Man-made trauma: la realtà del male umano

In seguito alle esperienze traumatiche reali con cui il Novecento si è dovuto misurare, come guerre, stermini, pulizie etniche, torture, il concetto di trauma reale viene ripreso con nuova forza, tanto da spingere gli studiosi verso una riformulazione del concetto di trauma. Insieme agli aspetti relazionali del trauma, nella seconda metà del Novecento l’interesse della clinica si è focalizzato sugli aspetti di realtà del trauma, in contrasto con la teoria freudiana classica che, nonostante vari andirivieni, definiva come oggetto privilegiato psicoanalitico l’aspetto fantasmatico del trauma. Le più recenti teorizzazioni relative alla realtà del trauma si sono concentrate su come la mente possa sopravvivere ad eventi traumatici, in particolar modo quando ad attuare tali azioni sono altri esseri umani: il man-made trauma. Che cosa accade nell’individuo, ma anche nella società, quando l’evento che ha portato al trauma è reale e riguarda una volontà di violenza e distruzione perpetrata da un essere umano o da una comunità su un altro individuo o gruppo? Questo è ciò che vivono migliaia di migranti forzati e vittime di guerra, costretti ad abbandonare il loro Paese di origine a causa di violenze e azioni brutali messe in atto da mano umana su altri esseri umani. Tali soggetti sono vittime di violenza, soprusi, torture, conflitti, incarcerazioni, persecuzioni, che minano la fiducia nell’altro e nel mondo.  Nei traumi dovuti a mano umana, è di fondamentale importanza il concetto di relazione umana: il man-made trauma, nei suoi vari livelli di gravità, rompe la “diade empatica”, la connessione io-tu, si rompe una fondamentale connessione con un oggetto interno buono, la fiducia tra esseri umani, si perde la fiducia nell’Altro (Mucci, 2014). La traumatizzazione, quando è di tipo interpersonale, come nel trauma causato per mano umana, indebolisce o distrugge la possibilità successiva di instaurare relazioni di fiducia nel futuro. La fiducia nell’altro e nel mondo è proprio ciò che viene distrutto nella traumatizzazione estrema messa in atto da un altro essere “come me”, è in questo modo che il trauma attua la “rottura della diade empatica” (Mucci, 2014). La traumatizzazione causata da man-made disasters diretta in modo sistematico contro altri esseri umani, come stupri, torture, atrocità di guerra, è endemica in alcune parti del mondo. Ciò costringe milioni di persone a migrare verso nuovi Paesi con la speranza di trovare un posto sicuro. La violenza organizzata degli Stati, la guerra e gli attacchi terroristici creano individui traumatizzati, famiglie distrutte, gruppi e comunità destabilizzati. Questo tipo di traumatizzazione estrema causa destabilizzazione nella capacità di simbolizzare esperienze emotive, incluso il dare significato alla vita dopo l’esperienza traumatica (Rosenbaum e Varvin, 2007).  Il modo in cui esperienze estreme influenzeranno individui e gruppi, dipenderà dalla severità, dalla complessità e dalla durata degli eventi traumatici, così come dal contesto, dalla fase di sviluppo e dalla relazione con l’oggetto interno. Inoltre, la gravità della traumatizzazione dipenderà dalla misura in cui le prime associazioni traumatiche vengono attivate, così come dal sostegno e dal trattamento offerto dopo l’evento, e dalle risposte della società a tali eventi in generale (Varvin, 2017). Bibliografia Mucci, C. (2014). Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore. Rosenbaum, B. e Varvin, S. (2007). The influence of extreme traumatization on body, mind and social relations. International Journal of Psychoanalysis, 88, 1527-1542. Varvin, S. (2017). Our relations to refugees: between compassion and dehumanization. The American Jourrnal of Psychoanalysis. Paper presentato alla European Psychoanalytic Federation Conference, The Hague, Aprile 2017.

