Sessualità alternativa e Financial Domination

di Greta Monica Del Taglia Le pratiche di BDSM sono pratiche sessuali alternative che includono giochi di ruolo, vincoli fisici, scambi di potere e, talvolta, l’induzione del dolore. L’acronimo BDSM è la combinazione delle abbreviazioni B/D (bondage e discipline), D/S (dominanza e sottomissione) e S/M (sadismo e masochismo). I practitioners possono avere ruoli diversi durante una pratica di BDSM come, ad esempio, il ruolo del padrone (Dom, la persona che esercita il controllo), il ruolo del sottomesso (Sub, la persona che si lascia dominare), oppure, a seconda della situazione, ci può essere l’inversione dei ruoli (Switch). Il sadismo e il masochismo sessuale sono comportamenti che rientrano nella categoria delle “parafilie”, e sono spesso accettati come variazioni di comportamenti sessuali “tipici”. Il feticismo viene anch’esso considerato parte della comunità BDSM e può essere spiegato come un “forte interesse in” o una “preferenza per” attività, strumenti, tessuti o indumenti; un interesse erotico deviato e concentrato solo su parti del corpo o del vestiario. Nel complesso, ci si può riferire alle pratiche di BDSM con il termine “perversione”(kinky). Le pratiche di BDSM comprendono un uso consenziente di stimolazione fisica o psicologica, sono spesso associate al dolore e/o al potere per produrre eccitazione e soddisfazione sessuale. In passato, attività di questo tipo venivano associate alla psicopatologia, ma studi recenti dimostrano che interessi e comportamenti sessuali atipici non sono da considerarsi in termini di disturbo mentale, e se vengono praticati in modo consenziente e senza creare stress negativo non si rende necessaria diagnosi clinica. Tuttavia, nel DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il sadismo e il masochismo sono tuttora considerati disturbi parafilici. Parafilia e Disturbo Parafilico Il termine parafilia indica qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti. Un disturbo parafilico è una parafilia che, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare danno o a se stessi o agli altri. Una parafilia è una condizione necessaria, ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico, una parafilia, di per sé, non giustifica o richiede necessariamente intervento clinico. Nei set di criteri diagnostici per ciascuno dei disturbi parafilici, il Criterio A specifica la natura qualitativa della parafilia e il Criterio B precisa le conseguenze negative della parafilia (cioè disagio, compromissione o danno ad altri). Se un individuo soddisfa il Criterio A ma non il Criterio B per una particolare parafilia, allora si potrebbe dire che l’individuo ha quella parafilia, ma non un disturbo parafilico. Disturbo da Masochismo Sessuale A.Eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, derivante dall’atto di essere umiliato, percosso, legato o fatto soffrire in altro modo. B. Le fantasie, i desideri o i comportamenti sessuali causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Specificare se: Con asfissiofilia: Se lindividuo è attratto dalla pratica di raggiungere l’eccitazione sessuale connessa con la limitazione della respirazione. Disturbo da Sadismo Sessuale A.Eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, derivante dalla sofferenza fisica o psicologica di un’altra persona. B.L’individuo ha messo in atto questi desideri sessuali a discapito di un’altra persona non consenziente oppure i desideri o le fantasie sessuali causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Nonostante la crescente visibilità di queste pratiche sessuali strane ed inusuali, vi è ancora disinformazione, stigma e discriminazione nei confronti dei “practitioners”, sia tra la popolazione sia tra chi si occupa di salute mentale. Molti clinici, infatti, hanno informazioni confuse riguardo le pratiche di BDSM, tendono a concepirle come non etiche e a patologizzare chi possiede un’identità sessuale diversa, dimostrando di avere scarsa empatia verso queste minoranze. Caratteristiche psicologiche di chi pratica il BDSM Recenti studi hanno dimostrato che le pratiche di BDSM potrebbero essere considerate “un’attività ricreativa”, piuttosto che l’espressione di processi psicopatologici. Oggi, la maggior parte delle esperienze di BDSM rappresentano un passatempo piacevole e puramente casuale. Tra coloro che praticano queste attività sessuali di tipo parafilico, alcuni hanno riferito che (“la maggior parte del tempo” o “quasi sempre”) le pratiche sono associate a: Senso di libertà; Piacere o godimento; Senso dell’avventura; Utilizzo di capacità personali; Rilassamento o diminuzione dello stress; Estroversione/esplorazione; Emozioni positive. In uno studio che ha coinvolto 902 praticanti BDSM e 434 controlli (definiti “normali”), che si è basato sulla compilazione di questionari online (Neo Five-Factor Inventory; Attachment Styles Questionnaire; Rejection Sensitivity Questionnaire; Five Well-being Index) le caratteristiche psicologiche dei practitioners sono risultate maggiormente positive in confronto a quelle del gruppo dei “normali”. Chi pratica attività sessuali “strane” è risultato: Meno nevrotico; Più estroverso; Più aperto a nuove esprienze; Meno sensibile al giudizio sociale; Con livelli maggiori di benessere personale. Queste persone sono risultate adeguate dal punto di vista sociale e psicologico. La Financial Domination (Findom): una relazione di tipo finanziario. La “Findom” o “Financial Domination”, invece, è una forma di umiliazione psicologica che consiste nel lasciare il completo dominio delle proprie finanze nelle mani di un’altra persona. Fra tutti i feticismi sessuali esistenti a questo mondo, è forse una delle pratiche psicosessuali più insolite ed avvilenti. Coinvolge, di solito, donne bellissime che vengono pagate e omaggiate con regali costosi da certi uomini, i quali intendono avvicinarsi alla donna senza ricevere nulla in cambio – al di là dell’aspetto economico, l’uomo desidera sottomettersi ad una donna ed abbandonarsi al suo controllo. La Financial Domination consiste in un completo lasciarsi andare al potere di un’altra persona, un potere che brama sempre più di crescere. Ma nella maggior parte dei casi, la dominatrice (Domme) e il sottomesso (Submissive) non si incontrano mai – tutto può avvenire online o comunque a distanza. Alcune relazioni “di tipo finanziario” si esauriscono dopo un unico pagamento, altre sono invece regolamentate con trasferimenti di denaro periodici e, certi uomini rivelano
Sfatiamo un falso mito: i vaccini non causano l’autismo!

