IL MARKETING SPORTIVO E LA PSICOLOGIA

Nel mondo dello sport, il tifo non è solo una questione di passione per una squadra, ma anche di connessione e coinvolgimento emotivo. Il marketing sportivo si avvale di questa psicologia dei tifosi per creare strategie che coinvolgano e fidelizzino i sostenitori in modo efficace ed emozionante. In questo articolo vedremo alcuni punti cardine, che chi si occupa di marketing sportivo deve conoscere. 1. COMPRENDERE LE EMOZIONI DEI TIFOSI La base del marketing sportivo efficace risiede nella comprensione delle emozioni che guidano il comportamento dei tifosi. Le emozioni possono essere utilizzate dalle squadre e dalle organizzazioni sportive per creare legami emotivi più profondi con i propri sostenitori e stimolare l’azione. Un esempio è la campagna “Hala Madrid” realizzata dal Real Madrid, attraverso la quale la squadra usa video emozionanti che celebrano i momenti di gloria del club. Questi video sono accompagnati da slogan potenti che trasmettono un senso di appartenenza e identificazione con la squadra come “We are Madrid” o “Juntos somos mas fuerte” (“Insieme siamo più forti”). 2. BRANDING EMOTIVO E IDENTITA’ DEL MARCHIO Le squadre sportive sfruttano il branding emotivo per costruire un’identità di marca che risuoni con i tifosi. Questo può includere la creazione di slogan, simboli e colori distintivi che evocano emozioni e sentimenti di appartenenza. Ad esempio, la campagna “You’ll never walk alone” del Liverpool FC non solo riflette il sostegno dei tifosi per la squadra, ma crea anche un senso di unità e solidarietà tra i sostenitori. 3. COINVOLGIMENTO DELLA COMMUNITY E PARTECIPAZIONE DEI TIFOSI Le squadre sportive coinvolgono attivamente i tifosi attraverso iniziative che promuovono l’interazione e la partecipazione della community. Un esempio è l’iniziativa “Inter Village” dell’Inter, che prevede la creazione di aree dedicate ai tifosi all’interno dello stadio San Siro. Qui i tifosi possono partecipare a eventi pre-partita, incontrare i giocatori e godere di intrattenimento dal vivo. Tali iniziative non solo incoraggiano l’interazione dei tifosi, ma creano anche un senso di coinvolgimento e appartenenza alla squadra. 4. PERSONALIZZAZIONE DELL’ESPERIENZA DEL TIFOSI Il marketing sportivo si sta spostando sempre più verso l’offerta di esperienze personalizzate per i tifosi. Le squadre usano dati e tecnologie avanzate per comprendere meglio i propri sostenitori e offrire contenuti e offerte su misura. Ad esempio, le app per i tifosi possono fornire aggiornamenti in tempo reale sulle partite, offerte esclusive per i membri e contenuti personalizzati basati sull’interesse e sulle preferenze dei tifosi. 5. IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA DELLO STADIO L’esperienza dello stadio gioca un ruolo cruciale nel coinvolgimento dei tifosi e nel successo del marketing sportivo. Le squadre investono in infrastrutture e servizi che migliorano l’esperienza dei tifosi durante le partite, come aree lounge esclusive, cibo e bevande di alta qualità e intrattenimento dal vivo. Un’esperienza positiva allo stadio non solo aumenta il coinvolgimento dei tifosi, ma può anche influenzare positivamente la percezione complessiva della squadra e del marchio. In conclusione, la psicologia dei tifosi svolge un ruolo fondamentale nel marketing sportivo, guidando strategie che creano connessioni emotive profonde con i sostenitori. Comprendere le emozioni, il comportamento e le preferenze dei tifosi consente alle squadre e alle organizzazioni sportive di sviluppare campagne di marketing più efficaci e coinvolgenti, che promuovono l’interazione, la fedeltà e il supporto continuo dei sostenitori.
