Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!

Il Natale come rito: significato psicologico delle tradizioni

Il Natale è molto più di una semplice festività: rappresenta un periodo ricco di rituali e tradizioni che scandiscono il tempo e creano un senso di appartenenza e continuità. Ma cosa rende i rituali natalizi così speciali dal punto di vista psicologico? La risposta risiede nella loro capacità di rafforzare i legami sociali e di promuovere il benessere emotivo, offrendo un punto di riferimento stabile in un mondo in continua evoluzione. L’importanza psicologica dei rituali I rituali sono comportamenti simbolici ripetuti nel tempo che trasmettono significati condivisi. A livello psicologico, essi svolgono diverse funzioni fondamentali: Creano prevedibilità e stabilità: in un mondo caratterizzato dall’incertezza, i rituali forniscono una sensazione di ordine e sicurezza; Rafforzano il senso di appartenenza: le tradizioni condivise consolidano i legami sociali, offrendo l’opportunità di connettersi con la famiglia, gli amici e la comunità; Promuovono il benessere emotivo: le attività rituali, come decorare l’albero o scambiarsi regali, attivano emozioni positive e stimolano la produzione di ossitocina, l’ormone correlato alle interazioni positive con gli altri. Durante il Natale, i rituali diventano un’occasione per vivere pienamente queste funzioni, contribuendo a creare momenti significativi che lasciano tracce durature nella memoria. Rituali natalizi e legami sociali Uno degli aspetti centrali delle tradizioni natalizie è la loro capacità di riunire le persone. Momenti come la cena della Vigilia, il pranzo di Natale, lo scambio dei regali o la preparazione di dolci tipici sono occasioni in cui si rafforzano i legami familiari e si coltivano relazioni significative. Dal punto di vista psicologico, queste attività condivise aiutano a superare le distanze fisiche ed emotive, favorendo il dialogo e il supporto reciproco. In molti casi, i rituali natalizi rappresentano anche un ponte tra generazioni: tramandare le tradizioni ai più giovani diventa un modo per trasmettere valori e creare continuità tra passato, presente e futuro. Il Natale nelle fasi di cambiamento Non tutti vivono il Natale allo stesso modo. Per alcune persone, il periodo natalizio può coincidere con cambiamenti significativi nella vita, come il lutto per una persona cara, una separazione, o l’inizio di una nuova fase di vita, come la genitorialità o un trasferimento. In questi contesti, i rituali possono svolgere un ruolo cruciale nell’elaborazione delle emozioni e nell’adattamento al cambiamento. Affrontare il Natale dopo un lutto Il Natale può amplificare il senso di perdita e solitudine per chi ha vissuto un lutto. Tuttavia, i rituali possono diventare un mezzo per commemorare la persona amata e mantenere viva la sua memoria. Ad esempio: Accendere una candela in suo onore durante la cena di Natale; Appendere un addobbo sull’albero che simboleggi il legame con la persona; Raccontare storie o aneddoti che ricordano i momenti condivisi. Questi gesti aiutano a trasformare il dolore in un’occasione per celebrare ciò che è stato, favorendo un lutto sano e costruttivo. Creare nuovi rituali per le nuove fasi di vita I cambiamenti, come la nascita di un figlio o una nuova relazione, offrono l’opportunità di creare tradizioni personali e significative. Un esempio potrebbe essere introdurre un momento di riflessione familiare in cui ogni membro condivide un desiderio o un obiettivo per il nuovo anno. I nuovi rituali non solo contribuiscono a costruire ricordi, ma permettono anche di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il senso di continuità. Come costruire rituali significativi Chiunque può creare un rituale che rifletta i propri valori e bisogni emotivi. Alcuni suggerimenti possono essere: Scegli un’attività significativa: i rituali più efficaci sono quelli che hanno un valore simbolico o emotivo profondo per chi li pratica; Coinvolgi le persone care: condividere il rituale con altri lo rende più potente e significativo; Mantieni la semplicità: un rituale non deve essere elaborato per essere efficace, anche un piccolo gesto può avere un grande impatto; Ripetere nel tempo: la ripetizione è ciò che trasforma un’attività in un rituale. Conclusione I rituali natalizi sono molto più di semplici tradizioni: rappresentano una fonte di conforto e connessione. Che si tratti di onorare il passato, vivere il presente o costruire il futuro, i rituali offrono una cornice emotiva e simbolica che ci aiuta a navigare nelle complessità della vita. Per chi affronta cambiamenti, il Natale può essere un momento per reinventarsi, creando nuove tradizioni che rispecchino le proprie esperienze e il proprio percorso. Ciò che conta non è tanto il rituale in sé, ma il significato che gli attribuiamo e le emozioni che riesce a evocare.

