Chiedere aiuto: una piccola formidabile azione umana

La civiltà umana inizia con un’azione: quella di aiutarsi nelle difficoltà. Aiutare e farsi aiutare è ciò che consente la formazione e il mantenimento delle organizzazioni sociali, dal più piccolo al più grande nucleo di convivenza, ed è la condizione per creare appartenenza e produrre cultura. Una volta una studentessa chiese all’antropologa Margaret Mead quale considerasse il primo segno di civiltà in una cultura, aspettandosi che parlasse di vasi di terracotta, strumenti per la caccia o manufatti religiosi. Margaret Mead rispose che la prima prova di civiltà era un osso femorale fratturato di 15.000 anni fa, trovato in un sito archeologico. Un femore rotto e guarito: questa era la prova che un’altra persona si era presa del tempo per stare con il ferito, per fasciarlo, portarlo in salvo e curarlo durante il recupero. Un femore guarito indicava che qualcuno aveva aiutato un suo simile umano, piuttosto che abbandonarlo per salvare la propria vita. Aiutare gli altri ci aiuta: a sentirci utili, capaci, competenti. E ovviamente, in un mondo ideale, dove non ci fossero accesso difficile alle risorse, scarsità di cibo e acqua, paura, guerre, prevaricazioni, e tutto ciò che impedisce una convivenza pacifica tra gli esseri umani, chiedere e offrire aiuto sarebbe la più semplice e naturale delle azioni. Ma nel nostro mondo imperfetto, quando si tratta di chiedere supporto, guida, consiglio o aiuto agli altri, spesso sentiamo che questa semplice azione può metterci in pericolo e che ci farà apparire deboli o vulnerabili. Le persone che hanno sperimentato situazioni familiari e sociali poco supportive spesso provano sentimenti negativi rispetto al ricevere aiuto e gli altri tendono a non offrire alcun supporto a persone con queste caratteristiche, perché avvertono il loro rifiuto a priori. Chi non ha potuto contare su nessuno per aiuto o supporto si sente più a suo agio, più in condizione di controllo, se può fare tutto da solo. E se si comporta come se non avesse bisogno o non volesse alcun aiuto, di conseguenza non otterrà alcun aiuto. Oltre a privare sé stesso di tutti i benefici di avere persone che possano contribuire alla sua vita, priverà gli altri della gioia di aiutare. Provate a fare una rapida riflessione: cosa significa questo per voi? Come vi sentite all’idea che altri vi forniscano guida o assistenza? Le risposte individuali variano ovviamente in base alle esperienze di vita e si posizionano su un continuum che spazia dal rifiuto totale di aiuto alla ricerca continua di aiuto. È evidente che entrambi gli estremi sono disfunzionali. Una posizione intermedia, in cui sia presente sia la capacità di dare sia quella di chiedere aiuto, è il migliore segno di competenza relazionale. Qui, nello spazio di un breve articolo, ci concentriamo su situazioni meno estreme e con premesse meno difficili di quelle di chi non ha mai ricevuto supporto e consideriamo l’opportunità di cambiare leggermente le posizioni individuali sull’argomento; per ottenere un beneficio sperimentabile e a portata di mano. Perché gli esseri umani sono predisposti all’aiuto e si sentono più vivi quando supportano gli altri. E occorre conoscenza di sé per riconoscere che si ha bisogno di aiuto e avere sufficiente fiducia per chiederlo. Chiedere supporto è un segno di forza. È una dichiarazione di umanità. E come tale va considerata. Le persone più sicure e di successo che incontriamo nella vita sono quelle capaci di coinvolgere gli altri per supporto, guida e consigli. Sono i primi a riconoscere che non sarebbero mai potuti arrivare dove sono senza mentori, consulenti o collaboratori. Il modo migliore per legare con una persona è chiedere un piccolo favore. È un modo di far sentire l’altro apprezzato, considerato e degno di fiducia. Chiedere a qualcuno di essere supportarti, guidati, consigliati, aiutati o istruiti può davvero portare un cambiamento significativo in una relazione. E se anche ci rispondessero di no, avremmo già modificato il nostro rapporto con l’altro: mostrargli, senza paura, di avere bisogno di lui ci rende infatti più contattabili a livello profondo. E questo, nel tempo, non modifica solo il nostro atteggiamento. Ma anche quello degli altri nei nostri confronti.
