Interventi virtuali di mindfulness per promuovere il benessere negli adulti: una revisione sistematica

Di Ilaria Di Giusto Con l’insorgere della pandemia di COVID-19, molte persone, in ogni parte del mondo, hanno sperimentato drastici cambiamenti nella loro vita lavorativa e sociale, con conseguenze significative sul loro benessere fisico e mentale. Di seguito viene presentata una revisione sistematica, pubblicata da Joy Xu, Helen Jo, Leena Noorbhai, Ami Patel e Amy Li, che ha avuto come nucleo centrale quello di identificare gli interventi virtuali basati sulla mindfulness per il benessere di adulti dai 19 ai 40 anni nei paesi sviluppati ed esaminare l’efficacia di queste pratiche. Introduzione Il benessere è uno stato soggettivo privo di una reale definizione universale a causa della sua diversa manifestazione in diversi individui. Secondo il Centers for Disease Control, il benessere può essere caratterizzato dalla capacità di avere una visione positiva della vita e sentirsi soddisfatti (Well-Being Concepts. Cdc.gov, 2018). Il benessere viene inteso in un’ottica olistica, come un fattore fondamentale per garantire la qualità della vita per tutti gli individui. All’interno del mondo accademico, il benessere è un’area particolarmente vulnerabile gli studenti passano attraverso vari fattori di stress, compresi i cambiamenti di stile di vita, stress accademico e nuove responsabilità. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta presenta ulteriori rischi per un cattivo benessere con conseguenze potenziali che riguardano la vita accademica e personale (Hofmann e Gomez, ´ 2017). Nel 2019, l’American College Health Association ha riscontrato che il 36,5% degli studenti universitari statunitensi segnala lo stress come un fattore principale che influisce negativamente sul rendimento accademico degli studenti (Acha.org., 2021). Durante la pandemia di COVID-19, gli studenti affrontano ulteriori sfide; il 71% degli studenti delle università pubbliche americane riferisce un aumento diretto dei livelli di stress a causa della pandemia, che contribuisce anche a pensieri depressivi più frequenti e a livelli più alti di ansia (Hofmann e Gomez, 2017). Quindi, c’è un chiaro bisogno di migliorare il benessere degli studenti attraverso interventi personalizzati. La consapevolezza è un aspetto significativo del benessere. La Mindfulness implica la capacità di condurre la consapevolezza alle esperienze del momento presente come i pensieri, le sensazioni del corpo e l’ambiente (senza giudicare). La consapevolezza contrasta la modalità prede finita della vita quotidiana generalmente diffusa, dove lo stato di attenzione per molti individui è disattenzione, in quanto la mente può vagare o operare senza pensieri. Tuttavia, la consapevolezza del presente richiede di considerare le esperienze interne, compresi i pensieri personali, sentimenti e sensazioni, che possono suscitare l’attenzione verso emozioni potenzialmente negative che alcuni individui tendono ad evitare. Per molti individui, la capacità di affrontare ed elaborare i pensieri e le emozioni negative è un processo difficile. Tuttavia, la mindfulness offre agli individui l’opportunità di riconoscere questi aspetti e migliorare progressivamente le abitudini o le scelte di vita. Portare consapevolezza ai pensieri negativi quando sorgono impedisce loro di andare fuori controllo in ulteriori modelli di pensiero negativi. Con l’implementazione di interventi personalizzati, la transizione verso la pratica della consapevolezza può essere facilitata per ridurre le risposte negative alle proprie esperienze interne ed esterne. La mindfulness fornisce una gestione a lungo termine del benessere, in quanto gli individui diventano consapevoli della radice delle emozioni negative e risolvono questi problemi piuttosto che lasciarli peggiorare in futuro. Con una maggiore consapevolezza del presente, gli individui possono affrontare e accettare sentimenti di stress, ansia, paura, odio, tristezza con maggiore facilità. Strategie di coping inadeguate, la soppressione dello stress, crolli mentali, burn out, e problemi fisiologici da fattori di stress cronici possono derivare dall’affrontare in modo disadattivo queste emozioni negative (Hofmann e Gomez, 2017). Gli interventi di mindfulness sono stati ampiamente studiati in relazione alla loro efficacia, ma, in letteratura, permane ancora una certa esiguità ed una lacuna sugli studi di interventi virtuali basati sulla mindfulness. La revisione sistematica qui presentata (per il cui approfondimento si rimanda alle note seguenti) valuta le strategie efficaci per migliorare il benessere all’interno di un contesto accademico per adulti dai 19 a 40 anni. Metodi La revisione presentata è stata condotta per valutare quanto gli interventi di mindfulness favoriscono la condizione di benessere degli studenti, così dalla produttività, la motivazione e la salute mentale generale. Essa è stata condotta e riportata in conformità con la dichiarazione Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta- Analyses (PRISMA) e il protocollo è registrato in PROSPERO, un database internazionale di revisioni sistematiche registrate in ambito sanitario e sociale. Disegno dello studio e impostazione Sono stati scelti interventi virtuali di mindfulness, supportati da più media, come applicazioni mobili utili ad aiutare gli studenti a migliorare la loro esperienza emotiva e accademica; applicazioni in grado di consentire una partecipazione interattiva, l’accessibilità e la flessibilità delle opzioni. Diversi studi hanno dimostrato l’elevato utilizzo e visualizzazione di smartphone, così da garantire un’accessibilità degli interventi virtuali attraverso le app mobili, le quali possono essere perfettamente integrati nello stile di vita di una fascia d’età adolescenziale e di giovani adulti. Il pubblico di riferimento per questa applicazione sono gli adulti tra i 19 e i 40 anni di età nei paesi sviluppati situati in Nord America, Asia, Australia ed Europa. Criteri di ricerca e di ammissibilità Per la ricerca è stata usata un’ampia gamma di parole chiave per garantire che tutti gli studi pertinenti fossero inclusi; i criteri predeterminati per l’inclusione hanno incluso studi di psicologia pubblicati in inglese tra il 1980 e il gennaio 2021. Per essere inclusi, gli studi dovevano menzionare l’impatto degli interventi di mindfulness su uno qualsiasi dei seguenti temi: motivazione, burnout, stress, apprendimento, cognizione e argomenti legati alla produttività. I partecipanti allo studio erano adulti tra i 19 e i 40 anni di tutti i sessi, residenti in Nord America, Europa, Asia o Australia. Gli studi con interventi mirati ad individui con una malattia fisica, una malattia mentale o una disabilità di apprendimento sono stati esclusi. È stato ricercato, inizialmente, un totale di 915 articoli, controllati da due autori indipendenti. Qualsiasi disaccordo tra i due autori indipendenti è stato riconciliato e disaccordi sono stati risolti con un terzo autore. In conclusione, sono stati inclusi nella revisione presentata 32 studi. Di tutti
Il Disturbo da Depersonalizzazione/Derealizzazione

