“Passione e Perseveranza: le due chiavi per il successo!”

di Camilla Niccolai Questa è la frase preferita di mia mamma (da utilizzare nei momenti critici) e da oggi – forse da un po’ prima di oggi – anche la mia. Questa mattina, aprendo un piccolo pacchettino postale, ho avuto la “prova tangibile” del mio percorso. Sembra una sciocchezza – e sicuramente lo sarà – ma quel timbro (diciamolo, nemmeno tanto carino) e quella semplice tessera sono la testimonianza di quanto sia importante, nella vita, avere degli obiettivi, impegnarsi e amare ciò che si fa. Potrei definire la passione come una vera e propria “linfa vitale” per la perseveranza e l’energia: perseveranza nel non mollare al primo ostacolo, o quando un tentativo fallisce, ed energia per poter stare svegli e attivi nonostante il nostro corpo ci invii chiari segnali di cedimento. Non nego che botte di fortuna (e qualche spintarella) non aiutino – e non dico quante volte ho pregato affinché un aiutino qualsiasi scendesse dal cielo – ma sono convinta che per raggiungere traguardi ambiziosi non basti desiderare.. Sono convinta sia necessario volerlo, assumersi le proprie responsabilità e fare tutto ciò che possiamo per arrivare il più vicino possibile ai nostri sogni! Ci tengo a precisare che a parlare è una persona “super ansiosa” e “lamentona” che, nonostante le mille incertezze, difficoltà e i periodi “no” è riuscita a raggiungere un primo importante traguardo. Sicuramente grazie alla “terza chiave per il successo” (che voglio introdurre io): le persone che ti dicono “niente paura!”. Sono quelle che ti danno la spinta per intraprendere un lungo e tortuoso percorso, quelle che ti dicono che hai la forza e la possibilità di fare tutto ciò che vuoi: di portare a termine un compito che sembra irrealizzabile, di “buttarti” sul lavoro dei tuoi sogni, di trasferirti in un’altra città, perché questo è quello che vuoi. Fortunatamente nel mio percorso ne ho incontrate tante (e continuo ad incontrarle) e di sogni ne ho ancora tanti (forse troppi).. ..perciò voglio dire a me stessa e a tutti quelli che leggeranno questo pensiero: “Anche se l’obiettivo da raggiungere è estremamente ambizioso, iniziate!”
Dal comportamento al comportamento problema

di Maria Valentina Di Sarno Una definizione Il comportamento può essere definito come il modo in cui un soggetto interagisce con il mondo circostante, quindi ogni parola, azione, reazione che messa in atto caratterizza il comportamento, ovvero il modo di rispondere alle sollecitazioni ambientali, fisiche e relazionali. I comportamenti di qualsivoglia natura hanno diverse funzioni e sono sempre orientati a: comunicare qualcosa, rispondere ad un bisogno, evitare certe situazioni, realizzare desideri, raggiungere obiettivi. Dunque, tutti i comportamenti sono orientati all’adattamento, alla comunicazione e al soddisfacimento di bisogni di varia natura (primari, di contatto, di riconoscimento, ecc). Un comportamento può essere definito “problema” quando è disadattivo e inappropriato, di una certa intensità, frequenza o durata da porre in serio rischio la sicurezza fisica della persona o degli altri. O ancora, un atteggiamento che limita in modo grave l’apprendimento, l’accesso alle ordinarie situazioni della vita sociale e rappresenta un ostacolo allo sviluppo intellettivo, affettivo, interpersonale o fisico del soggetto. Cos’è un comportamento problema? I comportamenti problema si presentano molto frequente mente in soggetti con diagnosi di disturbi dello spettro autistico e rappresentano un ostacolo all’adattamento funzionale e allo sviluppo di nuove capacità. Possono rappresentare un ostacolo all’apprendimento, in quanto comportano un sovraccarico psicofisico eccessivo ed inoltre sono correlati a stati ansiosi, di