Fattori cognitivi ed emotivi nella ricerca di informazioni

In momenti storici e collettivi di grave rischio per sé e per gli altri, è fondamentale tenersi informati e comprendere ciò che sta accadendo. Tuttavia, la sovrabbondanza di informazioni e il fenomeno dell’infodemia che essa comporta rende sempre più difficoltoso ritrovare fonti e notizie attendibili. L’incertezza e la confusione che caratterizza eventi di questo tipo possono portare a comportamenti ossessivi riguardo la ricerca di informazioni oppure, di contro, ad un completo evitamento. Diversi fattori cognitivi ed emotivi influenzano ed orientano il comportamento relativo alla ricerca di informazioni durante momenti di rischio individuale e collettivo. Esempio esplicativo è quello della pandemia: l’impatto improvviso e globale del COVID-19 ha portato molte persone a cercare informazioni. I dati sulle tendenze di Google mostrano che “COVID-19” è stata la parola chiave più cercata in tutto il mondo a marzo e aprile 2020 (Google Trends, 2020). Ciò indica l’importanza della disponibilità delle informazioni durante una crisi di salute pubblica ma, al tempo stesso, mette in evidenza anche la necessità di garantire la corretta gestione di un flusso massiccio di informazioni e il ciclo di notizie 24 ore su 24. Tuttavia, in situazioni come questa, diversi fattori cognitivi ed emotivi influenzano la ricerca di informazioni o il suo evitamento. Ricerca o evitamento di informazioni Barsevick e Johnson (1990) hanno definito il comportamento di ricerca di informazioni come “azioni utilizzate per ottenere la conoscenza di un evento o situazione specifica”. In quanto tale, il comportamento di ricerca di informazioni enfatizza il comportamento attivo ed intenzionale, piuttosto che la scansione passiva dei media. L’elusione delle informazioni, descritta come “negazione, attenuazione o repressione” (Lambert e Loiselle, 2007), si riferisce alla scelta di un individuo di distogliere l’attenzione dalle informazioni. La paura di sapere nasce da istinti difensivi. Tale risposta difensiva si applica all’auto-riconoscimento degli individui e alla loro percezione dell’ambiente. Mentre un’epidemia rappresenta una grave minaccia per la società, i messaggi di rischio prolungati possono sopraffare le persone, soprattutto alla luce di informazioni massicce e contraddittorie che circolano attraverso vari canali di informazione. Le persone possono nascondersi da notizie angoscianti e deludenti e sentirsi insignificanti e impotenti perché alti gradi di incertezza fanno sembrare insensati gli sforzi individuali (Zhao e Liu, 2021). Fattori cognitivi ed emotivi A livello cognitivo, quando la persona sente una discrepanza tra ciò che dovrebbe conoscere su una determinata informazione e ciò che effettivamente sa, si attiva il comportamento della ricerca di informazioni. La persona decide così che ha bisogno di maggiori informazioni e sceglie il meccanismo di ricerca e le strategie di elaborazioni delle informazioni più adatti per arrivare al suo scopo. A livello emotivo, diverse ricerche hanno indicato che sia le emozioni negative che quelle positive possono stimolare comportamenti di ricerca di informazioni, specialmente in contesti ad alto rischio. Studio di Zhao e Liu (2021) Nel loro studio, Zhao e Liu (2021) hanno esaminato la relazione tra fattori cognitivi e affettivi e i comportamenti di ricerca o evitamento di informazioni delle persone in situazioni di rischio acuto attraverso un sondaggio online, con un campione di 1.946 persone, condotto nel febbraio 2020, durante lo scoppio della pandemia di COVID-19 in Cina. I risultati mostrano come l’insufficienza informativa percepita è correlata negativamente con il comportamento di ricerca di informazioni. L’insufficienza informativa percepita incoraggia il comportamento di evitamento delle informazioni e scoraggia il comportamento di ricerca di informazioni. Inoltre, è stata rilevata una relazione a forma di U invertita tra insufficienza informativa e comportamento di evitamento. Quando il livello di insufficienza informativa è relativamente basso, le persone evitano deliberatamente le informazioni rilevanti. Quando il divario di inadeguatezza delle informazioni si allarga, si passa a una ridotta tendenza a evitare. Tale risultato può essere spiegato sostenendo che il principio di sufficienza informativa si basa sull’analisi costi-benefici e non tiene conto del fatto che più informazioni non sempre aiutano le persone a prendere decisioni informate, specialmente nell’era di Internet (Zhao e Liu, 2021). In effetti, una maggiore conoscenza può causare dissonanza cognitiva o paura, specialmente tra le persone con bassa fiducia nel giudizio. Per quanto riguarda la dimensione affettiva, il sentirsi preoccupati o incoraggiati si correla positivamente con il comportamento di ricerca di informazioni, mentre l’elusione delle informazioni si correla positivamente con il sentirsi arrabbiati ed eccitati. I risultati hanno indicato che durante un’emergenza di salute pubblica, messaggi più intensi e rischiosi (come rabbia) possono stimolare un comportamento di evitamento delle informazioni. Conclusione Diversi sono i meccanismi che portano alla ricerca spasmodica di informazioni o al suo evitamento durante eventi globali ad alto rischio. Fondamentale è conoscerli e riconoscerli per poter implementare un’informazione funzionale, sviluppare pensiero critico e costruire comportamenti consapevoli. Fonti Zhao S and Liu Y (2021) The More Insufficient, the More Avoidance? Cognitive and Affective Factors that Relates to Information Behaviours in Acute Risks. Front. Psychol. 12:730068. doi: 10.3389/fpsyg.2021.730068 Barsevick, A. M., and Johnson, J. E. (1990). Preference for information and involvement, information seeking and emotional responses of women undergoing colposcopy. Res. Nurs. Health 13, 1–7. doi: 10.1002/nur.4770130103 Lambert, S. D., and Loiselle, C. G. (2007). Health information-seeking behaviour. Qual. Health Res. 17, 1006–1019. doi: 10.1177/1049732307305199

