La Pas: Sindrome da Alienazione Parentale

La Sindrome da Alienazione Parentale è una grave forma di abuso contro i bambini coinvolti in separazioni conflittuali, inizialmente descritta come sindrome (PAS è l’acronimo di Parental Alienation Syndrome) dallo psichiatra americano Richard A. Gardner. Il concetto di PAS compare per la prima volta nel 1985, quando il medico statunitense Richard Gardner ne parlò in riferimento alla dinamica psicologica disfunzionale che si attiva sui figli minori coinvolti in processi di separazioni e divorzi conflittuali, durante i quali uno dei genitori, denominato “Alienante”, avvia nei riguardi dell’altro coniuge, denominato “Alienato”, un’autentica campagna di denigrazione finalizzata a definire come nociva e pericolosa la frequentazione del figlio da parte dell’ex coniuge e della famiglia di quest’ultimo. “Il figlio, dal canto suo, mostra una posizione totalmente adesiva con quella del genitore Alienante, colludendo in toto con la pratica di programmazione psichica a mezzo della quale il genitore Alienante lo spinge a disprezzare ed evitare il genitore Alienato” (Gardner, 1987). L’alienazione è prodotta da una “programmazione” dei figli: una specie di lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore. La “programmazione” arriva a distruggere la relazione fra figli e genitore alienato: nei casi gravi i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Le conseguenze di tutto questo sono molto gravi, anche sul lungo termine, in quanto la PAS viene definita come una vera e propria forma di violenza psicologica che tende a direzionare la mente del bambino verso scenari di giudizio precostituiti, con gravi danni non solo all’elaborazione cognitiva ma anche alla regolazione emotiva, alla capacità di giudizio, all’esame della realtà, da cui possono generarsi deficit di empatia, narcisismo e mancato rispetto per l’autorità. Il bambino, infatti, per rispettare le volontà tendenziose del genitore alienante, non esita a ridicolizzare il genitore alienato con atteggiamenti denigratori, oppositivi e irrispettosi che in altre circostanze non verrebbero mai consentiti, ma sarebbero al contrario segnalati e stigmatizzati. L’esistenza della Sindrome da Alienazione Parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale, data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica. Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale. È evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come questa risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia. In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio ruolo ovvero quello genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti. La responsabilità morale, psicologica e educativa dei figli è e deve essere dei genitori, quindi il conflitto coniugale non può e non deve trasformarsi anche in conflitto genitoriale. Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure esterne alla famiglia che possano aiutare nella comprensione e nella modificazione di queste dinamiche disfunzionali.
Come promuovere il benessere educativo

Chi di noi non è mai tornato da scuola insoddisfatto e sofferente? Quanti studenti tornano a casa piangendo e disperandosi perchè non stanno bene a scuola. Star male a scuola significa provare emozioni sgradevoli, che determinano poi stati d’animo negativi. Noi tutti sappiamo quanto sia impossibile costruire nulla se prevalgono frustrazione, amarezza e uno stato d’animo di impotenza (Walesa). Per la maggior parte delle persone, la parola “benessere” richiama alla mente uno stato armonico di salute. Come possiamo promuovere il benessere educativo? Il benessere educativo indica “star bene in classe” e si costruisce giorno dopo giorno, con un pensiero positivo e con interazioni significative, che fanno bene allo studente e che gli permettono di emergere come “persona”. Occorre favorire il pensiero “utile”,quello basato su dati e fatti reali. Bisogna scacciare via i pensieri inutili, che generano rabbia e preoccupazione negli studenti. Fra i pensieri inutili compare spesso la frase:non sono capace di dire quello che ho imparato. Huppert (2009) sostiene che il benessere psicologico riguarda la vita che va bene ed è una combinazione di sentirsi bene e funzionare in modo efficace. Bisogna coinvolgere gli studenti in attività interessanti e piacevoli, affinchè essi possano funzionare in modo efficace. Si riportano alcuni esempi: Nominare uno studente referente. Promuovere il lavoro in piccoli gruppi per la consegna delle attività. Permettere la socializzazione dei lavori svolti. Lo studente referente si fa portavoce di bisogni educativo-didattici dei suoi compagni, mentre la promozione del lavoro in piccoli gruppi permette la condivisione delle esperienze. Dare agli allievi la possibilità di socializzare i lavori significa credere nelle loro possibilità, aumentando la loro autostima. Il benessere è la condizione necessaria all’apprendimento quanto all’insegnamento. Ed è agli insegnanti che spetta il compito di costruire un clima sereno,all’interno di una relazione educativa efficace. La scuola è oggi ricca di tante iniziative finalizzate al conseguimento del benessere dei ragazzi, ma la scuola deve essere anche – ed essenzialmente essa stessa palestra di ricerca e di impegno intellettuale sullo stesso tema del benessere (Guido,2008).