tensione, paura e disagio. Un esempio di tali comportamenti possono essere le reazioni emotive eccessive in relazione a determinate situazioni, come: crisi di rabbia per piccole frustrazioni opposizione sistematica alle richieste dell’adulto rigidità di certe abitudini e rituali. Un concetto fondamentale rispetto al comportamento problema riguarda il fatto che per esser stato appreso ha dovuto senz’altro condurre a conseguenze positive o ad un vantaggio. “In sostanza il comportamento problema, così come tutti i comportamenti, ha sempre uno scopo, è atto a comunicare qualcosa e rappresenta una modalità di adattamento, anche se disfunzionale” (Pontis, 2018). Il comportamento problema può dunque avere diverse funzioni: ottenere qualcosa, per esempio attenzioni. evitare qualcosa, per esempio un compito. soddisfare un bisogno, comunicare un disagio. Inoltre, tali condotte sono sempre dirette ad uno scopo ben preciso che se non viene preso in considerazione nel corso dell’intervento è probabile compaia un altro comportamento problematico, diretto al raggiungimento di quel medesimo scopo. Il comportamento problema deve essere sempre contestualizzato, in quanto non è mai esso stesso in senso stretto ad essere un problema, quanto invece lo è l’effetto che quest’ultimo ha nella complessa interazione del bambino con l’ambiente (Haim Brezis, 1986). Questi non fa parte della patologia, ma è la conseguenza dei deficit dovuti alla patologia ed è sicuramente stato modellato inavvertitamente dall’ambiente circostante. La prevalenza di comportamenti problema è inversamente proporzionale al repertorio di abilità adattive dell’individuo. COME GESTIRE UN COMPORTAMENTO PROBLEMA L’osservazione e l’analisi funzionale di tali comportamenti possono essere utili per cercare di capire che significato e che scopo ha in quella determinata situazione. E’ necessario registrare attraverso l’osservazione e l’intervista con insegnanti e genitori e/o figure di riferimento, la tipologia di comportamento, il contesto in cui si è verificato, cosa è accaduto prima dell’insorgere del comportamento e cosa è accaduto dopo. Un’analisi funzionale sistematica e attenta è necessaria per poi progettare degli interventi ad hoc che abbiano lo scopo di far estinguere il comportamento problema e/o sostituirlo con uno più funzionale all’adattamento (Brezis, 1986). In definitiva, un’attenta osservazione e l’analisi funzionale sono strumenti che possono guidare la progettazione di un intervento mirato all’apprendimento e al rinforzo di strategie adattive più funzionali. E’ sempre importante non trascurare i significati che tali condotte hanno per il bambino o la bambina e a quali bisogni profondi risponde. Per la natura di ciascun comportamento problema bisogna utilizzare delle alternative funzionali che possano sostituirli: – se il comportamento problema ha come funzione la fuga dal compito, si possono proporre una gamma di compiti tra i quali il soggetto può scegliere; – se la funzione fa riferimento alla richiesta di attenzione, si potrebbero proporre immagini delle persone con cui il soggetto potrebbe voler interagire, oppure una strategia funzionale per richiamare l’attenzione della persona desiderata; – se la funzione è l’accesso a oggetti tangibili, si può offrire una scelta tra una varietà di oggetti gratificanti. DUE MODALITA’ DI INTERVENTO SUI COMPORTAMENTI PROBLEMA INTERVENTI REATTIVI : consistono nel manipolare le conseguenze di modo che, attraverso il comportamento problematico, non si possa accedere al rinforzatore che fino ad allora lo aveva mantenuto in vita. INTERVENTI PROATTIVI: consistono nella manipolazione degli eventi antecedenti per insegnare al bambino un comportamento sostitutivo incompatibile o alternativo a quello problematico.