Cronaca di una guerra virale sui social: gli effetti sui giovani

Cronaca di una guerra virale sui social, alla portata dei giovani spettatori. La Guerra del nuovo millennio si combatte anche sui social. Tra fake news, sovraesposizione mediatica e infodemia (quantità eccessiva di informazioni presenti sul web), i nostri giovani sono sopraffatti e disorientati. Ogni giorno i social media sono bombardati di informazioni, immagini e video cruenti della guerra tra Russia e Ucraina. Qualunque dettaglio, fotogramma e cruda denuncia attraversa e trafigge il mondo del web, lasciando inermi, confusi e spaventati i giovani spettatori. In questa battaglia i social costituiscono un’arma e una potente risorsa per sfuggire alla censura e portare la propria testimonianza. Tuttavia le notizie arrivano in maniera convulsa e repentina, priva di filtro e diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione. La crudeltà della guerra si scaglia con violenza dinanzi agli occhi di ragazzini che non sono pronti ad accettare e a elaborare un tale orrore. I personaggi politici, oggetto di meme e vignette ironiche assumono un’immagine grottesca e irreale. I contorni della realtà si sfocano fino a prendere le sembianze di una fiction, qualcosa che è impossibile stia realmente accadendo. Per giovani e giovanissimi diventa quasi impossibile comprendere lo scenario attuale in mancanza di un bagaglio culturale adeguato. La storia e gli equilibri geopolitici internazionali sono fondamentali per avere uno sguardo critico su ciò che sta accadendo al mondo.Al tempo stesso sono sprovvisti delle strategie di coping necessarie per elaborare, interpretare e gestire l’ansia e la paura che derivano dalla fruizione di questi contenuti. Il rischio è anche quello di “normalizzare” le immagini della guerra, che si susseguono indifferentemente a video di gattini o influencer sullo smartphone. Un alternarsi costante di stimoli visivi che conduce i ragazzi ad un’alternanza delle emozioni più disparate e difficili da gestire: rabbia, angoscia, paura. In questo caso l’educazione nozionistica deve andare di pari passo con quella emozionale.Ai nostri giovani occorre spiegare ciò che accade da un punto di vista storico e di cronaca, ma non solo. É importante che gli vengano trasmesse le capacità e le risorse emotive necessarie per far fronte ad un momento così delicato.
Generazione dopo generazione: conflitti ed evoluzione

Il passaggio da una generazione alla successiva è un percorso naturale che si sussegue nel tempo. Esso è, dunque, un processo antico in cui c’è un desiderio di svincolo dal passato per vivere meglio il presente e proiettarsi al futuro. La discrepanza generazionale rende questo passaggio conflittuale, in cui ciascuna generazione non si rispecchia nell’altra. Negli ultimi anni il conflitto tra le generazioni è molto più marcato rispetto ai secoli scorsi. La motivazione fondamentale è che lo sviluppo repentino della tecnologia, insieme alla globalizzazione, ha reso, in effetti, le generazioni molto differenti tra di loro. Innanzitutto, è cambiata la comunicazione: prima i genitori erano molto distanti dai loro figli, mentre, oggi, fortunatamente, si comunica e si parla in modo diretto e schietto di qualsiasi argomento. Non esistono più tabù familiari, ma tutto è più immediato e fluido. Oggi si parla molto di Boomers, Millennials e Zoomers, per indicare le tre generazioni differenti dal dopoguerra ad oggi. Tali definizioni si sono diffuse rapidamente attraverso i social network e identificano rispettivamente gli anziani, gli adulti e i giovani. La critica storica mossa dai giovani è certamente quella di essere ormai antiquati dal punto di vista. Gli anziani non sono inclini ai cambiamenti e al progresso. Inoltre, la loro generazione è molto vincolata ancora ai pregiudizi e alle discriminazioni.A questa accusa, si associa anche quella di aver abusato del pianeta, al punto di aver consegnato ai loro figli e nipoti un ambiente malato. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una situazione conflittuale molto accesa. Non c’è soltanto la recriminazione di un ancoraggio al passato, ma i giovani si sentono depauperati del loro futuro. Da un lato troviamo i modelli genitoriali che vengono criticati per pecche e mancanze, ma dall’altro c’è la responsabilità di trovare il proprio posto nel mondo senza creare danni.
