Fobia Scolare in Adolescenza

di Cinzia Saponara Con il termine: “Fobia scolastica” coniato nel 1941 dalla psichiatra americana Adelaide Johnson, intendiamo un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o restare a scuola. La fobia scolastica denominata anche “rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin & Strass, 1987) riguarda tra l’1% e il 5%( Burke & Silverman, 1987) dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere socio-economico. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano frequentemente una risposta fobica sul piano fisiologico (tachicardia, nausea, dolori addominali, cefalee, disturbi del sonno) e sul piano comportamentale ed emotivo (condotte di evitamento, somatizzazioni), tali da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di alunni intelligenti e studiosi con buona resa didattica, che riducono la propria frequenza a scuola, fino al ritiro, non tanto per disinteresse o per insuccesso negli studi, quanto per la paura della propria inadeguatezza ad abitare la scuola intesa come “contesto sociale”. La sua insorgenza sembra spesso immotivata e il manifestarsi di tale fobia rappresenta solitamente un segnale d’allarme particolarmente rilevante, che non va mai sottovalutato, perché può essere il sintomo di una sottostante struttura psicopatologica in procinto di scompensarsi. Tale disturbo non ha una sua categoria nosologica specifica all’interno del DSM 5 dove viene inclusa tra le molteplici fenomenologie delle fobie sociali, privandolo di una sua specificità. Non esistono pertanto direttive specifiche che possano tutelare sufficientemente gli studenti che soffrono di fobia scolare e che hanno assenze di frequenza scolastica spesso molto prolungate. La dispersione scolastica è un fenomeno di per sé complesso e multiforme, l’Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento in media, (i ragazzi il 15,6% e le ragazze il 10,4%), in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). I divari tra le regioni risultano molto ampi. Questi i dati contenuti nell’ultima pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, dal titolo “La dispersione scolastica”. La Comunità di Sant’ Egidio, in un lavoro dove è stato preso in considerazione il primo periodo dell’anno scolastico 2020/21, Settembre Dicembre, ha certificato che a Settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Un’indagine Ipsos per conto di Save the Children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, da marzo 2020 a gennaio 2021, almeno un alunno aveva abbandonato la scuola. Qui, i ragazzi ritirati, sono circa 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore, in quest’ultimo periodo. Sono ben note le problematiche collegate al ricorso prolungato alla DAD e/o all’alternanza di DAD e didattica in presenza, questa incertezza, ha colpito duramente i ragazzi che erano già predisposti a un isolamento, infatti per alcuni, la DAD ha rappresentato una situazione di comodo: sono a casa mia, non ho contatti con i miei coetanei, non devo sforzarmi di avere delle relazioni, perché avere relazioni mi costa fatica. Nella maggior parte dei casi si è trattato di una regressione temporanea e reversibile, in altri al contrario questa situazione ha slatentizzato, di fatto, vissuti di forte ansia e rifiuto di ritornare a scuola in presenza. Occorre fare un doveroso distinguo tra rifiuto scolastico e assenteismo ingiustificato, quest’ultimo spesso è associato a comportamenti antisociali, atteggiamento oppositivo e/o alla mancanza di interesse per la propria formazione scolastica; è un comportamento in cui è assente l’ansia e la paura intensa e irrazionale di frequentare la scuola. Nel caso dei ragazzi con fobia scolare il quadro è molto più complesso, il meccanismo scolastico, basato su regole, verifiche e confronti, sottopone questi ragazzi ad una costante frustrazione delle proprie aspettative, cioè ad una ferita narcisistica; quando ciò accade, sono pervasi da un’angoscia catastrofica, che impedisce loro di pensare e di agire. Per l’adolescente di solito il terrore è tale e non è possibile alcuna spiegazione. Abbandonata la scuola, alcuni tra loro arrivano a chiudersi per giorni interi nella loro camera, dove stazionano “attaccati” al computer e si rifiutano di uscire di casa anche per le incombenze che li riguardano. La rivoluzione digitale ha creato ambienti espressivi nei quali gli adolescenti non solo sperimentano nuove possibilità di realizzazione ma si rifugiano in occasione di gravi crisi evolutive, in una forma di autoricovero