La psicologia prende parola sulla guerra e le violenze
Genitori di adolescenti….. tranquilli! E’ tutto normale

di Loredana Luise Condividere la propria vita con un figlio che ti cresce accanto richiede una capacità di adattamento e di riassestamento notevole. Dalla felicità per la comparsa dei primi sorrisi, alla grande preoccupazione per i problemi di salute o per le difficoltà relazionali dei nostri cuccioli, dalle aspettative rispetto al progredire delle abilità e delle acquisizioni, ai successi e gli insuccessi nelle prestazioni sociali sono solo alcune delle mille sfumature che colorano questa meravigliosa condivisione di percorso di vita. I rapporti con i nostri bambini possono essere semplici, divertenti, difficoltosi e faticosi, ma all’arrivo della preadolescenza, ed in particolar modo dell’adolescenza, il vissuto del genitore subisce un enorme scossone che spesso lo destabilizza e gli crea molta preoccupazione. E’ esperienza comune di molti genitori, in particolar modo di quelli di figli unici, provare un grande vuoto di fronte al quasi improvviso allontanamento e rifiuto che manifestano i figli quando, sulla spinta degli impulsi adolescenziali, iniziano a non cercarli, a mentire o a nascondere delle cose e in qualche modo a tradire la loro fiducia che fino ad allora sembrava essere il simbolo di un legame indissolubile. Soprattutto i genitori che, in questo periodo storico hanno investito molto sull’educazione e sulla crescita dei loro figli, si sentono traditi o in qualche modo depauperati del loro ruolo di genitore super attento e aperto a ogni prospettiva possibile. Tra le diverse strategie di sopravvivenza alcuni genitori provano a rientrare nel mondo dei loro figli, bussando piano piano, scivolano coi gomiti come marines, altri invece buttano giù direttamente il muro, ma il contraccolpo del rifiuto e l’urlo del bisogno di privacy e di autonomia suonano spesso come pallottole che arrivano dritte dritte al cuore. I più preparati sanno perfettamente quanto lo sviluppo ormonale incida sull’umore dei ragazzi, ma questo non è sufficiente a giustificare quella strana sensazione di tradimento e di solitudine che i genitori provano spesso quando i loro figli varcano la soglia della preadolescenza ed entrano di petto sulla via dell’adolescenza ed in seguito in quella dell’età adulta. Per giustificare la comparsa di questi destabilizzanti comportamenti messi in atto dai nostri figli nella seconda decade della loro vita, forse è necessario assumere la consapevolezza che in realtà non siamo noi l’oggetto del loro odio e della loro disapprovazione e la scienza viene in nostro soccorso a spiegarci cosa realmente accade nel cervello di un adolescente. Uno studio condotto dalla professoressa Blakemore, della University College of London, ha “fotografato” con la risonanza magnetica i cambiamenti del cervello nelle varie fasi di crescita. Il cervello degli adolescenti è completamente diverso da quello dei bambini e anche da quello degli adulti. Ogni essere umano ha a disposizione nel suo cervello circa 85 miliardi di neuroni e queste cellule, all’interno della scatola cranica, subiscono diverse mutazioni formandosi e disfacendosi continuamente e così anche le strutture che le mettono in connessione fra loro chiamate “sinapsi”. Questi studi recenti quindi hanno evidenziato come, a differenza di quanto si credeva fino a