Adolescenti & autolesionismo: un meccanismo (apparentemente) incomprensibile

Di Antonia Bellucci “Il dolore che provo è così forte che non riesco a sopportarlo … ma lo posso trasformare … quando si trasforma in tagli o bruciature, allora sì … quello è un dolore che posso gestire!” Queste sono le parole di una ragazza di 14 anni: descrive il suo dolore e la strategia da lei adottata per riuscire a superarlo. L’autolesionismo è un fenomeno nascosto ma molto d i f f u s o , soprattutto tra gli adolescenti italiani e non. È un disturbo che colpisce il 6% della popolazione adulta e oltre il 15% degli adolescenti e dei giovani adulti. Particolarmente diffuso nella popolazione psichiatrica, si presenta di frequente all’interno dei disturbi di personalità borderline, ma può comparire anche in pazienti affetti da disturbi d’ansia, depressione, d i s t u r b i d e l comportamento alimentare o disturbi di personalità diversi dal borderline. La natura della p a t o l o g i a , s o l o d i r e c e n t e r i c o n o s c i u t a c o m e c l a s s e diagnostica a sé stante, è assai variegata: molteplici sono, infatti, le modalità con cui ci si può fare del male e molteplici sono anche le cause che spingono a condotte a u t o l e s i v e . S e b b e n e g l i atti autolesionisti abbiano una natura diversa rispetto ai tentativi di suicidio, esiste un forte legame predittivo tra i primi e i secondi, che sottolinea ulteriormente la necessità d i conoscere ed intervenire tempestivamente su questa forma di sofferenza. In questo breve articolo vengono introdotti i principali riferimenti al tema, illustrando sinteticamente il complesso meccanismo sottostante al comportamento patologico e le pr incipal i e ut i l i st rategi e di intervento. Sono molti gli adolescenti, in particolare le femmine, che si servono di questo peculiare modo di g e s t i r e un d o l o r e e m o t i v o . Adolescenti spaventati, permeati da sensazioni di solitudine e tristezza che li portano ancor più ad isolarsi, a nascondere il proprio dolore così come le ferite fisiche auto- inflitte che si procurano nella speranza di “far uscire il dolore dal corpo”. Sollievo però effimero quello da ferite fisiche, che difatti si affievolisce prontamente: così, un taglio dopo l’altro, il dolore si amplifica, diventa più forte e diviene, molto spesso, inconfessabile. Sono molti quelli che lo fanno, ma pochi gli adolescenti che rivelano questi “rituali” agli amici confidenti, ancora meno chi ne parla in famiglia. L’adolescenza è di per sé una fase della vita molto delicata, un momento in cui mentre il corpo cambia, le emozioni si amplificano e ognuno si trova a dover fare i conti con le proprie paure, con la rabbia, con la tristezza e anche con la vergogna. Così succede, purtroppo, che molti ragazzi iniziano a tagliarsi per imitazione, per provare, o semplicemente perché in quel momento non intravedono strategie migliori per gestire l’esplosione emotiva delle proprie sensazioni; con questa modalità diventa più comodo “buttarle fuori” perché vedere il proprio dolore circoscritto in una ferita evidente lo rende qualcosa di esterno, “identificabile e padroneggiabile”, piuttosto che un oscuro meccanismo interiore, soffocante quasi fino alla morte. Compito di genitori ed educatori è quello di mostrare ai ragazzi dei modi più sani e corretti per divenire consapevoli delle proprie emozioni; delle modalità efficaci per provare a comprenderle e gestirle, ossia per diventarne padroni senza lasciarsi travolgere da esse. La maggior parte dei ragazzi autolesionisti mostra scarsa accettazione di sé e lamenta una vita permeata da solitudine e difficoltà di comunicazione; molti di loro dichiarano di non sapere in che altro modo poter far fronte al loro dolore, tanto che anche solo dar voce a quel dolore li spaventa. Tuttavia la prassi psicologica ci rivela che molto spesso comunicare questo disagio, sentirsi accolti e ascoltati nella propria sofferenza, vivere un’esperienza empatica riguardo il proprio malessere, diminuisce significativamente questo comportamento aprendo così la