Il viaggio emotivo della genitorialità desiderata: PMA e vissuti psicologici

Negli ultimi anni i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sono diventati una realtà sempre più presente nella pratica clinica e nei servizi territoriali. L’accesso ai trattamenti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale e le ASL ha rappresentato un importante passo avanti in termini di equità e tutela del diritto alla cura. Tuttavia, accanto alla dimensione medica, esiste un universo emotivo spesso silenzioso, fatto di speranze, attese, frustrazioni e trasformazioni profonde dell’identità individuale e di coppia. L’infertilità: una ferita invisibile L’infertilità o la difficoltà a concepire non rappresentano soltanto una condizione medica. Per molte persone costituiscono una vera e propria esperienza di perdita: la perdita dell’immagine di sé come genitore “naturale”, del controllo sul proprio corpo e, talvolta, della spontaneità del desiderio di avere un figlio. Molte coppie raccontano di sentirsi improvvisamente diverse dalle altre, isolate in un mondo in cui la maternità e la paternità sembrano esperienze semplici e scontate. A questo si aggiungono il senso di inadeguatezza, la vergogna e, non raramente, un profondo sentimento di colpa. La sofferenza è spesso invisibile perché socialmente poco riconosciuta. Non esistono rituali per elaborare il lutto di una gravidanza che non arriva e chi attraversa questi percorsi si trova frequentemente a convivere con domande indiscrete, consigli non richiesti e aspettative familiari che possono amplificare il dolore. La medicalizzazione del desiderio di genitorialità L’accesso ai percorsi di PMA determina una progressiva trasformazione del desiderio di avere un figlio in un processo altamente medicalizzato. Il tempo della coppia viene scandito da protocolli, esami diagnostici, monitoraggi, attese e decisioni terapeutiche. La sessualità perde frequentemente la sua dimensione spontanea per assumere una funzione strumentale e riproduttiva. Particolarmente significativo appare il vissuto corporeo delle donne, che descrivono spesso la sensazione di un corpo espropriato della propria intimità e costantemente sottoposto a valutazione clinica. Il corpo diviene contemporaneamente oggetto di cura, di speranza e di possibile delusione. Anche gli uomini, sebbene meno frequentemente coinvolti nelle procedure invasive, sperimentano sentimenti di impotenza, fallimento e perdita di controllo, vissuti che non sempre trovano adeguati spazi di elaborazione. La coppia e la ridefinizione degli equilibri relazionali Dal punto di vista sistemico-relazionale, la PMA costituisce un evento critico che investe l’intero sistema di relazioni. Il percorso diagnostico-terapeutico richiede alla coppia una continua riorganizzazione dei propri equilibri interni, delle aspettative reciproche e delle modalità di comunicazione del dolore. La letteratura evidenzia come i partner possano sviluppare strategie di coping differenti: uno dei due può ricercare il confronto e la condivisione emotiva, mentre l’altro può privilegiare modalità di gestione maggiormente razionalizzanti o evitanti. Tali differenze, se non riconosciute, possono essere vissute come mancanza di comprensione o disinvestimento affettivo. Parallelamente, anche il sistema familiare allargato entra nel processo. Le aspettative intergenerazionali, i mandati familiari relativi alla genitorialità e le pressioni esplicite o implicite provenienti dalle famiglie d’origine contribuiscono a definire il significato che la coppia attribuisce alla propria esperienza di infertilità. Conclusioni La PMA rappresenta uno dei contesti clinici nei quali appare maggiormente evidente l’inscindibilità tra corpo, mente e relazioni. Dietro ogni protocollo terapeutico vi sono persone e coppie impegnate in un complesso lavoro di ridefinizione identitaria, di elaborazione delle perdite e di confronto con il limite e con l’incertezza. Per i professionisti della salute mentale e per i servizi territoriali la sfida consiste nel costruire percorsi di cura che non si limitino alla dimensione biologica della riproduzione, ma che sappiano accogliere e accompagnare la sofferenza emotiva, relazionale ed esistenziale che abita il desiderio di diventare genitori. “La domanda di un figlio non riguarda soltanto la nascita di un bambino, ma interroga le storie familiari, i mandati transgenerazionali e le rappresentazioni della generatività che attraversano le generazioni. La PMA diventa così uno spazio clinico privilegiato per osservare come il desiderio, il limite e la perdita si inscrivano nelle trame relazionali e nei processi di costruzione dell’identità individuale e di coppia.“ Bibliografia

Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità.  E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024

Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.