Superficie o abisso? La flessibilità cognitiva

di Jonathan Santi Pace La Pegna Quando il Titanic stava per affondare (14 Apr. 1912), Benjamin Guggenheim, figlio di un magnate minerario con una poderosa fortuna finanziaria, accompagnato da servitù e assistente personale, rifiutò il giubbotto di salvataggio, indossò uno smoking bianco e disse: <<Abbiamo indossato i nostri abiti migliori e siamo pronti ad annegare da gentiluomini>>. Benjamin probabilmente non era disposto a svestire i panni di cui fino a quel momento si era sempre rivestito in società, la quale lo avrebbe visto accomodarsi in una barchetta di salvataggio e qualificato come un povero naufrago in balia delle onde del mare gelido. Egli affondò insieme al transatlantico, seduto comodamente su un divanetto, sorseggiando brandy e fumando sigari. Quanto le convinzioni profondamente radicate nel modo di vivere e di rappresentarsi di un individuo, possono determinare una rigidità mentale tale da risultare fatale in tanti ambiti della vita? Per principi spesso si sopravvive e in virtù degli stessi a volte si è disposti a fare tante sofferte rinunce, forse anche a soccombere pur di non abbandonarli. È vero, può essere duro ritornare sui propri passi, modificare abitudini, stili di vita e di pensiero che si susseguono da moltissimo tempo, così come può risultare difficile accettare che qualcosa sia cambiato facendo i conti con sé stessi. La flessibilità mentale è una delle potenzialità più sorprendenti della mente umana; all’estremo opposto, la sua cristallizzazione in forme estremamente rigide di pensiero, può costituirne uno dei limiti più catastrofici. A tal proposito il concetto di flessibilità cognitiva è un elemento molto importante in psicologia, fattore protettivo nelle varie fasi evolutive che ogni individuo si troverà ad attraversare ed elemento catalizzante di cambiamento di fronte ad eventuali momenti critici, normativi e paranormativi. In contrapposizione alla psicorigidità, la flessibilità cognitiva consiste nella capacità di adattarsi all’ambiente, alle nuove circostanze e ai cambiamenti che da esso derivano, consentendo di porsi in una condizione di tolleranza alla frustrazione, di impiego di nuove risorse e di modificazione delle strategie di adattamento necessarie per far fronte a nuove sfide e difficoltà.
Maestra Camilla, posso abbracciarti?

di Camilla Niccolai “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” Questa mattina una domanda così semplice, spontanea ed innocente mi ha fatto riflettere. Vengo chiamata per fare supplenza in una IV elementare e trovo una realtà scolastica decisamente modificata. Non parlo della disposizione dei banchi (ben distanziati – “allungate il braccio e controlliamo che non vi tocchiate”), della presenza delle mascherine (così grandi da coprire gli occhi e rendere difficoltoso il dialogo), del continuo e necessario ricambio d’aria (finestre costantemente aperte con 2 gradi all’esterno). Sì, sono sicuramente passati un po’ di anni dall’ultima volta in cui mi sono ritrovata tra i banchi di scuola ma le misure di contenimento del contagio, l’imposizione di un certo distanziamento e la forzata mancanza di contatto fisico hanno prodotto un ben più drammatico cambiamento. Ai bambini sono stati tolti il gioco, la socialità, il volto dei compagni e delle maestre… è stata tolta la Scuola come agente di socializzazione primaria. Tutto è diventato più asettico e freddo, i corpi sono ormai costretti alla distanza e gli abbracci definitivamente banditi. Paradossalmente, i gesti ritenuti prima “normali” (e la cui dimenticanza veniva spesso interpretata come “maleducazione”), adesso vengono percepiti come “strani”, lasciandoci spiazzati. In alcune situazioni si scatena dentro di noi una vera e propria sensazione di allarme e di pericolo, quasi come se dovessimo cercare di proteggerci. Ma proteggerci da chi? Da che cosa? Da un nemico invisibile che ci fa sentire costantemente impotenti e fragili. E la cosa peggiore è che tutti questi vissuti sono ormai parte del nostro agire quotidiano, impressi nelle nostre menti, finendo con l’influenzare la nostra salute mentale, psicologica ed emotiva. Come può, quindi, la semplice domanda “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” non scuotere e preoccupare? Sono cresciuta con la convinzione che poter abbracciare, stringere e baciare una persona, o ancora starle vicino manifestando i propri sentimenti, fosse la vera libertà e una chiave di crescita fondamentale. Purtroppo, i bambini di oggi ricevono quotidianamente il messaggio opposto, ovvero che stare vicini è pericoloso e che è necessario controllare il proprio istinto di vicinanza, sia fisica che emotiva. Alla fine di questa riflessione mi sono, quindi, chiesta cosa poter fare nel mio piccolo, partendo dal mio agire quotidiano. E ho deciso di spronare i bambini con cui mi interfaccio ad esprimere il più possibile i propri sentimenti e le proprie sensazioni – magari parlando, cantando o disegnando. Ho deciso di consigliare agli adulti di organizzare giochi di contatto o attività nelle quali vengano espresse vicinanza ed affettività (almeno in famiglia, con persone conosciute e di cui è certa la non positività al virus). Infine, ho deciso di consigliare ai genitori di abbracciare i propri figli, ricordando loro quanto un abbraccio possa far sentire amati, accolti e al sicuro.