poco tempo fa, soprattutto in alcune fasi della crescita, il cervello sia un continuo fare e disfare. L’adolescenza è uno dei periodi in cui vi è uno sconvolgimento maggiore. E’ proprio in questa fase d’età che avviene il picco massimo dello sviluppo della materia grigia ed è sempre in questo periodo che inizia un fenomeno denominato “potatura delle sinapsi”. Potrebbe in qualche modo sembrare un controsenso che nel periodo in cui il cervello ha più bisogno di sinapsi cerebrali ne perda molte e si riducano le connessioni fra i neuroni, in realtà è un fenomeno necessario al miglioramento dell’efficienza cerebrale e a sfoltire ciò che non serve più, o che non si usa più, lasciando spazio ad una vera e propria rivoluzione. Quindi nell’adolescenza rimangono nel cervello meno sinapsi, ma quelle che rimangono diventano sempre più veloci. Come ha evidenziato il Prof. David Bainbridge, docente di anatomia clinica all’Università di Cambridge e autore di diversi libri divulgativi su temi di neuroscienze, come per esempio “Adolescenti” (Einaudi, 2009), nel momento in cui figli adolescenti iniziano ad affrontare i problemi più complessi, cominciano i tagli a livello della corteccia prefrontale, sede del controllo del comportamento, ed in seguito della corteccia frontale che controlla le decisioni sociali e i rapporti con gli altri. Nello stesso periodo il “sistema limbico”, che controlla le emozioni e gli affetti, diventa sempre più attivo e di conseguenza i giovani iniziano a preoccuparsi dell’opinione degli amici sfuggendo al controllo dei genitori cercando di sperimentare i rischi lontani dall’ambiente familiare. Ciò che avviene quindi a livello cerebrale è un vero e proprio rimodellamento del cervello che abbandona vecchie strategie di adattamento che comprendevano la presenza costante dei genitori come elementi guida, con una forte spinta alla ricerca dell’esterno e alla sperimentazione di nuovi comportamenti in autonomia. Quindi dopo l’età infantile, caratterizzata dalla protezione familiare è proprio necessario questo scossone che proviene dall’interno e che spinge i ragazzi verso il nuovo, il passionale e l’imprudente. Ed è proprio questo bisogno estremo di trovare uno spazio, di desiderare di sperimentare da soli che destabilizza spesso i genitori, ma essere consapevoli che non è un atto rivolto intenzionalmente a porsi in contrapposizione personale, ma una necessità di sviluppo, è importante per un genitore che deve comunque continuare ad accompagnare la crescita dei propri figli cercando di tutelarli dai possibili pericoli e di guidarli in un modo completamente nuovo. In tutto questo marasma di cambiamenti ed evoluzioni per l’adolescenza, lo sviluppo cerebrale non è comunque ancora completo e soprattutto la comunicazione tra le diverse regioni cerebrali non è così efficace dal consentirgli di prendere decisioni ponderando emozione e ragione. Ecco perché spesso le emozioni emergono in maniera veloce ed intensa; il fatto che lo sviluppo della corteccia prefrontale non sia terminato corrisponde ad un’incapacità del ragazzo di regolare le reazioni e di autocontrollarsi. Quello che un genitore dovrebbe continuare a fare è soffermarsi con i propri figli a riflettere sulle modalità di reazione da loro messe in atto, cercando assieme di ragionare sulle possibili alternative di risoluzione future
Cosa sono le psicosi infantili?