Il mutismo selettivo: parlo quando voglio

Una volta ho incontrato una bambina con grandi occhi blu che non parlava, ma si esprimeva con gli occhi. La madre mi disse che a casa parlava tanto, ma con gli estranei era totalmente in silenzio. Soffriva di mutismo selettivo. COS’È IL MUTISMO SELETTIVO Il mutismo selettivo è un disturbo d’ansia che riguarda prevalentemente l’età infantile. Si caratterizza per l’incapacità del bambino di parlare in alcune situazioni sociali specifiche. Potrebbe non essere in grado di parlare, ad esempio, quando è a scuola o in una situazione in cui ci si aspetta che parli. Il bambino, tuttavia, non ha problemi a comunicare in contesti in cui si sente a proprio agio, ad esempio a casa con i genitori. Perché si possa parlare di mutismo selettivo è necessario che questo comportamento di “assenza di parola” duri almeno un mese e che non sia limitato al solo primo mese di scuola. Si tratta di bambini in cui lo sviluppo e la comprensione del linguaggio sono adeguati. Spesso questi bambini hanno paura di essere giudicati e questo li mette a disagio. Il comportamento del mutismo è infatti accompagnato da una significativa sofferenza del bambino. SINTOMI I primi sintomi sono solitamente una marcata timidezza, il rifiuto di parlare in certe situazioni e in generale comportamento schivo e riservato. Il disturbo si può riconoscere in modo chiaro solamente quando il bambino inizia a frequentare la scuola materna o primaria, dove è per la prima volta esposto a contesti esterni al nucleo familiare nei quali è richiesto l’uso del linguaggio verbale. Non si tratta di una forma di opposizione, di rifiuto nel parlare o di una sfida, quanto di una profonda ansia e sofferenza che il bambino sperimenta nei contesti sociali. Questi bambini sperimentano una forte frustrazione perché desiderano riuscire a parlare e giocare con gli amici. Il linguaggio del corpo è impacciato e goffo quando si rivolge loro attenzione, ad esempio è tipico di questi bambini voltare la testa o guardare a terra durante una conversazione, toccarsi i capelli oppure nascondersi. Molto spesso i bambini lamentano sintomi fisici quali: mal di stomaco, mal di testa, nausea, manifestazioni di pianto o di collera; con l’aumentare dell’età i sintomi si modificano in palpitazioni cardiache, svenimenti, tremori e eccessiva sudorazione.  DIAGNOSI DEL MUTISMO SELETTIVO Il primo passo da compiere per una corretta diagnosi è una valutazione cognitiva completa del bambino e l’indagine della sua storia familiare e affettiva, includendo l’analisi di fattori biologici-temperamentali. COME COMPORTARSI CON BAMBINI CHE SOFFRONO DI MUTISMO SELETTIVO? È possibile adottare alcuni accorgimenti utili al fine di diminuire il disagio sperimentato da questi bambini, come ad esempio parlare con loro senza aspettarsi una risposta istantanea, riducendo al minimo le domande incalzanti e prediligendo domande alle quali il bambino potrà rispondere non verbalmente. È buona prassi evitare di forzarlo nel parlare e astenersi dal chiedergli perché non sta parlando: questo aumenterà solo la sua ansia. Come intervenire per curare il mutismo selettivo Per riuscire a superare il disturbo è necessario che i bambini vengano sottoposti ad un trattamento psicologico. L’aspetto principale della terapia è sicuramente il coinvolgimento dei genitori: dovranno essere una parte attiva aiutando il piccolo nelle difficoltà e supportandolo dove necessario.