“Costruire” il Pensiero: adolescenza e crisi di simbolizzazione

L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi. Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo. L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire. La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere. In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione. In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione. Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili. Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato. Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento. L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.

Effetto Zeigarnik e i file mentali non chiusi

La psicologa lituana Zeigarnik teorizzò all’inizio del secolo scorso un fenomeno psicologico che porta il suo nome. Tale effetto riguarda il fatto che la mente umana ha la tendenza a ricordare, con maggiore facilità e insistenza, i compiti e le azioni rimaste incomplete. L’autrice, in seguito all’esperimento sottoposto ai suoi studenti, notò che quelle attività non completate creavano una tensione psicologica che impediva al cervello di concentrarsi su altri processi. Da qui, l’effetto Zeigarnik inquadra proprio quella tendenza delle persone a chiudere i cosiddetti cerchi mentali per evitare quindi l’ansia da completamento. Nella vita quotidiana, spesso, L’incalzare degli eventi, la procrastinazione, il sovraccarico cognitivo e lo stress giocano un ruolo determinante nel non portare a termine i compiti. Così facendo, l’individuo, anziché portare coscientemente l’attenzione altrove, lascia aperti dei processi cognitivi che creano tensione in sordina, fino a quando non vengono conclusi. Ne consegue spesso una sensazione di sopraffazione per tutte quelle cose ancora da dover fare, creando confusione e stress mentale. Capita di frequente, che il completamento del compito può essere risolto in breve tempo invece di lasciare il file mentale aperto. Ocomunque può essere scomposto in piccoli blocchi orientati alla conclusione che determinerebbe una situazione mentale di soddisfazione e ordine.

Il Regno Unito verso il divieto dei social media per gli under 16: una svolta destinata a fare scuola?

