IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO: UN MONDO IN COSTANTE SCOPERTA

L’autismo è un disturbo dello sviluppo descritto per la prima volta da Leo Kanner nel 1943. A partire dagli anni ’80, non viene più definito come psicosi, bensì come disturbo pervasivo dello sviluppo. Da quel momento i criteri diagnostici si sono evoluti sulla base di osservazioni e ricerche. Al momento attuale, il disturbo dello spettro autistico è definito in termini di menomazioni qualitative nell’interazione sociale e nella comunicazione, ma anche in schemi e comportamenti ripetitivi e stereotipati. Esistono 4 diagnosi specifiche incluse nella categoria dei disturbi dello spettro autistico (ASD). Tra questi sono inclusi due disturbi definiti da una regressione delle abilità quali la sindrome di Rett e il disturbo disintegrativo dell’infanzia. Le altre due diagnosi ASD sono il disturbo di Asperger e il disturbo pervasivo dello sviluppo. A differenza del disturbo dello spettro autistico, quello di Asperger, richiede che non ci sia un ritardo linguistico significativo nei primi 3 anni. La diagnosi del disturbo di Asperger è spesso utilizzata per i casi più lievi di autismo ad alto funzionamento. È questo il motivo per cui c’è ancora una polemica tra chi definisce questo disturbo “quasi autismo” e chi invece parla di “autismo atipico”. Recenti studi hanno riportato che l’identificazione precoce è aumentata di importanza dal momento che è stato verificato che i bambini con ASD che ricevono servizi di assistenza e riabilitazione prima dei 48 mesi di età riportano miglioramenti maggiori rispetto a quelli che entrano in programmi specifici di trattamento dopo i 48 mesi di età. Sono state esaminate le questioni rilevanti per l’intervento precoce, seguite da una revisione dei programmi e il supporto empirico ai prossimi passi in merito all’intervento con bambini molto piccoli. Questi studi generalmente raggruppano bambini di età superiore ai 4-5 anni confrontandoli con quelli di età inferiore. Sono diversi gli approcci a questi studi e, nonostante tutti seguano una linea comune, ognuno di essi dà enfasi a caratteristiche diverse. Il programma TEACH è un programma di intervento che enfatizza l’organizzazione ambientale. Le strategie didattiche vengono insegnate in ambiente naturale. Dà enfasi alle competenze importanti pe la futura indipendenza. INTERVENTI DI SVILUPPO L’intervento sullo sviluppo è un termine specifico per descrivere strategie per lavorare con i bambini autistici. In questi interventi l’ambiente è organizzato per incoraggiare le interazioni comunicative/sociali. Lewy e Dawson (1992) hanno dimostrato miglioramenti anche nello sguardo, nella presa di mira, e nell’imitazione. E’ necessario che il bambino si impegni in comportamenti a cui l’adulto può rispondere. Molti bambini con ASD non esplorano l’ambiente, possono non giocare con gli oggetti presenti nella stanza e rimanere bloccati in certe attività in maniera stereotipata. I metodi di sviluppo richiedono un’abilità considerevole da parte del terapeuta. Il modello di Greenspan è uno degli approcci di sviluppo più noti ed è anche noto come modello “differenza individuale evolutiva” (DIR). E’ descritto come un modello basato sulla relazione, in cui l’obiettivo è quello di aiutare il bambino a sviluppare connessioni interpersonali che porteranno alla padronanza delle abilità cognitive e di sviluppo. All’interno del modello si raccomanda che il bambino trascorraalmeno 4 ore al giorno di interazione spontanea con un adulto, almeno 2 ore al giorno in abilità semistrutturate, almeno un’ora al giorno in attività di gioco sensoriale-motoria. Il metodo DIR è fortemente dipendente dalle competenze del genitore o del professionista che implementa il programma. Il progetto UCLA Young Autism utilizza il metodo di intervento di Lovaas, un intervento di prova discreto, implementato in un ambiente one-to-one da terapisti ABA addestrati, supervisionati da professionisti qualificati. Il focus del primo anno è sull’imitazione, l’interazione, il gioco e la risposta alle richieste di base. Nel secondo anno, l’attenzione si sposta per continuare il lavoro sul linguaggio, la descrizione delle emozioni e le abilità preaccademiche. Per insegnare la generalizzazione, i bambini praticano le abilità in altre situazioni e con altre persone, dopo averle padroneggiate in un ambiente uno a uno. Uno dei tipi di intervento più noti resta però l’Applied Behaviour Analysis (ABA) che fornisce resoconti di notevoli miglioramenti, tanto da divenire metodo di intervento elettivo per i disturbi dello spettro autistico. Il presupposto utilizzato dall’ABA, è spostare il focus dell’intervento dalla persona al suo ambiente di vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di chiedere al bambino di comportarsi diversamente né di cambiare quelle che sono le sue caratteristiche naturali, ma possiamo modificare le condizioni ambientali affinché possa ottenere le migliori opportunità di apprendimento, che altrimenti sarebbero a lui negate. L’ABA, attraverso un’organizzazione scientifica