“Non c’è più niente da fare…”

di Fausta Nasti Il lavoro dello psicologo nelle cure palliative Molto spesso è con queste parole che si arriva in Hospice, sentendosi dire che si può essere supportati con un po’ di terapia del dolore, perché a casa la situazione sarebbe ingestibile. Il fine vita, la terapia del dolore, le cure palliative, la morte sono ancora dei grandi tabù… È comune pensare che parlare di certi argomenti sia traumatizzante, credenza erronea e disconfermata dalla letturatura scientifica, che al contrario dimostra che confrontarsi con il paziente e con il suo caregiver sulla prognosi infausta permette una migliore gestione dei sintomi e una migliore compliance con la struttura e il personale. La capacità di stare con il paziente in questa fase del ciclo di vita è molto utile, anche più del fare, nel senso che restituisce alla persona e alla sua famiglia il senso di non essere stati “abbandonati”, la possibilità di vivere partecipando al processo di cura. L’equipe multidisciplinare lavora con la persona e i suoi familiari facendo in modo che ognuno possa “tornare al suo posto”, o meglio permette al caregiver di poter tornare ad essere madre, marito, moglie, padre, figlio, nonno, nel processo di cura, così da poter sperimentare il proprio stato emotivo in un contesto come l’Hospice, dove lo psicologo può offrire la possibilità di essere autentici rispetto al dolore e al senso di perdita che si sta sperimentando. Non amo particolarmente le classifiche, ma se si pensa che nel rapporto pubblicato dall’Economist Intelligence Unit l’Italia è al 24mo posto tra le 40 nazioni per “qualità della morte” significa che c’è ancora molto da lavorare per favorire una cultura della comunicazione. “C’è molta vita in un Hospice” A differenza di quanto si possa pensare, perché ognuno può permettersi di non avere “sospesi” nel bene e nel male, si può chiedere scusa con più facilità, come si faceva da bambini, ci si può abbracciare, si può ancora sognare, si può addirittura prendersi il lusso di fare spazio con chi hai sempre tollerato malvolentieri. Nel fine vita ognuno saluta i propri affetti come meglio crede, a volte con abbracci e stringendo la mano, come se quella mano riuscisse a donare e trattenere ancora un po’ di vita, a volte ci si lascia attraversare dal rumore del “tamburello” di un bambino di 8 anni che chiede alla mamma di tornare a casa, e una mamma che trattiene le sue ultime energie per rassicurarlo ancora una volta. Altre volte, invece ci si saluta con rabbia per non aver vissuto quel potenziale così distante dalla realtà… insomma, la morte è complessa esattamente come la vita e vale la pena di prendersi un po’ di tempo e di spazio con questi temi, per ripensare al mondo delle relazioni tra vivi e tra vivi e morti, ricercando un nuovo equilibrio tra ciò che è stato e ciò che è oggi.