Il termine in sé spesso fa rabbrividire, fa pensare immediatamente a qualcosa di grave. La diagnosi tempestiva, la presa in carico e il trattamento sono elementi fondamentali per garantire una qualità di vita migliore al bambino e alla sua famiglia. Cos’è la psicosi infantile Già da piccoli ci si può ritrovare affetti da gravi patologie come le psicosi infantili. Ci appare veramente difficile che un bambino possa trovarsi in situazioni psicologiche gravi. Eppure, già così piccoli, ci si può ritrovare affetti da gravi patologie. Per quanto differenti possano essere, posseggono tutte un aspetto fondamentale comune: in ogni forma di psicosi il bimbo vive un rapporto alterato con la realtà. Le psicosi infantili comprendono un’alterazione globale delle capacità comunicative, anomalie a livello delle interazioni sociali e comportamenti od interessi stereotipati e ripetitivi. I bambini psicotici trasmettono forte ansia e frustrazione. Questi bambini all’interno di un gruppo di pari non vengono aggrediti o derisi, come invece accade a quelli con deficit organico. Si possono individuare le psicosi sintomatiche e le psicosi funzionali. Le prime sono facilmente identificabili poichè strettamente connesse ad un danneggiamento organico, seguito ad esempio a malattie o attacchi epilettici. Nelle seconde invece non vi è la presenza di un disturbo organico. Schizofrenia infantile La schizofrenia infantile vera e propria si manifesta generalmente dopo i 5 – 6 anni di età. E’ riconoscibile dal fatto che il bimbo presenta un rapporto alterato con ciò che lo circonda, tende ad isolarsi, è facilmente irritabile, aggressivo, perde in creatività e voglia di esplorare, conoscere l’ambiente, verso il quale mostra scarso interesse. Sindrome simbiotica Nella sindrome simbiotica il bambino interrompe la propria crescita psichica ed entra in simbiosi con la madre. Si verifica che i disturbi psichici della madre si riflettono sul bimbo. La madre impedisce al bambino di raggiungere una propria identità. E’ fondamentale che la famiglia partecipi in modo positivo al recupero del piccolo. Questo verrà attuato non solo con terapie farmacologiche, ma anche con psicoterapie adeguate. Trattamenti possibili E’ fondamentale intervenire anche all’interno delle scuole per creare una rete di lavoro più ampia. E’ importante anche evitare che il bambino possa essere etichettato come malato. E’ opportuno il superamento della visione tradizionale dei problemi psicologici in modo che la scuola non sia considerata come un luogo di emarginazione e di esclusione, ma come spazio per la socializzazione e per la sperimentazione di una autonomia individuale. I genitori cosa possono fare? I genitori a volte non hanno il tempo necessario per analizzare la situazione. E’ difficile per loro pensare alla possibilità che il loro bambino possa soffrire di psicosi infantile. Va anche tenuto presente che i genitori tendono a negare sempre qualsiasi disturbo o problema dei loro figli, nonostante le evidenze. Una rapida azione da parte loro può aiutare molto il piccolo giungendo alla conclusione che si trattava di un falso allarme o iniziando un’immediata terapia di miglioramento.
