La gelosia dei bambini

La gelosia nasce dal fatto che i bambini amano. Se non fossero capaci di amare, non dimostrerebbero la loro gelosia.  I bambini sani imparano a dire che sono gelosi e questo permette loro di parlare della fonte della loro gelosia (Winnicott). Le prime gelosie riguardano, ovviamente, il primo oggetto d’amore: la madre e successivamente il padre. Quando arriva un fratellino o una sorellina, il primo figlio esprime subito gelosia. Ma anche i figli unici manifestano la gelosia verso i genitori: qualsiasi attività, infatti, che occupi la madre o il padre per un certo tempo, può scatenare la gelosia proprio come l’arrivo di un neonato. Queste gelosie fanno parte di una sana vita familiare e non vanno negate né sminuite. La gelosia e l’invidia L’invidia e la gelosia sono strettamente collegate, in quanto un bambino che è geloso del fratello, gli invidia il possesso delle attenzioni della madre. Alla base della gelosia è il rapporto con la madre e con il tempo, include anche il rapporto con il padre. Le gelosie spesso riguardano l’allattamento poiché per il bambino la nutrizione è molto importante. Un nuovo nato può apparire come un fantasma di un Sé passato che si nutre al seno della madre o dorme tranquillamente nella carrozzina. Alle prime manifestazioni di gelosia, infatti, è frequente vedere bambini che cercano di regredire alla prima infanzia, anche se solo parzialmente o temporaneamente. Quello che vogliono è essere trattati come quando godevano pienamente del possesso materno. Qualsiasi minaccia di perdere una proprietà comporta sofferenza ed un violento attaccamento all’oggetto. La madre in particolare, è vissuta dal figlio come una sua esclusiva proprietà. Come scompare la gelosia L’amore della madre per il nuovo arrivato, fa nascere nel primo genito la rabbia verso il fratello, la madre e verso ogni cosa. La rabbia sarà espressa attraverso urla, capricci e pianti. Il sopravvivere degli altri alla sua rabbia, farà capire al bambino, che poi la sua rabbia non è così distruttiva come immaginava. La rabbia resta mischiata all’amore e si trasforma a volte in tristezza poiché è triste amare qualcuno che a volte si sogna di distruggere. La gelosia provata per il nuovo arrivato può essere diversa da bambino a bambino. Ci sono fratelli meno gelosi che hanno maggiore capacità di empatia e mettersi “al posto” del neonato, identificandosi con lui e con le cure che riceve dai genitori. Quando la gelosia scompare avviene grazie allo sviluppo del bambino che è stato reso possibile da una cura attenta e costante. È importante che i genitori possano spiegare ciò che sta per accadere quando arriva un nuovo neonato e possano far partecipare il primo genito alla vita e alle cure che daranno al fratello/sorella. In condizioni sane la gelosia si trasformerà con il tempo in rivalità ed ambizione.

sindrome di Münchhausen: catturare attenzioni in modo negativo

Tra i disturbi “fittizi” si ritrova questa sindrome che può generare danni permanenti fino alla morte. Fin dove riesce a spingersi l’uomo per ottenere qualcosa? Fino alla simulazione della malattia tanto da provocarla. Cos’è? E’ una malattia mentale ed una forma di abuso. Si verifica quando un genitore o un’altra persona che si prende cura del bambino simula o provoca una malattia del bambino.Il “caregiver”, riferisce sintomi non esistenti o addirittura provoca egli stesso un danno al bambino che dipende dalle sue cure, così da farlo credere o da renderlo effettivamente malato. Il disturbo è caratterizzato da due aspetti: Simulazione e falsificazione di segni e sintomi (fisici o psicologici) attraverso: Finzione o induzione di segni o sintomi di una condizione medica o mentale, senza avere un evidente vantaggio esterno (ad esempio per ricevere l’invalidità civile o sfruttare le assicurazioni), Falsificazione delle cartelle cliniche, Alterazione dei risultati dei test di laboratorio. Richiesta attiva e ripetuta di una cura in differenti contesti (ad esempio medico di base, pediatra, pronto soccorso, ospedali). Cause Al momento non sono note le cause. Potrebbe dipendere da un disturbo della personalità, da traumi emotivi.  Qualche volta alla base di questo comportamento può esserci un conflitto con il partner che il “caregiver” pensa di legare maggiormente a sé, attraverso la malattia grave del figlio. La “malattia” del figlio può essere del tutto inventata, ad esempio simulando sintomi. Alcuni esempi sono: Scaldare il termometro per simulare la febbre; Riportare in maniera alterata la storia clinica del figlio falsificare materialmente la documentazione clinica e i referti degli esami di laboratorio; Aggiungere sangue a campioni di urine o di feci oppure glucosio a campioni di urine del bambino prima delle analisi. In altri casi, più preoccupanti, i sintomi possono venir provocati. Ad esempio: Somministrando al bambino farmaci lassativi per simulare una diarrea o qualunque altro tipo di farmaco per provocare sintomi, anche gravi; Riducendo l’alimentazione del bambino per fargli perdere peso e farlo diventare “malnutrito”; Iniettando materiale infetto (anche feci!) per provocare febbre e sintomi di setticemia. I sintomi si manifestano di solito in presenza del “caregiver”: quando il bambino è lontano dal “caregiver” i suoi sintomi migliorano o spariscono. Il “caregiver” non manca inoltre di pubblicizzare il proprio bambino e la sua finta malattia (ad esempio mediante la condivisione della propria storia sui social media) col fine di attirare attenzioni, compassione e l’interesse delle persone. Cosa fare? Nel sospetto di sindrome di Münchhausen per procura è importante allertare i Servizi Sociali per tutelare il bambino.Il primo obiettivo è quello di proteggere il bambino. Spesso è necessario sottrarlo dalla coabitazione con il “caregiver” responsabile.ogni caso, il bambino necessita di cure psichiatriche per superare i disturbi conseguenziali, ad esempio ansia, depressione o disturbo post traumatico da stress.

