Il giovane adulto e la sua famiglia

giovane adulto

Oggigiorno, l’uscita dalla famiglia è sempre più ritardata. Per motivi di studio o lavorativi, la permanenza del giovane adulto con i suoi genitori è prolungata nel tempo. Questa fase evolutiva del ciclo naturale della famiglia può avere aspetti vantaggiosi: se il giovane adulto resta in famiglia per un periodo transitorio, allora si ha la possibilità di sperimentare ed inserire al meglio nei diversi contesti sociali. La famiglia quindi dovrebbe essere considerata come trampolino di lancio per i propri figli. In contesti funzionali, i genitori facilitano il processo di separazione fisica e psicologica dei loro figli ormai adulti e reinvestono le loro attenzioni su se stessi e sulla coppia. In questo processo l’impegno del giovane è quello di costruirsi e consolidare una vita effettiva e lavorativa autonoma. D’altro canto i genitori devono accettare l’adultità dei figli rinegoziando la relazione con loro. E’ necessario creare adesso un rapporto alla pari tra adulti responsabili ed individualizzati. In Italia, il fenomeno dei mammoni è in forte crescita e le cause possono dipendere da fattori esterni, come un mancato inserimento lavorativo. Allo stesso tempo ci possono essere anche fattori familiari. In questa famiglia, la provvisorietà del rimanere ancora in casa con i genitori è spesso alimentata da accordi impliciti su entrambi i fronti. I genitori da un lato incoraggiano questo stato di impasse, con atteggiamento complice. Spesso i genitori sentono ancora forte il desiderio di accudimento e cura del figlio, non considerandolo adulto. Altri ancora vivono la solitudine in maniera depressiva cosicché da far “intenerire” il proprio figlio. L’uscita del figlio dalla famiglia si realizza solo se tutto il sistema familiare ridefinisce confini e relazioni in modo evolutivo.

Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery

Il Ghosting: il fenomeno della (non)comunicazione tra i giovani

Ghosting comunicazione giovani

Il Ghosting rappresenta l’ultima frontiera della non comunicazione tra i giovani.Negli ultimi vent’anni le nuove tecnologie hanno trasformato i tradizionali canali e modelli di comunicazione. I social networks e le app di messagistica istantanea vengono utilizzate quotidianamente per interagire, rendendo questo processo molto più agile e veloce. Oltre agli strumenti, è cambiato il modo di vivere e gestire la comunicazione e i rapporti interpersonali. Il Gosthing ne è un chiaro esempio. Si tratta di un fenomeno emergente e dilagante soprattutto tra i giovani, che consiste nell’interrompere bruscamente frequentazioni, rapporti amorosi o di amicizia e scomparire senza dare alcuna spiegazione. Nel Gosthing la persona sparisce nel nulla, avvolta nel silenzio proprio come un fantasma, lasciando la vittima impotente e in sospeso. Le conseguenze per i “ghostati” sono devastanti: questa forma di rifiuto sociale è in grado di scatenare nel nostro cervello reazioni analoghe a quando si prova dolore fisico.Sul tema sono stati condotti diversi studi che si sono concentrati sull’aspetto psicologico del dolore da “gosthing”; sul ruolo dei social media nel fenomeno del ghosting e sul profilo del ghoster. In sintesi ciò che rende il Ghostig così crudele e difficile da gestire è l’assenza di una conclusione, oltre che di una spiegazione. La comunicazione interrotta con il partner e la mancata chiusura della relazione generano insicurezza e minano l’autostima e l’auto percezione del proprio valore sociale. Qual è il profilo del Ghoster? Un recente studio dell’Università degli Studi di Padova ha indagato la correlazione tra Ghosting e la “triade oscura della personalità” caratterizzata da psicopatia, machiavellismo e narcisismo. Dalla ricerca è emerso che i “Ghosters” sono più machiavellici e psicopatici rispetto a chi non ha mai fatto Ghosting. Tuttavia questa evidenza non costituisce una regola e non tutti i ghosters presentano un alto livello di triade oscura.

