Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

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Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.

Il ritiro degli Hikikomori: caratteristiche della famiglia

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Il ritiro sociale messo in atto da un adolescente hikikomori ha radici sia personali che familiari. Innanzitutto, i cambiamenti della società attuale hanno portato mutamenti nelle relazioni tra genitori e figli. L’attenzione infatti è posta sul figlio, per il quale si mobilitano tutte le risorse per non fargli mancare nulla. Questo discorso, in una società fortemente orientata all’accettazione sociale e ai like ricevuti, si traduce in una forma di ostentazione del benessere materiale. Questi comportamenti, ovviamente, sono a discapito di quello affettivo e funzionale. Spesso, l’atteggiamento adottato dai genitori, soprattutto dei figli adolescenti, è dettato dal lassismo, in contrapposizione a quello autoritario subito. Ci si comporta “dando tutto ciò che non si è avuto “, idealizzando il concetto che il miglioramento della vita e delle relazioni sia dettato dal possesso delle cose. I genitori moderni si caricano di ansia perché vorrebbero proteggere i propri figli dalle frustrazioni e dalle difficoltà quotidiane. Così facendo, attuano comportamenti che non favoriscono l’indipendenza. Al contrario, solitamente la madre, più presente e iperprotettiva, cancerizza la dipendenza e asseconda le continue richieste del figlio, compreso il ritiro sociale. Altra caratteristica tipica del genitore degli hikikomori è l’aspettativa. Spesso si investono i propri figli del personale desiderio di realizzazione, con aspettative molto alte e talvolta irrealistiche. I genitori, così, scelgono le scuole migliori, vogliono che i figli primeggino in campo sportivo e scolastico, che si distinguano dai coetanei grazie al successo. Sostengono che la realizzazione del figlio sia l’accettazione sociale del loro buon lavoro di genitore capace. Il ruolo genitoriale è di accompagnamento al benessere personale e all’indipendenza economica ed affettiva. I figli hanno propri desideri ed emozioni, che devono essere ascoltati e accolti, affinché si sviluppi in loro autostima e fiducia.

IL RITARDO EMOTIVO

Quando si parla di ritardo emotivo? E’ un aspetto fondamentale? Quali ripercussioni a breve e lungo termine può avere un bambino che non impara ad esprimere le proprie emozioni? COS’E’ IL RITARDO EMOTIVO? Il ritardo emotivo è caratterizzato da mancanza di emozioni e dalla ridotta capacità o incapacità di provare emozioni empatiche. Spesso è sintomatico di una condizione mentale o fisiologica sottostante. Le persone che soffrono di ritardo emotivo generalmente hanno difficoltà a provare emozioni o ad esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, i pazienti non sviluppano completamente la capacità di notare e rispondere ai segnali sociali e possono avere difficoltà a interagire in un gruppo o in conversazioni individuali. CONCOMITANZA CON ALTRI DISTURBI Questo aspetto può essere concomitante con disturbi dell’apprendimento sociale, come l’autismo, che possono rendere difficile per alcuni pazienti fare amicizia o stabilire relazioni.  Il ritardo emotivo è generalmente un sintomo, piuttosto che un disturbo in sé e per sé. POSSIBILI CAUSE Oltre ai disturbi mentali ed emotivi, altre possibili cause di problemi di sviluppo emotivo includono traumi fisici o emotivi estremi. I pazienti che subiscono un evento traumatico, come un abuso sessuale, un grave incidente o una situazione pericolosa per la vita, possono sviluppare disturbi emotivi che possono presentarsi come ritardo emotivo. I pazienti con ritardo emotivo spesso hanno la capacità di condurre una vita piena, di successo e felice, anche se i sintomi persistono. I soggetti con disturbi emotivi e relazionali spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia. UN TERMINE TECNICO:L’ALESSITIMIA I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni. Al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. Come intervenire I disturbi emotivi e relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari. L’occhio attento degli insegnanti può segnalare tempestivamente la problematica ai genitori che sono chiamati ad intervenire nel più breve tempo possibile soprattutto rivolgendosi a psicologi dell’età evolutiva.