Vaccini e autismo: uno studio sulle convinzioni delle madri Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®), i disturbi dello spettro autistico (ASD) sono un disturbo dello sviluppo neurologico caratterizzato da deficit persistenti nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale (p. es., deficit nella reciprocità socio-emotiva, comportamenti comunicativi non verbali , e lo sviluppo, il mantenimento e la comprensione delle relazioni) che causano una menomazione clinicamente significativa in aree sociali, occupazionali o di altro tipo (American Psychiatric Association, 2013). Inoltre, nell’ASD sono generalmente presenti modelli di comportamento, interessi o attività limitati e ripetitivi (es. semplici stereotipie motorie, ecolalia, schemi di pensiero rigidi). L’autismo è noto come disturbo dello “spettro” perché esiste un’ampia variazione nel tipo e nella gravità dei sintomi che le persone sperimentano. Sebbene l’ASD possa essere un disturbo permanente, i trattamenti e i servizi possono migliorare i sintomi e la capacità di funzionamento della persona. L’insorgenza dei segni comportamentali dell’ASD è solitamente concettualizzata in due modi: uno schema ad esordio precoce, in cui i bambini dimostrano ritardi e deviazioni nello sviluppo sociale e della comunicazione all’inizio della vita, e uno schema regressivo, in cui i bambini si sviluppano principalmente come previsto per un certo periodo per poi andare incontro ad un sostanziale declino o perdita di competenze precedentemente sviluppate. Studi recenti hanno anche notato che la regressione nei bambini con ASD potrebbe essere sottostimata. Sebbene i fattori che contribuiscono all’insorgenza di tale disturbo non siano affatto chiari, (Benvenuto et al., 2009; Istituto Nazionale di Salute Mentale, 2019), le convinzioni sulle cause dell’ASD tra i genitori di bambini affetti sono particolarmente importanti per comprendere il modo in cui essi comunicano con gli operatori sanitari e le decisioni di questi ultimi in merito alle pratiche di trattamento, alle pratiche di vaccinazione e all’assistenza sanitaria (Anziano, 1994; Mercer et al.,2006; Mire et al. 2017). Ad esempio, molti genitori mantengono solida la credenza che i vaccini contribuiscano allo sviluppo di disturbo dello spettro autistico interrompendo, quindi, o modificato le pratiche vaccinali (Bazzano et al.,2012). L’origine delle convinzioni sul legame tra vaccinazioni e autismo Negli ultimi anni c’è stata una grande preoccupazione per quanto riguarda i potenziali legami tra le vaccinazioni infantili e lo sviluppo dell’ASD, malgrado la storia dell’opposizione ai vaccini sia abbastanza datata (Fischbach et al.,2016; Mendel-Van Alstyne et al., 2018 Yaqub, Castle-Clarke, Sevdalis e Chataway, 2014). Le vaccinazioni che sono state al centro della maggiore attenzione sono quelle contro il morbillo-parotite-rosolia (MMR). Un ruolo fondamentale è stato svolto dalla pubblicazione dello studio di Wakefield del 1998 nel La lancetta sostenendo che esiste un legame tra la somministrazione del vaccino MMR polivalente e la comparsa di autismo e malattie intestinali. Successivamente, lo studio è stato completamente screditato e La lancetta ha ritrattato l’articolo nel 2010, sottolineando che elementi del manoscritto erano stati falsificati. In risposta a questa convinzione, una serie di studi rigorosi su campioni di grandi dimensioni ha prodotto un corpo sostanziale di prove che dimostrano che la somministrazione del vaccino MMR non era associata a un aumento del rischio di ASD (Goin-Kochel et al.,2016; Hviid, Hansen, Frish e Melbye, 2019). Nonostante questi studi, le convinzioni sul legame tra vaccini e autismo si sono diffuse in molte parti del mondo, in particolare nell’Europa occidentale e nel Nord America. Per di più internet è diventata un’importante fonte di informazioni sanitarie per il pubblico e ha offerto un’opportunità senza precedenti per gli attivisti dell’antivaccinazione di diffondere i loro messaggi a un pubblico più ampio e reclutare nuovi membri (Hobson-West, 2007; Kitta, 2012). I ricercatori hanno documentato una ridotta fiducia nei medici da parte dei genitori e un aumento delle preoccupazioni sui vaccini. ( Brown et al., 2010; Hussein et al. 2018; Smith et al.,2011). Titubanza vaccinale Tra il pubblico in generale, il grado di fiducia nel collegamento vaccino-autismo è stato riscontrato come il principale fattore associato a un ritardo o all’omissione di uno o più vaccini tra quelle famiglie (Rosenberg et al.,2013). Per quanto riguarda i genitori di bambini con ASD, gli studi hanno dimostrato che alcuni di loro continuano ad attribuire l’autismo del loro bambino alle vaccinazioni (Chaidez et al.,2018; Fischbach et al.,2016; Hebert & Koulouglioti, 2010; Toméni et al.,2017). Le convinzioni dei genitori sulle cause dell’ASD variavano