Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.
Il Regno Unito verso il divieto dei social media per gli under 16: una svolta destinata a fare scuola?

Dopo l’Australia, anche il Regno Unito sembra pronto a intraprendere una strada che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: limitare drasticamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Negli ultimi mesi il dibattito britannico si è intensificato, spinto dalle preoccupazioni di genitori, insegnanti, esperti e rappresentanti politici. A Londra, il sindaco Sadiq Khan si è espresso a favore di misure più severe per proteggere i giovani dall’uso precoce delle piattaforme social, mentre il governo continua a discutere possibili interventi normativi che potrebbero modificare profondamente il rapporto tra adolescenti e tecnologia. La questione non riguarda soltanto il Regno Unito. Sempre più Paesi stanno osservando con attenzione ciò che accade oltremanica, chiedendosi se sia arrivato il momento di intervenire in modo deciso su un fenomeno che, fino ad oggi, è stato affidato principalmente alla responsabilità delle famiglie e delle stesse piattaforme digitali. L’esempio australiano Per comprendere ciò che sta accadendo nel Regno Unito bisogna guardare all’Australia. Nel 2024 il governo australiano ha approvato una delle normative più restrittive al mondo in materia di social media, introducendo il divieto di utilizzo delle principali piattaforme per i minori di 16 anni. La misura è stata presentata come una risposta alla crescente preoccupazione per gli effetti dell’esposizione digitale sui più giovani e ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Per la prima volta un Paese occidentale ha scelto di affrontare il problema non limitandosi a campagne di sensibilizzazione o a raccomandazioni educative, ma attraverso una vera e propria regolamentazione dell’accesso. Da quel momento il dibattito si è esteso ad altri contesti nazionali. Francia, Norvegia e Regno Unito hanno iniziato a discutere soluzioni simili, segno che il tema è ormai diventato una priorità politica oltre che educativa. Perché proprio adesso? Ciò che colpisce è il cambiamento di prospettiva. Per anni i social media sono stati raccontati soprattutto come strumenti di innovazione, connessione e partecipazione. Oggi, invece, il discorso pubblico sembra essersi spostato verso la protezione e la prevenzione. Nel Regno Unito questo cambio di paradigma è stato favorito anche dall’entrata in vigore dell’Online Safety Act, una delle normative più ambiziose in Europa sul controllo dei contenuti online e sulla responsabilità delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice: se internet è diventato uno spazio centrale nella vita dei minori, allora le aziende tecnologiche devono assumersi responsabilità simili a quelle richieste ad altri soggetti che operano in contesti frequentati da bambini e adolescenti. È un cambiamento culturale importante. Per la prima volta non si chiede soltanto ai ragazzi di utilizzare meglio i social, ma si domanda alle piattaforme di ripensare il modo in cui questi strumenti vengono progettati e resi accessibili. Un dibattito che divide Naturalmente non mancano le critiche. Molti osservatori sottolineano che vietare l’accesso ai social media potrebbe non eliminare il problema. Gli adolescenti, da sempre, trovano modi creativi per aggirare regole e restrizioni. Inoltre, resta aperta la questione della verifica dell’età, che richiede sistemi tecnologici complessi e solleva interrogativi sulla privacy. Altri evidenziano che il rischio è quello di concentrarsi esclusivamente sui social media, trascurando fattori più ampi che influenzano il benessere delle nuove generazioni: la pressione scolastica, l’incertezza economica, la solitudine, le difficoltà relazionali e la trasformazione delle comunità educative. Come ho già approfondito in precedenti articoli e video, il rapporto tra adolescenti e social network non può essere ridotto a una semplice relazione causa-effetto. Le piattaforme possono amplificare alcuni problemi esistenti, ma raramente ne rappresentano l’unica origine. Per questo motivo il dibattito attuale appare particolarmente interessante: non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui le società contemporanee scelgono di proteggere l’infanzia e l’adolescenza. Una questione generazionale Dietro la discussione sui social media emerge anche una questione più profonda: il rapporto tra generazioni. Molti degli adulti che oggi propongono restrizioni sono cresciuti in un mondo analogico e hanno assistito all’arrivo delle piattaforme digitali da osservatori esterni. Gli adolescenti di oggi, invece, non hanno mai conosciuto una realtà senza smartphone, notifiche e social network. Questa differenza di esperienza rende spesso difficile il dialogo. Da una parte vi sono adulti preoccupati per i rischi della rete; dall’altra ragazzi che percepiscono i social come una componente naturale della propria vita quotidiana. Il rischio è che il confronto si trasformi in uno scontro tra generazioni invece che in una riflessione condivisa sul futuro dell’ambiente digitale. Il Regno Unito come laboratorio europeo Al momento non è ancora chiaro quali misure verranno effettivamente adottate dal governo britannico e in che forma. Ciò