UNA TECNOLOGIA REALMENTE A MISURA DI ANZIANO: L’ESPERIENZA DI UNA PSICOLOGA E DEL SUO SOGNO

di Annapaola Prestia Chi è S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A., che sta per Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia, è una start up innovativa che si mette al fianco di ogni famiglia che abbia bisogno di supporto, per poter permettere ai propri membri in stato di difficoltà o fragilità (persone anziane, malati di demenza ed altre patologie degenerative, persone con disabilità e chiunque abbia bisogno di sostegno) di poter rimanere a casa propria il più a lungo possibile. Da chi è composta e com’è organizzata S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. è formata una rete capillare di professionisti che ruotano a 360°attorno alla persona in stato di fragilità ed alla sua famiglia, disponibili al bisogno, adatti a ciascuna situazione, flessibili, di pronta e rapida riposta, supportati da uno staff ed un coordinamento dedicato ad ogni caso, capaci di fare squadra e proporre soluzioni efficaci e su misura per quella persona/ nucleo familiare in quel momento specifico. Di che cosa si occupa S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. fornisce soluzioni di domotica, Internet of Things, collegamenti tra oggetti di uso quotidiano in grado di rendere “intelligente” e realmente supportivo il domicilio della persona in difficoltà e di garantire, allo stesso tempo, privacy e sicurezza per tutta la  famiglia. Allo stesso tempo, porta a casa di chi ne ha bisogno, i professionisti di maggiore supporto in quel preciso momento per quella determinata famiglia: medici, psicologi, assistenti sociali e familiari, farmacisti, estetisti, parrucchieri, nutrizionisti, logopedisti, fisioterapisti ed infermieri ma anche massaggiatori ed elettricisti… Qualsiasi cosa serva, S.O.F.I.A. può portarla a casa se è utile per gestire una persona anziana in difficoltà. Chi ha creato S.O.F.I.A.? Annapaola Prestia, psicologa e Silvia Fabris, educatrice, da oltre dieci anni al lavoro dietro le quinte per assicurare un supporto ad ogni famiglia che sia alla ricerca di risposte e soluzioni innovative nel campo della demenza, dell’invecchiamento o della disabilità. Siamo state colleghe in realtà del terzo settore che fornivano servizi di supporto agli anziani che desideravano rimanere al proprio domicilio e, forti di questa pluriennale esperienza, abbiamo deciso di metterci in proprio, per proseguire sulla linea già tracciata ma con una maggiore libertà di azione ed una vocazione maggiormente tecnologica, sicure che ci possano essere mille piccole soluzioni che possano permettere ad una persona in stato di fragilità di poter continuare a vivere la propria vita, dentro la propria casa, in maniera dignitosa per se stessa e per i propri cari, per un tempo considerevole, senza necessità di ricoveri temporanei o definitivi in strutture o residenze. La nostra sfida è quella di portare la tecnologia nelle case degli anziani, per aiutarli durante i piccoli atti della loro quotidianità; parimenti, ci preoccupiamo di fornire ad ogni famiglia un servizio di consulenza specialistica, dedicata, a 360° e su misura per quel nucleo in quel preciso momento, attraverso una rete di professionisti che coprano i principali bisogni della persona e dei suoi parenti. Geriatri, neurologi, psicologi, educatori, fisioterapisti, terapisti occupazionali, operatori socio sanitari, assistenti