Il Genogramma Familiare

Il genogramma familiare è uno speciale albero genealogico che oltre a rappresentare graficamente le relazioni di parentela tra i componenti di una famiglia su almeno tre generazioni, viene completato con la narrazione che il paziente fa delle relazioni tra i soggetti rappresentati. Il genogramma ci aiuta a ricostruire l’evoluzione storica della famiglia nel tempo, connettendo tra loro gli eventi significativi. Lo studio del genogramma mette in primo piano la ciclicità con cui i modelli familiari si trasmettono nel tempo.  Infatti, ogni membro della famiglia tende a ripetere gli stessi comportamenti appresi nella propria famiglia d’origine, i quali, se non vengono messi in discussione e modificati, tendono ad intensificarsi nelle successive generazioni. Il fondatore del genogramma è Murray Bowen, psichiatra e psicanalista americano che negli anni 70 iniziò ad applicare “la teoria dei sistemi” alle famiglie. Egli riuscì a spiegare alcuni importanti sintomi che osservava nei suoi pazienti ed iniziò a strutturare la teoria della trasmissione trigenerazionale dei modelli familiari e del triangolo familiare. Per le sue originali teorizzazioni e per la loro applicazione, Bowen venne considerato uno dei fondatori della psicoterapia familiare, come egli stesso iniziò a definirla, e del modello sistemico-relazionale. Fu colui che formulò ed ideò per primo il concetto di genogramma e ne fece un fondamento del suo modello di intervento sulle famiglie. Le sue teorizzazioni diedero vita al modello sistemico-relazionale in cui la famiglia iniziò ad essere considerata come un sistema complesso ed interdipendente in cui ciascun componente svolge la sua azione per mantenere in equilibrio il sistema.  I componenti della famiglia interagiscono tra loro e con l’ambiente esterno in un equilibrio che è sempre variabile ed in evoluzione. All’interno di ciascuna famiglia ogni individuo ha una specifica funzione ed un ruolo che lo caratterizza. Il genogramma può aiutare a riappropriarsi del proprio passato, soprattutto quando questo viene vissuto come debolezza, come qualcosa da cancellare o nascondere. Attraverso una nuova comprensione di ciò che è stato ereditato, è possibile riscrivere la propria storia individuale che necessariamente è connessa a quella di altri individui.  Così, gettando una nuova luce sul passato, il genogramma diventa strumento per vivere in modo nuovo le relazioni presenti e avere una chiave di lettura per le situazioni che si incontreranno nel futuro. Il genogramma è uno strumento fondamentale per il terapeuta sistemico relazionale ed è utilizzato sia all’interno del percorso terapeutico, per strutturare le informazioni raccolte, quindi formulare ipotesi sull’origine del disagio e pianificare il percorso di trattamento, sia all’interno del percorso di formazione del terapeuta come strumento di elaborazione della propria esperienza familiare, in questo caso il lavoro di co-costruzione della storia personale dell’allievo avviene grazie alla partecipazione attiva e supportiva del gruppo di formazione e del didatta.

Il Fuorisalone: tra design e psiche

Ogni anno, ad Aprile, Milano si trasforma: le strade si riempiono di installazioni, performance e oggetti particolari. Il Salone del Mobile e il Fuorisalone non sono solo eventi di design: sono esperienze multisensoriali che parlano alla nostra mente e, soprattutto, al nostro inconscio. Ma cosa succede davvero nella nostra testa quando entriamo in uno showroom ipnotico o interagiamo con una sedia che sembra un’installazione d’arte? Il design come stimolo emozionale La psicologia ambientale ci insegna che gli spazi e gli oggetti non sono neutri: influenzano il nostro umore, il nostro comportamento, persino il nostro livello di stress. Al Fuorisalone, ogni dettaglio – dalla luce calda che filtra su una superficie porosa, al profumo diffuso in una sala d’attesa – è progettato per attivare precisi circuiti emotivi. La “psicologia del bello” e il principio di fluency Quando osserviamo un oggetto di design ben proporzionato, il nostro cervello lo “capisce” con facilità. Questo si chiama processing fluency: tutto ciò che è facilmente elaborabile ci appare automaticamente più bello, vero e desiderabile. È per questo che uno stand ben curato, con forme armoniche e colori bilanciati, ci attira più di uno troppo complesso o caotico. Durante il Fuorisalone, i brand lo sanno bene: minimalismo nordico, simmetrie giapponesi, materiali tattili e naturali vengono usati non solo per piacere esteticamente, ma per farci sentire a nostro agio, rilassati e anche più propensi all’acquisto. Il design come estensione dell’identità Secondo alcune teorie della psicologia sociale, ciò che possediamo e scegliamo riflette chi siamo – o chi vorremmo essere. Il design diventa quindi un linguaggio dell’io. E il Fuorisalone è il teatro perfetto in cui proiettare queste identità possibili. Noi, camminando tra gli showroom, non solo guardiamo: ci immaginiamo dentro quelle case, quelle vite, quei mondi alternativi. L’effetto wow e la memoria emozionale Infine, molti allestimenti puntano su quello che in psicologia si chiama effetto von Restorff: ricordiamo meglio ciò che si distingue. Installazioni che sfidano la gravità, oggetti che si muovono o reagiscono al tocco, spazi completamente oscuri o pieni di specchi: tutto serve a creare memorie forti, che durano nel tempo e rafforzano la brand identity. Questi ricordi non sono solo visivi, ma sensoriali e affettivi. Quando, mesi dopo, penseremo a quel tavolo o a quel brand, ci tornerà in mente anche l’odore, la musica, l’atmosfera. Questo non è altro che marketing emozionale. In conclusione, il Salone e il Fuorisalone sono molto più di una fiera del design: sono un laboratorio vivente dove psicologia e creatività si incontrano per modella esperienze facilmente ricordabili.