di Cinzia Saponara Premessa La descrizione del concetto di dissociazione può essere fatta risalire a Charcot (1889) e Janet (1887, 1889, 1893), ma per molti anni c’è stato uno scarso interesse per questo spettro di sintomi psicopatologici(1). Nel DMS – 5 i Disturbi Dissociativi comprendono: Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID); Amnesia Dissociativa, che ora comprende anche la Fuga Dissociativa; Disturbo di Depersonalizzazione e Derealizzazione (DDD); Altre forme di Disturbo Dissociativo Specifico; Disturbo Dissociativo Non Specifico. Nel seguente articolo mi occuperò nello specifico del Disturbo da Depersonalizzazione/Derealizzazione (DDD): caratterizzato, il primo, dall’esperienza persistente o ricorrente di sentirsi distaccato o di sentirsi un osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo; il secondo, da quelle esperienze di irrealtà o di distacco rispetto all’ambiente, persone o oggetti vissuti come irreali o onirici. I sintomi dissociativi di distacco rimandano tutti all’esperienza di sentirsi alienati dalle proprie emozioni, dal proprio corpo e dal senso usuale della propria identità (Liotti e Farina, 2011). Studi epidemiologici hanno evidenziato che esperienze transitorie di depersonalizzazione sono comuni nella popolazione generale, con un tasso di prevalenza superiore al 26%, e tra il 31%- 66% dopo un evento traumatico. Possono emergere occasionalmente come effetti collaterali di farmaci o del consumo di droghe, in particolare la cannabis (Madden & Einhorn, 2018). È importante, inoltre, ricordare che la psicopatologia dissociativa è una psicopatologia nascosta (Kluft, 2009), poiché solitamente il paziente giunge alla consultazione psicologica con altre problematiche (disturbo di panico, disturbo da stress post- traumatico, depressione maggiore, etc…) e così certi sintomi possono essere occultati o minimizzati (Gonzalez, 2013). Tuttavia, studi effettuati negli Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Turchia e Germania hanno rilevato una prevalenza del disturbo, che soddisfa i criteri per la diagnosi di DDD, in circa il 3% delle persone. La depersonalizzazione e/o la derealizzazione sono trasversalmente presenti in diverse patologie psichiatriche nonché in patologie mediche generali come le sindromi convulsive. Quando la depersonalizzazione e/o la derealizzazione si manifestano indipendentemente da altri disturbi fisici o mentali, sono ricorrenti o persistenti e alterano le funzionalità, è presente un disturbo DDD. Il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione si verifica ugualmente in uomini e donne. L’età media d’insorgenza è 16 anni. Il disturbo può esordire durante la prima o media infanzia; solo il 5% dei casi inizia dopo i 25 anni, e raramente il disturbo inizia dopo i 40 anni. I sintomi del disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione possono insorgere gradualmente o all’improvviso, sono solitamente episodici, possono durare ore o giorni o settimane, mesi o anche anni. Nei casi gravi, i sintomi sono costantemente presenti con un’intensità immutata per anni o decenni. I sintomi di depersonalizzazione comprendono: Estraneità dal proprio corpo o parti di esso (depersonalizzazione somatopsichica), esperienza soggettiva di irrealtà, di distacco o estraneità dalla propria identità, dai propri pensieri, sensazioni, emozioni, cambiamenti soggettivi nelle funzioni mnesiche, incapacità di evocare immagini familiari, distorsioni nella percezione del tempo e dello spazio. Diminuzione o perdita di reattività emotiva, come una sorta di intorpidimento fisico ed emotivo (APA, 2013). La persona si sente sconnessa dalle proprie sensazioni, provando un senso di irrealtà, estraneità, stranezza, profondo distacco, (ad esempio osserva le proprie azioni dall’esterno, come in un sogno, si sente un automa, sente che il corpo o le emozioni non gli appartengano). Può sentirsi emotivamente e fisicamente insensibile o sentirsi distaccato, con poca emozione. Alcuni pazienti non sono in grado di riconoscere o descrivere le loro emozioni (alessitimia). Si sentono spesso disconnessi dai loro ricordi non sentendosi in grado di ricordare con chiarezza. I sintomi della derealizzazione comprendono: Sentimento di irrealtà dal mondo esterno, sentirsi distaccati dall’ambiente circostante sia esso rappresentato da persone, oggetti inanimati o da tutto ciò che li circonda. Il soggetto può sentirsi come in un sogno o immerso nella nebbia oppure come se una parete di vetro o un velo lo separasse dall’ambiente che lo circonda. In questo stato si ha la sensazione di essere separati dal mondo esterno al punto che questo può apparire distorto e irreale, non riconoscibile: gli oggetti possono risultare di forme e dimensioni diverse, cambia la percezione del tempo come se scorresse troppo velocemente o troppo lentamente; i suoni possono risultare più forti o più deboli del previsto. Emergono delle alterazioni percettive come se non si avesse familiarità con la realtà circostante che può apparire piatta, senza colore, senza vita. I sintomi sono quasi sempre disfunzionali e inducono sensazioni disturbanti compromettendo, se gravi, significativamente la sfera sociale e/o scolastica e/o lavorativa. Sono frequenti ansia e depressione. Forme non rare di depersonalizzazione sono, a volte, tanto intollerabili da poter indurre chi le sperimenta a tentare di riappropriarsi dell’esperienza di sé tramite potenti sensazioni dolorose ottenute con lesioni auto inferte come il tagliarsi o il procurarsi ustioni (Linehan, 1993; Nock, 2010). Ancora, alcuni soggetti data l’intensità di queste sensazioni tali da generare confusione, interpretando i sintomi di irrealtà e distacco come segno di una minaccia alla propria incolumità cognitiva possono temere il rischio di impazzire, ciò può funzionare da innesco ad un attacco di panico, che può essere seguito dallo sviluppo di comportamenti fobici, ansia generalizzata, evitamento della solitudine e dei luoghi ove hanno sperimentato il DDD. Spesso il paziente si presenta al clinico descrivendo il comportamento fobico e l’attacco di panico come i soli disturbi per cui chiede cura, e trascura del tutto di riferire sulla depersonalizzazione e/o derealizzazione. Non è raro che la minacciata perdita della continuità del senso di identità personale preceda immediatamente e motivi l’allarme del paziente, piuttosto che essere la conseguenza di un attacco di panico. Tuttavia, in ogni momento, a differenza dei pazienti psicotici, nei pazienti con DDD l’esame di realtà rimane integro, essi sono generalmente consapevoli che la loro percezione è alterata e che le loro esperienze dissociative non sono reali. EZIOLOGIA Vi è una chiara associazione tra il disturbo di depersonalizzazione/ derealizzazione e la presenza di esperienze traumatiche multiple e/o protratte nel tempo dello sviluppo individuale (van der Kolk, 2005). È importante sottolineare che per esperienze traumatiche si intende non solo la traumatizzazione in termini di abusi fisici, emotivi e sessuali, incidenti, catastrofi naturali ma
Il Carattere: Predisposizioni Innate e Interazioni Ambientali

Di Veronica Lombardi Non esistono sulla terra due persone identiche, nessuno che abbia le stesse impronte digitali; neppure due fili d’erba o due fiocchi di neve sono uguali. Tutti gli individui sono diversi l’uno dall’altro; ognuno è dotato di punti di forza e debolezza differenti. Abstract Teofrasto, filosofo peripatetico, succedendo al maestro Aristotele, guidò la sua scuola di filosofia fino a 288 A.C. Nell’opera I caratteri, egli descrive quelle varianti comportamentali della personalità, che mettono in discussione le definizioni di stabilità per il carattere. In quel tempo definire il carattere di una persona voleva dire individuare il suo tratto più stabile e costante di comportamento: infatti il termine carattere deriva dal greco Charakter che significa impronta. Termini come pazzia, morale, prolissità, avarizia, bugiardaggine, scontentezza, loquacità, accompagnano una sorta di classificazione nell’ambito dell’esposizione filosofica di Teofrastro, che abbina, alle sue categorie di caratteri, l’orientamento di un destino (Teofrasto 1994, I caratteri, Garzanti, Milano). Da questa dimensione di pensiero che segue una modalità di ragionamento non logica, ma analogica, si giunge alle riflessioni etiche di Aristotele, dove le ricerche sul carattere delle persone vengono stigmatizzate per il loro essere inadeguate alla situazione comportamentale di tenuta normale. Infatti, l’osservazione condotta dai filosofi mette in risalto sui comportamenti difformi, viziosi o ridicoli, in tempi in cui la filosofia era scienza di vita. I tentativi di risposta agli interventi sul destino che determinava i comportamenti umani furono ampiamente descritti oltre che da Aristotele anche da Platone entrambi sostenevano che solo in una vita impostata su un corretto equilibrio tra virtù e piacere fosse possibile trovare il baluardo salvifico della salute dello spirito e del corpo. Il consiglio degli esseri umani era quello di mantenersi in equilibrio ideale di relazione, tra ambiente