Il Malinteso Relazionale

Sara Luciano e Antonella Verdolotti spiegano il loro intervento intitolato il malinteso relazionale, perché alla base di ogni dinamica relazionale c’è un grande malinteso non solo nella confusione tra l’innamoramento e l’amore ma anche una confusione tra ciò che incontro e ciò che incastro L’amore non è dato dall’incastro, nonostante questo sia sorretto dalle nostre più grandi fantasie, come quella dei due pezzi di puzzle che si incastrano perfettamente. In realtà l’amore è dato dall’incontro che rende l’esperienza d’amore un’esperienza magnificamente traumatizzante come un trauma di rinascita, trauma perché è traumatico in realtà tutto ciò che irrompe nel reale, arriva all’improvviso non essendo previsto, Un altro malinteso è quello che all’interno delle relazioni c’è sempre uno dei due in una posizione passiva e una posizione attiva, perché sono confusi i piani del dare e dell’avere. È per paura dell’ignoto che molto spesso perdiamo la vera ricchezza che potrebbe dare una relazione matura. La relazione matura è quella che porta ad una conoscenza ignota di sé stessi perché sicuramente sono parti di sé mai sperimentate le relazioni sane e mature sono le relazioni paritarie non c’è prevaricazione, non c’è manipolazione, non c’è inganno e sono rare il primo passo per riconoscere di trovarsi di fronte ad uno psichismo evoluto e il riconoscimento dell’alterità riconosco l’altro tutta la sua esistenza in tutta la sua natura e personalità e quindi restringo la mia posizione auto centrica. Le relazioni mature sono relazioni dove alla base è necessario che ci siano interessi, valori, fini e progetti condivisi ma è essenziale che ci sia un’attitudine alla propria capacità di reggere un’intimità profonda, che porta come conseguenza anche una dose di dipendenza e fiducia nell’altro.
Il lutto tabù: il lutto perinatale

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific Spesso tendiamo a contrapporre la nascita alla morte ma sono due facce della stessa medaglia, chiamata vita. Il lutto è un sentimento di forte dolore per la morte di una persona cara, che tutti sperimentano nel corso della propria vita. La nostra società propende a nascondere il lutto, a isolarlo, invitando la persona che sta affrontando una perdita ad andare avanti. La pretesa di superare velocemente un cordoglio, può comportare una carenza nell’individuazione del tempo e lo spazio necessario per accogliere il dolore. Ne consegue un accentuato senso di vulnerabilità e solitudine che le persone in lutto tendono a provare, favorendo il lutto complicato. Nel complesso scenario del lutto, il lutto perinatale è ritenuto totalmente anti-natura in quanto, associa alla nascita la morte. Il termine lutto perinatale indica la perdita di un bambino dalla seconda metà della gravidanza al primo mese dopo la nascita. Il termine lutto prenatale intende l’interruzione della gravidanza in qualsiasi epoca gestazionale. Gli eventi che comportano la perdita di un figlio nel periodo perinatale comprendono l’aborto spontaneo, l’interruzione volontaria o terapeutica della gravidanza, la morte intrauterina e la morte dopo il parto. Diversamente da come s i può immaginare, l’interruzione della gravidanza è un’esperienza comune a molte donne, infatti, secondo dati statistici circa una su sei vive questa traumatica esperienza, ma socialmente continua ad esserci poca attenzione sull’argomento. Il lutto perinatale è ritenuto totalmente innaturale, poiché al concetto gioioso di nascita, di vita, bisogna associare quello doloroso di morte. La naturale evoluzione del ciclo di vita è sconvolta: la morte di un figlio aspettato, desiderato, diviene inspiegabile. Il progetto familiare, di coppia, di genitorialità, è bruscamente interrotto; per le donne in attesa il proprio corpo da guscio accogliente e protettivo, diviene un oggetto inaffidabile, inutile. L’idea predominante dei genitori in lutto è di non essere riusciti a proteggere il proprio bambino, di non essersi accorti in tempo cosa stava accadendo, e di