che appare evidente, però, è che il Regno Unito sta diventando un laboratorio di osservazione per tutta l’Europa. Se dovessero essere introdotte limitazioni significative all’accesso dei minori ai social media, altri Paesi potrebbero seguire lo stesso percorso. In questo senso, la questione supera i confini britannici. Non si tratta soltanto di decidere se un quindicenne possa aprire un account su TikTok o Instagram. Si tratta di stabilire quale ruolo debbano avere le piattaforme digitali nella crescita delle nuove generazioni e fino a che punto gli Stati possano intervenire per regolamentarle. La sensazione è che siamo soltanto all’inizio di un cambiamento più ampio. Dopo anni in cui la tecnologia è stata considerata quasi inevitabile, diversi governi stanno iniziando a chiedersi non solo cosa sia possibile fare online, ma anche cosa sia opportuno permettere. E il Regno Unito potrebbe essere il prossimo Paese a trasformare questa domanda in una legge. Fonti
Il Rapporto di Fratellanza: Un Legame Unico e Complesso

Il rapporto tra fratelli è uno dei legami più duraturi e complessi che una persona possa sperimentare nel corso della vita. Dal momento della nascita, i fratelli condividono un ambiente familiare comune, che li influenza in modo significativo, modellando le loro personalità, i loro valori e le loro esperienze di vita. Questo rapporto, che può essere caratterizzato da affetto, rivalità, competizione, ma anche da complicità e sostegno reciproco, svolge un ruolo cruciale nello sviluppo emotivo e psicologico di un individuo. L’importanza del legame fraterno nell’infanziaDurante l’infanzia, i fratelli sono spesso i primi compagni di gioco e i primi con cui sperimentare l’apprendimento sociale. Attraverso i loro interazioni, i bambini imparano a condividere, negoziare, competere e risolvere i conflitti. Queste prime esperienze sociali sono fondamentali per lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali. I fratelli fungono anche da modelli di comportamento, influenzandosi a vicenda nel modo di affrontare le sfide e le difficoltà. Inoltre, il legame fraterno può rappresentare una fonte di sicurezza emotiva. In situazioni di stress o cambiamento, come il divorzio dei genitori o un trasloco, i fratelli possono fornire un sostegno reciproco, aiutandosi a vicenda a navigare attraverso le difficoltà. Questo senso di appartenenza e di comprensione reciproca può creare una connessione emotiva profonda che dura nel tempo. Rivalità e competizione: aspetti inevitabili del rapporto fraternoUno degli aspetti più noti del rapporto fraterno è la rivalità. La competizione tra fratelli è spesso vista come un elemento naturale della dinamica familiare, derivante dal desiderio di ottenere l’attenzione e l’approvazione dei genitori. Sebbene questa rivalità possa essere fonte di conflitti e tensioni, essa può anche stimolare lo sviluppo personale, incoraggiando i fratelli a migliorarsi e a trovare il proprio spazio individuale. Tuttavia, è importante che i genitori gestiscano la rivalità in modo costruttivo, evitando favoritismi o confronti diretti tra i figli. Favorire un ambiente di equità e rispetto reciproco aiuta a prevenire che la competizione sfoci in ostilità o in sentimenti di inferiorità che possono perdurare nell’età adulta. Il rapporto fraterno nell’età adultaCon il passare degli anni, il rapporto tra fratelli evolve. Mentre nell’infanzia e nell’adolescenza il legame può essere caratterizzato da una maggiore vicinanza fisica e frequenza di interazioni, nell’età adulta i fratelli possono vivere vite separate, con meno contatti quotidiani. Tuttavia, la qualità del rapporto non diminuisce necessariamente. Al contrario, può diventare più maturo e significativo. Gli adulti spesso riscoprono il valore del legame fraterno quando affrontano eventi significativi come la malattia di un genitore, la nascita dei propri figli o altre sfide della vita. In queste circostanze, i fratelli possono offrire un sostegno unico, basato su una comprensione condivisa delle radici familiari e delle esperienze passate. Affrontare le difficoltà nel rapporto fraternoCome in qualsiasi relazione, anche nel rapporto tra fratelli possono sorgere problemi. Vecchi rancori, incomprensioni o differenze di valori possono creare distanze emotive. È fondamentale affrontare queste difficoltà con apertura e volontà di comunicare. Il dialogo sincero e il perdono sono strumenti essenziali per superare i conflitti e ristabilire un legame sano e positivo. In alcuni casi, potrebbe essere utile il supporto di un terapeuta familiare, soprattutto quando i conflitti sono profondamente radicati o quando si è verificata una rottura nella relazione. La terapia può offrire uno spazio sicuro per esprimere emozioni, comprendere le dinamiche sottostanti e lavorare verso una riconciliazione. ConclusioneIl rapporto di fratellanza è un legame unico, caratterizzato da una combinazione di affetto, rivalità, comprensione e sostegno. È un rapporto che evolve nel tempo, ma che può rimanere una fonte di sicurezza e stabilità emotiva per tutta la vita. Coltivare questo legame con empatia, rispetto e apertura è fondamentale per mantenere una relazione fraterna sana e arricchente, capace di accompagnare e sostenere i fratelli lungo il percorso della vita.
