LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini.  Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi.  Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica.  BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it

F.O.M.O Fear of missing out: “Paura di essere tagliati fuori”

F.O.M.O significa letteralmente essere tagliati fuori e nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network da parte degli adolescenti.  E’ una condizione patologica che si alimenta quando non si riescono a tenere sotto controllo tutte le attività dei propri contatti online, oppure quando sul proprio profilo non si visualizzano gli aggiornamenti e i “like” sperati.  È, dunque, una vera è propria ansia sociale nutrita dalla paura di perdere gli aggiornamenti social e dall’invidia per le esperienze belle e gratificanti altrui. Il concetto di FOMO è nato soltanto nell’ultimo millennio, associato alla diffusione dei social media. Tuttavia, il fenomeno non è nuovo, ma vecchio in quanto le persone hanno sempre provato la paura di lasciarsi sfuggire una vita migliore, di non cogliere le opportunità o di prendere le decisioni sbagliate.  Grazie a Facebook, Instagram & co. possiamo continuamente sbirciare nella vita di altre persone. Vediamo gli amici nella loro spensieratezza familiare, La vetrina digitale porta a confrontare incessantemente la propria vita con quella degli altri. Improvvisamente la nostra vita sembra noiosa, insulsa e proviamo un senso di fallimento. L’invidia aumenta e l’autostima diminuisce.  Così, si tende a tralasciare o ignorare il fatto che amici e sconosciuti mostrino sulle piattaforme principalmente o esclusivamente solo il lato positivo della loro vita quotidiana. Le persone che si sentono socialmente isolate sono particolarmente inclini a sviluppare la FOMO proprio nell’utilizzo dei social media.  Si potrebbe pensare che le piattaforme social abbiano un impatto positivo perché offrono opportunità di nuovi contatti, ma gli studi dimostrano quanto siano di fatto più distruttive. Se la “paura di essere tagliati fuori” nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network per “guarire” serve ripristinare un rapporto equilibrato con questi. La FOMO altro non è che una forma di insicurezza: lavorare su sé stessi potrebbe aiutare a risolvere il problema. Vie d’uscita? «Imparate a perdervi qualcosa!», scrive il medico e moderatore Eckart von Hirschhausen in una rubrica. Sebbene possa sembrare lapidario, si sta delineando questa controtendenza: la gioia di perdersi qualcosa. Il trend si chiama «Joy of missing out»,

Il ruolo delle Esperienze Avverse Infantili nella messa in atto di comportamenti a rischio