L’odio: riconoscerlo dentro di noi

L’odio ci appartiene tutti. Riconoscerlo è fondamentale per la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, gli altri e la vita. La parola odio indica uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno. Un sentimento opposto all’amore, caratterizzato dal desiderare il male o la rovina di un oggetto, che può anche essere il proprio sé o la vita propria o altrui. Come l’amore, l’odio può rendere dipendenti, incatenare all’oggetto e portare a pensarlo costantemente. Nei casi estremi, può persino dare senso all’esistenza. Ma mentre l’amore nutre e apre alla vita, l’odio corrode. Trasfigura l’esperienza umana, porta alla morte e alla distruzione. La teoria della struttura triangolare dell’odio Secondo Sternberg, l’odio non corrisponde ad una sola emozione ma al punto di intersezione di molteplici elementi. La teoria della struttura triangolare descrive l’odio e le sue forme in base a tre aspetti, presenti anche nell’amore: impegno, intimità (nei termini di una negazione della stessa) e passione. In base alla caratteristica “impegno”, si attiva un meccanismo di svalutazione che porta a sentimenti di superiorità e disprezzo: l’altro viene considerato inferiore. E’ ciò che Sternberg definisce “odio gelido”. La negazione dell’intimità si esprime nel tenere a distanza l’oggetto percepito come negativo. Su questo aspetto si sviluppa l’“odio freddo”, caratterizzato da pregiudizi e sentimenti di disgusto verso l’altro in quanto diverso da sé. L’odio come passione, invece, si riempie di rabbia e diventa “odio caldo”: aggredisce. Sfocia in violenza. Oppure, mosso dalla paura, porta a fuggire dagli altri ritenuti dannosi. Queste prime tre forme di odio, combinandosi tra loro, danno origine ad altre forme di odio. Ad esempio, alla forma silente e nascosta dell’“odio sobbolente”, tipica degli omicidi spietati e premeditati eseguiti ad opera di persone insospettabili. Fino alla forma dell’”odio bruciante”, che spinge ad annientare il nemico e ad utilizzare ogni mezzo per eliminarlo definitivamente. L’odio può creare comunità. La storia umana è piena di coalizioni basate proprio sull’odio condiviso, da cui sono scaturite guerre, violenze e barbarie di ogni genere. Odio, invidia e narcisismo Citando Lacan: “l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, è una pianificazione di annientamento”. Più che per ciò che dice o fa, l’altro è odiato per com’è. Per il colore della pelle, perché è donna, perché è omosessuale. L’odio ha alla sua base il meccanismo della proiezione. Sull’altro viene trasferito il lato più oscuro e inaccettabile del proprio essere. Oppure, l’immagine idealizzata, e per questo irraggiungibile, di se stessi. L’odio nasconde dunque parti proprie rifiutate ed escluse. Nasce dall’impossibilità di elaborare le proprie ferite narcisistiche, le proprie perdite, i propri lutti. Ne “Il gesto di Caino”, Recalcati descrive l’odio di Caino per Abele nella sua matrice invidiosa e narcisistica. Caino non sopporta che Dio abbia rifiutato i suoi doni e scelto quelli di Abele, né sopporta la vita di Abele, più viva della sua. Caino uccide il fratello perché non accetta di perdere il privilegio e l’illusione onnipotente di essere l’unico. Come Edipo, vuole essere l’unico uomo per sua madre. Rifiuta l’altro, l’alterità: vuole essere l’unico figlio al mondo. E, come Narciso, resta prigioniero nell’adorazione del proprio Io, non vuole rinunciare all’immagine grandiosa di sé. La vicenda di Caino mostra come questi conflitti interni, che avvelenano e accecano, se non riconosciuti ed elaborati, portano ad agire disperatamente. Conflitti che non sono una regressione all’istinto animale, come la credenza comune vuole, ma che appartengono esclusivamente agli esseri umani. Nel mondo animale, infatti, non esiste il crimine. La violenza è dettata da necessità naturali dell’organismo, di difesa e attacco. La violenza umana è invece dominata dalla tendenza a voler eliminare l’alterità dell’altro che, nella sua stessa esistenza, minaccia quello stato originario di onnipotenza e grandiosità che non si vuol perdere. E che arriva ad avere più valore della vita stessa. Il seme dell’odio Esiste un Caino in ognuno di noi. Ma se è facile rintracciarlo nelle guerre e nelle manifestazioni feroci della violenza, può essere difficile accettare come sia prossimo a noi, nella nostra cultura, nella nostra quotidianità, nelle nostre relazioni, e, persino, dentro noi stessi. Il seme dell’odio si diffonde ogni giorno. Nel rifiuto dell’altro, con le sue caratteristiche e la sua individualità. Attraverso modi di pensare, sentire e agire in apparenza poco rilevanti ma su cui si innestano le più grandi atrocità umane. A