Il rapporto con l’altro: così cambiamo il battito del cuore di chi incontriamo

Le nostre azioni hanno effetto sulla mente, ma anche sul corpo delle persone con cui interagiamo. E viceversa. Qual è l’effetto fisico delle nostre emozioni, azioni e parole sugli altri? Pensate al tuffo al cuore quando incontriamo qualcuno di cui siamo innamorati. La presenza di quella persona ha un potente effetto fisico su di noi e, viceversa, noi lo abbiamo sugli altri. Gli studi provano come vivere insieme, interagire, cooperare, abbia un preciso effetto sulla regolazione dei nostri bilanci corporei, vale a dire ii modo in cui il nostro cervello gestisce le risorse del nostro corpo, durante tutta la vita. Un po’ come se fossero conti bancari, ogni giorno effettuiamo depositi e prelievi nel conto corrente corporeo di altre persone, così come gli altri lo fanno con noi. Questo contribuisce alla struttura e al mantenimento della funzionalità del nostro cervello, che regola le funzioni del corpo: gli effetti di questa co-regolamentazione si possono concretamente misurare. Quando siamo con qualcuno di caro, il nostro respiro può sincronizzarsi, così come il battito del cuore: una connessione fisica che avviene tra i neonati e chi li accudisce, ma facilmente riscontrabile in molte situazioni di condivisione anche in età adulta, come ad esempio tra persone che cantano insieme in un coro. Quando alziamo o abbassiamo la voce, o cambiamo espressione, influenziamo continuamente ciò che accade all’interno del corpo degli altri: le nostre azioni, espressioni, parole, hanno effetti percepibili sulla frequenza cardiaca e persino sulle sostanze chimiche trasportate nel flusso sanguigno del nostro interlocutore. Il beneficio delle relazioni positive è noto da tempo: si vive più a lungo se si hanno rapporti duraturi con persone significative, come avviene nelle coppie che funzionano, nelle amicizie strette o anche nei rapporti con gli animali da compagnia. Ma ci sono situazioni in cui questa co-regolamentazione ha un costo elevato. Noi regoliamo noi stessi e gli altri anche attraverso le parole: una parola dolce può calmare, mentre una parola dura o aggressiva può allertare il nostro sistema di predizione di una minaccia, di un pericolo, e inondare il flusso sanguigno con ormoni che ci predispongono alla lotta o alla fuga, utilizzando preziose risorse dal nostro bilancio corporeo. Pensiamo al potere di un messaggio ricevuto sul cellulare, anche da migliaia di chilometri di distanza: non possiamo sentire la voce, né vedere l’espressione di chi lo manda, ma il nostro rapporto con il mittente e il contenuto del messaggio, positivo o negativo, cambia il nostro battito del cuore e il nostro metabolismo. Il potere delle parole non è metaforico: è un meccanismo fisico che trova spiegazione nel nostro cervello. Molte regioni del cervello che processano il linguaggio sono anche responsabili del controllo e del funzionamento di organi e sistemi vitali. Regolano l’apporto di glucosio e le sostanze chimiche che determinano le nostre difese immunitarie. Avviene anche negli animali: i neuroni che rendono possibile il canto degli uccelli, sono implicati anche nella regolazione di organi vitali. Quindi: le parole sono veri e propri strumenti di regolazione dei corpi umani, lo constatiamo anche dalla terapia psicologica e dagli effetti che ha sul benessere delle persone. Allo stesso modo, le parole possono provocare danni a lungo termine, quando una persona è esposta per tanto tempo al rifiuto sociale e all’aggressione verbale. Abbiamo un grande potere sugli altri e gli altri su di noi: più approfondiamo le conoscenze, più possiamo utilizzarlo nella direzione giusta. A partire dai comportamenti quotidiani: conservare un buon conto in banca, di riserve corporee e psicologiche, dipende anche dalla ricchezza di chi ci sta vicino. E conviene a tutti alimentarla, reciprocamente.
Il rapporto con il cibo e le diverse problematiche esistenti

Disturbi alimentari in adolescenza L’adolescenza è un periodo davvero complicato, un periodo nel quale possono emergere diverse patologie. L’attenzione per l’estetica è fondamentale in adolescenza ed oggi i media rimandano l’importanza della magrezza e della bellezza come aspetto di vita fondamentale. Unificarsi al gruppo, essere come gli altri rassicura la propria identità che è in formazione in questa fase di vita. I disturbi alimentari spesso emergono in adolescenza proprio per questi motivi. Binge eating disorder L’anoressia o la bulimia sono affiancate ormai da tempo al disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Quest’ultimo consiste in abbuffate ricorrenti e compulsive che suscitano sofferenza e disagio. L’abbuffata ha un significato psicologico simbolico: si cerca tramite il cibo di riempire un vuoto emotivo. Il cibo ha sempre rappresentato per la psicoanalisi il maggior veicolo d’amore soprattutto nella relazione con il cargiver quando si è bambini. Come sono le personalità che soffrono di disturbi alimentari Spesso la personalità che soffre di anoressia nervosa è caratterizzata da un pensiero ossessivo e rigido ed una tendenza al perfezionismo. Spesso, infatti, le persone che hanno una diagnosi di anoressia nervosa sono molto bravi a scuola o nel lavoro, negli sport e appaiono molto competitivi. Il controllo del cibo dà l’illusione di controllare la propria vita e le emozioni che spesso non si riescono a controllare. La personalità che soffre di bulimia nervosa, invece, appare più impulsiva ed instabile emotivamente. I pazienti che soffrono di binge eating disorder sembrano, invece, più insicuri e timidi, impulsivi e irascibili. La psicoterapia per i disturbi alimentari Spesso questi disturbi alimentari diventano talmente gravi che gli approcci devono essere per forza multidisciplinari. Lo psicoterapeuta deve cercare di capire le cause di questi comportamenti e non focalizzare la terapia sul disordine alimentare, lasciando al nutrizionista e agli altri specialisti tale tematica. L’aspetto medico è fondamentale visto che purtroppo si può arrivare a gravi disturbi fisici, al ricovero e in alcuni casi perfino alla morte. La psicoterapia spesso coinvolge i familiari, soprattutto se si tratta di adolescenti o bambini. A volte attraverso comportamenti disfunzionali con il cibo, i bambini vogliono comunicare ai genitori qualcosa che a parole non sanno dire. È importante, quindi, lavorare sulla famiglia e comprendere cosa stia avvenendo.
Il punto sulla Fibromialgia.