strada ad una profonda crescita personale nel raggiungimento del proprio benessere. Il primo passo, come sempre, è la consapevolezza del problema. I ragazzi che mettono in atto comportamenti autolesionistici devono, quindi, riconoscerli come disfunzionali per la loro vita e devono attivare una serie di strategie utili per affrontarli: · Cercare gruppi di sostegno · Praticare uno sport, un hobby o una tecnica di meditazione (es. yoga) · Condividere il problema con familiari e amici · Liberarsi degli strumenti utilizzati per ferirsi · Chiedere aiuto a un esperto dell’età evolutiva · Fare una lista delle azioni alternative da compiere al posto d i f e r i r s i , o g n i qualvol ta si avver te lo stimolo. Cosa è possibile fare invece per un genitore che deve affrontare l’autolesionismo del proprio figlio? È importante non lasciarsi prendere dal panico e incoraggiare un dialogo che permetta a l ragazzo d i riconoscere il problema, cercando insieme strategie alternative per g e s t i r e i l d o l o r e e m o t i v o . Indispensabile è sempre l’ascolto: dietro un adolescente che si taglia c’è un adolescente che si sente trascinato da un fiume in piena di emozioni e sensazioni che non è in grado di gestire. Chi desidera aiutarlo deve tenere a mente tutto questo e offrirgli, per iniziare, un o r e c c h i o d i s p o n i b i l e e non giudicante, pronto ad arginare, insieme, quel fiume in piena. Al contrario, ci sono errori molto comuni che andrebbero evitati: · Far finta di nulla o minimizzare · P r e o c c u p a r s i e c c e s s i v a m e n t e , “ingigantire”
L’ansia: quando diventa un ostacolo che limita le azioni

Cosa si può fare quando si soffre di un disturbo d’ansia? La mindfulness può essere di aiuto? Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo. Nel mio studio incontro Sandra. Non riesce a studiare, nè a lavorare, nè ad uscire. Quando provo a capire cosa succede in quei casi, la sua risposta è: “non so cosa succede o perchè, ma sto male!”. Approfondendo la situazione, capiamo che Sandra ha sviluppato un disturbo d’ansia. Quando solitamente si sente parlare di ciò, la prima reazione è l’ansia stessa! “E’ brutta, fa paura, non la voglio!”. Essa, infatti, si manifesta attraverso sensazioni di timore e apprensione, che possono essere correlate da tremori, sudorazione, palpitazioni. Tuttavia, ansia e paura sono emozioni che da sempre fanno parte della storia dell’uomo. Quando è talmente forte da interferire con il funzionamento generale dell’individuo, allora diventa disfunzionale e può trasformarsi in un “disturbo”. Come nel caso di Sandra. Come abbiamo agito con Sandra allora? Sicuramente spiegare il meccanismo che avvia il circolo vizioso dell’ansia può essere di aiuto, ma non basta. E’ infatti una reazione automatica che si crea dinanzi a contesti percepiti come pericolosi. Lavorare sulle strategie di evitamento che l’individuo adotta. Se aprire il libro per studiare mi crea ansia, evitare l’ansia (e quindi di aprire il libro) diventa la mia azione abituale. Ciò vuol dire che non studierò più, rimarrò indietro con gli esami e questo innescherà molti sensi di colpa e pensieri di non essere in grado. Esponendo, in caso contrario, il soggetto, alle situazioni che creano più agitazione, gli si farà sperimentare che è possibile “stare con l’ansia” e, nonostante essa, mettere in atto azioni che hanno valore. Perchè la mindfulness può essere di aiuto? La mindfulness può essere molto utile nei casi di ansia patologica poichè, durante la pratica, si riesce a ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico che è alla base dei meccanismi di ansia. Con essa, inoltre, si possono affinare le abilità di osservazione di ciò che accade dentro e fuori di sè, aumentando la propria consapevolezza. Sandra, con tanto esercizio, è riuscita a riconoscere i pensieri come tali e a non farsi agganciare da essi, notando se stessa come “soggetto osservante”, nonchè a portare l’attenzione sul momento presente, senza focalizzarsi sui sintomi dell’ansia e sul circolo vizioso che solitamente si innescava con essi.
