L’Assessment Terapeutico o collaborativo come intervento psicologico breve

di Gaia Cassese Introduzione L’assessment terapeut ico nasce come modello di valutazione psicologica semi-strutturata, collaborativa e individualizzata ideata da S. Finn a partire dagli anni ’90 (Finn, 1996) e tutt’oggi in via di sviluppo. Fonda le radici sui principi della psicologia umanistica e dell’approccio f e n o m e n o l o g i c o c h e privilegiano, nella ricerca qualitativa, l’assunzione di un atteggiamento che va molto oltre il porsi dal punto di vista dell’altro; significa, piuttosto, l’adozione di un particolare metodo di riflessione sulla prospettiva che ci viene offerta d a i n o s t r i p a z i e n t i . L’assessment terapeut ico integra, inoltre, ulteriori t e c n i c h e p s i c o l o g i c h e evidence-based e di ormai c o n s o l i d a t a v a l i d i t à e conoscenza come: le tecniche di ascolto attivo (Barone et al., 2005; Othmer & Othmer, 2002), il rispecchiamento (C. Rogers, 1951), lo scaffolding (Vygotsky, 1934/1987), i l ci rcular quest ionning (1) (Tomm, 1988), tecniche di psicoeducazione e gestione delle emozioni (ad esempio storytelling e role playing), conoscenze provenienti dalla teoria dell’attaccamento per la costruzione di una relazione terapeutica “sicura” (Aschieri et al., 2016). I test vengono utilizzati come “lente di ingrandimento” dell’empatia, b a s e e s p e r i e n z i a l e fondamentale per promuovere un cambiamento positivo già a partire dagli incontri di valutazione (2). L’autore tende a considerar e i l propr i o metodo come un vero e proprio mind-set, un modello di pensiero, che si fonda su cinque valori fondamentali: collaborazione, rispetto, umiltà, compassione, apertura e curiosità (Finn, 2009). Finn ha ipotizzato sei fasi di i m p l e m e n t a z i o n e dell’intervento che possono essere però adattate al contesto e alle esigenze della relazione terapeutica (per approfondimento sulle fasi si r i m a n d a a l l ’ a r t i c o l o “L’assessment Terapeutico o collaborativo: origini e struttura di una nuova tecnica”), di durata variabile che verranno implementate in un periodo che va dai tre ai dieci incontri. Le caratteristiche dei setting a c u i s i r i v o l g e l’Assessment Terapeutico. Come già accennato in precedenza, l’assessment terapeutico nasce da una riflessione sull’esperienza di training per la valutazione psicodiagnostica, nel creativo tentativo di offrire un’efficace r i s p o s t a a i l i m i t i d e l l a tradizione e alle dirette r i c h i e s t e e d e s i g e n z e dell’utenza. Ben presto però Finn si accorge di tutti quei contesti in cui l’assessment collaborativo mostra una forte portata terapeutica. Al pari di una valutazione psicologica tradizionale, il metodo è stato p e n s a t o p e r e s s e r e naturalmente implementato all’inizio della richiesta di trattamento psicologico, con fi n a l i t à d i c o n o s c e n z a attraverso la relazione, di via d i a c c e s s o , a n z i d i esplorazione, agli schemi e al disagio del paziente. Durante l’implementazione ed i l d i ffondersi del metodo, tuttavia, Finn riceve diverse richieste di intervento da parte di colleghi che si trovano in una fase di impasse, dove si è lavorato su tutti i punti portati in terapia, ma si percepisce uno stallo della relazione terapeutica. In questi casi, l’intervento di assessment collaborativo ha mostrato una notevole efficacia: l’utilizzo dei test e dell’atteggiamento della persona del somministratore è servi ta da input per far emergere ulteriore materiale inconscio non affiorato prima in stanza di analisi. In entrambe le condizioni, l’intervento può essere svolto dalla figura del terapeuta, meglio ancora se ci si rivolge ad un professionista altro, esterno al processo instaurato fin ora. In questo caso però, il metodo di Finn prevede un lavoro di costante e profonda collaborazione e fiducia con il terapeuta inviante, rendendo noto anche al paziente, fin da s u b i t o , d e l l e c o n t i n u e comunicazioni avvenute e che a v v e r r a n n o c o n i l professionista. L’idea è proprio quella d i supportare l a relazione nel superamento della fase di stallo in cui si trova, favorendo l’emergere di nuovi focus e materiali su cui continuare a lavorare, e riaccendendo la curiosità del paz iente per le propr ie domande irrisolte e la fiducia nel lavoro terapeutico. Questo o b i e t t i v o d e v e e s s e r e concordato, riconosciuto e condiviso da tutti e tre i membri dell’intervento: i l prodotto finale sarà lo stilare una lettera che focalizza un nuovo contratto di lavoro terapeutico. Per quanto riguarda gli ambiti di implementazione, invece, l’assessment terapeutico nasce rivolgendosi ad un setting individuale adulto, per poi esplorare molteplici e d i v e r s e p o s s i b i l i t à . C o n g r u e n t e m e n t e all’esplorazione, in letteratura, dell’utilizzo della testologia in ambito di coppia o di gruppo, a n c h e i r i c e r c a t o r i del l ’European Cent re for Therapeut i c Assessment promuovo l’implementazione del metodo con coppie (Provenzi et al., 2017) e famiglie. In particolare, in famiglie con figli piccoli l’obiettivo del somministratore è quel lo di sostenere i l b a m b i n o , m e d

Indagare la Prosocialità in Età Evolutiva: la prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale

di Lia Corrieri Introduzione La prosocialità è un costrutto multidimensionale complesso che, proprio per queste sue caratteristiche, risulta essere particolarmente difficile da descrivere. Tra le definizioni più recenti presenti in letteratura figura quella proposta da Jensen (2016), il quale ha spiegato la prosocialità come “quell’insieme di comportamenti volti a beneficiare l’altro o gli altri” portando, a titolo di esempio, condotte come l’aiutare ed il confortare il prossimo. Sebbene questa definizione si focalizzi soprattutto sulla dimensione comportamentale del costrutto, Jensen stesso (2016) ha osservato come un comportamento propriamente prosociale debba essere mosso da intenzionalità e da un effettivo interesse per il benessere altrui, evidenziando come queste dimensioni non siano aspetti di secondaria importanza. A tal proposito, risultano essere particolarmente interessanti anche le riflessioni mosse da Caprara (2006), il quale ha osservato come spesso molti studiosi tendano ad etichettare un comportamento come prosociale basandosi esclusivamente sugli effetti prodotti da quel determinato comportamento, non considerando invece le importanti motivazioni soggiacenti l’azione stessa. Le difficoltà nel definire il costrutto in questione sono imputabili anche all’elevato numero di associazioni tra la prosocialità ed altri fattori che, seppur tra loro distinti, concorrono ad influenzare la qualità dell’adattamento sociale (Grazzani & Ornaghi, 2015). Un esempio, in questo senso, ci viene offerto dall’empatia, ovvero l’abilità a rispondere affettivamente alle emozioni altrui (Hoffman, 2000), costrutto quindi diverso dalla prosocialità che sembra però esserne alla base (Grazzani & Ornaghi, 2015). Il panorama teorico Nel corso degli anni diverse prospettive teoriche hanno cercato di offrire un contributo alla comprensione della prosocialità. Tra le varie prospettive, quella neuroscientifica ha avuto il merito di evidenziare, soprattutto mediante studi di neuroimaging, un’effettiva associazione della prosocialità con altri costrutti, come già precedentemente accennato. Studi neuroscientifici hanno evidenziato, ad esempio, come la capacità empatica sembri guidare la prosocialità, tanto da portare alcuni Autori a leggere i comportamenti prosociali come tentativi volti a ristabilire un’omeostasi negli individui che hanno subito un’iperattivazione a seguito della condivisione empatica dell’altrui malessere (Decety et al., 2015). Studi di neuroimaging hanno permesso di osservare che l’attivazione nelle aree prefrontali mediali sembra predire l’attuazione di comportamenti prosociali durante la mentalizzazione (Waytz et al., 2012), chiamando così in causa un costrutto caro sia alla psicologia dell’età evolutiva che alla psicologia psicodinamica. La mentalizzazione può essere definita come “l’attività mentale immaginativa capace di cogliere gli stati mentali altrui, in termini di emozioni, credenze, intenzioni, motivazioni, desideri, bisogni ecc. “ (Bergamaschi, 2014). Fondamentale ricordare quanto tale capacità sia alla base della Teoria della Mente, ovvero “la comprensione intuitiva che le persone hanno degli stati mentali propri ed altrui” (Schaffer, 2008). Ulteriori ricerche sviluppatesi in ambito neuroscientifico hanno permesso, inoltre, di evidenziare come la corteccia cingolata anteriore sembri esser implicata nell’apprendimento sia in condizione di rinforzo diretto che vicario, sottolineando così una connessione tra noi e l’altro che testimonia l’importanza della dimensione sociale dell’apprendimento stesso (Lamm, Rutgen & Wagner, 2019). Queste osservazioni sono rilevanti anche per quanto concerne la prosocialità poiché, come già sostenuto da Albert Bandura, i comportamenti prosociali possono esser acquisiti mediante un processo di apprendimento sociale, basato sull’osservazione ed imitazione di modelli adulti associati al rinforzo sia diretto che vicario (Miller, 1987). E’, inoltre, doveroso ricordare che Bandura ha avuto anche il merito di evidenziare la complessità dello sviluppo prosociale che risulta essere fortemente connesso a quello morale, come sostenuto anche da altri autori importanti per la psicologia, tra i quali ricordiamo Jean Piaget Lawrence Kohlberg e Nancy Eisenberg (Eisenberg, 1983; Eisenberg, 1991; Hoffmann, 2000). A partire da quanto detto, risulta quindi chiaro come la prosocialità possa essere indagata da prospettive che, seppur diverse, sembrano essere però in sincronia tra loro. Lo sviluppo della prosocialità Lo sviluppo della prosocialità sembra esser influenzato da fattori di diversa natura, sia biologici, come la presenza del polimorfismo GG per l’allele del recettore per l’ossitocina, che ambientali, come il manifestarsi di eventi avversi come catastrofi naturali (Decety et al., 2015). Come già accennato precedentemente, lo sviluppo dei comportamenti prosociali è fortemente connesso allo sviluppo di altri aspetti, tra i quali ricordiamo la dimensione emotiva e morale, ed altri costrutti, come empatia e simpatia (Vianello et al., 2019). E’ stato osservato che già nel corso del primo anno di vita i bambini sono capaci di utilizzare delle espressioni facciali, come il sorriso, al fine di consolarle gli altri, dimostrandosi anche capaci di appellarsi al social referencing, ovvero la capacità di attuare dei comportamenti guidati dalle espressioni emotive dei caregivers (Shaffer, 2008; Vianello et al., 2019). Durante l’età prescolare i bambini incominciano a mostrare comportamenti prosociali, come la ricerca del contatto fisico, in risposta alla preoccupazione dettata dalla percezione degli stati emotivi negativi altrui. Tuttavia, in questo periodo di vita, la frequenza dei comportamenti prosociali sembra esser ancora moderata e fortemente ancorata allo sviluppo cognitivo (Decety et al., 2015; Vianello, 2019). In età scolare, nello specifico nel corso della scuola primaria, sembrano aumentare e migliorare i comportamenti di aiuto strumentale e conforto, mentre in adolescenza si assiste ad un incremento delle azioni volte ad incrementare le esperienze di condivisione (Vianello, 2019). La prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale L’eterogeneità delle definizioni di prosocialità, i diversi livelli di analisi, le sue numerose associazioni con altri costrutti e le molteplici prospettive, implicano non pochi problemi metodologici nell’indagine di questo costrutto (Grazzani & Ornaghi, 2015). I principali strumenti utilizzati per studiare e valutare la prosocialità possono essere riconducibili a due tipologie principali: griglie di osservazione e questionari auto o etero somministrati (Denham, 1996). Il gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Milano Bicocca ha proposto un’alternativa per indagare la prosocialità, al fine di arricchire la varietà strumentale, con l’intento di arginare alcuni limiti, come le lunghe tempistiche e la desiderabilità sociale, associati all’utilizzo dell’osservazione e della somministrazione di questionari auto/etero somministrati (Grazzani & Ornaghi, 2015). Lo strumento messo a punto da questo team di ricerca si basa sulla tecnica del completamente di storie ed è stato denominato “Prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale”. Lo strumento è stato sviluppato per indagare, nello specifico, l’orientamento prosociale, ovvero “la tendenza individuale a provare