Le esperienze vissute in età infantile possono svolgere un ruolo importante nella crescita dell’individuo e nelle sue scelte comportamentali e di vita. Non sempre, infatti, l’infanzia è un momento felice, talvolta è costellata da esperienze avverse che influenzeranno la crescita e lo sviluppo personale. Cosa sono le Esperienze Avverse Infantili? Per “Esperienze Avverse Infantili” (Adverse Childhood Experience, ACEs) si intende le esperienze traumatiche che possono includere abuso sessuale, fisico o emotivo oppure negligenza emotiva o fisica, così come circostanze familiari avverse che possono verificarsi durante l’infanzia o l’adolescenza [1]. Alcuni studi hanno mostrato come le esperienze avverse sono abbastanza frequenti, con i due terzi della popolazione che hanno avuto almeno un’esperienza di questo tipo prima dei 18 anni e con circa il 10% che ha sperimentato 5 o più esperienze avverse [2,3]. Un numero crescente di studi ha dimostrato l’impatto delle prime esperienze di vita sulla salute delle persone durante la loro crescita. Una persona che ha avuto esperienze infantili avverse (ACE) durante l’infanzia o l’adolescenza ha maggiori probabilità di sviluppare problemi di salute fisica e mentale in età adulta rispetto a una persona che non ne ha avute. Tuttavia, la tipologia di esperienza avversa vissuta sembra essere un elemento distintivo significativo che può portare ad esiti differenti. In genere è l’impatto cumulativo di più esperienze avverse infantili che porta a comportamenti a rischio e ad esiti negativi in età avanzata. Studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) Un recente studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) ha esaminato come le Esperienze Avverse Infantili possano influenzare la messa in atto di comportamenti a rischio o comportamenti altruistici durante la giovane età adulta. I partecipanti allo studio sono stati 490 giovani adulti spagnoli tra i 18 e i 20 anni, che hanno compilato un questionario self-report. Comportamento deviante e comportamento altruistico I comportamenti devianti e non altruistici possono essere considerati strategie di rischio che portano a esiti negativi, come problemi sociali, coinvolgimento giudiziario e reclusione. Il comportamento deviante potrebbe essere concettualizzato come un comportamento che viola le norme e i valori sociali, inclusa un’ampia gamma di atti come il furto, la menzogna e l’aggressione. Di contro, il comportamento altruistico è un concetto che implica azioni umane intraprese a beneficio degli altri. Questo è racchiuso all’interno del concetto di comportamento prosociale che consiste in un’ampia categoria di azioni che sono definite dalla società come generalmente benefiche per le altre persone. Risultati I risultati dello studio mostrano come l’aver avuto esperienze avverse durante l’infanzia aumenta la probabilità di messa in atto di comportamenti devianti e l’assenza di una condotta altruistica durante la giovinezza. In aggiunta, aver vissuto 4 o più esperienze averse in età infantile aumenta la probabilità di presentare comportamenti devianti. Inoltre, la tipologia di esperienze avverse può portare a esiti differenti. Si è osservato come l’abuso fisico fosse il principale predittore di comportamenti devianti. Infatti, i bambini che hanno subìto abusi fisici hanno più problemi di esternalizzazione nell’infanzia rispetto ai bambini trascurati, inclusa una maggiore aggressività nei confronti degli altri. Oltre a questo, anche l’abuso di sostanze nell’ambiente domestico è risultato essere un predittore significativo di comportamenti devianti durante la giovane età adulta. Per quanto riguarda le strategie positive, l’abbandono emotivo è risultato essere l’unica esperienza avversa capace di prevedere la mancanza di altruismo; questo probabilmente perché anche i bambini che non sono mai stati amati da chi si prende cura di loro, che non si sono mai sentiti speciali o importanti in un contesto protettivo, non hanno imparato la capacità di amare o prendersi cura degli altri. Conclusione Lo studio ha mostrato come comportamenti devianti e diversi disturbi socio-emotivi e cognitivi possano essere causati da esperienze avverse vissute durante l’infanzia. Un’identificazione precoce di esperienze infantili avverse diventa quindi fondamentale per prevenire comportamenti devianti e promuovere comportamenti altruistici, allontanando così esiti negativi a lungo termine. Diventa anche fondamentale promuovere azioni in grado di sviluppare, sin dalla tenera età, empatia e comprensione delle emozioni altrui, per promuovere comportamenti altruistici e solidali. Fonti [1] Gomis Pomares, A., & Villanueva, L. (2020). The effect of adverse childhood experiences on deviant and altruistic behavior during emerging adulthood.  Psicothema, 32(1), 33-39. doi: 10.7334/psicothema2019.142. [2] Bellis, M.A., Lowey, H., Leckenby, N., & Hughes, K. (2014). Adverse childhood experiences: Retrospective study to determine their impact on adult health behaviours and health outcomes in a UK population. Journal of Public Health, 36(1), 81-91. https://doi.org/10.1093/pubmed/fdt038 [3] Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245-258. https://doi.org/10.1016/S0749-3797(98)00017-8 https://www.stateofmind.it/2022/01/comportamenti-devianti-esperienze-avverse/

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

ENURESI ED ENCOPRESI….CHE VERGOGNA!