Fase 2. Non è un paese per vecchi. No, l’Italia decisamente non è un paese per vecchi. Eppure…

di Fulvia Ceccarelli Durante questa pandemia, di idiozie ne abbiamo dovute sentire tante. La prima, in ordine temporale, è ascrivibile a Boris Johnson. Al primo Boris Johnson, per l’esattezza. Che invitava i cittadini a prepararsi alla perdita dei propri cari, come tributo necessario al raggiungimento fisiologico dell’immunità di gregge nella popolazione. La seconda, è di pertinenza di qualche genius loci nostrano, che suggeriva il ripopolamento, dopo la pandemia, per fasce d’età. Facendo imbizzarrire non pochi ultrasessantenni. Che vengono considerati giovani ed efficienti, quando sono costretti a lavorare fino al compimento del sessantasettesimo anno di età. E paradossalmente decrepiti, tanto da dover essere protetti come una specie in via di estinzione, quando devono uscire per strada; indipendentemente dalle loro condizioni generali di salute. Delle due l’una. Mi sento di poter affermare che la comunicazione di quanto ci è accaduto in questi ultimi due mesi, da parte delle fonti ufficiali, è stata generalmente lacunosa, frammentaria, costellata di contraddizioni e probabilmente di omissioni. A partire dai dati stessi, per lo più non confrontabili tra loro.  E qui mi taccio. Veniamo all’Italia. Che, oltre ad avere gli abitanti mediamente più longevi di Europa, ha un numero sempre più elevato di centenari. La maggior parte dei quali vive al Nord. Il che contraddice la vulgata che al Sud si vive più a lungo perché il clima è più mite e i ritmi di vita meno stressanti. Di fatto, sembrano altri i fattori responsabili della longevità, oltre al DNA. E precisamente: la ricerca e il mantenimento di relazioni familiari e sociali profonde, che sconfiggono lo spauracchio della solitudine. Una maggior consapevolezza del proprio stato di salute e quindi la prevenzione, che dipende dall’efficienza delle strutture sanitarie e ospedaliere che la rendono attuabile. Un’attività fisica adeguata e infine una certa disponibilità economica, che permette cure più tempestive. Sappiamo tutti che non dovrebbe essere così, perché il nostro Sistema Sanitario Nazionale ha lo scopo di garantire a tutti i cittadini l’accesso a un’erogazione equa di prestazioni sanitarie. Lo afferma a chiare lettere l’articolo 32 della Costituzione, che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Se ne deduce che il nostro SSN cura anche i cittadini che non esibiscono la carta di credito, come accade in molte parti del mondo. Tuttavia la recente pandemia ha messo impietosamente a nudo le crepe di un sistema mortificato, fiaccato da troppi anni di politiche miopi, dissennate e predatorie. Dove la priorità non è stata il benessere collettivo ma le logiche di partito. Ciò è accaduto soprattutto nella ricca Lombardia, le cui strutture ospedaliere sono da sempre il fiore all’occhiello della sanità italiana. Quella privata – mi corre l’obbligo di sottolineare. Lombardia che ha pagato il più alto tributo in fatto di vittime. Molte delle quali, circa tremila, nelle Residenze per Anziani. Perché se l’onda d’urto del Covid19 è stata devastante, è pur vero che medici e infermieri hanno