avere commesso qualche errore che ha causato la sua morte. La fine inaspettata della gravidanza rappresenta la perdita di una persona cara con cui durante la gestazione i genitori e gli altri familiari hanno stabilito un legame, attraverso il test, ecografie, movimenti fetali e, in genere, la preparazione al nuovo arrivo. Il legame di attaccamento in costruzione è traumaticamente i n t e r r o t t o . La rappresentazione del bambino, le fantasie circa i cambiamenti del proprio corpo, l’organizzazione familiare, della propria casa, tutto è interrotto e si trasforma in un tabù, un argomento di cui non parlare. Un’eclatante dimostrazione dell’indicibilità del lutto perinatale è l’inesistenza di un nome per indicare i genitori che perdono i figli in epoca perinatale. La mancanza di un’attenzione collettiva alla tematica, può contribuire alla costruzione del fossato di solitudine che si crea intorno al genitore in lutto. Quando i genitori ricevono la notizia che il proprio bambino è morto, sono investiti da un tornado di emozioni: incredulità, confusione, paura, rabbia, un dolore fisico e psicologico. In pochi istanti tutto cambia, si è travolti da un sentimento d’impotenza di fronte alla perdita del proprio bambino; tutte le sicurezze cadono, non ci sono appigli. Il dolore diviene accecante e totalizzante, con l’unica certezza che nulla sarà più come prima; il futuro è oscurato da un dolore snaturante e ogni ipotesi di vita sembra irrealizzabile. Indipendentemente dall’epoca gestazionale una tale notizia è devastante, la diversa intensità può essere data dall’investimento affettivo, dal significato che i genitori hanno dato all’attesa e dalla storia personale di ciascuno. La modalità con cui è comunicata la notizia ai genitori e le prime persone con cui entrano in contatto condizionano la conseguente elaborazione. A tal motivo, è di f o n d a m e n t a l e i m p o r t a n z a una comunicazione efficace, sensibile, rispettosa e un buon sostegno fin dai primi attimi. In Italia, di fronte alla morte di un bambino in gravidanza, non ci sono delle linee guida cui fare riferimento, tutto è lasciato alla sensibilità del personale sanitario e a l l ‘ a t t i v a z i o n e d i associazioni che si occupano di lutto perinatale. Spesso si assiste a personale sanitario non preparato nelle procedure e che si mostra distaccato a livello emotivo. Tale atteggiamento può amplificare il senso di disorientamento dei genitori, che hanno appena saputo di aver perso il bambino, e può aggiungere altro dolore, non facilitando così l’inizio del percorso di elaborazione. È noto che gli operatori sanitari siano una categoria professionale ad alto rischio burnout: lavorare ogni giorno con la morte, la malattia e il dolore, può portare al rischio di de-umanizzare le cure, rendendole semplici routine. Tale distacco emotivo può creare una barriera tra il curante e il curato, che da un lato funge da cuscinetto per diminuire l’impatto delle situazioni difficili e dall’altro però impedisce relazioni soddisfacenti, nel qui e ora, e di sintonizzarsi sui reali bisogni personali e altrui. La formazione del personale s a n i t a r i o , q u i n d i , d i v i e n e d i fondamentale importanza per contenere e seguire i genitori in modo efficace ed empatico e, allo stesso tempo, per sostenere gli stessi operatori. La prima reazione dei genitori alla notizia dell’interruzione della gravidanza è solitamente caratterizzata dalla n e g a z i o n e , d a l l o s t o r d ime n t o , dall’incredulità. Molti genitori in lutto nei loro racconti descrivono quel momento come sentirsi trascinati in una vita che non li appartiene, anche se allo stesso momento sono tenuti a dover prendere delle decisioni fondamentali in modo rapido (interruzione, parto, autopsia, sepoltura). In seguito, si inizia a realizzare che è tutto vero, emerge la consapevolezza che il proprio bambino non c’è più. Il ritorno a casa con le braccia vuote e il corpo e la mente stracolme di
Il lutto di molti e la morte della Regina. Una sofferenza reale?