e Cosmo, scandendo il tempo e gli umori. Al combinarsi multiforme di questi elementi venivano ricondotte l’organizzazione la stabilità del carattere degli individui (Aristotele, Poetica, La terza, Roma,1983). Più tardi, i concetti filosofici della costituzionalità del carattere furono ripresi e ampliati dal medico Galeno con la teoria dei quattro umori che pare non debba essere attribuito allo stesso Galeno in quanto, chiari radici di questo pensiero, sono identificabili nella storia della filosofia antica. In uno scritto anonimo, De mundi constitutione, si trovano concetti in tal senso, fra cui quello preso in prestito da Galeno che afferma “esistono quattro umori nell’uomo che imitano i diversi elementi aumentano ognuno in stagioni diverse, predominano. Ognuno in diverse età, il sangue imita l’aria aumenta in primavera e domina d’infanzia. La bile gialla imita il fuoco, aumenta in estate e domina nell’adolescenza. La bile nera, ovvero la malinconoia, imita la terra ed aumenta in autunno e domina nella maturità. Il flegma imita l’acqua aumenta in inverno e domina nella vecchiaia. Quando questi umori affluiscono in misura non superiore né inferiore al giusto, l’uomo prospera”. Ancora oggi nello studio del temperamento, l’eredità genetica del carattere e della personalità degli individui, filosofi, psicologi, Biologi, si pongono interrogativi che appaiono perlopiù irrisolti. Oltre alla determinazione del temperamento ereditato geneticamente e alla formazione del carattere come tratto stabile dominante, la personalità di un individuo, si studiano le eventuali modificazioni di comportamento per scoprire se queste siano frutto di un’educazione sbagliata o di predisposizioni sconosciute come il destino o il DNA. Due studiosi moderni Pazzagli e Pallanti, dimostrano come l’antica filosofia galeniana sia così forte da riuscire a influenzare ogni riflessione in tema di personalità fino ai giorni nostri (Pazzagli A. e Pallanti S., Natura e carattere, Kos Rivista di psichiatria,1995). Basti, ad esempio, pensare che la psicoanalisi junghiana fonda la psicologia della personalità sui quattro elementi. La costruzione del carattere e l’interazione educativa Per affrontare un argomento così complesso come quello dei temperamenti della struttura del carattere e dell’organizzazione della personalità è importante partire da una funzione psichica embrionale di predisposizione psicologica naturale che è la percezione di sé stessi. Uno dei molti termini collegati alla percezione di noi stessi viene chiarito per esempio dagli studi di G.W. Allport che nel suo psicologia della personalità afferma “Supponiamo che dobbiate affrontare un esame difficile e critico senza dubbio sentirete un alterazione del battito cardiaco e dei disturbi dello stomaco (io corporeo). Inoltre, sarete consapevoli del significato di quell’esame rispetto al vostro passato e al vostro futuro (identità personale), della vostra orgogliosa partecipazione (stima di sé), di ciò che il successo o il fallimento significherebbe per la vostra famiglia (estensione dell’io), delle vostre speranze o aspirazioni (immagine di sé), del vostro ruolo di risolutore dei problemi in esame (agente razionale) della pertinenza dell’intera situazione per i vostri fini a lunga scadenza (tendenza del proprium)” (Allport G.W.,Psicologia della Personalità, LAS, Roma,1976). L’individuo possiede una serie di percezioni cognitive e affettive che riguardano sé stesso in quanto oggetto e derivano in parte da predisposizioni innate e in parte dalle interazioni educative, ovvero dei rapporti con geni. Alla nascita, il bambino entra a far parte di un mondo di azioni socialmente interpretata e valutate e manifesta un’innata propensione al passaggio dal biologico al sociale al simbolico. Nel suo comportamento, è impegnato in una complessa mescolanza di azioni istintive, dirette allo sviluppo dei propri confini fisici sociali e psicologici, al di là della semplice sopravvivenza. Durante la costruzione del carattere, il bambino presta attenzione selettiva i propri simili, alle caratteristiche comportamentali e del linguaggio umano: non è semplicemente un osservatore, ma è coinvolto attivamente. Per esempio, durante una sequenza di gesti impara ad aspettare il proprio turno e, mentre partecipa al gioco a prendere la base logica e pratica della comunicazione e il riconoscimento dei ruoli. Il bambino si pone nel ruolo di agente o iniziatore, con un’innata propensione per i tempi legati alla socialità, che in seguito lo porranno nel ruolo di ricevente del carattere che comincia a formarsi. L’interazione sociale, tramite il dialogo, rende possibile il passaggio dal riconoscimento dei reciproci ruoli alla consapevolezza della propria identità e, successivamente del proprio carattere. Egli percepisce la formazione del suo carattere con modalità primitive che si esplicano innanzitutto attraverso i simboli espressivi del gesto e del gioco, per
La valutazione della condizione di disabilità per l’assegnazione dei benefici previsti dalla L. 68/99. Alcune considerazioni

di Francesca Dicè La “68/99” è la legge dell’ordinamento italiano che regola il collocamento mirato ed ha lo scopo di agevolare l’integrazione delle persone con disabilità sul mondo del lavoro (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Essa si occupa di tre grandi categorie di lavoratori: invalidi civili, invalidi del lavoro, invalidi di guerra e per servizio (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021; Babetto, 2021). La valutazione legata all’assegnazione dei benefici da essa previsti è ad opera delle Commissioni Medico Legali previste dall’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale; in esse, nello specifico, vi è l’importante apporto dell’Operatore Sociale Esperto Ratione Materiae, ruolo che può assunto da uno psicologo o un assistente sociale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). La commissione ha il compito di valutare le risorse che la persona con disabilità può mettere al servizio del suo operato all’interno del contesto lavorativo, approfondendo il suo potenziale occupazionale e le sue possibilità di utilizzare costruttivamente le misure e le opportunità messe a loro disposizione (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Il criterio sottostante l’applicazione della legge 68/99 riguarda principalmente il concetto che la persona con disabilità è un cittadino che ha diritti e doveri pari a tutti gli altri (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Ha dunque il diritto di lavorare in considerazione sì delle sue difficoltà (siano esse fisiche, cognitive o psichiche, e più o meno invalidanti) ma anche delle sue preferenze, della sua formazione, delle sue competenze e delle sue potenzialità di crescita professionale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Nonostante tali aspetti normativi, talvolta risulta ancora molto complicato, nel la maggioranza dei casi, accedere al mondo del lavoro (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021); le persone infatti incontrano contenti che non riescono sempre a gestire le loro necessità, la loro collocazione e il loro inserimento, così come anche luoghi in cui non è sempre possibile rimuovere completamente le barriere (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). L’applicazione completa e generalizzata della legge 68/99, dunque, richiederebbe una rivoluzione culturale che determini importanti ricadute sull’intero sistema lavorativo (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Tale rivoluzione credo inizi proprio dal lavoro di valutazione delle risorse delle persone con disabilità operato all’interno delle Commissioni Medico Legali; definirle con precisione ed attenzione, infatti, potrà aiutarle a trovare un contesto lavorativo specificamente adatto a loro, in cui potranno sentirsi completamente accolte e sostenute, e che potranno contribuire attivamente a rendere ancora più inclusivo ed adeguato (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Se fatto con passione e competenza, il lavoro di valutazione può essere l’inizio di un efficiente percorso volto a promuovere l’integrazione di tutte le persone e ridurre ogni tipo di discriminazione, nel mondo del lavoro ed in ogni contesto sociale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Bibliografia Babetto A. (2021). Inserimento lavorativo disabili: il problema è davvero la Legge 68/99? Retrieved from https://bit.ly/ 3BcL3BQ Bottà M. & Seta E. (2021). Inclusione lavorativa disabili. Una proposta. Retrieved from https://bit.ly/3uFMyXW Pronello M. (2020) L’ inclusione lavorativa delle persone disabili. Retrieved from https://bit.ly/3Jm600g