di Grazzini Emanuela e Mahony Alessandro Questo articolo vuole essere un breve ma il più chiaro possibile riassunto su cosa riteniamo sia la cosiddetta Fibromialgia in modo da permetterne una comprensione maggiore possibile per i pazienti, per i colleghi, e per gli operatori sanitari. Sia sulla base della letteratura scientifica che della nostra lunga esperienza clinica è necessario, a nostro parere, fare il punto sullo stato attuale di quella che viene attualmente chiamata “Sindrome Fibromialgica”. Ci sono infatti diverse cose da evidenziare che troppo spesso “sfuggono” per la comprensione della malattia e quindi per una corretta impostazione di una cura. La prima cosa da ricordare è che si tratta tuttora di una “non-diagnosi”; o meglio, si tratta ad oggi di una diagnosi per esclusione. Non esistono infatti marcatori biologici affidabili per tale diagnosi. Si va quindi semplicemente per esclusione. In più di vent’anni che vediamo pazienti con la “Fibromialgia” abbiamo visto molte diagnosi palesemente errate. Pazienti con insufficienti indagini diagnostiche hanno ricevuto una diagnosi di Fibromialgia pur non avendone le caratteristiche necessarie. Ma anche parallelamente pazienti che hanno ricevuto diagnosi organica con terapie inutili perché comunque non correlate ad essa. A volte la diagnosi è una diagnosi “di comodo”, nel senso che il medico non trova nulla ma alla fine, dato che il paziente porta una variegata serie di dolori e di sintomi – soprattutto porta un carico di dolore fisico molto pesante- bisogna fare una diagnosi accettabile. Non è quindi facile fare una corretta diagnosi di Fibromialgia. Diversi specialisti pur con la stessa preparazione la possono pensare in modo diametralmente opposto e confutarsi a vicenda la diagnosi nello stesso paziente. Rendendolo sempre più confuso. Abbiamo quindi da diversi anni una malattia che “non esiste”, in quanto non è tuttora organicamente dimostrabile, ma che porta notevoli dolori ovunque, non ti fa più vivere, a volte risulta invalidante e spesso nessuno ci crede. Chi non crede nell’esistenza di questa malattia dice che i pazienti soffrono di isteria, di conversione, oppure che si lamentano per attirare attenzione, o sono depressi o quant’altro. Per molti medici ancora oggi la Fibromialgia appunto “non esiste”. Chi “ci crede” invece si vorrebbe rifare a ricerche di reumatologia, di immunologia, di terapia del dolore, e perpetua tutta una serie di credenze e di opinioni dure a morire e tuttora da dimostrare, per le quali si afferma ancora che è una malattia gravissima, che non si può guarirne perché non hanno mai visto nessuno guarire, e che la si dovrà tenere per tutta la vita, alimentando un’ipotesi catastrofica sulla prognosi della malattia, non sostenuta però dalle evidenze cliniche. Riferendoci puramente alla letteratura scientifica sull’argomento, abbiamo una serie di ricerche che si smentiscono e si contraddicono tra di loro. Dobbiamo chiederci se sono state effettuate su campioni attendibili con una diagnosi – su una malattia non dimostrabile – corretta, con metodologie adeguate, con campionatura adeguata e con gruppi di controllo adeguati. Ma soprattutto chiediamoci se i pazienti sono stati ascoltati correttamente. Il modello medico purtroppo prevede un ascolto del paziente di alcuni minuti, e ulteriori controlli periodici sempre di pochi minuti forse anche non con lo stesso specialista. Il modello e il percorso psicologico/psicoterapeutico prevede invece un ascolto costante e continuativo dei sintomi e dei vissuti del paziente, con monitoraggi e follow-up mirati, per un periodo di tempo significativamente idoneo. E’ proprio la modalità psicologica che ha permesso di evidenziare le caratteristiche del paziente fibromialgico che assai difficilmente potrebbero essere rilevabili in un modello medico non esaustivo dei vissuti emotivi del paziente, e quindi non sufficientemente valutati ai fini di una comprensione eziopatologicamente significativa della malattia. Le caratteristiche fondamentali più volte evidenziate e sottolineate per una diagnosi che si rivela maggiormente utile ad un percorso terapeutico sono: 1) La presenza di dolori costanti o periodici di vario tipo con una particolare asimmetria a livello sagittale. Ad una accurata visita medica vi può anche essere asimmetricità dei riflessi, come ad esempio il riflesso patellare. 2) La presenza di una serie di sintomi legati ad una ipersensibilità ed ipereccitabilità sensoriale del Sistema Nervoso Centrale, spesso sottovalutati, che riguardano i sensi: la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto, con tutta una serie di sensazioni fisiche e psicologiche modificate e il loro impatto disregolato. 3) La presenza di problematiche psicologiche che sono effetto e non causa della sindrome fibromialgica: il fibromialgico ad esempio è spesso depresso a causa di tutto ciò che deve sopportare ogni giorno, manifesta ansia, sperimenta uno stato di continua allerta, presenta problemi di memoria, di stabilità fisica (es. vertigini), disregolazione emotiva e neurofisiologica e tanto altro. I sintomi nella loro totalità sono moltissimi, e purtroppo ci si concentra ancora troppo spesso sul sintomo “dolore”, che l’esperienza ci ha più insegnato essere soltanto la punta dell’iceberg di tutta quanta la sindrome, ed il motivo per il quale il paziente chiede aiuto. Ecco, l’errore più grande nella diagnosi e nella terapia è il considerare l’equazione fibromialgia = dolore. La fibromialgia è molto di più, e senza questa comprensione non può esistere una terapia medica. E’ a pieno titolo una Sindrome di Ipersensibilità Centrale. 4) La presenza sine qua non per la diagnosi di uno o più eventi psicotraumatici alla base è da considerarsi la causa principalmente scatenante di tutta la sintomatologia. La Sindrome Fibromialgica sembra in alcuni casi manifestare sintomi sovrapponibili alla Sindrome Post- Traumatica da Stress (PTSD), e molto di più ad eventi post-traumatici a partire dall’età evolutiva. I pazienti trattati a partire da questa fondamentale consapevolezza ottengono infatti risultati concreti nella terapia, contrariamente a molti altri approcci che non portano a dati di migliramento significativo. I traumi possono essere di diverso tipo: o unico e scatenante, generalmente molto forte ed intollerabile per chiunque (esempio il subire una guerra, il subire uno stupro, la morte di una persona cara e tanti altri), oppure una complessità di eventi emotivamente traumatici di diverso genere prolungati nel tempo (es. subire mobbing lavorativo, subire minacce continue, maltrattamenti indiretti, disorganizzazione dei ruoli in età evolutiva, vivere in