Il rimuginio come forma di evitamento

Il rimuginio è un modo di pensare ripetitivo e rigido noto all’esperienza comune ma tipicamente appartenente alle condizioni ansiose. Chi trascorre molto tempo a rimuginare vive nella eccessiva preoccupazione per il futuro. Ha una visione perlopiù catastrofica su come andranno le cose e spesso svaluta le proprie risorse personali. Il rimuginio è una concatenazione di pensieri a valenza negativa su di una situazione temuta. Si tratta di una attività di anticipazione i cui scenari tendono a confermare le svalutazioni che la persona ha su di sé e sulla vita. ll flusso dei pensieri di A. A. arriva in seduta dopo un forte litigio con il suo compagno ed afferma: “Devo prepararmi al peggio, a come sarà se dovesse accadere ciò che temo“. Una pausa di silenzio e prosegue in modo serrato: “Credo proprio che P. tra non molto mi lascerà. Starò malissimo. Non so neppure come farò ad andare avanti. Forse potrei voltare pagina. Sì, potrei, potrei rifarmi una nuova vita con una nuova persona però… no, anche quello non servirebbe. E poi, chi mi dice che non andrebbe male anche la prossima volta! Credo che alla fine io per lui non sarò più niente. Dimenticherà ogni cosa come succede sempre: quando un amore finisce si dimentica. Forse la soluzione sarebbe partire, andare lontano. Starmene da sola, per sempre. In fondo, io me la so cavare da sola. Anche se poi finirei col morire di solitudine, perchè poi, quel sentimento lì, mi frega sempre. Non so proprio come fare, mi sento di impazzire, mi scoppia la testa“. Il rimuginio è un tentativo di controllo e, al tempo stesso, un meccanismo di evitamento La persona, rimuginando, si illude di tenere sotto controllo la realtà. Ma di fatto ciò che accade è che si sottrae dall’affrontare l’esperienza reale ed entra in un circolo vizioso. Da un lato attiva una strategia per gestire le sue emozioni e dall’altro, nella ricorsività dei pensieri negativi, sente crescere la sensazione di non farcela e, al tempo, quella di non essere in grado di fermare il flusso incontrollabile della propria ansia. Con tutto il malessere che ne deriva. Chi rimugina è intrappolato nell’assillo dei propri processi mentali. Evita il contatto con il presente e si rifugia nel futuro come modo per non diventare consapevole e responsabile della realtà interna ed esterna che vive. Il rimuginio e il legame con il passato Sebbene in apparenza il rimuginio abbia a che fare con il futuro, il suo legame con il passato è molto forte. Mentre il pensiero che anticipa in maniera funzionale, come nel caso del problem solving, è aperto all’orizzonte delle possibilità ed è in grado di riconoscere le risorse necessarie per affrontare al meglio la situazione di vita che, di volta in volta, si ha davanti a sé, nel rimuginio ci si trova all’interno di un labirinto dove tutte le strade sono chiuse. Lo scopo inconscio di questo modo di funzionare della mente è quello di mantenere in piedi lo schema rigido del proprio copione. Il piano di vita costruitosi durante l’infanzia, con l’insieme delle sue modalità dipendenti, che se per un verso offre una (illusoria) rassicurazione per l’altro limita la crescita e la realizzazione di se stessi. Il rimuginio e la ruminazione: differenze Un’attività di pensiero simile ma diversa dal rumiginio è la ruminazione. A differenza di quanto avviene nel rimuginio, nella ruminazione l’attenzione non è rivolta al futuro ma alla ricerca delle possibili cause del proprio umore, solitamente depresso, e delle esperienze del proprio passato. Questo sforzo cognitivo, che ad un primo sguardo sembra orientato alla consapevolezza, di fatto produce una stagnazione del pensiero e una paralisi di fronte alla vita. Ruminando la persona si sottopone a continua svalutazione e resta bloccata nell’accusa e nella colpa. Il pensiero circolare di G. “La vita è stata crudele con me. Perchè proprio a me? Sto male e non posso farci niente. Il problema è che non riesco a trovare un senso a tutto questo. Forse devo prendermela solo con me stesso ma tanto è inutile perchè non posso fare niente per cambiare come mi sento adesso“. Liberare la mente e stare nel presente L’obiettivo terapeutico da raggiungere, sia nel caso di rimuginio che di ruminazione, è stare nel qui e ora. Liberare la mente dai pensieri disfunzionali. Dagli attaccamenti al passato e dalle anticipazioni del futuro. Fare spazio per il sentire. Abbandonare la lamentela della posizione passiva e vittimistica per sviluppare responsabilità e autonomia. Nella maggior parte dei casi, è necessario un lavoro profondo sul passato volto a rimuovere gli ostacoli nel presente. In modo che sia possibile far emergere i bisogni non riconosciuti che oggi chiedono gratificazione. E attivare le risorse adulte necessarie per vivere la vita in modo soddisfacente.

Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili.  Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.

Il Rientro a Scuola: Un Viaggio Psicologico tra Ansie e Opportunità

Il rientro a scuola rappresenta un momento cruciale nel ciclo di vita di bambini, adolescenti e genitori. Ogni settembre, milioni di studenti tornano tra i banchi, affrontando una miscela di emozioni che spaziano dall’entusiasmo all’ansia. Come psicologo, è fondamentale comprendere i vari aspetti psicologici di questo periodo per supportare al meglio studenti e famiglie. La Psicologia del Rientro a Scuola 1. Ansia e Stress Il ritorno a scuola può scatenare ansia in molti studenti. Questo può essere dovuto a vari fattori, tra cui: Cambiamenti di routine: La transizione dall’estate alla scuola comporta un cambiamento radicale nella routine quotidiana, che può generare stress. Aspettative accademiche: La pressione di ottenere buoni voti e di soddisfare le aspettative degli insegnanti e dei genitori può essere opprimente. Relazioni sociali: La paura di non essere accettati dai compagni di classe o di affrontare situazioni di bullismo può aumentare l’ansia. 2. Opportunità di Crescita Nonostante le sfide, il rientro a scuola offre numerose opportunità di crescita personale e sviluppo: Sviluppo delle competenze sociali: La scuola è un ambiente privilegiato per sviluppare abilità sociali fondamentali, come la comunicazione e la cooperazione. Autonomia e responsabilità: Tornare a scuola incoraggia i ragazzi a diventare più autonomi e a prendersi responsabilità per il proprio apprendimento e comportamento. Stabilità e struttura: La routine scolastica fornisce una struttura stabile che può essere rassicurante e benefica per la salute mentale. Strategie per Gestire il Rientro a Scuola 1. Preparazione Graduale Prepararsi gradualmente al rientro può ridurre significativamente l’ansia. Ecco alcune strategie utili: Ripristinare la routine: Gradualmente tornare a orari di sonno e alimentazione regolari prima dell’inizio della scuola. Discussioni aperte: Parlare apertamente con i bambini delle loro paure e preoccupazioni, rassicurandoli e offrendo supporto. 2. Creare un Ambiente Positivo Sostenere e incoraggiare: Lodare gli sforzi dei bambini, piuttosto che concentrarsi solo sui risultati, aiuta a costruire autostima e resilienza. Coinvolgimento attivo: Partecipare attivamente alla vita scolastica del bambino, ad esempio attraverso riunioni con insegnanti o attività extracurriculari, può fornire un sostegno aggiuntivo. 3. Gestione dello Stress Tecniche di rilassamento: Insegnare ai bambini tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda e la meditazione, può aiutarli a gestire lo stress. Equilibrio tra studio e svago: Assicurarsi che ci sia un equilibrio tra tempo dedicato allo studio e tempo libero per attività ricreative. Conclusioni Il rientro a scuola è un periodo di transizione che può essere fonte di ansia, ma anche di crescita e sviluppo. Con il giusto supporto e preparazione, gli studenti possono affrontare questo momento con maggiore serenità e fiducia. Come psicologi, è nostro compito offrire strumenti e strategie per aiutare gli studenti a navigare queste sfide, trasformandole in opportunità di crescita. Bibliografia Cohen, S., & Wills, T. A. (1985). Stress, social support, and the buffering hypothesis. Psychological Bulletin, 98(2), 310–357. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer Publishing Company. Greene, R. W. (2008). Lost at School: Why Our Kids with Behavioral Challenges Are Falling Through the Cracks and How We Can Help Them. Scribner. Perry, B. D., & Szalavitz, M. (2006). The Boy Who Was Raised as a Dog: And Other Stories from a Child Psychiatrist’s Notebook–What Traumatized Children Can Teach Us About Loss, Love, and Healing. Basic Books. Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2011). The Whole-Brain Child: 12 Revolutionary Strategies to Nurture Your Child’s Developing Mind. Delacorte Press.

Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

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Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.

Il Rapporto di Fratellanza: Un Legame Unico e Complesso

Il rapporto tra fratelli è uno dei legami più duraturi e complessi che una persona possa sperimentare nel corso della vita. Dal momento della nascita, i fratelli condividono un ambiente familiare comune, che li influenza in modo significativo, modellando le loro personalità, i loro valori e le loro esperienze di vita. Questo rapporto, che può essere caratterizzato da affetto, rivalità, competizione, ma anche da complicità e sostegno reciproco, svolge un ruolo cruciale nello sviluppo emotivo e psicologico di un individuo. L’importanza del legame fraterno nell’infanziaDurante l’infanzia, i fratelli sono spesso i primi compagni di gioco e i primi con cui sperimentare l’apprendimento sociale. Attraverso i loro interazioni, i bambini imparano a condividere, negoziare, competere e risolvere i conflitti. Queste prime esperienze sociali sono fondamentali per lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali. I fratelli fungono anche da modelli di comportamento, influenzandosi a vicenda nel modo di affrontare le sfide e le difficoltà. Inoltre, il legame fraterno può rappresentare una fonte di sicurezza emotiva. In situazioni di stress o cambiamento, come il divorzio dei genitori o un trasloco, i fratelli possono fornire un sostegno reciproco, aiutandosi a vicenda a navigare attraverso le difficoltà. Questo senso di appartenenza e di comprensione reciproca può creare una connessione emotiva profonda che dura nel tempo. Rivalità e competizione: aspetti inevitabili del rapporto fraternoUno degli aspetti più noti del rapporto fraterno è la rivalità. La competizione tra fratelli è spesso vista come un elemento naturale della dinamica familiare, derivante dal desiderio di ottenere l’attenzione e l’approvazione dei genitori. Sebbene questa rivalità possa essere fonte di conflitti e tensioni, essa può anche stimolare lo sviluppo personale, incoraggiando i fratelli a migliorarsi e a trovare il proprio spazio individuale. Tuttavia, è importante che i genitori gestiscano la rivalità in modo costruttivo, evitando favoritismi o confronti diretti tra i figli. Favorire un ambiente di equità e rispetto reciproco aiuta a prevenire che la competizione sfoci in ostilità o in sentimenti di inferiorità che possono perdurare nell’età adulta. Il rapporto fraterno nell’età adultaCon il passare degli anni, il rapporto tra fratelli evolve. Mentre nell’infanzia e nell’adolescenza il legame può essere caratterizzato da una maggiore vicinanza fisica e frequenza di interazioni, nell’età adulta i fratelli possono vivere vite separate, con meno contatti quotidiani. Tuttavia, la qualità del rapporto non diminuisce necessariamente. Al contrario, può diventare più maturo e significativo. Gli adulti spesso riscoprono il valore del legame fraterno quando affrontano eventi significativi come la malattia di un genitore, la nascita dei propri figli o altre sfide della vita. In queste circostanze, i fratelli possono offrire un sostegno unico, basato su una comprensione condivisa delle radici familiari e delle esperienze passate. Affrontare le difficoltà nel rapporto fraternoCome in qualsiasi relazione, anche nel rapporto tra fratelli possono sorgere problemi. Vecchi rancori, incomprensioni o differenze di valori possono creare distanze emotive. È fondamentale affrontare queste difficoltà con apertura e volontà di comunicare. Il dialogo sincero e il perdono sono strumenti essenziali per superare i conflitti e ristabilire un legame sano e positivo. In alcuni casi, potrebbe essere utile il supporto di un terapeuta familiare, soprattutto quando i conflitti sono profondamente radicati o quando si è verificata una rottura nella relazione. La terapia può offrire uno spazio sicuro per esprimere emozioni, comprendere le dinamiche sottostanti e lavorare verso una riconciliazione. ConclusioneIl rapporto di fratellanza è un legame unico, caratterizzato da una combinazione di affetto, rivalità, comprensione e sostegno. È un rapporto che evolve nel tempo, ma che può rimanere una fonte di sicurezza e stabilità emotiva per tutta la vita. Coltivare questo legame con empatia, rispetto e apertura è fondamentale per mantenere una relazione fraterna sana e arricchente, capace di accompagnare e sostenere i fratelli lungo il percorso della vita.