A tutta dopamina: ADHD e cocaina

di Roberto Ghiaccio No, non mi occupo di dipendenze, ma mi occupo di ADHD, e di ADHD negli adulti, in particolare modo di test, questionari, interviste. Fu un caldo pomerio d’estate, quando un giovane collega mi telefonò, per avere, con rara umiltà informazioni sul tema. Il giovane collega, si occupa di dipendenze, ed io di ADHD, ognuno con la sua formazione, punti di forza e limiti, entrambi con poche risposte e tante domande, domande che per fortuna da quel giorno si moltiplicano e condividiamo per trovare altre domande utile a comprendere la fenomenologia dell’ADHD. Per i soggetti con ADHD nel corso della vita, la co-occorrenza di altri disturbi è generalmente la regola piuttosto che l’eccezione. Gli esperti stimano che almeno il 60-80% di bambini, adolescenti e adulti con ADHD presenti almeno un’altra condizione. I disturbi della condotta, il disturbo oppositivo provocatorio, i disturbi dell’apprendimento e i disturbi d’ansia e dell’umore sono i disturbi comorbidi più comuni nell’infanzia e nell’adolescenza. Negli adulti, anche i disturbi della personalità sono molto diffusi. Allo stesso modo, esiste un’associazione significativa tra ADHD e disturbi da uso di sostanze, che costituisce una delle forme più comuni di doppia diagnosi, termine usato per la co-occorrenza di un disturbo da dipendenza e almeno un altro disturbo mentale. La presenza di una diagnosi di ADHD è stata associata ad un aumento del rischio di utilizzo di sostanze psicotrope e alla presenza di una condizione di Dipendenza da Sostanze. Tuttavia, essendo la diagnosi ancora molto controversa e soprattutto molto sottovalutata molti soggetti sfuggono alla diagnosi. E molti dei soggetti che sfuggono alla diagnosi in epoca si trovano a dover affrontare l’innesto delle dipendenze sull’ADHD da adulto, complicando alle volte l’iter diagnostico. L’ADHD è associato a un aumento del rischio di iniziare l’uso di sostanze e di sviluppare un disturbo da uso di sostanze. I bambini e gli adolescenti con ADHD hanno una probabilità significativamente maggiore di provare alcol, tabacco e una serie di sostanze durante la loro vita. Gli esperti stimano che circa il 15% degli adolescenti e dei giovani adulti con ADHD abbia un disturbo da uso concomitante di sostanze. Un’ampia meta-analisi ha rivelato che quasi un paziente su quattro in cerca di trattamento per un disturbo da uso di sostanze ha anche l’ADHD (van Emmerik-van Oortmerssen, 2012). Nella stragrande maggioranza di questi casi, l’ADHD non è stato diagnosticato e di conseguenza non è stato trattato. L’evidenza clinica e i risultati di più studi mostrano che la sovrapposizione bidirezionale tra questi disturbi non è casuale. Il legame tra ADHD e disturbi da uso di sostanze è un tema complesso per numeri e conseguenze sociali. I meccanismi alla base dell’aumento del rischio di uso di sostanze tra gli individui con ADHD non sono stati completamente stabiliti. L’aumento del rischio è molto probabilmente dovuto a una combinazione di diversi fattori di vulnerabilità, tra cui: meccanismi neurobiologici condivisi, le difficoltà nel funzionamento psicosociale o alcuni tratti e caratteristiche comuni a entrambi i disturbi, la comorbidità con altri disturbi psichiatrici, i deficit neuropsicologici sottostanti, o quella che è stata definita ipotesi di automedicazione. Diversi studi di neuroimaging mostrano che gli individui con ADHD mostrano deficit di motivazione e ricompensa caratterizzati dall’incapacità di ritardare la gratificazione e dalla preferenza per piccole ricompense immediate rispetto a grandi ricompense ritardate, mediate da un’alterata trasmissione della dopamina in alcune aree del cervello. Questi deficit sono stati proposti come meccanismo alla base dei comportamenti impulsivi associati all’ADHD e alla maggiore vulnerabilità all’abuso di sostanze. I ricercatori ipotizzano anche che l’ADHD e i disturbi da dipendenza potrebbero condividere fattori di rischio familiari comuni a causa dei rischi genetici condivisi tra le due condizioni. Inoltre, diversi studi indicano un rischio triplicato di ADHD nei figli di donne che hanno fumato sigarette o fatto uso di alcol o altre droghe durante la gravidanza. Alcuni studi indicano che i problemi psicosociali e il cattivo funzionamento scolastico frequentemente associati nei casi di ADHD possono contribuire allo sviluppo di dipendenze. Va ricordato che molte sostanze psicotrope producono effetti significativi a livello cognitivo influenzando, tra le altre cose, l’attenzione, la flessibilità cognitiva, la working memory e l’impulsività che comportano una variabile compromissione delle capacità inibitorie e la riduzione della soglia necessaria all’acting (Gould, 2010; Juárez, 2018): tutti aspetti centrali nel definire il funzionamento e l’adattamento all’ambiente. Dunque, nella valutazione diagnostica è necessario definire l’età di insorgenza di tali compromissioni. Sono stati associati alla presenza di ADHD un esordio più precoce e più grave sul piano clinico del disturbo da dipendenza da sostanze (Arias, 2008; Johann, 2003; Riggs, 1998), una maggior frequenza e rapidità di transizione tra condotte d’abuso a condotte di vera e propria dipendenza, un decorso più prolungato associato a un impatto clinico maggiore, con più frequenti ricadute e maggior difficoltà a raggiungere e mantenere l’astinenza dalle sostanze (Wilens, 2004; Biederman, 1995; Biederman, 1998; Wilens, 2007). Sebbene l’esatta natura dell’ADHD non sia completamente compresa, tale ipotesi eziopatogenetiche c’è il coinvolgimento di alcuni neurotrasmettori, tra cui come la dopamina e la noradrenalina. La dopamina è un messaggero chimico nel cervello legato alla ricompensa e al piacere. Questa sostanza chimica viene rilasciata ogni volta che si fa qualcosa di eccitante. Quando si mangia (non solo da stellati) un buon pasto o ci si abbraccia, il t cervello rilascia dopamina come parte del sistema di ricompensa. Il centro della ricompensa del cervello è progettato per incoraggiare a ripetere attività salutari come mangiare, bere e persino stabilire connessioni sociali. Tuttavia, c’è una piccola quantità di dopamina che viene rilasciata durante le attività quotidiane. Questa dopamina incoraggia a concentrarsi e completare le attività, anche quando non sono così eccitanti. Le persone con ADHD possono avere bassi livelli di dopamina nel cervello, causata da lenta ricettazione nello spazio post sintetico il che rende più difficile completare i compiti, tendendo così alla procrastinazione. Piccole distrazioni che vengono facilmente ignorate dagli altri diventano irresistibili potenziali fonti di dopamina per qualcuno con ADHD. Molti stimolanti, comprese le anfetamine utilizzate nei farmaci per l’ADHD e la cocaina, aumentano i livelli di dopamina nel
A sua…Immagina: L’utilizzo delle fantasie guidate in psicoterapia