LA GESTIONE DEL CONFLITTO

Nella nostra cultura, il termine conflitto richiama significati negativi perché associato a scontri, guerre e violenza. In realtà, una buona gestione del conflitto apre a grandi opportunità. Il conflitto viene definito come lo stato di tensione che una persona ha nel momento in cui riscontra bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. Un conflitto può nascere in qualsiasi ambito della vita quotidiana. All’interno di questo articolo si parlerà del conflitto all’interno di un processo organizzativo. In ambito organizzativo, il conflitto è una situazione dove le persone percepiscono incompatibilità di pensiero o comportamento nel raggiungimento degli obiettivi. Esistono tre diversi tipi di conflitto: Diadico: è il tipico conflitto che avviene tra due individui appartenenti a gruppi di lavoro diversi o allo stesso Intragruppo: all’interno dello stesso gruppo Intergruppo: tra più gruppi Esistono diverse modalità di gestione del conflitto, che vengono spiegate tramite metafore di animali. Le tartarughe sono solite ritirarsi nel loro guscio per evitare i conflitti. Le persone che adottano questo stile trascurano i loro interessi personali e le relazioni e credono che sia meglio ritirarsi fisicamente e psicologicamente dalle situazioni conflittuali. Solitamente sono persone che sono spaventate dal conflitto e dalla sua possibile degenerazione e non hanno fiducia nel fatto che si possa trovare una soluzione condivisa. Potrebbe essere utile quando le persone sono troppo coinvolte emotivamente. Gli squali cercano di vincere costringendo i rivali ad adottare la loro soluzione al conflitto. Per queste persone gli interessi personali sono più importanti rispetto alle relazioni. Non hanno bisogno degli altri e cercano di vincere attaccando e intimorendo. Il conflitto, dunque, si risolve quando una persona ha il sopravvento sull’altra. Potrebbe essere utile quando è necessario prendere una decisione in tempi brevi e in una situazione di emergenza. Per l’orsacchiotto le relazioni interpersonali hanno molta più importanza dei propri interessi. Queste persone vogliono farsi accettare e amare dagli altri e pensano che i conflitti debbano essere evitati. Per questo motivo sono disposti a mettere da parte le loro aspirazioni per preservare le relazioni. Potrebbe essere utile nei casi in cui i temi del conflitto non sono così rilevanti da meritare una discussione aperta che potrebbe ingigantire la questione e compromettere le relazioni. Le volpi solitamente cercano il compromesso e sono disposte a mettere da parte qualche loro interesse. In particolare, cercano delle soluzioni in cui ogni parte guadagni qualcosa e si tengono sempre nel mezzo di due posizioni estreme. È il primo passo verso la collaborazione, anche se rimane ancorato a un piano più reazionale e legato al raggiungimento degli obiettivi. È efficace quando si deve raggiungere uno scopo comune e ognuno accetta di perdere qualcosa per arrivare all’obiettivo. I gufi affrontano i conflitti come problemi da risolvere e cercano di raggiungere delle soluzioni che vadano bene per tutti. Valorizzano al massimo sia i propri interessi sia le relazioni. Si entra nella dinamica win-win e permette di raggiungere dei risultati duraturi perchè profondamente discussi e condivisi. Questa modalità, però, richiede molto tempo, una buona capacità di comunicazione e di conoscenza di sé stessi. Ognuno degli stili di gestione del conflitto ha i suoi vantaggi e svantaggi. Dunque, non si può definire una modalità più corretta di un’altra. È fondamentale saper scegliere quale adottare in base al contesto e al momento. In sintesi, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere aggirato, gestito e trasformato in risorsa in modo che possa diventare un momento costruttivo e di confronto. BIBLIOGRAFIA Fragomeni, T. (2011). I professionisti e la gestione dei conflitti. Un metodo innovativo per integrare competenze tecniche relazionali, risolvere conflitti e concludere negoziazioni. Milano: Franco Angeli
Il Genogramma Familiare