Dopo l’Australia, anche il Regno Unito sembra pronto a intraprendere una strada che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: limitare drasticamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Negli ultimi mesi il dibattito britannico si è intensificato, spinto dalle preoccupazioni di genitori, insegnanti, esperti e rappresentanti politici. A Londra, il sindaco Sadiq Khan si è espresso a favore di misure più severe per proteggere i giovani dall’uso precoce delle piattaforme social, mentre il governo continua a discutere possibili interventi normativi che potrebbero modificare profondamente il rapporto tra adolescenti e tecnologia. La questione non riguarda soltanto il Regno Unito. Sempre più Paesi stanno osservando con attenzione ciò che accade oltremanica, chiedendosi se sia arrivato il momento di intervenire in modo deciso su un fenomeno che, fino ad oggi, è stato affidato principalmente alla responsabilità delle famiglie e delle stesse piattaforme digitali. L’esempio australiano Per comprendere ciò che sta accadendo nel Regno Unito bisogna guardare all’Australia. Nel 2024 il governo australiano ha approvato una delle normative più restrittive al mondo in materia di social media, introducendo il divieto di utilizzo delle principali piattaforme per i minori di 16 anni. La misura è stata presentata come una risposta alla crescente preoccupazione per gli effetti dell’esposizione digitale sui più giovani e ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Per la prima volta un Paese occidentale ha scelto di affrontare il problema non limitandosi a campagne di sensibilizzazione o a raccomandazioni educative, ma attraverso una vera e propria regolamentazione dell’accesso. Da quel momento il dibattito si è esteso ad altri contesti nazionali. Francia, Norvegia e Regno Unito hanno iniziato a discutere soluzioni simili, segno che il tema è ormai diventato una priorità politica oltre che educativa. Perché proprio adesso? Ciò che colpisce è il cambiamento di prospettiva. Per anni i social media sono stati raccontati soprattutto come strumenti di innovazione, connessione e partecipazione. Oggi, invece, il discorso pubblico sembra essersi spostato verso la protezione e la prevenzione. Nel Regno Unito questo cambio di paradigma è stato favorito anche dall’entrata in vigore dell’Online Safety Act, una delle normative più ambiziose in Europa sul controllo dei contenuti online e sulla responsabilità delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice: se internet è diventato uno spazio centrale nella vita dei minori, allora le aziende tecnologiche devono assumersi responsabilità simili a quelle richieste ad altri soggetti che operano in contesti frequentati da bambini e adolescenti. È un cambiamento culturale importante. Per la prima volta non si chiede soltanto ai ragazzi di utilizzare meglio i social, ma si domanda alle piattaforme di ripensare il modo in cui questi strumenti vengono progettati e resi accessibili. Un dibattito che divide Naturalmente non mancano le critiche. Molti osservatori sottolineano che vietare l’accesso ai social media potrebbe non eliminare il problema. Gli adolescenti, da sempre, trovano modi creativi per aggirare regole e restrizioni. Inoltre, resta aperta la questione della verifica dell’età, che richiede sistemi tecnologici complessi e solleva interrogativi sulla privacy. Altri evidenziano che il rischio è quello di concentrarsi esclusivamente sui social media, trascurando fattori più ampi che influenzano il benessere delle nuove generazioni: la pressione scolastica, l’incertezza economica, la solitudine, le difficoltà relazionali e la trasformazione delle comunità educative. Come ho già approfondito in precedenti articoli e video, il rapporto tra adolescenti e social network non può essere ridotto a una semplice relazione causa-effetto. Le piattaforme possono amplificare alcuni problemi esistenti, ma raramente ne rappresentano l’unica origine. Per questo motivo il dibattito attuale appare particolarmente interessante: non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui le società contemporanee scelgono di proteggere l’infanzia e l’adolescenza. Una questione generazionale Dietro la discussione sui social media emerge anche una questione più profonda: il rapporto tra generazioni. Molti degli adulti che oggi propongono restrizioni sono cresciuti in un mondo analogico e hanno assistito all’arrivo delle piattaforme digitali da osservatori esterni. Gli adolescenti di oggi, invece, non hanno mai conosciuto una realtà senza smartphone, notifiche e social network. Questa differenza di esperienza rende spesso difficile il dialogo. Da una parte vi sono adulti preoccupati per i rischi della rete; dall’altra ragazzi che percepiscono i social come una componente naturale della propria vita quotidiana. Il rischio è che il confronto si trasformi in uno scontro tra generazioni invece che in una riflessione condivisa sul futuro dell’ambiente digitale. Il Regno Unito come laboratorio europeo Al momento non è ancora chiaro quali misure verranno effettivamente adottate dal governo britannico e in che forma. Ciò che appare evidente, però, è che il Regno Unito sta diventando un laboratorio di osservazione per tutta l’Europa. Se dovessero essere introdotte limitazioni significative all’accesso dei minori ai social media, altri Paesi potrebbero seguire lo stesso percorso. In questo senso, la questione supera i confini britannici. Non si tratta soltanto di decidere se un quindicenne possa aprire un account su TikTok o Instagram. Si tratta di stabilire quale ruolo debbano avere le piattaforme digitali nella crescita delle nuove generazioni e fino a che punto gli Stati possano intervenire per regolamentarle. La sensazione è che siamo soltanto all’inizio di un cambiamento più ampio. Dopo anni in cui la tecnologia è stata considerata quasi inevitabile, diversi governi stanno iniziando a chiedersi non solo cosa sia possibile fare online, ma anche cosa sia opportuno permettere. E il Regno Unito potrebbe essere il prossimo Paese a trasformare questa domanda in una legge. Fonti

