Come Comunicare l’Identità di una destinazione turistica

di Beatrice Brambilla IntroduzioneLa leva operativa della comunicazione è s t a t a considerata per molti anni come l’unica componente dei programmi di marketing ter r i tor iale (Ancarani & Valdani , 2000) . Spesso venivano r e a l i z z a t i d e i messaggi comunicativi e promozional i senza aver adeguatamente individuato il proprio posizionamento st rategico e senza aver compreso i reali bisogni dei t a r g e t (Martone, 1998; Ancarani & Valdani, 2000). Ogni pubblico di riferimento, infatti, è interessato a ricevere alcune informazioni piuttosto che altre tramite modalità comunicative d i f f e r e n t i (Ancarani & Valdani, 2000). Allo stesso tempo, sarebbe opportuno adottare sempre una visione olistica e unitaria in modo tale da integrare tutte le componenti che connotano l’offerta territoriale (Fiocca & Sebastiani, 2015). Da questa considerazione, si evince q u a n t o s i a i m p o r t a n t e predisporre decisioni di comunicazione combinate tra loro, senza dimenticare le specificità dei target di riferimento a cui si indirizzano (Ancarani & Valdani, 2000; Fiocca & Sebastiani, 2015). Dunque, una comunicazione che riesce a valorizzare l’identità territoriale nel modo migliore possibile si pone l’obiettivo di influenzare l’opinione e il comportamento dei pubblici ai quali si riferisce e creare dei messaggi a loro adattabili (Colley, 1961; Rogers, 1962; Ancarani & Valdani, 2000).Al giorno d’oggi, però, a seguito della sempre maggiore attenzione nei confronti delle pratiche sostenibili, tra gli elementi che devono essere considerati nella costruzione d e l l ’ i d e n t i t à d i u n a d e s t i n a z i o n e c i s o n o s i c u r ame n t e g l i a s p e t t i ambientali, sociali, culturali ed economici insiti nell’ampio concetto della sostenibilità (Bruntland, 1997; El Sakka, 2 0 1 6 ) . Pe r t a n t o , s e l a strategia è far diventare la sostenibilità un tratto cardine sulla quale costruire l’identità di un luogo, è necessario capire meglio come attivare le emozioni dei consumatori e c o i n v o l g e r l i i n q u e s t o processo già dal momento della scelta iniziale (Melo & Farias, 2018). Da questo punto di vista, secondo Samuelsen e Olse (2010) gioca un ruolo fondamentale la comunicazione pubblicitaria.Nei paragrafi successivi verranno approfondite le diverse leve comunicative che possono essere utilizzare per diffondere l’identità di un luogo. Più in particolare, ci sarà uno spazio i n cui verranno raccolti alcuni suggerimenti per sviluppare una comunicazione volta a v a l o r i z z a r e l ’ i d e n t i t à sostenibile di una destinazione turistica. Comunicazione dell’identità di un luogoL a c o m u n i c a z i o n e d i marketing dovrebbe generare una risposta c o g n i t i v a , affettiva e comportamentale (Fiocca & Sebastiani, 2015): la prima consente un incremento della notorietà circa un determinato prodotto/servizio e le sue caratteristiche; questo p e r m e t t e u n a m i g l i o r definizione dell’immagine e dei v a l o r i n e l l a mente d e l consumatore e , i n fi n e , l’acquisto vero e proprio (Fiocca & Sebastiani, 2015). Ancarani e Valdani (2000) traslano queste tre dimensioni a l l ’ i n t e r n o d i u n ’ o t t i c a territoriale: in primo luogo, le a t t i v i t à c o m u n i c a t i v e d o v r e b b e r o d i ff o n d e r e informazioni sugli elementi tangibili e intangibili di un’offerta territoriale in modo tale da accrescere la sua n o t o r i e t à e i l s u o riconoscimento da parte dei pubblici di riferimento. Il p a s s a g g i o s u c c e s s i v o dovrebbe essere quello di far sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del luogo da parte dei turisti: secondo Ancarani e Valdani (2000), tutto questo avviene se vi è un’identità ben definita, ma s o p r a t t u t t o s e v i e n e effettivamente percepita e riconosciuta dal target. Infine, d o p o a v e r a c c r e s c i u t o l’adesione nei confronti del luogo, l’obiettivo diventa quello di far sì che il turista scelga e f f e t t i v a m e n t e q u e l l a determinata destinazione turistica.L e p r i n c i p a l i l e v e d i comunicazione territoriale sono la pubblicità, le sales promotion, le pubbliche relazioni, i grandi eventi come fiere e manifestazioni e il direct marketing (Ancarani & V a l d a n i , 2 0 0 0 ) . N e l p r o s e g u i m e n t o d e l l a t r a t t a z i o n e v e r r a n n o approfonditi i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna di q u e s t e c o n u n p r i m o riferimento alle applicazioni nel marketing tradizionale e poi in quello territoriale, sempre tenendo presente che i l successo di una campagna comunicativa dipende dalla capacità di combinare nel modo migliore possibile i d