di Valeria Bassolino Joseph Zinker in “Processi creativi in psicoterapia della Gestalt” sottolinea come la psicoterapia possa essere un processo in cui sia il paziente che il terapeuta si riscoprono creatori del cambiamento. Il tema della creatività appare, già ad una prima analisi, strettamente legato alla questione riguardante la fantasia e, specificamente, il suo utilizzo ai fini terapeutici. D’altro canto, ciò sembra confermato anche da alcuni rilevanti costrutti teorici. Secondo le teorie della mente attiva, che fanno capo al presupposto epistemologico del Costruttivismo, la mente non sarebbe soltanto produttrice di output ma anche di input. Sarebbe la mente stessa dell’individuo a ricercare e costruire attivamente i propri dati sensoriali. In una visione integrata del mondo emozionale e del pensiero, si crea uno spazio di riflessione circa l’immaginazione come attività specifica della mente. Secondo alcuni autori, la percezione e l’immaginazione condividono essenzialmente le stesse vie neurologiche. In questa prospettiva, dunque, l’esperienza di immaginare un oggetto vuol dire porsi in uno stato psicofisiologico simile alla percezione reale di quell’oggetto o situazione. Ad ulteriore conferma, studi recenti hanno evidenziato come il processo di immaginazione si correli a cambiamenti somatici, in particolare: tensione muscolare, respiro, attività elettrica della pelle, pressione arteriosa e frequenza cardiaca, onde cerebrali, attività oculare (dilatazione pupillare, attività del cristallino). È quindi evidente come tecniche di visualizzazione (Meditazione, Training Autogeno, Fantasia guidata, ecc.) possano condizionare la fisiologia del corpo elicitando emozioni e risposte somatiche. Particolarmente significativi gli studi encefalografici (1961-65) compiuti da Virel presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Parigi, che dimostrano come il rilassamento profondo, che comporta la comparsa spontanea di immagini, sia caratterizzato dal ritmo cerebrale “alfa”. Il ritmo “alfa”, studiato da H. Berger nel 1929, è l’attività elettrica delle regioni posteriori dell’encefalo che è caratteristica di alcuni stati di coscienza esclusivi della specie umana, nell’auto-ipnosi, nello yoga, nella meditazione zen. D’altro canto, la fantasia è considerata uno strumento terapeutico in quasi tutto il mondo ed è parte integrante di molte religioni. Già gli antichi Egizi e Greci credevano che le immagini liberassero nel cervello l’energia che stimola il cuore ed altre parti del corpo e che un’immagine molto vivida di una malattia fosse in grado di provocarne i sintomi. L’immaginazione è un modo normale del funzionamento del pensiero, probabilmente tutto il pensiero poggia sulle immagini mentali. D’altro canto, le immagini mentali non sono concepibili senza un corpo, esse non sono un “contenuto mentale” ma un evento psicofisiologico integrato. Per cui le immagini mentali non contribuiscono solamente alla costruzione del pensiero, ma dell’intera esperienza intesa come vissuto soggettivo integrato. Ovviamente per “corpo” si intende non il corpo anatomico, ma il vissuto corporeo, cioè “il mio corpo come io lo sento”. Si tratta della nozione, utilizzata anche dalla fenomenologia, di corpo vissuto, distinta dalla nozione di corpo oggetto, organico, anatomico. Allora ogni vissuto soggettivo sembra originarsi dal “corpo”: sensazioni, percezione, emozioni, immagini. Per la Psicoterapia della Gestalt il pensiero per immagini, come tipo di coscienza-esperienza, ha in sé la componente dell’azione, del pensiero e dell’emozione. Da qui, la sua importanza per qualsiasi progetto di cambiamento terapeutico. L’azione del pensare modifica generalmente i pensieri, ma solo il sentire può modificare le emozioni; vale a dire che solo l’affiorare di nuove esperienze emotive, aggiungendo nuove tonalità alla configurazione affettiva di base, può incidere sulla loro autoregolazione e modificare l’esperienza, facilitando così un riordinamento dei pattern di significato personale. L. Rigo spiega che “l’attività immaginativa, nel suo stretto rapporto con l’attività sensoriale, precede geneticamente le rappresentazioni astratte del pensiero […] così l’Immaginazione, prodotto più immediato del linguaggio, precede geneticamente quest’ultimo e ne è una condizione”. Ancora Rigo sottolinea come “l’immaginare è legato e quasi identificabile alle immagini visive e queste sono collegate a situazioni concrete con tutte le loro implicazioni emotive e sentimentali, mentre il pensare è sempre legato al linguaggio, che può anche non essere accompagnato da immagini ed è in ogni caso corrispondente ad un modo di essere molto più distanziato dalla situazione e meno carico di elementi emotivi”. Anche se il modo in cui la fantasia agisce sull’organismo rimane tuttora poco chiaro, si pensa che essa funzioni secondo un meccanismo che riproduce, a livello neurale, meccanismi e reazioni che somigliano alla realtà: se osserviamo l’attività del cervello nel momento in cui si immagina qualcosa, la sua attività è del tutto simile a quella di quando ciò che percepisce è reale. Sulla base di ciò il sistema nervoso non può, quindi, valutare la differenza tra una esperienza reale e una immaginata: in entrambi i casi reagisce ai dati comunicatigli dal cervello, ossia reagisce in conformità a quanto si pensa o si immagina. Perciò, il sistema nervoso non distingue se una cosa è vera o solo immaginata. In conclusione, è possibile verosimilmente sostenere che immaginare porta a una attivazione cerebrale identica a quella dell’agire. Da un punto di vista strettamente tecnico, l’attuazione di una fantasia guidata richiede la strutturazione di un setting piuttosto rigoroso. In particolare, il terapeuta chiede al paziente di assumere una posizione comoda, seduta oppure sdraiata e di chiudere gli occhi. A suo agio nello scenario preferito, il paziente dirige i pensieri verso il problema. Le immagini mentali non sono necessariamente visive: può trattarsi di suoni, sapori odori o di una combinazione di sensazioni. Il Sogno guidato è una tecnica molto utilizzata che permette di accedere alle risorse che i soggetti hanno acquisito nel corso della loro esperienza di vita. Lo stato mentale attivato dal Sogno guidato è uno stato che sta a metà fra la veglia ed il sonno. Possiamo definirlo come uno stato ipnoide caratterizzato, a livello comportamentale, da: rilassamento psicomotorio, battito delle palpebre, chiusura degli occhi, piacevole sensazione di benessere globale. Lo stato mentale del Sogno guidato è ben più vicino allo stato di veglia che allo stato di sonno. L’obiettivo generale che ci si pone con questa tecnica è quello di modificare l’atteggiamento della persona durante il suo sogno e trasferire questo nuovo schema mentale durante lo stato di veglia. In questo modo, ci si aspetta che emerga ciò che è presente nelle
La caffeina questa sconosciuta

di Veronica Sarno La caffeina è la sostanza psicoattiva maggiormente diffusa al mondo, infatti, ben l’80% della popolazione mondiale ne fa uso, di cui il 25% ha una diagnosi di disturbo mentale, è significativo che “molte persone diagnosticate come malati mentali sono in realtà coloro che soffrono di avvelenamento da caffeina” (1). La caffeina è contenuta in dosi cospicue nel caffè, ed in dosi minori in Energy Drink e bevande gassate, consumate anche dai giovanissimi, La caffeina agisce sul sistema nervoso centrale, essa è in grado di penetrare la barriera emato-encefalica, che serve a garantire l’omeostasi cerebrale, penetrata questa barriera va ad incidere su comportamenti e pensieri della persona che ne fa uso, anche a livelli preoccupanti. “A riguardo del funzionamento della caffeina sul nostro sistema nervoso è bene sapere che: un segno della attività dei neuroni del cervello è la produzione di adenosina, i cui livelli sono costantemente monitorati attraverso i recettori del sistema nervoso. Di solito, quando i livelli di adenosina nel cervello e nel midollo spinale raggiungono certi valori, il corpo ci spinge verso il sonno, o perlomeno, ci consiglia di “rallentare”, mentre la caffeina fa accelerare l’organismo. La caffeina agisce sul sistema nervoso proprio perché simula l’adenosina, viene cioè scambiata per adenosina dal nostro organismo. I 90/100 mg contenuti in un caffè puntano dritto verso i recettori dell’adenosina, e, a causa del l a somiglianza con quest’ultima, entra nei recettori. Con i recettori bloccati, gli stimolanti del cervello, la dopamina e il glutammato, possono svolgere il loro lavoro più liberamente. In poche parole, la caffeina si limita a bloccare il principale “freno” del cervello. La caffeina è un modo per impedire al cervello di rallentare. Tuttavia, più assumiamo caffeina, più il nostro corpo aumenta il livello di tolleranza, così, per ricevere lo stesso stimolo del primo sorso di caffè ci serve una