Minfullness per ‘pulire la mente’: abbandonare i pensieri automatici e fluire nel presente

Nella pratica psicoterapica le tecniche di respirazione e rilassamento mediate dalle tradizioni orientali offrono uno spunto di lavoro sui processi interni. La parola ‘mindfulness’ significa essere pienamente presenti e consapevoli di ciò che sta succedendo in un preciso momento. Questo concetto affonda le sue radici nelle tradizioni buddiste, il termine inglese deriva dalla parola ‘sati’ che nella lingua Pali significa ‘ consapevolezza o attenzione presente e attiva’ Quindi la mindfulness consiste nel prestare attenzione al momento presente fluendo momento per momento con quello che accade senza giudicarlo. Ci sono due cose importanti che accadono quindi: la prima è quella di disinserire ‘ pilota automatico dei pensieri’ attraverso l’attenzione costante e la seconda è quella che qualsiasi cosa accada in quel momento non venga valutata con un giudizio di valore. La nostra mente se lasciata a se stessa non si ferma mai e vaga tra pensieri, cose da fare, sensazioni fisiche, ricordi, in modo del tutto inconsapevole al soggetto. Così che potremmo non avere la consapevolezza che ci attardiamo in pensieri negativi magari per la maggior parte del tempo durante una giornata. Studi scientifici dimostrano l’interdipendenza tra salute fisica e benessere mentale. La minfullness offre una possibilità di aumentare tale benessere ed è un prezioso strumento nei disturbi mentali nei quali le persone sono con i pensieri o nel passato o nel futuro. Inoltre offre la possibilità di creare uno spazio mentale tra il pensiero e l’azione in quelle situazioni in cui c’è un’impulsività elevata o iperattività. La pratica può essere applicata anche ai bambini aumentando la creatività e la concentrazione. I benefici sono evidenti a chi segue una pratica quotidiana o anche a chi la utilizza sporadicamente.
Come parliamo a noi stessi conta: il caso di N.

Come parliamo a noi stessi? siamo soliti rivolgerti parole di cura, di comprensione, o di severa critica? Quando N. viene in studio, è in preda al panico. Non si sente capace di svolgere alcun compito, anche quelli quotidiani. Lo stesso cucinare, riordinare casa, diventano per lei fonte di un fortissimo stato di ansia. Visti i consistenti anni di psicoterapia pregressa, N. avanza la richiesta di iniziare un percorso basato sulle pratiche di mindfulness. Lavoriamo quindi sulla capacità di stare nel presente, di osservare, descrivere e partecipare. Dopo alcune settimane e un’esercitazione quotidiana e costante, N. afferma di sentirsi soddisfatta, più capace. Mi racconta di riuscire a vedere i colori più limpidi, i pensieri più chiari, di sentirsi forte di strategie che le permettono di tranquillizzarsi più velocemente. <<Talvolta>> – mi dice- << torna ancora quella bambina che non sa fare nulla, che ha paura. Ma le dico di andar via, e torno a fare le mie cose>>. La bambina di cui parla N. è lei all’età di 8 anni, iper-svalutata dalle figure genitoriali, che ha tanta difficoltà a seguire le lezioni velocemente come le sue compagne, a fare amicizia, ed è molto spaventata dalle mura alte e giganti della scuola. N. nelle precedenti terapie ha lavorato molto sulle cause delle insicurezze di quella bambina: sa elencarmi alla perfezione gli episodi di forte invalidazione che hanno legittimato le sue difficoltà. Eppure, quella bambina sembra essere ancora molto presente e minacciosa. La identifichiamo insieme come la parte del sé più fragile, e cominciamo ad ascoltarla, a parlarle. <<Ti odio, per colpa tua io ora sono così, insicura e spaventata. Non potevi essere come le tue compagne? Non potevi cavartela meglio?>>. N. incarna alla perfezione l’invalidazione genitoriale. <<Come avresti voluto che gli adulti intorno a te ti aiutassero difronte alle tue evidenti difficoltà?>> le chiedo. Dopo un po’ di riflessione, N. mi risponde <<Avrei voluto mi stessero vicino e mi dicessero che insieme si poteva affrontare tutto>>. <<E perché, ancora oggi, parli a questa bambina, ora che sei tu il suo unico adulto, come i tuoi genitori hanno fatto con te?>>. Proviamo a rivolgerle parole diverse, ad essere curiose di ciò che ha da dire e che potrebbe provare: proviamo a rivolgerle parole d’amore. Dopo alcune settimane di lavoro, N. si presenta in seduta gioiosa e fiera di sé. <<L’ansia>> – mi dice – <<me la vivo come una vecchia amica. Si siede accanto a me, resta per un po’, in silenzio, e poi va via>>. Qualche giorno fa ha poi rivisto quella bambina, sembra le abbia chiesto scusa. <<Non preoccuparti, insieme ce la facciamo>>, le ha risposto. Come parliamo a noi stessi conta.
Ansia, conoscerla e accoglierla: è possibile?

