteniamo e a cui è possibile accedere con ritmicità graduale. Sperimentare così un’ oscillazione continua tra aspetti fusionali ed aspetti d’individualizzazione. Un po’ come lasciarsi cullare dal mare, navigando con un’imbarcazione che ci dà sicurezza, un equipaggio di cui tendenzialmente ci piace la compagnia e a cui possiamo passare il timone di tanto in tanto, insieme, con la possibilità di raggiungere quando lo si sente più opportuno, un porto sicuro.