quantità maggiore di sostanza, creando un meccanismo di dipendenza dalla caffeina. Come si sviluppa il livello di tolleranza? Molti studi suggeriscono che, esattamente come nella dipendenza dalle droghe, il cervello prova a tornare alle funzioni normali mentre è “sotto l’attacco” della caffeina creando più recettori dell’adenosina. Ma è anche dimostrato che assumere regolarmente caffeina diminuisce il numero di recettori per la noradrenalina, un ormone simile all’adrenalina, e insieme alla serotonina, un potenziatore dell’umore. Quando dal “consumo” si passa all’ “abuso” è possibile che si instauri una vera e propria dipendenza da caffeina, caratterizzata dai sintomi psichici e fisiologici descritti per le altre dipendenze (tolleranza, craving, assuefazione…). Con un uso limitato a due/tre tazzine di caffè al giorno non si ha un quadro sintomatologico patologico, ma si possono avere effetti psico-fisici positivi (attivazione mentale, attenzione, memoria, concentrazione…). Quando però vi è un uso ripetuto, prolungato e quantitativamente eccessivo, possono verificarsi più o meno gravi conseguenze sulle sfere vitali della persona, come quella sociale, lavorativa, affettiva, familiare. Ciò accade perché quando viene a mancare la dose specifica di caffeina l’individuo inizia a sperimentare emicrania, dolori muscolari, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, irritabilità ed affaticamento (una vera e propria sindrome di astinenza). L a sperimentazione dei suddetti sintomi sospinge l’individuo a consumare nuovamente bevande a base di caffeina, in un ciclo sempre più chiuso e dannoso. Al crescere delle dosi si possono esperimentare ulteriori sintomi come ansia, flessione del tono dell’umore, disturbi del sonno, confusione mentale e suscettibilità. A livello fisico possono manifestarsi disidratazione, cefalea, squilibri pressori, tachicardia, nausea, vomito, tensione muscolare, disturbi gastrici e spossatezza. Gli effetti della dipendenza da caffeina possono anche essere più gravi, laddove il consumo di caffeina si leghi al consumo di altre sostanze psico-attive, come ad esempio l’alcol.” (2). La caffeina è una molecola liposolubile dalle minute dimensioni, simile all’alcol, alla nicotina e ad alcuni antidepressivi. La scarsa consapevolezza di sé può essere una conseguenza di un cervello tossico. Le azioni che la caffeina svolge sul sistema nervoso centrale sono mediate dall’antagonismo dei recettori adenosinici con derivata modulazione dell’attività dopaminergica, questo spiega la ricerca di caffè da parte dei pazienti depressi , come a u t o medicamento; in realtà i dati indicano che il consumo di caffè peggiori i disturbi dell’umore, Rusconi (2014) per la rivista di psichiatria, ha effettuato una ricerca bibliografica su Medline/PubMed e PsychINFO con le seguenti parole chiave “coffee AND major depression”, “coffe AND dysthymia”, sono stati selezionati gli studi in lingua inglese e condotti esclusivamente sull’uomo. Le donne in depressione post-partum che assumono caffeina peggiorano la loro situazione depressiva e presentano spesso co-morbilità con attacchi di panico. L’assunzione di alte dosi di caffeina può indurre disregolazione dell’equilibrio timico, deteriorare i ritmi circadiani e i sintomi d’ansia e favorire stati affettivi alterati. Studiosi dell’università di Ann Arbor del Michigan di, Greden e Fontaine (2020), hanno potuto constatare che molti dei ricoverati in ospedale con sindrome depressiva ansiosa risultava essere consumatore abituale di 7/8 tazzine di caffè di caffè al giorno, ingerendo fra i 250g fino a i 750g e spesso l i associavano anche ad alcool e fumo, il tutto associato al consumo d i tranquillanti prescritti, contro la sonnolenza prodotta da tali farmaci, i depressi iniziavano ad assumere caffè, ma in realtà più utilizzavano la caffeina e più si sentivano stanchi. Questi studiosi suggeriscono di andare sempre ad indagare i sintomi del caffeinismo nei depressi. Alcuni studi hanno confermato che buona parte delle persone che soffrono di depressione assumono caffeina, che va a peggiorare le loro condizioni, anche perché l’assunzione di bevande che contengono caffeina o caffè, non solo può rendere difficile l’addormentamento, ma anche influire sulla capacità di restare addormentati, questo potrebbe accadere poiché l’organismo potrebbe star tentando di elaborare ancora tutta la caffeina assunta nella giornata. Il neuroscienziato M. Walker (2020), spiega che il 25% della caffeina contenuta in un espresso consumato a pranzo, è ancora in circolo nel cervello quando si va a letto a mezzanotte, per cui ci si riposa male, ci si alza spossati e allora si corre ai ripari, bevendo un caffè per compensare, entrando in un pericoloso circolo vizioso. La caffeina interferisce quindi anche con i cicli di
La capacità genitoriale nei processi separativi: dal valutare al descrivere

di Francesca Guglielmetti Il tetto si è bruciato, ora posso vedere la luna. Mizuta Masahide La psicologia, in maniera diretta o indiretta, si è sempre occupata di figli e genitori. Occupare è un verbo interessante poiché contempla sia l’essere attivi, la necessità di fare, che la passività propria del mettersi al servizio. Anche l’essere genitore è un po’ questo: essere attivamente al servizio del benessere del figlio. Quando lo psicologo entra in tribunale in qualità di consulente del giudice nelle controversie relative all’affidamento dei figli è però sollecitato non ad occuparsi ma a valutare. La separazione tra i genitori contiene in sé sia un elemento di sofferenza che una possibilità evolutiva. Dal trauma del la separazione si dipanano due strade. La prima, lastricata di immutabile dolore, indirizza verso il tetto fumante. La seconda, caratterizzata dall’instabilità propria dei processi evolutivi, offre la possibilità di ammirare la bellezza della luna. La prima strada, fatta di dolorose certezze, si presta alle valutazioni; la seconda, con le sue instabili potenzialità, sollecita ad occuparsi del benessere di genitori e figli lasciando sullo sfondo la necessità di valutare. 1. Dall’individuazione del genitore affidatario al diritto alla bigenitorialità. La necessità di procedere alla valutazione dei genitori ha fatto il suo ingresso nel nostro ordinamento con la legge 19 maggio 1975, n. 151, Riforma del diritto di famiglia, con cui si sanciva che nel caso di separazione tra i coniugi il superiore interesse dei figli venisse garantito dall’ individuare un genitore affidatario, a cui veniva concesso l’esercizio esclusivo della potestà, ed un genitore non affidatario su cui gravava il diritto/dovere di vigilare sull’operato dell’affidatario: Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse (art. 155 del C.C. modificato dalla legge 151/1975). Pertanto, era compito del giudice sondare le caratteristiche e le capacità di entrambi i genitori e scegliere quello più idoneo a svolgere la funzione di affidatario. Ciò rendeva necessario effettuare sempre e comunque un bilancio di competenze. Con la legge 8 febbraio 2006, n. 54, Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli il distinguo tra affidatario e non affidatario esce di scena: Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (art. 155 del cod.civ. modificato dalla legge 54/2006). Successivamente con i l Decreto Legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219 si chiarisce inoltre che la responsabilità genitoriale, su disposizione del giudice e limitatamente alle questioni di ordinaria amministrazione, può essere esercitata da entrambi i genitori anche separatamente: Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente (art.55 D.Lgs 154/2013). Né la legge 54/2006 né le successive modifiche menzionano e nemmeno lasciano intendere che le modalità di affidamento dei figli debbano basarsi sull’individuazione del genitore migliore. Dopo trent’anni la Legge rinunciava a valutare i genitori e decideva, invece, di occuparsi esclusivamente del benessere dei figli. Aver individuato come fondamentale il diritto del figlio a mantenere il rapporto con i propri genitori anche successivamente alla rottura del vincolo affettivo tra di loro non avrebbe dovuto far abbandonare l’idea di misurare delle competenze? La priorità del Legislatore (e dunque del giudice chiamato a mettere in pratica la norma) è quella di garantire il diritto del figlio alla propria imperfetta e scissa famiglia o, ancora una volta, esprimere un giudizio sui genitori? Sintetizzando: Se la tutela del figlio non passa più attraverso l’individuazione del genitore migliore per quale motivo continuare a valutarli? 