AFFRONTARE LA DIAGNOSI DI UN FIGLIO CON DISABILITÀ

La disabilità di un figlio è qualcosa di stravolgente. Emergono sentimenti di dolore, rabbia e tristezza. Ma anche senso di colpa, sconforto e paura. Come affrontare tutto ciò? Esistono diverse forme di disabilità che si differenziano per le aree compromesse, per la gravità delle difficoltà e per le ripercussioni che esse hanno sulla qualità della vita del bambino. In seguito alla comunicazione della diagnosi di disabilità di un bambino, le famiglie attraversano una serie di fasi caratterizzate da reazioni emotive differenti e da conseguenti modi di agire e affrontare la situazione. Il susseguirsi di fasi La prima fase è caratterizzata da shock. Questo stato genera un senso di impotenza e di confusione che non consente ai genitori di svolgere le normali attività quotidiane, e di capire quali siano i reali bisogni del bambino. La seconda fase è caratterizzata dalla negazione del problema. Il genitore rifiuta la diagnosi ricevuta e ricerca disperatamente svariati consulti nella speranza di trovare un professionista in grado di disconfermare la diagnosi del figlio. Nella terza fase si assiste ad un’ alternanza di emozioni. Da un lato il genitore sperimenta rabbia e collera, che il più delle volte proietta all’esterno. Dall’altro lato il genitore prova un profondo senso di vergogna e di colpa. La quarta fase, ha come esito l’adattamento alla realtà e l’accettazione, seppur dolorosa della malattia o disabilità del figlio. Il genitore oltre a prendere consapevolezza dei limiti del proprio bambino, riesce finalmente a comprendere le possibili risorse legate alla malattia del figlio. Si giunge finalmente all’accettazione del problema e all’elaborazione di un nuovo progetto di vita sia per sè che per il proprio bambino. Cosa succede dopo? La non accettazione della disabilità del proprio bambino può favorire inconsapevolmente la messa in atto di condotte dannose per il corretto sviluppo del bambino. In alcuni casi il genitore rifiuta la condizione del bambino, la minimizza e di conseguenza trascura i bisogni del bambino non aderendo al protocollo di trattamento indicato per il bambino; al contrario, in altri casi sono presenti ipercoinvolgimento e iperprotezione che portano ad isolare il bambino in un guscio protettivo. Infine, un’altra reazione possibile è l’iperstimolazione. Il genitore in questo caso sollecita e sprona il bambino in maniera eccessiva prima che sia pronto. Il genitore non solo non è in grado di definire il livello attuale dello sviluppo del suo bambino ma non è neanche in grado di determinare quale sia il suo livello potenziale e ciò porta il genitore a spingere il bambino verso apprendimenti non ancora adeguati al suo grado di sviluppo ottenendo ovviamente un esito negativo. L’ELABORAZIONE DEL LUTTO DEL BAMBINO PERFETTO I bambini con disabilità possono mostrare limitazioni nel movimento, nella parola, nella vista o nell’udito. Ma anche difficoltà a livello cognitivo. Oppure nelle abilità sociali. Le difficoltà possono presentarsi isolate, oppure riguardare diverse aree contemporaneamente. Alcune disabilità possono essere evidenti. Altre, invece, possono non essere riconosciute ad uno primo sguardo. Queste famiglie, però, sono accumunate nel difficile compito di dover affrontare la perdita del bambino perfetto, pensato e immaginato. Si tratta, infatti, di un vero e proprio lutto. Affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità è il primo passo per riprendere in mano la propria vita e affrontarla con la giusta energia. L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE E DELLA RETE SOCIALE Un momento che assume un ruolo molto importante è la comunicazione della diagnosi. E’ importante una modalità empatica di chi comunica le informazioni. Ciò aiuta i genitori nell’affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità. I genitori non devono essere lasciati soli in questo passaggio. Essi devono essere accompagnati nella comprensione della situazione, in maniera accogliente ed empatica. La presenza di una rete di sostegno è fondamentale. I rapporti familiari ed extrafamiliari hanno un ruolo centrale per sostenere la famiglia. Anche la qualità del rapporto coniugale incide in maniera cruciale. Qualora ci fosse difficoltà nell’accettazione è bene rivolgersi ad un professionista e chiedere un sostegno adeguato.

Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide

Cosa succede quando poniamo la felicità al di fuori di noi? Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide Sidney Bradford perse la vista a 10 mesi a causa di una malattia che fu, all’epoca, definita inoperabile. Nonostante la cecità, egli era un macchinista di professione, ammirato da vicini e colleghi per le imprese che era riuscito a compiere oltre il suo handicap. Eppure, Sidney non era mai riuscito a riscoprirsi soddisfatto di ciò che aveva, percependosi un eterno svantaggiato a causa della propria condizione. Con il progredire della scienza, Sidney fu operato e, all’età di 52 anni, riacquisì la vista. Riuscì a vedere sua moglie e il mondo circostante per la prima volta, così come aveva sempre desiderato! Eppure, ben presto, Sidney si scoraggiò ed entrò in un profondo stato di rassegnazione e depressione. Sidney disse di trovare la vista una grande delusione: questo nuovo dono non gli consentiva di vivere la vita che desiderava. Infatti, per certi versi continuava a comportarsi come un uomo cieco, lavorando con gli occhi chiusi e al buio per molte ore. Persino coloro che lo ammiravano per i successi raggiunti nonostante la cecità, ora lo consideravano soltanto “strano”. In effetti, Sidney aveva inconsapevolmente fatto della propria cecità una risorsa, riuscendo con successo a compensare l’handicap. Ciononostante, sembra che egli non abbia mai veramente accettato il proprio limite, facendo dipendere l’aspettativa della felicità costantemente al di fuori del proprio controllo e costantemente in ciò che gli mancava… dalla vista! Sidney Bradford muore, da uomo spezzato, nel 1960, meno di due anni dopo dall’intervento. Ci ha però insegnato dove poter guardare per trovare la felicità: alla scoperta delle nostre risorse, in seguito ad un profondo e duro lavoro di accettazione della nostra persona.

La terapia cognitivo-comportamentale con la famiglia

Quali sono gli aspetti positivi del coinvolgimento dei genitori nella terapia dei figli? Cosa succede nella terapia cognitivo-comportamentale. Nella terapia cognitivo-comportamentale in età evolutiva, uno dei primissimi obiettivi del terapeuta è promuovere la collaborazione dei genitori. Ciò non vuol dire certamente ritenere “responsabili” i genitori delle difficoltà del figlio, ma renderli partecipi nel miglioramento del problema. Spesso infatti può accadere che, senza rendersene conto, possono rinforzare i comportamenti problematici dei figli attraverso atteggiamenti di iperprotezione, colpevolizzazione o rifiuto. Che ruolo assume il genitore nella terapia? Wolpert e collaboratori (2005) hanno proposto, in particolare, tre ruoli che i genitori possono ricoprire nell’affiancamento alla terapia dei figli: genitore come facilitatore: è poco coinvolto e il focus rimane sul figlio. Viene scelto quando non ci sono problematiche importanti e con ragazzi più grandi e motivati; genitore come co-terapeuta: maggiore coinvolgimento soprattutto in problematiche di ansia. Si potrebbe aiutare il genitore ad apprendere delle tecniche cognitivo-comportamentali in modo da generalizzare in situazioni di vita reale; genitore come paziente: nella terapia cognitivo-comportamentale, l’intervento più diffuso è il parent training. Questa scelta viene privilegiata con bambini molto piccoli, coinvolgendo il bambino nella fase di assessment e nella valutazione al termine del trattamento. Il lavoro con i genitori inizia in realtà fin dal primo momento. Ad essi viene chiesto di descrivere la problematica, ponendo attenzione al contesto in cui avviene e a come risponde quel contesto. In questa fase, raccogliendo tutte le informazioni necessarie, il terapeuta può comprendere che ruolo far assumere al genitore, stabilendo obiettivi e modalità di intervento. Sicuramente, già durante il primo colloquio, diventa fondamentale fornire un supporto ai genitori normalizzando la loro richiesta di aiuto. Essi devono essere i primi ad avere un atteggiamento positivo verso la terapia, in modo da favorire lo stesso atteggiamento nel figlio. Secondariamente, devono essere informati della gradualità degli obiettivi e dell’importanza della collaborazione di tutti i componenti familiari nella riuscita del trattamento. Wolpert, M., Elsworth, J., Doe, J., (2005). Il lavoro con i genitori: aspetti pratici ed etici. In Graham, P. (a cura di) (2005). Tr. it. Manuale di terapia cognitivo-comportamentale con i bambini e gli adolescenti, Firera e Liuzzo Group, Roma 2010.