Il processo di Coping nella malattia oncologica: le diverse modalità di affrontare il cancro

di Ilenia Gregorio Per “Coping” si intende la capacità –soggettiva ed individuale- del paziente (in questo caso oncologico) di adattarsi alla condizione di malattia e di far fronte ad essa con l’utilizzo di diverse strategiepsico-adattive. La reazione del paziente alla diagnosi di cancro va considerata come una risposta ad uno shock legato alla minaccia esistenziale che il cancro, a livello simbolico, comporta. Sono state evidenziate alcune fasi caratteristiche di reazione psicologica alla malattia neoplastica a cui corrispondono specifici meccanismi di difesa, caratteristiche di personalità, e capacità di adattamento alla malattia e all’iter terapeutico. Il termine “coping”, quindi, indica le strategie cognitive, comportamentali ed emotive adoperate dalla persona per affrontare e gestire una situazione stressante, nello specifico, la malattia oncologica. Le differenti modalità comportamentali con cui una persona affronta la malattia sono definite “stili di coping” e si rivelano essere un fattore predittivo molto importante circa le possibili complicazioni psicopatologiche, la qualità della vita, le conseguenze biologiche – immunitarie e la compliance terapeutica. Tale processo di adattamento o, al contrario, di mancata aderenza agli interventi terapeutici, coinvolgono non solo il paziente e il decorso della sua malattia, ma anche il suo nucleo familiare. La malattia oncologica è infatti da considerarsi una malattia “sistemica” che influisce su tutti i membri di un nucleo familiare alterandone, in un primo momento e modificandone poi, gli equilibri preesistenti. La comunicazione della malattia tumorale rappresenta uno degli eventi più stressanti che alcune persone si trovano a dover affrontare nel corso della loro vita, un cambiamento non solo fisico ma anche mentale: cambia il modo di riconoscere e sentire il proprio corpo, cambia la percezione che si ha del mondo, del tempo, della progettualità, si modificano le relazioni sociali e interpersonali. Si tratta di una fase molto delicata e difficile sia per il paziente che per i suoi familiari: di fronte alla parola “cancro” la primissima reazione è avvertire un senso di confusione, sbandamento, un vero e proprio shock. Il cancro è una parola che evoca emozioni angoscianti, rimanda a uno scenario altamente catastrofico nell’immaginario collettivo, ma soprattutto rimanda ancora ad una “condanna a morte”. Il modo di reagire al proprio stato di salute o di malattia, così come lo sviluppo, il decorso e la prognosi stessa della malattia oncologica sono influenzati dall’interazione di diversi fattori: di tipo biologico, psicologico e sociale. Ogni paziente vive e affronta la malattia in modo soggettivo e unico: si attiva un processo di adattamento alla nuova condizione fisica, che comporta una trasformazione radicale nella vita del paziente e nella sua famiglia. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dall’ organo o dagli organi interessati e dalla loro valenza simbolica a livello di percezione corporea e dell’immagine di sè, dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla struttura di personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti. Ma vediamo quali sono i diversi stili di coping, quali differenti “atteggiamenti” si possono mettere in atto nei confronti della malattia oncologica: Atteggiamento combattivo C’è chi affronta la diagnosi e l’andamento della malattia con uno spirito da vero e proprio combattente. Si tratta di persone che tendono a vedere la malattia come una sfida e da un lato anche come una sorta di “opportunità”. Tendono a mettere in atto risposte flessibili e differenziate, che favoriscono una visione più positiva dell’evento senza sottovalutare il pericolo potenziale. Questo stile è associato a una minore sofferenza psicologica, una sensazione di controllo personale sul proprio stato di salute, maggior aderenza alle terapie e un decorso più favorevole della malattia. Atteggiamento fatalista Persone con un atteggiamento fatalista considerano la malattia come qualcosa di “programmato” dal destino e quindi percepiscono di avere scarso controllo sugli eventi. Presentano rassegnazione e accettazione e in genere manifestano bassi livelli di ansia e depressione. Solitamente a questo tipo di atteggiamento è associato un pensiero “magico-punitivo” strettamente legato ad una sorta di meccanismo che rimanda a “Premi e Punizioni”: mi è capitata la malattia perchè ho fatto qualcosa di male (punizione), guarirò se mi comporto bene (premio). Atteggiamento ansioso Alcuni invece tendono ad affrontare la malattia oncologica con un atteggiamento che è definito preoccupazione ansiosa. L’elevata quota di ansia e paura fa sì che il tumore divenga il centro della vita della persona e catalizzi tutte le sue energie, mentali e fisiche. Ne deriva una spasmodica richiesta di