familiari, infermieri, avvocati, assistenti sociali, nutrizionisti, logopedisti collaborano con noi formando delle micro equipe dedicate a ciascuna famiglia, capaci di dare risposte con rapidità ed efficacia, in qualsiasi momento, raggiungibili attraverso S.O.F.I.A. e la sua piattaforma informatica, al reale servizio della persona. Ma non solo! Abbiamo anche una vasta rete di ulteriori collaboratori: elettricisti, muratori, falegnami, podologi, parrucchieri al domicilio e chiunque offra un servizio che possa essere utile e/o richiesto dalla persona in stato di fragilità e dalla sua famiglia. IL PROGETTO S.O.F.I.A. Il progetto S.O.F.I.A. – Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia –  si propone di potenziare la capacità di singoli e famiglie di fronteggiare i bisogni di cura e assistenza dei propri cari durante tutte le fasi della fragilità, inclusi i momenti dedicati alla prevenzione diretta del disagio. Il territorio di partenza della start up è il Friuli Venezia Giulia con un focus specifico sulle province di Gorizia e Pordenone ma, in un futuro prossimo, la rete costruita da questa realtà potrebbe estendersi in tutta Italia. Il progetto prova a consolidare una nuova forma di alleanza tra soggetti (associazione, liberi professionisti e ente pubblico) che ad oggi operano in modo non coordinato sul tema dell’assistenza e della psicoeducazione alle famiglie che assistono persone fragili, affette da deterioramento cognitivo al domicilio. La premessa del progetto è l’attuale assenza di riferimenti precisi per le famiglie nel momento successivo ad una diagnosi di demenza, o in quello precedente, di assessment diagnostico in corso, o in quello di fragilità iniziale, legata magari ad una condizione di invecchiamento non di successo e l’offerta di servizi tra loro “scollegati” che impongono a singoli e famiglie che si trovano in stato di bisogno di doversi “arrangiare” in un mare di offerte diverse e tutte parziali. In questo contesto il progetto propone come primo elemento, di lavorare con soggetti e professionisti già strutturati, riconosciuti e riconoscibili nei territori su cui insiste la start up. Come secondo elemento il progetto vuole proporre alla famiglia che ne faccia richiesta una entità unica di riferimento da noi chiamata “brain helper”, che è formata ed addestrata per accogliere la domanda di cura, declinarla in possibili proposte e da mettere al fianco della famiglia in funzione di consulente. Come terzo elemento il progetto si propone di attivare un incontro di consulenza e di collaborazione tra tre professionisti che in questo momento già operano a vario titolo nell’ambito dei servizi alla persona e sul tema della demenza e che sono, il medico (geriatra o neurologo), lo psicologo e l’educatore. Attraverso un percorso di conoscenza reciproca, formazione dei professionisti e l’elaborazione di strumenti di valutazione, il progetto vede la sperimentazione di una collaborazione operativa finalizzata a dare una prima risposta unica alle famiglie, oltre che ulteriori proposte personalizzate sulla base della situazione presente in ciascun domicilio. Così facendo la famiglia che si trovi in difficoltà nella gestione di un caso di fragilità o di demenza al domicilio, oppure la persona anziana che stia sperimentando un invecchiamento non di successo, si rivolge al Brain Helper, che è un operatore della Start Up S.O.F.I.A. e trova non  più una parte della risposta