che esprime sia il dolore sia un tentativo di risolverlo, come avviene nel ritiro sociale, la più significativa manifestazione del disagio giovanile odierno, assimilabile alla cosiddetta sindrome di Hikikomori 1 (auto-isolamento prolungato) in preadolescenti e adolescenti. Spesso i genitori sono allo stremo sia per l’insuccesso degli sforzi inutilmente fatti sia perché i figli possono diventare dei despoti all’interno della famiglia, appropriandosi di ogni spazio della casa e interferendo continuamente con la libertà degli altri membri. René Diatkine ed Eric Valentin (“Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”, 1985), descrivono quattro possibili evoluzioni focalizzando l’attenzione sul fatto che non si tratta mai di un sintomo “fugace o benigno”. Il primo tipo di evoluzione, quella più grave ma fortunatamente numericamente poco consistente, evolve verso la schizofrenia, manifestando dissociazione e delirio paranoide. Il secondo tipo di evoluzione analizza degli adolescenti che sembrano essere incapaci di qualsiasi compromesso con i propri desideri: tali ragazzi vengono considerati come psicotici (“caso limite”, “borderline”), ma non presentano dissociazioni o deliri. Gli autori mettono in evidenza una relazione familiare estremamente problematica, preesistente alla comparsa della fobia scolare e da questa esacerbata, caratterizzata da ambivalenza e da messaggi contraddittori sia da parte dei genitori che dei figli; viene evidenziato il fatto che l’adolescente non più capace di andare a scuola, in precedenza aveva solo apparentemente uno sviluppo armonico, ma che ad un esame più attento l’adattamento alla realtà era solo apparente ed erano già presenti angosce importanti. Concludendo il secondo tipo di evoluzione gli autori rimarcano che il ragazzo resta a casa, trovando una nuova organizzazione che non gli crea alcuna inquietudine, ma che diventa un nuovo modo di vivere in funzione del principio di piacere. Il terzo tipo di evoluzione,

Filofobia: quando l’amore fa paura

L’amore è spesso descritto come una delle esperienze più belle e appaganti della vita, ma per alcune persone può rappresentare una fonte di ansia e timore. La filofobia, dal greco “phílos” (amore) e “phobos” (paura), è la paura intensa e irrazionale di innamorarsi o di instaurare relazioni affettive profonde. Sebbene non sia formalmente riconosciuta nei principali manuali diagnostici come il DSM-5, è una condizione che può avere un impatto significativo sulla qualità della vita di chi ne soffre. Cos’è la filofobia? La filofobia non è una semplice esitazione o timore legato a esperienze negative passate. È una paura persistente e intensa che porta la persona a evitare attivamente situazioni o relazioni che potrebbero portare a un coinvolgimento emotivo. Questo comportamento di evitamento può manifestarsi in diversi modi: Evitare incontri romantici o relazioni di coppia; Interrompere una relazione appena emerge un legame emotivo più profondo; Provarsi a convincere che l’amore non sia importante o necessario. Le persone con filofobia possono essere consapevoli dell’irrazionalità della loro paura, ma ciò non basta per superarla. La paura di innamorarsi spesso si intreccia con altre paure, come il timore dell’abbandono, del rifiuto o della perdita del controllo. Possibili cause della filofobia Non esiste una causa unica per la filofobia, ma la condizione può essere il risultato di una combinazione di fattori psicologici, sociali e biologici: Traumi emotivi passati: esperienze negative o traumatiche in relazioni precedenti, quali un divorzio o la perdita di una persona amata, possono contribuire a sviluppare una paura dell’intimità emotiva; Modelli relazionali dell’infanzia: l’ambiente familiare in cui una persona è cresciuta gioca un ruolo fondamentale. Ad esempio, genitori emotivamente distanti, conflitti familiari o instabilità affettiva possono influenzare la capacità di fidarsi degli altri; Ansia e bassa autostima: chi soffre di insicurezze profonde o ha difficoltà a gestire l’ansia potrebbe temere di non essere all’altezza di una relazione amorosa; Cultura e valori personali: in alcune culture, il matrimonio e le relazioni romantiche possono essere associate a pressioni sociali o aspettative irrealistiche, aumentando l’ansia verso il coinvolgimento sentimentale. Come si concretizza  Questa paura intensa e persistente dell’amore può applicarsi alla quotidianità in modo differente e con un’intensità individuale. Alcuni esempi possono includere: Evitamento delle relazioni: rifiuto o paura