Il frustrato e la sua tossicità verso se stesso e gli altri

frustrato

L’aggettivo frustrato è sempre più diffuso come sinonimo di fallito, deluso e depresso. Fin da bambini, l’esperienza della frustrazione ci accompagna quotidianamente, perché non sempre è possibile appagare nell’immediato un bisogno o un desiderio. Già Freud, che ha introdotto il termine nei suoi studi psicologici, sosteneva l’aspetto positivo della frustrazione, come capacità di adattamento al mondo esterno. D’altro canto, però, il frustrato è colui che mette in atto meccanismi e comportamenti psicologici di rigidità e negatività. Dsl punto di vista psicologico, vittima della frustrazione è proprio chi di fronte ad uno stimolo fisico o ambientale non reagisce, ma ne percepisce soltanto gli aspetti negativi. I sintomi di tipo emotivo più comuni sono la rabbia, l’ansia e l’umore depresso. I comportamenti tipici, inoltre, sono l’evitamento delle persone e delle situazioni oltre alla procrastinazione. Il frustrato, nello specifico, ha una rigidità di pensiero fossilizzata su quanto sia difficile ottenere dei risultati, e tende a vivere prevalentemente nel passato. Perde totalmente di vista il qui e ora, rimarginando sulle sue difficoltà: non utilizza le proprie risorse interne per superare lo stato di empasse, ma “ si crogiola” in esso. Proprio per questo modo di fare, la sua autostima e il suo umore virano verso il basso, compromettendone la salute mentale e le relazioni interpersonali. La vicinanza, infatti, ad una persona con tali caratteristiche, soprattutto se ci sono legami affettivi, diventa purtroppo tossica. Gestire continuamente malumori, sconfitte anticipate, rabbia infondata aumenta sensibilmente il rischio di esporsi a situazioni spiacevoli. Si compromette purtroppo anche la motivazione al cambiamento o per lo meno a provarci, perdendo di vista proprio la capacità di adattamento utile per vivere. Il frustrato dovrebbe quindi interrompere questo modus operandi: un cambiamento di strategia orientato ad un’analisi realistica dei bisogni/aspettative/risultati. Il tutto deve essere corredato da entusiasmo, motivazione e fiducia in se stessi.