Turismo Sostenibile

di Beatrice Brambilla Introduzione Negli ultimi decenni si è sempre più affermata la disciplina del place branding, o anche detta marketing territoriale. Nonostante sia nata come pura attività di promozione e di comunicazione di un territorio, in realtà è un concetto molto più complesso non esauribile in un’unica definizione (Ashworth & Voogd, 1994; Kavaratzis & Ashworth, 2005). Il grande obiettivo del marketing territoriale oggi è “la creazione, il mantenimento e il rafforzamento progressivo delle condizioni utili per far evolvere in maniera fisiologica un territorio” (Caroli, 2006). Con il termine evoluzione fisiologica di un’area territoriale ci si riferisce al suo sviluppo sostenibile. Nel rapporto Brundtland (1987), la Commissione per l’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite elabora la definizione, oggi ampiamente condivisa, di sviluppo sostenibile. Esso viene considerato come un processo che si fonda su due principi di base: da una parte consente di soddisfare i bisogni del presente, ma dall’altra si impegna nel preservare l’ambiente, la società e l’economia per le generazioni future. In questa definizione viene proposta una triplice rappresentazione della sostenibilità (Elkington, 1994): ambientale, sociale ed economica. La prima componente si traduce nella capacità di garantire la disponibilità e la qualità delle risorse naturali; la seconda consiste nel garantire la qualità della vita, la sicurezza e i servizi per i cittadini; infine, l’ultimo pilastro si riferisce alla capacità di garantire efficienza economica e reddito per le imprese. Negli ultimi decenni la maggior parte dei settori economici si è sempre più mossa verso la creazione di nuove politiche che favoriscano uno sviluppo sostenibile e l’interesse per una transizione verso un turismo sostenibile si è molto intensificato (Ciani Scarnicci, Marcelli, Pinelli, Romani & Russo, 2016). Questo non può essere fatto se non attraverso una strategia di marketing condivisa e sviluppata a livello territoriale che permette di collegare l’offerta e la domanda alla quale si rivolge (Gilodi, 2004; Marenna, 2005). Una destinazione turistica, dunque, non deve essere considerata solamente come un’entità a sé stante, ma all’interno di una rete che crea valore grazie alla collaborazione di numerosi partner (Martone R.F., 1998; Valdani & Ancarani, 2000). Nasce così l’interesse verso il binomio identità-immagine: ogni luogo, infatti, è caratterizzato da un certo livello di identità territoriale, che spetta al Destination Branding rafforzare e migliorare (Ekinci, 2003); allo stesso tempo non bisogna limitarsi a identificare i tratti distintivi propri di una destinazione, ma è necessario analizzare l’immagine percepita dall’esterno poiché anche questa gioca un ruolo importante nello sviluppo della stessa identità (Kavaratziz & Hatch, 2013). È evidente, quindi, che la capacità di un brand di rappresentare tutte le componenti dell’offerta del territorio, veicolando un’identità unitaria, dipende non solo dalla scelta degli elementi considerati come distintivi, ma anche dal modo in cui viene comunicata e recepita dai turisti (Pastore & Bonetti, 2006). A seguito della sempre maggiore attenzione nei confronti delle pratiche sostenibili, tra gli elementi che devono essere considerati nella costruzione dell’identità di una destinazione al giorno d’oggi ci sono sicuramente gli aspetti ambientali, sociali, culturali ed economici insiti nell’ampio concetto della sostenibilità (Bruntland, 1997; El Sakka, 2016). L’evoluzione del place branding L’evoluzione del place branding è da considerarsi un fenomeno principalmente provocato dai processi di globalizzazione e dallo sviluppo economico, che hanno intensificato la competizione tra nazioni, regioni e città per attrarre risorse pubbliche, investimenti privati, sostegno politico e forza lavoro (Anholt, 2005; Hanna & Rowley, 2007joye). Tra le determinanti vi è anche la riforma del New Public Management, che ha portato delle modifiche all’interno della gestione delle politiche (Joye, Decaoutére & Ruegg, 1993; Emery & Giauque, 2005; Vuignier, 2016). In questo contesto, cresce l’interesse nei confronti delle strategie di place marketing da parte di enti pubblici responsabili della gestione dei luoghi (Vuignier, 2016). Gli studiosi iniziano a prendere sempre più in considerazione l’applicazione del branding aziendale nella promozione dei luoghi (Stewart & Walsh, 1992; Graham, 1994; Vuignier, 2016). La principale differenza tra place branding e product branding risale al grado di complessità associato al primo (Ingelström & Frändberg, 2013; Kumar & Panda, 2019). Secondo Kotler (2006) lo sviluppo di un luogo è sempre vincolato da cicli