nell’uso di “rinforzatori“, riesce a contrastare la tendenza della perdita di interesse da parte del bambino e a ridare senso all’esplorazione, al piacere di conoscere, di sperimentarsi, di entrare in relazione con l’altro. C’è una cosa ancora più sorprendente che riesce a fare l’ABA: insegnare abilità complesse scomponendole in piccoli passi, rendere possibili apprendimenti che in altro modo sarebbero inaccessibili e rendere gli stessi molto più gradevoli. Inoltre, insegna a chi la utilizza ad usare un linguaggio descrittivo al posto di quello interpretativo, ad osservare piuttosto che a dare giudizi, a porsi obiettivi concreti, a prestare attenzione ai comportamenti positivi, ignorando quelli negativi, a imparare ad apprezzare i progressi e, soprattutto, a trasformare le situazioni “problematiche”. Le prove disponibili da una varietà di programmi e studi suggeriscono, dunque, che un intervento precoce conduce a risultati migliori. I bambini sembrano ottenere grandi progressi quando entrano in un programma di riabilitazione fin dai primi anni di vita. E’ dimostrato che certe strategie possono essere efficaci per insegnare competenze specifiche a bambini con autismo, ma non ci sono prove che un programma sia “migliore” di un altro. Inoltre, la maggior parte dei programmi sono sviluppati per bambini di età pari o superiori a 2 anni. E’ importante che genitori e professionisti siano informati sui progressi che possono aspettarsi dal bambino, oltre a rimanere consapevoli che la maggior parte delle ricerche non supporta l’esistenza di una “cura” o “recupero” dall’autismo.
il disturbo della pica

Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Da dove nasce l’esigenza ad esempio di ingerire capelli? COMPORTAMENTO DEL PICACISMO Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Una persona affetta da picacismo potrebbe mangiare oggetti relativamente innocui, come il ghiaccio, oppure potrebbe ingerire oggetti potenzialmente pericolosi, come scaglie di vernice secca o pezzi di metallo. Secondo Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (DSM-5) la pica è il consumo di sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. La natura dei materiali ingeriti è ampiamente variabile ed include, ad esempio: ghiaccio cenere carta stoffa pastelli capelli feci Spesso è stata rilevata un’associazione tra pica e stress, abusi sui minori e deprivazione materna. La pica di solito si presenta come un disturbo isolato, ma ci sono casi in cui può coesistere con altre problematiche. DIAGNOSI Ai fini della diagnosi il comportamento deve persistere per almeno un mese, non essere in linea con lo stadio di sviluppo del bambino (il limite di età minimo è di 24 mesi) non essere un comportamento derivante da convenzioni sociali o culturali. SINTOMI I sintomi con cui si manifesta la pica, oltre alla ricerca e consumo compulsivi, dipendono dal materiale ingerito e possono comprendere ad esempio: mal di stomaco Problemi intestinali (come costipazione o diarrea) Sangue nelle feci Complicazioni più specifiche sono legate quindi al tipo di sostanza ingerita Disturbi alimentari e malnutrizione possono entrambi portare al picacismo. Il motivo? In questi casi, mangiare cibi non alimentari può aiutare a sentirsi sazi e pieni. CURA Si suggerisce in genere di ricorrere a strategie per ridurre l’esposizione (e quindi la possibilità di accesso) alla sostanza desiderata, eventualmente fornendo materiali con consistenza simile, mentre altri pazienti beneficiano di un approccio psicoterapico (volto ad esempio a reindirizzare il comportamento indesiderato verso altre attività). TRATTAMENTI POSSIBILI Il medico probabilmente inizierà trattando eventuali complicazioni che si sono acquisite mangiando prodotti non alimentari. Se il medico pensa che il disturbo sia causato da squilibri nutrizionali, può prescrivere integratori vitaminici o minerali. Oppure può consigliare una valutazione psicologica per determinare se si ha un disturbo ossessivo compulsivo o un’altra condizione di salute mentale. A seconda della diagnosi, si possono prescrivere farmaci, terapie o entrambi. Qualora ci si renda conto che un bambino inizia ad ingerire sostanze non alimentari diventa importante evitare le giustificazioni e consultare subito un medico ed eventualmente uno psicologo per l’età evolutiva al fine di affrontare la problematica nel miglior modo possibile
Il Disturbo da Depersonalizzazione/Derealizzazione