Il rapporto con l’altro: così cambiamo il battito del cuore di chi incontriamo

Le nostre azioni hanno effetto sulla mente, ma anche sul corpo delle persone con cui interagiamo. E viceversa. Qual è l’effetto fisico delle nostre emozioni, azioni e parole sugli altri? Pensate al tuffo al cuore quando incontriamo qualcuno di cui siamo innamorati. La presenza di quella persona ha un potente effetto fisico su di noi e, viceversa, noi lo abbiamo sugli altri. Gli studi provano come vivere insieme, interagire, cooperare, abbia un preciso effetto sulla regolazione dei nostri bilanci corporei, vale a dire ii modo in cui il nostro cervello gestisce le risorse del nostro corpo, durante tutta la vita. Un po’ come se fossero conti bancari, ogni giorno effettuiamo depositi e prelievi nel conto corrente corporeo di altre persone, così come gli altri lo fanno con noi. Questo contribuisce alla struttura e al mantenimento della funzionalità del nostro cervello, che regola le funzioni del corpo: gli effetti di questa co-regolamentazione si possono concretamente misurare. Quando siamo con qualcuno di caro, il nostro respiro può sincronizzarsi, così come il battito del cuore: una connessione fisica che avviene tra i neonati e chi li accudisce, ma facilmente riscontrabile in molte situazioni di condivisione anche in età adulta, come ad esempio tra persone che cantano insieme in un coro. Quando alziamo o abbassiamo la voce, o cambiamo espressione, influenziamo continuamente ciò che accade all’interno del corpo degli altri: le nostre azioni, espressioni, parole, hanno effetti percepibili sulla frequenza cardiaca e persino sulle sostanze chimiche trasportate nel flusso sanguigno del nostro interlocutore. Il beneficio delle relazioni positive è noto da tempo: si vive più a lungo se si hanno rapporti duraturi con persone significative, come avviene nelle coppie che funzionano, nelle amicizie strette o anche nei rapporti con gli animali da compagnia. Ma ci sono situazioni in cui questa co-regolamentazione ha un costo elevato. Noi regoliamo noi stessi e gli altri anche attraverso le parole: una parola dolce può calmare, mentre una parola dura o aggressiva può allertare il nostro sistema di predizione di una minaccia, di un pericolo, e inondare il flusso sanguigno con ormoni che ci predispongono alla lotta o alla fuga, utilizzando preziose risorse dal nostro bilancio corporeo. Pensiamo al potere di un messaggio ricevuto sul cellulare, anche da migliaia di chilometri di distanza: non possiamo sentire la voce, né vedere l’espressione di chi lo manda, ma il nostro rapporto con il mittente e il contenuto del messaggio, positivo o negativo, cambia il nostro battito del cuore e il nostro metabolismo. Il potere delle parole non è metaforico: è un meccanismo fisico che trova spiegazione nel nostro cervello. Molte regioni del cervello che processano il linguaggio sono anche responsabili del controllo e del funzionamento di organi e sistemi vitali. Regolano l’apporto di glucosio e le sostanze chimiche che determinano le nostre difese immunitarie. Avviene anche negli animali: i neuroni che rendono possibile il canto degli uccelli, sono implicati anche nella regolazione di organi vitali. Quindi: le parole sono veri e propri strumenti di regolazione dei corpi umani, lo constatiamo anche dalla terapia psicologica e dagli effetti che ha sul benessere delle persone. Allo stesso modo, le parole possono provocare danni a lungo termine, quando una persona è esposta per tanto tempo al rifiuto sociale e all’aggressione verbale. Abbiamo un grande potere sugli altri e gli altri su di noi: più approfondiamo le conoscenze, più possiamo utilizzarlo nella direzione giusta. A partire dai comportamenti quotidiani: conservare un buon conto in banca, di riserve corporee e psicologiche, dipende anche dalla ricchezza di chi ci sta vicino. E conviene a tutti alimentarla, reciprocamente.