dovuto affrontarla impreparati e a mani nude. Mancava di tutto: posti in terapia intensiva, ventilatori meccanici, medicazioni, ossigeno, mascherine e tute protettive. Credo inoltre che un sistema sanitario degno di questo nome non dovrebbe mettere i suoi operatori nella terribile condizione di scegliere quali vite salvare. E non finisce qui. Molte RSA, oltre a non essere state chiuse tempestivamente, hanno anche ospitato un certo numero di pazienti covid convalescenti e forse ancora contagiosi. Che sono stati dimessi dagli ospedali in affanno. Ed è stata un’ecatombe. Tanto che ci sono delle indagini in corso per omicidio colposo plurimo, di cui si occuperà la Magistratura. Personalmente sono convinta che la vita umana abbia un valore intrinseco, che prescinde dall’età anagrafica. Stiamo parlando di persone con una vita e una storia e non di aridi conteggi statistici. Lo affermo senza retorica, quella che certa stampa ha provveduto ad elargirci a piene mani. Laddove un silenzio composto sarebbe stato più rispettoso, sia per le vittime che per i familiari. Di anziani si parla poco, quasi fossero un esercito di invisibili. E quando lo si fa, si usano toni enfatici. Credo per farci perdonare la generale disattenzione. In questa cornice vorrei inquadrare un episodio cui ho assistito qualche giorno fa. Edicola. Gente in coda a distanza di sicurezza, con mascherina. Tra le persone in attesa di acquistare il quotidiano, una vecchina curva sul suo bastone. Dignitosa. Felice di prendersi una boccata d’aria  dopo giorni di clausura forzata. La stavo ammirando, quando un commento proveniente dalla retrovie mi ha ferito le orecchie. Perché stonato, inopportuno e offensivo. Ma cosa ci fa quella lì in giro, che neanche si regge in piedi? Avrà pure qualcuno che si preoccupi di comprarle il giornale? Continuano a ripetere che i vecchi devono stare a casa: non ci vuole un genio a capirlo! Un’opera d’arte, insomma. Perché è difficile condensare in due parole un coacervo di luoghi comuni, banalità e mancanza di rispetto. Eppure questo signore ci è riuscito. Le sue considerazioni mi indignano, perché credo che questi grandi vecchi lottino quotidianamente per difendere una vita che sia degna di questo nome. Per mantenere un aspetto fisico decoroso e gradevole alla vista. Perché hanno coraggio da vendere nell’accettare un corpo in declino, che l’età non ingentilisce. Convivendo con la consapevolezza che la vita è agli sgoccioli e che proprio per questo merita di essere vissuta fino in fondo. Non finisce mai di stupirmi la saggezza di quegli sguardi e la fierezza di quelle mani nodose. Balzati fuori dal tempo, rappresentano la nostra memoria storica. La Storia incarnata di questo Paese. Penso ai loro racconti, densi di ricordi. Di un mondo che non esiste più. Destinato a finire con loro. Storie di vita vissuta, narrate con lucidità di pensiero e parole sapienti. Così diversi da quelli dei manuali di storia, in cui la ricostruzione degli eventi è tanto accurata quanto asettica. Un po’ come le fiabe della buona notte che ci venivano raccontate da un nonno, di cui ancora oggi serbiamo un ricordo vivido. Ciò premesso, dura fatica smontare la concezione di