Quando crescere significa anche imparare a separarsi

Ci sono persone che vivono ogni distanza come una minaccia. Una telefonata senza risposta, il partner che si allontana per lavoro, i figli che diventano più autonomi, persino il semplice trascorrere del tempo da soli possono generare un’angoscia intensa e difficile da controllare.Quando pensiamo all’ansia da separazione immaginiamo spesso un bambino che piange all’ingresso della scuola o che fatica ad addormentarsi lontano dai genitori. Eppure, la paura del distacco può accompagnare la persona anche nell’età adulta.L’ansia da separazione dell’adulto non coincide con il desiderio di stare vicino alle persone amate. Difatti, tutti abbiamo bisogno di legami significativi. Ciò che caratterizza questa condizione è l’intensità della sofferenza legata alla possibilità di perdere l’altro o di esserne lontani.Chi ne soffre può sperimentare preoccupazioni persistenti che qualcosa di grave possa accadere alle persone care, difficoltà a restare da solo, bisogno continuo di rassicurazioni, evitamento di situazioni che comportano una separazione o un profondo disagio quando questa diventa inevitabile. Da dove nasce questa paura? Non esiste una risposta unica. Le nostre modalità di stare nelle relazioni si costruiscono nel tempo, all’interno delle esperienze vissute con le figure di riferimento. Se il bambino cresce in un contesto in cui la separazione viene vissuta come pericolosa, dolorosa o accompagnata da forti vissuti di ansia, può interiorizzare l’idea che l’amore e la vicinanza siano condizioni indispensabili per sentirsi al sicuro. Talvolta il messaggio implicito diventa: “Se ti allontani, qualcosa di brutto potrebbe accadere” oppure “Se pensi a te stesso, farai soffrire chi ami.” In questi casi, il processo naturale di differenziazione, quel percorso che porta il bambino a diventare gradualmente una persona autonoma, può risultare più complesso. L’autonomia rischia di essere vissuta come una minaccia al legame affettivo.Da una prospettiva sistemico-relazionale, il sintomo assume un significato che va oltre la sofferenza individuale. La paura della separazione può rappresentare il tentativo di preservare un equilibrio familiare, di mantenere la vicinanza emotiva o di rispondere a bisogni relazionali profondi che hanno trovato espressione attraverso l’ansia.Questo non significa attribuire colpe ai genitori o alla famiglia. Significa, piuttosto, riconoscere che ciascuno di noi impara a stare nel mondo attraverso le relazioni che lo hanno accompagnato nella crescita.La buona notizia è che questi modelli non sono immutabili.Nel percorso terapeutico, la persona può iniziare a interrogarsi sul significato delle proprie paure, a riconoscere i vissuti di colpa legati ai movimenti di autonomia e a sperimentare nuove modalità di stare nelle relazioni.Perché separarsi non significa smettere di amare. Significa poter riconoscere i propri confini senza perdere il legame con l’altro. Significa scoprire che la vicinanza autentica non nasce dalla fusione, ma dall’incontro tra due persone capaci di restare se stesse.Forse il compito più delicato della crescita è proprio questo: imparare che possiamo allontanarci senza abbandonare e restare vicini senza rinunciare a chi siamo. Formare un nuovo nucleo senza perdere le proprie radici Particolarmente significativi sono quei passaggi evolutivi che richiedono una ridefinizione delle appartenenze, come l’inizio di una convivenza o il matrimonio. Formare una nuova coppia significa, infatti, compiere un movimento di separazione dalla famiglia d’origine per investire nella costruzione di un nuovo sistema relazionale. Questo processo, pur essendo naturale, può riattivare paure profonde in chi ha vissuto il distacco come qualcosa di minaccioso o accompagnato da sensi di colpa. Non è raro che proprio in queste fasi emergano ansia intensa, dubbi persistenti, timori legati alla salute o alla sicurezza dei propri familiari, oppure la sensazione di “stare abbandonando” chi si lascia alle spalle. Il cambiamento richiesto non riguarda soltanto il piano pratico, ma coinvolge aspetti identitari e relazionali: diventare partner, costruire una nuova famiglia, ridefinire il proprio posto nel sistema di appartenenza. In una prospettiva sistemico-relazionale, tali difficoltà possono essere lette come l’espressione della fatica a conciliare due bisogni altrettanto fondamentali: il bisogno di appartenenza e quello di autonomia. La sfida non consiste nello scegliere l’uno a discapito dell’altro, ma nel trovare un equilibrio che permetta di restare emotivamente connessi alle proprie radici senza rinunciare alla possibilità di costruire nuovi legami e nuovi progetti di vita. Dal punto di vista clinico, il matrimonio o la convivenza possono essere considerati dei veri e propri “riti di passaggio”: richiedono un nuovo assetto delle lealtà familiari e una maggiore differenziazione del Sé.