rassicurazione, anche attraverso continui controlli medici, oppure, al contrario, una fuga dalle cure perché troppo angoscianti. Atteggiamento evitante Altri ancora presentano uno stile di evitamento caratterizzato dalla continua ricerca di distrazione rispetto ai temi legati alla malattia. La persona non sente disagio in quanto pensieri e vissuti spiacevoli sono allontanati, i livelli di ansia e depressione infatti sono bassi o comunque non significativi. Questo atteggiamento si traduce con la percezione di scarso controllo personale, ridotti comportamenti attivi verso la malattia, fino a una possibile riduzione dell’aderenza ai trattamenti. Atteggiamento di disperazione Infine, alcuni reagiscono con un atteggiamento inerme e di disperazione. La malattia è vista come un evento fatale che mette a repentaglio il futuro della persona. Il paziente percepisce scarso controllo rispetto alle sue condizioni di salute e presenta sintomi marcati di ansia e depressione. Tutto questo ostacola la ricerca di aiuto e la compliance terapeutica. Il comportamento è di passività e rinuncia. Concludendo possiamo affermare che il significato attribuito alla malattia influenza lo stile di coping adottato. Questo dipende da fattori individuali quali la storia di vita, le esperienze passate, le caratteristiche di personalità, la presenza di relazioni positive di supporto. Le modalità di interpretare e affrontare la malattia oncologica sono di importanza cruciale: se le strategie attivate sono funzionali ed efficaci sarà possibile un miglior adattamento alla malattia e quest’esperienza, seppur drammatica, si inserirà in un processo di crescita personale. Al contrario, se l’evento è percepito come troppo stressante e le modalità di affrontarlo sono fallimentari e inadeguate emergeranno in seguito problematiche di natura psicopatologica aumentando
Il processo di affidamento del minore: mediare le molteplici istanze del processo

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Le famiglie separate e in conflitto, spesso, vengono all’attenzione dei giudici in quanto manifestano la loro problematicità attivando processi giudiziari lunghi e distruttivi. “Tutte le situazioni che afferiscono al canale della Legge nell’estrema diversità che le caratterizza, dicono però, a nostro avviso, di un denominatore comune. Che è per l’appunto il loro essersi rivolti alla Legge (e non alle agenzie psicosociali d’aiuto). Il significato che noi cogliamo in questa specificità è che i familiari reclamano ordine e giustizia riguardo alle loro traversie. Se li aspettano però da una norma e da un giudizio definitivo, cioè da qualcosa che è sostanzialmente esterno, proprio come “esterna” risulta a lor, nel senso di rimossa, cieca, la propria vicenda familiare. Si reclama dunque giustizia. Si tratta pertanto di un tema etico; dal giudizio pertanto ci si attende lo “scioglimento” definitivo dal disordine e dall’ingiustizia”. De Bernart, R.,Francini, G., Mazzei, D., Pappalardo L. (1999) Quando la coppia finisce, la famiglia può continuare?. In M. Andolfi (Ed), La crisi della coppia. Roma: Cortina. Lì dove è evidente una grossa conflittualità tra gli ex coniugi ed è in discussione l’affidamento del minore stesso, oppure dove sia evidente una condizione di rischio per il minore stesso, i l giudice richiede l a consulenza tecnica d’ufficio C.T.U. di un esperto, psichiatra o psicologo per effettuare particolari indagini in ambiti di conoscenza a lui estranei. La C.T.U. nei procedimenti di separazione e divorzio si colloca in un’area di intervento in cui si intrecciano categorie giuridiche e psicologiche. È una situazione dove coesistono elementi di controllo e di aiuto e dove non sempre è semplice tutelare gli interessi dei diversi membri coinvolti ed in particolare salvaguardare i legami genitoriali/generazionali. Tutelare la continuità dei legami affettivi e il diritto alla bigenitorialità è comunque il presupposto basilare per tentare di salvaguardare l’interesse del minore nei casi di separazione coniugale. Di fatto, le categorie giuridiche non consentono di spiegare la complessità delle relazioni familiari, per cui la normativa /art.61 c.p.c. prevede che il giudice possa ricorrere ad esperti in dinamiche familiari e dell’età evolutiva ogniqualvolta si renda necessario acquisire informazioni che esulano dalle sue conoscenze e richiedono specifiche competenze. Secondo quanto previsto dalla normativa, il consulente tecnico di ufficio C.T.U. nel suo incarico non ha alcun mandato terapeutico esplicito; egli, infatti, a conclusione delle indagini, è tenuto ad elaborare una relazione finale in cui rispondere ai quesiti posti dal giudice, ovvero, nella pratica indicare il regime di affidamento e regolamentare il diritto di visita del minore con il genitore non affidatario o non collocatario, e la metodologia che ha usato per svolgere il suo lavoro. Stante queste premesse potremmo individuare due livelli di azione per il C.T.U. Il primo, che possiamo definire livello esplicito, è definito dall’insieme dei vincoli procedurali in cui si inscrive l’attività peritale. Esso pone il consulente in uno spazio sospeso tra un contesto valutativo-trasformativo e un contesto giuridico-valutativo rivolto sia al giudice che alla famiglia . Il secondo, il livello implicito, in cui diversamente, il giudice chiede al C.T.U. di “risolvere” il conflitto tra coniugi, attribuendo al consulente il potere di attivare una negoziazione tra le parti. Questo per favorire eventuali accordi utili a salvaguardare i legami tra entrambi i genitori e i figli della famiglia separata. Il C.T.U. si trova nella situazione di dover dare una risposta ai quesiti posti che tenga conto della situazione familiare anche rispetto alla domanda implicita o esplicita d’aiuto. D’altra parte, concependo