Quali sono le componenti dell’ansia? E come si può imparare a conviverci? Vediamolo insieme in questo articolo. Ormai una delle parole più frequenti nel vocabolario di tante persone è: “ansia”. I soggetti tendono ad autodefinirsi “ansiosi” come se questo fosse il peggiore di tutti i mali. Ma cosa accadrebbe se provassimo a conoscerla meglio? Probabilmente riuscirebbe a spaventarci di meno. Definizione dell’ansia L’ansia è un’emozione universale che rappresenta una componente necessaria all’organismo per rispondere allo stress. Può essere dunque adattiva quando prepara il soggetto ad affrontare potenziali pericoli portando ad una crescita personale. Si compone di: una parte cognitiva (aspettative di pericoli imminenti e sottostima della capacità di fronteggiarlo attivano “schemi di pericolo”; questi schemi rinforzano i sintomi d’ansia creando un circolo vizioso che accresce il senso di fragilità dell’individuo prevedendo per lo più scenari catastrofici); somatica (la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumentano, le funzioni del sistema immunitario e digestivo diminuiscono); una parte emotiva, che include paura, apprensione, preoccupazioni; una parte comportamentale (fuga, attacco o freezing). E come diventa disfunzionale? Quando il malessere cresce a dismisura potenziato soprattutto dalla parte cognitiva e dagli schemi di pericolo, l’individuo può iniziare a mettere in atto comportamenti che interferiscono con le sue normali attività. Gli evitamenti proteggono il soggetto nell’immediato, ma rafforzano il circolo vizioso negativo che ha iniziato a stabilizzarsi. I sintomi ansiosi (che a loro volta si suddividono in sintomi cognitivi, emotivi e somatici) iniziano a rappresentare essi stessi una minaccia. Concentrandosi sui sintomi, interpretandoli come indice di un grave disturbo fisico o psicologico, il soggetto modifica la percezione di sè, degli altri e del mondo circostante. Come gestire i sintomi? Conoscere cosa avviene quando il soggetto dice di provare ansia può già servire per comprendere e normalizzare ciò che si percepisce invece come catastrofico. La mindfulness può diventare uno strumento importante per imparare a notare ed essere quindi consapevoli della propria esperienza interna: così, anzichè evitarla, impareremmo a conoscerla e ad accoglierla come “esperienza normale”. Non esitiamo a contattare un professionista della salute mentale perchè più si aspetta più diventa difficile uscire dal circolo vizioso che si crea!
Mal d’Amore: l’affetto fuori controllo

di Antonia Bellucci “Ci sono amori felici.Ci sono amori infelici.E poi ci sono storie comecerti quadri appesi: tutti livedono storti, tranne i dueabitanti della casa. Storieche non hanno nulla a chefare con la felicità e,soprattutto, con l’amore”. Tra tut te le forme di dipendenza, quella meno tangibile è certamente la dipendenza affettiva.L ’ o g g e t t o d i q u e s t a dipendenza non è qualcosa di materiale, una sostanza, una bottiglia ma è una relazione.Si potrebbe dire che l’amore sembri essere una sorta di dipendenza naturale, un’ “ a l t e r a z i o n e psicofisica normale” sperimentata dalla maggior parte degli esseri umani almeno una volta nella vita. La relazione romantica, dunque, potrebbe essere una dipendenza “positiva”, quando l a r e l a z i o n e è reciproca e non tossica, ma può diventare facilmente una dipendenza pericolosamente negativa quando è inappropriata, non reciproca o non ricambiata.Secondo il dizionario francese Le Grand Larousse, l a d i p e n d e n z a a f f e t t i v a “designa un bisogno generale ed ec ces s i v o di es ser e accuditi, bisogno che porta ad u n c o m p o r t a m e n t o sottomesso e ad un’angoscia da separazione”. Questa dismisura, quest’impotenza e questa perdita totale della propria autonomia emotiva caratterizzano la dipendenza affettiva, un male che genera sofferenza, perdite dolorose e tristi conseguenze nella vita della persona che ne soffre. In alcuni casi, tutto ciò conduce anche a gelosia, controllo ossessivo dell’altro e violenza. Nel brivido dell’incertezza di volersi, nel silenzio che lascia in attesa di un ritorno, nel fuoco passionale che arde e c o n s u m a , n e l b u i o d i prospettive, nell’incessante sfida con sé stessi a fare di più e meglio, per rendersi amabili, si ritrova quella scossa che distrae ma che non risolve la carenza d’affetto originaria. Vivere queste relazioni disfunzionali è un pò come stare sulle montagne russe, abbandonati totalmente all’euforia che dalla vetta porta a l p r e c i p i z i o lasciando disorientati dalla sofferenza che si prova. I s e g n i e i s i n t o m i d e l l a d i p e n d e n z a affettiva sono, in gran parte, s p e c u l a r i a q u e l l i delle dipendenze comportamentali, e