IL FRAMING E L’INFLUENZA NELLE DECISIONI

Quando dobbiamo prendere una decisione, se abbiamo tempo, in genere riflettiamo e mettiamo a confronto le opzioni che abbiamo a disposizione. In questa panoramica, entra in gioco l’effetto framing. Per valutare cosa sia meglio fare in una data situazione, facciamo delle categorizzazioni, deduzioni e previsioni. La presa di decisione è soggetta all’effetto framing, secondo il quale il processo di scelta è influenzato da come “incorniciamo” un’opzione. L’effetto framing si presenta frequentemente nelle scelte di tipo economico. Facciamo questo esempio: “Sei in un grande magazzino e stai comprando una giacca che costa 125€ e una calcolatrice che costa 15€. Un commesso ti dice che la stessa calcolatrice è venduta a 10€ in un negozio distante 20 minuti di auto. Andresti in questo punto vendita?” Fondamentalmente si tratta di decidere se lo sconto di 5€ vale lo spostamento richiesto. La decisione viene presa incorniciando lo sconto in uno scenario che ha come riferimento il prezzo base della calcolatrice. Andando nell’altro punto vendita si compra la calcolatrice risparmiando un terzo del suo costo. In questo caso, il 68% dei partecipanti ha deciso di andare nell’altro punto vendita. Successivamente la domanda è stata posta in un altro modo. “Sei in un grande magazzino e stai comprando una giacca che costa 125€ e una calcolatrice che costa 15€. Un commesso ti dice che la stessa giacca è venduta a 120€ in un negozio distante 20 minuti di auto. Andresti in questo punto vendita?”. In questo secondo caso solamente il 29% si è dichiarato disposto ad andare nell’altro punto vendita perché la decisione era incorniciata assumendo come punto di riferimento la giacca. Dunque, i 5€ di sconto hanno un impatto decisamente maggiore se rapportati a una spesa di 15€ rispetto a una di 125€. Alcuni ricercatori hanno introdotto delle modifiche alla versione originale del problema della calcolatrice e della giacca. Piuttosto che riportare prodotti che non hanno nessuna relazione (come la giacca e la calcolatrice), gli autori hanno preso coppie di prodotti che appartengono alla stessa categoria (ad esempio una tuta da sci e un paio di sci). In questo caso, i partecipanti sono portati a stabile una relazione tra i due prodotti. Quanto più forte viene percepito il legame tra i due prodotti, più l’effetto framing svanisce. Questo perché la tendenza a valutare i due prodotti in maniera congiunta prevale sulla tendenza a trarre conclusioni sulla base di livelli di riferimento sempre diversi. In conclusione, l’effetto framing dimostra quanto sia potente il modo in cui le informazioni vengono presentate nel plasmare le nostre decisioni e percezioni. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill Education

Il Forest Bathing: il Benessere Psicologico nella Natura

Il Forest Bathing: Benessere Psicologico Immerso nella Natura Il “Forest Bathing”, conosciuto anche come shinrin-yoku, è una pratica che consiste nel trascorrere del tempo immersi nella natura, in particolare in ambienti boschivi, per migliorare il benessere fisico e mentale. Questa pratica, originaria del Giappone negli anni ’80, è rapidamente diventata un fenomeno globale, grazie ai suoi comprovati benefici sulla salute psicologica. Il termine “bagno” non si riferisce all’acqua, bensì alla completa immersione dei sensi nell’ambiente naturale. Ma come funziona il Forest Bathing e perché è così efficace? La