livello conscio, i valori dell’uguaglianza ispirano la maggior parte delle persone. Eppure, intolleranza e discriminazione sono fenomeni sempre in espansione, con modalità spesso subdole e alcune volte sconosciute anche a chi appartengono. Manca consapevolezza e, ancor di più, l’assunzione di una responsabilità individuale e sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, risponde Caino, dopo il suo gesto fratricida. Si tratta di una responsabilità che abbiamo sempre. Quando ci chiudiamo nell’invidia dell’altro, anziché aprirci alla nostra vita. Quando alimentiamo pregiudizi, rifiutiamo gli altri per come sono, proviamo desiderio di possesso o di vendetta e quando agiamo questi sentimenti. Ma non solo. Siamo responsabili anche nella connivenza. Tutte le volte che non prestiamo alcun aiuto, che non diamo il nostro contributo per contrastare la cultura dell’odio e sviluppare una umanità migliore. Riconoscere l’odio Riconoscere l’odio è il primo passo fondamentale per comprendere gli aspetti cognitivi ed emotivi che lo costituiscono ed attivare le risorse necessarie per superarli, perché non si tramutino in azione. Pregiudizi basati su convinzioni radicate, difese antiche erette allo scopo di evitare il crollo derivante dalla perdita dell’onnipotenza che il confronto con l’altro implica. L’odio come fallimento dei processi che portano a superare la ferita narcisistica e l’invidia. Riconoscere l’odio ci consente di guardare cosa stiamo rifiutando di noi stessi, dell’altro e della realtà. Di riappropriarci degli aspetti alienati del nostro essere. E così di accogliere l’alterità come ricchezza, come evoluzione. Di accogliere il nemico che vive in noi, lo straniero che abita la nostra casa, e sviluppare un senso di appartenenza e di comunità che dia valore al confronto e alla condivisione. Ci consente di amare. Bambina mia,per te avrei dato tutti i giardinidel mio regno se fossi stata regina,fino all’ultima rosa, fino
ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale. È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa. Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia. Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze. Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa. La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.
LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA

La Psicologia dell’emergenza è un ambito della psicologia che opera a seguito di eventi critici improvvisi e imprevedibili, ossia in tutte quelle situazioni fortemente stressanti che mettono a repentaglio il benessere del singolo individuo, di una comunità o di un intero Stato (disastri). Gli eventi critici possono essere rappresentati da calamità naturali (terremoti, alluvioni, valanghe ecc.), disastri tecnologici (ad esempio incidenti chimici, batteriologici, nucleari), sanitari (epidemie e pandemie), sociali (attacchi terroristici, sparatorie ecc.) o gravi incidenti stradali o sul lavoro. Questi possono minare l’integrità psico-fisica di ogni individuo che ne sia vittima diretta e di chiunque gli stia accanto: per tale motivo la psicologia dell’emergenza, si occupa sia delle persone direttamente coinvolte negli eventi critici (vittime primarie) sia dei loro familiari e amici e delle persone che sono state testimoni dello stesso evento (vittime secondarie) sia dei soccorritori (vittime terziarie) e della comunità ove gli eventi critici si sono verificati. Si occupa altresì di previsione e prevenzione dei rischi e di programmazione e gestione dei soccorsi Negli interventi di emergenza si usano due tecniche fondamentali: Defusing e Debriefing. Il defusing, che letteralmente significa disinnescare, è un intervento che si svolge subito dopo la situazione d’emergenza; dunque, viene chiamato “intervento emotivo a caldo”. Viene strutturato coinvolgendo piccoli gruppi di persone (circa 10) e ha una durata circa 20-40 minuti. Gli obiettivi di questo tipo di intervento sono quelli di fornire rassicurazione, sostegno e informazione, attraverso il rafforzamento dei legami gruppali e la normalizzazione del carico emotivo. Infatti, i partecipanti vengono avviati ad un percorso di comprensione delle proprie sensazioni e sentimenti legandoli all’aspetto temporale dell’esperienza in questione. Tramite il defusing, possono essere individuate persone destabilizzate in maniera importante per le quali questa tipologia di pronto soccorso non basta ma che necessitano di essere rimandate a ulteriori interventi. Uno di questi è appunto chiamato debriefing. Questo, come il defusing, ha come obiettivo di integrare la componente cognitiva con quella emozionale ed ha una strutturazione diversa, rispetto al defusing, da un punto di vista temporale