IL MUTISMO SELETTIVO

Che cos’è il mutismo selettivo? Da cosa può derivare? E cosa si può fare? Il mutismo selettivo è collocato, all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), nella sezione dei Disturbi d’ansia. I criteri diagnostici del mutismo selettivo sono i seguenti (DSM-5): A. Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni. B. La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale. C. La durata della condizione è di almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola). D. L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto dalla situazione sociale. E. La condizione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione (per es. disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia) e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro dell’autismo, schizofrenia o altri disturbi psicotici. Dunque, il mutismo selettivo non ha nulla a che fare con un deficit di linguaggio. Anzi, il bambino ha già sviluppato la capacità linguistica sia in produzione che in comprensione. Cosa succede allora? Perchè il bambino non riesce a parlare? Nel bambino si creano emozioni molto intense di ansia, paura, vergogna, che producono un effetto di congelamento. Il bambino non vorrebbe bloccarsi, ma proprio non riesce a parlare. Per osservare quali potrebbero essere le cause di questa difficoltà, possiamo fare riferimento ad un modello bio-psico-sociale. Esso prende in considerazione la componente genetica; caratteristiche psichiche e di temperamento; fattori ambientali, legati al contesto di apprendimento. Cosa è importante che l’adulto faccia? E’ sicuramente fondamentale accogliere le emozioni del bambino, non giudicandolo o attuando pressioni. Normalizzare ciò che il bambino fa quando lo si sente parlare in pubblico. Il vederci entusiasti potrebbe generare e amplificare la vergogna. Stimolare la produzione di forme alternative di comunicazione, come ad esempio il disegno.

Il mondo spirituale e il terreno: due bisogni umani

mondo

L’animo umano è un universo di emozioni, sensazioni e bisogni: si costruisce un mondo in cui l’aspetto terreno e quello spirituale imparano a coesistere ed interagire. Nel corso filosofi prima e psicologi poi, hanno dibattuto e disquisito riguardo alla prevalenza e all’importanza del mondo interiore e di quello esteriore. Il primo aspetto riguarda la ricerca del benessere, il proprio pensiero e ragionamento. Il concetto è strettamente collegato all’idea di Platone, circa la conoscenza e la scienza. Esse infatti servono all’uomo per capire il funzionamento del mondo reale e per sperimentarsi alla ricerca del Bene, inteso come essenza e coesistenza di tutti gli aspetti spirituali e psicologici. In effetti , è da considerarsi una tendenza verso l’infinito, in contrapposizione al terreno. D’altro canto, l’altro aspetto dell’animo umano è ciò che riguarda il mondo tangibile. L’ambiente che ci circonda, il nostro corpo sono l’altra faccia della stessa medaglia, che determina i nostri comportamenti e le relazioni umane. In linea col pensiero di Aristotele, l’individuo vive in un contesto con il quale deve interagire quotidianamente per sopravvivere e vivere. Secondo il filosofo, infatti, tutto ha forma e materia e bisogna ubbidire alle leggi che le governano. Quindi, si nasce, si cresce, ci si riproduce e si muore. Le attenzioni dell’uomo si concentrano sulla famiglia, sul lavoro, sulla casa e sul corpo. Dopo secoli di discussioni su cosa sia veramente importante per ciascun individuo, si può tranquillamente affermare che sia l’ambiente esterno e sia gli aspetti interni sono da ritenersi fattori di crescita e benessere. A tal proposito, nell’osservare la parte centrale dell’affresco di Raffaello, intitolato la Scuola di Atene, si può arrivare alla stessa conclusione. Il pittore, infatti, raffigura Platone con un dito verso l’alto e Aristotele, quasi a braccetto con il suo maestro, che invece tende il braccio verso il basso. Le figure centrali dell’affresco sono eloquenti: mente e corpo sono inseparabili. Ci sono bisogni fisici e psicologici che premono per essere soddisfatti ed entrambi possono condurre alla sensazione di benessere cui tutti aspirano.