in termini di tipo di esordio: congenito o regressivo. I genitori hanno più spesso sostenuto la genetica come causa dell’autismo quando i loro figli hanno mostrato il tipo congenito, mentre hanno sostenuto i meccanismi esterni ( es., vaccinazioni) quando i loro figli hanno presentato il tipo regressivo. Anche se un ampio corpus di letteratura ha escluso qualsiasi legame tra vaccini infantili e autismo, questa convinzione è ancora presente nelle rappresentazioni delle madri. I genitori sono preoccupati per la salute dei propri figli e fanno regolarmente scelte sanitarie per essi (Poltorak et al., 2005). Sospetto e cospirazione sono stati trovati nel nucleo centrale delle rappresentazioni sociali della vaccinazione da parte dei genitori. Essi hanno sperimentato la paura intorno all’ipotesi che i vaccini potessero far parte di una cospirazione per diminuire la popolazione mondiale al fine di ristabilire l’equilibrio tra la popolazione e le risorse mondiali disponibili (Arhiri, 2014). Di conseguenza, è fondamentale esaminare ed approfondire gli attuali sistemi di credenze materne riguardo alle cause dell’autismo.
La Creatività nella Generazione delle Idee

“Ogni atto di creazione è un atto di distruzione” (Picasso). Per creare qualcosa di nuovo bisogna distruggere qualcosa che c’era prima. Idee nuove e cretive consentono alle aziende di rimanere al passo con i tempi. La creatività non deve mai essere fine a se stessa, ma deve avere sempre un valore aggiunto e un’utilità. A differenza della creatività puramente artistica, nella generazione di idee deve operare un cambiamento che abbia un valore aggiunto. Si sente spesso dire la creatività è una dote innata, ma in realtà è una competenza e in quanto tale si allena e si può sviluppare e accrescere. Anche una persona non particolarmente portata, può arrivare ad avere dei risultati. La creatività non è un puro talento, ma una competenza che si può imparare e rafforzare. Spesso ci si focalizza molto sulla soluzione, ma se le persone passassero più tempo ad analizzare meglio il problema sarebbe più produttivo. Esistono alcune tecniche che permettono di stimolare la creatività e quindi generare nuove idee, collaborando con i colleghi di lavoro. In questo articolo parleremo della Tecnica dei Sei Cappelli Pensanti, inventata da Edward de Bono. Questa tecnica migliora la capacità di esplorazione e consente di vedere un determinato problema/idea/progetto con un approccio a tutto tondo in modo da focalizzarsi su tutte le possibili prospettive. Vediamo ora come funziona… In una situazione di gruppo, ci sono delle regole associate al colore di sei diversi cappelli che costringono le persone a pensare a un problema da sei punti di vista. A turno le persone devono indossare metaforicamente i diversi cappelli. Non si può stare con lo stesso cappello per molto tempo, ma bisogna ruotare. Questa tecnica evita il fatto che la generazione di idee sia influenzata dalla specifica personalità dei partecipanti: ciò che conta è il risultato, non difendere la propria idea. Cappello bianco: si riferisce allo stare aderenti a fatti ed elementi più oggettivi. Si analizzano le informazioni, si fa il punto. Si tratta di una modalità di pensiero neutrale Cappello rosso: si riferisce a intuizione, sentimenti ed emozione. Le persone devono esprimere un pensiero di pancia, senza doverlo giustificare. Si dà la possibilità di esprimere le proprie reazioni immediate Cappello giallo: si riferisce alla positività e all’ottimismo. Si tratta di un approccio costruittivo, dove si identificano gli aspetti positivi e le opportunità Cappello verde: si riferisce alla fase di brainstorming per creare nuove idee sospendendo il giudizio Cappello nero: si guardano gli aspetti negativi, i possibili rischi e i punti di debolezza. Aiuta a identificare i possibili problemi e successivamente a generare soluzioni. A differenza del rosso, le criticità devono avere basi logiche Cappello blu: consente di controllare il processo di generazione dell idee, non riguarda l’argomento in discussione ma il processo creativo alla base. Si può dire che sia il cappello del moderatore, utile per ridizionare il gruppo verso un nuovo approccio Nei gruppi di lavoro ci sono tante diverse personalità con diversi approcci. Se ognuno tira dalla sua parte, il gruppo rimane fermo. Questa tecnica vuole scardinare questa logica e far passare il messaggio che se ci muoviamo tutti nella stessa direzione per un po’, riusciamo a fare strada. In conclusione, questa tecnica aiuta a migliorare la produttività del team in quanto permette di esplorare un’idea in modo approfondito tenendo conto di tutti i possibili punti di vista. Inoltre, consente a ogni persona di assumere ruoli che possano far vedere un problema con un’ottica totalmente diversa, scardinando le nostre idee su cui siamo soliti soffermarci.