Un primo vero incontro

Quanto è difficile incontrare una persona per davvero? M. è una ragazza di 17 anni che si reca al Ser.d., sotto direzione dei genitori, per uso cronico di cannabis da circa due anni. Padre dipendente e violento, madre controllante e distruttiva, M. aggiunge ricordi rimossi di traumi su traumi ad ogni incontro. È confusa, non sa se siano essi fantasia o realtà. La prima volta che l’ho vista è stata già una grande sorpresa, quando mi ritrovo davanti una ragazzina piccola, intraprendente, dai lunghi capelli dorati e dai felponi decisamente fuori taglia. Le storie di ribellione raccontate dalla madre cozzano con l’immagine di un corpo tanto aggrazziato quanto calmo e silenzioso sulla sedia difronte a me. Con M. c’è fin da subito una meravigliosa affinità intellettuale. Passiamo le sedute perdendoci in spiegazioni biologiche e discorsi sui meccanismi cognitivi da cui risulta estremamente intimorita. <<Sono pazza?>> è la domanda di apertura di ogni incontro. Ed io, fiera e pronta, mi fiondo in chiacchiere e slides che, a suon di ironia e risate, ripercorrono e ricostruiscono la storia di una bambina che non è stata sempre presa per mano. È facile tessere le fila della narrazione di M., è semplice ricostruirgliela addosso incontro dopo incontro. Ad una seduta M. descrive entusiasta di come, provando a mettere in pratica gli esercizi di respirazione consapevole, si sia accorta di quanto molto spesso non sia presente alla realtà. Dice di provare sollievo ogni volta che si accorge di star fissando una persona, di avere una mano, un braccio, di camminare. Aggiunge che è al tempo stesso terrificante prendere coscienza di non aver vissuto, e vivere tutt’ora, a pieno la sua vita. Nella chiara e rigida tabella di marcia che ho disegnato per lei, sui suoi traumi e sulla brillante immagine che ho, non c’è spazio per l’emergere di nuovi sintomi e parti patologiche. Mi rilancio quindi contenta nell’ennesima spiegazione di come sia normale e bello questo percorso insieme. Quando M. va via, il mio supervisore mi rimprovera prontamente per la mia eccessiva razionalità: << Non lasci spazio alle emozioni degli altri!>>. Non mi sono accorta subito che avevo il bisogno di sentire solo ciò che mi serviva sentire. Ciò che serviva alla prosecuzione della terapia, sia chiaro. E incontrare M. per davvero è troppo difficile e poco funzionale. Quello che intendo dire è che, quando non riusciamo a vedere l’altro, lo facciamo anche a fin di bene. Lo facciamo per non provare il dolore che stanno provando, perché vedere l’altro soffrire, spesso, è una pena troppo forte. La mia rigidità, in quel momento, veniva dalla speranza e dalla necessità di andare, anzi di correre, verso la guarigione. Non penso di aver sbagliato a ricostruire del tutto la sua storia e il percorso terapeutico, questo no. Penso solo di averlo fatto da sola, senza il suo aiuto, con la presunzione e la giovane ingenuità di chi cerca di scoprire cosa è meglio per l’altro. Alla seduta successiva mi ritrovo davanti una perfetta sconosciuta. Ascolto attentamente la valanga di paure che descrive come un treno in corsa. Mi parla del timore che le persone possano leggerle nel pensiero, che riesca a prevedere il futuro, che il suo inconscio l’abbia portata ad agire e a cercare il trauma per poter finalmente raggiungere il cambiamento. Il punto di frattura di ogni storia che si rispetti, che ci porta naturalmente nella direzione di un lieto-fine, che giustifichi le tre ore di film appena subito. Dopo un’abbondante mezz’ora di narrazione ininterrotta, M. si zittisce, aspettando che mi getti ancora una volta nella mia solita opera di tranquillizzazione e normalizzazione. Quando questo non accade, guarda impaurita e sbalordita la mia immagine mite, silente, pensierosa. Oggi decido di non imporre la mia ipotesi, oggi esploro le sue. Decido di non dare una risposta alternativa, rinforzo il mondo del possibile, del sospeso. Proponiamo insieme di fermarci più incontri nell’esplorazione di questi aspetti, di scoprire e costruire insieme, semplicemente di cercare di capirci di più. Al termine della seduta, le dico di non avere fretta di trovare delle risposte, per ora limitiamoci a fare domande. E a lei, che è attratta dal mettere alla prova le proprie abilità cognitive, aggiungo che è più divertente: le risposte chiudono, le domande aprono… ad un infinito mondo di possibilità! Oggi torno a casa sorpresa, ho incontrato una M. nuova, sconosciuta. Una ragazza che riesce ad essere brillante ma ad avere anche tanta paura, che riesce a leggere l’altro in modo nitido ma anche la realtà in modo confuso, ma soprattutto ho scoperto una relazione che può proseguire e fare anche passi indietro. Per la prossima settimana mi aspetto di farmi sorprendere da una M. ancora diversa, e da una relazione che ha ancora la forza di mettersi in gioco. Mi aspetto poi di costruire dei punti di riferimento mutevoli e pronti a lasciarsi sorprendere. Sperando che un punto definitivo alla meraviglia non arrivi mai, che il mio sguardo possa diventare tanto nitido da non giungere mai a dire <<io ti conosco>>.