Il modello Poliscreativa e la questione della temporalità

La temporalità negli interventi di tipo trasformativo, soprattutto quelli riguardanti i percorsi psicoterapeutici, rappresenta un aspetto che voglio evidenziare in questo articolo ed in altri che seguiranno. L’andamento, le varie velocità e i percorsi che tendono a verificarsi nei processi trasformativi sono fondamentali per il nostro approccio di arteterapeuti secondo il modello Poliscreativa. Se pensiamo alla vulgata psicoanalitica ad esempio, siamo portati ad immaginare che l’intervento trasformativo avvenga quasi in maniera esplosiva. Il termine tecnico sempre meno usato sarebbe “guarigione per abreazione”. Abbiamo parlato di vulgata perché questo tipo di andamento esplosivo si trova più nei film di Alfred Hitchcock, vagamente ispirati al modello freudiano, che nella letteratura più seria del settore. Basti pensare ai film Io ti salverò del 1945 (Titolo originale Spellbound– Incantata) e al thriller psicologico Marnie del 1964. Attualmente sia il modello psicoanalitico sia la nostra esperienza con Poliscreativa tende a privilegiare aspetti più di tipo estensivo che intensivo. Questo perché? Quando una situazione è molto, ma molto appariscente e anche molto teatrale, in realtà è qualcosa di non veramente autentico. Non che esistano le cose completamente autentiche. Infatti, qualunque cosa diciamo ha una componete teatrale che non coincide con l’esperienza stessa. Pensiamo alla parola. Quando io dico una parola, sono sia la parola che dico, sia lo spettatore, sia l’attore che la dice. In una buona comunicazione tutte queste componenti sono in una dinamica di tipo circolare. Non c’è un polo che viene privilegiato. L’ esperienza ci insegna che quando si privilegia troppo un aspetto di tipo esplosivo, molto teatrale e d’effetto, probabilmente, nel profondo della persona non c’è un aspetto veramente trasformativo. Per questo il modello Poliscreativa tende a privilegiare molto più un approccio di tipo estensivo che intensivo. Questo tipo d’impostazione proviene dal fatto che nel nostro gruppo c’è chi ha lavorato per molto tempo in campo antropologico culturale e, in particolare, in psichiatria e psicoterapia transculturale. Lo studio molto attento che è stato fatto ad esempio dei rituali esorcistici ha evidenziato in qualche modo una sorta di continuità con degli aspetti di tipo sciamanico, pur appartenendo entrambi ad universi ideologici diversi. Il nostro gruppo ha seguito e studiato per quasi 25 anni i rituali esorcistici di padre Gabriele Amorth, fondatore dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che potremmo considerare tra gli esorcisti più famosi del mondo. Sempre a proposito di vulgata, si può pensare che nell’ andamento del rituale esorcistico il manifestarsi della presenza che possiede, avvenga in maniera eclatante. In realtà, gli esorcismi di padre Amorth non avevano affatto questo tipo di andamento. A proposito di film, nulla di quello che faceva don Amorth era sovrapponibile al famoso film L’esorcista. Abbiamo scoperto che gli esorcismi di don Amorth, ad esempio, non duravano mai più di 15-20 minuti. Si svolgevano secondo un percorso che aveva una sua temporalità. La cadenza degli incontri era soprattutto bisettimanale e duravano in media dai 5 ai 7 anni, un minimo di 2 anni era necessario affinché l’esorcista avesse un minimo di efficacia, per arrivare fino a 12 anni nei casi che lui considerava cronici. Lavorando anche su certi aspetti di alcune culture sciamaniche si vede come la dimensione teatrale più eclatante fosse molto limitata. Piano piano si poteva osservare la costruzione dell’immaginario adeguato a quel determinato contesto ideologico e come l’andamento di questa costruzione avvenisse molto gradualmente. Anche nei protocolli dei colleghi che hanno studiato attentamente i rituali esorcistici ad esempio in un caso di lutto non elaborato, il paziente esorcizzato, mentre durante la fase iniziale di trans dei primi esorcismi chiamava le persone care che aveva perso, man mano che si andava strutturando il rituale esorcistico la persona parlava di satana, del diavolo e poi molto gradatamente anche questo aspetto veniva sciolto. Non devono esserci equivoci, per noi il diavolo non è altro che una delle tante possibili metafore. Quello che vogliamo sottolineare con questo discorso è come certi aspetti estremamente esplosivi e teatrali siano messi in scena in certe trasmissioni televisive volte a spettacolarizzare alcune esperienze del profondo per ottenere audience, mentre per noi è molto importante l’aspetto graduale perché riteniamo che tutto questo abbia a che fare con l’autenticità profondamente sentita, in relazione sia col profondo delle persone che con il loro contesto.