Corporeità eversiva ed istituzioni

Perchè questo titolo: “Corporeità eversiva ed istituzioni”? Cercherò di spiegarlo in questo nuovo articolo. Durante i primi mesi del mio percorso formativo in arteterapia, mi lasciava assai perplessa l’insistenza con la quale i docenti ci raccomandavano di usare la massima cautela nell’introdurre le nostre tecniche nei contesti istituzionali. Francamente mi sembrava un’attenzione sproporzionata fino a quando non ho avuto modo di trovarmi esattamente in quella situazione che mi era stata anticipata. L’aspetto che di primo acchito mi pareva maggiormente essere più coinvolto, come peraltro mi avevano anticipato, era quello legato ad una caratteristica centrale del metodo applicato dalla mia scuola, Poliscreativa. Sto parlando del ruolo della corporeità, viva, ritmica e condivisa, non solo del paziente, ma anche e soprattutto, almeno inizialmente, di quella del terapeuta. Una corporeità eversiva. Alessandro Tamino al di là di qualunque retorica, mio maestro non solo professionalmente, ma anche di vita, quando nei suoi seminari cerca di spiegare perché le istituzioni e le persone che ci si identificano, si sentano così facilmente minacciate dal Sistema Poliscreativa, quasi come un mantra racconta sempre l’episodio biblico dell’Ebrezza di Noè. Dunque, secondo la Genesi (9,20-27) le cose sarebbero andate in questa maniera. Come tutti sappiamo Iddio, dopo averci creato e dopo averci cacciato dal Paradiso Terrestre a colonizzare questa valle di lacrime, si rese ben presto conto di quanto gli fossimo venuti peccatori. Decise a quel punto di fare una ripulita ed incaricò Noè, l’unico che avesse continuato a rispettare la sua legge, di costruire una grande nave, riempirla con coppie sicuramente eterosessuali delle più svariate specie animali, mandò tanta di quella pioggia da sterminare tutti gli altri. Quando finalmente le acque cominciarono a ritirarsi Noè scese dalla famosa arca, assieme alla sua famiglia e cominciò a ripopolare la Terra. Riprese a funzionare anche l’agricoltura e, tra le prime piante seminate, troviamo, sempre secondo la Bibbia, la vite. Il patriarca preparò del vino e lo assaggiò. Si prese una sbronza micidiale e cominciò a dare un pessimo spettacolo, arrivando persino a denudarsi dentro la sua tenda. Noè aveva tre figli, Sem, Iafet e Cam, il più piccolo. A trovarsi nei paraggi, sfortunatamente per lui, fu Cam, che quindi vide la nudità di suo padre e corse subito fuori per chiamare i suoi fratelli che intervenissero anche loro. “ “Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre. Siccome avevano il viso rivolto dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre. Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che aveva fatto il figlio minore” . A quel punto Noè maledisse la sua discendenza e stabilì che addirittura sarebbe diventata schiava degli altri suoi figli, Sem e Iafet. Le possibilità interpretative di questo testo, come per ogni passo biblico sono pressoché infinite. Una molto usata dai predicatori nordamericani durante i secoli d’oro dello schiavismo, fu che Cam fosse il progenitore dei neri deportati dall’Africa e che quindi noi bianchi, eredi degli altri figli di Noè non fossimo altro che gli esecutori della volontà divina. Ma al di là di tutto, ci appare evidente che il ruolo del padre, massimo vertice istituzionale in una società così tanto patriarcale, viene fortemente minacciato dallo svelamento della sua nudità. La percezione esplicita delle caratteristiche fisiche, corporee e quindi i limiti, di chi “incarna” il potere, l’istituzione, è evidente che lo faccia sentire minacciato. Ma è sempre cosi? Forse no. Forse dipende da quanto il ruolo di potere si basi sull’ autoritarismo e non sull’autorevolezza. Un altro racconto che mi ha colpito molto e mi colpisce ogni volta che partecipo ai seminari, riguarda i percorsi formativi di alcune forme di sciamanesimo che pare avvengano in due fasi. Nella prima fase al giovane sciamano vengono insegnati dei veri e propri “trucchi” per fascinare chi si rivolge a lui. Quando l’allievo giunge al termine di questa fase, lo sciamano “formatore” chiede all’allievo se vuole proseguire e passare alla fase successiva, quella finalizzata a raggiungere una conoscenza più profonda. Una conoscenza che preveda un tale contatto con la propria corporeità da poterla trasmettere con effetti benefici a chi gli stia nei paraggi. Ma questo altro passo è subordinato ad una rinuncia. Rinunciare proprio a tutti quei poteri in qualche modo anche truffaldini, che ha appreso nel suo viaggio di formazione. Una cosa che mi ha sempre molto impressionato è osservare come, chi si senta veramente a suo agio nel suo ruolo professionale, si muova in maniera armonica, senza scatti, parli con una voce pacata. La voce è molto più corpo, vero e proprio, di quello che di solito pensiamo. Chi fa il nostro mestiere, psicologo, psicoterapeuta o psichiatra che sia, non può non essersi fatto attrarre da quel prefisso “psi”. Forse dovremmo dare per scontato che questi ruoli si basino, in qualche modo e soprattutto a livello inconscio, proprio sulla negazione del corpo. Il perché ovviamente copre il più ampio degli spettri. Nulla di male ovviamente. Se per fare quello che facciamo dovessimo essere sempre tutti sani mentalmente, le nostre facoltà andrebbero deserte. E quindi? Quindi non solo un buon lavoro psicologico su noi stessi, ma anche una possibilità di mettere in campo quella assoluta continuità tra il nostro corpo e quella sua funzione che chiamiamo “mente”. In alternativa c’è poco da fare, vuol dire sempre lavorare con il freno a mano tirato, una delle condizioni più faticose e più limitanti possibili in qualunque lavoro. Ed è quindi comprensibile che quando qualcuno ti proponga di farti, prima di tutto, questa domanda: “Cosa sta dicendo, in questo momento, il mio corpo?”, lo si consideri come una minaccia, un pericoloso portatore di strategie eversive per il proprio ordine delle cose.