di Cinzia Saponara Premessa La descrizione del concetto di dissociazione può essere fatta risalire a Charcot (1889) e Janet (1887, 1889, 1893), ma per molti anni c’è stato uno scarso interesse per questo spettro di sintomi psicopatologici(1). Nel DMS – 5 i Disturbi Dissociativi comprendono: Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID); Amnesia Dissociativa, che ora comprende anche la Fuga Dissociativa; Disturbo di Depersonalizzazione e Derealizzazione (DDD); Altre forme di Disturbo Dissociativo Specifico; Disturbo Dissociativo Non Specifico. Nel seguente articolo mi occuperò nello specifico del Disturbo da Depersonalizzazione/Derealizzazione (DDD): caratterizzato, il primo, dall’esperienza persistente o ricorrente di sentirsi distaccato o di sentirsi un osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo; il secondo, da quelle esperienze di irrealtà o di distacco rispetto all’ambiente, persone o oggetti vissuti come irreali o onirici. I sintomi dissociativi di distacco rimandano tutti all’esperienza di sentirsi alienati dalle proprie emozioni, dal proprio corpo e dal senso usuale della propria identità (Liotti e Farina, 2011). Studi epidemiologici hanno evidenziato che esperienze transitorie di depersonalizzazione sono comuni nella popolazione generale, con un tasso di prevalenza superiore al 26%, e tra il 31%- 66% dopo un evento traumatico. Possono emergere occasionalmente come effetti collaterali di farmaci o del consumo di droghe, in particolare la cannabis (Madden & Einhorn, 2018). È importante, inoltre, ricordare che la psicopatologia dissociativa è una psicopatologia nascosta (Kluft, 2009), poiché solitamente il paziente giunge alla consultazione psicologica con altre problematiche (disturbo di panico, disturbo da stress post- traumatico, depressione maggiore, etc…) e così certi sintomi possono essere occultati o minimizzati (Gonzalez, 2013). Tuttavia, studi effettuati negli Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Turchia e Germania hanno rilevato una prevalenza del disturbo, che soddisfa i criteri per la diagnosi di DDD, in circa il 3% delle persone. La depersonalizzazione e/o la derealizzazione sono trasversalmente presenti in diverse patologie psichiatriche nonché in patologie mediche generali come le sindromi convulsive. Quando la depersonalizzazione e/o la derealizzazione si manifestano indipendentemente da altri disturbi fisici o mentali, sono ricorrenti o persistenti e alterano le funzionalità, è presente un disturbo DDD. Il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione si verifica ugualmente in uomini e donne. L’età media d’insorgenza è 16 anni. Il disturbo può esordire durante la prima o media infanzia; solo il 5% dei casi inizia dopo i 25 anni, e raramente il disturbo inizia dopo i 40 anni. I sintomi del disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione possono insorgere gradualmente o all’improvviso, sono solitamente episodici, possono durare ore o giorni o settimane, mesi o anche anni. Nei casi gravi, i sintomi sono costantemente presenti con un’intensità immutata per anni o decenni. I sintomi di depersonalizzazione comprendono: Estraneità dal proprio corpo o parti di esso (depersonalizzazione somatopsichica), esperienza soggettiva di irrealtà, di distacco o estraneità dalla propria identità, dai propri pensieri, sensazioni, emozioni, cambiamenti soggettivi nelle funzioni mnesiche, incapacità di evocare immagini familiari, distorsioni nella percezione del tempo e dello spazio. Diminuzione o perdita di reattività emotiva, come una sorta di intorpidimento fisico ed emotivo (APA, 2013). La persona si sente sconnessa dalle proprie sensazioni, provando un senso di irrealtà, estraneità, stranezza, profondo distacco, (ad esempio osserva le proprie azioni dall’esterno, come in un sogno, si sente un automa, sente che il corpo o le emozioni non gli appartengano). Può sentirsi emotivamente e fisicamente insensibile o sentirsi distaccato, con poca emozione. Alcuni pazienti non sono in grado di riconoscere o descrivere le loro emozioni (alessitimia). Si sentono spesso disconnessi dai loro ricordi non sentendosi in grado di ricordare con chiarezza. I sintomi della derealizzazione comprendono: Sentimento di irrealtà dal mondo esterno, sentirsi distaccati dall’ambiente circostante sia esso rappresentato da persone, oggetti inanimati o da tutto ciò che li circonda. Il soggetto può sentirsi come in un sogno o immerso nella nebbia oppure come se una parete di vetro o un velo lo separasse dall’ambiente che lo circonda. In questo stato si ha la sensazione di essere separati dal mondo esterno al punto che questo può apparire distorto e irreale, non riconoscibile: gli oggetti possono risultare di forme e dimensioni diverse, cambia la percezione del tempo come se scorresse troppo velocemente o troppo lentamente; i suoni possono risultare più forti o più deboli del previsto. Emergono delle alterazioni percettive come se non si avesse familiarità con la realtà circostante che può apparire piatta, senza colore, senza vita. I sintomi sono quasi sempre disfunzionali e inducono sensazioni disturbanti compromettendo, se gravi, significativamente la sfera sociale e/o scolastica e/o lavorativa. Sono frequenti ansia e depressione. Forme non rare di depersonalizzazione sono, a volte, tanto intollerabili da poter indurre chi le sperimenta a tentare di riappropriarsi dell’esperienza di sé tramite potenti sensazioni dolorose ottenute con lesioni auto inferte come il tagliarsi o il procurarsi ustioni (Linehan, 1993; Nock, 2010). Ancora, alcuni soggetti data l’intensità di queste sensazioni tali da generare confusione, interpretando i sintomi di irrealtà e distacco come segno di una minaccia alla propria