connessione tra uomo e natura La nostra relazione con la natura è profonda e ancestrale. Per migliaia di anni, gli esseri umani hanno vissuto immersi nel verde, circondati da foreste e paesaggi naturali. È solo negli ultimi secoli che ci siamo allontanati da questo ambiente primordiale per concentrarci su stili di vita urbanizzati e tecnologici. Questo distacco ha portato con sé numerosi effetti collaterali sulla salute mentale e fisica, come aumento dello stress, ansia, depressione e una ridotta capacità di concentrazione. Il Forest Bathing si basa sulla semplice ma potente idea che trascorrere del tempo in mezzo alla natura può aiutarci a recuperare questa connessione perduta. Diversi studi hanno dimostrato che stare in un ambiente naturale riduce significativamente i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e promuove una sensazione generale di calma e benessere. Effetti psicologici del Forest Bathing I benefici psicologici del Forest Bathing sono stati ampiamente studiati. Riduzione dello stress e dell’ansia. La vista del verde, i suoni della natura e l’aria fresca aiutano a calmare il sistema nervoso, riducendo i livelli di cortisolo e inducendo una sensazione di rilassamento profondo. Questo ha un impatto diretto sull’ansia e sull’umore, favorendo uno stato mentale più positivo. Aumento della concentrazione e della creatività: Immersi nel caos e nelle distrazioni della vita urbana, spesso ci troviamo a lottare per mantenere alta la concentrazione. Trascorrere del tempo nella natura, al contrario, aiuta a “resettare” il cervello, migliorando la nostra capacità di concentrazione e stimolando la creatività. Questo effetto è noto come “attenzione rigenerativa”, un concetto che si riferisce alla capacità della natura di ripristinare la nostra attenzione affaticata. Miglioramento dell’umore: Oltre a ridurre l’ansia, il Forest Bathing è associato a una generale sensazione di felicità e benessere. Gli alberi e le piante rilasciano sostanze chimiche chiamate “fitoncidi”, che hanno effetti positivi sul sistema immunitario e sono in grado di migliorare l’umore. Connessione e consapevolezza: Uno degli aspetti più affascinanti del Forest Bathing è la sua capacità di rafforzare il senso di connessione, sia con la natura che con noi stessi. Trascorrere del tempo immersi in un ambiente naturale ci invita a rallentare, a prestare attenzione ai dettagli intorno a noi e a sviluppare una maggiore consapevolezza del presente. Questo stato di mindfulness è uno strumento potente per combattere l’ansia e il pensiero ossessivo, aiutandoci a vivere nel “qui e ora”. Come praticare il Forest Bathing Praticare il Forest Bathing è semplice e accessibile a tutti. Non è necessario trovarsi in una foresta remota: anche un parco cittadino può offrire benefici simili. Il principio fondamentale è lasciare da parte la tecnologia e concentrarsi completamente sull’ambiente naturale. Si cammina lentamente, respirando profondamente e prestando attenzione ai suoni, agli odori e alle sensazioni tattili. Non ci sono obiettivi specifici da raggiungere; l’importante è godere della quiete e del contatto con la natura. Il Forest Bathing rappresenta un ritorno alle nostre radici naturali e un potente antidoto allo stress della vita moderna. In un mondo sempre più frenetico e tecnologico, riscoprire il contatto con la natura può offrirci un modo semplice e naturale per prenderci cura della nostra salute mentale.