Il bullismo: cambiare cultura parte da noi

Nel secolo scorso, goliardia e bullismo erano parte, tollerata e a volte addirittura incoraggiata, di riti di iniziazione vari: alla vita scolastica, sociale o militare. Il bullismo, come sappiamo oggi, rappresenta al contrario un serio rischio per la salute mentale dei bambini e porta a manifestazioni di ansia elevata, depressione e pensiero persecutorio. Alcuni di questi sintomi possono scomparire in modo naturale qualche tempo dopo il termine dei comportamenti di bullismo; ma, secondo numerose ricerche, molte vittime continuano a soffrire di un rischio maggiore di malattie mentali, con un’incidenza di sviluppo di sintomi psichiatrici da 20 a 30 volte superiore durante la vita adulta rispetto a persone che non hanno subito bullismo da piccoli. Questi dati impressionanti evidenziano come il bullismo subito in età evolutiva provochi importanti modificazioni a livello sia psicologico sia fisico. Recenti meta-analisi, come riportato da David Robson per la BBC, dimostrano che le campagne anti-bullismo non solo riducono la vittimizzazione, ma migliorano anche la salute mentale generale della popolazione degli studenti e, di conseguenza, degli adulti che presto diventeranno. Secondo Louise Arseneault, psichiatra che studia da anni questa problematica, i bambini vittima di bullismo tendono a considerare le relazioni sociali come possibili minacce, a caricarle di significati e aspettative che in qualche modo modificano sia il loro comportamento sia il comportamento degli interlocutori verso di loro; e questo ha un effetto prolungato nella vita di relazione da adulti, sia sulla difficoltà a vivere con un partner a lungo termine sia sulla possibilità di instaurare nuove amicizie in età avanzata. L’effetto non è solo psicologico; o meglio, l’effetto psicologico e quello di infiammazione fisica vanno di pari passo, potenziandosi a vicenda con aumento e correlazione di manifestazioni problematiche o francamente patologiche dal punto di vista della salute mentale. La ricerca di Arseneault suggerisce che lo stress provocato dal bullismo può avere un impatto sul corpo per molti anni, anche diversi decenni dopo l’evento: uno studio longitudinale durato 50 anni ha dimostrato che il bullismo frequentemente subito tra i 7 e gli 11 anni  era collegato a livelli di infiammazione notevolmente più elevati all’età di 45 anni. Uno dei più interessanti e applicati programmi di prevenzione del bullismo, sviluppato dallo psicologo scandinavo Dan Olweus, si basa sull’idea che i singoli casi di bullismo sono spesso il prodotto di una cultura che tollera la vittimizzazione. Oggi ogni adulto è chiamato a cambiare questa cultura: che sia genitore o insegnante o operatore sanitario, gli adulti devono agire nei luoghi – scuole, sport, tempo libero – in cui il bullismo si esprime e controllarli su base regolare, interrogando i bambini, osservando le interazioni, organizzando riunioni di classe o di squadra in cui i bambini vengono educati e informati sul bullismo. Ma cosa può fare un genitore per contribuire a questa cultura dell’attenzione? Prendere sul serio le preoccupazioni del bambino, non suggerire affrettate risposte o comportamenti da adottare, ma ascoltare, ragionare con lui ad alta voce e coinvolgere altri adulti che possano vigilare. E, soprattutto, farsi promotore attivo di una conversazione sull’argomento, anche se non ha nessun sospetto che la cosa possa riguardare il proprio bambino: se il genitore ne parla come di un fenomeno che può accadere a tutti e che non è colpa del bambino che lo subisce, l’argomento diventa affrontabile e risolvibile. Per una figlia, un figlio; o per un’amica o un amico loro in difficoltà. Spesso molti problemi partono dal fatto che il bambino non ne può parlare: anche per il bullismo, affrontare il tema da parte di adulti motivati e attenti, è il modo migliore per autorizzare una discussione, un pensiero. E per permettere a una piccola vittima di venire allo scoperto, senza vergogna e con l’aspettativa che una soluzione possa esistere. Perché anche la speranza è alimentata dalla cultura circostante. I programmi antibullismo stanno contribuendo a creare un ambiente scolastico più favorevole per i bambini e ci sono varie modalità di aiutare gli studenti vittime di comportamenti scorretti. Ma l’obiettivo più importante è garantire che il messaggio anti-bullismo sia radicato nella cultura dell’istituzione: che non venga minimizzato, ignorato, rimandato. Dalle ricerche più recenti emerge infatti che informare i bambini e tutti gli adulti coinvolti  – ad esempio, nell’istituzione scuola – anche quelli che hanno meno interazione con i bambini rispetto agli insegnanti, dall’autista di scuolabus all’operatore di mensa, consente di ridurre in modo altamente significativo il numero di casi di bullismo. L’attenzione al singolo caso, il coinvolgimento di tutti e una cultura che rifiuta in modo deciso, chiaro e senza compromessi la vittimizzazione dei bambini, consente rapidi e duraturi cambiamenti nell’atteggiamento generale della popolazione scolastica nei confronti del bullismo, inclusa una maggiore empatia per le vittime. Affrontare e risolvere il problema del bullismo non dovrebbe interessare solo insegnanti, psicologi e genitori, con l’intento ovviamente prioritario di limitare o porre fine alla sofferenza immediata dei bambini; ma dovrebbero interessare anche il legislatore, perché incidono a lungo termine sulla salute della popolazione. Gli adulti possono fungere da modello per aiutare a creare un ambiente in cui i bambini si sentano al sicuro e possano dare il meglio di sé: agire tempestivamente per mettere al sicuro il bambino vittima di bullismo e insegnare a tutti i bambini che certi comportamenti non sono mai accettabili, per nessun motivo, è il primo passo per un impatto duraturo sul benessere e sulla loro felicità da grandi.

La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

malattie mentali social

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.