di intraprendere relazioni romantiche; Ansia intensa: solo l’idea di innamorarsi o di essere coinvolti emotivamente può scatenare ansia, tachicardia, sudorazione o tremori; Difficoltà a fidarsi: paura che l’altra persona possa ferirli emotivamente o tradire la loro fiducia; Autosabotaggio: creare conflitti o trovare scuse per terminare una relazione che sta diventando seria. Possibili conseguenze  Se non affrontata, la filofobia può avere conseguenze significative sulla vita personale e sociale di chi ne soffre: Isolamento emotivo: l’evitamento costante delle relazioni può portare a un senso di solitudine e isolamento; Bassa qualità della vita: la paura dell’amore può limitare le esperienze di vita, privando le persone di momenti significativi e appaganti; Problemi di autostima: sentirsi incapaci di gestire relazioni amorose può minare la fiducia in sé stessi. Come superare la filofobia La buona notizia è che la filofobia è una condizione affrontabile. Il percorso di superamento richiede tempo, pazienza e spesso un supporto esterno. Ecco alcune strategie utili: Supporto psicologico: un percorso con un professionista della salute mentale può aiutare a comprendere le radici della paura e a sviluppare strumenti per gestirla. Attraverso il dialogo, è possibile esplorare le esperienze passate che hanno contribuito al problema e lavorare sulle emozioni e sui pensieri che alimentano il timore; Mindfulness e tecniche di rilassamento: la pratica della consapevolezza può aiutare a gestire l’ansia e a ridurre la paura del coinvolgimento emotivo. Gradualità nell’esposizione: affrontare gradualmente situazioni che suscitano paura, iniziando con piccoli passi verso l’intimità emotiva; Sostegno sociale: parlare con amici o persone di fiducia può aiutare a elaborare le proprie paure e a sentirsi meno soli; Accettare la vulnerabilità: imparare a riconoscere che la vulnerabilità è parte integrante delle relazioni umane e non necessariamente un segno di debolezza. Conclusioni La filofobia può sembrare una barriera insormontabile per chi la vive, ma è importante ricordare che non si è soli in questa lotta. Con il giusto supporto e un percorso di crescita personale, è possibile superare la paura dell’amore e costruire relazioni significative. L’amore non è solo un rischio, ma anche una delle esperienze più potenti e trasformative che possiamo vivere. Affrontare questa paura può aprire la porta a una vita più ricca e soddisfacente, dove la connessione con l’altro diventa una forza, anziché una fonte di timore.

Filofobia: Paura di amare

La filofobia si definisce, ad oggi, come l’incapacità per il soggetto di provare sentimenti e stati d’animo inerenti l’amare l’altro da sé. Il termine filofobia deriva dal greco filia, che vuole dire amore e fobia, che vuol dire paura. In sintesi, possiamo dire che questa condizione ha a che fare con la paura di innamorarsi. Può anche riguardare la paura di entrare in una relazione o la paura di non essere in grado di mantenere una relazione affettiva importante. Molte persone, ad esempio, sperimentano talvolta piccole paure di fronte alla possibilità di innamorarsi, con un potenziale partner ad un certo punto della loro vita. In casi estremi, la filofobia può far sentire le persone isolate, sole, e non amate. La filofobia può essere il risultato di precedenti esperienze traumatiche che possono essere direttamente o indirettamente collegate all’oggetto o ad una paura situazionale. Non è però sempre così perché le risposte fobiche possono anche essere ereditate come comportamenti appresi dal contesto sociale in cui la persona è cresciuta. Nel corso del tempo, la filofobia potrebbe essersi normalizzata o accettata come parte della vita di una persona. In tal caso, chi ne è affetto potrebbe non cercare aiuto per molti anni avendo imparato a conviverci. In altri casi, tuttavia, la filofobia può peggiorare molto e arrivare a intralciare la vita normale. Ciò è particolarmente vero se i comportamenti di sicurezza e di evitamento sono cresciuti in frequenza e sofisticatezza. L’aver paura di amare può rendere complesso, se non impossibile, lasciarsi andare e perdere il controllo, in modo sano, all’interno del rapporto di coppia. Il primo passo allora è capire come questa chiusura, che può anche determinare veri e propri sintomi tipici dell’ansia, quali tachicardia e fiato corto, non porti da nessuna parte e rischi di precludere una felice vita affettiva alla persona che ne soffre. Superare questa fobia è però possibile, anche grazie all’aiuto di un terapeuta.