Reale e reale, in italiano, hanno un doppio significato, ma questo non è un gioco di parole; si riferisce alla natura dell’emozione vera, impressionante e documentata in questi giorni da un eccezionale evento storico: la morte della Regina Elisabetta II, con immagini, pensieri, parate, filmati d’epoca, interviste, cerimoniali ordinati e allo stesso tempo rigidi e profondamente partecipati. Televisioni in diretta da tutto il pianeta, il viaggio del feretro, gli incontri della famiglia con la gente, l’insediamento di un re appena dopo la perdita di una madre e i sentimenti misti per una fine e un inizio simultanei: la sovrana che ha regnato per 70 anni ha visto molto del mondo e delle sue dinamiche politiche e psicologiche, a tutte le latitudini, e ha ispirato una commozione di proporzioni mai documentate prima nella storia. Ma quali sono le spiegazioni psicologiche che la scienza dà per un dolore così ampiamente condiviso? La maggioranza delle persone che piangono la Regina d’Inghilterra non l’avevano mai incontrata né le erano in alcun modo vicine: questa ondata di emozioni ha coinvolto migliaia di persone sconosciute alla sovrana e che non avevano avuto alcun rapporto concreto con lei. La ricerca psicologica sul lutto si concentra in gran parte sulla perdita di genitori, figli, amici intimi, coniugi o persone amate e conosciute. Ma anche le relazioni unilaterali tra una persona e un personaggio pubblico, un attore, un cantante, una celebrità o – come in questo caso – un membro della famiglia reale, possono causare un dolore reale e acuto: queste relazioni sono definite “parasociali” e hanno un significato importante nella vita di moltissime persone. Basti a tutti pensare come è possibile legarsi, in adolescenza, ai poster appesi in camera, o a uno scrittore che ci sembra di conoscere intimamente, o a un cantante, o al personaggio di un libro o di un film. In tempi contemporanei, l’influencer è un esempio perfetto di relazione parasociale, con conseguenze evidenti sulle emozioni e sulla partecipazione di chi si sente legato all’individuo di cui segue la vita pubblicata in diretta. Presso l’Università di York, nel Regno Unito, Louise Richardson, filosofa e ricercatrice, ha co-diretto un progetto in cui si tratta specificamente di lutto: “Grief: A Study of Human Emotional Experience”. L’ipotesi dei ricercatori è che il dolore, nei casi di una perdita in una relazione “parasociale”, sia correlato alla sensazione di perdita di possibilità che una persona sperimenta nella propria prospettiva di vita. In sostanza, tutti siamo legati a visioni e narrazioni del mondo, che lo costituiscono per noi con caratteristiche riconoscibili, rassicuranti e prevedibili. Il lutto è un’interruzione dura e dirompente di questo mondo conosciuto, una sgretolazione delle nostre ipotesi. Le perdite che ci causano dolore sarebbero quelle che cambiano in modo irreversibile e sconvolgente il mondo che diamo per acquisito, in cui ci aspettiamo di poter continuare a vivere. Un mondo illusoriamente continuo e con alcune caratteristiche di immutabilità, condizioni indispensabili per procedere nell’esistenza. Per questo, al di là delle associazioni con le nostre nonne o le nostre madri, la morte di una regina sempre esistita nell’immaginario di tutti gli esseri umani più giovani dei suoi 96 anni, è un momento che in qualche modo ci riguarda. Secondo i ricercatori, quando si perde una persona si perde una parte di sé stessi, del proprio mondo: nel caso di una persona distante, il lutto dura di meno, anche se questo è un terreno difficile su cui indagare con metodi scientifici. Come sappiamo, i casi di lutto patologico contengono emozioni e legami irrisolti che contribuiscono a prolungare in modo abnorme i sentimenti di perdita e di smarrimento, oltre i fisiologici tempi di dolore e di ripresa: ma nel caso delle relazioni parasociali – come nel caso della morte della regina – secondo i ricercatori è raro che si verifichi un prolungamento del dolore, anche quando è del tutto reale, come si è visto. Anche i processi di identificazione, come sappiamo, sono ampiamente coinvolti in questi fenomeni. Quando guardiamo un film e ci commuoviamo, è un modo per liberare emozioni che ci coinvolgono nella vita reale; con la protezione di un forte movimento emotivo separato dalla realtà: viviamo il dolore, è vero, e lo riferiamo a un nostro possibile dolore reale; ma in modo meno pervasivo e persistente nel tempo, più tollerabile. L’argomento è complesso, si tratta di numerose emozioni differenti e combinate. Ma un momento come questo, un lutto come quello della Regina Elisabetta, può servirci da spunto per approfondire e indagare la natura umana. Se le principesse sono materia dei sogni di quando siamo piccole, le regine servono a ricordare che la nostra avventura può cambiare durante il corso dell’esistenza. E che ogni cambiamento è sia dolore sia possibilità e opportunità: anche quando serve un po’ di tempo per superare, o modificare, le emozioni collegate.