Famiglie Arcobaleno: il caso italiano

Quando si parla di famiglie arcobaleno si fa riferimento a quei nuclei familiari composti da almeno un genitore non eterosessuale. Attraverso quali percorsi può nascere una famiglia arcobaleno?L’adozione. Le famiglie arcobaleno possono essere composte da coppie gay o lesbiche che hanno adottato dei figli o che li hanno avuti da precedenti relazioni eterosessuali. Il percorso di adozione è lungo e impegnativo. La procreazione medica assistita (PMA). Solitamente utilizzata nei casi di infertilità, si rivela un mezzo estremamente richiesto da coppie omosessuali che desiderano avere dei figli. Tecniche di PMA, come l’inseminazione artificiale o la fecondazione in vitro, possono essere impiegate da coppie lesbiche che ricercano una gravidanza. Altra modalità, richiesta soprattutto da coppie di uomini, è quella della gestazione per altri. In questo caso la gravidanza viene portata avanti da una terza persona, che può essere madre genetica del bambino oppure portatrice (se l’ovulo fecondato non è della donna).Coparenting. Meno comuni, e diffuse soprattutto in Belgio, sono le famiglie basate su accordi di co-genitorialità. Si può trattare di un uomo e di una donna LGBT+ oppure di due coppie omosessuali che, senza essere vincolati sentimentalmente, decidono di allevare insieme dei figli.  Attualmente le famiglie arcobaleno italiane rappresentano quasi il 2% della popolazione, quindi circa il 20% delle persone LGBT+ hanno almeno un figlio. Nel nostro Paese, le tappe che hanno segnato il percorso per l’acquisizione dei diritti di omogenitorialità sono state tre.–       La legge Cirinnà (L.76/2016) che regolamenta le unioni civili tra persone dello stesso sesso parlando di “persone maggiorenni unite stabilmente”. Resta tuttavia vietato la possibilità di adottare e di acquisire in questo modo il ruolo genitoriale.–       La legge 40/2004 si esprime sulle norme in materia di procreazione medica assistita, permettendone l’accesso in caso di sterilità o infertilità ma solo all’interno di coppie di “sesso diverso”. Al contrario, vieta la fecondazione eterologa e il ricorso alla gestazione per altri.–       La sentenza n°162/2014 dichiara illecito il divieto di PMA tramite fecondazione eterologa qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità. Tuttavia, non rimuove il limite di fecondazione eterologa per single e coppie omogenitoriali. La gestazione per altri resta inaccessibile a tutti. Questo quadro istituzionale ha portato molte coppie omogenitoriali a recarsi all’estero per accedere alla possibilità di diventare genitori. Questo potrebbe significare per la nostra professione un aumento di richieste da parte di nuove configurazioni familiari che si allontanano da quella a cui siamo stati da sempre socializzati. È importante implementare un lavoro di decostruzione di diversi stereotipi connessi al ruolo del paterno e del materno connessi esclusivamente al sesso biologico delle figure genitoriali. All’interno di un qualsiasi sistema familiare, è normale che i genitori si dividano i compiti educativi, consapevolmente o meno, e che da questo dipendano poi le differenze nei legami di attaccamento. La predisposizione individuale all’accudimento e all’educazione, e non il sesso di appartenenza, permette di assumere differenti ruoli nella crescita del bambino. Aumenta la necessità di formarsi ed aggiornarsi in tal senso per far fronte in modo competente e professionale ai bisogni richiesti dai nostri tempi.Una cosa è certa: l’unico elemento indispensabile alla nascita di una famiglia continuerà ad essere l’amore!