Cosa sono enuresi ed encopresi, possibili cause sia organiche che psicologiche. Enuresi, cos’è? L’ enuresi è il volontario o involontario rilascio ripetuto di urina nei vestiti o a letto in momento in cui il bambino dovrebbe aver acquisito questa capacità. L’enuresi è primaria quando non è mai avvenuto il controllo degli sfinteri (diagnosticabile solitamente dopo i 4 anni) o secondaria quando è presente una regressione (diagnosticabile dai 5 agli 8 anni). Per quanto riguarda la frequenza l’enuresi può essere quotidiana, settimanale o saltuaria. Mentre, per quanto riguarda il momento della giornata nella quale avviene l’espulsione incontrollata dell’urina, può essere diurna, notturna o mista. È bene pertanto impegnarsi a risolvere tale disturbo in maniera veloce e radicale, per evitare al piccolo e ai suoi familiari continue frustrazioni. Cause organiche Possono essere presenti anomalie anatomiche e funzionali della vescica; disfunzioni del tratto genito urinario; infezioni delle vie urinarie; ma anche disturbi del sonno, per cui lo stimolo ad urinare non riesce ad interrompere il sonno eccessivamente profondo del bambino. L’enuresi notturna viene associata anche alla carente produzione notturna dell’ormone antidiuretico (ADH- antidiuretic hormone) da parte dell’ipotalamo. Ormone che riduce la diuresi durante la notte. Cause psicologiche Il benessere o il malessere interiore influenzano notevolmente il controllo sfinterico sia delle feci sia delle urine, tanto che negli animali e negli esseri umani la paura ed altre emozioni intense non solo negative, ma anche positive, possono alterare questo controllo. Da ciò l’espressione “farsela addosso per la paura” ma anche “scompisciarsi dalle risa”. Interventi consigliati Evitare di rimproverare o colpevolizzare il bambino per questo involontario disturbo. Fare cenare il bambino la sera molto presto o comunque qualche ora prima di metterlo a letto È bene inoltre che i genitori, a turno, facciano fare la pipì al bambino nel vasino, almeno due-tre volte durante la notte, negli orari nei quali egli di solito si bagna. L’encopresi,cos’è? L’ encopresi è la defecazione regolare ed incontrollata nei vestiti o in altri luoghi non appropriati in un soggetto di età superiore ai 4 anni. Esistono un’encopresi primaria, quando il bambino non ha ancora raggiunto un buon controllo dello sfintere anale. Ed un’encopresi secondaria, quando, dopo un periodo più o meno lungo di controllo delle feci, il bambino ritorna a sporcarsi. Sia l’enuresi che l’encopresi, possono interferire con la serenità psicologica. Spesso, infatti, sono causa di situazioni di disagio ed ansia. I bambini che hanno questi problemi tendono a vergognarsi arrivando ad evitare situazioni che possono imbarazzarli limitando, così la propria vita sociale. Alla base di questi disturbi possono esserci fattori di tipo emotivo, ma occorre prima di tutto sottoporre il bambino ad un esame medico approfondito per escludere tutte le possibili cause di natura organica CAUSE ORGANICHE Una causa “banale” può essere quella che si riscontra in bambini che soffrono di stitichezza o che presentano ragadi o altre lesioni a livello anale. In questi casi si innesta spesso un circolo vizioso: il bambino, a causa della stitichezza avverte notevole dolore durante la defecazione, per cui cerca di trattenere al massimo le feci; ciò aumenta la consistenza di queste e, quindi, si accentua il dolore del piccolo durante la defecazione. Il dolore provato, a sua volta, aumenta la repulsa del bambino verso questa funzione fisiologica. CAUSE PSICOLOGICHE Molto spesso il disturbo è l’espressione di una grave disarmonia nelle relazioni del bambino con i propri genitori. In questi casi è frequente il riscontro di dinamiche familiari conflittuali e stili affettivo-educativi inadeguati. L’enuresi e l’encopresi, talvolta, sono segnali che indicano dei momenti di difficoltà psicologica talvolta associata e conseguente ad eventi della vita quotidiana, quali: la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, il cambiamento di scuola, un trasloco, la separazione dei genitori, un periodo prolungato di ospedalizzazione, la morte di un genitore o di un familiare Trattamento Un trattamento può essere di tipo farmacologico o di tipo psicologico.  Importante è non barricarsi dietro possibili giustificazioni o procrastinazioni.