Il love bombing in una relazione affettiva

Il termine love bombing può essere tradotto letteralmente come bombardamento d’amore. Nelle relazioni affettive in cui uno dei due partner riveste di attenzione e romanticherie eccessive l’altro, si sta attuando questa tecnica. La differenza sostanziale tra un innamoramento e il love bombing sta nell’esagerazione dei comportamenti. La relazione si costruisce rapidamente in virtù del senso di fiducia che si stabilisce. Il bomber fa complimenti continuamente, facendo abbassare le difese; porta il partner a vivere emozioni intense e travolgenti. Il corteggiamento è fatto da comportamenti e gesti importanti che lusingano profondamente la vittima, confondendone le emozioni. Entrambi vivono una quotidianità emozionante ed emotiva, fatta di complicità, comunicazione ed empatia. Nelle prime fasi dell’innamoramento, generalmente, l’ idealizzazione dell’altro rappresenta la base per la costruzione della relazione. Nella tecnica del love bombing, il passaggio successivo è l’alienazione affettiva e relazionale. Improvvisamente tutte le attenzioni ricevute svaniscono senza un apparente motivo e spesso la stessa relazione termina, lasciando la vittima sola e disperata. La persona che ha subito il fascino del love bomber si trova a dover vivere un’altalena emotiva. Si passa in maniera repentina dall’essere al centro del mondo dell’altro al silenzio ed evitamento. Spesso, il partner oggetto del love bombing sviluppa un calo dell’autostima e forti sensi di colpa, soprattutto perché non c’è un confronto con l’altro. Confronto che aiuterebbe ad analizzare la situazione e le proprie emozioni e ad accettare la decisione dell’altro. Lo sconforto vissuto crea un vuoto interiore che la vittima fa fatica a metabolizzare. Si rende quindi necessario un periodo in cui la perdita sia elaborata alla luce delle reali circostanze e non per colpe proprie. Una delle conseguenze potrebbe essere anche il desiderio di elemosinare briciole, il breadcrumbing, pur di mantenere un minimo contatto. Risulta comunque importante, impegnarsi verso se stessi affinché non si attuino comportamenti disfunzionali soprattutto per eventuali relazioni future.