di crescita e di declino interni insieme a cambiamenti dell’ambiente esterno al di fuori del loro controllo. Dunque, il place brandig include al suo interno aspetti culturali, politici ed economici (Gnoth, 2002; Olins & Hildreth 2011; Almeyda Ibanez & George, 2017). In letteratura prevalgono gli studi che hanno applicato il place branding soprattutto alle città (Skinner, 2021), tuttavia è usato anche da una serie di luoghi costieri, rurali e siti di biodiversità ecologica (de San Eugenio-Vela & Barniol – Carcasona, 2015; Skinner, 2021). Recentemente, queste pratiche si stanno diffondendo sempre di più nelle aree transfrontaliere e interregionali (Zenker & Jacobsen, 2015; Vuignier, 2016). Da un punto di vista più teorico, l’evoluzione del branding territoriale ha le sue radici nello studio dell’immagine come fattore di sviluppo turistico (Hunt, 1975; Vuignier, 2016). Secondo Hanna e Rowley (2007), questa disciplina tende ad affermarsi sempre di più intorno al 1998, anno in cui il tema della conferenza annuale della Travel and Tourism Research Association era “Branding the Travel Market” (Vuignier, 2016). In questa conferenza sono stati presentati vari esempi di place branding, tra cui quello del Canada, Oregon, New Or leans e Hawaii (Ritchie & Ritichie, 1998; Almayda- Ibanez & George, 2017). Queste attività sono state precedute da città come New York e Glasgow, che attraverso una serie di attività di marketing hanno lanciato i loro slogan (“I love New York” e “Glasgow’s miles better”) durante gli anni Ottanta (Morgan, Pritchard & Pride, 2011; Almeyda-Ibanez & George, 2017). Successivamente anche città come Las Vegas, Seattle e Pittsburgh hanno adottato questo approccio strategico, spinti dalla necessità di competere in modo più efficace (Biel, 1992; Morgan, Pritchard & Pr ide, 2011; Almeyda-Ibanez & George, 2017). Dunque, le pratiche di place marketing non sono recenti, tuttavia negli anni hanno subito dei cambiamenti: inizialmente sono nate sotto l’accezione di una semplice “vendita di un luogo” con l’obiettivo di soddisfare le esigenze di gruppi target specifici (Kavaratzis, 2007; Berglund & Olsson, 2010; Vuignier, 2016).
L’ADHD e la gestione del tempo: l’orologio interno veloce

di Roberto Ghiaccio scientific sett ott 22 Calda giornata di inizio agosto (molto calda), è afosa anche l’aria condizionata, sudo e faccio tardi, e pure sono sceso quasi un’ora prima, la playlist dell’auto infuocata passa Sergio Cammariere che canta “Tempo, mondo di sogno Mezze creature superumane Sento chitarre, gatti suonare E lancinanti come zanzare Tempo, sembra leggero Poi d’improvviso tutto è importante Ogni dettaglio significante Può divenire significato”. Tempo, il tempo, ed allora in quella situazione penosa ed imbarazzante, sudato in ritardo ma sceso prima mi ricordo le parole di un giovane adulto… “Sono in ritardo. Sarò lì tra poco. Mi dispiace tanto di essere in ritardo…e pure sono partito prima, è che calcolo sempre male tempi, ma mo arrivo” il giovane giungerà dopo settimane a fare i l suo approfondimento per ADHD (nel corso dell ’articolo capirete perché settimane). “Time is the ultimate yet nearly invisible disability afflicting those with ADHD.” Un deficit di elaborazione del tempo è stato proposto come endofenotipo neuropsicologico per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ma la sua traiettoria di sviluppo deve ancora essere esplorata e compresa. La maggior parte delle persone con ADHD fatica a gestire il proprio tempo e a fare le cose giuste al momento giusto. Perché la procrastinazione, la cecità nel tempo, l’annebbiamento e il ritardo cronico sono rilevanti impacci quotidiani per i soggetti con ADHD. L’ADHD è associato a una varietà di problematiche non incluse ne menzionate nei criteri diagnostici ufficiali, come la disinibizione emotiva, i problemi di memoria, la consapevolezza di sé la motivazione, ed opacità nella percezione del tempo. Il concetto di tempo è un mentale e biologico che è innato in molti organismi viventi e include la percezione del tempo, la sequenza temporale e la riproduzione del tempo. Il senso del tempo è una funzione esecutiva implica una ripartizione fluida del tempo disponibile tra le varie attività/ priorità, il successo nella vita e un buon adattamento richiedono una buona gestione del tempo ma l’orologio interno di alcune persone ticchetta troppo forte, o troppo lento, il che influisce sulla loro capacità di gestire il tempo ma fortunatamente, possiamo integrare le capacità interne con sistemi, strumenti e strategie esterni, che ai soggetti con ADHD vanno insegnate. Il tempo richiede attenzione e la gestione del tempo richiede capacità di inibizione, planning e sequencing, le buone intenzioni o la buona volontà non bastano, in