Millennials: generazione a cavallo del millennio

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I giovani nati tra il 1980 e il 1995 sono definiti Millennials o generazione del millennio. Essi si interpongono tra i Boomers e gli Zoomers. Rispetto alle generazioni precedenti, i Millennials hanno un livello di istruzione più elevato, formato prevalentemente dalla laurea e da diversi master. Il lungo percorso universitario, che dovrebbe essere finalizzato ad un proficuo inserimento nel mondo del lavoro, ha reso, molti di questi giovani, dipendenti economicamente dalla famiglia. Il contesto storico di riferimento dei Millennials è la cosiddetta crisi economica, che dal punto di vista lavorativo, li ha resi precari e flessibili, nonostante abbiano all’attivo tante specializzazioni ed esperienze. Spesso questi giovani, non riescono a trovare un lavoro stabile. Il punto nodale della loro ricerca è basato sulla meritocrazia e la serenità dell’ambiente lavorativo. Nonostante siano considerati eterni bamboccioni, i Millennials cercano di manifestare le loro potenzialità, mettendo in gioco il loro talento. Sono alla ricerca del successo personale, frutto di sacrificio e dedizione, senza dover scendere a compromessi. L’ambiente di lavoro ideale è quello che li stimola a dare sempre il meglio di sè attraverso anche una comunicazione efficace. Anche gli insuccessi sono letti come opportunità di miglioramento e crescita personale, anzichè come sconfitta. Una delle caratteristiche positive di questa generazione è la resilienza. I Millennials hanno una maggiore fruizione dei dispositivi digitali, dal computer ai telefoni cellulari. La nascita di internet e dei social network, ha, di fatto, facilitato l’accesso ad un utilizzo quotidiano della tecnologia, migliorando anche le loro competenze linguistiche. Internet ha agevolato anche la possibilità di imparare nuove lingue straniere o di progredire con quelle apprese nel percorso scolastico. Grazie alla rete, questi giovani hanno sviluppato una migliore apertura mentale. Il loro percorso di crescita personale si è arricchito in ambito della socializzazione, creando così le basi per una generazione multiculturale.