Il modello olistico in riabilitazione neuropsicologica: in ricordo di Anne-Lise Christensen

Katia Celentano, psicologa e psicoterapeuta relazionale e familiare, terapeuta EMDR. Docente in Neuropsicologia dell’età evolutiva, Scuola S p e c i a l i z z a z i o n e i n Psicoterapia CSP, Casoria (Na); Esperta in Neuropsicologia dell’età evolutiva e in Psicopatologia dell’Apprendimento. Master di I Livello in Analisi Applicata del Comportamento. Vicepresidente d e l l a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia “Lightner Witmer”. Centro di riabilitazione Associazione La Nostra Famiglia, Cava de’ Tirreni (Sa). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ero da pochi mesi laureata quando nell’agosto del 2000 ho incontrato per la pr ima vol ta Anne‐Lise Christensen nella sua casa di C o p e n a g h e n . A d e s s o l a professoressa non c’è più, è venuta a mancare l’11 Febbraio del 2018 all’età di 90 anni. Neuropsicologa, professore emerito di riabilitazione neuropsicologica all’Università di Copenaghen ed ex direttore del Center for Brain Injury Rehabilitation presso la stessa Università non è stata solo una figura centrale nella neuropsicologia danese, ma ha avuto un ruolo cruciale sia a livello nazionale che internazionale per il fecondo sviluppo della riabilitazione olistica delle persone con una lesione cerebrale acquisita. Avendo lavorato intensamente con i l neuropsicologo russo Alexander Lurija (1902-1972) presso l’Istituto d i Neurochirurgia Burdenko all’Università di Mosca, ha compreso a p p i e n o l e s u e t e o r i e s u l funzionamento del lobo frontale e sull’esistenza di aree cerebrali operanti in sinergia. La visione teorica e l’approccio olistico alla riabilitazione di queste funzioni elaborati da Lurija sono diventati d e c i s i v i p e r l a s u a v i t a ” ( * I n t e r n a t i o n a l Neuropsychological Society: www.the-ins.org/our-ins-family/anne-lisechristensen ). Mi sembra strano, a distanza di 23 anni, ripensare che così giovane ho avuto il privilegio di poter incontrare più volte la professoressa che ha s e m p r e m o s t r a t o g r a n d e motivazione a trasmettere la sua esperienza a chi si affacciava a questa professione interessandosi alla situazione della neuropsicologia e della riabilitazione in Italia e in Campania e offrendo sulla base della sua esperienza consigli concreti. Nella sua casa si respirava aria di neuropsicologia; in un salotto vi era una grande statua in ceramica dalle sembianze tribali che mi spiegò di avere ricevuto in regalo, nel corso delle sue visite in Brasile, da Lucia Wil ladino Braga (Docente di Neuroscienze e Neuropsicologia, Presidente del SARAH Network of Rehabilitation Hospitals e fondatore dei Centri di ricerca in Neuroscience a Rio de Janeiro e Brasilia), tra i fondatori di un network di centri di riabilitazione di alta specializzazione. Proprio nel giorno in cui le feci visita per la prima volta aveva a seguire invitato alcuni membri dell’equipe del centro di Copenaghen per discutere del