quanto scompaiono a causa della scarsa consapevolezza del tempo che aumenta la disattenzione e non silenzia le attività concorrenti, affaticando così la memoria di lavoro. La percezione del tempo è direttamente associata all’elaborazione del tempo, ovvero alla capacità di registrare e stimare quanto tempo sta trascorrendo. In questa rassegna, la percezione del tempo è definita in termini pratici e l’elaborazione del tempo e la prospettiva del tempo sono discusse in termini di focalizzazione e velocità di elaborazione della percezione del tempo. La relazione tra deficit specifici nella funzione esecutiva, come difficoltà con l’inibizione emotiva e comportamentale, ridotta capacità di memoria di lavoro, automotivazione, pianificazione e risoluzione dei problemi, e la loro connessione con l’ADHD sta diventando più chiara per i clinici. Le problematiche relative al funzionamento esecutivo e alle differenze nella percezione del tempo sono state rilevate più spesso nei bambini con ADHD, ma ora vengono studiate anche negli adulti con ADHD. La connessione tra disfunzione esecutiva e ADHD ha portato i ricercatori a ipotizzare che la sintomatologia dell’ADHD potrebbe essere collegata a un deficit nella percezione del tempo. Uno studio che ha confrontato i bambini con ADHD e i controlli a sviluppo tipico (TDC) ha mostrato che i bambini con ADHD avevano difficoltà nei compiti di memoria prospettica. Secondo Barkley i soggetti con ADHD hanno una sorta di miopia per il futuro, ossia non riesco a vedere il là e allora, ma solo un qui ed ora, in una sorta di interruttore o ora o non ora. L’orizzonte temporale è offuscato e ridotto, per questo pianificare il futuro appare complicato, con il rischio o di una eccessiva immediatizzazione o una procastinazione in un frenetico rapporto con i tempi. Tale orizzonte temporale breve impone una maggiore attualizzazione temporale per cui ciò altera anche la sensazione del guadagno, dell’attesa, studi ormai noti sottolineano come le persone con ADHD scelgono opzioni con guadagni più immediati, come se il presente fosse percepito di più rispetto al futuro. Quando un’attività di memoria prospettica basata sul tempo è stata somministrata a un gruppo ADHD e a un gruppo TDC, le prestazioni del gruppo ADHD erano significativamente peggiori rispetto al gruppo TDC e avevano più difficoltà a ricordare gli elementi dell’attività, con deficit in memoria di lavoro e con disattenzione. Altri studi hanno dimostrato che i compiti a tempo tendono a provocare l’effetto di sovraccarico cognitivo nei soggetti con ADHD, che potrebbe portare a uno svantaggio significativo nella vita di tutti i giorni e ostacolare le prestazioni a scuola o al lavoro. Sulla base di questi recenti studi, si può ipotizzare che la percezione del tempo sia un fattore di mediazione tra ADHD e deficit nel funzionamento esecutivo e possa comportare difficoltà significative per l’adattamento quotidiano. Nel 2005, Toplak e Tannock hanno identificato differenze pronunciate negli adolescenti con ADHD nella discriminazione e nella percezione del tempo, il che li ha portati a ipotizzare che gli individui con ADHD abbiano gravi menomazioni legate alla percezione del tempo e che potrebbero aver e cause neurobiologiche. Ulteriori studi hanno dimostrato che i bambini con ADHD avevano deficit nella percezione del tempo, della sequenza temporale e della riproduzione del tempo rispetto ai TDC. Altri ricercatori hanno anche riscontrato differenze tra adolescenti con ADHD e un gruppo di controllo per la stima del tempo, in particolare per intervalli di tempo più lunghi. Il gruppo ADHD ha fatto male in un compito di prestazione continua, ma non c’erano differenze significative nella memoria di lavoro. La letteratura suggerisce che le persone con ADHD si comportano male in specifici compiti di replicazione a tempo che si basano fortemente sul controllo dell’impulsività e si concentrano sui processi
Strategie di trattamento per i disturbi specifici dell’apprendimento scolastico

di Chiara Viganò scientific sett ott 22 I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono problematiche di natura neurobiologica che comporta una compromissione significativa nell’acquisizione di abilità scolastiche, quali la lettura, la scrittura ed il calcolo. Il focus di tale articolo verterà sul fornire indicazioni circa strategie e metodologie che possono essere attuate per il trattamento di tali DSA. Innanzitutto, è importante specificare alcuni termini rilevanti nella pratica. La Consensus Conference – Raccomandazioni per la Pratica Clinica – 2007 (CCRPC- 2007) definisce come “presa in carico” il processo continuativo con cui deve essere garantita la coordinazione tra gli interventi affinché venga incentivata la