Il lutto di molti e la morte della Regina. Una sofferenza reale?

Reale e reale, in italiano, hanno un doppio significato, ma questo non è un gioco di parole; si riferisce alla natura dell’emozione vera, impressionante e documentata in questi giorni da un eccezionale evento storico: la morte della Regina Elisabetta II, con immagini, pensieri, parate, filmati d’epoca, interviste, cerimoniali ordinati e allo stesso tempo rigidi e profondamente partecipati. Televisioni in diretta da tutto il pianeta, il viaggio del feretro, gli incontri della famiglia con la gente, l’insediamento di un re appena dopo la perdita di una madre e i sentimenti misti per una fine e un inizio simultanei: la sovrana che ha regnato per 70 anni ha visto molto del mondo e delle sue dinamiche politiche e psicologiche, a tutte le latitudini, e ha ispirato una commozione di proporzioni mai documentate prima nella storia. Ma quali sono le spiegazioni psicologiche che la scienza dà per un dolore così ampiamente condiviso? La maggioranza delle persone che piangono la Regina d’Inghilterra non l’avevano mai incontrata né le erano in alcun modo vicine: questa ondata di emozioni ha coinvolto migliaia di persone sconosciute alla sovrana e che non avevano avuto alcun rapporto concreto con lei. La ricerca psicologica sul lutto si concentra in gran parte sulla perdita di genitori, figli, amici intimi, coniugi o persone amate e conosciute. Ma anche le relazioni unilaterali tra una persona e un personaggio pubblico, un attore, un cantante, una celebrità o – come in questo caso – un membro della famiglia reale, possono causare un dolore reale e acuto: queste  relazioni sono definite “parasociali” e hanno un significato importante nella vita di moltissime persone. Basti a tutti pensare come è possibile legarsi, in adolescenza, ai poster appesi in camera, o a uno scrittore che ci sembra di conoscere intimamente, o a un cantante, o al personaggio di un libro o di un film. In tempi contemporanei, l’influencer è un esempio perfetto di relazione parasociale, con conseguenze evidenti sulle emozioni e sulla partecipazione di chi si sente legato all’individuo di cui segue la vita pubblicata in diretta. Presso l’Università di York, nel Regno Unito, Louise Richardson, filosofa e ricercatrice, ha co-diretto un progetto in cui si tratta specificamente di lutto: “Grief: A Study of Human Emotional Experience”. L’ipotesi dei ricercatori è che il dolore, nei casi di una perdita in una relazione “parasociale”, sia correlato alla sensazione di perdita di possibilità che una persona sperimenta nella propria prospettiva di vita. In sostanza, tutti siamo legati a visioni e narrazioni del mondo, che lo costituiscono per noi con caratteristiche riconoscibili, rassicuranti e prevedibili. Il lutto è un’interruzione dura e dirompente di questo mondo conosciuto, una sgretolazione delle nostre ipotesi. Le perdite che ci causano dolore sarebbero quelle che cambiano in modo irreversibile e sconvolgente il mondo che diamo per acquisito, in cui ci aspettiamo di poter continuare a vivere. Un mondo illusoriamente continuo e con alcune caratteristiche di immutabilità, condizioni indispensabili per procedere nell’esistenza. Per questo, al di là delle associazioni con le nostre nonne o le nostre madri, la morte di una regina sempre esistita nell’immaginario di tutti gli esseri umani più giovani dei suoi 96 anni, è un momento che in qualche modo ci riguarda. Secondo i ricercatori, quando si perde una persona si perde una parte di sé stessi, del proprio mondo: nel caso di una persona distante, il lutto dura di meno, anche se questo è un terreno difficile su cui indagare con metodi scientifici. Come sappiamo, i casi di lutto patologico contengono emozioni e legami irrisolti che contribuiscono a prolungare in modo abnorme i sentimenti di perdita e di smarrimento, oltre i fisiologici tempi di dolore e di ripresa: ma nel caso delle relazioni parasociali – come nel caso della morte della regina –  secondo i ricercatori è raro che si verifichi un prolungamento del dolore, anche quando è del tutto reale, come si è visto. Anche i processi di identificazione, come sappiamo, sono ampiamente coinvolti in questi fenomeni. Quando guardiamo un film e ci commuoviamo, è un modo per liberare emozioni che ci coinvolgono nella vita reale; con la protezione di un forte movimento emotivo separato dalla realtà: viviamo il dolore, è vero, e lo riferiamo a un nostro possibile dolore reale; ma in modo meno pervasivo e persistente nel tempo, più tollerabile. L’argomento è complesso, si tratta di numerose emozioni differenti e combinate. Ma un momento come questo, un lutto come quello della Regina Elisabetta, può servirci da spunto per approfondire e indagare la natura umana. Se le principesse sono materia dei sogni di quando siamo piccole, le regine servono a ricordare che la nostra avventura può cambiare durante il corso dell’esistenza. E che ogni cambiamento è sia dolore sia possibilità e opportunità: anche quando serve un po’ di tempo per superare, o modificare, le emozioni collegate.