LA PERDITA DEI GENITORI IN ADOLESCENZA

La morte di un genitore costituisce sempre un fattore di rischio ed un’interferenza nello sviluppo. Essa può essere considerata, a tutti gli effetti, un evento traumatico sebbene alcune situazioni lo siano più di altre. Come quei casi in cui l’adolescente perde entrambi i genitori e/o successivamente anche le figure alle quali era stato affidato, oppure come quei casi nei quali la morte avviene tragicamente (es. incidente stradale) oppure laddove il genitore superstite non riesce a fronteggiare la morte del coniuge e non fornisce, quindi, un adeguato sostegno al figlio. Al di là delle circostanze esterne, nel processo di elaborazione del lutto va considerato anche il peso delle fantasie inconsce peculiari dell’adolescenza. Cioè l’elaborazione del lutto al quale è chiamato l’adolescente nei confronti del proprio mondo infantile, al processo di separazione – individuazione, che deve affrontare per accedere all’età adulta, al rimaneggiamento dell’Edipo in vista della definitiva assunzione di un’identità sessuale. La perdita di un genitore in adolescenza si può inserire all’interno di un processo di crescita caratterizzato da angosce di separazione, senso di smarrimento e mancanza di integrazione del Sé. Il trauma determina un impasse evolutivo, in un momento in cui si rivela già difficile il superamento del conflitto tra bisogno di autonomia e bisogno di dipendenza, lasciando il ragazzo nello stato di oscillazione continua tra i due. Da una parte il ritorno a legami di dipendenza infantili può rappresentare l’unico segnale di speranza e d’attaccamento alla vita, dall’altro il ragazzo nega ogni legame di dipendenza, adeguandosi a comportamenti adultomorfi, schiacciando la dirompenza dei propri sentimenti e della propria vitalità, rappresentata anche dalla sessualità, perché non “merita” di sopravvivere alla morte del suo caro. Spesso la negazione dello scorrere del tempo rappresenta un tentativo di negare la morte, di allontanare il dolore e di prolungare in fantasia l’esistenza dell’oggetto assente. Affinché si compia l’elaborazione del lutto, il ragazzo deve riuscire a riconoscere il proprio sentimento ambivalente di odio/amore nei confronti dell’oggetto perduto, la delusione, la rabbia, ed il proprio senso di colpa per non essere riuscito a preservare la vita della persona amata. QUANDO “SEPARARSI” E’ DOPPIAMENTE DIFFICILE Il modello adolescenziale proposto da Anna Freud, successivamente ripreso da Blos e da Margareth Mahler enfatizza il bisogno evolutivo di prendere le distanze dai genitori all’interno del processo di separazione-individuazione. Questo processo costituisce il compito evolutivo della fase adolescenziale. Tale compito consiste nella capacità, da parte dell’adolescente di allontanarsi dalle immagini parentali interiorizzate, per investire gli oggetti esterni ed extrafamiliari ed acquisire una propria identità. Tale processo è lungo e complesso: comporta, infatti, la rielaborazione di conflittualità infantili di natura ambivalente non sempre risolte e che implicano l’accettazione, il riconoscimento di sentimenti e di spinte aggressive nei confronti dei propri genitori. Se da un lato, infatti, l’adolescente sente una spinta all’autonomia e alla differenziazione, dall’altro vive un forte conflitto che lo porta a non volersi separare dai genitori e dall’immagine di se stesso bambino protetto da questi ultimi. Questi oggetti buoni rappresentati dalle figure parentali, se da un lato però proteggono l’adolescente, dall’altro sono vissuti come oggetti inglobanti e limitanti.  Come Winnicott sottolinea, l’aggressività è necessaria per crescere, per separarsi dai genitori e per individualizzarsi. La risoluzione dei conflitti adolescenziali, infatti, equivarrebbe all’integrazione dei sentimenti di ambivalenza nei confronti della madre o comunque delle persone affettivamente importanti. Gli attacchi attuati, però, spesso fanno vivere sensi di colpa all’adolescente che caratterizzano proprio questa fase. Ma cosa succede se realmente i genitori muoiono in questa fase evolutiva? L’adolescente riesce a separarsi ed individuarsi proprio perché l’oggetto attaccato (genitori) sopravvive ai suoi attacchi. Ma se l’oggetto muore, cosa succede? I sensi di colpa potrebbero ricevere dalla realtà una potente conferma, suffragando l’idea che l’oggetto è stato realmente distrutto dalle fantasie ostili.

I bambini davanti alla televisione: cosa può fare l’adulto?