riduzione del disturbo, l’inserimento sociale, scolastico e lavorativo del singolo. All’interno di questa cornice avviene il trattamento, definito quale insieme delle azioni volte ad incrementare l’efficienza di un processo alterato. Esso è guidato da un professionista sanitario che definisce alcune specificità riguardo obiettivi, metodologie e modalità di erogazione del trattamento stesso, il quale deve avvenire il più precocemente possibile e ultimato quando il suo effetto non cambia la prognosi naturale del disturbo. L’efficacia del trattamento dipende principalmente da alcuni fattori, quali: la gravità e la pervasività del disturbo, la motivazione al trattamento, la durata del trattamento e la rete di risorse. È considerato efficace nel momento in cui si evidenziano miglioramenti nell’evoluzione del processo [1]. In questo articolo si pone attenzione ai DSA p i ù comunemente riconosciuti: dislessia, disortografia e discalculia. La dislessia emerge generalmente all’inizio della scolarizzazione e causa una difficoltà nella lettura, e talvolta altresì nella scrittura, che non risulta fluente e corretta. Interventi efficaci devono avere determinate caratteristiche: – le abilità da insegnare devono essere rese esplicite; – devono essere intensivi: 15/30 minuti a sessione quotidiana per 1-2 mesi; – devono comprendere attività per promuovere le abilità metafonologiche e l’associazione tra grafemi e fonemi, esercizi per lo sviluppo del lessico e la lettura di testi [2,3]. Avendo affermato che bisogna tenere in considerazione la rapidità e la correttezza di lettura come elementi principali che caratterizzano tale problematica, è bene elencare le componenti che li determinano ed il relativo trattamento: – la discriminazione visiva e la selezione visuo-spaziale vengono valutate mediante il subtest “Ricerca di simboli” della Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC-III). Per quanto concerne il trattamento per i soggetti al primo ciclo di scuola primaria s i consiglia l’uso delle schede dell’Area DV del Trattamento del le difficoltà di lettura di Cornoldi e gruppo MT (1992); mentre per soggetti più grandi si propongono programmi al computer che richiedono l’individuazione rapida di differenze e somiglianze visive, come Bachi spaziali e il software Occhio alla lettera di Vio e Moresco [1,4]; – il riconoscimento sublessicale o lessicale è esaminato tramite prove di lettura di parole e di non parole della DDE-2 (Sartori, Job e Tressoldi, 2007) [7]. Per il trattamento si consigliano programmi informatici in grado di facilitare il recupero delle corrispondenze fonologiche tra unità sublessicali o parole intere (es. software Tachistoscopio e Sillabe, Dislessia Evolutiva, Il trattamento sublessicale, WinABC e Instant Reader); – la denominazione dei grafemi s i verifica attraverso delle relative prove della DDE-2 [7]. Affinchè il trattamento sia maggiormente efficace è utile presentare al soggetto grafemi con una forma che suggerisce il fonema, con l’ausilio di software che presentino i grafemi in associazione alle loro corrispondenze fonemiche (es. Occhio alla lettera); -la fusione fonologica, cioè la capacità di mantenere in memoria fonologica a breve termine dei fonemi o sillabe fino alla completa fusione per estrarne una parola, si valuta tramite prove della batteria di Prove di requisito per la diagnosi di difficoltà di lettura e scrittura (PRCR-2, Cornoldi e Gruppo MT, 1995), prove di sintesi fonemica della Batteria di valutazione delle competenze metafonologiche (CMF, Marotta e Trasciani, 2004) o della Batteria di valutazione neuropsicologica per l’età evolutiva (BVN, 5-11, Bisiacchi et al., 2005) [4,5,6]. Tale componente può essere allenata tramite materiali differenti quali, carte, memory, ecc. oppure software come Il Jolly, Pescatore, Fondiamoleletterine [1]. La disortografia, invece, è un disturbo specifico di scrittura che si manifesta tramite difficoltà nella trascrizione in simboli grafici dei suoni che compongono le parole udite ed è riscontrabile a partire dai 7/8 anni. Generalmente è difficile che la disortografia si presenti senza che vi siano altre difficoltà di lettura e/o ulteriori problemi di apprendimento, essendo un’abilità che richiede l’acquisizione ed il controllo di ulteriori competenze afferenti diversi domini, come quello prassico, linguistico e cognitivo. Affinché vi sia una correttezza ortografica è necessario prendere in considerazione diverse componenti, per ognuna delle quali è comprensibile la definizione di un trattamento specifico: – per valutare la memoria e la discriminazione fonologica è possibile somministrare prove di discriminazione uditiva della BVN5-11 (Bisiacchi et al., 2005) o la Prova di ripetizione di non parole da ascolto