Fobia Scolare in Adolescenza

di Cinzia Saponara Con il termine: “Fobia scolastica” coniato nel 1941 dalla psichiatra americana Adelaide Johnson, intendiamo un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o restare a scuola. La fobia scolastica denominata anche “rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin & Strass, 1987) riguarda tra l’1% e il 5%( Burke & Silverman, 1987) dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere socio-economico. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano frequentemente una risposta fobica sul piano fisiologico (tachicardia, nausea, dolori addominali, cefalee, disturbi del sonno) e sul piano comportamentale ed emotivo (condotte di evitamento, somatizzazioni), tali da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di alunni intelligenti e studiosi con buona resa didattica, che riducono la propria frequenza a scuola, fino al ritiro, non tanto per disinteresse o per insuccesso negli studi, quanto per la paura della propria inadeguatezza ad abitare la scuola intesa come “contesto sociale”. La sua insorgenza sembra spesso immotivata e il manifestarsi di tale fobia rappresenta solitamente un segnale d’allarme particolarmente rilevante, che non va mai sottovalutato, perché può essere il sintomo di una sottostante struttura psicopatologica in procinto di scompensarsi. Tale disturbo non ha una sua categoria nosologica specifica all’interno del DSM 5 dove viene inclusa tra le molteplici fenomenologie delle fobie sociali, privandolo di una sua specificità. Non esistono pertanto direttive specifiche che possano tutelare sufficientemente gli studenti che soffrono di fobia scolare e che hanno assenze di frequenza scolastica spesso molto prolungate. La dispersione scolastica è un fenomeno di per sé complesso e multiforme, l’Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento in media, (i ragazzi il 15,6% e le ragazze il 10,4%), in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). I divari tra le regioni risultano molto ampi. Questi i dati contenuti nell’ultima pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, dal titolo “La dispersione scolastica”. La Comunità di Sant’ Egidio, in un lavoro dove è stato preso in considerazione il primo periodo dell’anno scolastico 2020/21, Settembre Dicembre, ha certificato che a Settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Un’indagine Ipsos per conto di Save the Children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, da marzo 2020 a gennaio 2021, almeno un alunno aveva abbandonato la scuola. Qui, i ragazzi ritirati, sono circa 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore, in quest’ultimo periodo. Sono ben note le problematiche collegate al ricorso prolungato alla DAD e/o all’alternanza di DAD e didattica in presenza, questa incertezza, ha colpito duramente i ragazzi che erano già predisposti a un isolamento, infatti per alcuni, la DAD ha rappresentato una situazione di comodo: sono a casa mia, non ho contatti con i miei coetanei, non devo sforzarmi di avere delle relazioni, perché avere relazioni mi costa fatica. Nella maggior parte dei casi si è trattato di una regressione temporanea e reversibile, in altri al contrario questa situazione ha slatentizzato, di fatto, vissuti di forte ansia e rifiuto di ritornare a scuola in presenza. Occorre fare un doveroso distinguo tra rifiuto scolastico e assenteismo ingiustificato, quest’ultimo spesso è associato a comportamenti antisociali, atteggiamento oppositivo e/o alla mancanza di interesse per la propria formazione scolastica; è un comportamento in cui è assente l’ansia e la paura intensa e irrazionale di frequentare la scuola. Nel caso dei ragazzi con fobia scolare il quadro è molto più complesso, il meccanismo scolastico, basato su regole, verifiche e confronti, sottopone questi ragazzi ad una costante frustrazione delle proprie aspettative, cioè ad una ferita narcisistica; quando ciò accade, sono pervasi da un’angoscia catastrofica, che impedisce loro di pensare e di agire. Per l’adolescente di solito il terrore è tale e non è possibile alcuna spiegazione. Abbandonata la scuola, alcuni tra loro arrivano a chiudersi per giorni interi nella loro camera, dove stazionano “attaccati” al computer e si rifiutano di uscire di casa anche per le incombenze che li riguardano. La rivoluzione digitale ha creato ambienti espressivi nei quali gli adolescenti non solo sperimentano nuove possibilità di realizzazione ma si rifugiano in occasione di gravi crisi evolutive, in una forma di autoricovero che esprime sia il dolore sia un tentativo di risolverlo, come avviene nel ritiro sociale, la più significativa manifestazione del disagio giovanile odierno, assimilabile alla cosiddetta sindrome di Hikikomori 1 (auto-isolamento prolungato) in preadolescenti e adolescenti. Spesso i genitori sono allo stremo sia per l’insuccesso degli sforzi inutilmente fatti sia perché i figli possono diventare dei despoti all’interno della famiglia, appropriandosi di ogni spazio della casa e interferendo continuamente con la libertà degli altri membri. René Diatkine ed Eric Valentin (“Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”, 1985), descrivono quattro possibili evoluzioni focalizzando l’attenzione sul fatto che non si tratta mai di un sintomo “fugace o benigno”. Il primo tipo di evoluzione, quella più grave ma fortunatamente numericamente poco consistente, evolve verso la schizofrenia, manifestando dissociazione e delirio paranoide. Il secondo tipo di evoluzione analizza degli adolescenti che sembrano essere incapaci di qualsiasi compromesso con i propri desideri: tali ragazzi vengono considerati come psicotici (“caso limite”, “borderline”), ma non presentano dissociazioni o deliri. Gli autori mettono in evidenza una relazione familiare estremamente problematica, preesistente alla comparsa della fobia scolare e da questa esacerbata, caratterizzata da ambivalenza e da messaggi contraddittori sia da parte dei genitori che dei figli; viene evidenziato il fatto che l’adolescente non più capace di andare a scuola, in precedenza aveva solo apparentemente uno sviluppo armonico, ma che ad un esame più attento l’adattamento alla realtà era solo apparente ed erano già presenti angosce importanti. Concludendo il secondo tipo di evoluzione gli autori rimarcano che il ragazzo resta a casa, trovando una nuova organizzazione che non gli crea alcuna inquietudine, ma che diventa un nuovo modo di vivere in funzione del principio di piacere. Il terzo tipo di evoluzione,

Home Care Assistance. Alcune riflessioni sulla psicologia domiciliare in caso di disabilità

di Francesca Dicè scientific 3 2022 L’incontro psicologico domiciliare, sempre più richiesto, nasce a seguito della necessità di attivare specifici interventi con persone che hanno difficoltà ad uscire di casa (Pollastri, 2020). Alcuni esempi possono essere condizioni cliniche quali il Disturbo Ossessivo Compulsivo (Pollastri, 2020) o la Depressione Post Partum (Pollastri, 2020), oppure condizioni legate alla Sindrome da Accumulo, alle patologie croniche (Pollastri, 2020; Sottocorna, 2022), alle gravi disabilità (Pollastri, 2020). Altre situazioni che possono beneficiare di questa metodologia sono le persone anziane o con demenza, morbo di Alzheimer, di Parkinson ed altre malattie degenerative (Sottocorna, 2022). L’intervento psicologico domiciliare può rivelare grande efficacia. Generalmente, un obiettivo elitario è il recupero ed il rafforzamento delle competenze r e l a z i o n a l i d e l p a z i e n t e , c o n conseguente potenziamento delle sue risorse personali e delle dinamiche relazionali (Pollastri, 2020). Inoltre, come spesso accade anche nel caso delle psicoterapie online, può avvenire che l’alleanza terapeutica possa instaurarsi più velocemente (Sottocorna, 2022), probabilmente grazie alla maggiore familiarità del paziente con l’ambiente in cui la seduta si svolge, ma anche alla minore probabilità che egli/ella possa seguire le sue resistenze e saltare delle sedute. Nonostante tali potenzialità, quello domiciliare è un intervento che può rivelarsi molto complesso. Innanzitutto, al fine di evitare l’instaurarsi di processi collusivi che possano minare la validità d e l p r o c e s s o t e r a p e u t i c o , è fondamentale che lo psicologo esegua un’adeguata analisi della domanda con specifica attenzione alle fantasie e le dinamiche inconsapevoli che possono sot tender e l a scel t a del set t ing domiciliare (Pollastri, 2020; Carli & Paniccia, 2003). Una specifica attenzione dello psicologo, inoltre, deve essere rivolta alla necessità di ristrutturare il suo setting abituale, che ovviamente deve essere diversificato secondo le necessità e le richieste del cliente (Pollastri, 2020); ciò può richiedere una maggiore flessibilità (Sottocorna, 2022) e, talvolta, il ricorso ad i m p o r t a n t i r i s o r s e c r e a t i v e (Dominijanni, 2017) che consentano un maggiore adattamento alla specificità d e l l e s i t u a z i o n i che i n c o n t r a . Ciononostante è sempre necessario preservare il setting, inteso sia come assetto interno, evidentemente più delicato di quanto non sia quello dello studio clinico (Dominijanni, 2017), sia come assetto esterno, assicurandosi che i colloqui si tengano in uno spazio riservato, durino il tempo concordato e beneficino di tutti gli obblighi legali come tutela della privacy e firma del consenso informato (Pollastri, 2020). Fondamentale, infine, può rivelarsi il lavoro in rete, inteso sia come la collaborazione dello psicologo con eventuali altre figure professionali coinvolte (ad esempio, educatori, operatori socio sanitari), sia come rapporti con le istituzioni che collaborano alla presa in carico del paziente (ad esempio, Servizio Sanitario, Enti Locali, Educative Territoriali), al fine di offrire un servizio quanto mai completo ed adeguato a tutte le necessità dei pazienti. Bibliografia. Carli R. & Paniccia R.M. (2003). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: Il Mulino. ISBN 978-8815096470 Dominijanni L. (2017). La solitudine dello psicologo domiciliare. Retrieved from https://bit.ly/3IXvIbu Pollastri A. (2020). Lo psicologo a domicilio. Retrieved from https://bit.ly/ 3sM8tvq Sottocorna R. (2022). Lo psicologo a domicilio e le terapie online. Retrieved from https://bit.ly/3Clf5Ux