FILOFOBIA: la paura di amare

di Ferrara Rossana Le fobie invadono le nostre vite come il vento in autunno ed ognuno di noi, nel corso della sua esistenza, si ritrova a viverne almeno una. Ma il discorso in merito alla filofobia è qualcosa di diverso, qualcosa che si conosce non molto… Filofobia è un termine che deriva dal greco, composto da “φιλος” che vuol dire “amore” oltre che da “φοβία”, cioè “paura”. Una fobia è una paura marcata e sproporzionata nei confronti di un elemento specifico e, nel caso della filofobia, questa paura persistente, anomala ed ingiustificata è riferita all’innamorarsi o, più in generale, all’attaccamento emotivo. Non è soltanto paura di amare, ma anche paura di essere amati. La filofobia rientra nellacategoria delle fobie specifiche che, secondo il DSM V (APA, 2013), sono caratterizzate dai seguenti criteri diagnostici: Paura e/o ansia marcate verso oggetti o situazioni specifici; La situazione e l’oggetto fobici causano quasi sempre un senso di paura e/o ansia; Gli oggetti o situazioni fobici sono evitati oppure sopportati con grandi difficoltà; La paura e l’ansia provate sono sproporzionate rispetto al reale pericolo determinatodall’oggetto e situazione specifici; Per la diagnosi è necessario che i sintomi siano presenti per almeno sei mesi; I sintomi causano disagio clinicamente significativo o caldo del funzionamento personale,sociale e lavorativo.Per la diagnosi di fobia specifica, è indispensabile che la condizione non sia giustificata da altri disturbi mentali, come psicotici, disturbo ossessivo-compulsivo o altri disturbi d’ansia.Come si presenta nella quotidianità?Innanzitutto, l’amore può fare paura? Capiamo bene di cosa si tratta…Già l’amore, di per sé, è complicato ed è difficile che due persone che si sono trovate, nel momento in cui si dichiarano, intendano entrambe la stessa cosa per “amore”. È complesso parlarne, esprimersi in merito, viverlo e condividerlo con qualcun altro. L’amore è complicato e, in qualità di tale, può far paura ed essere difficilmente gestibile. È un sentimento piacevole ma pieno di contraddizioni… “Odi et amo”, proprio come diceva Catullo, “Ti odio e ti amo”. Nel momento in cui una persona che ha paura di amare si rende conto di cominciare a sentire qualcosa nei confronti del compagno/a che sta frequentando o, quantomeno, comprende di iniziare a provare qualcosa per l’altro, di stare per affezionarsi, inevitabilmente prende le distanze rompendo ogni forma di contatto e lasciando chi è dalla parte opposta senza parola alcuna. Di colpo niente messaggi, chiamate ed incontri, niente di niente fino a cadere nel dimenticatoio dell’oblio. Coloro che possono essere definiti come filofobici sono la quasi totalità delle persone prive di capacità di sviluppare una qualche forma di attaccamento affettivo e che diventano ipersensibili alle proprie reazioni nel mondo delle emozioni. Anche se questa paura può apparire priva di giustificazione e irrazionale, è opportuno ricordare che una reazione emotiva ha sempre un motivo alla base che le permette di esistere. Pur se il pensiero sottostante può apparire come un qualcosa che gli altri non capirebbero ha sempre una logica tutta propria. Dato che l’amore è un sentimento astratto, lo si può evitare in modi diversi a differenza di quando si ha paura di qualcosa di concreto. Immaginiamo di essere claustrofobici…una cosa è certa: l’ascensore non fa per noi e la scelta di prendere le scale sembra essere ormai una garanzia. Nel caso dell’amore questa cosa non si può fare e si cerca una soluzione come interrompere una relazione in cui ci si scopre innamorati, scegliere relazioni non impegnative e durature per evitare di inciampare nell’innamoramento, altri decidono di mandare avanti relazioni che non li soddisfano a pieno per non ritrovarsi ad un momento di confronto con la persona amata, mentre altre persone ancora optano per un’ulteriore scelta, ossia quella di evitare una relazione dedicandosi completamente ad altro. Da dove nasce questa paura? Come qualcuno potrebbe intuitivamente pensare, si tratta di una paura che ha origine nella storiapersonale, riferita ad uno degli incubi peggiori come quello del terrore di poter essere un giornoabbandonati e spaventati, oltre che feriti amaramente, dalle persone che invece avrebbero dovutoamarci e proteggerci. Tutto questo ha come conseguenza la manifestazione di comportamenticontrastanti ed ambivalenti: nonostante la paura, contemporaneamente,si attiva la ricerca di vicinanzadi una figura di riferimento che possa, in qualche modo, proteggerli.Come si riconosce e cosa fare?Riconoscere questa paura non è facile in quanto può mascherarsi dietro mille “giustificazioni” qualiad esempio malessere, disinteresse per le relazioni serie, difficoltà pratiche e logistiche, stanchezza,periodi difficili, ecc. Riconoscere di avere un problema può essere il primo passo per cominciarne larisoluzione. Chiedere aiuto è il primo step per iniziare ad affrontare la paura d’amore poiché attraversola psicoterapia si sperimenta una relazione alla cui base c’è la fiducia e la possibilità di affidarsi;capire l’origine delle ferite e imparare a risanarle può permetterci di riscoprire quanto può esserepositivo per vivere meglio aprirsi alle relazioni affettive, concedendosi il lusso di rischiare di esserefelici, visto che l’amore ci rende vulnerabili. La filofobia ha una cura e vincere la paura è totalmentepossibile potendo così vivere serenamente le relazioni. Bibliografia American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi Mentali,Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014Nardone Giorgio, Psicotrappole ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare ariconoscerle e a combatterle, Ponte delle Grazie, 2018.Tavormina, R.Why are we afraid to love. Psychiatria Danubina, 26(1), 178-183. Veneruso, D.(2019). Philophobia e philoterapia: Paura di amare. FrancoAngeli, 2014

Film e serie tv possono aiutarci nell’affrontare eventi difficili?