della batteria PRCR-2 (Cornoldi e Gruppo MT, 1995). Per quanto concerne il relativo trattamento è necessario fare riferimento ad esercizi indicati dal logopedista [4,5]; – un ulteriore elemento concerne la segmentazione fonemica, cioè l’individuazione dei fonemiche compongono la parola ascoltata o pensata. La valutazione avviene mediante la somministrazione della prova di analisi fonemica della Batteria PRCR-2 (Cornoldi e Gruppo MT, 1995), della Batteria CMF (Marotta e Trasciani, 2004) o della Batteria BVN 5-11 (Bisiacchi et al., 2005) [6]. Per il relativo trattamento sono consigli abili esercizi presenti nell’area MUSFU (Memoria Uditiva Segmentazione e Fusione Uditiva) del programma per il trattamento della lettura di Cornoldi e Gruppo MT (1985). È possibile altresì creare da sé esercizi, quali “Arriva un treno carico di…”, oppure chiedere di riferire la parte più piccola della parola udita o chiedere i l risultato nel momento in cui si toglie il primo o l’ultimo suono di una parola [1,4,5,6]; – quando invece bisogna valutare la capacità di associare fonemi identificati tramite la relativa analisi con i grafemi corrispondenti, è importante comprendere innanzitutto se si è davanti ad una confusione visiva o visuo-spaziale oppure se la difficoltà è nell’associazione fonema-grafema. Ulteriore considerazione da tenere a mente riguarda il fatto che non sempre la corrispondenza fonema-grafema è biunivoca [1]. L a valutazione di tale
Buon Natale 2022 da Psicologinews.it
Il Cervello di una Persona Bugiarda funziona in modo diverso

di Loredana Luise Siamo tutti dei potenziali disonesti e la semplicità con la quale la menzogna accompagna l’operato di alcune persone, anche molto in vista come ad esempio i politici, ne normalizza l’uso come strumento per raggiungere finalità diverse più o meno personali. In Psicologia si distingue tra menzogne esplicite, esagerazioni, minimizzazioni e bugie sottili. L’uso della bugia è esperienza comune a tutti, si finge a volte a fin di bene, si finge per lavoro in modo funzionale al raggiungimento degli obiettivi, e si può fingere per noia o stanchezza per evitare delle incombenze. Le occasioni nella vita per fingere sono molte e i bambini lo sanno bene quanto la finzione possa fungere da sperimentazione e ricerca, ma il limite tra mentire al mondo e iniziare a mentire a sé stessi è molto sottile e valicare questo confine corrisponde ad iniziare a mentire in modo malato e disfunzionale. Come diceva Mark Twain “l’uomo è l’unico animale che arrossisce” ma non per questo l’unico a mentire. La differenza tra l’uomo e gli altri animali che mentono come le scimmie, è che l’uomo ha una sorta di coscienza che lo fa dubitare nell’attuare la menzogna e lo controlla nella reiterazione della medesima. Quindi noi tutti abbiamo una specie di controllo o come si dice un “Super io” che vigila sulla nostra onestà, anche se non per tutti è così; per qualcuno mentire diventa un’abitudine di vita che lo accompagna e segna ogni passaggio e relazione. Tra gli studi di Neuroscienze che più mi hanno appassionata nell’ultimo periodo c’è quello condotto da Yaling Yang e Adrian Raine , pubblicato dal British Journal of Psychiatry, nel quale sono state individuate alcune caratteristiche cerebrali tipiche delle persone che, attraverso alcuni parametri, erano state identificate come bugiarde patologiche. Per comprendere queste diversità dobbiamo innanzitutto considerare questo principio: Quello di cui hanno bisogno fondamentalmente i bugiardi seriali è una gran MEMORIA e in secondo luogo di una buona dose di FREDDEZZA.UNA SUPER MEMORIACome evidenziato dallo studio precedentemente citato, dopo aver analizzato la struttura cerebrale dei soggetti campione è stato rilevato che queste persone dalla bugia seriale avevano un 14% in meno di materia grigia e circa il 24% in più di materia bianca a livello della corteccia prefrontale rispsetto al campione di confronto. Questo sta a significare che il bugiardo, nel suo ALLENAMENTO costante alla bugia, stabilisce molte più associazioni tra le sue idee e i suoi ricordi per necessità vitale. Questo continuo meccanismo gli consente di dare coerenza alle bugie che diventano la base del suo pensiero e il fondamento delle sue relazioni. Da qui la sua gran MEMORIA che deriva dalla continua attivazione a livello delle connessioni della corteccia prefrontale. ALLENAMENTO, questo è quello che accade realmente. Il cervello si allena a reagire sempre allo stesso modo adattandosi a livello strutturale a questa nuova modalità di pensiero.COMPARSA DELLA FREDDEZZANel contempo l’allenamento alle bugie modifica anche il modo in cui viene attivata l’AMIGDALA, zona deputata all’elaborazione emotiva degli stimoli ricevuti dall’esterno. Come riportato