L’assessment Terapeutico o collaborativo: origini e struttura di una nuova tecnica

di Gaia Cassese Introduzione Nel mio breve percorso p o s t – universitario, mi sono imbattuta in pareri contrastati e sguardi diffidenti circa l’utilizzo dei test psicodiagnostici, che sono di gran lunga ancora appannaggio di Servizi Sanitari pubblici o dell’ambito giuridico e peritale. Ancora poco diffusi, specialmente in ambito clinico privato, l’opinione dei professionisti con cui mi sono interfacciata si divide. Da una parte emerge l’ammirazione per la “capacità” di poter ottenere diagnosi precise e immediate, prive di incertezze e dubbi in cui potrebbe incorrere l’occhio nudo dello psicologo, e la valutazione psicodiagnostica si pone in questo contesto come un facile tentativo di liberarsi dall’angoscia dell’ignoto, della complessità del paziente, che porta con sé, specialmente per i giovani psicologi, il fantasma di un mandato sociale detentore di verità immediata sull’altro. D’altro lato il ghigno di chi, vantando una maggiore esperienza, si propone come sostenitore di una diagnosi che, per esigenza d i comunicazione t r a professionisti, nonché di definire linee guida nella comprensione del disagio del paziente, chiude un mondo di possibili significati, guardando piuttosto alla somministrazione dei test come una valutazione violenta, un incasellamento ed una categorizzazione della realtà in poche etichette diagnostiche e comunicative. Dal mio punto di vista, uno schieramento di tal genere porta con sé una diversa problematica a monte: una ancora forte incertezza e mancanza di conoscenza circa l’obiettivo in contesto clinico, e specialmente in quello privato, d e l l ’ u t i l i z z o della testologia. In p a r t i c o l a r e , i n u n a d o m a n d a provocatoria, chiedo: ma i test psicodiagnostici servono davvero a formulare una diagnosi? Emerge, a questo punto, la necessità di partire dalle origini: ma cosa intendiamo per diagnosi? Diagnosi proviene dal greco dia (at t raverso) e gnosis (conoscenza), un’etimologia che richiama ad una conoscenza del paziente che va ben oltre l’esigenza di u n ’ e t i c h e t t a comunicativa e d i presentazione della sintomatologia dell’individuo. Tale concezione di diagnosi richiama la curiosità e l’interesse profondo che lo psicologo prima, e il terapeuta poi, possono mostrare nell’esplorazione di ciò che il paziente porta nella stanza e, quindi, nella e attraverso l a relazione terapeutica. Quindi diagnosi non come semplice ricerca del sintomo, quanto un “conoscere attraverso” la complessità dell’animo umano che necessariamente promuove un infinito mondo di significati verso non solo la conoscenza dei limiti, ma che si rivolge soprattutto alle risorse, al contesto, ai punti di forza ambientali e personali che saranno alleati di un percorso di conoscenza del sé ed evoluzione del paziente. Questa c o n c e z i o n e p e r d e l ’ i d e a d i incasellamento a favore di un recupero di quanto c’è di più profondo e nobile nella nostra professione, un concetto trasversale che accomuna tutti gli orientamenti psicoterapeutici: l’interesse per la relazione. È solo in seguito alla definizione di questa cornice teorica ed etimologica che l’utilizzo dei test, nella pratica clinica privata, si pone come un potente strumento alleato del processo terapeutico. Ed è abbracciando pienamente questo contesto che a partire dal 1980 Stephen E. Finn conia il termine di Assessment Terapeutico (S. E. Finn, 2007). L’ a s s e s sme n t Te r a p e u t i c o o collaborativo: le origini. L’assessment terapeutico è un approccio alla valutazione psicologica sviluppato da Stephen E. Finn in collaborazione con i colleghi (1), frutto di una riflessione attenta e continua sulla pratica e l’intervento con numerosi e differenti g r u p p i d i p a z i e n t i . N a t o i n contrapposizione a i l i m i t i della valutazione psicologica tradizionale, il metodo affonda le radici all’interno del modello intersoggettivo (2) sviluppato da Stolorow, Atwood e Brandcraft (1996), basato sulla psicologia fenomenologica e articolato nell’ambito dell’assessment da C. Fisher. Secondo la teoria dell’intersoggettività, il “sé” non può essere considerato come un insieme di caratteristiche stabili e ben distinte del soggetto, bensì vanno studiate e approfondite nella piena consapevolezza della loro dipendenza dal sistema interpersonale in cui sono osservate e “misurate”. Ne deriva chiaramente che l’obiettivo di ottenere misure oggettive di un tratto di personalità è limitato e pronto a d e l u d e r e l e a s p e t t a t i v e d e l somministratore. Questo succede in primo luogo perché, spiega Finn, i comportamenti del paziente avvengono sempre in un determinato contesto che rinvia specifici feedback; in secondo luogo il somministratore volgerà la propria attenzione verso alcune sfumature dei risultati testologici piuttosto che altre, influenzato da quello che è il proprio set di valori e la sua storia personale; infine, nessuno potrà mai conoscere appieno fino a che punto si estende la portata del proprio contributo al contesto interpersonale. Cosa possiamo quindi fare da giovani psicodiagnosti? Certamente essere aperti e curiosi a tali fattori e fenomeni nel contesto di assessment. Infatti, quello che ad un approccio valutativo tradizionale si presenta come un insormontabile ed inevitabile ostacolo da governare il più possibile, mediante la neutralizzazione dell’intervento del somministratore, diviene per lo psicologo esperto una consapevole opportunità per giocare nella relazione, e l’assessment si pone come un primo potentissimo strumento. Sebbene, infatti, l’autore presenti il proprio approccio in una serie di passaggi-guida molto pratici e precisi, l’assessment terapeutico è piuttosto da considerarsi come un modello di pensiero che richiede allo psicologo di movimentare le proprie risorse creative, intuitive e soprattutto empatiche nei confronti del paziente. I requisiti indispensabili sono: una profonda conoscenza e comprensione dei test, e la capacità di <<entrare nei panni dei nostri pazienti>> profondamente (Finn, 2007). Inoltre, S. Finn distingue un assessment terapeutico collaborativo da quello non collaborativo. Mentre quest’ultimo consta di una valutazione psicologica “sul” paziente, il primo, caratteristico del metodo in