DIVERSI MODI DI ESSERE FAMIGLIA: TRA EREDITÀ E CAMBIAMENTO

di Carola Battistelli Nel 1993 è stata istituita la Giornata Internazionale della Famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio.La famiglia ha da sempre rivestito un ruolo centrale per la psicologia, uno degli ambiti più esplorati essendo la prima realtà con cui l’individuo entra in contatto e in cui inizia a sviluppare le proprie competenze relazionali ed affettive.La famiglia si caratterizza per essere un sistema in costante interazione con ciò che la circonda, ragione per cui è fortemente influenzata dai cambiamenti sociali. Ad esempio, le difficoltà che i giovani riscontrano nel trovare un lavoro stabile influiscono sulla scelta di avere figli, comportando un calo delle nascite e/o una tendenza a diventare genitori più tardi. Allo stesso modo, rispetto alle generazioni precedenti si possono notare dei cambiamenti rispetto all’aspettativa della donna circa il suo futuro professionale. Questo aspetto incide sulle dinamiche familiari, comportando compiti genitoriali che gradualmente stanno diventando meno distanti tra i due generi.A fronte dei molteplici cambiamenti del nostro tempo, è ragionevole pensare che il concetto stesso di famiglia meriti di essere ripensato in quanto affronta delle sfide ed opportunità prima inesistenti. Siamo spettatori del passaggio da un unico modello di famiglia a una pluralità di modi di essere famiglia, modalità che vengono scelte non più subite, segnale inequivocabile di una volontà sempre più forte di vivere da protagonisti la propria biografia.Fino a qualche decennio fa le famiglie monogenitoriali rappresentavano una rara circostanza “dovuta” per lo più a circostanze esterne, per esempio alla morte del coniuge. Oggi il legame coniugale appare più fragile in quanto si è più consapevoli che si tratta di un progetto condiviso per scelta e che, in quanto tale, può essere rinegoziato in qualsiasi momento. Da qui, la decisione di separarsi sempre più frequente.Collegato a questo aspetto, vi è l’incremento delle famiglie ricostituite, nate dalla scelta di investire su una seconda unione dopo aver sperimentato una separazione. Queste forme familiari possono rappresentare un’importante risorsa per gli individui che la compongono, seppur richiedano un importante sforzo da parte dei membri per arrivare ad un nuovo equilibrio. In questi casi, infatti, è probabile che ogni membro metta in campo modalità relazionali già acquisite e che possono rilevarsi inadatte al nuovo sistema Famiglia che si è venuto a creare, a volte ripetendo gli stessi meccanismi disfunzionali che hanno portato alla precedente separazione. Se ci sono minori il raggiungimento di un equilibrio potrebbe richiedere uno sforzo aggiuntivo, soprattutto nel caso ci fosse un trauma derivato dall’uscita di scena di uno dei genitori. Pertanto, appare fondamentale la ridefinizione dei ruoli e dei confini familiari.Anche le famiglie adottive sono caratterizzate da dinamiche peculiari che rendono ogni esperienza adottiva unica. I vissuti e le fantasie che accompagnano le fasi dell’adozione incideranno sulla qualità relazionale che si instaurerà con il nuovo arrivato, aspetti che per tale ragione vengono esplorati con cura nel corso del processo. L’obiettivo, infatti, è favorire un buon vincolo tra i membri, un’integrazione funzionale che tenga conto del passato e della soggettività del