Cos’è l’ansia da separazione?

Separarsi può generare ansia fin dai primi mesi di vita. Impariamo a capire quali risorse attivare per gestire al meglio l’ansia da separazione. Le prime manifestazioni Intorno all’ ottavo mese di vita compare nel bambino la cosiddetta ansia da separazione. E’ un sentimento di angoscia che nasce dal timore di essere abbandonato e che si manifesta con proteste più o meno accentuate nel momento in cui la figura di riferimento più significativa (di solito la mamma) si allontana. Il piccolo si sente in pericolo, e lo manifesta con pianti e proteste che in genere si risolvono quando la mamma, o chi si occupa di lui, ritorna. Possono esserci anche irrequietezza generale e disturbi del sonno. L’intensità di queste manifestazioni varia molto a seconda del temperamento del bambino e della capacità della mamma di rassicurarlo. Ansia eccessiva Talvolta i bambini mostrano reazioni eccessive alla separazione da un genitore. Altre volte non mostrano affatto ansia. In entrambi i casi c’è qualcosa che non va… Come aiutare il bambino a gestire l’ansia Spesso, il momento della separazione è difficile da gestire non solo per il bambino, ma anche per il genitore. Le reazioni del figlio possono generare reazioni emotive molto intense anche nella mamma o nel papà. Cosa fare in questi casi? Comunicargli  che torneremo; non sminuire quello che il bambino sta provando Talvolta ci si allontana dal bambino senza fornirgli spiegazioni, ma questa non è la soluzione migliore. Infatti questo atteggiamento serve solo ad amplificare paura e smarrimento. Va sempre spiegato cosa sta per succedere, cioè che la mamma o il papà si devono allontanare per un certo tempo. Dopo è importante anche far sapere al bambino che presto ritorneranno, e si potrà di nuovo stare insieme. Non bisogna ignorare quello che il bambino sta provando, o addirittura rimproverarlo. Questi sono atteggiamenti che hanno un effetto negativo sulla sua possibilità di instaurare con il proprio genitore una relazione di fiducia. Il momento dell’ingresso al nido Per molti bambini, l’inizio dell’ asilo nido rappresenta la prima, vera separazione da mamma e papà. Può quindi essere un momento difficile. In questi casi è importante Prevedere un inserimento graduale, che permetta al bambino di esplorare la nuova struttura un poco alla volta. Prestare attenzione ai segnali di disagio del bambino, accogliendoli e cercando di capire se sono normali manifestazioni di tristezza o espressioni di qualcosa di più profondo. Prestare attenzione anche alle proprie reazioni. A volte, il distacco dal bambino attiva paure e preoccupazioni anche nell’adulto e allora è importante che l’adulto stesso se ne renda conto. Può succedere, infatti, che il disagio del bambino nasca in realtà dal desiderio di far sentire alla mamma che lui ha compreso la sua difficoltà e sta cercando, a suo modo, di aiutarla. Cosa fare di fronte ad una reazione eccessiva? Ricordare di non lasciarsi travolgere dall’ansia è il primo passo. L’ansia è contagiosa ricordiamolo.  Rivolgersi allo psicologo per un sostegno alla fase del distacco può rendere questo momento più “naturale”.