“Quiet quitting” e dimissioni silenziose: quando il lavoro non è tutto

Il fenomeno del “Quiet quitting” e dimissioni silenziose, ovvero quando il lavoro non è più il centro della nostra vita. Qualche tempo fa abbiamo parlato di “Great Resignation” : il boom mondiale di dimissioni volontarie che ha caratterizzato il 2021. In molti hanno persegito il progetto di vivere il lavoro in modo innovativo, con un nuovo mindset “YOLO Economy“. Altri invece si sono pentiti della propria scelta, rimpiangendo il vecchio posto di lavoro, come emerge dal sondaggio condotto negli USA da Joblist. Ciò che è innegabile è che negli ultimi anni, complice la pandemia, è cambiato il modo di vivere e percepire il lavoro. Nasce così il “Quiet quitting“: la tendenza da parte dei lavoratori a limitare i propri compiti e le proprie energie al minimo indispensabile sul posto di lavoro. Non si tratta quindi di dimissioni vere e proprie ma di un progressivo “abbandono silenzioso” che mette in secondo piano il lavoro in favore della vita privata e del tempo libero. Questa tendenza coinvolge soprattutto le nuove generazioni, forti di una trasformazione concettuale del lavoro in termini di tempo, sforzo e attaccamento. Possiamo considerarlo un movimento di “ribellione” al pari della “Great resignation” perchè segna una spaccatura epocale con il modello Stacanovista. Quali sono le cause? Il Quiet quitting può essere considerato come una fisiologica reazione al burnout e allo stress lavoro correlato che hanno caratterizzato gli ultimi tre anni, ma non solo. La causa scatenante è la disaffezione e l’insoddisfazione verso il proprio lavoro. Il report State of the global workplace 2022 di Gallup, afferma che in Europa solo il 14% dei lavoratori dipendenti mostra un reale coinvolgimento nella propria attività lavorativa. Mentre il 39% del campione afferma di sperimentare un forte stress quotidiano, manifestando un malessere psicologico diffuso. Esiste una soluzione? Non esiste una risposta univoca e definitiva a questa domanda. Lo sciame di movimenti che ha scosso il mondo del lavoro è indice di una restaurazione profonda che privilegia l’equilibrio vita/lavoro. È evidente però che l’insoddisfazione e la frustrazione dei lavoratori abbiano giocato un ruolo fondamentale in questo cambiamento. È necessario stimolare i propri dipendenti per rafforzarne la motivazione, il senso di appartenenza e la soddisfazione professionale e ridurre drop out e dimissioni.