Il Linguaggio come strumento di benessere organizzativo
Il Linguaggio come strumento di benessere organizzativo perchè ogni organizzazione è un ecosistema regolato da un proprio codice linguistico. Attraverso la parola, il silenzio e la comunicazione non verbale, vanno in scena le sfumature organizzative. Spesso,infatti,proprio attraverso il linguaggio sotterraneo, (fatto di parole non dette), che si determina la presenza del singolo nel gruppo. Bisogna tener presente che l’organizzazione non è un’entità astratta, ma un sistema che “custodisce” gli individui con tutte le loro strutture emotive,percettive,sociali e personalogiche che,inevitabilmente,determinano l’identità dell’organizzazione. Varcare la soglia dell’ufficio non è mai solo un gesto fisico. È un risveglio dei sensi, un’attivazione neurocognitiva. In particolare il sistema limbico (e in particolare l’amigdala) agisce come un radar. Se il codice linguistico dell’organizzazione è inclusivo, il cervello rilascia ossitocina, favorendo la collaborazione e l’apertura mentale. Se si percepisce un linguaggio aggressivo, l’amigdala attiva una risposta di stress che induce ad attaccare o a scappare. Le parole e la sicurezza pisicologica Il linguaggio chiaro e trasparente è una leva strategica per costruire e mantenere il contratto psicologico anche tra datore di lavoro e dipendente.Le parole che usiamo definiscono aspettative, segnali di affidabilità e la percezione di equità, tutti elementi che Rousseau identifica come centrali per la fiducia e il comportamento organizzativo. Ciò che è sconosciuto per una persona all’interno di una organizzazione è vissuta come un’incognita che genera diffidenza e disagio di aprirsi all’altro. Per questo motivo è fondamentale che all’interno di una organizzazione vi sia un’accettazione incondizionata basata sulla comprensione empatica anche stabilendo limiti e confini,che sono necessari per la fluidità dei processi organizzativi.L’abilità linguistica sta nel rimanere in contatto con i vari membri dell’organizzazione,affidando sempre al linguaggio il ruolo di occasione da condividere. Ricordiamo che all’interno di una organizzazione i bisogni e le esigenze dei membri del gruppo sono alla base dell’organizzazione aziendale .La partecipazione organizzativa avverrà,infatti, in maniera proporzionale al grado di soddisfazione linguistica dei vari attori.
Il letto di Procuste: dal mito alla psicologia

L’espressione il letto di Procuste parte dalla mitologia per essere utilizzata per indicare una situazione difficile a cui è necessario adattarsi. Il protagonista, infatti, secondo la leggenda, deturpava i corpi delle proprie vittime, all’interno di un letto che considerava della misura ottimale. In effetti , Procuste lacerava i corpi dei malcapitati, perchè li considerava malvagi. Eliminando così le persone cattive , lui si preservava da situazioni minacciose. Partendo quindi dal mito, in Psicologia si è identificata una sindrome il cui nome fa riferimento proprio al gigante. La sindrome di Procuste, infatti, è una patologia il cui quadro clinico si caratterizza di dolore e tristezza per il successo altrui. Chi ne è affetto, prova una forte invidia per l’altro, che, in effetti considera una vera e propria minaccia. Se da un lato c’è chi vive il proprio successo come se fosse usurpato, la sindrome dell’impostore, dall’altro, c’è chi non riesce a gioire della realizzazione altrui e cerca di boicottare le situazioni. La descrizione tipica di chi è affetto da questo atteggiamento è peculiare: i comportamenti tipici e palesi sono la denigrazione e l’atto di sminuire gli altri. Si concretizza una forma di invidia che porta il soggetto a fare ostruzionismo nei confronti della vittima, senza un reale motivo. Questo atteggiamento, non conosce relazioni; si manifesta nelle relazioni interpersonali sia di tipo amicale che lavorativo. Ovviamente, si generano rapporti dannosi, che logorano i malcapitati, proprio come succedeva alle vittime poste nel letto di Procuste. Alla base di comportamenti così screditanti e opponenti, sicuramente ci sono una scarsa stima e una inadeguata fiducia in se stessi, che spinge il soggetto a concentrarsi sull’altro, anziché convogliare le proprie energie al fine di migliorarsi. Per lui è più facile dire che l’altro è cattivo, invece di attivarsi per cercare di incrementare gli aspetti positivi della propria personalità.