Il comportamento alimentare nei bambini: strategie di intervento

Il comportamento alimentare dei bambini è spesso costellato da difficoltà. Cosa può fare l’adulto per aiutare il bambino? Nel DSM-5 vengono raggruppati nello stesso capitolo i disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e età adulta, ovvero “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Le categorie diagnostiche sono: pica (persistente ingestione di sostanze non commestibili) disturbo di ruminazione (ripetuto rigurgito del cibo dopo la nutrizione) disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (evitamento o restrizione dell’assunzione di cibo) anoressia nervosa (paura di aumentare di peso e comportamenti che interferiscono con l’aumento di peso) bulimia nervosa (condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso) disturbo da alimentazione incontrollata o binge-eating (ricorrenti episodi di abbuffate). Tra questi, uno dei più frequenti tra i disturbi del comportamento alimentare nei bambini, è il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Non alimentandosi adeguatamente, i bambini possono incorrere in un deficit nutrizionale e questo può impattare sulla salute fisica. L’insieme di questi aspetti può naturalmente generare ansia nel genitore che potrebbe iniziare a mettere in atto comportamenti controproducenti. Ad esempio, nel tentativo di far mangiare il bambino, potrebbe distrarlo o “obbligarlo” rendendo ostile il momento del pranzo. Quali sono le strategie utili da mettere in campo? Per prima cosa, il genitore va istruito ad osservare chiaramente il comportamento del bambino durante il pasto. In che modo? Uno specialista potrebbe aiutare l’adulto a discriminare tra Antecedenti, Comportamenti, Conseguenze (ABC). In questo modo, si avrà una visione più completa di quello che accade per capire cosa mantiene nel tempo il comportamento problematico (cioè qual è la conseguenza che comporta un aumento di frequenza del comportamento problema). Intervenendo su queste conseguenze, si può modificare il comportamento in oggetto. Il genitore è il modello più importante per il bambino: durante i pasti, l’adulto potrebbe stimolarne la curiosità, proporre in maniera simpatica i cibi, mostrare soddisfazione per il cibo. E’ di estrema importanza anche che ci sia coerenza e sistematicità tra gli altri componenti della famiglia. E’ importante individuare quali sono gli alimenti preferiti dai bambini e cosa li rende tanto piacevoli: aiutiamoli ad individuarne gusto, colore, forma, consistenza, odore. Una volta fatto, attraverso un processo di pairing, andremo a favorire la familiarizzazione del bambino con un nuovo alimento. Per pianificare un intervento efficace, sarà fondamentale individuare anche una lista di rinforzatori salienti che aumenteranno la probabilità di successo. Una procedura molto utile è la token economy, un programma che consente di incrementare l’emissione di comportamenti desiderabili. Nei disturbi del comportamento alimentare può servire il parent training? Un intervento di parent training, in questi casi, può essere utile per sostenere il genitore sia da un punto di vista pratico, definendo i vari step, ma soprattutto da un punto di vista emotivo. A volte è inevitabile che il genitore si senta in colpa per quanto accade al figlio, ma è importante sottolineare che le azioni, anche quelle che a lungo termine possono risultare controproducenti, sono sempre mosse da tanto amore. L’importante è fermarsi di tanto in tanto per individuare quali potrebbero essere i nuovi comportamenti da mettere in atto, per agire in un modo diverso e più funzionale.
Innovazione e idee: c’è differenza tra riunioni virtuali e in presenza?