e organizzativo. Viene infatti chiamato “intervento emotivo a freddo”, viene organizzato dopo circa 24-48 ore dall’esposizione all’evento e ha una durata di non più di 12 settimane. L’intervento è condotto da uno psicologo e/o psicoterapeuta. Se al termine dell’intervento dovessero esserci ancora segni di destabilizzazione, potrebbe essere fatto un rinvio a percorsi più strutturati, contattando, previo consenso della persona coinvolta, eventuali professionisti e organizzazioni specializzate sul territorio. L’obiettivo finale di questi due tipi di intervento, del cosiddetto “pronto soccorso emotivo”, è quello di favorire una integrazione tra le componenti cognitiva, emotiva e spazio-temporale dell’evento. In questo modo i pezzi del puzzle, prima scomposti e frammentati, potranno trovare una loro collocazione e fornire un’immagine chiara e completa. In relazione al difficile periodo che si sta vivendo, tra pandemia e l’inizio di una guerra assurda, che ha colpito la popolazione Ucraina, l’intervento della psicologia dell’emergenza è sicuramente fondamentale per garantire il benessere della popolazione, con la speranza che tutto questo possa finire al più presto. “Vincere una guerra non basta. È più importante organizzare la pace.” (Aristotele)
Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale

La scuola è un vero e proprio laboratorio di ricerca e di sperimentazione didattica. Gli istituti professionali, che fanno parte della scuola secondaria di secondo grado, permettono di “imparare un vero e proprio mestiere”. In primis lo studente può “sperimentare” il lavoro che pensa di svolgere in futuro. L’istruzione professionale, attraverso la sperimentazione lavorativa, permette allo studente di apprendere non solo il sapere, ma anche il saper fare. Proprio per queste ragioni bisogna capire le motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a scegliere l’istruzione professionale. Si comprende bene, dunque, che lo scopo è dare ai ragazzi la possibilità di costruire liberamente il proprio successo lavorativo. Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale La nuova organizzazione degli istituti professionali si ispira al Decreto Legislativo n. 61/2017.L’istruzione professionale dura cinque anni; vi è un biennio unitario e undici indirizzi di studio: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche (di nuova introduzione); Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale (di nuova introduzione); Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo (di nuova introduzione); Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico. In pratica, l’istruzione professionale offre allo studente l’opportunità di scelta dell’ indirizzo a lui più adatto. Inoltre, lo studente può passare da un percorso all’altro,nel caso la prima scelta non soddisfi le sue aspettative. In questo caso le scuole coinvolte progettano e attuano delle vere e proprie misure di accompagnamento per gli studenti e per le studentesse. Solo a titolo di esempio, dare importanza agli istituti professionali, significa anche valorizzare la prospettiva psicologica dell’apprendimento significato dello psicologo D.P. Ausubel. Naturalmente in questo caso l’insegnamento diventa “combinatorio”, i nuovi concetti si aggiungono a quelli già posseduti. La pratica si intreccia con la teoria e viceversa. E come diceva Aristotele: ciò che dobbiamo imparare a fare,lo impariamo facendo.
Self-control negli adolescenti: ruolo di mediazione su depressione e disturbi alimentari?

Uno degli aspetti che caratterizza l’adolescenza e la giovinezza è l’impulsività, la tendenza ad agire. Tuttavia, l’autocontrollo è molto importante per l’adattamento in fase adolescenziale. Questo, inoltre, è associato a depressione e tendenza ai disturbi alimentari. Può il self-control avere un ruolo di mediazione tra i due durante l’adolescenza? Depressione e disturbi alimentari La depressione è una delle principali cause di malattia e disabilità tra gli adolescenti. Il disturbo depressivo adolescenziale è caratterizzato principalmente da sentimenti negativi e può essere accompagnato da vari gradi di cambiamenti cognitivi e comportamentali, sintomi psicotici, autolesionismo impulsivo non suicida (NSSI) e suicidio impulsivo, tra gli altri. I sintomi del disturbo alimentare sono altamente prevalenti negli adolescenti. I disturbi alimentari, che comprendono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata, sono caratterizzati da mangiare impulsivo o seguire diete compulsivamente e sono il risultato dell’interazione tra specifici aspetti culturali e fattori psicosociali. La comorbidità della depressione con i disturbi alimentari è comune e può aumentare la gravità e la cronicità