Il complimento al tempo dei social

complimento

Il complimento è una delle più belle forme di affetto e ammirazione verso l’altro. Quando si fa un complimento, infatti, si stimola nell’altra persona una scarica di dopamina, ormone che da il senso del piacere al nostro corpo. Lo sviluppo dei social media ha portato tutti noi, in maniera più o meno variabile, a sentire la necessità di ricevere un complimento gratuito dalla rete. Abbiamo infatti preso l’abitudine di postare foto, pensieri e riflessioni, talvolta neanche frutto del nostro io, solo per poter ricevere il tanto agognato Like. Ovviamente, quando pubblichiamo su un social, cerchiamo approvazione dagli altri e stiamo lì a guardare continuamente il nostro profilo gongolando ad ogni nuova notifica. Siamo alla ricerca del complimento digitale, come se fosse la nostra unica fonte di piacere e benessere. Nutriamo la nostra autostima attraverso l’approvazione. Trasformiamo il like in un abbraccio di cui riusciamo addirittura anche a percepirne il calore. Questo atteggiamento, da solo, riesce ad offuscare il nostro cervello, al punto da non credere che dietro il complimento in rete, come nella vita reale, del resto, ci può anche essere mancanza di sincerità. Cominceremo a selezionare le persone, in base alle risposte positive ai nostri post, incuranti di quanto su internet riusciamo ad essere “generosi” di Like, elargendoli a destra e a manca.Cambieremo perfino atteggiamento digitale con chi ci ha regalato il complimento, inglobandolo nella cerchia di persone con cui, inconsciamente, ci sentiremo in obbligo di ricambiare alla prima occasione. Sappiamo bene quanto sia piacevole ricevere il complimento, ma impariamo anche che a capire cosa è veramente importante per noi e per la nostra crescita. Il più dolce di tutti i suoni è il complimento. (Senofonte)

Come vivono le emozioni i bambini con autismo?

Nelle persone autistiche è carente la dimensione sociale della competenza emotiva come, per esempio, l’espressione delle emozioni nelle situazioni appropriate o l’attenzione alle emozioni altrui, che rende capaci di rispondere socialmente. Non si sviluppa, nel bambino autistico, un’adeguata capacità di elaborare cognitivamente gli stati emotivi, propri e dell’altro. Allo stesso tempo, sono presenti espressioni emotive incongruenti, che possono sembrare esagerate, in alcune situazioni, o comunque inadeguate al contesto. La reciprocità sociale ne risulta gravemente compromessa. L’evidenza che il soggetto autistico non riesca a gestire l’attivazione emotiva propria e non sappia dare un nome agli stati emotivi dell’altro, non significa che non percepisca il clima emotivo presente nell’ambiente in cui è inserito. Gestione delle emozioni di base Spesso si fa riferimento alla dimensione emotiva, utilizzando la metafora dell’acqua. i parla, per esempio, di “onde emotive”, descrivendo l’emozione come un moto, che può comparire interiormente e si può espandere nell’ambiente, “contagiando” chi sta vicino. Attraverso l’uso della mente, ognuno di noi contiene e dà forma alle emozioni che influenzano la vita di tutti i giorni (Sepe, Onorati, Folino e Rubino, 2014). L’assenza di una struttura di personalità solida ed armonizzata rende questo processo molto difficile, per le persone autistiche. Esse, pur avendo un’estrema sensibilità per il mondo emotivo, non riescono a contenerlo. Le informazioni emotive, che arrivano dall’esterno, iniziano, allora, a risuonare in maniera profonda dentro il corpo emotivo dell’individuo autistico e, spesso, possono influenzare gran parte del suo comportamento. Proprio per l’assenza di sovrastrutture, i soggetti autistici riescono meglio di chiunque altro ad entrare in risonanza emotiva con l’ambiente: questa risonanza non può essere decodificata né comunicata in maniera tradizionale. Possiamo affermare che le persone autistiche hanno naturalmente una capacità di empatia emotiva, intesa come capacità di assorbire, senza filtri, le impressioni emotive che derivano dalle persone, presenti nei contesti in cui vivono. Sentire le emozioni proprie ed altrui Quando si parla di bambini con autismo, raramente si parla del loro sentire ma anche del sentire di quelli che stanno accanto e vicino a loro: genitori, familiari, insegnanti e altri operatori. Eppure sono proprio le emozioni e i sentimenti degli uni e degli altri, gli elementi essenziali che condizionano, limitano o alterano i pensieri, le azioni e i comportamenti di questi soggetti o al contrario possono migliorare la loro condizione. Le emozioni sono fenomeni complessi, profondamente connessi a ogni aspetto dell’esperienza umana, poiché sono presenti in ogni atto o comportamento effettuato, così come sono presenti in ogni pensiero elaborato dalla mente. La vita quotidiana è intrisa di sentimenti ed emozioni che influenzano i comportamenti, i pensieri e ogni tipo di azione. Le emozioni sono anche dei sistemi di comunicazione interpersonale, come risposta a precisi comportamenti da parte degli altri e servono alla sopravvivenza e alla riproduzione della specie.