loro contributo alla Conferenza Internazionale della Brain Injury Association che si sarebbe tenuta proprio a Brasilia a cui un gruppo di loro, lei compresa, si accingeva a partecipare. Nell’altro salotto dalla forma ad emiciclo, che guardava attraverso una grande vetrata sul giardino, erano adagiati una serie di libri, tra questi vi era un testo curato da Anna Mazzucchi (docente di Riabilitazione Neurologica presso l’Università di Parma) e altri autori dal titolo “Cervello e pittura: effetti delle lesioni cerebrali sul linguaggio pittorico” (1994). Insomma stare nella sua casa era come muoversi in un museo della neuropsicologia e della riabilitazione che conteneva il passato ma che guardava anche al futuro. Nel 2001 la professoressa Christensen è venuta lei a Napoli per una settimana come o s p i t e dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania. Ha apprezzato molto questa terra e la nostra ospitalità, mostrando una grande capacità di cogliere tutti gli aspetti della comunicazione verbale e non-verbale, sua grande peculiarità che la rendeva un clinico particolarmente raffinato. In questa sua permanenza abbiamo organizzato anche un incontro con il professore Dario Grossi nell’ambito di un convegno tenutosi presso i l Complesso Monumentale del Belvedere San Leucio. Successivamente anche io nel 2002 ho potuto effettuare grazie alla sua presentazione uno stage nel Center for Brain Injury Rehabilitation da lei fondato e poi nel Department of Neurorehabilitation, TBI Unit (Copenhagen University Hospital, Rigshospitalet, Hvidovre, Denmark), dove ho potuto toccare con mano la modalità con cui lavorano in equipe i colleghi psicologi (specializzati in neuropsicologia e/o in psicoterapia), i medici, gli insegnanti, i fisioterapisti, i terapist i occupazional i e i logopedisti che utilizzano l’approccio olistico. La cosa che più mi ha colpito è stata la grande attenzione alla dimensione della vita concreta e quotidiana della persona che va aiutata a recuperare una propria adattabilità all’ambiente, quindi sono considerate parti intrinseche del progetto riabilitativo la necessità di visitare i luoghi (ad es. la casa, il posto di lavoro per capire se sono necessarie delle modifiche) e la conoscenza degli amici e dei parenti del paziente per individuare coloro che possono spiegare la personalità premorbosa e supportarne i l reinserimento nel contesto sociale. L’altro aspetto fondamentale mi è parso l’atteggiamento fortemente paritario dei ruoli professionali che all’ospedale di Hvidovre secondo me r a g g i u n g e v a l ’ a p i c e n e l l a consuetudine del venerdì di incontrarsi prima al mattino nella sala riunioni per fare colazione insieme con i dolci offerti a turno da un membro dello staff (il massimo della circolarità!). A distanza di alcuni anni, nel maggio del 2011, la professoressa è stata di nuovo a Napoli, ospite della Scuola Campana di Neuropsicologia “Lightner Witmer” (SCNp), dove ha tenuto delle lezioni sull’approccio o l i s t i c o , e ha i n c o n t r a