di entrambe le condizioni: uno studio ha dimostrato che l’80% dei pazienti con disturbo alimentare ha disturbi emotivi, dove la depressione è la più comune[1]. È stato riscontrato che l’impulsività è un fattore che contribuisce in modo significativo alla depressione e ai disturbi alimentari[2]. Lo studio su self-control, depressione e disturbi alimentari negli adolescenti Lo studio di Li, Li, Qi, Song e Chen (2021)[3] ha avuto l’obiettivo di indagare la relazione tra depressione e disturbi alimentari e il ruolo di mediazione che può svolgere l’autocontrollo negli adolescenti. In totale, 1.231 adolescenti cinesi, tra gli 11e i 18 anni, hanno partecipato a questo studio compilando dei questionari. I risultati mostrano come il 42,5% degli adolescenti del campione soddisfaceva i criteri per la depressione, mentre l’8,6% era a rischio di sviluppare disturbi alimentari. In tutto, l’11,9% degli adolescenti con depressione soddisfaceva anche i criteri del disturbo alimentare. Lo studio[3] ha riscontrato un’elevata incidenza di depressione e disturbi alimentari tra gli adolescenti. Questi sembrano avere una relazione circolare, rafforzandosi a vicenda nel tempo. Inoltre, i risultati mostrano come la depressione non fosse correlata a sesso, età e peso corporeo. Un significativo effetto di mediazione (12,8%) del sistema degli impulsi è stato osservato tra depressione e tendenze ai disturbi alimentari negli adolescenti. La depressione era positivamente correlata con ogni fattore del sistema di controllo. Ciò significa che maggiore è il livello del sistema di controllo individuale, maggiore è il rischio di depressione. Maggiore è il controllo degli adolescenti sulle proprie emozioni e comportamenti, più evidente è la ribellione interiore. Se non riescono a trovare uno sfogo adeguato, si sentiranno sempre più depressi. Le tendenze ai disturbi alimentari erano correlate positivamente con tutti i fattori del sistema degli impulsi. Ciò significa che maggiore è il livello di impulsività, maggiore è il rischio di disturbi alimentari. Conclusione Questo studio ha dimostrato che il sistema degli impulsi potrebbe esercitare effetti di mediazione tra depressione e tendenza a sviluppare disturbi alimentari negli adolescenti. Tali risultati, tuttavia, devono essere letti e interpretati contestualmente alla realtà sociale e culturale in cui sono stati sviluppati, ovvero quella della Cina. In ogni caso, guidare gli adolescenti a controllare il grado di impulsività e depressione può essere di grande importanza per prevenire i disturbi alimentari. I risultati hanno possibili implicazioni cliniche e sottolineano il potenziale ruolo dell’autocontrollo nello sviluppo dei disturbi alimentari e quindi possono diventare potenziali bersagli terapeutici preventivi. Inoltre, i risultati sottolineano l’importanza degli interventi terapeutici mirati alla regolazione emotiva in questi disturbi, come interventi volti ad apprendere strategie più sane per far fronte al disagio. Fonti [1] Godart N, Radon L, Curt F, Duclos J, Perdereau F, Lang F, et al. (2015). Mood disorders in eating disorder patients: prevalence and chronology of ONSET. J Affect Disord., 185:115–22. doi: 10.1016/j.jad.2015.06.039 [2] Del Carlo A, Benvenuti M, Fornaro M, Toni c, Rizzato S, Swann AC, et al. (2012). Different measures of impulsivity in patients with anxiety disorders: a case control study. Psychiatry Res., 197:231–6. doi: 10.1016/j.psychres.2011.09.020 [3] Li H-J, Li J, Qi M, Song T-H and Chen J-X (2021). The Mediating Effect of Self-Control on Depression and Tendencies of Eating Disorders in Adolescents. Front. Psychiatry 12:690245. doi: 10.3389/fpsyt.2021.690245
Il potere dell’Antifragilità

di Francesca Di Bernardo L’ Antifragilità è un concetto introdotto da Nassim Nicholas Taleb che significa ottenere benefici e vantaggi dalle difficoltà. Il punto di partenza di Taleb è riconoscere che il contrario di Fragilità, il cui significato indica l’essere danneggiati dalle circostanze difficili, non é la Robustezza (o Resistenza) che denota il non esserne influenzati , ma l’Antifragilitá, ovvero il riuscire ad ottenerne dei benefici. Si tratta della possibilità non solo di resistere alle sfide e agli ostacoli della vita (Resilienza) ma di diventare persone migliori attraverso le difficoltà. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora” Un altro punto importante messo in luce da Taleb é l’importanza di una certa quantità di caos e di disordine come generatori di vita. Dal caos e dal disordine, infatti, si possono generare nuove scoperte ed aprire nuovi sentieri, che a livello personale si traducono in nuove capacità e potenzialità, che a loro volta portano ad una maggiore sicurezza. Al contrario, quando si resta intrappolati nell’eccesso di controllo, ciò che si produce è immobilità e stagnazione (mancanza di sviluppo) e questo, a sua volta, genera maggiore insicurezza a livello personale e sociale. In questo senso, la riflessione di Taleb ricorda anche la citazione di Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”, che sottolinea l’importanza di abbracciare le difficoltà e del governare il caos ed utilizzarlo per diventare sé stessi . Ogni persona ha dentro di sé le risorse per riuscire ad ottenere vantaggi dal dolore e dal disordine perché le circostanze complesse spingono a trovare nuove soluzioni, ad agire e a maturare, sviluppando le risorse che permettano di attraversare ed uscire dai tunnel che ci si trova ad attraversare. È per questo che quella che oggi è una Difficoltà può diventare ed essere Forza, può generare opportunità ed arricchimento. Perché è rilevante in psicologia il concetto di antifragilità? L’antifragilità apre a un nuovo modo di pensare le difficoltà: da uqualcosa rispetto alla quale dover resistere a un’opportunitá di crescita e sviluppo. Questo introduce una forte componente di Speranza negli ambiti di cura e di crescita personale. Un altro elemento importante é la visione della persona che si può trarre dal concetto di antifragilità: una persona non passiva ma attiva e potenzialmente in grado di trarre il meglio dalle circostanze che vive. Dalle riflessioni di Taleb si possono inoltre trarre alcune domande attraverso le quali riflettere in ottica antifragile quando ci si trova in una situazione di difficoltà: – Cosa mi sta insegnando questa circostanza? – Che persona sarò una volta superata questa difficoltà? – Quali risorse che avevo in me sto riscoprendo affrontando questa situazione? – Come potrà essere utile agli altri la mia esperienza? A conclusione di questo articolo è fondamentale ricordare che l’antifragilità può essere un monito per pensare in maniera differente alle proprie sfide personali, a ciò che si vive in un dato momento o che si è vissuto in passato, ma non si può mai prescindere dalla propria umanità e non bisogna cadere nella trappola dell’eccessivo ottimismo. É fondamentale non sentirsi in difetto se non si riesce a trarre dei vantaggi da una circostanza in un certo momento, se anche solo resistere talvolta sembra difficilissimo, perché tutto questo é semplicemente umano. Fonti Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013 (2012), p. 551, traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi.
IL RITARDO EMOTIVO

Quando si parla di ritardo emotivo? E’ un aspetto fondamentale? Quali ripercussioni a breve e lungo termine può avere un bambino che non impara ad esprimere le proprie emozioni? COS’E’ IL RITARDO EMOTIVO? Il ritardo emotivo è caratterizzato da mancanza di emozioni e dalla ridotta capacità o incapacità di provare emozioni empatiche. Spesso è sintomatico di una condizione mentale o fisiologica sottostante. Le persone che soffrono di ritardo emotivo generalmente hanno difficoltà a provare emozioni o ad esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, i pazienti non sviluppano completamente la capacità di notare e rispondere ai segnali sociali e possono avere difficoltà a interagire in un gruppo o in conversazioni individuali. CONCOMITANZA CON ALTRI DISTURBI Questo aspetto può essere concomitante con disturbi dell’apprendimento sociale, come l’autismo, che possono rendere difficile per alcuni pazienti fare amicizia o stabilire relazioni. Il ritardo emotivo è generalmente un sintomo, piuttosto che un disturbo in sé e per sé. POSSIBILI CAUSE Oltre ai disturbi mentali ed emotivi, altre possibili cause di problemi di sviluppo emotivo includono traumi fisici o emotivi estremi. I pazienti che subiscono un evento traumatico, come un abuso sessuale, un grave incidente o una situazione pericolosa per la vita, possono sviluppare disturbi emotivi che possono presentarsi come ritardo emotivo. I pazienti con ritardo emotivo spesso hanno la capacità di condurre una vita piena, di successo e felice, anche se i sintomi persistono. I soggetti con disturbi emotivi e relazionali spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia. UN TERMINE TECNICO:L’ALESSITIMIA I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni. Al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. Come intervenire I disturbi emotivi e relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari. L’occhio attento degli insegnanti può segnalare tempestivamente la problematica ai genitori che sono chiamati ad intervenire nel più breve tempo possibile soprattutto rivolgendosi a psicologi dell’età evolutiva.
Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.