incolumità cognitiva possono temere il rischio di impazzire, ciò può funzionare da innesco ad un attacco di panico, che può essere seguito dallo sviluppo di comportamenti fobici, ansia generalizzata, evitamento della solitudine e dei luoghi ove hanno sperimentato il DDD. Spesso il paziente si presenta al clinico descrivendo il comportamento fobico e l’attacco di panico come i soli disturbi per cui chiede cura, e trascura del tutto di riferire sulla depersonalizzazione e/o derealizzazione. Non è raro che la minacciata perdita della continuità del senso di identità personale preceda immediatamente e motivi l’allarme del paziente, piuttosto che essere la conseguenza di un attacco di panico. Tuttavia, in ogni momento, a differenza dei pazienti psicotici, nei pazienti con DDD l’esame di realtà rimane integro, essi sono generalmente consapevoli che la loro percezione è alterata e che le loro esperienze dissociative non sono reali. EZIOLOGIA Vi è una chiara associazione tra il disturbo di depersonalizzazione/ derealizzazione e la presenza di esperienze traumatiche multiple e/o protratte nel tempo dello sviluppo individuale (van der Kolk, 2005). È importante sottolineare che per esperienze traumatiche si intende non solo la traumatizzazione in termini di abusi fisici, emotivi e sessuali, incidenti, catastrofi naturali ma
IL DISCORSO TERAPEUTICO: IL RICORDO

di Alberta Casella In seduta si riferiscono memorie di un antico passato o di avvenimenti recenti. Per i ricordi lontani, Freud utilizza il termine di ricordi-schermo in cui, su di un nucleo centrale, si sovrappongono esperienze fatte in tempi diversi che, però, si amalgamano al ricordo base diventando un tutto unico. Infine, questi ricordi subiscono sempre l’influenza e la distorsione del linguaggio che si usa per esprimerli, fino a cristallizzarsi nelle parole usate in modo da trasformarsi da semplici vaghe impressioni in descrizioni che divengono le memorie stesse del soggetto narrante. Riferendoci alla genesi dei ricordi, alla loro creazione nella mente del paziente, Jung ipotizza l’influenza di fattori simbolici che non derivano totalmente ed esclusivamente dalla storia personale del soggetto, ma sono plasmati ed influenzati dall’inconscio collettivo, una sorta di serbatoio mnestico che collega la storia personale ai miti archetipici dell’umanità e conserva il sapere mitologico fondato su un linguaggio innato della psiche che deriva dalla semplice appartenenza dell’individuo al genere umano. Jung amplia, così, la teorizzazione di Freud sui contenuti delle memorie del paziente, intendendo la mente umana come serbatoio di forme a priori del sentire e del conoscere e non solamente di contenuti specifici del soggetto. Tale influenza e mescolamento tra le esperienze personali del soggetto ed i residui delle storie mitologiche dell’umanità intera viene definito dallo stesso Jung “amplificazione” e permette di leggere i ricordi, i sogni, le associazioni, riferite in seduta, non solo attraverso la spiegazione causale che si può legittimamente rintracciare nella storia del paziente, ma anche e soprattutto attraverso immagini di carattere innato che rivelano un’eredità specifica della specie. Tale spiegazione risulta necessaria soprattutto quando lo psicologo si trova a dover analizzare ricordi riferiti dal paziente in modo caotico e spesso sconnesso, difficilmente collegabili alla storia raccontata fino a quel momento nel corso della cura; probabilmente, il ricorso all’amplificazione riuscirà a dare un quadro più completo ed esaustivo per l’analisi dei contenuti che il soggetto vuole esprimere. Non ultimo, lo stile usato dal paziente cambia a seconda del ruolo che egli attribuisce al terapeuta: tutto ciò che egli dice ha il fine d’influenzare l’immagine che il terapeuta ha di lui. Parlerà, quindi, per essere compatito o lodato, le sue parole saranno moneta di scambio per ottenere quello che vorrebbe nel presente ed in tal caso questi resoconti non hanno niente del suo reale vissuto, che probabilmente potrà comparire solo quando tale rapporto transferale verrà in parte neutralizzato ed i vincoli della conversazione s i allenteranno. Può accadere, anche, che il paziente riferisca un nuovo ricordo come collegamento tra due altri isolati al solo al fine di essere meglio compreso dall’ascoltatore e da lui apprezzato interferendo, così, definitivamente sull’immagine, tutt’altro che storicamente vera, che il terapeuta si sta facendo della sua vita; è possibile, infine, che l’interpretazione decisiva dell’analisi sia basata proprio su quel ricordo inventato probabilmente perché tanto appropriato e suggestivo. È interessante sottolineare come il discorso che scaturisce dalla relazione terapeutica sovverta tutte le regole fondanti di un colloquio condotto nella vita quotidiana: in una normale conversazione regna la regola, per tacito assenso delle parti, di non deviare dal tema rilevante del discorso, pena la disapprovazione, il fraintendimento o la confusione dell’altro che ascolta. Nel discorso analitico, invece, il paziente viene spinto a divagare per cui