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale

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Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale degli utenti.Nasce un nuovo mondo, una terza dimensione in cui il mondo online e offline si compenetrano dando vita ad una nuova realtà. Il termine “Meta” indica il Metaverso: un insieme di spazi virtuali generati dai computer e popolati da “avatar“ o ologrammi, in cui convergono diverse tecnologie che consentono di fare qualsiasi cosa. Nel Metaverso le persone potranno incontrarsi e interagire pur non essendo fisicamente nello stesso posto, potranno teletrasportarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento per svolgere le attività quotidiane o vivere esperienze eccezionali. Un mondo parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce per mezzo della propria identità digitale. Quali saranno gli effetti sulla nostra salute mentale? Stiamo assistendo alla genesi di una rivoluzione virtuale che stravolgerà la società al pari, se non più, di quella digitale.Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come “il nuovo Internet”, in versione aumentata. Il rischio più grande che corriamo è quello di distaccarci completamente dalla realtà. Vivere in un universo virtuale proiettando la nostra immagine ideale rischia di farci perdere di vista chi siamo realmente.Siamo preparati a questo upgrade? Proprio come accade nei social network con le fake news, saremo in grado di distinguere cosa è reale da cosa non lo è?Sono in tanti a nutrire delle preoccupazioni, addirittura la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha espresso su Twitter il proprio disappunto, definendo Meta “un cancro per la democrazia”. Corriamo il pericolo di affrontare una svolta epocale con candida incoscienza, senza sviluppare le strategie di coping necessarie per far fronte a questa trasformazione. Meta non è un semplice gioco, ma una nuova dimensione relazionale, un’altra faccia della nostra realtà che è bene identificare con consapevolezza per non farci trovare, ancora una volta, vulnerabili e impreparati. Per cogliere questa inestimabile opportunità di progresso occorre, come sempre, una buona dose di attenzione e una corretta educazione digitale.

Fabio Capretto

Fabio Capretto responsabile scientifico della sezione napoletana SGAI la società gruppoanalitica italiana, approfondisce i saperi della psicologia.  L’oggetto di studio della psicologia è l’uomo nelle sue molteplici manifestazioni individuali e sociali.  L’uomo alla nascita è sprovvisto di ogni personale intenzione e pian piano diventa formato e intenzionato dall’ambiente in cui cresce e dalla cultura di appartenenza, sviluppando poi quelli che sono i modelli psicologici. Oggi come un tempo, agli psicologi psicoterapeuti viene chiesto di rispondere a una domanda di cura. Fornire un rimedio alla sofferenza, talvolta a questa domanda si cerca di rispondere portando la persona alle condizioni di equilibrio preesistenti. Come sappiamo questi sono equilibri non più tollerabili dal paziente, in quanto la crisi stessa gli impedisce l’auto progettazione e l’espressione della propria autenticità. La Gruppoanalisi, suggerisce che il progetto della psicologia potrebbe essere proprio lo sviluppo di un discorso intorno allo spazio che si può creare tra, l’universo delle nostre appartenenze originarie e la soggettività emergente. Il disagio psichico così non è più inteso come l’espressione di una malattia ma espressione di una nostra fatica, di una paura e un rifiuto.  Gli psicologi non più chiamati a guarire ma ad essere testimoni di queste nascite. Di questa soggettività che nasce, quindi ci si offre come l’altro nel dialogo, diventando promotori di un processo creativo e maturativo di differenziazione e individuazione, un processo che si attiva drammaticamente all’interno della relazione con l’altro e nel setting della psicoterapia. La psicologia può presentarsi così, non più come un complesso sistema di modelli epistemologici a confronto e alla ricerca della verità, ma come un sapere complesso sistemico, aperto proprio a questa nascita.