La Psicoterapia Sistemico Relazionale

La Psicoterapia Sistemico Relazionale è uno dei tanti approcci esistenti nella psicoterapia, viene anche chiamata terapia sistemica familiare o semplicemente terapia familiare perché ha come focus di osservazione l’individuo inserito all’interno di vari sistemi, primo tra tutti la famiglia. Per questo motivo, si tratta di un approccio che viene spesso utilizzato nel lavoro terapeutico con le famiglie. Tuttavia, è più corretto parlare di psicologia e psicoterapia sistemico relazionale perché è possibile utilizzarla anche per la Psicoterapia individuale o per la Terapia di coppia La Terapia sistemico-relazionale nasce come terapia delle relazioni. Fin dalla sua nascita l’individuo è inserito in una rete di relazioni, per questo il malessere del singolo non può essere slegato dal contesto a cui appartiene. Questa visione permette di allargare la visuale da cui spesso si guarda erroneamente l’individuo portatore del sintomo, spostandosi da una dimensione soggettiva ad una dimensione relazionale. Nello specifico, il terapeuta sistemico-relazionale ridefinisce il sintomo non più come problematica unicamente individuale, pensiero che ritroviamo in molti approcci terapeutici, ma come l’espressione di un malessere che affligge anche il proprio contesto di relazioni significative. Le relazioni disfunzionali possono riguardare il sistema famiglia, il sistema coppia, il contesto lavorativo o quello amicale. In questa ottica, l’individuo portatore del sintomo non viene colpevolizzato, ma accolto come colui che sta mostrando al suo contesto di appartenenza un malessere di cui sono tutti vittime consapevoli e non, spetterà al terapeuta cambiare le dinamiche relazionali disfunzionali in funzionali, restituendo benessere non solo all’individuo ma anche al suo contesto relazionale. Cenni storici sulla psicoterapia sistemico-relazionale La teoria sistemico relazionale è nata a partire dalla teoria generale dei sistemi, formulata da Ludwig von Bertalanffy (1901-1972), un biologo austriaco che faceva parte della scuola di Palo Alto e in seguito del Circolo di Vienna. La Scuola di Palo Alto è una corrente psicologica statunitense che prende il nome dalla città californiana dove sorge il Mental Research Institute, centro di ricerca e terapia psicologica fondatoda Donald de Avila Jackson nel 1959. Secondo la teoria dei sistemi esiste un’interdipendenza e un’interrelazione tra tutti i fenomeni osservati, le cui proprietà non possono essere ridotte a quelle delle parti che lo compongono, cioè all’interno di un sistema il tutto è più della somma delle parti. Il sistema, secondo la teoria sistemica, è un’unità intera e unica, composta da parti, ognuna con la sua funzione, che sono in relazione tra loro che tendono all’equilibrio. Nel sistema l’intero risulta diverso dalla semplice somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una sua parte influenza l’intero sistema nel suo insieme. Come interviene la psicoterapia sistemico-relazionale L’intervento terapeutico basato sulla teoria sistemico-relazionale tiene conto della storia familiare e transgenerazionale che va ad influenzare il contesto di riferimento, ma l’approccio si focalizza sul presente e sull’analisi delle difficoltà del momento attuale. Lo scopo è quello di modificare i modelli e le dinamiche disfunzionali presenti attraverso un processo di co-costruzione che coinvolge attivamente terapeuta e individuo/famiglia. La psicoterapia sistemico-relazionale ha il compito di andare a riparare quelle relazioni che l’individuo avverte come problematiche tramite il cambiamento delle dinamiche disfunzionali presenti nel proprio contesto di riferimento; la sua funzione è quella di apportare un rinnovato benessere soggettivo e sociale.
La tutela psicoeducativa dei minori profughi

La guerra in Ucraina, a cui stiamo assistendo, richiede una lettura a maglie larghe. Spesso i bambini e i ragazzi, che fuggono dalla guerra, arrivano in Italia privi dell’assistenza dei genitori o di chi ne fa le veci. Per questo motivo sono definiti minori stranieri non accompagnati (MSNA). In realtà, per leggere il fenomeno nella sua complessità, occorre l’ analisi dei singoli fili e degli intrecci vari. Intrecci che richiedono di spostare l’attenzione dalla politologia alla psicologia; una psicologia che tutela, dal punto di vista psicoeducativo, i minori nei contesti scolastici. L’ascolto attivo come forma di tutela psicoeducativa La tutela psicoeducativa si sostanzia anche attraverso l”ascolto attivo”, un ascolto che dà senso e significato alle parole di chi parla; dove chi ascolta, riflette e non giudica. Sono tante le scuole che predispongono percorsi di accoglienza per minori stranieri. Alcune istituzioni scolastiche prevedono sia la presenza di mediatori culturali sia di psicologi. Questo lavoro sinergico è fondamentale per la buona riuscita del progetto di tutela psicoeducativa e accoglienza. Il mediatore culturale è in grado di conoscere la cultura e la lingua del paese di provenienza del minore. Lo psicologo è,invece, la figura più adatta a rinoscere i segni e i segnali evocatori di un possibile disagio che vive il minore. Lo scopo di questa alleanza è fare in modo che i minori profughi riescano ad apprendere e a “star bene” nei contesti scolastici, garantendo il loro benessere soggettivo. Il benessere soggettivo è da intendersi come la soddisfazione di vita e l’equilibrio tra le emozioni positive e quelle negative (Diener et al., 1999). La tutela psicoeducativa dei minori profughi diventa l’obiettivo da raggiungere. Un obiettivo che richiede il rispetto per la cultura di appartenenza del minore. Ed è in questa prospettiva attenta alla tutela psicoeducativa e all’ascolto, che “abbracciamo” i minori profughi. In conclusione non dimentichiamo mai che la cosa di cui hanno più bisogno gli esseri umaniè il l desiderio sconfinato di essere ascoltati (Eugenio Borgna, psichiatra).