Psicologia, psicoanalisi, yoga e salute

di Veronica Sarno scientific 3 2022 “ Sia lo yoga che la psicoanalisi hanno uno scopo comune, che consiste nel favorire l’eliminazione della sofferenza nell’uomo e di permettere la sua realizzazione, anzitutto come esseri umani; per questo fine, almeno all’inizio, il loro percorso praticamente coincide: infatti, in entrambi i casi, quello che si vuole ottenere è, prima di tutto, la realizzazione di un individuo adulto e maturo, capace di rapportarsi con la vita in modo autonomo e razionale, senza il condizionamento dei desideri infantili o l’oppressione dei fantasmi nevrotici.” 1 Gaia Bergamaschi ha analizzato quelle che definisce le scuole di psicologia yogica: la psicologia Vedānta, reputa che l’attività mentale sia di tipo intellettuale, compatibile con una concezione intellettuale della mente. Lo studio della mente umana rientra nello studio del microcosmo, accordabile con le leggi del macrocosmico. Lo yoga di Patañjali invece considera l’esistenza di una psicologia sperimentale ed applicata. Tuttavia queste due scuole di pensiero hanno qualcosa in comune, considerano la mente uno strumento interno, mentre giudicano strumenti esterni corpo fisico ed energetico. La mente esegue tre tipologie di attività: 1° La mente Manas raccoglie le percezioni sensoriali coordinandole con le risposte motorie. 2° La mente Ahankara riguarda il senso dell’io che va a trasformare l’esperienza sensoriale in una personalizzazione di senso dell’esperienza sensoriale rispetto alla propria identità individuale, funzionale a stabilire una sensazione di unicità e di distinzione. 3° La mente Buddhi, mente superiore, volta alla valutazione ed al discernimento delle situazioni, formula giudizi e stabilisce il comportamento della persona in quella situazione. Queste tre menti sono interconnesse in Chitta concetto simile all’ES psicoanalitico Vi è poi il concetto di Ahankara che comprende il concetto di Io psicoanalitico con tutte le sue difese e di ego in senso comune occidentale del termine ed anche il limite fra ciò che è Io e ciò che non lo è. 1 “Quando la mente entra in degli stati in c’è la separatezza, i concetti di psicologia occidentale secondo i quali l’ego comprende sempre un certo campo di senso dell’io entrano in un circolo che porta al disorientamento.” 2 Patañjali invece usa il termine Chitta per indicare le funzioni mentali in senso olistico e complessivo come un lago calmo limpido e trasparente, talvolta turbate da onde Vrtti generate da percezioni sensoriali, pensieri, ricordi, quando le onde si placano è possibile accedere ad importanti livelli di interiorità. Nel primo libro degli Yoga Sutra di Iyengar (1993) si descrive lo yoga come metodologia finalizzata al controllo volontario ed alla regolazione dei processi di pensiero, tale che la coscienza possa liberarsi dall’identificazione con i pensieri stessi. Patañjali classifica Vrtti in diverse capacità mentali: percezione accurata o cognizione, percezione inesatta, fantasia o immaginazione, memoria, sonno. Man mano che ci si distacca dai pensieri si superano le Klesha, cause della sofferenza, che sono: – avidya: ignoranza, – asmita: angusta e stagnante definizione di sé, – raga: attaccamento, – dvesa: avversione fobica, – abhinivesah: terrore della morte. La pratica dello yoga si lega alla psicologia perché promuove la salute. Secondo Amy Weintraubm (2012), nello yoga terapeutico, il corpo è la porta che conduce alle emozioni. Van der Kolk (2014) individua tre strade, che adoperano la neuroplasticità cerebrale, per aiutare le persone a gestire i traumi, si tratta di – Via top-down (dall’alto verso il basso), il dialogo, la connessione fra le persone, consentono di capire ed elaborare e memorie traumatiche (psicoanalisi, psicoterapia dinamica, psicoterapia cognitivo-comportamentale) – Via farmaceutica, che va a cambiare i modi in cui il cervello organizza e gestisce le informazioni. – Via bottom-up (dal basso verso l’alto) il corpo fa esperienze che gli consentono di contrastare stati negativi come l’essere adirati ed il sentirsi impotenti. Alcune pratiche yoga si collocano nella prima via ed altre nella terza, le emozioni vengono regolate al meglio mediante la via top-down, mentre la via bottom up crea una riprogrammazione del sistema nervoso autonomo, che attraverso il respiro Pranayama dello yoga. 2. B. N. Gangadhar (2018) descrive prove neurobiologiche dello yoga per la salute mentale. Da quando nel 2014 le nazioni Unite hanno proclamato una giornata internazionale dedicata allo yoga, quest’ultimo si è trasformato da pratica esoterica in un’attività per la salute, divenendo anche oggetto di studio. Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo dell’India ha creato un piano per finanziare lo yoga e la meditazione, piano chiamato SATYAM, inoltre il governo indiano ha creato il ministero AYUSH dedicato allo yoga ed alla medicina indiana. La parola yoga deriva dal vocabolo yui, che significa “collegare”, “amalgamare”, “unire”, ciò che unisce la consapevolezza del singolo con quella cosmica, mediante sforzi costanti (sādhana), il praticate detto (sādhaka) riceverà come beneficio una migliore salute fisica e mentale ed una maggiore padronanza della mente. Diverse ricerche hanno mostrato che i livelli di cortisolo crollano dopo aver praticato yoga, le ricerche sono state effettuate su pazienti affetti da depressione ed altri con dipendenza da alcol. Il cortisolo calava perché diminuiva il livello di depressione a seguito della pratica yoga, che a sua volta consentiva una migliore attività cognitiva. Si ipotizza che la diminuzione dello stress ed il sentirsi rilassati ed in generale in uno stato migliore, nella pratica dello yoga siano mediati dall’acido ƴ-amminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore che inibisce neuroni del cervello. Alcuni medicinali seguono lo stesso principio, infatti medicine con proprietà simili vengono adoperate per trattare l’agitazione, disturbi emotivi e perfino l’insonnia; le benzodiazepine facilitano il funzionamento del GABA. I livelli GABA del cervello sono misurabili mediante risonanza magnetica spettroscopica (MRS). Gli esperimenti indicano che i livelli di GABA aumentano dopo una sessione di yoga, sia in soggetti sani e sia in soggetti malati. Se si invia un breve impulso di energia magnetica attraverso lo scalpo, la regione cerebrale sottostante si attiva, stimolando un muscolo, lontano ma corrispondentemente collegato (come ad esempio, il muscolo della trachea), che è colpito da segnali elettrici, misurabili con l’elettromiografia (EMG). Reagendo a questa stimolazione magnetica, il cervello compensa anche generando sul muscolo effetti inibitori, che portano al silenzio elettromiografico. È un effetto di breve durata (circa 100