Il lavoro psicologico con i bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento

di Francesca Dicè Da oltre 10 anni, ovvero dall’introduzione della Legge 170/2010, alcune condizioni cliniche in precedenza scarsamente tutelate sono diventate oggetto di attenzione medica, psicologica, didattica e giuridica (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007; Consensus Conference, 2010). Sto ovviamente parlando dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), che secondo il DSM – 5 sono caratterizzati da caratterizzati dalla persistente difficoltà di apprendimento delle abilità scolastiche ed i l c u i percorso diagnostico, clinico ed assistenziale deve essere curato da uno specifico team multidisciplinare composto da diverse figure, fra cui il neuropsichiatra infantile, lo psicologo, il logopedista e l’assistente sociale (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tale team deve mantenersi in contatto costante con il personale scolastico, al fine di garantire al bambino/ragazzo la migliore esperienza didattica possibile e più adatta alle sue necessità (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). In questo lavoro di equipe, lo psicologo può intervenire attraverso diverse modalità operative: può dare un apporto fondamentale nel processo diagnostico, esplorando le capacità del bambino/ ragazzo con particolare attenzione ai suoi punti di forza e di debolezza, nonché al suo quoziente intellettivo attraverso il ricorso di test standardizzati (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Può anche contribuire alla valutazione dei correlati emozionali, che spesso influenzano, in questi bambini/ragazzi, la fiducia in sé stessi e la motivazione agli studi (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). A seguito della diagnosi, lo psicologo può mettere in atto percorsi di potenziamento aventi quale obiettivo elitario la promozione ed il miglioramento delle capacità risultate compromesse (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Egli può anche operare in interventi di formazione e consulenza rivolti ad insegnanti, operatori e genitori, sia da accompagnare alla presa in carico sanitaria del bambino/ragazzo, sia da realizzare all’interno dell’istituzione scolastica (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tale lavoro può rivelarsi determinante per la stesura del Piano Didattico Personalizzato, documento stilato da insegnanti e genitori, in cui vengono indicati obiettivi, modalità educative e strumenti didattici più adatti all’alunno (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Questo lavoro è fondamentale per supportare il bambino/ragazzo e la sua famiglia ed incomincia da una buona comunicazione della diagnosi, che informi sulle specifiche caratteristiche della condizione discussa, i limiti e le potenzialità degli interventi riabilitativi consigliati, gli strumenti compensativi e dispensativi da mettere in atto a scuola, la corretta normativa di riferimento (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tali i n f o r m a z i o n i possono r i v e l a r s i fondamentali per supportare l’intero nucleo familiare anche nella fase successiva della presa in carico del bambino/ragazzo, sostenendolo nella gestione quotidiana delle difficoltà scolastiche ma anche e soprattutto nella scelta delle strategie più adeguate all’esecuzione dei compiti, alla gestione dello stress ed al metodo di studio (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Bibliografia.Consensus Conference Disturbi Specifici dell’Apprendimento (2011). Available from https://bit.ly/3P6OnVKCornoldi C. (eds) (2007). Difficoltà e disturbi dell’apprendimento. Bologna: Il Mulino. ISBN 978-88-15-11962-9Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento (2011), Available on line on https://bit.ly/ 394L6WhRedazione OPS (2015). DSA: qual è il ruolo dello psicologo? Retrieved from https://bit.ly/3kUz7xq
Il lavoro dello psicologo con i bambini: tra gioco e terapia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. C. 9 anni, un bel bambino dai profondi occhi chiari, viene in terapia e parla della sua paura di addormentarsi da solo e che mentre cerca di addormentarsi vede ‘Samara’ la bambina di un noto film. M. 8 anni una bambina introversa dagli occhi vispi, dice che non vuole andare a scuola e non vuole separarsi dalla mamma. Dietro il sintomo c’è sempre la storia che il bambino racconta a volte spontaneamente altre volte attraverso il gioco o le fantasie guidate. Affiorano momenti in cui il bambino ha dovuto gestire preoccupazioni più grandi di lui o ha vissuto esperienze che si è tenuto per sé ‘perché mamma e papa erano già preoccupati per le loro cose’. Avvicinarsi all’ignoto e alla paura per il bambino è un momento difficile, c’è bisogno della necessaria fiducia e della giusta motivazione, ma poi diventa un’avventura esplorare le profondità della loro difficoltà. Per i terapeuta che lavora con i bambini il momento della terapia diventa un momento in cui tornare un po’ bambini e prendersi cura del bambino interiore proprio e giocarci e farcisi guidare nel gioco con il piccolo paziente.