Connessione uomo-natura e le emozioni socio-relazionali

L’essere umano cresce e vive in un contesto specifico, nel quale la natura e l’ecosistema possono svolgere un ruolo molto importante. In questo contesto, si ipotizza che la connessione sociale e la connessione alla natura sono sostenuti dalle stesse emozioni. In particolare, le emozioni socio-relazionali sono cruciali per comprendere il processo attraverso cui l’essere umano si connette con la natura. Ad oggi, poco si sa sul processo psicologico attraverso il quale le persone riescono a connettersi alla natura. Nonostante questo, è risaputo come vi sia una relazione positiva tra l’uomo e il mondo naturale, che apporta benefici per il benessere sia dell’uomo che dell’ambiente stesso. La relazione dell’uomo con la natura viene definita come nature connectedness, che indica una connessione permanente alla natura ad un livello individuale. La connessione con la natura è un predittore del benessere dell’essere umano e del comportamento e atteggiamento di difesa e cura dell’ambiente (Capaldi et al., 2014, Mackay e Schmitt, 2019). La psicologia sociale ci insegna come le emozioni abbiano un ruolo fondamentale nel connettersi con gli altri. Allo stesso modo, Petersen, Fiske e Schubert (2019) ipotizzano come il collegamento con altri esseri umani e il collegamento con la natura sono sostenuti dagli stessi meccanismi psicologici generali, che includono processi cognitivi, emotivi e comportamentali. Sostengono come le emozioni giochino un ruolo importante nella connessione tra uomo e natura, in particolare le emozioni socio-relazionali. Le emozioni socio-relazionali (social relational emotions) sono emozioni che stabiliscono, regolano e mantengono le relazioni e sono stupore, ammirazione, gratitudine, compassione ed elevazione morale. Tutte queste emozioni sembrano in grado di aumentare il senso di connessione con gli altri e possono, quindi, essere classificate come emozioni socio-relazionali positive. Emozioni come stupore, gratitudine e compassione sono potenti determinanti dell’azione prosociale. Nel loro studio, Petersen, Fiske e Schubert (2019) sottolineano il potenziale di una specifica emozione positiva, kama muta (parola in sanscrito che indica l’essere mosso dall’amore, “being moved by love”), che può essere indicata come l’emozione socio-relazionale cruciale nella connessione. Tenere in braccio un neonato, rivedere una persona cara dopo molto tempo o ricevere inaspettatamente una grande gentilezza sono tipici esempi di momenti in cui le persone sperimentano il kama muta. La valutazione primaria coinvolta nel kama muta sta nel vivere un’improvvisa intensificazione della condivisione comunitaria. La condivisione comunitaria è il fondamento relazionale attraverso cui le persone sentono un’identità condivisa, sono motivate dall’unità, condividono le risorse secondo necessità e capacità e si impegnano ad essere una cosa sola con l’altro. Le persone possono sentire kama muta quando improvvisamente intensificano le relazioni comunitarie con un animale, una divinità o anche un’entità astratta come la terra o il cosmo. Pertanto, è probabile che kama muta svolga un ruolo importante nella connessione con la natura (Petersen et al., 2019). In questo contesto di ricerca, Lumber et al. (2017) hanno scoperto che il contatto con la natura, le emozioni, il significato, la compassione e la bellezza sono percorsi per migliorare la connessione con la natura. Un altro recente progetto di ricerca di Anderson et al. (2018) ha esaminato le emozioni e il loro ruolo di mediazione nell’esperienza della natura per il benessere. È stato osservato come le esperienze nella natura durante la vita quotidiana hanno portato ad un maggiore stupore, il che ha dimostrato come l’esperienza nella natura migliori il benessere e la soddisfazione della vita. In conclusione, comprendere le emozioni che supportano e approfondiscono un senso di connessione con la natura permetterebbe di avere una maggiore conoscenza su come migliorare il benessere dell’uomo e promuovere atteggiamenti e comportamenti favorevoli all’ambiente. Nelle esperienze di connessione con la natura, le emozioni socio-relazionali, in particolare il kama muta, sembrano essere predominanti. Bibliografia Capaldi, C. A., Dopko, R. L., and Zelenski, J. M. (2014). The relationship between nature connectedness and happiness: a meta-analysis. Front. Psychol. 5:976. doi: 10.3389/fpsyg.2014.00976 Mackay, C. M., and Schmitt, M. T. (2019). Do people who feel connected to nature do more to protect it? A meta-analysis. J. Environ. Psychol. 65:101323. doi: 10.1016/j.jenvp.2019.101323 Petersen E, Fiske AP and Schubert TW (2019) The Role of Social Relational Emotions for Human-Nature Connectedness. Front. Psychol. 10:2759. doi: 10.3389/fpsyg.2019.02759 Lumber, R., Richardson, M., and Sheffield, D. (2017). Beyond knowing nature: contact, emotion, compassion, meaning, and beauty are pathways to nature connection. PLoS One 12:e0177186. doi: 10.1371/journal.pone.0177186 Anderson, C. L., Monroy, M., and Keltner, D. (2018). Awe in nature heals: evidence from military veterans, at-risk youth, and college students. Emotion 18, 1195–1202. doi: 10.1037/emo0000442
La psicologia che cura