Il potere della relazione: storie di una Comunità educante

P. è una bambina di otto anni. Una di quelle insopportabili, ma che restano impresse nel corpo, negli occhi e nei pensieri. È bellissima, bionda, magra, nasino a patatina e sorriso che rapisce. Sembra più piccola della sua età. La voce è dolcissima, musica per le orecchie, di una seduttività unica. La ascolterei parlare per ore, quando non è arrabbiata. P. è un’utente di una Comunità per minori, abusata e letteralmente abbandonata come un pacchetto regalo dai suoi familiari. Cerca disperatamente un oggetto d’amore, assente dentro di lei, in un legame di tipo borderline che monopolizza e poi distrugge l’operatore di turno. Scatta quasi ogni giorno, alla più piccola frustrazione, convogliando in picchi di attivazione che in casa chiamano “crisi”. È impensabile che uno scricciolo tanto fragile possa creare tanto scompenso, eppure scrivo stasera con circa 5 lividi sulle gambe doloranti e una mano completamente graffiata. Oggi la crisi è scattata quando è stata interrotta in un picco massimo di eccitazione. Così da oggetto idealizzato sono passata ad essere svilita, insultata e aggredita con calci, graffi e pugni. Veloce la porto in camera, primo tentativo di contenimento spaziale definito. Anche lì comincia a buttare tutto per aria, e a urlare a oltranza. Mi siedo calma, osservandola in silenzio. Schivo facilmente gli oggetti che cerca di lanciarmi addosso, quindi ora è arrivato il mio turno. Si avvinghia alla mia gamba cercando di mordermi e di graffiare qualsiasi parte del corpo le capiti a tiro – <<io ammazzo te e tutti quelli che non mi calmano>> – urla – <<ti ammazzo se non mi calmi!!>>. Mi limito ad attutire a mani aperte i suoi colpi, continuando ad osservarla. Quando comincia a mordermi mi alzo e cerco di allontanarmi, mi sta facendo male. <<Non devi uscire!! Non ti lascio!!>> mi dice, agganciandosi alla gamba. Dopo qualche passo mi siedo sul letto, è un luogo simbolicamente più morbido e delicato. Lei è sempre lì, stretta stretta al mio piede. <<Non far finta di non sentire!!!>> protesta alla mia osservazione silenziosa. <<Tu mi fai del male, ti odio. Ti odio, stro**a>>. Lentamente, ad ogni insulto, ogni grido lanciatomi contro, la rabbia che inizialmente scatena P. ad ogni sua crisi scivola via, e mi lascia un grande senso di vuoto nella pancia. <<ti odio, mi fai del male>>, ogni singolo urlo penetra lasciandomi una crepa. Mi fa male… resisto ancora un po’, ma mi sento spezzare. È successo, sono un oggetto rotto, distrutto, come tutti gli oggetti che passano nelle sue piccole manine screpolate. Tutti i regali, tutti i gesti d’amore, vengono lanciati, sfondati in un suo impeto di rabbia. Anch’io sono uno di quelli, mi sento letteralmente spezzata a metà. Mi assale un tremendo stato di angoscia << Non posso più aggiustarmi>>, penso spaventata. Non immagino come possa essere cambiato il mio sguardo in quel momento, rivolto verso la parete, forse un po’ assente, forse rispecchia quel vuoto che sento dentro. Fatto sta che i graffi di P., i tentativi di staccare il bottone del camice colorato insieme, diventano un disperato tentativo di tirarmi a sé. Ad ogni sua stanca spinta segue un forte strattonarmi verso di lei. D’impeto la prendo a me, facendola sedere sulle mie gambe, la sua schiena vicino il mio petto. Si lascia tenere e avvolgere dalle mie braccia. Cominciamo a fare insieme “l’abbraccio della farfalla”, le mie mani sulle sue. Mi lascia fare, si lascia trasportare mentre a voce stanca e bassa continua a dire <<mi fai del male, mi devi calmare>>. Avvicina la sua testa alla mia, sfinita. Trattengo il respiro per un secondo… ma crollo affondando il mio volto nella sua schiena, abbandonandomi ad un pianto profondo. Piango, piango nella paura di ciò che è andato distrutto, che il passato non possa ricomporsi. Piango come una bambina, senza trattenermi, sola e fragile di un’angoscia uterina. P. è un po’ sorpresa, ha visto bene? Scruta i miei singhiozzi incredula. <<Per favore P., puoi abbracciarmi?>> le chiedo. Si gira all’istante, lanciandomi le braccia al collo. Non c’è più rabbia, non c’è più distruzione. Il suo pianto è autentico, angosciato, libero. Piangiamo insieme per diversi minuti, la mia testa nella sua spalla, gli occhi chiusi. Assaporo ogni parte del suo corpo stretta forte a me, sento le piccole ossa sotto le dita: è così piccola che le mie mani toccano il gomito dell’altro braccio. È tanto piccola che temo possa sfuggirmi, e deve aver provato una sensazione simile, poiché sento il suo abbraccio aumentare di intensità, in una forza inusuale per la sua stazza. Restiamo così, in un momento senza tempo, ci stringiamo forte. Pian piano il mio stomaco si nutre di nuovo, di una sensazione calda e rassicurante. Il suo corpicino riesce a tenere insieme i pezzi con l’intensità e la fermezza necessaria a cominciare a ricompormi. Non mi hai distrutto, piccola P. Sono ancora qui, sono ancora intera. Dopo diversi minuti allento la presa e la guardo. Piagnucola ancora, gli occhi rivolti al pavimento. <<Grazie per questo abbraccio P., ero molto triste e tu mi hai consolata. Ci siamo consolate a vicenda>>. Le do un bacio sulla guancia. Il giorno dopo appena arrivo in Comunità P. annuncia, dal telefono della coordinatrice, che ha una lettera per me. Me la porge rientrata in casa dalla visita medica, i suoi occhi curiosi e un po’ intimoriti mentre scarto l’involucro per aprirla. “Cara Gaia scusa per ieri  ci perdoniamo a vicenda?       SI     NO” P. oggi ha fatto esperienza di reciprocità. E si, perdoniamoci a vicenda. P. ha una capacità unica: crea scompenso ma lascia il cuore pieno.