includono: il piacere derivante d a l l ’ o g g e t t o della dipendenza tolleranza: il bisogno costante di aumentare il tempo trascorso con il partner diminuendo, parallelamente, il tempo investito in attività autonome o contatti con altre persone astinenza: la comparsa di emozioni negative molto intense, come a n s i a , p a n i c o , depressione, quando il partner è fisicamente o emotivamente distante perdita di controllo: l’incapacità di riflettere in maniera lucida sulla propria situazione e di controllare i propri c o m p o r t a m e n t i , alternata a momenti di l u c i d i t à i n c u i l a persona dipendente sperimenta vergogna, umiliazione e rimorso. Nella vita quotidiana, questi segni e sintomi si riflettono in una g r a n d e v a r i e t à d i c o m p o r t a m e n t i e a t t e g g i a m e n t i del dipendente affettivo: le emozioni del partner hanno più importanza rispetto alle proprie la stima di sé dipende d a l l ’ a p p r o v a z i o n e dell’altro prendere una posizione o una decisione diventa difficoltoso e causa forti sensi di colpa la paura di essere abbandonati è talmente intensa che la maggior p a r t e d e i comportamenti hanno la funzione di evitare la solitudine e il rifiuto riconoscere ed esprimere i propri pensieri ed emozioni è difficile o spaventoso la maggior parte del proprio tempo viene i m p i e g a t o p e r controllare il partner le conseguenze n e g a t i v e c h e l a relazione produce in tutti gli altri ambiti vengono ignorate L e c a r a t t e r i s t i c h e d i una dipendenza affettiva, ad ogni modo, si intrecciano, in larga parte, ai tratti di una p e r s o n a l i t à d i tipo dipendente; le persone c h e s i r i t r o v a n o a essere dipendenti da una relazione, infatti, presentano spesso i seguenti tratti di personalità: difficoltà nel prendere d e c i s i o n i , a n c h e q u o t i d i a n e , senza chiedere consigli e r a s s i c u r a z i o n i . La mancanza di fiducia nella propria capacità di fare scelte corrette e l ’ e s t r e m a c o l p e v o l i z z a z i o n e quando si commettono errori, rende terrificante l a p o s s i b i l i t à d i sbagliare bisogno che altre persone si assumano la responsabilità di ambiti importanti della propria vita. Le sfide quotidiane diventano difficoltà i n s o r m o n t a b i l i e impossibili da affrontare da soli difficoltà nell’essere in disaccordo con gli altri. U n a persona dipendente sen t e d
ATELOFOBIA e La Ricerca della Perfezione

L’Atelofobia, è un disturbo psicologico collegato al desiderio maniacale di essere perfetti in ogni cosa, la parola deriva dal greco ατελ?ς, atelès, “imperfetto, incompleto” e φ?βος, phóbos, “paura”, ed è quindi la “paura dell’imperfezione”. Le persone con Atelofobia mancano di fiducia in sé stesse ed erroneamente ritengono che verranno accettate dagli altri solo nella misura in cui saranno ineccepibili, perfette e sempre disponibili nei confronti altrui. Pertanto, si sforzano di eccellere in ogni campo della vita, si mostrano esageratamente compiacenti, immaginando che questo atteggiamento è ciò che gli altri si aspettano da loro. In realtà tali standard e la critica non sono richieste che provengono dall’esterno ma dalla persona stessa che si tratta in modo esageratamente severo. Essi potrebbero avere avuto dei genitori, o altre figure significative, molto esigenti che li hanno spinti a perseguire obiettivi impraticabili, pena l’essere sottoposti a severe critiche o punizioni. L’Atelofobia, essendo marcata fortemente dalla paura dell’imperfezione, porta le persone che ne soffrono a giudicarsi molto duramente, spesso fissando obiettivi troppo elevati e non realistici. Questa tendenza al porsi obiettivi irrealistici porta, nel momento in cui non vengono raggiunti, a provare rabbia e risentimento e ad una forte paura che il fallimento possa riproporsi in futuro e quindi preferiscono evitare di esporsi. Esistono diversi sintomi psicologici che si possono considerare tipici dell’Atelofobia: frequenti comportamenti di evitamento, sentimenti di impotenza, ansia e paura estrema, paura di perdere il controllo, confusione, irritabilità e mancanza di concentrazione. Possono comparire anche sintomi fisici, come iperventilazione, secchezza delle fauci, palpitazioni, nausea, mal di testa e sudorazione eccessiva. Se si mostrano segni di Atelofobia, è importante consultare un professionista della salute mentale. Le opzioni di trattamento possono includere cambiamenti nello stile di vita, terapia dell’esposizione, terapia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e, in alcuni casi, farmaci. In generale, il superamento dell’atelofobia non è un processo semplice, ma che richiede pazienza, volontà e cooperazione da parte dell’individuo colpito.