Adolescenti tra pressione, responsabilità e paura di sbagliare

«Devo prendere un bel voto.»«Devo allenarmi di più.»«Devo organizzarmi meglio.»«Non posso perdere tempo.» Molti adolescenti crescono accompagnati da una lunga lista di doveri. Alcuni riescono a sostenerla, altri sembrano rinunciare e disinvestire. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso: perdere il contatto con ciò che desiderano davvero. Negli ultimi anni si è parlato molto della pressione scolastica e delle aspettative elevate che gravano sui ragazzi. Tuttavia, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa non riguarda soltanto la scuola. Può estendersi allo sport, alle amicizie, alle attività extrascolastiche e perfino al tempo libero. Ogni esperienza rischia di trasformarsi in una prova da superare. Tra iper-responsabilità e deresponsabilizzazione Nella pratica clinica si osservano spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Da una parte ci sono ragazzi estremamente responsabili, attenti alle prestazioni e preoccupati di non deludere le aspettative. Faticano a concedersi pause, vivono l’errore come un fallimento e tendono a valutare il proprio valore personale attraverso i risultati ottenuti. Dall’altra troviamo adolescenti che sembrano disinteressati, poco motivati e poco coinvolti negli impegni quotidiani. Sebbene questi profili appaiano molto diversi, talvolta condividono la stessa difficoltà: il rapporto con la pressione e con il timore di non essere all’altezza. Quando ogni attività viene vissuta come una verifica, alcuni ragazzi cercano di controllare tutto. Altri, invece, smettono di provarci. Il diritto di fare qualcosa senza uno scopo L’adolescenza non è soltanto il periodo delle responsabilità crescenti. È anche una fase di esplorazione. Per capire chi si è e chi si vuole diventare, occorre poter sperimentare attività nuove, interessi, passioni e relazioni senza che tutto venga immediatamente valutato in termini di successo o fallimento. Molti ragazzi, però, sembrano aver interiorizzato l’idea che ogni esperienza debba produrre un risultato. Anche ciò che nasce come piacere rischia di trasformarsi in prestazione. In queste condizioni diventa difficile ascoltare la curiosità, il desiderio e la soddisfazione personale. Ci si concentra sul traguardo, perdendo di vista il percorso. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno il compito di trasmettere il senso della responsabilità, ma anche quello di aiutare gli adolescenti a costruire un rapporto equilibrato con le aspettative. Responsabilizzare non significa chiedere risultati continui. Significa accompagnare i ragazzi a confrontarsi con gli impegni senza far coincidere il loro valore con le loro prestazioni. Allo stesso modo, proteggere non significa eliminare ogni richiesta o ogni frustrazione. La crescita passa anche attraverso il confronto con i limiti e con la possibilità di sbagliare. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e richiesta, tra libertà e responsabilità. Crescere non è solo riuscire In una società sempre più orientata alla performance, il rischio è che gli adolescenti imparino molto presto a raggiungere obiettivi, ma facciano più fatica a riconoscere ciò che li appassiona davvero. Crescere non significa soltanto diventare più efficienti o più produttivi. Significa anche poter esplorare, sbagliare, cambiare idea e scoprire gradualmente ciò che dà significato alla propria esperienza. Perché non tutto ciò che conta può essere misurato da un voto, una medaglia o un risultato. Bibliografia

Ghosting: perché sparire da una relazione fa così male?