di Claudio Russo Il legame tra teoria e pratica Affrontare il divario tra mente e corpo è stato da lungo tempo oggetto di contatto e sovrapposizione in medicina e psicologia. In un certo qual modo, l’attuale espressione del “bisogno di salute” ritrova origine nell’evoluzione della specie, in quella interazione dell’individuo con l’ambiente e nella continua lotta per il superamento di un agente patogeno. Il bisogno di appartenenza spiega, in parte, la ricerca di risposte adeguate per le tradizionali sfide alla morbilità dell’essere umano. In accordo ad una ormai consolidata prospettiva (Hendry & Kloep, 2002), lo sviluppo e il deterioramento di struttura e funzioni comportano nuove possibilità in essere per la salute umana e richiedono un riassetto dei modelli di cura tradizionali. L’assenza di salute non è sinonimo di patologia e la presenza di segni prodromici implica la potenziale compromissione degli stati di salute dell’individuo. Nel corso degli ultimi decenni, la tutela si è contrapposta genericamente alla cura della malattia, ovvero alla sua remissione dai sintomi. In particolare, l’attuazione di programmi di promozione e prevenzione della salute hanno rinnovato quelle istanze di cambiamento che derivano per lo più dai modelli teorici di riferimento, oppure da evidenze scientifiche spesso non allineate con il bisogno individuale di assistenza. Questo non ha comportato necessariamente l’adozione di interventi finalizzati alla cura della patologia e spesso la teoria non ha accompagnato la pratica clinica. Lo psicologo clinico, in qualità di professionista sanitario, ha bisogno di ritrovare soluzioni individualizzate per la patologia mentale e fisica, alimentando il comune interesse per una comunità in salute. L’adozione di un modello di cura psicologica per l’individuo può certamente predisporre l’organizzazione di protocolli di trattamento innovativi per i disturbi mentali, le malattie neurologiche, i disturbi da uso di sostanze, le malattie non trasmissibili (Stein et al., 2019) e le nuove malattie infettive. Nel suo complesso, l’assistenza psicologica tende a declinarsi come un elemento di cura, caratterizzato dal sovrapporsi di meccanismi biologici e influenze ambientali coinvolte nell’eziopatogenesi, ovvero alla comparsa di un evento patologico o disfunzione che compromette lo stato di salute dell’individuo. La regolazione dell’arousal come elemento di salute L’American Psychological Association (APA) definisce l’arousal come “uno stato di attivazione fisiologica o reattività corticale associato a stimolazione sensoriale e attivazione del sistema reticolare”. Secondo la corrente definizione, l’arousal è “uno stato di eccitazione o dispendio di energia collegato ad un’emozione” (APA, 2020). La memoria stessa è influenzata dal concorrere di arousal emozionale e stress fisiologico. Lo stato esperienziale di un’emozione influenza il modo in cui l’individuo presta attenzione ed elabora le informazioni, coinvolgendo la memoria associata ad un evento appreso, attraverso la sperimentazione di un ricordo in un particolare stato emotivo (Lane, Ryan, Nadel, & Greenberg, 2015). Psicologia e Salute L’arousal è un elemento terapeutico di base che percorre, in maniera implicita ed esplicita, numerose tecniche e protocolli di intervento psicologico e psicoterapia. L’interazione sociale stessa è fonte di arousal. Ciascuna persona può collocarsi in un dato momento ad un dato livello di arousal. Segue che l’individuo necessita di maggiore consapevolezza e accettazione dell’arousal. In sanità, la “psicologia che cura” può contribuire ad accrescere l’esperienza delle emozioni, facilitando la regolazione del livello di arousal, l’apprendimento e la meta-cognizione dei processi di auto-regolazione, stimolando una maggiore comprensione delle distorsioni cognitive associate al pensiero disadattivo. Il principio di codifica emotiva e l’esame obiettivo di verifica del suo valore adattivo possono contribuire a rafforzare la relazione di cura dell’operatore sanitario con il paziente. Questo principio è da ritenersi valido nella più ampia prospettiva di una sua estensione ai rapporti di lavoro con altri professionisti ed operatori e all’interno dell’organizzazione sanitaria in cui si opera. La “psicologia che cura” è pertanto funzione di uno o più sintomi di espressività emotiva impliciti nella relazione con il cliente/paziente e declinabili nel proprio ambiente di vita, in un dato momento nel tempo e all’interno del setting di “cura”. L’arousal stesso è parte della relazione e gioca un ruolo chiave nella regolazione dell’interazione con l’altro. Il valore terapeutico dell’arousal nella relazione con il cliente/paziente ha implicazioni pratiche e necessità di misure urgenti per il lavoro dello psicologo clinico. Riferimenti American Psychological Association (2020). Arousal. Retrieved December 10, 2021 from https://dictionary.apa.org/arousal Hendry, L. B., & Kloep, M. (2002). Lifespan development: Resources, challenges and risks. London: Thomson Learning. Lane, R., Ryan, L., Nadel, L., & Greenberg, L. (2015). Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science. Behavioral and Brain Sciences, 38, E1. doi: 10.1017/S0140525X14000041 Stein, D.J., Benjet, C., Gureje, O., Lund, C., Scott, K.M., Poznyak, V., & van Ommeren, M. (2019). Integrating mental health with other non-communicable diseases, BMJ, 364, l295. doi: 10.1136/bmj.l295
I capricci dei bambini a cosa servono?