Delusione: il ruolo delle aspettative

La delusione è il vissuto che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano, quando le speranze coltivate non trovano riscontro nella realtà. Le delusioni fanno parte della vita e, come ogni tipo di sofferenza, vanno accettate ed elaborate. La ferita che ne consegue è tanto più dolorosa quanto più elevato è l’investimento affettivo verso la persona o la situazione che ci ha deluso e quanto più elevate sono le aspettative costruite. Le delusioni sono dunque ineliminabili dall’esperienza di ciascuno di noi. L’altro può mentirci, tradirci, abbandonarci. I risultati che otteniamo nella vita non dipendono solo dal nostro impegno e dalla nostra volontà e le cose non sempre vanno come noi vorremmo. Tuttavia, abbiamo una duplice responsabilità. Di integrare i limiti e le imperfezioni di ciò che siamo e del mondo che ci circonda e di rapportarci in maniera coerente alla realtà interna ed esterna che viviamo. Delusione e copione In psicoterapia capita spesso che le persone lamentino di sentirsi delusi e non di rado questa esperienza si accompagna alla sensazione di essere stati ingannati. “Ha voluto farmi credere di essere diverso/a, mi ha deluso”, “si è rivelato/a il contrario di tutto quello che mi aspettavo”. Per alcuni la delusione è un vissuto frequente, che caratterizza drasticamente tutte le loro relazioni significative. Per altri, un vissuto generalizzato, che coincide con la convinzione pervasiva di non potersi fidare di niente e nessuno, con la chiusura e il ritiro. Può capitare anche che delusioni riguardanti, ad esempio, lo studio o la vita professionale, facciano precipitare il valore e la stima di sé, andando a rafforzare idee autosvalutanti e definitive: “sono un/una fallito/a”, “non farò mai niente di buono”. Fino a portare ad uno spegnimento depressivo dei propri bisogni e desideri e a forme di passività che bloccano la realizzazione di sé. In tutte queste situazioni vi sono aspetti copionali che tendono a replicarsi: la persona non è in un reale contatto con ciò che sta vivendo, ma nella ripetizione di esperienze antiche e schemi non risolti del passato. Le aspettative In molti casi, ma non sempre, dietro grandi delusioni vi sono aspettative grandiose e idealizzanti. Avere delle aspettative è naturale. Tuttavia, quando non coerenti con la realtà, prendono la forma di aspetti illusori e fantasmatici, come riscatto dalla propria storia e via di salvezza da ciò che si sta vivendo, oppure, come conferma di quanto temuto o già vissuto e destino ineluttabile. Che siano salvifiche o catastrofiche, le aspettative copionali diventano la responsabilità che la persona ha rispetto alle proprie delusioni. Il modo con cui interrompe il contatto per illudersi, ingannandosi e lasciandosi ingannare. Per andare a confermare il copione e il suo finale. Lavorare su questi aspetti diventa fondamentale per lasciare andare le modalità infantili e stare nella realtà, da adulti. Per proteggere la propria vita affettiva e relazionale. E per imparare, al contempo, a riconoscere e accettare le delusioni che naturalmente si presentano nel corso della propria esistenza. Ad accogliere il valore evolutivo in esse racchiuse. Le delusioni pongono di fronte alla necessità di un cambiamento, di un atto creativo, verso la realizzazione di sé stessi e dei propri desideri. “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.” (Virginia Satir)