I film, le serie tv, i prodotti audio-visivi e artistici in generale permettono di allontanarci, anche se per poco tempo, dalla realtà e immergerci in una nuova storia. Un film, come anche una serie TV, può diventare un mezzo attraverso cui le persone riflettono, un modo per interpretare la realtà. Altre volte permettono di immedesimarsi in storie o personaggi vicini a noi e, attraverso questi, sublimare preoccupazioni, ansie, paure. Fornire allo spettatore immagini e racconti di mondi reali o fittizi che possono costituire uno specchio della realtà in cui vivono o degli eventi che stanno attraversando può aiutarli a concentrarsi su alcuni aspetti essenziali della vita o del mondo che li circonda[1]. Il cinema, in tal senso, può avere un ruolo catartico Attraverso la catarsi è possibile allontanare dalla mente sensazioni negative. Immedesimarsi in personaggi di finzione consente di liberarsi da emozioni negative attraverso quelle altrui. Davanti ad una rappresentazione di eventi passati o presenti, le situazioni problematiche e i conflitti possono essere rivissuti ed elaborati. In psicologia, la catarsi fa riferimento ad una strategia terapeutica. Attraverso di essa, è possibile liberarsi da forti emozioni e dalle tensioni conflittuali che ostacolano la crescita. Può rappresentare così un processo attivo di costruzione di senso. Il sociologo Edgar Morin descrive il cinema come uno “specchio antropologico” della natura umana[2], “capace di generare nello spettatore una percezione che si muove in una sorta di doppia coscienza: una illusoria (di identificazione con la storia narrata nel film) e una reale (la parte dello spettatore che rimane ancorato alla sua effettiva quotidianità)”[1]. Le emozioni che la pellicola susciterà in lui gli permetteranno di effettuare una “metamorfosi cognitiva”[2]. La scelta di guardare un determinato film o una serie tv, quindi, può non essere del tutto casuale. Durante la pandemia COVID-19, la paura e l’angoscia del non sapere cosa stava succedendo e cosa sarebbe successo in futuro ha portato le persone ad adottare comportamenti peculiari nel tentativo di contenere tali emozioni. Tra questi vi è la decisione di guardare film o serie TV legate ai temi della pandemia, dell’epidemia, del contagio. Testoni, Rossi, Pompele, Malaguti e Orkibi (2021), a tal proposito, hanno sviluppato una ricerca per comprendere meglio la possibile funzione psicologica che il cinema può avere durante momenti di una crisi acuta e diffusa come quella causata dalla pandemia. L’obiettivo della ricerca è stato quello di comprendere perché alcune persone, durante la fase più delicata della pandemia, ovvero durante il lockdown, hanno deciso di guardare film o serie TV in cui erano rappresentate situazioni di contagio, epidemia o rischi per la salute delle persone[1]. Dai risultati emergono 4 aree tematiche, relative ai motivi che hanno spinto le persone a guardare questo tipo di film o serie TV. La prima area riguarda la diminuzione dell’incertezza. Film e serie TV sono diventate un mezzo attraverso cui le persone comprendevano e interpretavano la realtà, per capire cosa stesse succedendo, trovare informazioni utili e una spiegazione agli eventi, legati alla pandemia, attraverso i film. La seconda area era relativa al tentativo di diminuire o esorcizzare l’ansia crescente che stavano esperendo durante il lockdown. Guardare film o serie TV di epidemie o contagi era una strategia per evitare il panico, in quanto prodotti di fantasia o perché era possibile conoscerne gli esiti. La terza area riguardava l’identificazione e la catarsi. Guardare una persona attraversare la stessa situazione che lo spettatore stava affrontando, anche se estremizzata, permetteva di identificarsi con il protagonista e vedersi rappresentato. Inoltre, tale identificazione ha, appunto, una funzione catartica, con l’effetto di una profonda liberazione da ansie e preoccupazioni. Tale dinamica permette di accettare il presente e l’incertezza della situazione emergenziale. Infine, l’ultima area riguardava le persone che causalmente si sono imbattute in film del genere pandemico e che, data la similarità con la realtà che stavano vivendo, hanno deciso di guardare. In alcuni casi tale visione li ha aiutai a comprendere meglio la situazione, in altri ha generato sentimenti di ansia. Il cinema e le produzioni audio-visive possono quindi diventare mezzi per gestire l’ansia e l’angoscia. Attraverso di essi è possibile conoscersi meglio e comprendere la realtà che ci circonda. Il cinema e le serie TV possono diventare strumenti per fronteggiare eventi difficili, poiché permettono allo spettatore di allontanarsi dalla propria realtà ed entrare in un mondo di fantasia che può fornire spunti per liberarsi dalle emozioni negative, oppure semplicemente per intrattenersi. Bibliografia [1] Testoni I., Rossi E., Pompele S., Malaguti I. e Orkibi H. (2021). Catharsis through Cinema: An italian qualitative study on watching tragedies to mitigate the fear of COVID-19. Front. Psychiatry, 12:622174. doi: 10.3389/fpsyt.2021.622174 [2] Morin E. (2016). Il cinema o l’uomo immaginario [Cinema of the immaginary man]. Milano: Raffaello Cortina Editore.