I bambini trascorrono tanto tempo ormai davanti alla televisione: vediamo insieme come l’adulto può gestire questo tempo. E’ chiaro ormai che la televisione è una compagnia durante la maggior parte delle giornate, sia per grandi che per piccini. Diventa inutile, infatti, fare finta che non esista, ma piuttosto bisognerebbe imparare a farci i conti e apprenderne un utilizzo più corretto. Inoltre, la televisione piace a tutti e anche gli adulti amano rilassarsi davanti al loro film o programma televisivo preferito…vogliamo negarlo? Per non parlare della funzione di alcuni programmi che sono volti a fornire informazioni e a creare riflessioni. Quali possono essere allora gli aspetti negativi del guardare a lungo la televisione? la televisione può portare via del tempo ad altre attività importanti. E’ stato visto che, dai tre anni in poi, i bambini guardano in media la tv tre o quattro ore al giorno. Togliendo le ore essenziali di pasti, sonno, scuola, rimane troppo poco tempo per il gioco, le conversazioni con gli adulti, la lettura e l’ascolto di fiabe, le attività all’aria aperta. quando il bambino (ma anche l’adulto) è seduto davanti alla tv, tende ad accogliere in modo passivo ciò che viene trasmesso in quel momento. passare velocemente da un programma all’altro può portare al fenomeno della “inibizione retroattiva”. Che cos’è? Il nuovo spettacolo potrebbe offuscare quello visto in precedenza, impedendo di fantasticare su ciò che è stato appena guardato in tv e ostacolando anche giochi di finzione correlati. Ecco perché invece è consigliato portare più spesso i bambini al cinema, dandogli il tempo di elaborare (anche con l’adulto) ciò che è stato visto. Cosa possono fare gli adulti educanti? è sicuramente importante vedere la maggior parte dei programmi con i bambini: osservare le loro reazioni, fornire immediate spiegazioni alle loro domande, intervenire per aiutarli nella comprensione di ciò che vedono. imparare a programmare quando è ora di vedere la tv e cosa si sceglie di guardare. Se, ad esempio, prevediamo che dopo quel cartone animato ci sarà la merenda o un’altra attività piacevole sarà anche più facile staccare il bambino dalla televisione! coinvolgere il bambino nella scelta di cosa vedere. Se si ha una guida tv con delle immagini, lo si può aiutare a fargli esprimere delle preferenze, così sarà anche più facile alla fine spegnere il televisore quando il programma è terminato. Ma la cosa più importante rimane sempre la stessa. Ricordiamo che i bambini ci osservano e il nostro comportamento funge da modello, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi.

La felicità fa bene alla salute?