ESPERIMENTO DI STANDFORD

esperimento di standford

L’esperimento di Standford è stato condotto nel 1917 da Zimbardo con lo scopo di studiare gli effetti della detenzione sui carcerati e sulle guardie. Tale esperimento nasce anche con il tentativo di spiegare cosa spinge le persone a essere cattive e a fare del male.  Zimbardo decide così di pubblicare su un giornale locale un’inserzione dove si richiedevano volontari per uno studio sulle conseguenze psicologiche della vita carceraria, che sarebbe durato 15 giorni a 15 dollari l’ora. Tutte le persone che hanno risposto a questo annuncio sono state sottoposte a test di personalità. Sono stati poi scelti 24 studenti di sesso maschile, che non presentavano problemi psicologici, disabilità fisiche e che non avevano passate storie di reclusione. Essi non si conoscevano tra di loro; 18 volontari sono stati coinvolti nell’esperimento, i restanti 6 soggetti selezionati sono rimasti a disposizione nel caso in cui si fosse resa necessaria la loro presenza.  Il 14 Agosto viene messo in scena un vero e proprio arresto di massa per le strade della città. I genitori dei volontari non sapevano che fosse un finto arresto, ma pensavano che fosse tutto vero.  I volontari vengono così portati nella prigione, creata nello scantinato dell’università grazie all’aiuto di un ex detenuto. Essa era composta da celle per reclusi, una cella di isolamento, lo spazio comune e il locale per le guardie. Ogni cella aveva il numero di identificazione. Ogni detenuto possedeva una branda con materasso, una coperta e un cuscino. Non c’erano finestre e orologi per impedire di percepire il trascorrere del tempo. Un impianto di citofoni permetteva ai ricercatori di ascoltare quanto veniva detto nelle celle e di dare eventuali comunicazioni. Nella prigione è stato creato anche un foro nel muro che permetteva di riprendere e videoregistrare ciò che accadeva tra guardie e prigionieri. Zimbardo pochi giorni prima dell’esperimento organizza un incontro tra i volontari e un ex detenuto, il quale spiega loro la vita carceraria. Essi vengono poi assegnati casualmente con il lancio di una monetina ai ruoli di detenuto/guardia (9 ragazzi detenuti e 9 ragazzi guardie). Sono state poi scelte delle regole circa l’abbigliamento e il tipo di azioni consentite. I detenuti avevano una calza di nylon in testa per essere tutti uguali e per non dover tagliare i capelli. Non potevano chiamarsi per nome, ma solo con un numero identificativo scritto sul camice che indossavano. Non potevano indossare biancheria intima, avevano una catena intorno alla caviglia e sandali di gomma ai piedi. Le guardie, invece, indossavano un’unica divisa, occhiali a specchio per non avere contatto visivo e avevano un fischietto e uno sfollagente. I detenuti sarebbero dovuti rimanere h24 per 15 giorni nella prigione. Le guardie, invece, erano presenti a terzetti per turni di 8 ore al giorno, al di fuori dei quali tornavano alla loro vita normale. L’esperimento di Standford è durato solo 6 giorni.  Già dal primo giorno, inizia a sentirsi una certa autorità da parte delle guardie.  Ad esempio, alle 2.30 di notte del primo giorno c’è stata la prima chiamata dove i detenuti dovevano dire il proprio numero di identificazione. Chi non lo avesse detto in maniera scattante, sarebbe stato punito con qualche sberla. Nella seconda giornata, invece, c’è stata una rivolta scherzosa da parte dei detenuti, ma le guardie li puniscono con il manganello. Le guardie iniziano a dividere i detenuti in buoni e cattivi, concedendo solo ai primi di cibarsi di fronte ai secondi, che potevano solo guardare. Come mai si sono comportati così? L’esperimento di Standford mostra il fatto che questi ragazzi non sono cattivi di per sé, ma si sono create delle situazioni che li hanno resi tale.  Il “Chi siamo” viene modificato dal “Dove siamo”.  Da qui si evince, il grande potere della situazione e del ruolo. Quando assumiamo un ruolo che non abbiamo mai fatto, lo ricostruiamo sulla base delle conoscenze che abbiamo su di esso.  Le guardie, infatti, si riconoscono in una posizione con uno status sociale più elevato. Condividono un’identità sociale positiva in quanto riconoscono i compagni come veri detenuti. Iniziano a pensare di essere loro quelli buoni e non gli altri a tal punto che pensano che il sorteggio sia stato truccato.  I detenuti, al contrario, avevano perso la loro identità dimenticandosi chi fossero. Per questo motivo si sono convinti che se si trovassero in prigione, una ragione ci sarebbe stata. Essi sviluppano l’impotenza appresa poiché ritengono di non avere nessun potere per cambiare la loro situazione.  Zimbardo ritiene, quindi, che la causa della trasformazione delle persone da buone a cattive sia il sistema in cui si trovano e la loro relazione con il potere.  Grazie all’esperimento di Standford, Zimbardo mostra l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali, sottolineando come l’aggressività non debba essere esclusivamente legata a fattori interni all’individuo. Ciò non significa eliminare le responsabilità alle persone in quanto sono comunque libere di scegliere quali comportamenti mettere in atto. BIBLIOGRAFIA Zimbardo, P. (2007). L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Raffaello Cortina Editore.