la diagnosi non come una serie di operazioni semplicemente finalizzate a dare un nome ad una malattia, sembra difficile, nella pratica, operare una netta distinzione tra processo terapeutico e processo diagnostico. Quest’ultimo contiene, infatti, sempre un implicito livello terapeutico esistendo una relazione molto forte tra la metodologia d’intervento utilizzata e il tipo di relazione che si instaura tra i protagonisti del processo in atto. Per cui la consulenza d’ufficio non si pone come intervento puramente diagnostico, ma rappresenta il primo passo per attivare nelle parti in causa le risorse per il superamento della loro conflittualità distruttiva e altamente negativa per i figli, attraverso una presa di coscienza delle proprie difficoltà. Laddove i l consulente riesce ad accogliere le diverse richieste implicite dei protagonisti della vicenda giudiziaria, e a porsi in una posizione meta “Dentro la relazione, fuori dalla famiglia” (De Bernart) -per interesse del minore- può evitare il rischio di colludere con la conflittualità della coppia. Così posizionandosi, non contribuisce al cronicizzarsi della patologia relazione che esporrebbe i figli ad un ulteriore scenario conflittuale. Nello stesso tempo il perito dovrebbe poter creare un tempo sospeso in cui “comprendere” la vicenda familiare. L’obiettivo è riattivare le risorse familiari per favorire la ristrutturazione delle relazioni familiari e l’evoluzione della vicenda separativa. Non si tratta di una mediazione familiare, ma di un intervento che, nell’ambito della valutazione, può cercare di incidere favorendo la riorganizzazione delle relazioni. La complessità del sistema in cui la C.T.U. si colloca pone l’intervento del consulente in una posizione difficile: •lo spazio della C.T.U. è ambiguo, sospeso tra il contesto di giudizio-valutazione e il contesto di supporto al giudice e alla famiglia perché questa possa affrontare il problema relazionale che la prova duramente; •la C.T.U. si risolverebbe o in una indicazione terapeutica, poi disattesa, oppure in un vuoto rituale che lascia le cose invariate; •il C.T.U. può colludere con la conflittualità grave della coppia contribuendo a rendere la consulenza un contesto perverso che alimenta il rancore e l’attacco distruttivo. Il rapporto che il giudice instaura con il consulente può essere difensivo e strumentale, nel senso che il giudice può usare la consulenza sia per contenere le sue ansie, sia per r imandare la responsabilità alle conclusioni emerse dalla consulenza medesima. Il ruolo del C.T.U. è quindi oggetto di ambivalenti proiezioni, nonché di grandi attese sia da parte del giudice che dei familiari. Pur non confondendo la psicoterapia con la consulenza, quest’ultima comunque può divenire uno spazio utile per capire, ma anche per intervenire. Infatti, se è vero che le conseguenze teoriche e applicative del
Il primo maggio: festa dei lavoratori

Oggi è il primo maggio, ed è ben noto, che sia il giorno della festa dei lavoratori. Sociologicamente parlando, le origini di questa ricorrenza risalgono agli inizi del ventesimo secolo. L’istituzione di una giornata internazionale dedicata ai lavoratori si rese necessaria per rivendicare dei diritti, quali la riduzione dell’orario, e soprattutto il miglioramento delle condizioni e dei salari. La nascita della festa istituita il primo maggio la si fa risalire ovviamente in seguito alla rivoluzione industriale di fine 800, che introdusse la nuova modalità di lavoro quello in fabbrica. Dal punto di vista psicologico, il lavoro assume pertanto una importanza notevole. Esso, infatti, contribuisce al benessere psicologico dell’individuo. Il lavoro, in effetti, permette la dignità ed l’uguaglianza di diritti. Si favorisce così una costruzione di un Sé efficiente e produttivo che influisce positivamente sul processo di crescita personale e professionale. Da una superficiale lettura dello stato occupazionale attuale, si evince una situazione in cui pervade uno stato di malessere sociale. Cause di questa situazione sono la crisi economica ancora in corso e gli effetti dovuti al Covid-19. La disparità tra uomini e donne, salari bassi e lavoro nero, e un alto tasso di disoccupazione, sono tuttora elementi avvilenti anche nelle società industrializzate. Ne consegue, senza dubbio, un attacco all’equilibrio psicofisico e sociale dell’individuo, che può sviluppare anche stati depressivi. Oltre all’umore, anche l’autostima e i rapporti sociali e lavorativi possono deteriorarsi, perché l’individuo vive un profondo disagio che si riflette sulla famiglia e sugli amici. Si rende necessario, quindi, creare ambienti di lavoro che permettano di mantenere basso il livello di stress e che contribuiscano al soddisfacimento, sotto tutti i punti di vista, dell’individuo. L’uomo energico, l’uomo di successo, è colui che riesce, a forza di lavoro, a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio. (cit. Sigmund Freud)
IL POTERE SEDUTTIVO DI INTERNET