Una ricerca mette in luce connessioni sorprendenti. Un interessante articolo di Erman Misirlisoy fa riferimento a uno studio pubblicato nel 2020, che dimostra come la felicità di una persona appaia correlata a un prolungato mantenimento della memoria e a un declino cognitivo più lento nel tempo. Al di là di tutti i luoghi comuni, ovviamente sensati, su quanto possa essere d’aiuto per la salute fisica e mentale sentirsi felici, è molto difficile effettuare ricerche in questo campo. Lo studio citato si basa sull’analisi dei risultati di una lunga ricerca longitudinale, durata 18 anni, da metà anni ’90 a metà anni 2010, a cura di Emily Hittner e colleghi. I soggetti coinvolti avevano un’età compresa tra i 40 e i 60 anni: in tre diversi momenti temporali, a distanza di nove anni l’uno dall’altro, i partecipanti sono stati intervistati a proposito di come si erano sentiti emotivamente durante i 30 giorni precedenti. Veniva loro chiesto di riferire quante volte, durante quell’arco di tempo, si fossero sentiti di buon umore, allegri, motivati, entusiasti, calmi e sereni. Durante il secondo e il terzo incontro, cioè a 9 e 18 anni di distanza dalla prima rilevazione, i ricercatori hanno anche raccolto dati sulle prestazioni della memoria dei partecipanti. Il test consisteva in un messaggio telefonico in cui venivano elencate 15 parole non correlate: alle persone veniva poi chiesto di ricordarne il maggior numero possibile, entro 90 secondi. I dati raccolti hanno confermato due semplici assunti, per quanto riguarda i soggetti coinvolti: 1. che la memoria diminuisce con l’età e 2. che i sentimenti positivi (che possiamo grossolanamente raggruppare nel termine “felicità”) aumentano invece con l’età. In realtà, questo vale perché nel campione non erano rappresentate persone molto giovani. È infatti provato, dalle ricerche sulla felicità in diversi paesi del mondo, come esista una costante rilevabile: le persone hanno in genere un’elevata felicità nella fascia comprendente i giovani adulti; la curva di felicità scende nella fascia di età dei 40-50enni (intorno ai 30-40 si ha il picco dello stress), per poi risalire di nuovo oltre i 60 anni. Hittner e colleghi hanno rilevato che le persone che avevano riferito di sentirsi più felici, durante la misurazione a nove anni dall’inizio dello studio, hanno mostrato un minore declino della memoria alla fine dello studio  nove anni dopo, cioè a 18 anni dall’inizio della ricerca. In conclusione: una minore “felicità”, percepita e riferita dalle persone coinvolte, era costantemente collegata a una maggiore perdita di memoria nel tempo. I dati di questo lungo studio longitudinale suggeriscono che la felicità può proteggere dal declino della memoria fisiologicamente correlato all’età. Naturalmente, si tratta di uno studio che si basa puramente sull’osservazione nel tempo dei percorsi spontanei delle persone coinvolte. Per capire davvero se la felicità sia in grado di causare cambiamenti, nella salute psicologica e fisica, sarebbe necessario manipolare i livelli di felicità dei partecipanti e misurare i risultati sulla salute; operazione che ha ovvie implicazioni di complessità progettuale e di proponibilità etica. Ma è proprio questo che un altro studio del 2020 ha cercato di fare. Sono stati coinvolti 155 adulti; metà delle persone partecipanti sono state casualmente assegnate a ricevere un “trattamento di felicità”. Di cosa si trattava? Di beneficiare di un programma di 12 settimane di attività, progettate appositamente per aumentare la felicità. Ogni settimana, durante la durata del trattamento, i ricercatori chiedevano ai soggetti di valutare la propria salute fisica, gli stati d’animo generali e la propria soddisfazione esistenziale. Le persone che avevano ricevuto il trattamento hanno riferito di aver sperimentato un numero superiore di emozioni positive e un numero minore di emozioni negative durante il percorso, oltre a dichiarare, in termini generali, una maggiore soddisfazione per la vita. Al contrario, il gruppo di controllo che non ha ricevuto alcun trattamento non ha mostrato segni di progresso. Ma il trattamento per la felicità ha anche contribuito a migliorare la salute fisica? Alla fine del percorso, i partecipanti al trattamento avevano circa il 20% di probabilità in più, rispetto al gruppo di controllo, di avere una giornata in cui “si sentivano sani e pieni di energia”. Avevano anche un tasso di incidenza di circa il 30% in meno di riferire un giorno di malattia. I ricercatori non sono però riusciti a trovare marcatori biologici affidabili alla base dei miglioramenti di salute auto-riferiti dalle persone (venivano misurati solo la pressione sanguigna e l’indice di massa corporea), il che conferma la complessità di una ricerca in questo campo, anche perché nello studio citato si utilizzava solo un gruppo di controllo passivo. Per uno studio più completo, come suggerisce Misirlisoy, occorrerebbe confrontare l’intervento sulla felicità con un intervento (difficile da progettare) che abbia funzione di placebo, per constatare se i risultati sono confermati anche nel caso in cui i partecipanti di entrambi i gruppi si aspettino di ottenere un beneficio. In conclusione: se è ragionevole rimanere cauti nell’interpretare l’influenza della felicità sulla salute fisica delle persone, ci sono motivi per credere che il buon umore e la serenità siano essenziali per sostenere una biologia più sana e che i dati di studi e ricerche future, auspicabilmente ancora più rigorosi, grazie a metodi innovativi, possano confortare il buon senso comune: che sorridere di più, sentirsi a proprio agio e approfittare di ogni piccola risorsa di gioia faccia davvero bene a tutti noi.