figlio adottivo, evitando che venga investito di aspettative che non gli appartengono.Parlando di integrazione, non si può non pensare alle famiglie immigrate, che sovente si ritrovano di fronte all’arduo compito di consolidare i propri legami in un contesto estraneo, evento che gli provoca un senso di sradicamento, un ossimoro rispetto al concetto stesso di “legame”. Tenere insieme il proprio passato e guardare verso il futuro diviene un compito centrale per le famiglie immigrate, una negoziazione necessaria che può comportare esiti anche molto diversi per persone della stessa famiglia.Una forma familiare che tutt’ora provoca molte resistenze, talvolta fino ad arrivare ad atti discriminatori, è la famiglia omosessuale, spesso relegata a contesti di marginalità sociale. La lettura psicopatologica che ha caratterizzato l’omosessualità per molti anni non ha sicuramente favorito un’adeguata sensibilizzazione dellasocietà, provocando disapprovazioni e rifiuti anche molto duri di genitori di fronte ai coming out dei figli. Nonostante il diritto all’identità e alla libertà siano riconosciuti per la loro inalienabilità e universalità, continuano ad esserci ostacoli ad una piena accettazione di questa famiglia che, di fatto, rappresenta una modalità ulteriore di essere famiglia al pari delle altre.L’elenco dei diversi tipi di famiglia ovviamente non si esaurisce qui, le sfumature sono tante e tutte sono accomunate dalla scelta di costruire legami affettivi autentici. L’essere umano, così, ci appare in divenire, in una costante dialettica tra cambiamento e continuità.Promuovere una narrativa che legittimi l’esistenza di diversi modi di essere famiglia alleggerisce il senso di colpa che spesso accompagna il cambiamento, riportando alla luce il principio di autodeterminazione che caratterizza ogni essere umano. Ci spinge, inoltre, a conoscere meglio queste forme familiari esplorando come si declina per ciascuna la ricerca dell’equilibrio individuale tra appartenenza e separazione, ricerca che spesso dura tutta la vita e che assume connotazioni diverse in ogni famiglia. L’invischiamento, ad esempio, implica un’assenza di confini tra i membri, un eccesso di appartenenza che non contempla una separazione ed è uno degli esiti disfunzionali a cui può portare questa ricerca. All’estremo opposto c’è il cosiddetto taglio emotivo, messo in atto da chi si separa bruscamente dai legami familiari con l’illusione di aver raggiunto una separazione, questo bisogno inappagato di appartenenza produce un vuoto affettivo, che l’individuo cercherà di colmare in maniera disfunzionale nelle relazioni future.Conoscere le dinamiche che possono caratterizzare le diverse famiglie ci permette di comprendere e di contemplare il concetto di famiglia come un’evoluzione continua che, per quanto potenzialmente diverso, è frutto di una progettualità, di una scelta.“La stragrande maggioranza degli esseri umani sceglie di seguire non la propria strada ma le convenzioni; essi di conseguenza non sviluppano se stessi, bensì un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza” C.G. Jung 1934 Bibliografia Andolfi, M. (2003). Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare. Accademia di psicoterapia della famiglia.Barbagli, M., Saraceno, C. (1997). Lo stato delle famiglie in Italia. Bologna: Il Mulino.Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. Roma: Astrolabio.