Il rapporto con il cibo e le diverse problematiche esistenti

Disturbi alimentari in adolescenza L’adolescenza è un periodo davvero complicato, un periodo nel quale possono emergere diverse patologie. L’attenzione per l’estetica è fondamentale in adolescenza ed oggi i media rimandano l’importanza della magrezza e della bellezza come aspetto di vita fondamentale. Unificarsi al gruppo, essere come gli altri rassicura la propria identità che è in formazione in questa fase di vita. I disturbi alimentari spesso emergono in adolescenza proprio per questi motivi. Binge eating disorder L’anoressia o la bulimia sono affiancate ormai da tempo al disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Quest’ultimo consiste in abbuffate ricorrenti e compulsive che suscitano sofferenza e disagio. L’abbuffata ha un significato psicologico simbolico: si cerca tramite il cibo di riempire un vuoto emotivo. Il cibo ha sempre rappresentato per la psicoanalisi il maggior veicolo d’amore soprattutto nella relazione con il cargiver quando si è bambini. Come sono le personalità che soffrono di disturbi alimentari Spesso la personalità che soffre di anoressia nervosa è caratterizzata da un pensiero ossessivo e rigido ed una tendenza al perfezionismo. Spesso, infatti, le persone che hanno una diagnosi di anoressia nervosa sono molto bravi a scuola o nel lavoro, negli sport e appaiono molto competitivi. Il controllo del cibo dà l’illusione di controllare la propria vita e le emozioni che spesso non si riescono a controllare. La personalità che soffre di bulimia nervosa, invece, appare più impulsiva ed instabile emotivamente. I pazienti che soffrono di binge eating disorder sembrano, invece, più insicuri e timidi, impulsivi e irascibili. La psicoterapia per i disturbi alimentari Spesso questi disturbi alimentari diventano talmente gravi che gli approcci devono essere per forza multidisciplinari. Lo psicoterapeuta deve cercare di capire le cause di questi comportamenti e non focalizzare la terapia sul disordine alimentare, lasciando al nutrizionista e agli altri specialisti tale tematica. L’aspetto medico è fondamentale visto che purtroppo si può arrivare a gravi disturbi fisici, al ricovero e in alcuni casi perfino alla morte. La psicoterapia spesso coinvolge i familiari, soprattutto se si tratta di adolescenti o bambini. A volte attraverso comportamenti disfunzionali con il cibo, i bambini vogliono comunicare ai genitori qualcosa che a parole non sanno dire. È importante, quindi, lavorare sulla famiglia e comprendere cosa stia avvenendo.