Perchè è necessaria un’educazione digitale di Loredana Luise Il tema della sicurezza di ragazzi e adolescenti che navigano in rete è un tema estremamente delicato e complesso che torna purtroppo spesso alla ribalta ogni qualvolta viene diffusa qualche notizia di cronaca legata al cattivo uso che i minori fanno, in molte casi, delle nuove tecnologie e di internet in particolare. Il termine “DIGITALE” viene usato spesso come sinonimo di tecnologia, di strumenti informatici (Internet, smartphone, tablet, Pc), in realtà digitale oggi è un termine che identifica un ambiente al cui interno si sviluppano, si creano e si mantengono delle relazioni. Questo è un nodo fondamentale del rapporto minori internet che, per necessità cronologica, ricercano al di fuori della famiglia stimoli e opportunità di confronto, facendo diventare la socializzazione il motore primario della loro vita. Quindi: DIGITALE E’ UN LUOGO DI RELAZIONE Spesso incontro genitori che manifestano preoccupazione rispetto al rapporto dei loro figli con il digitale, al punto di vietarne totalmente l’accesso; altri invece attribuiscono sufficiente fiducia ai figli e alla loro capacità di esplorare questo “nuovo” mondo lasciandoli da soli a gestirne l’utilizzo; altri ancora che consapevoli dei rischi e dei mille pericoli cercano di informarsi e di seguire le molte indicazioni che provengono da diverse fonti di informazione ma il dubbio che assale la maggior parte di loro è capire quale sia il giusto atteggiamento da un punto di vista educativo nei confronti del rapporto digitale e minori. Innanzitutto mi preme sottolineare che il web non va assolutamente demonizzato. LA TECNOLOGIA NON E’ POSITIVA O NEGATIVA in assoluto ma dipende da tanti fattori tra cui il MODO e il CONTESTO IN CUI LA SI UTILIZZA, e dai FATTORI DI PERSONALITA’ dei suoi fruitori ecc. Le opportunità fornite dall’uso di internet in termini di sviluppo cerebrale, personale e di apprendimenti in genere, sono documentate in diverse ricerche. Le App di apprendimento sono strumenti utilissimi non solo per l’acquisizione di nuovi contenuti ma anche di stimolazione e consolidamento. Alcuni studi hanno evidenziato ad esempio che i tanto demonizzati videogiochi sono in grado di stimolare abilità cognitive importanti e utili allo sviluppo cerebrale. Ad esempio in uno studio pubblicato sulla rivista Nature è stato evidenziato che dopo soli dieci giorni di gioco a “Medal of Honor”, i soggetti testati mostravano un drastico aumento dell’attenzione visiva e della memoria (Green &Bavelier, 2003). Le nuove tecnologie, come qualsiasi altra spinta cognitiva esterna, rappresentano inoltre anche per noi adulti una vera e propria fonte di attivazione della plasticità neuronale. Si parla molto oggi in neuroscienze di quanto sia importante stimolare il nostro cervello attraverso attività diversificate e inconsuete, in modo da salvaguardarsi dalla precoce degenerazione dei neuroni stessi e delle loro connessioni: in questo senso internet rappresenta anche per noi adulti un continuo esercizio di plasticità che ci salvaguardia dall’invecchiamento cerebrale precoce. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione, rispetto alla relazione tra digitale e crescita, e’ quello non trascurabile dello sviluppo della personalitàche passa, per necessità cronologica, anche dal sempre maggiore bisogno di confronto con i pari. Nel 2022 i pari corrispondo anche al web e alle relazioni che vi si instaurano al suo interno, sia che siano noti, sconosciuti, vicini o lontani. Le piattaforme Social inoltre, offrono la possibilità di creare diversi sé possibili e se queste occasioni vengono utilizzate correttamente possono attivare un processo di arricchimento personale molto importante. Mentire in rete su chi si è realmente è facilissimo così come lo è la possibilità di costruirsi identità fasulle. A questo punto a livello di costruzione della personalità il rischio qual è con gli adolescenti? Probabilmente il rischio più grande è che alla fine i ragazzi non sappiano chi siano veramente e chi vogliano realmente diventare. Mi è capitato d’incontrare ragazzi con un numero indefinito di profili Instagram nei quali si presentavano con età diverse, identità sessuali definite o indefinite alla ricerca di capire quale immagine di loro potesse compiacere maggiormente il loro ego e il loro smodato bisogno di riconoscimento altrui. Il profilo che riceve più approvazioni solitamente è quello in cui si riconoscono temporaneamente ma che verrà presto sostituito da una nuova sperimentazione di sé possibile in tempi brevi. Altro aspetto da non sottovalutare è che il cervello dei bambini e degli adolescenti è funzionalmente e strutturalmente diverso da quello degli adulti. Le aree frontali del cervello, che nell’adulto governano le funzioni esecutive e i processi decisionali, completano la loro maturazione solo dopo i 20 anni. Queste aree sono deputate al ruolo di mediazione tra la spinta emotiva e la risposta comportamentale e da questo si spiega l’impulsività che caratterizza i bambini e gli adolescenti e la loro difficoltà a pianificare e progettare razionalmente. Tradotto in termini pratici vuol dire che riuscire a controllare l’impulsività della risposta, e pensare alle conseguenze del loro comportamento, è un’abilità che non si sviluppa completamente prima dei 20 anni. Quindi quando i ragazzi chattano, navigano o si scambiano opinioni all’interno dei “forum virtuali” o durante le sessioni di gioco online sono impulsivi quanto lo eravamo noi nei cortili o per strada alla loro età, con l’aggravante di essere in internet con un bacino d’utenza più ampio e lo spettro di molteplici pericoli virtuali che potrebbero divenire emotivamente reali. Ragazzi che si insultano durante le sessioni di gioco, che maltrattano pubblicamente gli altri sono frutto di questa scarsa capacità di autocontrollo che li governa e dell’errata percezione di anonimato assoluto e assenza di regole. Quando un genitore mi dice che si fida ciecamente del proprio figlio perché è assolutamente responsabile, io gli rammento sempre che purtroppo il suo cervello non è ancora pronto a essere sempre così infallibile e re DA DOVE ARRIVA IL POTERE SEDUTTIVO DELLA TECNOLOGIA? La seduzione arriva sopratutto dalla novità di stimoli che vengono percepiti dal rapporto con questo nuovo mondo esterno, poi dalla “trasgressione” nel frequentare stili di comunicazione così lontani da quelli degli adulti che sono capaci di regalare vere e proprie esperienze di emancipazione generazionale. ESSERE FINALMENTE CIO’ CHE SI VUOLE LONTANO DAL MONDO DEGLI ADULTI con un linguaggio tutto nuovo che