Il genogramma familiare è uno speciale albero genealogico che oltre a rappresentare graficamente le relazioni di parentela tra i componenti di una famiglia su almeno tre generazioni, viene completato con la narrazione che il paziente fa delle relazioni tra i soggetti rappresentati. Il genogramma ci aiuta a ricostruire l’evoluzione storica della famiglia nel tempo, connettendo tra loro gli eventi significativi. Lo studio del genogramma mette in primo piano la ciclicità con cui i modelli familiari si trasmettono nel tempo. Infatti, ogni membro della famiglia tende a ripetere gli stessi comportamenti appresi nella propria famiglia d’origine, i quali, se non vengono messi in discussione e modificati, tendono ad intensificarsi nelle successive generazioni. Il fondatore del genogramma è Murray Bowen, psichiatra e psicanalista americano che negli anni 70 iniziò ad applicare “la teoria dei sistemi” alle famiglie. Egli riuscì a spiegare alcuni importanti sintomi che osservava nei suoi pazienti ed iniziò a strutturare la teoria della trasmissione trigenerazionale dei modelli familiari e del triangolo familiare. Per le sue originali teorizzazioni e per la loro applicazione, Bowen venne considerato uno dei fondatori della psicoterapia familiare, come egli stesso iniziò a definirla, e del modello sistemico-relazionale. Fu colui che formulò ed ideò per primo il concetto di genogramma e ne fece un fondamento del suo modello di intervento sulle famiglie. Le sue teorizzazioni diedero vita al modello sistemico-relazionale in cui la famiglia iniziò ad essere considerata come un sistema complesso ed interdipendente in cui ciascun componente svolge la sua azione per mantenere in equilibrio il sistema. I componenti della famiglia interagiscono tra loro e con l’ambiente esterno in un equilibrio che è sempre variabile ed in evoluzione. All’interno di ciascuna famiglia ogni individuo ha una specifica funzione ed un ruolo che lo caratterizza. Il genogramma può aiutare a riappropriarsi del proprio passato, soprattutto quando questo viene vissuto come debolezza, come qualcosa da cancellare o nascondere. Attraverso una nuova comprensione di ciò che è stato ereditato, è possibile riscrivere la propria storia individuale che necessariamente è connessa a quella di altri individui. Così, gettando una nuova luce sul passato, il genogramma diventa strumento per vivere in modo nuovo le relazioni presenti e avere una chiave di lettura per le situazioni che si incontreranno nel futuro. Il genogramma è uno strumento fondamentale per il terapeuta sistemico relazionale ed è utilizzato sia all’interno del percorso terapeutico, per strutturare le informazioni raccolte, quindi formulare ipotesi sull’origine del disagio e pianificare il percorso di trattamento, sia all’interno del percorso di formazione del terapeuta come strumento di elaborazione della propria esperienza familiare, in questo caso il lavoro di co-costruzione della storia personale dell’allievo avviene grazie alla partecipazione attiva e supportiva del gruppo di formazione e del didatta.
Finestre psicologiche e povertà educativa

inestre psicologiche e povertà educativa
Dal trauma alla crescita: il costrutto di crescita post-traumatica

Gli eventi traumatici sono estremamente disfunzionali per gli esseri umani, i quali spesso non possono continuare a vivere attraverso il loro precedente stile di vita e devono ricostruire e riorganizzare la loro esistenza. In questo contesto, molte persone dichiarano di essere cresciute psicologicamente dopo aver affrontato eventi traumatici: per esempio, considerano la loro vita in maniera più significativa e la apprezzano maggiormente, si avvicinano ai loro amici e alla loro famiglia e ottengono una maggiore soddisfazione dalla loro fede religiosa. Questi effetti positivi conseguenti a eventi traumatici sono chiamati “Crescita post-traumatica” (Post-traumatic Growth o PTG). Che cos’è la Crescita post-traumatica? Tedeschi e Calhoun (2004)[1] definiscono la crescita post-traumatica come la tendenza, in seguito a un trauma, a riportare cambiamenti in positivo, un significativo cambiamento benefico nella vita cognitiva ed emotiva che può avere anche implicazioni comportamentali. La crescita post-traumatica è quindi un tipo di cambiamento positivo che gli individui possono sperimentare a causa di eventi di vita estremamente impegnativi. La PTG è una trasformazione qualitativa del funzionamento individuale che implica un movimento che va al di là del semplice riadattamento al livello pre-traumatico di funzionamento. Il modello di crescita post-traumatica postula la crescita personale come risultato dell’elaborazione cognitivo-emotivo delle sfide innescate da un evento stressante. Tali sfide includono risposte al disagio emotivo legato al trauma, alle minacce all’idea di base su di sé e sul mondo, e all’interruzione della continuità della storia o narrativa della propria vita. Tali sfide sono influenzate dalle qualità dell’esperienza pre-traumatica dell’individuo e dalle caratteristiche degli eventi stressanti. L’impegno cognitivo relativo ad esse include una “ruminazione” automatica e deliberata, che può comportare la discussione degli eventi e delle sensazioni correlate al trauma[2]. La PTG è un’importante fonte di guadagno di risorse dopo un evento