Dislessia evolutiva: neuroimmaig della lettura lenta e faticosa

di Roberto Ghiaccio I ricercatori conducono continuamente studi circa le cause della dislessia, l’identificazione precoce e i trattamenti. La dislessia evolutiva è associata alla d i f fi c o l t à nell’elaborazione dell’ortografia (la forma scritta) e della fonologia (la struttura sonora) del linguaggio. Per comprendere l’origine di questi problemi, gli studi di neuroimaging hanno confortato l’anatomia e la funzionalità cerebrale di persone con e senza dislessia. Tuttavia nonostante abbiamo tanti reperti di laboratorio resta ancora un’amara ostinazione alla sua negazione. Per molti anni, è stato comune tra genitori o insegnanti ( purtroppo anche alcuni clinici) credere erroneamente che un individuo con dislessia avesse difficoltà a leggere o padroneggiare le abilità linguistiche semplicemente perché non era intelligente o non si impegnava/ allenava abbastanza, o peggio era s v o g l i a t o / s f a t i c a t o / scansafatiche. Tuttavia, anni di ricerca mostrano che la dislessia non è correlata all’intelligenza o alla motivazione di un individuo, ma piuttosto a una difficoltà linguistica con basi neurobiologiche (vedi Galaburda, et al., 1985). Gli scienziati hanno scoperto che non esiste una singola sezione del cervello c h e s i a l ‘ u n i c a r e s p o n s a b i l e dell’apprendimento della lettura. I mo l t e p l i c i p r o c e s s i c o i n v o l t i nell’apprendimento della lettura come la mappatura grafema-fonema, in cui le lettere possono essere associate ai suoni corrispondenti e decodificate, e il riconoscimento visivo della forma delle parole, in cui i lettori mappano parole familiari e producono rappresentazioni mentali di tali parole, si verificano in una rete di aree del cervello piuttosto che in un’area specifica. Poiché il cervello umano non è già cablato per leggere, non esiste un “centro di lettura” del cervello e non ci sono “geni di lettura”, ogni singolo cervello deve imparare a leggere da solo. Nell’imparare a leggere, il cervello compie un’impresa incredibile: crea un circuito specializzato che serve solo per leggere, riciclando parti del cervello originariamente progettate per svolgere altre funzioni, come recuperare i nomi. Questo nuovo “circuito di lettura” combina processi provenienti da diverse aree del cervello e quindi funziona a una velocità così veloce da sembrare quasi automatico. Ma non tutti i cervelli creano facilmente un circuito di lettura fluido. Questo è il caso della dislessia. Piuttosto che essere una malattia o una condizione medica (l’errata percezione comune), la dislessia è u n ‘ o r g a n i z z a z i o n e c e r e b r a l e diversa, una neurodiversità, o meglio una neuovarietà, in cui il circuito di riciclaggio per la lettura è stato interrotto o cablato in maniera differente, cosi da non garantire quella padronanza c o m p o r t a m e n t a l e n e c e s s a r i a a l l ’ a u t o m a t i z z a z i o n e . Da t a l e “mancanza” centrale scaturiscono effetti non solo sugli apprendimenti ma anche sul funzionamento/adattamento. Poiché la lettura è un’invenzione culturale nata dopo l’evoluzione degli esseri umani moderni, nessuna singola area cerebrale funge da centro di lettura. Invece, le regioni del cervello che assolvono altre funzioni, come il linguaggio parlato e il riconoscimento degli oggetti, vengono reindirizzate-riciclate (piuttosto che specificate in modo innato) allo scopo di leggere (Dehaene & Cohen, 2007). La lettura coinvolge molteplici processi cognitivi, due dei quali sono stati di particolare interesse per i ricercatori. La mappatura grafema-fonema in cui le combinazioni di lettere (grafemi) sono mappate sui suoni corrispondenti (fonemi) e le parole sono quindi “decodificate”insieme, questi processi ci consentono di pronunciare parole e di accedere al significato. In accordo con questi processi cognitivi, studi su adulti e bambini hanno dimostrato che la lettura è supportata da una rete di regioni nell’emisfero sinistro (Price, 2012), comprese l e cortecce occipito-temporale, temporo-parietale e frontale inferiore. La corteccia occipito-temporale contiene “l’area visiva della forma della parola”. Sia la corteccia frontale temporo-parietale che quella frontale i n f e r i o r e s v o l g o n o u n r u o l o nell’elaborazione fonologica e semantica delle parole, con la corteccia frontale i n f e r i o r e coinvolta anche nella formazione dei suoni del linguaggio.È stato dimostrato che queste aree cambiano con l’età (Turkeltaub, et al., 2003) e sono alterate nelle persone con dislessia (Richlan et al., 2011). La corteccia occipito-temporale ha la potenzialità epigenetica dell’area visiva della forma della parola. Sia la corteccia frontale temporo-parietale che la frontale inferiore svolgono un ruolo nell’elaborazione fonologica e semantica delle parole, la corteccia frontale inferiore è coinvolta anche nella formazione dei suoni del linguaggio. È stato dimostrato che queste aree cambiano con l’età (Turkeltaub, et al., 2003) e sono alterate nelle persone con dislessia (Richlan et al., 2011). La prova di una connessione tra la dislessia e la struttura del cervello è stata scoperta per la prima volta esaminando l’anatomia del cervello di adulti deceduti diagnosticati dislessici evolutivi (Galaburda). Le attuali tecniche di imaging hanno rivelato un volume di sostanza grigia e bianca inferiore e un’integrità alterata della sostanza bianca nelle aree occipito-temporali e temporo-parietali dell’emisfero sinistro. I primi studi funzionali erano limitati agli adulti perché impiegavano tecniche invasive con utilizzo materiali radioattivi. Il campo della mappatura del cervello umano ha beneficiato notevolmente dell’invenzione della fMRI. Studi provenienti da diversi paesi sono convergenti nei risultati di aree alterate dell’emisfero sinistro (Richlan et al., 2011), comprese le [LP1]  cortecce ventrale occipito-temporale, temporo-parietale e frontale inferiore (e le loro connessioni. Diverse varianti genetiche sono associate alla dislessia e il loro impatto sul cervello è studiato stato nelle persone e nei topi. Gli animali che sono stati allevati per avere geni associati

Stress e Fattori di Rischio Psicosociali

di Martino Daniela scientific 3 2022 Lo stress è una reazione relativamente aspecifica alle sollecitazioni ( stressors o stimoli) dell’ambiente esterno e/o interno. E’ dunque un meccanismo di risposta alle richieste ambientali che ha natura del tutto fisiologica e non patologica(eustress): Senza stress c’è la morte(Hans Selye) Tuttavia, gli studi, l’esperienza clinica e la ricerca, dimostrano che in alcune condizioni la risposta di stress può divenire disfunzionale, ovvero, nei seguenti casi specifici: 1 – per inadeguata intensità degli stimoli (sovra o sottostimolazione) 2 – per eccessiva durata degli stessi 3 – per caratteristiche di personalità del soggetto. In questi casi la reazione di stress può diventare patologica e trasformarsi in una sindrome da stress negativo (distress), che è caratterizzato da: a – disturbi cogni t ivi (perdi ta di concentrazione, difficoltà ad assumere decisioni, persistenti pensieri negativi, diminuita abilità dei managers, ecc.) b – disturbi emozionali (perdita di entusiasmo, i r r i t a b i l i t à , a n s i a , depressione, ecc.) c – disturbi fisici (palpitazioni, mal di schiena, mal d i t e s t a , d i s t u r b i gastrici,ecc.) d – disturbi comportamentali (decremento d e l l a p e r f o r m a n c e , d i s t u r b i dell’alimentazione, aumento di errori e infortuni, abuso di alcool e tabacco, stato di sovra o sotto eccitazione, ecc.). Uno dei maggiori fattori di stress sul lavoro è rappresentato dalle relazioni interpersonali. A tal proposito L. Levi ha messo a punto il modello dello stress cosiddetto “psicosociale”,secondo cui le i n t e r a z i o n i s o c i a l i e i r a p p o r t i interpersonali possono rappresentare per le persone una fonte stressogena, in grado di produrre tutti i disturbi psicosomatici alla pari dei altri stimoli ambientali, fisici o organici. Le interazioni lavorative, se non gestite correttamente possono esporre a danni alla salute fisica e psicologica, insieme ad a l t r i f a t t o r i . Proprio questa consapevolezza ha spinto molti ricercatori a circoscrivere e definire il campo dei f a t t o r i che incidono maggiormente sullo stress da lavoro. I fattori meglio individuati dalle ricerche sono i seguenti: -il carico di lavoro, -i ritmi, – i turni lunghi o mal pianificati in successione -rumore Secondo un’ indagine (1999/2000) dell’European Agency for Safety and Health at work nei paesi industrializzati e post industriali le malattie professionali di carattere fisico, organico o con forte correlazione causa/effetto, sono in continua diminuzione, di contro, sono invece in aumento le patologie stress correlate, aspecifiche e multifattoriali. E’ probabile che in larga parte ciò sia dovuto alla forte precarizzazione del mercato del lavoro, alle difficoltà di ricollocazione,agli obiettivi organizzativi sempre più pretenziosi, alla scarsa valorizzazione delle risorse umane, alla mancanza di una visone etica del lavoro; fattori questi che impattano in maniera pesante sul senso di autoefficacia dell’individuo, oltre a determinare tutti quei disturbi connessi alla sfera ansiosa e depressiva. Quanto non appena accennato ci dà il senso del perché nel mondo del lavoro si consumino tanti drammi di umana sof ferenza. Uno studio di Hans Leymann, stima che l’8% dei suicidi avvenuti in Svezia in un anno, trovi nel lavoro un rapporto diretto di causa-effetto. Un malessere con cui gli operatori della prevenzione dovranno confrontarsi nel tempo a venire,sia lavorando a livello individuale, sia a livello organizzativo, spingendo i contesti di lavoro a occuparsi sempre di più dei fattori che ormai notoriamente possono intervenire sul miglioramento del benessere lavorativo, ovvero : -Funzione e Cultura organizzativa Comunicazione, sostegno nella risoluzione di problemi e sviluppo personale; definizione degli obiettivi organizzativi -Ruolo nell’organizzazione Coerenza di ruolo, ripartizione equa delle responsabilità per i dipendenti —-Evoluzione della carriera Evoluzione di carriera, promozione del capitale umano, retribuzione, sicurezza dell’impiego, sensibilizzazione rispetto al valore sociale attribuito al lavoro –Autonomia decisionale/Controllo P a r t e c i p a z i o n e a l p r o c e s s o decisionale,controllo sul lavoro   -Rapporti interpersonali sul lavoro Riduzione dell’ isolamento fisico o sociale, rapporti funzionali con i s u p e r i o r i , cura d e l l e r e l a z i o n i interpersonali, supporto sociale. –Interfaccia famiglia-lavoro Conciliazione tra casa e lavoro. Riepilogando lo stress non è una malattia, ma piuttosto una disfunzione di sistema che può arrecare danni se non adeguatamente controllato nei contesti lavorativi. In questo senso, non vi è una ricetta magica per la gestione dei fattori stress lavoro-correlato, tuttavia vi sono diverse indicazioni di ricerca che indicano come il clima organizzativo in un’azienda/realtà lavorativa possa essere migliorato, anche in modo significativo, con interventi tempestivi e mirati che coinvolgono in modo coordinato l’ambito relazionale, organizzativo, gestionale e sanitario. Bibliografia -Eu-Osha. Calculating the costs of work-related stress and psychosocial risks – A literature review. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2014. -Eu-Osha. ESEnER – European Survey of Enterprises on new and Emerging Risks 2- preliminary findings. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2015. -Inail. Indagine nazionale sulla salute e sicurezza sul Lavoro. Milano: Inail; 2014. -Cox T. Stress. London: Macmillan; 1978. -Cox T, Griffiths AJ. The assessment of psychosocial hazards at work. In: Shabracq MJ, Winnubst JAM, Cooper CL. Handbook of Work and Health Psychology. Clichester: Wiley & Sons; 1995. -Coordinamento Tecnico Interregionale della Prevenzione nei Luoghi di Lavoro. Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro-correlato: guida operativa; 2010. -Leka S, Cox T. The European Framework for Psychosocial Risk Management: PRIMA-EF. UK: I-WHO; 2 0 0 8 . p p 8 0 – 9 5 ( I S B n 978-0-9554365-2-9). -PRIMA-EF network. PRIMA-EF. Guida al contesto europeo per la gestione del rischio psicosociale. Una risorsa per i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori. Protecting Workers’ Health