F.O.M.O Fear of missing out: “Paura di essere tagliati fuori”

F.O.M.O significa letteralmente essere tagliati fuori e nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network da parte degli adolescenti.  E’ una condizione patologica che si alimenta quando non si riescono a tenere sotto controllo tutte le attività dei propri contatti online, oppure quando sul proprio profilo non si visualizzano gli aggiornamenti e i “like” sperati.  È, dunque, una vera è propria ansia sociale nutrita dalla paura di perdere gli aggiornamenti social e dall’invidia per le esperienze belle e gratificanti altrui. Il concetto di FOMO è nato soltanto nell’ultimo millennio, associato alla diffusione dei social media. Tuttavia, il fenomeno non è nuovo, ma vecchio in quanto le persone hanno sempre provato la paura di lasciarsi sfuggire una vita migliore, di non cogliere le opportunità o di prendere le decisioni sbagliate.  Grazie a Facebook, Instagram & co. possiamo continuamente sbirciare nella vita di altre persone. Vediamo gli amici nella loro spensieratezza familiare, La vetrina digitale porta a confrontare incessantemente la propria vita con quella degli altri. Improvvisamente la nostra vita sembra noiosa, insulsa e proviamo un senso di fallimento. L’invidia aumenta e l’autostima diminuisce.  Così, si tende a tralasciare o ignorare il fatto che amici e sconosciuti mostrino sulle piattaforme principalmente o esclusivamente solo il lato positivo della loro vita quotidiana. Le persone che si sentono socialmente isolate sono particolarmente inclini a sviluppare la FOMO proprio nell’utilizzo dei social media.  Si potrebbe pensare che le piattaforme social abbiano un impatto positivo perché offrono opportunità di nuovi contatti, ma gli studi dimostrano quanto siano di fatto più distruttive. Se la “paura di essere tagliati fuori” nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network per “guarire” serve ripristinare un rapporto equilibrato con questi. La FOMO altro non è che una forma di insicurezza: lavorare su sé stessi potrebbe aiutare a risolvere il problema. Vie d’uscita? «Imparate a perdervi qualcosa!», scrive il medico e moderatore Eckart von Hirschhausen in una rubrica. Sebbene possa sembrare lapidario, si sta delineando questa controtendenza: la gioia di perdersi qualcosa. Il trend si chiama «Joy of missing out»,