Il lavoro come rifugio: il lato invisibile delle ferie

Per alcune persone, l’arrivo delle ferie non è un momento di sollievo. Anzi: è proprio lì che comincia l’ansia. Staccare la spina può incutere timore. Non solo per ragioni pratiche, come chiedersi chi si occuperà delle proprie mansioni, ma anche perché il lavoro, molte volte, rappresenta più di un semplice impegno: è anche un rifugio emotivo.Un luogo conosciuto, prevedibile, dove sentirsi utili, competenti, occupati. Dove non si rischia il vuoto. È qui che può affacciarsi, con discrezione, il tema del workaholism, o dipendenza da lavoro. Un termine usato per descrivere una relazione sbilanciata e compulsiva con l’attività lavorativa, in cui la difficoltà non è tanto il lavorare troppo, ma l’incapacità di fermarsi. Il lavoro come unico posto sicuro Spesso, dietro un apparente “attivismo” o una produttività fuori misura, si nasconde una verità meno visibile: il lavoro può diventare una forma di regolazione emotiva. Può diventare un modo per placare l’ansia, riempiendo ogni minuto: una strategia per evitare conflitti, silenzi, o relazioni complesse, oppure una scorciatoia per non confrontarsi con la noia, con la solitudine, con sé stessi. In questi casi, il lavoro non è più solo lavoro. Diventa identità, appartenenza, controllo, salvezza. E paradossalmente, più si lavora, più si rischia di perdere il contatto con i propri bisogni più autentici, quelli che non si misurano in risultati o prestazioni. Perché le ferie fanno emergere il disagio Quando arriva il momento di fermarsi, tutto quello che era stato “anestetizzato” dall’iperattività può improvvisamente tornare a galla: L’irrequietezza nei momenti vuoti; Il senso di colpa nel non essere produttivi; La difficoltà a rilassarsi, anche in vacanza; Il bisogno di “fare qualcosa” anche durante il riposo. Le ferie, spesso considerate da molti un momento di rigenerazione, possono invece trasformarsi per alcuni in una causa di disagio, insicurezza o confusione. Il corpo magari si siede, ma la mente resta in corsa. E così si finisce per controllare email, pensare al rientro, aprire un nuovo progetto, “per non perdere il ritmo”. Il confine tra dedizione e dipendenza È importante chiarire che non tutto l’impegno lavorativo è disfunzionale. Ci sono momenti della vita in cui essere immersi nel lavoro è anche una scelta, una passione, una risposta a un bisogno concreto. Ma il workaholism ha una qualità diversa: non lascia spazio ad altro.Non concede tregua, non ammette pause, e porta a sentire disagio ogni volta che si è lontani dal proprio ruolo. Si lavora anche quando si è stanchi, malati, in ferie. Si prova colpa nel non lavorare. Si vive come se il valore personale dipendesse solo da quanto si produce. E più si entra in questo schema, più diventa difficile vedere il mondo, e sé stessi, fuori da quella cornice. Riscoprire la possibilità di fermarsi Fermarsi non è un lusso, è un diritto psicologico. Ed è anche un’esplorazione: una possibilità di ritrovare il senso del tempo vuoto, dell’attesa, della lentezza. Non è semplice, soprattutto se si è cresciuti in contesti dove il valore personale veniva associato al fare, al dare, all’ottenere risultati. Ma è possibile, un passo alla volta. Può essere utile iniziare da piccole cose: Concedersi momenti non “utili”, solo piacevoli; Imparare a dire no senza giustificarsi; Notare come ci si sente nei momenti in cui non si lavora, senza giudizio; Parlare di questa fatica, magari con un professionista, per dare nome e spazio a un malessere che spesso resta invisibile. Conclusione A volte, dietro il bisogno di essere sempre occupati, c’è un bisogno ancora più profondo: quello di essere visti, accolti, riconosciuti. Non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Le vacanze, se affrontate con consapevolezza, possono trasformarsi in un’opportunità per ascoltare sé stessi, creare spazio mentale e ridefinire il proprio rapporto sia con il lavoro che con la propria interiorità. Non serve fare grandi rivoluzioni, basta iniziare con una domanda semplice e onesta: “Cosa mi sto perdendo, mentre continuo a lavorare senza fermarmi?”