Educazione emotiva: lo psicologo a scuola

L’educazione emotiva aiuta bambini ed adolescenti a rispondere in modo costruttivo alle emozioni. Perché è importante il contesto scuola? In questo momento, stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di bambini con difficoltà emotive o comportamentali. Facciamo qualche esempio: bullismo, comportamenti oppositivi e difficoltà ad accettare le regole, ansia. Perché succede? I fattori che possono contribuire ad ampliare il disagio, che i bambini manifestano poi sul piano comportamentale ed emotivo, sono numerosi e, per la maggior parte, dipendono dai contesti che il bambino vive. Viviamo in un contesto sociale dove i social hanno sostituito le comunicazioni e le interazioni tra coetanei, oltre che in un momento storico particolarmente difficile per tutti: le immagini alla televisione raccontano di un mondo fatto di violenza e povertà. Inoltre, per raggiungere un buon equilibrio emotivo, è importante che il bambino acquisisca una buona tolleranza verso la frustrazione. Al contrario, il volerlo proteggere da emozioni negative o situazioni sfavorevoli, potrebbe minare la capacità del bambino di leggere ed esprimere il proprio mondo interiore, fungendo da miccia nei comportamenti. Compaiono spesso anche modalità di pensiero assolutistiche e rigide che creano sofferenza a lungo andare. Ad esempio: “non sono MAI stato bravo”; “sono SEMPRE arrabbiato perché NESSUNO vuole stare con me”. Questi pensieri negativi possono influenzare il modo in cui trattiamo noi stessi e gli altri, e sfociare in disturbi emozionali. Perché può essere importante un programma di educazione emotiva a scuola? La scuola è uno dei contesti fondamentali per la crescita di ognuno. Si trascorre molto tempo lì e gli insegnanti diventano altre figure di riferimento per i bambini. Se si crea un ambiente sicuro, il bambino si sentirà anche più a suo agio nell’esporre ciò che sente. Ciascuno potrebbe riconoscersi nelle problematiche di un compagno, facilitando un senso di appartenenza e supporto reciproco. Tali programmi fungono da prevenzione primaria, dato che si interviene prima che si manifesti qualsiasi forma di disagio, o secondaria (quando vi sono prime manifestazioni di disagio). In ogni caso, ricordiamoci sempre che la scuola non è solo trasmissione di didattica, ma vuol dire apprendere diverse competenze, quelle competenze che serviranno per la vita!