Evoluzione della genitorialità

di Giulia Tarabbo da Psicologinews Scientific Guardando a ciò che sta accadendo in questo momento storico e osservandone le ripercussioni psicosociali, è possibile interrogarsi sulle relazioni familiari e su come queste si stano modificando. I grandi eventi storici hanno cambiato le relazioni tra i membri della famiglia. Alla base di queste modifiche vi è il cambiamento della comunità, all’interno della quale sono inserite le relazioni stesse e le richieste che la comunità fa ai singoli. È possibile differenziare le modalità con cui avvengono i cambiamenti sociali. Questi possono essere la causa o la conseguenza di eventi storici rilevanti come guerre, rivoluzioni o catastrofi naturali. Nella prima ipotesi, la crescente consapevolezza di un bisogno sociale e comunitario spinge gli individui ad aggregarsi in gruppi in base al bisogno condiviso da questi. Cosi i singoli assumono le caratteristiche delle MASSE descritte da Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “la massa è impulsiva, mutevole e irritabile. È governata quasi per intero dall’inconscio. (…) I sentimenti di una massa sono sempre semplicissimi e molto esagerati.” (1) Sulla base di questo principio le rivoluzioni partano cambiamenti sociali e culturali legati al bisogno di un gruppo di persone. Nel secondo caso, alle catastrofi naturali o alle guerre seguono cambiamenti sociali e culturali motivati da eventi non influenzati dai bisogni comunitari. In questi casi è la comunità che ha avuto necessità di adeguarsi ad un nuovo assetto politico e sociale di cui non è promotrice. È possibile, quindi, individuare un’evoluzione del sistema famiglia. Nell’ultimo secolo i bisogni emotivi individuali sono mutati, anche grazie al benessere economico e sociale della seconda metà del novecento. L’attenzione dedicata alle necessità dei bambini è sempre maggiore così come le conoscenze inerenti il loro sviluppo emotivo e psicoaffettivo. La teoria dell’attaccamento ha messo in evidenza come il ruolo del caregiver sia centrale per lo sviluppo dell’infante. Numerosi studi hanno evidenziato la presenza di correlazione tra uno specifico modello di attaccamento e psicopatologie. Intorno al ruolo del caregiver ruota l’attenzione di chi si interroga sulle dinamiche intra familiari. Moltissime ricerche sono orientate all’individuazione delle caratteristiche della madre sufficientemente buona. Ciò che sembra essere determinate è la capacità di essere presente emotivamente all’interno della relazione con il bambino. Essere madre e padre attualmente ha caratteristiche differenti da quelle che appartenevano alle generazioni precedenti. I ruoli del paterno e del materno si sovrappongo e si confondo. Lentamente e con grandi difficoltà la donna lascia il focolare e smette di essere solo madre. La donna decide di andare nel mondo eppure, nonostante la politica di inclusione così fortemente considerata, durante l’ultimo anno tantissime donne si sono trovate a dover rinunciare al proprio lavoro per rimanere a casa con i propri figli, costretti alla didattica a distanza. Va sottolineato come ad entrambi i genitori siano affidati i compiti legati sia al codice paterno che a quello materno. Le caratteristiche del codice materno riguardano la capacità di appartenere dell’individuo. La persona impara attraverso l’identificazione, l’apparenza, l’identificarsi con l’altro e le modalità con cui entrare in relazione. Al codice paterno sono invece attribuiti i compiti legati alla differenziazione. La persona va alla ricerca del nuovo e dell’altro diverso da sè. Apprendere e assimilare entrambi i codici è un aspetto fondamentale per lo sviluppo individuale. Dunque fatte tali premesse è possibile osservare come nel corso del tempo le figure genitoriali abbiano cambiato le modalità relazionali. Il ruolo normativo severamente vincolato all’autorità genitoriale è stato sostituito da figure genitoriali molto più accoglienti rispetto ai bisogni espressi dai figli. In tale passaggio sembra però essersi perso il ruolo di contenimento emotivo e normativo che pure appartiene alle figure genitoriali. Dalla pratica clinica sembra esserci da una parte la difficoltà di differenziazione tra genitori e figli e, dall’altra, si riscontra una difficoltà nella possibilità di fornire frustrazioni evolutive ai propri figli. I genitori sembrano essere preoccupati di perdere l’amore dei propri figli se assumono una funzione più normativa. Il disagio che segue questa difficoltà è possibile rintracciarlo in modo evidente attraverso il malessere espresso già a partire dal periodo adolescenziale. L’appartenenza ad una società, come descritta da Caludio Naranjo, dove prevale una mente patriarcale, ossia “una società nella quale la fame d’amore paterno e materno costringe la maggior parte delle persone ad una dipendenza affettiva.”,(2) pone ancor di più in evidenza le difficoltà osservate dai genitori. Il ruolo sociale richiesto agli adulti pone questi ultimi in un costante bisogno di riconoscimento affettivo, mettendo in atto un’inversione di ruolo. Non è più il genitore che riconosce e differenzia da sè il bambino, ma è il figlio che rispecchia l’integrità del genitore. Vengono così a sovrapporsi e a confondersi ruoli e funzioni ed il processo di separazione ed individuazione, che risulta essere fondamentale per la crescita, trova le resistenze dettate dalla paure di perdere l’amore vitale rispecchiato dal figlio. Note (1)Psicologia delle masse e analisi dell’Io, pag. 19. Biblioteca Bollati Borghieri. (2)La civiltà, un male curabile, pag- 78-79 Claudio Naranjo, FrancoAngeli 2017 Bibliografia CAVIGLIA G.; Teoria della mente, attaccamento disorganizzato, psicopatologia, Carducci, 2015. FREUD S.; Psicologia delle masse ed analisi dell’Io, Bollati Boringhieri,1975, 19. GUERRIERA C.; Il padre della mente, Idelson-Gnocchi, 1999 NARANJO C.; La civiltà, un male curabile, FrancoAngeli, 2017, 78-79.