Il disturbo ossessivo compulsivo: quando i pensieri e i comportamenti disfunzionali soffocano l’iniziativa

Il disturbo ossessivo compulsivo affligge circa l’1% della popolazione generale e compare nell’infanzia o nell’adolescenza. Esso è caratterizzato dalle cosiddette ‘ossessioni’ ovvero pensieri, immagini, impulsi non desiderati o ego distonici che creano una marcata ansia nel soggetto che li sperimenta. Per questo motivo la persona che ne è affetta tenta di sopprimere le ossessioni anche attraverso le cosiddette ‘compulsioni’ ovvero comportamenti o atti mentali che servono a neutralizzare le ossessioni. Per esempio una persona può avere l’ossessione di essere contaminato da batteri e reagire a ciò lavandosi compulsivamente le mani. Sia i pensieri che i comportamenti compulsivi occupano molto tempo della vita del soggetto e nel quotidiano i progetti sono ‘soffocati’ e messi da parte. La sequenza ossessiva compulsiva tende a dare sollievo solo per un periodo limitato di tempo, per questo la sequenza deve essere ripetuta frequentemente. Per le sue stesse caratteristiche il disturbo ossessivo compulsivo viene accomunato alle dipendenze patologiche chimiche o comportamentali, o ad altre situazioni di ‘coazione a ripetere’ ovvero quei disturbi per cui la persona sembra essere in loop che si ripete. Ci sono poi disturbi in comorbilità con il DOC ovvero che possono essere presenti assieme al disturbo ossessivo compulsivo e le ricerche dicono che questi sono: la depressione, insonnia abuso di alcool, dipendenze da sostanze. Le persone che ne soffrono raccontano dell’impotenza che provano per l’impossibilità di portare avanti le proprie attività a causa del disturbo stesso. Le ossessioni sono di 4tipi: contaminazione, ordine o pulizia, tabù culturali o sessuali, paura di recare danno agli altri o se stessi. Quali sono le cause: recenti ricerche mostrano un’alterazione dei circuiti della serotonina o della dopamina. Studi di neuroimaging hanno individuato un mal funzionamento dei gangli della base con una maggiore attivazione di questi nell’emisfero sinistro. Il disturbo può essere affrontato sia da un punto di vista farmacologico che psicoterapico o in modo combinato. Per quanto riguarda la psicoterapia la terapia ad orientamento gestaltico e analitico transazionale, che è l’orientamento con il quale opera la scrivente offre la possibilità di lavorare sia sui pensieri che sui comportamenti disfunzionali esplorandoli con tecniche specifiche che consentono alla persona di ‘conoscere’ da vicino le proprie paure e di integrarle, di rafforzare una parte ‘adulta’ più lucida che possa elaborare strategie più efficaci al posto della compulsione. Anche le tecniche di mindfulness occupano un ruolo fondamentale nel processo. Esse aiutano a creare lo ‘spazio mentale’ che serve alla persona per non scivolare in modo automatico nei pensieri e nei comportamenti disfunzionali.