Premetto che l’espressione in presenza – non bella, concordo con voi – è per contrapporre le due modalità di riunione che il Covid 19 ha reso ormai largamente normali nelle nostre vite lavorative. È appena uscito un interessante articolo su Nature, di Brucks, M.S., Levav, J. (Virtual communication curbs creative idea generation) che parla estesamente degli effetti delle riunioni online sulla creatività e sulla produzione di idee originali. L’innovazione si basa sulla generazione di idee collaborative che si pongono a fondamento del progresso, sia commerciale sia scientifico: gli autori si sono interrogati su come l’allontanamento dall’interazione di persona possa influire sulla creatività. La ricerca ha compreso uno studio di laboratorio e un esperimento sul campo in cinque paesi (in Europa, Medio Oriente e Asia meridionale). Il risultato sembra piuttosto univoco: i ricercatori affermano che tutti i dati indicano come la videoconferenza inibisca la produzione di idee creative. L’articolo è lungo, circostanziato e confortato da una serie di misurazioni oggettive complicate e inutili da riportare in questa sede. Ma le conclusioni sono piuttosto radicali: siamo tutti meno creativi, meno innovativi e le nostre interazioni sono più povere, quando ci riuniamo online. Vediamo esattamente perché e che cosa succede di diverso, in una riunione virtuale. Fino a poco tempo fa, qualsiasi collaborazione avveniva in gran parte con interlocutori che condividevano lo stesso spazio fisico, perché le tecnologie di comunicazione esistenti – telefonate, messaggi, lettere, email – limitavano la portata delle informazioni a disposizione degli interlocutori e riducevano la sincronicità nello scambio di informazioni; gli autori fanno esplicito riferimento alla teoria della ricchezza dei media, alla teoria della presenza, e alla teoria della sincronicità dei media. I recenti progressi nella qualità della rete e l’alta risoluzione degli schermi hanno inaugurato una tecnologia audiovisiva sincrona che trasmette molti degli stessi segnali di informazione sonori e non verbali dell’interazione faccia a faccia. La videoconferenza per molti aspetti consente un’interazione identica a quella in presenza, a livello di scambio di informazioni. Ma l’esperienza di collaborazione è davvero equivalente? Gli autori dimostrano che c’è una differenza sostanziale. Mentre i team in presenza operano in uno spazio fisico completamente condiviso, i team virtuali abitano lo spazio delimitato dallo schermo davanti a ciascun partecipante e questo costringe i partecipanti virtuali a restringere il proprio campo visivo. Secondo i ricercatori, il fatto di concentrarsi interamente sullo schermo comporta che i partecipanti alla riunione filtrino gli stimoli visivi periferici, cioè tutto ciò che avviene nella stanza dove si trovano, che non sono ovviamente visibili o rilevanti per i loro interlocutori. Restringere la propria portata visiva all’ambiente condiviso di uno schermo, comporta un conseguente restringimento del focus cognitivo, poiché è dimostrata da ricerche precedenti una correlazione precisa tra l’attenzione visiva e quella cognitiva. Gli autori hanno quindi dimostrato come ci sia un impoverimento della creatività, determinato dalla diminuzione del focus cognitivo dei partecipanti, dovuto alla concentrazione di ognuno sul proprio schermo: nonostante il livello conservato di scambio di informazioni, rimane questa differenza fisica intrinseca nella comunicazione attraverso il video. Questa focalizzazione ristretta riduce il processo associativo alla base della generazione di idee, in cui i pensieri si ramificano e combinano informazioni provenienti da elementi disparati per formare idee nuove. A mio parere, va anche considerato come tutta una serie di informazioni olfattive, materiche, di osservazioni dei movimenti degli altri, di sguardi e di altre piccole interazioni tra partecipanti a una riunione in presenza vadano completamente perdute in una riunione virtuale. Questo elimina per gli interlocutori una serie di stimoli che contengono informazioni importanti, alcune