IL FLOP DELLA COPPIA

di Loredana Luise Quando è necessario un cambio di trama o di regia La vita di coppia non è facile e le sfide quotidiane la mettono continuamente a dura prova. Quando scegliamo di condividere la vita con qualcuno, in cuor nostro speriamo sempre di trovare un nostro sostenitore a vita che, munito di pompom come una cheerleader, faccia sempre il tifo per noi qualsiasi cosa accada, anche se ci piombano addosso all’improvviso delle sfide che pesano come macigni. Quando scegliamo l’altro le dinamiche che ci spingono a prediligere qualcuno sono lontane e insite nella nostra storia familiare ma, in ciascuno di noi, la scelta del partner risponde a profondi bisogni personali di cura o affiliazione ma anche a disponibilità all’accudimento o all’accoglienza dell’altro. Ci affidiamo ad un nostro mito familiare e tendiamo a ricercarlo e a riprodurlo. Ciò che spesso ci fa innamorare è l’immagine di noi che attraverso l’altro ci viene riflessa e che deve in qualche modo corrispondere ad una nostra idealizzazione di quello che vorremmo realmente essere nella nostra vita. L’intreccio delle varie immagini dà vita a quell’insieme di relazioni che viene chiamato “copione” (script). La trama di una storia d’amore coinvolge mille emozioni che vanno dall’esperienza dell’innamoramento, alla scelta e al desiderio di prolungare la frequentazione, fino al bisogno di condividere tempo luoghi e persone, unendo formalmente o meno le proprie vite. In questo evolversi di vissuti l’altro rappresenta sempre più un aggancio dal quale non vogliamo staccarci, e che un po’ alla volta assume concretamente la posizione di parte integrante del vivere quotidiano. Spesso ci ancoriamo al nostro ideale di storia di amore e in qualche modo ci convinciamo che la trama sarà quella, con quel finale lì che tanto ci piace e che sogniamo da un po’. Altre volte invece sappiamo nel profondo, forse perché è un film già visto, che la trama non sarà così avvincente e che le montagne russe saranno sempre dietro l’angolo; di conseguenza ci difendiamo dai rischi emotivi o ci trinceriamo dietro comportamenti ambivalenti e poco chiari che rischiano di non farci vivere appieno l’esperienza emotiva. Ma perché ad un certo punto la trama si blocca, si interrompe o si trascina passivamente? Le motivazioni per le quali una coppia può andare in crisi possono essere molte e le più disparate: alcune coppie vanno in crisi già all’inizio della loro unione, altre invece subito dopo la nascita dei figli o quando i figli sono adolescenti e iniziano a proiettarsi all’esterno lasciando i genitori nuovamente come coppia. In alcuni casi le coppie invece si insabbiano o si bloccano quando avvenimenti imprevisti scuotono in qualche modo la loro vita, e entrambi o uno dei due non riesce a far fronte a queste situazioni in modo lineare e armonico. Al di là del copione personale o delle problematiche che già sul nascere una coppia può presentare, molto spesso le coppie che riescono nei primi tempi a trovare un equilibrio, con l’evolversi della trama non riescono ad adattarsi ai cambiamenti e iniziano a soffrire la relazione agendo dei comportamenti funzionali a sé stessi ma non al sistema coppia. Come reagiscono i soggetti della coppia in crisi Quando la coppia non evolve e il copione non si spiega in maniera equilibrata il disagio può venire espresso in vari modi: Con la conflittualità più o meno forte e un esplicito disaccordo su molti ambiti di vita; con una fuga all’esterno di uno dei due o di tutti e due (tradimenti, investimenti eccessivi nel tempo lavoro o nel tempo libero personale ecc. ecc ); attraverso il disagio personale o la comparsa di alcuni sintomi in uno o in tutti e due i partner; con delle difficoltà nella sfera sessuale (assenza di rapporti intimi o molto saltuari o reali difficoltà nella pratica dell’attività sessuale stessa); se ci sono dei figli può capitare che i figli stessi siano portatori di un problema o di un disagio che corrisponde ad un segnale di sofferenza di tutti.  Cogliere l’opportunità della crisi Nella nostra cultura il termine crisi viene associato sempre a qualcosa di negativo o da evitare. La parola crisi deriva dal termine greco KRISIS che significa scelta o decisione, che contiene una connotazione positiva in quanto, grazie a questa situazione, possiamo fare una scelta o agire un cambiamento che ci permette di far evolvere la situazione. Nel caso in cui la coppia, nonostante il riconoscimento della crisi, non riesca poi a ristabilire la situazione di equilibrio e arrivi alla decisione di separarsi per lo meno la crisi è stata funzionale all’interruzione di un declino continuo che faceva male ad entrambi. Ma quando ci si rende conto che le cose non funzionano, che si va avanti per inerzia, che il rischio è quello di non rispettarsi più o addirittura di subire un’evoluzione negativa o svilente da un punto di vista personale, è necessario fermarsi e decidere che è arrivato il momento di fare qualcosa. Forse è meglio decidere di avere un secondo tempo migliore Non è facile fermarsi e ammettere di aver fallito il progetto di famiglia che consciamente o inconsciamente abbiamo accettato. Prolungare per troppo tempo una situazione di malessere, di conflitto, di apatia o di estraniazione, a lungo andare può rappresentare un rischio sia da un punto di vista personale che da un punto di vista dell’intero sistema familiare. Cogliere l’occasione di aver consapevolezza che qualcosa non va, che le cose devono in qualche modo cambiare, è già un primo passo per attivare un cambiamento. Se la situazioni di crisi si trovasse in una prima fase in cui il rispetto reciproco fosse ancora integro, o perlomeno le emozioni negative non avessero ancora avuto il sopravvento, potrebbe essere sufficiente fermarsi e condividere i propri vissuti; discutendo del malessere provato andando alla ricerca di un nuovo equilibrio e di nuove energie per procedere nella vita assieme in modo appagante per entrambe. Ma non sempre è così semplice e forse farsi aiutare da qualcuno potrebbe essere la soluzione migliore. Il supporto di un nuovo regista Un nuovo regista che arriva è emotivamente

Il figlio sintomatico e l’angoscia dei genitori: una lettura del legame familiare