Una relazione di cura per due: narrazioni di terapia

Ho sempre pensato che la relazione di cura fosse tale, di fatto, per l’utente e solo indirettamente positivo per il professionista. Oggi invece mi sono sentita accarezzata in seduta: da psicologi, vi è mai capitato? È un momento di oscillazione nella terapia a cui sto assistendo in presenza del mio supervisore. I numerosi tentativi di invasione di campo da parte dei genitori di M., di 17 anni, portano alla continua necessità di rivendicare le caratteristiche del setting in un servizio, il Ser.d., poco complice e sensibilizzato alla necessità terapeutica. L’ultima grande invasione si è avuta quando ricevo una chiamata da parte del responsabile, pochi minuti prima del nostro incontro settimanale, che mi informa del desiderio, da parte di M., di continuare il percorso senza di me. Dopo che M. spiegherà prontamente di non essere al corrente di quanto accaduto, torno in seduta. Inutile dire quanto questo evento sia andato a scontrarsi con il mio vissuto di profonda inadeguatezza, con il quale combatto a denti stretti per riappropriarmi del piccolo spazio esterno occupato dalla mia presenza. Per questo motivo, il mio ritorno è stato difficile e complesso. La relazione è in stallo, l’imbarazzo e il timore del giudizio sono difficili da gestire per entrambe, e troppo ingombranti nella stanza. Il mio supervisore prende quindi le redini della situazione e io sento il bisogno di farmi da parte. Cerco di rendermi invisibile sulla sedia tentando, silente, di rendere sempre meno evidente la costellazione di insicurezze che ingombrano il campo e non mi permettono di essere presente al momento. M. comprende e rispetta il mio silenzio e, dopo qualche sguardo incuriosito, comincia la seduta con il mio supervisore. Più volte durante l’ora sento il suo sguardo posarsi su di me, timido ma dolce, come ad accertarsi che io sia ancora lì. Mi riscalda. Accetta il mio silenzio godendo dei miei assensi, dei cenni alle sue parole, due occhioni che mi comunicano <<ci sei anche tu, lo sto narrando anche a te>>. Pian piano, nei successivi incontri, comincio a riprendere la mia voce, una parola alla volta. Mi riapproprio degli esercizi di mindfulness a inizio seduta, dei collegamenti, delle verbalizzazioni dei movimenti di M., riprendo fiducia nei miei, inevitabilmente anche nostri, insight. È l’espressione viva e compiaciuta di M. che mi permette di aggiungere sempre qualcosa in più. Mi sento più comoda sulla sedia, posso farmi più grande. Ritorno ad occupare il mio posto. Perché si, questo è anche il mio posto. Lavoriamo sul primo movimento di autonomia di M. da una madre fagocitante, nella difesa di un setting di cui io sono parte integrante. Oggi mi sento adeguata, sono parte del processo, in una relazione in cui evolviamo entrambe, una relazione di cura per due.
Quando il giudizio degli altri diventa troppo importante: il fenomeno dell’ansia sociale

di Loredana Luise Negli ultimi tempi incontro sempre più spesso ragazzi o ragazze che mi raccontano di provare una forte ansia, soprattutto in situazioni nelle quali devono riuscire a dimostrare il loro valore agli altri, come nelle interrogazioni a scuola e nelle gare sportive. Lavorando negli sportelli d’ascolto a scuola mi capita d’imbattermi in ragazzi dagli 11 anni in su, che mi riferiscono di sentirsi minacciati da quello che gli altri possono pensare, e non necessariamente dagli adulti, quanto piuttosto dai loro coetanei. E’ una vera e propria necessità di evitare figuracce, o situazioni imbarazzanti, che possano metterli in cattiva luce rispetto al gruppo, del quale ricercano continuamente l’approvazione. Spesso sono ragazzi timidi e taciturni che osservano in silenzio le dinamiche del gruppo, ma a volte sono anche soggetti ben inseriti che invece si sentono sempre sotto giudizio dei loro coetanei. Mi capita di ricevere richieste di consulenza da parte di genitori preoccupati dei loro figli che manifestano questo tipo di disagio emotivo, e altre volte da parte di insegnanti che si trovano a gestire situazioni piuttosto difficili e particolari nel contesto classe. La pandemia ha peggiorato la situazione L’ansia sociale è un fenomeno conosciuto e studiato lungamente, ma probabilmente, le situazioni di isolamento degli ultimi due anni, legate alla situazione pandemica, hanno notevolmente esacerbato questa sintomatologia. La mia sensazione è che chi probabilmente già prima della pandemia in qualche modo provava molta apprensione per i contesti di prestanza, avendo sperimentato per lungo tempo l’isolamento, ed evitato situazioni di gruppo o semplicemente di confronto, sia ancora più disabituato a dimostrare agli altri quanto valga veramente. Limite tra timidezza e ansia sociale I ragazzi timidi e riservati sono sempre esistiti, noi tutti