FENOMENO DI RAYNAUD E FATTORI PSICOLOGICI

di Lia Corrieri Il fenomeno di Raynaud (RP, Raynaud’s Phenomenon) viene classificato dall’ICD-11 come patologia dell’apparato cardiovascolare (cap.11, codice BD42) e definito come “una risposta vascolare esagerata alla temperatura fredda o a stimoli emotivi, con conseguente ischemia digitale episodica. È caratterizzato da una vasocostrizione parossistica che produce inizialmente pallore, componente essenziale per la diagnosi, seguito da cianosi ed eritema.” (WHO, 2019).  Il fenomeno RP venne descritto per la prima volta nella seconda metà del XIX° sec. dal medico francese Maurice Raynaud che, a partire dal suo lavoro del 1862 “De l’asphyxie locale et de la gangrène symétrique des extrémités”, definì il fenomeno come una sindrome c l i n i c a , caratterizzata da una costellazione di segni e sintomi indotti dal freddo o da fattori emotivi (Raynaud, 1862; Fábián et al., 2019; Goldman, 2019). A livello descrittivo, il fenomeno è caratterizzato dalla presenza di episodi transitori di vasocostrizione del le ar ter ie e ar ter iole del le estremità, solitamente, degli arti ma, secondo a l c u n i A u t o r i , può riguardare anche orecchie, naso e perfino lingua (Gutiérrez & Gómez, 2013; Belch et al., 2017; Fábián et al., 2019). Un episodio si manifesta tipicamente secondo tre fasi: un primo step caratterizzato dal pallore dovuto al vasospasmo, un secondo momento in cui si riscontra presenza d i c i a n o s i i n d o t t a d a l l a deossigenazione del sangue venoso e, infine, una terza fase nel corso della quale è possibile riscontrare un rossore (o rubor), dovuto a iperemia reattiva conseguente al ritorno del flusso sanguigno (Raynaud, 1862; Belch, 1990). L’episodio può essere caratterizzato anche solo dal pallore tipico del primo step, può durare da qualche minuto fino a diverse ore e può essere contraddistinto da dolore, intorpidimento e difficoltà a muovere l’area interessata (Fábián et al., 2019; NHS, 2023). Il RP è stato riscontrato nel 3-5% della popolazione generale, con una prevalenza più elevata tra le donne, tra gli abitanti di paesi nordici caratterizzati da un clima rigido, tra persone con età generalmente compresa tra i 14 ed i 40 anni nonostante il fenomeno possa essere presente anche nell’infanzia (Fábián et al., 2019; Goldman, 2019; Herrick & Wigley, 2020). E’ importante notare che, sovente, i t e r m i n i “ f e n o m e n o d i Raynaud” (Raynaud’s Phenomenon) o “ S i n d r o m e d i Rayanud” (Raynaud’s Syndrome) e “Malattia di Rayanud” (Raynaud’s Disease) vengono impropriamente intercambiati tra loro. Sebbene, infatti, le due condizioni condividano sintomi analoghi esse sono però caratterizzate da decorsi differenti e, conseguentemente, differenti prese in carico (Kaufman & All, 1996; Belch et al., 2017). I pazienti affetti da patologia di Raynaud (o preferibilmente Raynaud primario) presentano una condizione idiopatica, ovvero non associata ad a l t r a condizione patologica, caratterizzata da un difetto di termoregolazione che causa un’esagerazione della fisiologica risposta alla temperatura (Kaufman & All, 1996); Belch et al., 2017; Herrick & Wigley, 2020). pazienti con fenomeno di Raynaud ( o Sindrome d i Raynaud o p r e f e r i b i l m e n t e R a y n a u d secondario), invece, presentano una patologia sottostante, come le patologie del tessuto connettivo tra le quali la Sclerosi Sistemica (SSc), che altera la reattività vascolare comportando una sintomatologia che imita quella della malattia di Reynaud e, in questi casi, il RP può rappresentare un segnale importante per una diagnosi precoce di altra malattia (Belch et al., 2017; Herrick & Wigley, 2020). Sebbene la distinzione tra le due forme e la possibilità per un Raynaud primario di evolvere in secondario con il trascorrere del tempo complichino notevolmente il quadro presentato dal paziente, un processo diagnostico differenziale a s s o c i a t o a d u n c o s t a n t e monitoraggio risultano essere ingredient i fondamental i per un’adeguata presa in carico del paziente (Belch et al., 2017; Fábián et al., 2019; Herrick & Wigley, 2020). La distinzione tra Raynaud primario e s e c o n d a r i o s emb r a e s s e r importante anche per il benessere psicologico del paziente. In uno studio comparativo condotto da Fábián e collaboratori (2019), infatti, è stato osservato che, a seguito della somministrazione di strumenti self-report v o l t i ad indagare sintomatologia ansiosa (GAD-7) e depressiva (BDI), i