ATELOFOBIA e La Ricerca della Perfezione

L’Atelofobia, è un disturbo psicologico collegato al desiderio maniacale di essere perfetti in ogni cosa, la parola deriva dal greco ατελ?ς, atelès, “imperfetto, incompleto” e φ?βος, phóbos, “paura”,  ed è quindi la “paura dell’imperfezione”. Le persone con Atelofobia mancano di fiducia in sé stesse ed erroneamente ritengono che verranno accettate dagli altri solo nella misura in cui saranno ineccepibili, perfette e sempre disponibili nei confronti altrui.  Pertanto, si sforzano di eccellere in ogni campo della vita, si mostrano esageratamente compiacenti, immaginando che questo atteggiamento è ciò che gli altri si aspettano da loro. In realtà tali standard e la critica non sono richieste che provengono dall’esterno ma dalla persona stessa che si tratta in modo esageratamente severo. Essi potrebbero avere avuto dei genitori, o altre figure significative, molto esigenti che li hanno spinti a perseguire obiettivi impraticabili, pena l’essere sottoposti a severe critiche o punizioni. L’Atelofobia, essendo marcata fortemente dalla paura dell’imperfezione, porta le persone che ne soffrono a giudicarsi molto duramente, spesso fissando obiettivi troppo elevati e non realistici. Questa tendenza al porsi obiettivi irrealistici porta, nel momento in cui non vengono raggiunti, a provare rabbia e risentimento e ad una forte paura che il fallimento possa riproporsi in futuro e quindi preferiscono evitare di esporsi. Esistono diversi sintomi psicologici che si possono considerare tipici dell’Atelofobia: frequenti comportamenti di evitamento, sentimenti di impotenza, ansia e paura estrema, paura di perdere il controllo, confusione, irritabilità e mancanza di concentrazione. Possono comparire anche sintomi fisici, come iperventilazione, secchezza delle fauci, palpitazioni, nausea, mal di testa e sudorazione eccessiva. Se si mostrano segni di Atelofobia, è importante consultare un professionista della salute mentale. Le opzioni di trattamento possono includere cambiamenti nello stile di vita, terapia dell’esposizione, terapia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e, in alcuni casi, farmaci. In generale, il superamento dell’atelofobia non è un processo semplice, ma che richiede pazienza, volontà e cooperazione da parte dell’individuo colpito.