è facile che si verifichino fraintendimenti e modi diversi di intendere una stessa frase. Il terapeuta che non chiede di chiarire una parola non capita, che non interferisce nello scorrere della catena associativa, è costretto continuamente a fare costruzioni personali al fine di trarre un senso da quanto ascoltato e può capitare che, in seguito, perda di vista quanto, in quella provvisoria, vi era di suo e quanto apparteneva ai ricordi del paziente. In conclusione, quindi, ascoltare è un processo attivo di costruzione dell’evento narrato e non, come desiderava Freud, un processo passivo di ricostruzione di un passato che deve semplicemente essere ritrovato, riscoperto. Le teorie post-freudiane hanno enfatizzato maggiormente il ruolo dell’interazione paziente-analista e la narrazione subisce l’influenza di tale scambio continuo tra le parti. BIBLIOGRAFIA JUNG C.G. (1958): Un Mito Moderno: le Cose che si Vedono in Cielo, in Opere, vol. X, tomo II. JUNG C.G. (1959): Introduzione a Toni Wolff, “Studi sulla Psicologia di C. G. Jung”, in Opere, vol. X, tomo II JUNG C. G. (1917-43): Psicologia dell’Inconscio, in Opere, vol. VII. FREUD S. (1915-17): Introduzione alla Psicoanalisi. I e II Serie di Lezioni, Boringhieri, Torino, 1969.
Il Disagio Psichico: La nevrosi

L’essere umano si trova impegnato in un lavoro che noi consideriamo, lavoro psichico, finalizzato a cogliere gli stati eccitatori che sono originariamente provenienti dal corpo ma che poi nell’essere umano assumono dei significati molto complessi, ed anche trovare un modo per poter parzialmente scaricare questi stati eccitatori in una forma che sia accoglibile dal contesto nel quale noi viviamo. Noi immaginiamo il disagio psichico come una sorta di fallimento, in questo processo di elaborazione e di espressione, il sintomo per noi assume un senso e una formazione di compromesso, cioè consente quella scarica in una forma che però possiamo considerare sostanzialmente disfunzionale. Nella nosografia psicoanalitica storicamente esistono tre grandi classi patologiche sono, nevrosi, psicosi e le perversioni, a queste si sono aggiunte più di recente i borderline che sono una categoria molto complicata che sebbene nasca nella riflessione psicoanalitica è comunque un tema piuttosto dibattuto perché ci sono varie concezioni della patologia borderline. Le nevrosi sono le patologie più diffuse, ma sono forse da considerare organizzazioni strutturali normali che in taluni casi possono dar vita a dei sintomi di tipo nevrotico. Le nevrosi prevedono una certa maturazione del funzionamento psichico in cui il nevrotico permane all’interno di una condizione relazionale di tipo triadico quindi di tipo edipico cioè è presente nella mentalità del nevrotico, differentemente da quella dello psicotico, la triangolazione tra sé, un oggetto di investimento e un terzo, che funziona come sorta di interdetto rispetto al perseguimento del desiderio nei confronti dell’oggetto. Nella tradizione psicoanalitica il principio di fondo di tutte le nevrosi è una dissociazione cioè una separazione tra un affetto e una rappresentazione. Le componenti dell’apparato psichico sono sostanzialmente affetti e rappresentazioni, gli affetti sono dei derivati pulsionali quindi l’effetto nell’essere umano è accoglibile nella misura in cui è legato ad un oggetto o ad una rappresentazione. dunque il primo meccanismo formazione della nevrosi è appunto una dissociazione cioè una dissociazione tra l’affetto e la rappresentazione questo accade lì dove l’affetto è legato a delle rappresentazioni incompatibili Gli affetti non possono essere presenti senza legame ad una rappresentazione, un affetto senza il suo legame con la rappresentazione determina lo stato di angoscia, ed è appunto la presenza di un affetto che non ha alcuna caratteristica specifica in quanto non è legato ad una rappresentazione e si presenta in uno stato emotivo di eccitazione privo di senso. Qui intervengono dei meccanismi di difesa, che lavorano sull’affetto e ne determinano il destino ad esempio nel caso di una nevrosi fobica, questo affetto verrà spostato, vuol dire che viene spostato da una sua rappresentazione incompatibile, che successivamente la dissociazione è stata rimossa, su una nuova rappresentazione, nel caso dello spostamento fobico, una sua rappresentazione esterna. Lì si sviluppa appunto un sintomo fobico, cioè l’idea di essere spaventati da qualcosa, questo implica in noi la necessità di ricorrere ad un’altra strategia ad un altro meccanismo che è quello dell’evitamento. Sviluppo così una fobia ed implica che io passi parte del mio tempo nel tentativo di evitare ciò che mi terrorizza Ma ciò che mi terrorizza è il frutto di uno spostamento quindi non sono spaventato realmente da un ragno ma finisco per preferire tra virgolette, di essere spaventato da un ragno piuttosto che di essere spaventato da quella rappresentazione che essendo incompatibile con la mia coscienza io sono stato costretto a rimuovere. Il meccanismo dell’evitamento mi consente di tenermi a distanza dal ragno come da quella rappresentazione.
Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.
Il difficile ruolo dei siblings

In psicologia si parla di siblings per intendere i fratelli sani di persone con disabilità, i quali vengono spesso posti “in secondo piano” rispetto ad un vissuto emotivo e psicologico familiare generato dall’attenzione nei confronti dell’individuo con disabilità. E’ ben noto che la relazione tra fratelli sia unica e che solitamente condividano tanto rispetto alle loro esistenze e viene posto in primo piano il supporto reciproco. Inoltre, avere un fratello o una sorella può essere una garanzia nel contrasto alla solitudine, la possibilità di ricevere calore ed aiuto (Ewertzon M. et al., 2012). La disabilità, però è una condizione diversa, che non investe solo l’individuo interessato, ma anche tutte le persone legate in qualche maniera a quest’ultimo. Il vissuto psicologico dei siblings Gli stati d’animo che si generano in questa categoria di “fratelli” sono molteplici e riguardano da un lato la scoperta, il rifiuto, la responsabilità, dall’altro la voglia di esser d’aiuto, il bisogno di crescere in fretta e l’accettazione di tale condizione. In ogni caso, queste sono situazioni che ti cambiano la vita! Spesso l’attenzione da parte dei genitori è diretta solo sulla persona con difficoltà che pertanto è vista come maggiormente “bisognosa” di calore. Infatti, i siblings sperimentano una sorta di ambivalenza rispetto all’eccessivo e inconsapevole coinvolgimento da parte dei genitori ed una confusione di ruolo all’interno della famiglia. Il sibling può provare anche insicurezza e preoccupazione non solo per il proprio futuro e per quello del fratello di cui si fa carico, ma sperimentare anche una sensazione di “perdita” di una relazione fraterna “normale” e di una esistenza “ordinaria”. Sono spesso attanagliati dal senso di colpa e si chiedono costantemente perché sono proprio loro quelli fortunati ad esser nati sani, ma provano anche una sorta di “paura per la contaminazione” rispetto all’ipotesi di poter dare alla luce figli a loro volta malati. Conseguenze relazionali per i siblings Tutta questa serie di fattori possono generare problematiche di “internalizzazione” come bassa autostima, ansia, depressione e problemi di “esternalizzazione” quali aggressività, atteggiamenti oppositivi, difficoltà relazionali. Possono, inoltre, presentare difficoltà scolastiche, e cali nelle performance sociali di vario genere ed essere inoltre particolarmente sensibili rispetto alle “lacune” di informazioni sulla vita dei fratelli causate da un intento protettivo da parte dei genitori (Bowman et. al. 2014). Sembra dunque essere importante fornire delle spiegazioni veritiere riguardo la disabilità cercando di utilizzare un linguaggio adeguato. Fornire informazioni corrette e comprensibili ai siblings significa riconoscere e valorizzare la loro competenza nell’utilizzo dell’esame di realtà e di mantenere un buon “locus of control” (Powell, 1993). La psicoterapia con i siblings I fratelli di persone con disabilità sviluppano, nel corso della propria esistenza anche una serie di fattori positivi che diventano risorse da cui attingere per far accrescere la consapevolezza. Dunque, è importante per loro avere uno spazio nel quale essere contenuti, supportati ed ascoltati. Uno spazio che permetta loro di non sentirsi soli e di condividere emozioni e sensazioni. Bibliografia De Lillo A., Pace U., Fratelli Speciali: vivere e crescere con un fratello disabile, Ed. Franco Angeli, 2012. Florit E., Gatta M.,Sorelle e fratelli di bambini con disabilità, Ed. Franco Angeli, 2015. Rondi M., Flolrit E., Fratelli e sorelle: La sfida di crescere insieme, Carocci Editore, 2012.
IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza! Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca. Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono. Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita. TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson
Il Default Mode Network: Il Cervello in Modalità Riposo

Il cervello umano, anche nei momenti di apparente inattività, è impegnato in un’ampia gamma di processi mentali. Durante questi periodi, come quando siamo assorti nei nostri pensieri o lasciamo vagare la mente, entra in azione una rete neurale cruciale: il Default Mode Network (DMN), o rete in modalità predefinita. Identificata agli inizi degli anni 2000 grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI), questa rete rappresenta uno dei meccanismi più affascinanti del funzionamento cerebrale. Coinvolta nella riflessione interiore, nell’elaborazione della memoria e nella pianificazione, il DMN è al centro dell’architettura del nostro pensiero consapevole e inconscio. Questa capacità non si limita al recupero della memoria o alla proiezione mentale, ma si intreccia con processi creativi e riflessivi. Studi recenti hanno evidenziato che il DMN gioca un ruolo cruciale durante i momenti di ispirazione creativa, favorendo l’integrazione di idee apparentemente non correlate. È interessante notare come molte intuizioni o soluzioni innovative emergano in situazioni quotidiane e non strutturate, come durante una passeggiata o un’attività rilassante. Questo fenomeno, spesso sottovalutato, dimostra l’attività sofisticata e continua del DMN.Inoltre, il DMN è intimamente legato alla nostra capacità di comprendere e anticipare gli stati mentali altrui, un processo noto come “teoria della mente”. Attraverso questa funzione, il DMN ci consente di immaginare ciò che altre persone potrebbero pensare o provare, facilitando l’empatia e le interazioni sociali. Le principali aree cerebrali coinvolte Il DMN è una rete di regioni cerebrali interconnesse che si attivano prevalentemente quando il cervello non è impegnato in compiti esterni specifici. Tra le aree principali coinvolte figurano: Corteccia cingolata posteriore (PCC): Cruciale per l’elaborazione della memoria e la consapevolezza del sé. Corteccia prefrontale mediale (mPFC): Coinvolta nella valutazione sociale e nell’introspezione. Precuneo: Associato alla consapevolezza spaziale e al recupero della memoria autobiografica. Ippocampo: Fondamentale per la memoria a lungo termine e il consolidamento delle informazioni. Queste aree lavorano insieme per supportare processi mentali complessi come il ricordo delle esperienze personali, la pianificazione di scenari futuri e come detto in precedenza, l’elaborazione del nostro ruolo nelle interazioni sociali. Il Ruolo del DMN nella Vita Quotidiana Alcune funzioni tipiche del DMN includono: Memoria autobiografica: Permette di rievocare episodi significativi del passato e di riflettere su di essi. Pianificazione futura: Facilita la creazione di scenari ipotetici per prevedere e affrontare eventi futuri. Ruminazione: In momenti di stress o emozioni negative, il DMN può promuovere pensieri ripetitivi, a volte disfunzionali. Teoria della mente: Svolge un ruolo chiave nella comprensione degli stati mentali degli altri, favorendo l’empatia e le interazioni sociali. Grazie a queste funzioni, il DMN è fondamentale per mantenere un senso di identità personale e coerenza nella narrazione interna della nostra vita. Conclusioni Il Default Mode Network è una componente essenziale del nostro funzionamento cerebrale, responsabile di molte delle nostre capacità di introspezione, memoria e pianificazione. Tuttavia, la sua disfunzione può avere effetti significativi sulla salute mentale. Capire come funziona questa rete e come influenzi il nostro pensiero offre nuove opportunità per interventi terapeutici mirati, dalla mindfulness alle tecnologie avanzate. Il futuro della ricerca sul DMN promette di gettare ulteriore luce sui meccanismi del pensiero umano, contribuendo a migliorare sia la comprensione scientifica che le pratiche cliniche. Bibliografia Raichle, M. E., & Snyder, A. Z. (2007). A default mode of brain function: A brief history of an evolving idea. NeuroImage, 37(4), 1083-1090. Whitfield-Gabrieli, S., & Ford, J. M. (2012). Default mode network activity and connectivity in psychopathology. Annual Review of Clinical Psychology, 8, 49-76. Fox, M. D., & Greicius, M. (2010). Clinical applications of resting state functional connectivity. Frontiers in Systems Neuroscience, 4, 19.