2. Il diritto del figlio tra consolidate prassi ed opportune tutele. Tuttavia, è ancora consuetudine nei procedimenti relativi all’affidamento dei figli successivamente alla separazione dei genitori per i quali viene disposta una consulenza tecnica d’ufficio chiedere di procedere ad una valutazione della capacità genitoriale. A che scopo? Mi si potrebbe rispondere che questo accade perché ci si trova dinanzi ad una situazione problematica che necessita di grande attenzione. Potrei ribattere che la cosa avrebbe senso nei procedimenti c.d. ablativi e modificativi della responsabilità genitoriale (art. 330 e 333 cod.civ.) ossia nei casi in cui si deve accertare la presenza di una violazione dei doveri dei genitori nei confronti dei figli o di abuso dei poteri, ove da simili comportamenti possano derivare gravi pregiudizi in capo ai minori. Potrei ribattere? Pensandoci bene forse no. Iura novit curia (Il giudice conosce le leggi) sussurra il professore di latino del liceo invitandomi al silenzio. Va bene. Prendete tutto quello che ho scritto fin qui come un mero esercizio di logica astratta, privo di quella competenza giuridica necessaria per poterlo argomentare pienamente. È tempo di rientrare nel perimetro di una psicologia declinata con la modalità obbediente ed esecutiva che dovrebbe caratterizzare il professionista chiamato dal giudice in qualità di consulente al fine di sostenerlo nel proprio discernimento. Con tale abito mentale mi rivolgo alle buone prassi nelle quali si specifica che dall’analisi della genitorialità potrebbe derivare sia un affidamento esclusivo (cosa questa che non modifica il diritto del figlio ad avere rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori) sia, in casi estremi ritengo, l’esclusione di entrambi i genitori dall’esercizio della genitorialità. (Protocollo di Milano: Linee guida per la consulenza tecnica in materia di affidamento dei figli a seguito di separazione dei genitori: contributi psico-forensi. “Nella valutazione delle capacità genitoriali, per regolare
La Lettura ad Alta Voce: una pratica da rivalutare

di Lia Corrieri Hanna – “Ce l’hai un libro?” Michael – “Sì, sì ce l’ho… Ne ho uno con me da stamattina.” Hanna – “Che cos’è?” Michael – “L’Odissea di Omero. Ce l’ho come compito” Hanna – “Cambiamo l’ordine con cui facciamo le cose. Prima tu leggi ragazzo, poi facciamo l’amore.” The Reader – A voce alta (2008) Introduzione Nel 2008 uscì nelle sale cinematografiche la pellicola di Stephen Daldry intitolata The Reader – A voce alta, basata sull’omonimo romanzo degli anni Novanta di Bernhard Schlink, che narra della drammatica storia d’amore tra l’adolescente Michael e la trentenne Hanna nella Germania Ovest del Secondo Dopoguerra. Nella trama dell’opera la pratica della lettura ad alta voce assume un posto di rilievo, giocando un ruolo chiave nello sviluppo della storia. Una delle peculiarità del rapporto tra i due protagonisti, infatti, risiede nel fatto che i loro incontri amorosi sono scanditi dalle letture ad alta voce che Hanna richiede frequentemente a Michael. Le emozioni condivise scaturite dalla lettura delle storie arricchiscono il vissuto emotivo dei due, rendendo la loro relazione ancora più intensa. Diversamente da Hanna e Michael, la pratica della lettura ad alta voce sembra attualmente esser comunemente percepita come un’abitudine ormai desueta, di agostiniana memoria, a prescindere da chi e da come viene svolta e verso chi è indirizzata (Vazquez, 2019). Nei sistemi scolastici occidentali tale pratica è, infatti, spesso trascurata e, talvolta, addirittura ostacolata, come ricordato da Daniel Pennac nella sua opera Come in un romanzo. Nonostante l’importanza della lettura ad alta voce sia nota già dall’inizio del Novecento (Huey, 1908 citato in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002), indagini condotte nel contesto anglosassone tra gli anni Sessanta e Settanta hanno evidenziato come solo la metà dei docenti di scuola primaria intervistati erano soliti leggere alla loro classe, senza considerare che solo in pochi lo facevano sistematicamente (Austin & Morrison, 1963; Hall, 1971 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002). In un’indagine condotta nel corso degli anni Novanta è stato evidenziato che sola una piccola percentuale, nello specifico tra l’11% ed il 28% dei docenti della primaria intervistati, affermavano di leggere ad alta voce alla classe al fine di stimolare una discussione costruttiva (Lickteig & Russell, 1993 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002). Nel corso degli ultimi anni, però, la lettura ad alta voce, soprattutto in età evolutiva, sembra aver riacquistato progressivamente interesse come testimoniato, a livello internazionale, dalle linee guida proposte dall’American Accademy of Pediatrics (2017) che raccomandano ai caregivers di leggere ad alta voce ai bambini fin dalla primissima infanzia. In linea con il contesto americano, anche nel panorama nostrano si riscontra un interesse verso questa pratica educativa, come testimoniato dalle Indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (2012) che evidenziano come la lettura ad alta voce sia anche in linea con gli obiettivi ministeriali. Nel contesto italiano si sono, inoltre, sviluppate diverse realtà volte a promuovere la diffusione della lettura ad alta voce, tra le quali ricordiamo il movimento Letture ad Alta Voce (LaAV), che fa capo all’associazione culturale Nausika, con l’obiettivo di promuovere il benessere mediante una lettura condivisa, fruibile da tutti, capace di impattare a livello relazionale. Un’altra iniziativa si chiama Nati per Leggere, un progetto in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri e l’Associazione Italiana Biblioteche ed il Centro per la Salute del Bambino, che si rivolge alle famiglie di bambini in età prescolare con l’intento di promuovere l’idea della lettura ad alta voce come una pratica familiare. Si segnala, inoltre, l’intervento Leggere: Forte! Ad alta voce fa crescere l’intelligenza promosso dalla Regione Toscana in collaborazione con varie partnership, tra le quali l’Università degli Studi di Perugia, che può essere descritto come una vera e propria politica educativa, in quanto mira a rendere la lettura ad alta voce una pratica quotidiana interna al sistema educativo regionale al fine di ridurre la dispersione scolastica (Batini, 2021). Gli effetti della lettura ad alta voce in età evolutiva Le iniziative sopracitate si sono sviluppate a partire dalle evidenze presenti in letteratura inerenti i benefici della lettura, anche di quella ad alta voce, soprattutto in età evolutiva. È possibile affermare che, in generale, la lettura evochi degli effetti benefici per lo sviluppo, sotto diversi punti di vista: cognitivo, affettivo, sociale ed emotivo. A livello neuroanatomico, ad esempio, è noto che il cervello dei lettori è caratterizzato da una quantità maggiore di materia grigia ed un numero elevato di neuroni (Tuarez, 2021). La lettura, nello specifico quella condivisa, si è rivelata essere non solo un importante veicolo di trasmissione del capitale culturale (Cazden, 1992 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) ma anche un utile strumento per l’alfabetizzazione, capace di dirigere l’apprendimento a livello della zona di sviluppo prossimale vygotskijiana (Batini, 2021) guidando, ad esempio, i bambini nel riconoscimento di lettere (Duursma et al., 2008). La lettura ad alta voce esercita degli effetti interessanti a livello cognitivo, ad esempio Pritchard e collaboratori (2020) hanno evidenziato come bambini di età compresa tra i 7 ed i 10 anni migliorino la loro memoria lessicale dopo aver letto ad alta voce delle parole. A livello linguistico si evidenziano diversi effetti della lettura ad alta voce, soprattutto quando la storia viene letta dai docenti alla classe, e tra tali effetti si annoverano: un miglioramento nell’acquisizione del vocabolario, un miglioramento nella comprensione (Greene Barbham & Lynch Brown, 2002), valido anche per gli studenti non madrelingua (Amer, 1997), un incremento delle capacità di storytelling (Arnold & Whitehurst, 1994 citati in Duursma et al., 2008) ed una miglior capacità a leggere in autonomia (Cohen, 1968; Cosgrove, 1987; Morrow & Smith, 1990 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) mediata da un miglior rapporto con il materiale stampato (Clay, 1991; 1993 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) e da una migliore capacità nel comprendere la struttura dei libri (Gold & Gibson, 2001 citati in Batini, 2021). La lettura, compresa quella ad alta voce, ha delle ripercussioni anche sullo sviluppo emotivo, affettivo, relazionale e sociale