Perché non c’è più? Come spiegare la morte ai bambini

di Cinzia Iole Gemma Il termine lutto indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamene vissuto come un’esperienza triste ma anche fisiologica. Ognuno di noi è portato ad instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato. J.Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo i processi di attaccamento e separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il defunto e a potersi legare emotivamente con altre persone. Le fasi identificate sono protesta, nostalgia, disperazione ed infine rielaborazione. È proprio in quest’ultima fase che si sviluppa una nuova identità che non si disperde più in quella antica. L’elaborazione del lutto è perciò un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale ed esperienziale. Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini la morte di una persona cara è davvero molto difficile sia da capire che da esprimere. Eppure ancora oggi nella nostra società esistono dei tabù rispetto all’esperienza del lutto e della malattia, tanto più se si tratta di introdurre tale tematica ad un bambino. Il forte istinto di protezione verso i bambini, porta spesso l’adulto ad allontanarli dal tema della morte, attraverso il silenzio, l’evitamento o il tentativo di mascherare la verità. Di fronte ad un evento come la morte di un caro, il bambino può reagire nei modi più disparati. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza commentare nulla, o allontanarsi e riprendere a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può essere anche indice di un rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bambino può sintonizzarsi con l’adulto di riferimento e modellare il proprio comportamento in modo simile. Altri invece possono piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo accanto. Quest’ultimo atteggiamento è forse più frequente per bambini in età scolare. I bambini in età prescolare, infatti, non comprendono la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo, è portato a pensare che l’adulto può tornare in vita come ad esempio nei cartoni animati, come “willy il coyote” in cui il bambino non percepisce l’irreversibilità del concetto di morte. La logica alla base della scarsa comunicazione su questo tema dipende dal fatto che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita da parte del bambino, convinti che parlarne li esporrebbe troppo alla sofferenza. Tuttavia ciò che accade è che, evitando l’argomento, i bambini non vengono preparati a comprendere cosa può avvenire fuori e dentro di sé, gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e alla possibilità di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Al contrario di ciò che si pensa, i bambini, sono in grado di gestire realtà tristi, sconvolgenti, a modo loro. Non devono perciò essere tenute nascoste informazioni importanti, ma al contrario guidare il bambino nell’elaborazione del lutto, utilizzando un linguaggio appropriato all’età, rispondendo a tutte le domande con franchezza e chiarezza. Potrebbe essere utile in questo caso introdurre delle letture che trattino l’argomento in modo da rafforzare l’idea che la morte è una parte naturale della vita. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Per aiutare il bambino ad esprimere i propri sentimenti, e le proprie emozioni potrebbe essere utile coinvolgerlo in attività come il disegno, la narrazione, creazioni con materiali plastici, attività fisiche, narrazioni. Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa essere in grado di accogliere il suo dolore e che sia in grado di ascoltarlo. Il sentirsi ascoltato e il sentirsi visto contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in sé stesso, nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. BibliografiaA.F. Lieberman-N.C. Compton-P.Van Horn- C. Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile, Bologna, Il Mulino. Agnès Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni Jhon Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it. 1982), Cortina. Alberto Pellai e Barbara Tamborini (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, RAI Erikson Daniel Oppenheim (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte, Trento, Erickson. Earl A.Grollman (2002), Perché si muore?, Como, RED edizioni Maria Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.Mario Mapelli (2012), Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Milano, Franco Angeli.

Il ruolo dello psicologo nella cura dell’ansia e della depressione

Parlare di ansia e depressione sembra quasi ridondante nella nostra società perché in entrambi i casi le parole rimandano a situazioni che attivano nell’immaginario di ciascuno situazioni vissute o direttamente o da qualcuno che conosciamo. Solitamente questi vengono definiti come disturbi emotivo comuni, a causa della diffusione nella popolazione, sono disturbi che interessano bambini, giovani e adulti in forme diverse e con differente grado di intensità Per definire meglio questi fenomeni possiamo parlare per quanto riguarda l’ansia di preoccupazione eccessiva per le attività della vita quotidiana, questa preoccupazione crea un disagio nella persona che la sperimenta e lo limita nelle sue attività; per la depressione parliamo di una perdita di interesse per le attività di vita che prima nella stessa persona provocavano piacere o in un umore sotto tono per la maggior parte del giorno e tutti i giorni per almeno quindici giorni. Per fare una vera e propria diagnosi il professionista deve pero conoscere ed indagare altri aspetti che qui non tratteremo, quello che invece preme rappresentare è il fatto che spesso alcuni sintomi vengono sottostimati dalle persone fino a quando essi non diventano invalidanti. Il medico di medicina generale è solitamente il primo passaggio che le persone fanno, egli valuta lo stato di salute e le eventuali possibilità di cura. Cosi come per la maggior parte delle malattie, l’intervento precoce risulta fondamentale per migliorare la prognosi. Lo psicologo psicoterapeuta ha il compito di sostenere il paziente nella difficoltà che vive e di elaborare i pensieri, le emozioni ed i comportamenti disfunzionali, fornendo al paziente supporto accettazione e gli strumenti per potere superare la difficoltà che vive. Nello specifico le tecniche di psicoterapia permettono di acquisire le competenze e l’autosostegno necessari, di esplorare la sintomatologia, di creare collegamenti di senso per la definizione della difficoltà, di sviluppare e rafforzare le risorse interne utili al superamento del disagio emotivo.