IL CYBERBULLISMO, LA VIOLENZA DELL’ERA DIGITALE

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Le parole pesano, creano relazioni, aspettative e stimoli, mettono radici, muovono energia, rappresentano mondi paralleli, racchiudono menti umane… L’attuale emergenza sanitaria, ha evidenziato la grande importanza della “Rete”. L’anno appena trascorso ha incrementato l’uso della digitalizzazione in tutti i settori pubblici e privati. Tuttavia, se la rete ci offre numerosi benefici, dall’altro permette il dilaniarsi dei reati correlati a questo complesso e multiforme universo. La parola Lockdown ha significato ridisegnare la concezione del tempo e dello spazio, non esistono più i sabati e le domeniche ma giornate che si susseguono, seduti dietro un pc, una dietro l’altra, quasi tutte uguali. L’implementazione dei programmi di didattica a distanza (DAD) ha garantito il proseguimento del le lezioni per completare programmi ministeriali ma i ragazzi si sono visti sottrarre un bene più prezioso: la libertà di socializzare, di stare insieme, in uno scambio perenne di esperienze nuove che danno vita a nuove connessioni personali e a stimoli sempre maggiori e quando sei un adolescente nulla può essere più devastante del dover frenare in corsa questa travolgente libertà. La meravigliosa opportunità della Rete, che tuttavia dà continuità a questo scambio interpersonale, può trasformarsi così in una ragnatela che ti imprigiona. È in questo contesto che il cyberbullismo è in continua evoluzione. Ma facciamo un passo indietro, cos’è il cyberbullismo? La parola cyberbullismo è un neologismo coniato per identificare forme di “bullismo virtuale, compiuto mediante la rete telematica”. In ambito giuridico il termine è circoscritto nella L. 71/2017, secondo cui per cyberbullismo deve intendersi “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. Il cyberbullismo, quindi, costituisce “un fenomeno nuovo, legato all’era digitale”. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web tramite Internet. Il bullismo diventa quindi cyber. Il cyberbullismo, appunto, definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, mms, foto, video, emai l , chat rooms, istant messaging, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi. Rispetto al bullismo tradizionale, il cyberbullismo, svolgendosi sulla rete internet ne rende più “difficile la reperibilità” del ciberbullo inoltre è svolto in “assenza di limiti spazio temporali” in quanto mentre il bullismo tradizionale avviene di solito in luoghi e momenti specifici (ad esempio in contesto scolastico), il cyberbullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal ciberbullo (WhatsApp, Facebook, Twitter, blog, ecc.) Ma la differenza più evidente tra bullismo e cyberbullismo r isiede nella perdita della componente fisica e diretta che, pur nella varietà dei casi e delle forme, caratterizza gran parte dei classici episodi di bullismo: ad una “relazione” nell’ambito della quale bullo e vittima si conoscono, abitano nella stessa città e frequentano gli stessi a m b i e n t i , l e n u o v e f o r m e di cyberbullismo sostituiscono invece una dimensione nella quale ad interagire possono essere anche perfetti estranei, che nulla conoscono gli uni degli altri, se non i rispettivi nomi utente, avatar e immagini di profilo. La perdita di qualsiasi limitazione legata al tempo e allo spazio: se infatti gli episodi di bullismo tradizionale rimangono comunque legati alle occasioni di contatto che bullo e vittima possono avere nel l ’ambi to di un ambiente comune, le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione fanno sì che le condotte aggressive riconducibili al cyberbullismo possano invece verificarsi in qualsiasi momento e a prescindere dalla distanza geografica tra i soggetti coinvolti, rendendo ancor più difficile per la vittima sottrarsi alle vessazioni di cui è fatta bersaglio. Gli s t e s s i s t r u m e n t i i n f o r m a t i c i contribuiscono poi ad alimentare, specialmente nei soggetti più giovani, una particolare disinvoltura nel loro utilizzo: la semplicità con cui ragazzi e ragazze possono oggi accedere a svariati servizi online, assieme alla mancata percezione dei rischi e delle conseguenze anche gravi delle azioni poste in essere nel mondo digitale, possono indurre all’adozione di comportamenti che nella vita reale non sarebbero stati assunti o avrebbero comunque probabilmente trovato un argine in meccanismi di controllo e disapprovazione operanti all’interno dell’ambiente scolastico, sportivo e sociale in genere. La pericolosità del fenomeno si evidenzia anche sotto un altro profilo: per via della stessa natura della rete Internet, tutti i contenuti su di essa caricati finiscono per sfuggire alla diretta disponibilità di chi li ha condivisi, determinando una possibilità di diffusione di dati, informazioni e materiali su una scala che non ha uguali in altre forme di comunicazione del passato, con conseguenti difficoltà nel procedere in un secondo momento alla loro rimozione anche per le stesse autorità preposte al controllo. Il cyberbullismo può manifestarsi in maniera differente e a tal proposito sono state coniate le seguenti categorie: • flaming, consistente nel la pubblicazione di messaggi dal contenuto aggressivo, v i o l e n t o , v o l g a r e , denigratorio, in danno di un utente nel momento in cui q u e s t i c o m p i e u n a d e t e r m i n a t a attività online (ad esempio quando esprime i l suo pensiero intervenendo su un social network); • harassment, cons i s tent e nell’invio continuo e reiterato d i una