in uno studio pubblicato su “Nature Neuroscience, con il tempo il bugiardo patologico attiva sempre meno questa ghiandola cerebrale diventando sempre più insensibile alle sollecitazioni emotive con una conseguente FREDDEZZA che lo contraddistingue e lo accompagna sempre più. E’ come se il senso di colpa che accompagna le prime bugie non venisse rinforzato da esiti negativi nell’immediato e il compiacimento per l’ottenimento del risultato senza ricadute negative portasse ad un affievolimento progressivo del senso di colpa stesso di volta in volta.PERCHE’ MENTIRE?Le motivazioni che inducono una persona ad iniziare a mentire, e in seguito a perpetuare questo tipo di comportamento, hanno origine nella formazione del soggetto stesso e spesso derivano da bisogni di riconoscimento, di dominio, di rivalsa o di creazione di un’autostima che risulta non adeguata o traballante. Anche la modalità educativa con la quale i genitori affrontano la realtà con i propri figli è molto importante e deve adattarsi alle diverse fasi di sviluppo cerebrale. Se le piccole bugie che si raccontano per addolcire la realtà, o minimizzare i risvolti negativi, possono essere efficaci e adeguate nella prima infanzia, già nella preadolescenza i ragazzi iniziano a capire che mentire è sbagliato e che questo tipo di comportamento può far perdere la fiducia degli altri. Come evidenziato da Paul Ekman nel suo testo “La Seduzione delle bugie”, è importante che i genitori inizino in questa fase di crescita ad essere più onesti possibile con i propri figli, in modo da assicurarsi un rapporto di reciproca fiducia. L’esempio poi diventa sicuramente una fonte di ispirazione e dalla comparsa del pensiero astratto è ovvio che le bugie con i ragazzi portano soltanto a bugie. Questa secondo Ekman è la base dell’importante rapporto di fiducia tra genitore e figli. Avere a che fare con una persona bugiarda patologica è sicuramente difficile e per certi versi inquietante, ma assecondarla nel suo gioco perverso non l’aiuta ad uscire da un meccanismo nel quale è entrata per abitudine e che riconosce come unica modalità di relazione. Bisogna pensare che se si continua a mentire facendogli credere che subiamo, assecondiamo o addirittura accettiamo questa sua modalità è l’inizio di una menzogna che ci può far cadere in un vortice di dipendenza reciproca che spesso è alla base di rapporti nocivi e distruttivi. Aiutare n bugiardo patologico non è facile e spesso questa modalità di comportamento è spesso associata ad altri disturbi di personalità come il Narcisismo caratterizzato da totale assenza di empatia. Nelle relazioni ognuno porta una sua eredità di chi è e di come vuole farsi vedere agli occhi degli altri, ma la libertà di mostrarsi per chi si è veramente è l’unica strada giusta per costruirsi una coerenza e unicità che può portarti verso una vita più serena ed appagante. Quello che non bisogna dimenticare è che le bugie possono portarci in un vero e proprio vortice di menzogne dal quale è difficile uscire e che possono con il tempo compromettere tutti gli aspetti relazionali della nostra vita. In un mondo in cui tutto è esteriorità
VITTIME SILENZIOSE – LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

DI CINZIA SAPONARA La violenza assistita intrafamiliare rappresenta la seconda forma più diffusa di maltrattamento sull’infanzia con il 32,4% dei casi, subito dopo la patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei/delle minorenni in carico ai Servizi Sociali (II indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia; CISMAI e Terres des Hommes, 2021). Considerata come una delle possibili manifestazioni del maltrattamento psicologico, è oggi invece riconosciuta come un maltrattamento di tipo primario al pari del maltrattamento fisico, psicologico, dell’abuso sessuale e della trascuratezza.E’stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia), nel 2005. come: “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori, si include l’assistere a violenze messe in atto da minori su altri minori e/ o sugli altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici. Il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando essi avvengono nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore ne è a conoscenza), e/o percependone gli effetti”. Questo trauma, è stato definito con grande efficacia “il dolore degli impotenti” dalla psicologa psicoterapeuta Judith Herman (2005). E’importante sottolineare, che tale fenomeno è strettamente connesso con quello della violenza domestica, quest’ultimo è un fenomeno ampio, complesso e trasversale, non legato quindi solo a contesti caratterizzati da disagio materiale o da multiproblematicità, ma anche a contesti socio-culturali agiati e benestanti. Le