Vivere accanto a un adolescente che soffre psicologicamente significa abitare una tensione continua tra presenza e impotenza. Quando emerge una diagnosi — che riguardi l’umore, il comportamento, il ritiro sociale, le dipendenze, l’area psicotica o gravi difficoltà nella regolazione emotiva — non è soltanto il ragazzo a entrare in crisi. Anche il legame familiare viene profondamente trasformato. Molti genitori raccontano la sensazione di vivere accanto a un figlio che, improvvisamente, non riescono più a raggiungere. Lo riconoscono e allo stesso tempo non lo riconoscono più. Il figlio che prima cercava protezione può diventare distante, aggressivo, oppositivo o completamente chiuso nel silenzio. La relazione si riempie di incomprensioni, conflitti, paura di sbagliare. Dal punto di vista psichico, la diagnosi produce spesso una frattura nell’immaginario familiare.Ogni genitore costruisce inconsapevolmente rappresentazioni del proprio figlio: ciò che sarà, ciò che diventerà, il modo in cui crescerà, il tipo di relazione che avranno. Quando irrompe il sintomo, queste immagini vacillano. E insieme ad esse vacilla anche il senso di sé come genitore. L’adolescenza, già di per sé, è un tempo di profonda destabilizzazione. Il corpo cambia, il rapporto con l’autorità si modifica, il figlio cerca separazione e autonomia. Ma quando a questo si aggiunge una sofferenza psichica importante, la trasformazione assume spesso il carattere di un’urgenza emotiva difficile da contenere. Molti genitori iniziano a vivere in uno stato di allerta costante. Controllano il tono della voce del figlio, i silenzi, gli sguardi, i movimenti, il sonno, il cibo, le uscite. La quotidianità si organizza progressivamente attorno al tentativo di prevenire la prossima crisi. La casa smette di essere soltanto uno spazio familiare e diventa un luogo emotivamente saturo, attraversato da tensioni invisibili ma continue. In queste situazioni, il genitore è spesso preso in un doppio movimento contraddittorio: da una parte sente il bisogno di proteggere il figlio da tutto ciò che potrebbe ferirlo; dall’altra prova rabbia, esasperazione o desiderio di distanza quando il comportamento del ragazzo diventa troppo difficile da sostenere. Questa ambivalenza genera frequentemente senso di colpa. Molti genitori si spaventano delle proprie emozioni: della stanchezza, della rabbia, del sollievo nei momenti di calma o del desiderio, talvolta, di sottrarsi a una situazione percepita come troppo pesante. Ma vivere accanto a una sofferenza psichica intensa espone inevitabilmente anche chi cura a un logoramento emotivo. Il sintomo adolescenziale, inoltre, non sempre assume forme che suscitano immediata empatia. Alcuni ragazzi esprimono il dolore attraverso il conflitto continuo, la provocazione, l’aggressività o l’attacco al legame. In questi casi il genitore rischia progressivamente di vedere soltanto il comportamento manifesto, perdendo contatto con la sofferenza che lo sostiene. È qui che molte famiglie entrano in una spirale dolorosa. Più il ragazzo attacca o si oppone, più il genitore irrigidisce il controllo; più il controllo aumenta, più l’adolescente vive il legame come invasivo o persecutorio. Il sintomo finisce allora per occupare tutto lo spazio relazionale. In alcune famiglie si crea persino una sorta di organizzazione attorno alla crisi. Tutti iniziano inconsapevolmente a ruotare attorno al membro più fragile: fratelli che si adattano in silenzio, genitori che rinunciano alla propria vita personale, coppie che smettono di esistere al di fuori della funzione genitoriale. Dal punto di vista clinico, uno degli aspetti più importanti è aiutare i genitori a distinguere il figlio dal suo sintomo. Un adolescente può avere comportamenti molto difficili senza coincidere interamente con essi. Dietro alcune esplosioni aggressive esistono spesso vissuti profondi di angoscia, vergogna, esclusione o paura del legame. Allo stesso tempo, è fondamentale che i genitori possano ritrovare uno spazio psichico proprio. Quando tutta la vita familiare viene assorbita dall’emergenza, il rischio è che il sintomo diventi l’unico organizzatore del legame. Il lavoro terapeutico permette allora di reintrodurre differenze, confini e possibilità di pensiero là dove tutto rischia di essere agito nell’urgenza. Vivere accanto a un figlio con una diagnosi significa anche confrontarsi con il limite. Il limite di non poter guarire immediatamente il dolore dell’altro. Il limite di non capire sempre. Il limite di non riuscire a controllare tutto. Ma proprio accettando questo limite può aprirsi una posizione diversa nel legame. Non quella del genitore onnipotente che deve salvare il figlio a ogni costo, né quella del genitore sconfitto che rinuncia alla relazione. Piuttosto quella di un adulto che, pur nella fatica, continua a restare presente senza ridurre il figlio esclusivamente alla sua sofferenza. Perché anche quando il sintomo invade il legame, il soggetto non coincide mai completamente con la diagnosi. E spesso il lavoro più importante non è eliminare immediatamente il sintomo, ma permettere che il ragazzo possa continuare a sentirsi guardato come qualcuno che esiste oltre esso.