pazienti affetti da Raynaud secondario tendevano a c o n s e g u i r e p i ù p u n t e g g i clinicamente significativi rispetto a pazienti con forma primaria, in linea con precedenti studi condotti su campioni di partecipanti affetti da p a t o l o g i e r e u m a t o l o g i c h e / autoimmuni. Nel medesimo studio gli Autori hanno indagato anche la qualità della vita dei pazienti mediante uno strumento specifico denominato Raynaud Specific Qual i t y of Li fe Quest ionnai re (RQLQ), una misura self-report volta ad indagare diverse dimensioni importanti nella vita di un paziente affetto da Raynaud, come il carico emotivo e le interazioni sociali. Fábián e collaboratori hanno osservato che i pazienti con Raynaud Secondario tendono a conseguire al RQLQ punteggi complessivamente più bassi rispetto ai pazienti con Raynaud Primario. In linea con Fabian e colleghi (2019), Paul e collaboratori (2019) hanno evidenziato come l’eventuale impatto psicosociale sulla vita dei pazienti affetti da Sclerosi Sistemica con Raynaud venga spesso sottostimato, nonostante questo quadro possa incidere sulla qualità di vita influenzando, ad esempio, il livello di soddisfazione sia per il proprio f u n z i o n a m e n t o q u o t i d i a n o , fortemente condizionato dalle condizioni climatiche, che per la propria immagine corporea,

Federica Luongo

Federica Luongo, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo comportamentale, approfondisce cos’è il benessere psicologico. Tutti noi siamo sempre affannati nella ricerca del benessere e della felicità. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità la depressione rappresenta la prima causa di disabilità a livello mondiale, in Italia riguarda circa 3 milioni di abitanti.  Spesso i tentativi per tenerci stretta la felicità ed evitare l’infelicità, ci portano a mettere in atto dei comportamenti rigidi rimanendo in quella che viene definita comfort zone che in realtà non fa altro che procurare più sofferenza.  In realtà bisogna imparare delle tecniche che non solo ci permettono di inseguire la felicità ma ci insegnano anche ad accogliere il disagio e la sofferenza, come parti inevitabili della vita.  Per rispondere alla domanda perché è così difficile essere felici? Basti pensare a come la mente umana si è evoluta proprio per aiutarci ad evitare i pericoli, aiutandoci a trovare sempre modi per sopravvivere.  Per riuscire a ridurre l’impatto negativo nella nostra vita, basterebbe accettare la presenza del dolore, la felicità è qualcosa che parte dall’interno e finché ci affanneremo soltanto a ricercarla all’esterno, allora sarà sempre difficile essere felici.

Fattori di rischio e livelli di stress nelle madri con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific L’articolo qui presentato ha lo scopo di sintetizzare alcuni aspetti psicoemotivi di genitori di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato considerato il ruolo materno, prendendo in esame in particolar modo il lavoro effettuato con le madri di bambini che hanno già ricevuto la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico o che sono in corso di approfondimento diagnostico, compresi in una fascia di età tra i 18 mesi e i 10 anni. L’analisi delle narrazioni durante i colloqui e le visite, nonché le interviste semistrutturate o le sessioni di osservazione di gioco attraverso test standardizzati hanno evidenziato un forte bisogno, specialmente delle madri, di ricevere un supporto personale o familiare dove poter ottenere da un lato informazioni utili sulla gestione del proprio bambino, dall’altro uno spazio dove poter elaborare i propri vissuti legati alla malattia del figlio. Introduzione Il disturbo dello Spettro Autistico è una disabilità multidimensionale dello sviluppo neurologico che colpisce le interazioni sociali e le capacità di comunicazione (2). Tale disturbo è caratterizzato da interessi e attività ripetitive e stereotipate, e da comorbidità comuni che variano in gravità in tutto lo s p e t t r o , i n c l u s i a g g r e s s i v i t à , comportamento impulsivo, ansia, depressione, difficoltà del sonno e disturbi cognitivi. Le peculiarità della sintomatologia clinica possono essere estremamente eterogenee sia in termini di complessità che di severità e possono presentare un’espressione variabile nel tempo. Gli studi epidemiologici internazionali hanno riportato un incremento generalizzato d e l l a prevalenza del Disturbo dello Spettro Autistico. La maggiore formazione dei medici, le