Perchè i bambini hanno necessità di fare i capricci? cosa vogliono comunicare? come si gestisce un capriccio? attraverso questo articolo risponderò a queste domande. Perché nasce un capriccio? I capricci non sono atteggiamenti immotivati, né tanto meno futili. Alla loro base, spesso è possibile individuare un bisogno implicito, che chiede a gran voce di essere visto, riconosciuto e convalidato. Con questi comportamenti il bambino sta cercando di comunicare, seppur in maniera inefficace, qualcosa che non è ancora in grado di dire a parole. Per un bambino piccolo è normale esperire degli stati di de-regolazione di fronte a forti emozioni. Non c’è provocazione, né sfida, né un intento consapevole di far star male l’altro. C’è un’emozione bloccata, un problema e il bisogno di un adulto capace di ascoltare e offrire il suo aiuto. Come si gestiscono i capricci? La precondizione sul come affrontare i capricci dei bambini in maniera consapevole e rispettosa è mantenere la calma. Il primo step dovrà essere quello di ricreare uno stato di connessione. Abbassiamoci al livello del bambino e cerchiamo il suo sguardo. Se non lo rifiuta, offriamogli anche un contenimento fisico, altrimenti limitiamoci a una presenza non invasiva. Solo quando il bambino sarà passato dall’iniziale stato reattivo a uno stato ricettivo, sarà possibile parlargli. Descriviamo allora l’accaduto nella maniera più oggettiva possibile, verbalizzando quello che ci sembra essere il suo vissuto e aiutandolo a dare un nome alle sue emozioni. ESISTONO REGOLE CHIARE IN FAMIGLIA? Molto importante è anche capire come è organizzata la vita della famiglia e quali regole ci sono. I bambini spesso cercano di mettere alla prova l’adulto, di vedere fino a che punto l’adulto resiste al loro volere, cercando di imporre la loro volontà. È un momento di crescita molto normale di affermazione di sé, quindi è fisiologico da un punto di vista psicologico. I capricci si possono ridurre se si danno spazi di autonomia al bambino, spazi di autoaffermazione. Un bambino che ha dei momenti in cui può affermare se stesso, fare delle cose autonomamente, ha meno bisogno di opporsi. La coerenza è determinante sia per i bambini che per i genitori, perché mette al riparo tutti da reazioni emotive incontrollate. Pensiamo al genitore che in un momento accetta una cosa, e in un altro momento, perché magari è stanco, non la accetta. In questo modo mette in difficoltà il bambino che non capisce più cosa può fare e cosa non può fare. Quando poi ci si trova di fronte la situazione concreta, quello che è importante dare come messaggio è che l’adulto non senta di rinunciare alla regola solo perché il bambino fa una sceneggiata, perché se passa questo messaggio, il bambino che cosa impara? Impara che di fronte a un suo desiderio, di fronte a un’opposizione dell’adulto, l’unica cosa da fare è fare una sceneggiata. È necessario avere una certa fermezza e chiarezza rispetto alle regole. Con calma, quando il bambino riuscirà a esprimersi senza urla, bisogna invitarlo a dire cosa gli dà così fastidio e, insieme, si troveranno insieme delle soluzioni. Il messaggio da dare è che di fronte a un problema, a un’opposizione ci sono delle strade, e queste strade si trovano quando si parla.
Quanto influisce la depressione genitoriale su i figli?

I figli di genitori depressi hanno la probabilità di sviluppare disturbi depressivi, o altre forme di psicopatologia, di gran lunga superiore ai figli di genitori normali. Quanto più precoce è l’esposizione del bambino alla depressione, tanto maggiore è la gravità dei sintomi, la durata del disturbo ed il numero di recidive, tanto più aumentano le conseguenze sul successivo sviluppo psicologico del bambino. Le carenze psicosociali ed affettive cui sono sottoposti i figli dei genitori depressi costituiscono un significativo veicolo della trasmissione intergenerazionale della patologia. Le madri depresse, sul piano emotivo, presentano maggiore irritabilità e un insufficiente investimento affettivo nel rapporto con il figlio, una minore capacità di riconoscere le sue manifestazioni di disagio ed un’adeguata sensibilità a rispondere ai segnali e alle richieste del bambino. Durante i primi anni di vita, queste madri tendono a stimolare meno i propri figli e ad essere poco empatiche. Il modo disfunzionale in cui le madri depresse svolgono il loro ruolo genitoriale, può essere considerato il principale predittore dello sviluppo di legami di attaccamento di tipo insicuro. Secondo Bowlby i modelli relazionali interiorizzati dal bambino nella relazione con i propri genitori, verranno a loro volta riproposti nelle sue relazioni affettivamente significative, prima fra tutte quella con i propri figli. Il costrutto di modelli operativi interni indica la capacità dell’individuo d’interiorizzare e perpetuare modelli di relazione e quindi di rappresentarli all’interno di quello che è stato definito modello relazionale della mente (Ammaniti, Stern). La presenza d’inadeguati modelli operativi interni del Sé determina l’assenza di una risposta empatica appropriata alla richiesta del bambino, portando quest’ultimo ad interiorizzare, a sua volta, modelli operativi interni del Sé inadeguati. Così, tratti inadeguati o psicopatologici delle caratteristiche di personalità dei genitori, saranno trasmessi ai figli in modo inconsapevole. Anche le caratteristiche depressive della figura paterna hanno un’influenza diretta nel processo di crescita del figlio. Se il padre, invece, è sano ed ha un buon coinvolgimento nella vita del bambino, per il figlio aumenta la possibilità di stabilire in futuro relazioni più positive visto che complessivamente le cure genitoriali migliorano. Le famiglie in cui entrambi i genitori presentano disturbi depressivi creano maggiori difficoltà evolutive nei figli ed aumentano in modo esponenziale la possibilità di familiarità al disturbo depressivo. Le disfunzionali modalità affettive, cognite e relazionali tipiche di genitori depressi, anche laddove non portino allo sviluppo nel figlio di una vera e propria patologia depressiva, possono comunque influenzare aree diverse del suo sviluppo.