abbiamo avuto un compagno talmente timido dall’averne sentito a malapena la voce, ma il limite tra timidezza ed evitamento per ansia sociale è molto sottile. Molti soggetti timidi riescono comunque a essere prestanti e a vivere il loro stato di riservatezza come una caratteristica personale anche apprezzata o apprezzabile, altri invece, lottano con la paura di confrontarsi al punto da isolarsi. La riduzione delle esperienze sociali e delle situazioni di confronto pubblico ha sicuramente fornito invece esperienze piacevoli di isolamento che hanno rafforzato la strategia di evitamento dei contesti pubblici di confronto. Il fenomeno dell’isolamento sociale da parte di ragazzi, giovani adulti e anche adulti è oramai una realtà in crescendo e va di pari passi con l’iperconnessione ad internet e il progressivo estraniamento da contesti di vita concreta. Anche chi da lungo tempo lavora in smartworking, ed ha da sempre delle caratteristiche di personalità tendenti all’individualità, sicuramente predilige la situazione che vive evitando i contesti di confronti che sono da sempre fonte di ansia, con il rischio di non riuscire più a gestire però un futuro rientro in un contesto sociale. Quali sono i vissuti di chi vive questo stato emotivo I ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto o che vengono con le famiglie in consulenza privata riportano spesso come sintomi anticipatori stati di tachicardia, iperventilazione, difficoltà a deglutire o problemi gastrointestinali. Gli effetti sull’evento specifico invece sono l’impossibilità o la difficoltà a parlare, l’annebbiamento, l’amnesia momentanea o lo stato confusionale generalizzato. Tra gli adulti che nel tempo hanno imparato a riconoscere i sintomi mi raccontano di utilizzare varie strategie di evitamento che spesso però si correlano con sintomi fisici precisi dei quali sanno fare dettagliatamente il resoconto. A conferma di uno studio condotto da Beck e Emery la modalità che utilizzano questi soggetti per valutare le situazioni a rischio ha un doppio codice. Quando sono lontani dallo stimolo fonte d’ansia, hanno una valutazione completamente razionale mentre appena si avvicinano alla situazione ansiogena utilizzano un codice del tutto irrazionale che non consente loro di affrontarla in modo adeguato, per lo meno emotivamente. Molti di loro riescono anche a essere comunque produttivi e precisi ma lo sforzo per raggiungere tale perfezione va notevolmente a discapito di un minimo equilibrio emotivo e lontanissimo dalla possibilità di poter godere del risultato. Altri invece sono in tale difficoltà che pregiudicano notevolmente il risultato inanellando una serie d’insuccessi l’uno sull’altro che minano completamente la loro autostima. Ma qual è l’origine di questo estremo bisogno di approvazione altrui? L’ansia sociale è un vero e proprio disturbo multifattoriale e per tale motivo si presume che possa originare da fattori genetici, da fattori ambientali e educativi o in alcuni causi da eventi traumatici. Molti studi confermano il fatto che crescere con un genitore che ha un vissuto simile, con molta probabilità comporterà l’insorgere di questa sintomatologia: l’ipervigilanza, l’atteggiamento fobico controllante o le eccessive aspettative di risultati e successi come modalità educativa dei genitori sono altri fattori predisponenti. L’autostima è sicuramente il valore chiamato in causa principalmente in questi contesti esperenziali. Un soggetto che non ha un’adeguata autostima, che vive da sempre grandi insicurezze rispetto le sue capacità e potenzialità, sicuramente teme molto di più il giudizio degli altri rispetto a chi è riuscito ad accrescere la propria autostima e il proprio valore personale. Quindi le modalità di attacamento con i genitori o le figure di accudimento, una tendenza educativa giudicante e molto attenta alle apparenze e all’immagine pubblica possono sicuramente influire sull’insorgenza di questi vissuti emotivi. Quando si trasforma in un vero e proprio disturbo Sappiamo che è impossibile prescindere completamente dal giudizio degli altri. In una società in cui la ricerca del LIKE sui social e della continua approvazione di massa, il rischio che si corre è che si perda di vista l’importante processo di autodeterminazione e di valore personale che sono necessari alla formazione dell’autostima. Se già da bambini si inizia a vivere i contesti sociali in questo modo, la vita diventa veramente faticosa, ed in effetti molti studi dimostrano come sia logorante per il fisico e per la mente mantenere costanti questi alti livelli d’ansia e di connessa ipervigilanza. Riconoscere quanto prima in modo razionale la possibilità di incorrere in un vero e proprio disturbo è il primo passo, affrontare un preciso percorso per gestire la sintomatologia e lavorare sui pregressi