modifiche dei criteri diagnostici e l’aumentata conoscenza del disturbo da parte della popolazione generale, connessa anche al contesto socio-economico, sono fattori da tenere in considerazione nell’interpretazione di questo incremento (3). In Italia, si stima che 1 bambino su 77 (età compresa tra i 7 ed i 9 anni) presenti un Disturbo dello Spettro Autistico con una prevalenza maggiore nei maschi. Questa stima nazionale è stata effettuata nell’ambito del “Progetto Osservatorio per il monitoraggio dei Disturbi dello Spet t ro Aut ist ico” co-coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute. Diversi studi sottolineano come tale disabilità abbia un forte impatto sul benessere dell’intera famiglia. Una ricerca condotta da Bluth e collaboratori nel 2013, ad esempio, ha evidenziato che i genitori di bambini con Disturbo dello Spettro Autistico sperimentano una serie complessa di fattori di stress che sono direttamente correlati alle caratteristiche del bambino, come comportamenti molto invalidanti, e indirettamente correlati a fattori di stress del sistema, come le barriere all’accesso ai servizi per il bambino (4). In tal senso, Karst e collaboratori, in uno studio precedente, datato 2012, hanno sottolineato che i fattori di stress, che man mano si accumulano, portano le famiglie a vivere tensioni finanziarie, difficoltà nella gestione del tempo, conflitti coniugali, isolamento sociale, diminuzione dell’autoefficacia genitoriale e incertezza sul futuro del loro bambino (5). Fattori di rischio e di stress nelle madri di minori con Disturbo dello Spettro Autistico. Il mondo della psicologia ha sempre prestato una particolare attenzione al ruolo del “materno”, basti pensare al pensiero freudiano con il complesso edipico o l e successive t e o r i e psicanalitiche kleiniane o bioniane, fino al concetto di attaccamento di Bowlby. Anche rispetto alle cause dell’insorgenza dell’autismo, diverse sono state le teorizzazioni, nel tempo smentite, che vedevano nel rapporto madre-bambino la possibile causa di insorgenza del disturbo stesso. Le prime teorie, infatti, sono state di stampo psicoanalitico e vedevano le cause alla base dello sviluppo del Disturbo dello Spettro Autistico incentrate su di una particolare alterazione della relazione tra madre e bambino. Nello specifico, Bruno Bettelheim, nel 1967, ipotizzava che l’autismo scaturisse da un rapporto inadeguato del bambino con la madre, definita “madre frigorifero”, da cui il minore doveva essere staccato per una terapia riabilitativa, la cosiddetta “parentectomia” (6) (7). Oggi, invece, si è visto che il Disturbo dello Spettro Autistico è causato da una varietà di fattori di natura organica, genetica, epigenetica e di sviluppo del cervello ed il ruolo genitoriale ha assunto un’importanza nelle strategie di gestione ed intervento a supporto del minore stesso. Naturalmente, è necessario sottolineare che una madre deve mantenere il suo ruolo di genitore senza pretendere di trasformarsi essa stessa in una terapista del figlio. Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste si è evinto, infatti, che molti genitori, in particolare le madri, che spesso sono delegate in maniera univoca al ruolo di caregiver del minore disabile, frequentavano corsi di formazione specifici per poter intervenire in maniera “abilitativa”, perdendo di vista l’importanza d e l l ’ e s c l u s i v i t à d i accudimento della relazione materna. Le caratteristiche del Disturbo dello Spettro Autistico, in particolare le difficoltà relazionali e comunicative, rendono molto complessa da un punto di vista emotivo la metabolizzazione della malattia stessa del proprio figlio. Durante gli approfondimenti diagnostici, svolti nel suddetto Nucleo, la discontinuità o la mancanza del contatto oculare, l’assenza o il ritardo nel linguaggio o il non voltarsi quando è chiamato per nome, ad esempio, sono i primi campanelli di allarme che creano sin da subito nell’animo del genitore (90% madri) che assiste alle osservazioni standardizzate, ad esempio test CARS 2 (8) o test ADOS (Modulo Toddler o Modulo 1) (9), un forte senso di angoscia. Molte madri durante le visite o durante le interviste semistrutturate come l’ADI-R (10) o le Vineland II (11) raccontano spesso di raccogliere molte informazioni sull’autismo da internet, andando incontro anche a tanti pareri o t e o r i z z a z i o n i b a s a t i s u l l a disinformazione, come ad esempio l’attribuire l’origine del disturbo alle vaccinazioni. La fase