Generazione Covid: il rapporto con la tecnologia

Generazione Covid Tecnologia

La Generazione Covid è fatta di bambini, ragazzi e giovani che vivono la quotidianità attraverso la tecnologia e si apprestano a costruire il loro futuro in questo tempo sospeso. Questa fascia di popolazione vive da spettatore una situazione che non può controllare ma solo accettare passivamente. Così trova altri modi e strumenti per essere resiliente e ricreare quel contatto e quei riti tipici delle relazioni tra giovani e giovanissimi, attraverso la tecnologia. La tecnologia è infatti il filo conduttore della vita al tempo del Covid: dall’educazione allo svago, dallo studio alla gestione dei rapporti interpersonali, ogni attività passa attraverso lo schermo. La giornata viene scandita in modalità digitale, secondo una tabella di marcia precisa. La DADIn un precedente articolo abbiamo trattato in maniera approfondita le implicazioni psico-sociali della DAD. A lungo andare questa modalità genera stanchezza e frustrazione, incidendo sul rendimento e sulla motivazione degli studenti. La scuola non è solo il luogo dell’istruzione ma un contenitore in cui si innescano processi sociali e si svolgono riti collettivi. Questo aspetto viene totalmente a mancare in modalità virtuale: i giovani non hanno modo di confrontarsi con il gruppo dei pari.Inoltre alcuni aspetti pratici condizionano notevolmente l’esperienza della DAD. Non tutte le famiglie, ad esempio, dispongono della tecnologia adeguata per consentire una fruizione ottimale. Così come non tutti i docenti hanno dimestichezza con il digitale. I Social In una prima fase i social networks sono stati lo strumento ideale per raccontare la propria vita in maniera autentica, fare gruppo e sopperire all’assenza di relazioni nel mondo reale. Successivamente però c’è stata un’inversione di marcia. Non si pubblica più per comunicare con gli altri ma per mostrare se stessi. E, in un disperato tentativo di ristabilire una normalità, si dipinge una realtà patinata e un’ostentata felicità forzata. L’IperconnessioneIn un momento storico in cui tutto è rimandato, i ragazzi hanno bisogno di strumenti immediati che forniscano gratificazioni tempestive. In questo modo si innesca una dipendenza dalla tecnologia che trascina con sé tutte le problematiche che ne derivano. Una di queste è la FOMO: una forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso”. Difatti, nello svolgimento della propria routine quotidiana, il giovane, disconnesso non lo è mai. É comprensibile cercare di ristabilire un ordine e uno scopo nella propria vita. E se gli strumenti digitali possono essere d’aiuto è bene educare le nuove generazioni ad utilizzarle in modo proficuo e consapevole, rimanendo sempre fedeli alla propria autenticità.

Importante per me: significato di semplici parole

importante

Cosa è veramente importante per noi? La domanda, pur essendo retorica, ci accompagna in molti momenti della nostra vita. E’ un interrogativo che ci porta a riflettere su noi stessi, sul nostro passato e soprattutto sul futuro. Anche l’inizio dell’anno, foriero di aspettative e buoni propositi è il momento ideale per rispondere alla domanda. Ma prima è necessaria una riflessione. Dal punto di vista etimologico, la parola “importante” deriva dal latino e significa letteralmente “quello che si porta dentro”. Ciò che è importante nasce quindi da una consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il nostro compito quindi è non solo selezionare le cose da portare dentro di noi, ma anche coltivarle e mantenerle “dentro”. Consapevolmente scegliamo affetti, la famiglia con gli alti e bassi che implica. Allo stesso tempo, allontaniamo le negatività per evitare malesseri e stati depressivi. E ciò che ci portiamo dentro diventa così parte della nostra esistenza e ci aiuta a mantenere il tanto desiderato benessere psicologico. Lavoriamo per costruire una positiva immagine di noi, che ci accarezza nei momenti di difficoltà e ci supporta per fronteggiarli con serenità. Ci adoperiamo affinché la nostra autostima sia un bagaglio di certezze, di cose importanti che ci inorgogliscono e ci aiutano a relazionarci meglio. Si stabilisce un rapporto intimo con le cose che ci portiamo dentro. Si costruisce il nostro universo interiore che contribuisce ad accettarsi e a piacersi.