Indietro nel tempo? Effetti e sorprese

In un momento come quello attuale, con la guerra subito dopo la lunga stagione del Covid, molti pensano a quanto fosse più facile prima, in molti sensi. È stato, ed è, un periodo duro, di incertezza e di futuro imprevedibile: più di quanto lo sia in tempi cosiddetti normali. Sperando fortemente che presto si trovino soluzioni diplomatiche e finisca un’insensata violenza, analizziamo cosa significa recuperare momenti precedenti e più sereni, e l’effetto che può avere sul nostro cervello. Vorrei ricordare qui uno degli esperimenti psicologici che sono diventati un classico della letteratura: siamo nel 1981 e la psicologa di Harvard Ellen Langer decide di allestire un esperimento con un gruppo di uomini intorno ai settant’anni (allora settanta erano già un’età avanzata). In cosa consisteva? Le persone che prendevano parte all’esperimento furono invitate a vivere cinque giorni all’interno di un monastero, in cui tutto era stato progettato per sembrare proprio come se fosse l’anno 1959. Radio, televisori in bianco e nero, libri, oggetti per la cucina, arredamento: tutto era d’epoca, l’atmosfera era perfettamente ricostruita, come in un set cinematografico. Questa distorsione temporale, in cui erano immersi, prevedeva che i partecipanti fossero trattati come se avessero 50 anni. Negli spazi che occupavano, non c’erano specchi e c’erano molte foto che li ritraevano: foto che avevano loro stessi fornito, di vent’anni prima, in cui ridevano, pescavano, abbracciavano; erano, insomma, uomini maturi attivi e in salute. Durante i cinque giorni, i partecipanti dovevano discutere le notizie e gli sport di 22 anni prima come se fossero appena accaduti, al presente, e comportarsi in tutto e per tutto come quando avevano cinquant’anni. Alla fine dei cinque giorni, che sono ovviamente un tempo assai limitato e allestito artificialmente, i ricercatori fecero le valutazioni finali. Risultato? Gli uomini, alle misurazioni fisiche, erano aumentati in altezza, avevano una maggiore destrezza manuale e una vista ancora migliore. Sembravano più giovani anche di aspetto. Tra i partecipanti (alcuni dei quali avevano precedentemente utilizzato un bastone per camminare) è stata persino improvvisata una partita di football mentre aspettavano l’autobus per tornare a casa. Ellen Langer esitava a pubblicare i risultati dell’esperimento, preoccupata che il metodo insolito e la dimensione ridotta del campione potessero essere difficili da accettare per la comunità accademica. Ma nel 2010 un programma della BBC ha ricreato l’esperimento con persone anziane famose, ottenendo effetti simili. Una successiva ricerca di Langer l’ha portata a concludere che possiamo  allenare le nostre menti per sentirci più giovani, il che a sua volta può far sì che i nostri corpi seguano l’esempio. Naturalmente è impossibile riprodurre effetti simili nelle nostre vite. Ma agire in modo differente, fare delle piccole distorsioni temporali può aiutare in modo molto concreto e misurabile. È interessante notare che il gruppo di controllo dell’esperimento, i cui partecipanti dovevano semplicemente ricordare e discutere fatti ed episodi risalenti a vent’anni prima, non aveva affatto avuto gli stessi risultati. La chiave di differenza sembra quindi stare nell’agire “come se”. Non possiamo certo riportare indietro il tempo, ma ingannare un po’ il nostro cervello ha l’effervescente effetto di riattivarlo in aree che utilizziamo meno, presi degli eventi e dalle difficoltà attuali. Applicare questo principio alle nostre azioni quotidiane, rivivere un luogo, un’esperienza, tornare ad attività lasciate, può essere un utile alimento per l’ottimismo. Se non altro, partire da una posizione meno pessimistica e negativa, può far ripartire interazioni positive con i nostri simili, ritrovare elasticità e malleabilità. E contribuire a cambiare, in meglio, la realtà che ci assedia da tempo.

La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

donna social

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.

Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

ricatto

Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.

Vita privata e professionale ai tempi dello smartworking: un possibile connubio o una malinconica fusione?