con diretto accesso alla coscienza e altre che restano sotto livello, che verosimilmente contribuiscono alla ricchezza dell’esperienza e a generare connessioni preziose che si traducono in pensiero maggiormente creativo. La ricerca ha dimostrato, tuttavia, che il ristretto focus cognitivo indotto dall’uso degli schermi non ostacola tutte le attività collaborative. In particolare, la generazione dell’idea è tipicamente seguita dalla selezione dell’idea da perseguire, una tappa dell’incontro che richiede focus cognitivo e ragionamento analitico. In questa fase di collaborazione, per la selezione e decisione condivisa, la riunione online non mostra debolezze o minore prestazione dei partecipanti: gli autori non hanno trovato prove che i gruppi di videoconferenza siano meno efficaci quando si tratta di selezione delle idee. È ormai opinione diffusa, e gli studi negli Stati Uniti lo confermano, che il 20% delle giornate lavorative si svolgerà a casa anche dopo la fine della pandemia. In Italia, le stime sono più o meno le stesse, anche se ovviamente si tratta di proiezioni in uno scenario mai documentato prima d’ora nell’esperienza umana, a livello globale. Alla luce di questi risultati, si potrebbe avanzare una modesta proposta: dedicare le riunioni in presenza all’esplorazione e alla generazione di idee e utilizzare le riunioni virtuali per attività collaborative più focalizzate sulle decisioni, sulle scelte e sulle argomentazioni a favore o contrarie alle idee emerse nell’interazione più ricca e creativa già avvenuta in presenza. Siamo in una fase davvero sperimentale dell’esperienza lavorativa umana: utilizzare bene i dati di ricerche approfondite sul campo, permette di realizzare piccoli campi sperimentali nella propria attività lavorativa quotidiana. Per diventare pionieri di nuove, più utili modalità di incontro collaborativo. E per tenerci il buono che questa tragica pandemia ha consentito di generare: la possibilità per molti di lavorare da casa.
Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?
Gli Zoomers: la generazione sempre connessa

Gli Zoomers o generazione Z sono, di fatto, i ragazzi nati nel ventennio tra il 1995 e il 2005. Il termine si è sviluppato in piena pandemia e deriva dall’utilizzo della piattaforma Zoom per la didattica a distanza. È una generazione fortemente tecnologica e iperconnessa che non riesce ad immaginare la vita senza internet. Nota dolente, per questi ragazzi, è che sono chiamati anche face-down, a causa del loro essere sempre con lo sguardo rivolto allo smartphone, . Pensano, quindi, che il loro mondo sia esclusivamente la rete al punto da aver sviluppato un se sociale, basato sui feedback ricevuti attraverso i social. Sono alla ricerca di ricompense digitali come fonte di benessere e di successo sociale. In qualità di nuova generazione, gli Zoomers tendono, di conseguenza, a contestare i genitori e i nonni. Li accusano di essere “vecchi” e di non sfruttare appieno i cambiamenti dell’era digitale. D’altro canto, ad essi, bisogna dare il credito del forte attivismo su tematiche sociali. Attraverso l’utilizzo dei social network, le loro attività si concentrano prevalentemente sulla salvaguardia del pianeta e i diritti umani. Una delle lotte più attive è l’abbattimento delle disuguaglianze e delle discriminazioni di vario tipo. Non tollerano che si calpestino i diritti degli esseri umani e si battono vigorosamente per l’inclusione sociale. Molta attenzione viene posta alla lotta per il pianeta e all’eco-sostenibilità. Grazie alla continua navigazione in internet, si diffondono informazioni circa i cambiamenti climatici e le loro devastanti conseguenze. Si danno appuntamento sulla rete e nelle piazze per far sentire la loro protesta contro un pianeta che ha bisogno di comportamenti responsabili e lungimiranti, accusando le generazioni precedenti di averne distrutto l’ecosistema.I ragazzi di oggi spesso sono vegetariani o vegani in risposta agli allevamenti intensivi che hanno snaturato anche la catena alimentare. Cambiamenti generazionali molto evidenti, che hanno i loro pro e contro.