Efficacia della Mindfulness e qualità della vita per le vittime di guerra con DPTS

di Ilaria Di Giusto La qualità della vita è un concetto molto ampio che comprende differenti aspetti della vita, tra cui la salute, associata a condizioni fisiche, sociali e psicologiche; altro indicatore della qualità della vita riguarda la correlazione tra longevità e benessere, tra le quali le ricerche hanno dimostrato esserci una relazione diretta. Da alcuni anni, nell’ambito della valutazione della qualità di vita, è stata introdotta un’ulteriore dimensione fondamentale: la necessità di trascorrere anni della propria vita con pienezza e soddisfazione. (Seligman, 1998). D i f f e r e n t i s t u d i s o c i o l o g i c i e comportamentali hanno dimostrato che i contesti economici e sociali influenzano fortemente la qualità della vita e, quindi, possono diventare condizionanti nella comparsa di disturbi psicologici tra gli individui in generale e le vittime di guerra in particolare (Klaric et al., 2012). Coloro che si ritrovano a vivere e a frequentare campi di battaglia mostrano la comparsa di problematiche psicologiche e fisiche; si ritiene, infatti, che le guerre siano uno d e i f a t t o r i che c o n t r i b u i s c o n o maggiormente al tasso di incidenza, al tempo di comparsa e allo sviluppo di disturbi comportamentali e psicologici, le cui conseguenze permangono anche successivamente al termine di una guerra. Tra i disturbi identificati, il più diffuso tra le vittime di guerra è stato il disturbo da stress post traumatico (DPTS). Per l’Associazione Americana di Psicologia il DPTS è una patologia che può svilupparsi in persone che hanno subìto o hanno assistito a un evento traumatico, catastrofico o violento, oppure che sono venute a conoscenza di un’esperienza traumatica accaduta a una persona cara. (APA, 2014). Da questo punto di vista, le vittime di guerra, molto spesso, soddisfano i criteri tipici di tale patologia, facendo registrare ansia, depressione, difficoltà nel sonno e nella sfera sessuale; tutti elementi che influenzano in maniera considerevole la qualità della vita. Molto spesso, l’elevato numero di vittime che possono essere registrate in una guerra richiede un intervento rapido ed ampio, così da rispondere, in tempi brevi, al bisogno urgente denunciato, favorendo, quindi, il miglioramento della qualità della vita. Gli interventi basati sulla mindfulness p o s s o n o e s s e r e u n m o d o complementare a l t r a t t a m e n t o farmacologico per ot tenere una maggiore comprensione del disturbo (Simpson et al., 2007; Kabat-Zinn, 1994). La mindfulness è definita come “il processo di prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, in maniera non g i u d i c a n t e , a l l o s c o r r e r e dell’esperienza nel presente momento dopo momento” (Kabat-Zinn 1994, p.16). La letteratura disponibile ha dimostrato l’efficacia delle tecniche di mindfulness nell’affrontare una gamma di disturbi medici e psicologici molto ampia, come dolori cronici (Morone et al., 2008;), disturbi d’ansia (Carlson et al., 2003), depressione (Narimani, 2012). Rispetto al DPTS, in letteratura si possono trovare i risultati di alcuni studi che sostengono l’efficacia degli interventi basati sulla mindfulness per trattare situazioni stressanti e traumatiche, come l’abuso sessuale e i disastri naturali. Inoltre, la letteratura disponibile indica che le tecniche basate sulla mindfulness riducono i sintomi della depressione, le turbe psicologiche e i sintomi clinici e aumentano la qualità della vita di chi soffre di disturbi con diversi background culturali (Vujanovic et al., 2009; Mitmansgruber et al., 2009; Kabat-Zinn et al., 1992). Nello specifico, nello studio condotto da Esfandiar Azad marzabadi e Seyyed morteza hashemi zadeh nel 2014, sulle vittime della guerra Iran-Iraq, sono stati indagati gli effetti del training di mindfulness sulla qualità di vita delle vittime di guerra con diagnosi si DPTS. Metodi e materiali Lo studio è stato uno studio controllato randomizzato ed ha compreso un pre-test, un post-test e un post-test differito per un gruppo sperimentale ed un gruppo d i c o n t r o l l o . I l gruppo sperimentale ha ricevuto il training di mindfulness svolto in otto settimane, proposto da Kabat-Zinn; il gruppo di controllo, invece, non ha ricevuto alcun training terapeutico, ma trattamento farmacologico. I partecipanti allo studio sono stati vittime della guerra Iran-Iraq con diagnosi di DPTS. Dopo aver somministrato interviste psichiatriche con lo scopo di verificare l’eventuale presente di diagnosi di DPTS, sono stati selezionati 32 soggetti, assegnati casualmente ai due gruppi, gruppo sperimentale e gruppo di controllo. I soggetti erano tutti appartenenti al sesso maschile, con una fascia d’età compresa tra i 35-60 anni e con un’istruzione secondaria. È stato anche verificato se avessero sofferto, nei tre mesi precedenti allo studio, di altre forme di disturbo, mostrando sintomi di disturbo bipolare, disturbo borderline di personalità, tendenze antisociali e suicide attive e abuso di droga. Quattro partecipanti hanno abbandonato lo studio nella fase iniziale, riducendo a 28 il numero dei soggetti. Il training di riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR) è stato strutturato, per il gruppo sperimentale, in otto sessioni di training di mindfulness di 90 minuti ciascuna, con una cadenza bisettimanale, per un totale di un mese. Entrambi i gruppi hanno fatto il pre-test; alla fine del programma condotto con il g r u p p o s p e r ime n t a l e , è s t a t o somministrato il post-test a tutti i soggetti dei due gruppi. Due mesi dopo, è stato somministrato il secondo post-test. Inoltre, il gruppo di controllo è stato sottoposto a terapia farmacologica fino alla somministrazione del secondo post-test. Durante questo periodo, non sono stati esposti ad alcun intervento terapeutico. L’intero studio è durato tre mesi. Discussione I risultati dello studio sono stati simili a quelli di studi precedenti in cui è stata sostenuta l’efficacia degli interventi basati sulla mindfulness nel ridurre i sintomi di disturbi psicologici e condizioni mediche e nel migliorare la qualità della vita

Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne. Un progetto, un libro

di Claudia Corbari Violenza sulle donne. Una tematica di cui si parla moltissimo e che impegna i professionisti e la cittadinanza in una lotta sempre più presente nel nostro territorio. Il 25 novembre è senza dubbio una giornata sentita da tutta la popolazione che si impegna in manifestazioni e convegni a sostegno della donna finalizzati a trattare questa tematica da molteplici punti di vista. Ma allora perché parlare di una tematica così delicata attraverso l’arte? Perché Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne? Come nasce questo progetto e la conseguente pubblicazione del libro?  Prima di essere libro, Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne è un progetto che ha creato attorno a sé una vera e propria comunità. Nel 2014 avviene quindi l’incontro tra me e Valentina Gueci, storico e critico d’arte, durante un percorso formativo come operatori antiviolenza. La nostra scelta è stata quella di fare incontrare le mie esper ienze sul campo in ambi to emergenziale anche in contesti violenti, all’estro e alle competenze artistiche di Valentina. L’organizzazione di eventi quali: la mostra-evento “Artisti contro la violenza sulle donne” a Palazzo Cefalà nel 2015, quella a Palazzo Palagonia alla Gancia nel 2015 dal titolo “Artisti per la prevenzione ed il rispetto della donna” e la mostra collettiva polimaterica contro il femminicidio Artisti per Rosalia al Country Time Club nel 2017 ci hanno condotte a pensare alla possibilità di mettere nero su bianco i frutti dell’impegno dei 200 artisti che fino a quel momento avevano contribuito attraverso le loro opere a sensibilizzare la cittadinanza e ci avevano aiutate a parlare di violenza sulle donne attraverso il linguaggio dell’arte. Nasce così “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne”. Un progetto finalizzato ad approfondire la tematica della violenza sulle donne e a sensibilizzare e coinvolgere la collettività attraverso l’organizzazione di eventi artistici e culturali durante i quali risulta pregnante l’ascolto attivo ed i l coinvolgimento personale di tutti i partecipanti. Se da un lato l’artista può far emergere il proprio vissuto emotivo ed il messaggio sociale che desidera comunicare attraverso l’opera d’arte, dall’altro il fruitore può rivedersi in quell’opera ed avviare un processo introspettivo. Nell’ottica di un progetto finalizzato alla prevenzione della violenza sulle donne anche attraverso la sensibilizzazione d e l l a c o m u n i t à , s i è r i t e n u t o fondamentale fornire uno strumento facilmente consultabile da tutti. Su queste basi nasce il libro “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne”. Il libro, scritto con un linguaggio molto semplice, si pone quale frutto di un progetto più ampio e quale strumento che consente ad ognuno di informarsi e conoscere le svariate forme di violenza e le dinamiche che possono caratterizzare le relazioni disfunzionali. La presenza nel testo di poesie, fotografie ed immagini di opere d’arte, alcune delle quali create ad hoc per il progetto, consente di avviare proprio dall’arte il discorso psicologico sulla violenza sulle donne. Arte e Psicologia si muovono dunque insieme verso la direzione della possibilità del riscatto da p a r t e d e l l a d o n n a , n e l l ’ o t t i c a dell’individuazione delle risorse, individuali e contestuali, necessarie per reagire e chiedere aiuto. La pubblicazione del testo ha consentito di avviare processi di sensibilizzazione all’interno delle scuole dal momento che esso è stato adottato e studiato dagli studenti ed ha consentito loro di avvicinarsi al mondo dell’arte e della psicologia avviando riflessioni di gruppo, ponendo domande ed approfondendo la tematica da entrambi gli aspetti nel corso di incontri tenuti all’interno delle scuole; incontri che hanno anche in qualche caso condotto alla realizzazione di murales sulla tematica all’interno di Istituti Scolastici. I molteplici eventi organizzati nel territorio hanno consentito alle autrici e agli artisti di veicolare il messaggio contro la violenza sulle donne e ai fruitori del progetto di informarsi, individuare le svariate tipologie di violenza e le dinamiche relazionali sottostanti, di porre domande di natura psicologica e in taluni casi, di chiedere un supporto concreto mediante la presa in carico da parte di svariati professionisti. Dagli incontri che hanno coinvolto un numero elevato di persone, quali, ad esempio, “Artisti per Rosalia” 2017 e 2018, a quelli più specifici ed effettuati in contesti più riservati, è stato possibile creare una vera e propria comunità di persone determinate a portare il loro contributo contro ogni forma di violenza sulla donna attraverso l’unione dei due linguaggi: l’arte e la psicologia. Il filo conduttore di molte opere presenti nel testo “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne” è la violenza psicologica; tipologia di violenza che talvolta è meno considerata ma non per ques to meno impor tante e devastante di quella fisica. Gli artisti la rappresentano attraverso i colori, gli abiti, gli spazi e i volti delle protagoniste delle loro opere riuscendo magistralmente a far arrivare al fruitore intense emozioni. «La violenza psicologica, trasversale a tutte le altre, indica nello specifico una serie di atteggiamenti e comportamenti volti ad offendere, intimorire, e mortificare la vittima ed a ferirne profondamente l’autostima» (Bell e Naugle, 2008; Goodlin e Dunn, 2010 cit. in Salerno, 2010). Essa può manifestarsi attraverso comportamenti che sono purtroppo molto diffusi ed avere conseguenze che la vittima porterà con sé a lungo, specialmente se reiterata nel tempo e da soggetti con i quali ha costruito un legame affettivo. La v i o l e n z a p s i c o l o g i c a può manifestarsi mediante insulti verbali, svalutazioni, umiliazioni, ricatti e nell’incutere paura o terrore alla vittima che, colpevolizzata e denigrata privatamente, pubblicamente e talvolta dinanzi ai figli, sentirà attaccata la sua autostima. Questi comportamenti sono spesso accompagnati da attacchi alla femminilità e alla maternità della donna che, all’interno della relazione di coppia impediscono qualunque t i p o d i comunicazione con il partner e causano il completo isolamento della vittima, la quale non potrà più frequentare la propria famiglia