di Rita Tancredi Il protrarsi dell’attuale stato di emergenza sanitaria causato dalla pandemia COVID-19 non soltanto ha implicato una vertiginosa accelerazione del processo di trasformazione digitale e dei luoghi di lavoro – diffondendo la configurazione di nuove modalità, tra cui lo “smartworking” (anche definito “lavoro agile”) – ma ha anche reso maggiormente sfumati i confini fra vita professionale e vita privata. Se da un lato per aziende e dipendenti il sistema di smartworking si mostra particolarmente vantaggioso in termini economici e produttivi per le prime e in termini di equilibrio psico-fisico per i secondi, d’altra parte si delineano i confini di un efficace rendimento organizzativo e di una spiccata autonomia e gestione individuale.  Perseguire il work-life-balance, al giorno d’oggi, costituisce una delle più grandi sfide a cui organizzazione e professionisti sono sottoposti, poiché con la facilità di accesso a dispositivi aziendali (quali pc, cellulari e tablet) e ai software e agli applicativi di lavoro (quali e-mail, Skype, Zoom e Webex, per citarne solo alcuni) diviene maggiormente complicato “disconnettersi”, circoscrivere i compiti professionali entro il perimetro dell’orario di lavoro stabilito ed evitare che uno squillo telefonico o un messaggio di posta elettronica possano invadere quegli spazi dedicati al tempo libero. Alla luce di questa prospettiva, è chiaro che il lavoro “flessibile” sta abbandonando le connotazioni tipiche degli obiettivi primari con cui è stato concepito anche pre-pandemia: non più come benefit di una specifica job position, capace di garantire una schedulazione lavorativa di carattere personale, bensì come stato in cui l’individuo è ostacolato nel raggiungimento di obiettivi personali e professionali con una combinazione straordinariamente soddisfacente; e ciò poiché, unitamente ad una flessibilità lavorativa spazio-temporale, spesso da parte di aziende e dipendenti si accompagna il verificarsi di una scorretta gestione dei necessari tempi di riposo. In tal senso, nell’era della quarta rivoluzione industriale e del Coronavirus piuttosto che parlare di work-life-balance sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di work-life-fusion: il connubio degli aspetti legati alla sfera lavorativa e a quella privata sembra assumere carattere illusorio e tradursi in una dilagante e malinconica fusione i cui effetti nel tempo vengono molto frequentemente sottovalutati. La gestione “da remoto” delle risorse umane, se non adeguatamente condotta, potrebbe evidenziare serie e critiche ripercussioni sul benessere psico-fisico dei lavoratori, dal momento che se non si considerano, ad esempio, il prolungato tempo trascorso al pc, il pensiero di dover essere potenzialmente sempre reperibili, l’assenza di una immediata condivisione con i colleghi e di una diretta supervisione da parte del responsabile, etc., nel lungo periodo potrebbero svilupparsi sintomi o disturbi da stress-lavoro-correlato. Di conseguenza potrebbero presentarsi contraccolpi aziendali poiché, piuttosto che configurarsi come la chiave per il successo organizzativo e per il welfare individuale, lo smartworking potrebbe rivelarsi in qualità di potenziale causa scatenante patologie, con eventi come l’elevato turn-over, l’incremento di assenteismo, la diminuzione della produttività, il mancato completamento degli obiettivi d’impresa. In sintesi, dunque, ciò che sicuramente emerge è: in primo luogo, una seria volontà da parte delle aziende di promuovere la salute e il successo organizzativo nonché la sostenibilità ambientale attraverso approcci quali il “lavoro agile”; in secondo luogo, una necessità sociale da parte dei dipendenti di bilanciare la propria vita, costellata dal lavoro, dalla famiglia e dagli impegni personali. Tuttavia, sebbene la rapida evoluzione digitale abbia di gran lunga agevolato il manifestarsi di condizioni favorevoli per entrambi gli attori, in realtà siamo ancora ben lontani dal panorama tanto atteso. Pervenire al desiderato traguardo di conciliazione individuale tra vita professionale e privata, senza cadere nella trappola della fusione, con il riflesso di performance organizzative ottimali, significa abbracciare il cambiamento culturale, affrontare concretamente la nuova modalità emergente di percepire l’azienda. In particolare, con riferimento allo scenario descritto, rivolgersi a professionisti del settore, esperti nella gestione delle risorse umane, si profila come possibile e significativa soluzionevolta afronteggiare le vulnerabili dinamiche che la modalità agile porta con sériversando reazioni sull’esperienza emotiva umana. Più precisamente, nella prospettiva di una mirata ed efficace formazione nei confronti dei manager in riferimento alla gestione dei team da remoto (rispettando tempi e pause) e dei dipendenti in merito alla predisposizione di un mindset focalizzato sulla responsabilizzazione e il networking, è più forte l’idea di uno smartworking che offra concreti e reciproci vantaggi: non bisogna dimenticare, infatti, che soltanto attraversando il benessere dei propri collaboratori sarà possibile giungere ad un’effettiva produttività, e dunque al successo economico dell’impresa. BIBLIOGRAFIA: Ricci F. (2012). Conciliazione vita lavorativa e vita privata. Pratiche di work life balance nelle organizzazioni. A.U.P.I WordPress. Higginbottom K.(2014). Workplace stress leads to less productive employees.Available online:https://www.forbes.com/sites/karenhigginbottom/2014/09/11/workplace-stress-leads-to-less-productiveemployees/#3b9b276931d. Messina P. (2020). Quali vantaggi dello smart working per le aziende? Scenari e opportunità di business. Palmieri G. (2021). Smart working e work-life balance: un connubio perfetto.