Negli ultimi anni il termine ghosting è entrato sempre più spesso nel linguaggio quotidiano. Indica l’interruzione improvvisa e immotivata di una relazione o di una frequentazione: una persona smette di rispondere ai messaggi, sparisce dai contatti e interrompe ogni comunicazione senza spiegazioni. Può accadere in una relazione sentimentale, in un’amicizia, ma anche in contesti lavorativi o familiari. Sebbene il fenomeno non sia nuovo, la comunicazione digitale lo ha reso molto più frequente e socialmente diffuso. Ma perché il ghosting fa soffrire così tanto dal punto di vista psicologico? Il dolore dell’assenza di spiegazioni Quando una relazione finisce, il dolore non dipende solo dalla perdita dell’altro, ma anche dalla possibilità di comprendere cosa sia successo. Nel ghosting, invece, manca una chiusura chiara. La persona che subisce questa esperienza resta spesso sospesa in una condizione di dubbio: Il cervello umano tende naturalmente a cercare spiegazioni e significati. Quando non riesce a trovarli, può entrare in un circolo di pensieri ripetitivi, alimentando ansia, insicurezza e sofferenza emotiva. Il ghosting e il senso di rifiuto Dal punto di vista psicologico, essere ignorati attiva aree cerebrali simili a quelle coinvolte nel dolore fisico. Il rifiuto sociale, infatti, viene percepito dal cervello come una minaccia emotiva importante. Chi subisce ghosting può sentirsi svalutato, invisibile o “non abbastanza”. Questo accade soprattutto quando nella relazione erano presenti aspettative affettive, coinvolgimento emotivo o progettualità. In alcuni casi il ghosting può riattivare ferite relazionali più profonde, legate all’abbandono, alla paura del rifiuto o a esperienze precedenti di instabilità emotiva. Perché alcune persone fanno ghosting? Le motivazioni possono essere diverse e non sempre indicano cattiveria o manipolazione consapevole. Alcune persone evitano il confronto perché temono il conflitto, provano disagio nel gestire le emozioni oppure non possiedono adeguate competenze comunicative. In altri casi il ghosting riflette una difficoltà ad assumersi la responsabilità emotiva delle proprie scelte. La comunicazione digitale, inoltre, può facilitare comportamenti evitanti: sparire dietro uno schermo sembra più semplice che affrontare una conversazione difficile. Tuttavia, comprendere le motivazioni dell’altro non significa minimizzare l’impatto emotivo che questo comportamento può avere. Come affrontare il ghosting La prima reazione è spesso quella di cercare continuamente risposte o tentare di ristabilire il contatto. È una risposta umana e comprensibile. Tuttavia, inseguire spiegazioni a ogni costo rischia di aumentare la sofferenza. Può essere utile: In alcuni casi, soprattutto quando il ghosting riattiva vissuti profondi di abbandono o insicurezza, un percorso psicologico può aiutare a comprendere meglio le proprie dinamiche relazionali e rafforzare l’autostima. Una questione di responsabilità emotiva In una società sempre più veloce e digitale, il rischio è quello di dimenticare che dietro uno schermo esistono emozioni reali. Comunicare una distanza, un cambiamento o la fine di un interesse può essere difficile, ma rappresenta una forma di rispetto verso l’altro. Il ghosting ci ricorda quanto le relazioni umane abbiano bisogno non solo di connessione, ma anche di responsabilità emotiva, chiarezza e consapevolezza.