EVOLUZIONE DEL RAPPORTO CON IL CIBO

Il nostro rapporto con il cibo va ben oltre il semplice nutrimento. Mangiare non è solo una necessità biologica, ma anche un atto sociale, culturale ed emotivo. Nel corso del tempo, le nostre abitudini alimentari sono cambiate radicalmente, passando da un’alimentazione di sussistenza a una di abbondanza, spesso guidata più dalla psicologia che dalla fame reale. In questo articolo esploreremo come i consumi alimentari si sono trasformati nel tempo e quali dinamiche psicologiche entrano in gioco nel nostro modo di scegliere e vivere il cibo oggi. In origine, l’uomo si nutriva per sopravvivere. La caccia e la raccolta imponevano una dieta dettata dalla disponibilità stagionale e geografica. Il cibo era scarso e prezioso, e il consumo era strettamente legato al bisogno fisico. Con l’avvento dell’agricoltura e poi dell’industria, il cibo è diventato più accessibile e abbondante. Questo cambiamento ha aperto le porte a una nuova relazione con l’alimentazione: da necessità a scelta, da sopravvivenza a simbolo culturale. In molte culture, il cibo ha assunto un ruolo identitario, diventando parte della tradizione, della religione e delle relazioni sociali. Oggi viviamo in una società dell’abbondanza, dove il problema non è più trovare cibo, ma scegliere cosa, quando e quanto mangiare. Questo ha portato a nuove sfide psicologiche: da un lato, il cibo viene spesso usato come strumento di conforto (basti pensare al “cibo consolatorio”), dall’altro cresce la pressione verso un’alimentazione “perfetta”, che rispecchi ideali estetici e di salute a volte irraggiungibili. I consumi alimentari moderni sono fortemente influenzati da fattori psicologici come: Stress e emozioni: mangiamo per ansia, noia o tristezza, non solo per fame. Social media e pubblicità: creano aspettative e ideali alimentari spesso irrealistici. Controllo e senso di colpa: il cibo può diventare terreno di lotta interiore, con diete restrittive, abbuffate o sensi di colpa frequenti. Negli ultimi anni, si è sviluppata una maggiore attenzione verso l’aspetto psicologico dell’alimentazione. Approcci come il mindful eating e il rifiuto della diet culture stanno aiutando molte persone a ristabilire un rapporto più sano e rispettoso con il cibo. Ascoltare il proprio corpo, riconoscere le emozioni legate al cibo e accettare la propria complessità psicologica rappresentano oggi un nuovo modo di alimentarsi. Il cibo non è solo ciò che mettiamo nel piatto, ma anche ciò che nutre la nostra mente e il nostro cuore. Capire l’evoluzione dei consumi alimentari attraverso la lente della psicologia ci permette di riflettere sul nostro comportamento quotidiano e di riconoscere che, spesso, ciò che ci spinge a mangiare ha radici molto più profonde della semplice fame. Solo riscoprendo una relazione più consapevole con il cibo possiamo ritrovare un equilibrio duraturo tra corpo e mente.

Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.

Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)