Disturbo Ossessivo Compulsivo Omosex in adolescenza

di Cinzia Saponara PREMESSA Nel DSM 5 viene descritto il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) come caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni: le prime implicano pensieri, immagini o impulsi ripetitivi e persistenti vissuti come spiacevoli e involontari, sono vissute come intrusive e indesiderate causando prevalentemente disagio e ansia elevati; ma si possono riscontrare anche senso di colpa, disgusto, vergogna e disprezzo. Le seconde consistono in rituali, comportamenti ripetitivi (es. lavare, controllare) o azioni mentali (es. contare, ripetere parole mentalmente) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta a un’ossessione, secondo regole che devono essere applicate rigidamente (APA, 2013). Il DOC nell’adolescenza riguarda circa il 2% dei ragazzi, in questo articolo si tratterà di una tipologia specifica: il DOC da Omossessualità in adolescenza, che consiste in ossessioni sessuali e ricorrenti dubbi intrusivi sul proprio orientamento sessuale. Quest’ultimo si sviluppa in adolescenza, periodo complesso, fase di trasformazione dominato da conflitti, incertezze, paure durante il quale nutrire alcuni dubbi su chi siamo, sotto molti punti di vista, è assolutamente naturale. Una delle caratteristiche cognitive più salienti nei soggetti che manifestano un DOC è quella di dare un significato eccessivo ai contenuti mentali. Ricerche recenti hanno dimostrato che tutte le persone, episodicamente, producono pensieri bizzarri, assurdi e irrazionali ma, la consapevolezza che sono solo contenuti della nostra mente riduce il loro impatto facilitandone l’oblio e la sostituzione con altri contenuti mentali. Nelle fissazioni adolescenziali legate al Disturbo Ossessivo Compulsivo da omosessualità il solo pensare di essere omossessuale equivale ad un fatto, l’intolleranza all’incertezza, il bisogno assoluto di annullare qualsiasi dubbio, costituiscono importanti meccanismi cognitivi che innescano e alimentano il disturbo. Accanto alle cause cognitive, alle ipotesi neurobiologiche che indicano anomalie dei neurotrasmettitori di tipo serotoninergico, pare che il timore di colpa e l’elevato senso di responsabilità, spesso favoriti da stili educativi particolarmente rigidi, attaccamento ansioso ambivalente predicano la tendenza a sviluppare ossessioni e compulsioni. Le manifestazioni del DOC nei ragazzi sono molto simili a quelle degli adulti, a differenza dei bambini che spesso non hanno coscienza del disturbo, l’adolescente, quasi sempre, presenta un adeguato insight, ovvero ha consapevolezza che le Ossessioni sono assurde, bizzarre, esagerate, anche se, nonostante questa consapevolezza, come per l’adulto egli non riesce a liberarsene. Le Compulsioni che rappresentano l’altra faccia della medaglia del DOC, si manifestano come atti “obbligati”, comportamenti o rituali mentali, che hanno la funzione di neutralizzare l’ansia legata alle ossessioni; nell’immediato alleviano l’ansia, ma nel medio e lungo periodo rappresentano una delle trappole principali che alimentano il disturbo. In genere, negli adolescenti l’inizio del DOC omosessuale si associa ad eventi esterni casuali o a stimoli interni. Lo spunto può essere, per esempio, la visione di una scena omossessuale di un film, oppure venire a conoscenza di amici o personaggi famosi che si dichiarano gay o lesbiche, etc, o la momentanea diminuzione dell’attrazione verso il l’altro sesso. Questi fatti se accadono in un certo momento di stress o di fragilità possono innescare il dubbio sulla propria identità di genere. L’adolescente viene assediato quindi da ossessioni, sotto forma di pensieri, immagini o impulsi che mettono in discussione la propria identità di genere (1) innescando il dubbio di poter essere gay, e nelle ragazze, di poter essere lesbica. In questa tipologia di DOC, che di solito comporta un enorme sofferenza, i ragazzi non tollerando queste emozioni cercano di attenuarle attraverso comportamenti compulsivi di vario tipo come, ad esempio, la continua ricerca di rassicurazione negli altri, oppure trovare informazioni in rete riguardo al tema in questione o, ancora, con controlli ripetuti del proprio grado di eccitazione sessuale di fronte agli stimoli temuti. Il/la ragazzo/ a con DOC con dubbi sulla propria omosessualità potrebbe cercare di auto-rassicurarsi ripercorrendo mentalmente le situazioni attivanti per cercare delle prove della propria paura come, ad esempio, analizzare mentalmente nel dettaglio tutti i gesti appena effettuati di fronte a una persona dello stesso sesso. Vivendo in un continuo stato di ansia, il soggetto tende ad interpretare erroneamente le proprie sensazioni fisiologiche non attribuendole al fatto che possa sentirsi ansioso, ma al fatto che possa essersi attivata una certa eccitazione sessuale, confermando ulteriormente i propri dubbi ossessivi. L’ansia, se prolungata nel tempo, può diventare molto invalidante per la persona, arrivando anche ad evitare tutta una serie di situazioni o stimoli: persone, luoghi, i pensieri stessi, ecc. Tali limiti influiscono significativamente compromettendo il funzionamento e la vita dell’adolescente in diversi ambiti, tra cui quello legato alla sfera relazionale e sessuale, provocandone un notevole disagio. Il carattere egodistonico delle ossessioni e delle compulsioni deriva dal fatto che questi comportamenti vengono valutati criticamente dalla stessa persona che li mette in atto. I sintomi del DOC omosessuale sono costituiti dalle compulsioni che l’adolescente attua per sviare i pensieri ossessivi omosessuali. Ecco alcuni dei sintomi del DOC omosex più comuni: • Controllo del proprio corpo alla ricerca di segnali fisici che comprovino l’omosessualità (eccitazione fisica); • Estremizzazione del comportamento e dei caratteri eterosessuali (camminare in maniera molto mascolina o femminina, parlare solo di argomenti fortemente caratterizzanti per genere…); • Evitare il contatto e relazioni con persone realmente omosessuali; • Evitare film, immagini e libri con protagonisti omosessuali; • Evitare di rimanere soli con persone dello stesso sesso. • Evitare il contatto con persone gay, lesbiche, bisessuali, effemminate o mascoline per il timore di una sorta di “contagio” che possa in qualche modo “attivare” una sorta di omosessualità che credono possa essere latente. La paura di poter essere o diventare omossessuale è sempre accompagnata da un forte stato di disagio, spesso questi continui test, controlli ed evitamenti durano diverso tempo, assorbendo la persona in elaborazioni mentali interminabili e stressanti. Un aspetto significativo dell’ossessione di poter essere omossessuale è che, l’adolescente, lo valutata e lo immagina come qualcosa di assolutamente inaccettabile, invivibile e intollerabile. Si possono così sviluppare dubbi, insicurezze, vissuti di sofferenza, ansia, sensi di colpa, sensi di vergogna e depressione. I ragazzi possono manifestare una profonda paura per la critica, il rimprovero, il disprezzo sentendosi minacciati come persone accettate e degne di essere amate. I rapporti con l’altro