Adolescenza e disturbo borderline. La questione diagnostica e il lavoro clinico

Quando si parla di disturbo borderline in adolescenza, il dibattito si fa immediatamente acceso. A differenza delle letture che collocano il borderline come semplice metafora del confine, qui la questione riguarda la possibilità stessa di una configurazione psicopatologica strutturata che si manifesta già nel tempo adolescenziale. Non si tratta di una sovrapposizione impropria, ma di una domanda clinica reale, che emerge con forza nella pratica quotidiana: cosa accade quando l’instabilità non è più solo transitoria, ma tende a organizzarsi come modalità prevalente di funzionamento? L’adolescenza è certamente un tempo di turbolenza, ma non ogni intensità affettiva può essere ricondotta al processo evolutivo. In alcune situazioni, ciò che si osserva non è soltanto una crisi, ma una difficoltà persistente nella regolazione degli affetti, nell’integrazione dell’identità e nella tenuta del legame. Oscillazioni emotive estreme, vissuti cronici di vuoto, acting out ripetuti, condotte autolesive, relazioni segnate da dipendenza e rotture violente indicano una sofferenza che non si esaurisce nel passaggio adolescenziale. Il riferimento a Sigmund Freud consente di pensare queste configurazioni come espressione di un conflitto che non riesce a essere elaborato sul piano rappresentazionale. L’eccedenza pulsionale non trova vie simboliche sufficienti e tende a scaricarsi attraverso l’agire o il corpo. In questi casi, il sintomo non è un semplice segnale di transizione, ma una soluzione rigida che il soggetto utilizza per mantenere una fragile continuità psichica. Nel disturbo borderline in adolescenza, la questione dell’identità occupa un posto centrale. Il soggetto fatica a costruire un senso stabile di sé e oscilla tra immagini opposte, spesso idealizzate o svalutate. Questa frammentazione si riflette nel rapporto con l’Altro, vissuto ora come indispensabile, ora come minaccioso. La paura dell’abbandono convive con movimenti di rifiuto e di attacco, producendo legami intensi ma difficilmente sostenibili nel tempo. Il contributo di Jacques Lacan permette di leggere queste dinamiche come effetto di una difficoltà strutturale nel rapporto con la mancanza. Nel borderline, la mancanza non riesce a essere simbolizzata e viene vissuta come un vuoto reale, intollerabile. Da qui l’urgenza del legame, l’impossibilità di tollerare l’assenza, la richiesta implicita di una presenza totale che, inevitabilmente, finisce per essere distruttiva. In questa prospettiva, il riferimento teorico a Otto Kernberg ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità, distinguendola sia dalle nevrosi sia dalle psicosi. In adolescenza, questa organizzazione può già manifestarsi attraverso la scissione, l’instabilità dell’immagine di sé e dell’Altro, l’uso massiccio di difese primitive. Non si tratta di etichettare precocemente, ma di riconoscere quando il funzionamento psichico mostra una coerenza patologica che tende a ripetersi. Il lavoro clinico con adolescenti con disturbo borderline pone questioni tecniche ed etiche particolarmente delicate. La relazione terapeutica è spesso attraversata da intensi movimenti transferali, richieste implicite di salvataggio, rotture improvvise del legame. La posizione del clinico è costantemente messa alla prova: ogni distanza può essere vissuta come abbandono, ogni vicinanza come intrusione. In questi casi, la priorità non è l’interpretazione del conflitto inconscio, ma la costruzione di una cornice sufficientemente stabile. La continuità del setting, la chiarezza dei confini, la prevedibilità della presenza clinica svolgono una funzione strutturante. È attraverso questa tenuta che l’agire può lentamente trovare un limite e che l’esperienza affettiva può iniziare a essere mentalizzata. Riconoscere il disturbo borderline in adolescenza non significa rinunciare alla dimensione evolutiva, ma assumere la responsabilità clinica di una sofferenza che rischia di cronicizzarsi. La diagnosi, quando è fondata e maneggiata con prudenza, non chiude il percorso, ma orienta il lavoro, evitando sia minimizzazioni rassicuranti sia interventi impropriamente normalizzanti. Il disturbo borderline in adolescenza rappresenta una sfida centrale per la clinica contemporanea. È un punto in cui il rischio è elevato, ma in cui è ancora possibile intervenire prima che le modalità di funzionamento si irrigidiscano definitivamente. Il compito del lavoro clinico non è quello di anticipare un destino, ma di offrire al soggetto le condizioni perché ciò che oggi appare come instabilità distruttiva possa, nel tempo, trasformarsi in una forma di organizzazione psichica più vivibile.