IL MODELLO DEI BIG FIVE E LE SUE APPLICAZIONI

il modello dei big five

Il modello dei Big Five è largamente utilizzato nei contesti in cui è importante fare delle previsioni rispetto al comportamento delle persone in diversi ambiti di vita. Questo modello sostiene che la personalità sia costituita da cinque fattori di base. Essi sono: Estroversione: riflette il grado in cui una persona è socievole, assertiva, e orientata verso gli altri Nevroticismo: si riferisce a come le persone reagiscono di fronte alle situazioni stressanti Amicalità: riflette la capacità di stabilire relazioni con gli altri Coscienziosità: identifica la tendenza alla pianificazione, alla persistenza e allo sforzo per raggiungere degli obiettivi Apertura mentale: riflette l’apertura mentale di una persona a nuove idee, esperienze e culture VEDIAMO ORA ALCUNE APPLICAZIONI DEL MODELLO DEI BIG FIVE Il modello dei Cinque fattori è largamente usato come strumento predittivo del livello di prestazione lavorativa degli individui. Un elevato livello di coscienziosità e un basso livello di nevroticismo sono i tratti che sembrano essere più predittivi di una prestazione lavorativa positiva. Alcuni studi suggeriscono anche che il livello di estroversione sia connesso positivamente al grado di coinvolgimento e partecipazione in quelle posizioni in cui è richiesta una grande interazione sociale. Ad esempio è il caso delle posizioni commerciali e del management. 2. Un altro ambito di studi molto sviluppato è quello relativo al legame tra i cinque fattori e la salute. Emerge che le persone con un elevato livello di coscienziosità sono coloro che vivono più a lungo. Questo perché tendono a mettere in atto una serie di comportamenti che promuovono e salvaguardano la propria salute, evitando di incorrere in comportamenti nocivi e lesivi. Ad esempio: tendono a seguire una dieta sana, a fare esercizio fisico… 3. Infine, un’altra particolare modalità attraverso cui il modello dei Big Five trova applicazione è il marketing. I cinque fattori possono anche essere usati per identificare le caratteristiche che definiscono una marca o un prodotto e, dunque, ottenere un profilo della personalità del brand. In questo caso, l’intento è indagare le reazioni e i legami che stanno alla base del rapporto tra prodotti e consumatori. Una marca percepita positivamente aumenta la propensione all’acquisto da parte degli stessi consumatori. La percezione che i consumatori hanno di una marca è un elemento molto importante perché fornisce a chi si occupa di pubblicità alcune indicazioni preziose relative alle caratteristiche su cui far leva nelle proprie pubblicità. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia

Il Metodo Psicoanalitico

Il metodo psicoanalitico è un metodo che trae origine dagli studi Freudiani sull’Isteria, condotti attraverso l’ipnosi, quindi Freud si rende conto che gettare un paziente in uno stato ipnotico facilita l’accesso a dei contenuti rimossi. Tuttavia l’ipnosi fallisce nel momento in cui il paziente che si sveglia dallo stato ipnotico non ricorda ciò che ha raccontato, dunque è un patrimonio che diviene di esclusiva conoscenza del terapeuta.  ciò che conta invece è che sia il paziente a passare attraverso le proprie esperienze e a rivisitarle grazie ad una sorta di guida nel proprio inconscio, che è appunto realizzata dalla presenza dell’analista e dei suoi interventi sporadici.  La tecnica psicoanalitica, prende alcuni spunti da quella ipnotica, per esempio, l’assetto del paziente disteso in una condizione quanto più possibile priva di stimoli esterni. Le caratteristiche della tecnica psicoanalitica sono tante dunque è pressoché impossibile poterne parlare, ci soffermiamo su due punti, una è la regola fondamentale della psicoanalisi che è appunto la regola delle libere associazioni e l’altra è il setting, Quando si stabilisce un contratto con un paziente che è venuto in consultazione, si decide con lui di avviare il trattamento analitico  e si formula un contratto, che prevede un certo numero di sedute per settimana 3, 4, 2, dipende dalla situazione e dalle possibilità effettive e concrete sia dell’analista e sia del paziente, e si formula la regola fondamentale cioè l’analista comunica al  paziente che l’unica cosa che deve fare è cercare di parlare liberamente di tutto ciò che gli passa per la mente  Questo è sostenuto in particolare da un atteggiamento dell’analista che sospende il proprio giudizio cioè non giudica ciò che il paziente dice, ma cerca di analizzarlo e di coglierne aspetti che magari sfuggono all’attenzione del paziente.  Così ovviamente le libere associazioni non sono libere, sono solo apparentemente libere, cioè sono libere rispetto al punto di vista cosciente del paziente, cioè due pensieri in sequenza sono tra loro collegati. Lì dove non dovesse essere così questo nesso associativo se non è evidentemente logico, cosciente, razionale, vuol dire che i due pensieri hanno un legame che affonda nell’inconscio, ed è su questo legame che può intervenire l’analista con la sua interpretazione.  ecco perché è così fondamentale la regola delle libere associazioni ciò che gli analisti colgono nel discorso del paziente è appunto questa sorta di sottotraccia inconscia che lega tra loro elementi che apparentemente non hanno motivo per essere legati  questo attiene diciamo all’ indicazione data al paziente, l’analista per canto suo, si fa invece garante del mantenimento e della stabilità del setting, cioè la possibilità di tenere un contenitore fermo. La costruzione di un setting, di una cornice all’interno della quale può avvenire di tutto appunto c’è una libertà ci sono le libere associazioni, il paziente è libero di fare e di dire ciò che gli pare, ma affinché si possa analizzare ciò che il paziente dice e considerarlo come qualcosa che proviene dal paziente si deve evitare di mettere qualcosa dell’analista nel setting, che deve restare il più possibile invariato.

Il metaverso e un approccio equilibrato ad esso

metaverso

Negli ultimi anni, l’avvento del metaverso è diventato argomento di discussione e di curiosità in diverse discipline, sia scientifiche che umanistiche. L’utilizzo costante di internet ha fatto sì che si sviluppasse la possibilità di creare una realtà virtuale o aumentata, fruibile da tutti e con avatar con caratteristiche a scelta. I sostenitori del metaverso lo considerano come una vantaggiosa opportunità per vivere una realtà alternativa o parallela alla propria. L’utente costruisce un personaggio, che svolge la propria vita, stabilisce relazioni sociali, si crea una famiglia e lavora, realizza degli spazi che mette a disposizione anche degli altri. Tutto questo determina un’esperienza immersiva di condivisione di spazi e luoghi, ovviamente di tipo esclusivamente virtuali. Il metaverso è quindi considerato un “luogo” che garantisce relazioni sociali, mediante la connessione; uno spazio di condivisione in cui non esistono distanze. In effetti, le potenzialità offerte dalla rete e dal suo utilizzo, hanno un rovescio della medaglia, soprattutto se si pensa agli effetti psicologici sull’essere umano. In primis, la possibilità di creare personaggi dall’espetto gradevole, perfetto e talvolta poco realistico, determina una minaccia alla propria autostima. Il mondo creato, dove tutti ostentano pregi e non hanno difetti, determina l’eventualità di vivere poi il proprio corpo e la propria personalità con disagio. Dal punto di vista della socializzazione, i potenziali effetti negativi possono essere ricercati, quindi, nell’illusione di avere tanti amici. Il sentire l’esigenza di dover passare molto tempo nel metaverso, privilegiandolo e a discapito della vita reale, diventa un campanello di allarme e di riflessione. Spesso, quando la propria vita, fatta di contatti fisici e emozioni, non è più soddisfacente, si tende a ricercare un altrove, che possa nuovamente farci sentire bene. Il metaverso è utile se lo si considera opportunamente un prolungamento della realtà vissuta e non un rifugio confortevole o un’alternativa ad essa.