IL CONSUMO DI ABBIGLIAMENTO USATO

Il consumo di abbigliamento usato

Il consumo di abbigliamento usato ormai è una tendenza sempre più diffusa nella società odierna. Esistono innumerevoli piattaforme che consentono di vendere i propri abiti e comprare quelli di qualcun altro. Per citarne alcune ci sono Vinted, Depop, Rebelle, Vestiaire Collective… Ma perché i consumatori sono sempre più propensi ad acquistare abbigliamento usato rispetto al passato? A livello psicologico entrano in gioco diversi fattori.  Alcuni di questi sono sicuramente economici in quanto comprare second hand consente sia di risparmiare sia di sperimentare una soddisfazione maggiore grazie alla possibilità di ottenere un articolo di valore a un prezzo minore.  Un altro driver che ha incrementato contribuito il diffondere questa tendenza è il bisogno di unicità. Infatti, secondo la teoria del sé esteso di Belk, l’abbigliamento è un modo per esprimere parti del proprio sé e della propria identità. Inoltre, il mercato second hand è spesso caratterizzato da pezzi unici per modello e taglia e molto raramente se ne trovano di simili.  Esiste anche un aspetto ludico-creativo che porta il consumatore ad essere più soddisfatto nel vendere e nel comprare abiti di seconda mano. È il cosiddetto fenomeno della “scoperta della chicca”, che si riesce a trovare nelle confusionarie bancarelle di mercatini usati oppure sulle piattaforme online.  Infine, si trovano anche dei fattori più etici basati su preoccupazioni di carattere ecologico e sull’interesse alla sostenibilità, altro trend sempre più diffuso nelle giovani generazioni. Tuttavia, tutti questi fattori psicologici spiegano solamente in parte il fenomeno dell’abbigliamento second hand. Per comprenderlo più a fondo è necessario considerare le sue origini storiche. La storia dell’abbigliamento può essere suddivisa in tre grandi periodi.  Dall’epoca premoderna alla fine del Settecento, in tutti i ceti sociali era molto diffusa una mentalità improntata al recupero degli oggetti al fine di tramandarli alle generazioni successive. In particolare, i vestiti venivano custoditi perché considerati investimenti importanti così da poterli donare di generazione in generazione. Per le classi più povere erano una vera riserva di valore, cosa che ora sarebbe assurdo pensare. Dalla fine del Settecento alla prima metà del Novecento si rovescia la mentalità precedente a seguito di cambiamenti culturali causati dalla filosofia illuminista (che considerava tutto il vecchiume da buttare) e a seguito dei progressi in ambito tecnico-scientifico che hanno accelerato i tempi di produzione delle merci. Inoltre, la Rivoluzione Industriale ha portato un arricchimento del ceto medio che li ha sempre più spinti ad acquistare beni nuovi, come simbolo del nuovo status sociale raggiunto. Dunque, il consumo di abbigliamento di seconda mano diminuisce rispetto al periodo precedente. A fine Ottocento, però, a seguito delle enormi produzioni di massa si è consolidato il legame tra abbigliamento usato e carità.  Dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi si è assistito a un ulteriore cambio. In particolare, nel Novecento indossare vestiti usati era diventato un modo per esprimere la propria distanza rispetto alla cultura dominante. Questo apparteneva molto al mondo hippie, nel quale si può vedere una forte spinta anticonformistica. Invece, per altri è diventato sempre più segno di ricercatezza e distinzione come nel caso del vintage. Negli ultimi decenni, infine, la seconda mano è diventato sinonimo di consumo etico e sostenibile. Oggi tutti questi fattori sono molto più in linea con i valori emergenti nel periodo post-crisi, dove i consumatori sono sempre più disposti a riconsiderare la propria relazione con i beni di consumo abbracciando una maggiore frugalità. È sbagliato pensare che la frugalità sia una decisione legata al risparmio, ma in realtà è una scelta di stile e buon gusto. Alla base degli orientamenti frugali, si assiste a un vero e proprio ripensamento della relazione con gli oggetti di consumo. Se nella prima metà del Novecento, l’oggetto di consumo si configurava come marcatore identitario, ad oggi non è più tanto così. La ripresa del consumo di abbigliamento usato ne è un esempio cardine. BIBLIOGRAFIA Lozza, E. &, Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo s.r.l.