Il corpo del docente 3.

Qualche nota introduttiva ad un’etica pedagogica condivisa con i corpi transgenerazionali e non solo umani. Uno dei convegni che più mi hanno coinvolto, lasciando una traccia assai significativa per successive riflessioni è stato sicuramente “Il Corpo Naturale non esiste”, organizzato dalla mia Scuola di Arteterapia, circa una decina d’anni fa. Tra gli autori che grazie a quel convegno ho cominciato a conoscere, qui ne accennerò qualcuno. Prima di tutto l’antropologo Francesco Remotti che con il suo bellissimo “Prima lezione di antropologia” fa capire con semplicità come il nostro corpo diventi, per l’appunto, proprio “il nostro corpo”, attraverso un complesso processo comunitario e per nulla spontaneo. E che per poter dire o pensare o comunque percepire il mio corpo come oggetto reale, non potrò mai fare a meno di linguaggi e culture. Poi Barbara Rogoff, antropologa e psicologa nordamericana che fin dalle prime pagine del suo “La natura culturale dello sviluppo”, chiarisce con grande semplicità i rapporti tra natura e cultura. Questo testo che dovrebbe essere sul comodino di ogni docente e di ogni terapeuta è organizzato come una sorta di rassegna sulle diversità nei processi di crescita e di formazione dei bambini nei più diversi contesti culturali del nostro pianeta. Vale a questo punto la pena di riportare direttamente qualche riga del libro della Rogoff: ”Gli esseri umani sono predisposti biologicamente a partecipare ad attività culturali e a imparare gli uni dagli altri. Grazie a strumenti quali il linguaggio e la scrittura, possiamo ricordare collettivamente eventi che non abbiamo vissuto in prima persona, partecipando in modo vicario all’esperienza degli altri, nel corso di molte generazioni.” Alle spalle di tutto questo pensiero, non è difficile intravedere peraltro il contributo di uno scienziato fondamentale Lev Semënovic Vygotskij, padre della teoria storico culturale. Quattro annotazioni, rispetto le parole della Rogoff e che in qualche modo caratterizzano anche le riflessioni attuali della nostra Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. La prima è che quando parliamo di strumenti culturali occorre sottolineare che anche il nostro corpo, con i suoi ritmi, la sua consistenza e persino i suoi odori e sapori è sempre, a sua volta, linguaggio. È sistema di segni, è forma di scrittura e pertanto veicolo fondamentale per la formazione e la crescita. Questo concetto, nel testo della studiosa statunitense, sia pure implicito, non è forse proclamato con la forza con la quale, oggi, è necessario farlo. Il secondo punto è che, il nostro corpo e quella sua funzione e che chiamiamo “mente”, si forma grazie all’interazione con altri corpi, quelli dei caregiver soprattutto, ma non solo. Corpi che portano in loro stessi l’esperienza di pregresse generazioni. Vuol dire che il nostro corpo-mente intrinsecamente è costituito dalla presenza dei nostri antenati e dalle loro storie complesse. Il terzo punto è che, a nostro parere, ma non solo del nostro gruppo di ricerca, parlare degli Homo sapiens sapiens come forma biologica produttrice di cultura, sottintendendo che sia l’unica ad avere tale caratteristica, forse esprime una visione limitata. Per meglio ragionare, una domanda sarebbe fondamentale. Siamo certi che, se non altro molti altri mammiferi a spiccata tendenza sociale, non abbiano anche loro qualcosa che potrebbe rientrare nella nostra definizione di “cultura”? È provato ad esempio che nel linguaggio dei mammiferi marini esistano persino dei diversi “dialetti”. Mica tutto è solo istinto geneticamente trasmesso. Quanti animali senza un adulto della loro specie che gli insegni ad esempio, adeguate tecniche di caccia, sarebbero in grado di sopravvivere? E qui veniamo al quarto punto, visto che stiamo parlando di attività formative. Occorre riflettere con maggiore attenzione sul ruolo che il corpo di altri esseri viventi, diversi dalla nostra specie, ha sicuramente avuto in passato e dovrebbero continuare ad avere nella formazione, nell’armonico sviluppo dei nostri bambini e persino di ognuno di noi. Pensiamo all’efficacissimo effetto pedagogico che, in un contesto contadino, aveva l’inevitabile assistere per un bambino all’accoppiamento tra animali. Come anche alla loro nascita e alla loro morte. A tutto l’immaginario che poteva e può attivare il vedere una pianta crescere giorno per giorno o il semplice gesto di toccare un albero secolare. Il concetto di “Natura Pedagogica” è infatti una delle nostre aree di ricerca. Alla prossima.