traumatico. Tale crescita è testimonianza di uno sviluppo della personalità e del benessere psicologico del soggetto stesso. Modello teorico della Crescita post-traumatica Tedeschi e Calhoun (2004)[1] hanno utilizzato il termine ruminazione (rumination) per indicare il processo cognitivo-emotivo che porta alla crescita dopo aver lottato con un evento traumatico e i cambiamenti negativi che ha provocato. Essi affermano che il processo cognitivo costruttivo (costructive cognitive process) è un’esperienza intrapersonale all’interno di un contesto interpersonale in risposta a uno specifico evento stressante. Aspetti sia socioculturali distali (macro), come valori, temi, narrazioni e modi di costruire il mondo nella società, che prossimali (micro) dell’ambiente, come famiglia, amici e tutto ciò che costituisce il proprio gruppo di riferimento primario, forniscono il contesto per la ruminazione individuale sulle esperienze legate al trauma e allo sviluppo della crescita post-traumatica. Il grado in cui un individuo è impegnato nella ruminazione costruttiva e riporta, di conseguenza, la crescita post-traumatica è in funzione di: 1 – Caratteristiche degli eventi stressanti, come le percezioni soggettive del livello di minaccia e il disagio emotivo che si accompagna ad essi; il fattore stressante deve essere di una portata tanto ampia da scuotere o oscurare la propria visione di sé e del mondo e innescare, di conseguenza, il processo cognitivo costruttivo che produce la crescita post-traumatica. 2 – Caratteristiche individuali come età evolutiva, genere e tratti di personalità come ottimismo, estroversione e uno stile cognitivo aperto, inclusa la volontà di mettere in discussione le credenze religiose e spirituali; queste sono le caratteristiche che predispongono a impegnarsi in un processo cognitivo costruttivo. 3 – Influenze ambientali, come il livello di supporto emotivo all’interno della rete sociale, l’opportunità di riflettere sul trauma e l’interazione con persone che hanno subìto un trauma simile e hanno raggiunto una crescita in seguito a tale esperienza. L’ambiente può aumentare la probabilità di una crescita post-traumatica riducendo il disagio emotivo, impedendo all’individuo di essere sopraffatto dal trauma e permettendogli di sostenere l’impegno cognitivo riguardante il trauma. Il concetto di crescita post-traumatica ha ricevuto un ampio supporto a livello empirico. Molte persone colpite da traumi che lottano per ricostruire le loro vite, sostengono di essere cresciuti in conseguenza a tali eventi: molti hanno raggiunto livelli maggiori di adattamento, di funzionamento psicologico, di consapevolezza della vita e di connessione spirituale. Aldwin et al. (1996)[3] hanno scoperto che circa l’80% dei sopravvissuti al trauma percepisce almeno alcuni risultati positivi in seguito alla loro esperienza. PTG e PTSD Alcuni studi hanno tentano di trovare una relazione tra crescita post-traumatica e sintomi relativi al disturbo post-traumatico da stress. Nella maggior parte dei lavori sulla PTG, tale costrutto è concepito come un risultato separato e indipendente dai punteggi dei sintomi del PTSD. Crescita post-traumatica e resilienza Va sottolineato, inoltre, come la crescita post-traumatica non sia la stessa cosa della resilienza. Quest’ultima è la capacità di continuare a vivere una vita con uno scopo anche dopo le difficoltà e le avversità. Nella crescita post-traumatica, l’individuo non solo sopravvive o affronta le difficoltà, ma sperimenta anche cambiamenti considerati importanti che vanno oltre la condizione precedente il trauma. La PTG non è semplicemente un ritorno alla “baseline” precedente; piuttosto, è un’esperienza di miglioramento profondamente significativa[1]. Conclusione Gli studi sulla PTG sono importanti per diverse ragioni: innanzitutto, esistono prove che mostrano cambiamenti significativi nella vita delle persone che affrontano eventi traumatici; in secondo luogo, concentrarsi solo sugli aspetti negativi del trauma può portare a una comprensione parziale delle reazioni post-traumatiche, in quanto per una comprensione completa delle reazioni al trauma dovrebbero essere considerati sia i cambiamenti positivi che quelli negativi; infine, i cambiamenti positivi possono essere usati come basi per ulteriori lavori terapeutici, fornendo speranza che il trauma possa essere superato. Bibliografia [1] Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15, 1–18. [2] Calhoun, L. G., & Tedeschi, R. G. (Eds.). (2006). Handbook of posttraumatic growth. [3] Aldwin, C. M., Sutton, K., & Lachman, M. (1996). The development of coping resources in adulthood. Journal of Personality, 64, 91-113.