radici della violenza domestica sono complesse affondano nel conflitto di genere, e sono connesse a dimensioni culturali e personali che si intrecciano fra loro. La violenza assistita viene il più delle volte sottovalutata, o addirittura ignorata, sia nelle sue dimensioni sia nelle conseguenze, perché spesso tendono a perdersi i nessi causali tra il clima di violenza circolante in famiglia e le conseguenze sullo sviluppo del bambino dal punto di vista psicologico (sia emotivo che cognitivo), fisico comportamentale e della socializzazione. Occorre, però, distinguere tra: conflitto e violenza in famiglia, questi ultimi non devono essere confusi fra loro perché hanno caratteristiche e conseguenze molto diverse: il primo prevede un dissidio anche grave, radicale, tra due persone, ma caratterizzato da una sostanziale parità tra le parti, dove l’identità di ciascuno è preservata, anche se si può creare in famiglia un clima violento e comunque malsano.La violenza domestica presuppone, invece, una relazione fortemente asimmetrica e di potere caratterizzata da sopraffazione, dominio e vittimizzazione di una parte sull’altra: un partner tratta l’altro, indifeso, con violenza, sul piano fisico e psicologico. La violenza domestica, inoltre, non è caratterizzata da episodi di violenza con carattere sporadico, ma si manifesta in una ripetizione sistematica di eventi che durano nel tempo e che presentano una graduale escalation sia in termini di danno prodotto che di pericolosità.Non sono rare purtroppo le situazioni di violenza intrafamiliare fra i partners che esitano in tentati omicidi e omicidi della donna, come spesso ci riportano le cronache, di cui a volte i minori sono testimoni. In Italia (Istat 2020) durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più rispetto al 2019, nel 64,1% si riportano anche casi di violenza assistita. Inoltre, tra gli orfani di femminicidio, il 17,2% dei figli sopravvissuti (di cui oltre il 70% minori) era presente durante il delitto e il 30% di loro ha ritrovato il corpo della madre, con danni devastanti sulle loro vite future. In quanto, figli della vittima e dell’omicida vivono un doppio trauma: la perdita della madre in modo drammatico e la «perdita» del padre.In generale le famiglie che sviluppano comportamenti violenti sono caratterizzate da una struttura interna relazionale piuttosto instabile. La relazione di coppia, fragile e conflittuale, tende a sfociare in gravi agiti, con manifestazione di esplosioni di violenza attiva, in genere nei confronti della donna. Il clima familiare è caratterizzato dalla continua instabilità affettiva e da conflitti agiti, durante i quali i figli sono spettatori passivi. La situazione relazionale della coppia non permette l’esercizio di una genitorialità adeguata ed attenta ai bisogni dei figli: i genitori, infatti, impegnati nel conflitto, diventano gravemente trascuranti, non prestano attenzione alle esigenze e necessità del figlio/a, che diventa così un bambino invisibile. Spesso coinvolto nelle relazioni adulte, costretto a prenderne parte, non avendo uno spazio come persona, il figlio diventa un “oggetto”, adultizzato con gravi conseguenze per il suo sviluppo emotivo. La violenza, dunque, intacca ed indebolisce le competenze genitoriali di cura e accudimento, nella donna/ madre, il maltrattamento, soprattutto se protratto nel tempo, può produrre un gran numero di disturbi assimilabili al disordine da stress post traumatico. Ancora, in colei che subisce violenza, si attivano in modo massiccio una serie di difese di evitamento, inizialmente dirette a mitigare l’impatto delle reiterate situazioni di pericolo, ma che poi restano sotto forma di disturbo e sintomo, fino ad inibire la capacità di esprimere i sentimenti, talvolta di percepirli e impedire una corretta valutazione degli eventi. Nella donna ciò oltre a determinare lo stato di isolamento tipico del maltrattamento, provoca un impoverimento generale di modalità di interazione con la realtà. Queste modalità influenzano fortemente la relazione con i figli e le capacità di accudimento e di attenzione verso i loro bisogni emotivi. La funzione genitoriale può, in questo contesto non svilupparsi coerentemente e venire fortemente compromessa; si parla infatti di: “madri maltrattate e danno alla genitorialità.” In tale contesto il bambino può manifestare dei comportamenti/atteggiamenti prevalenti, che vanno da quello timoroso, di vittima, ad atteggiamenti di tipo aggressivi, da “carnefice”. Nel gioco delle alleanze con l’uno o l’altro genitore il figlio infatti si può identificare con la vittima o con l’aggressore. I bambini che assistono alla violenza possono sviluppare, come già detto, comportamenti adultizzati, d’accudimento verso uno o entrambi i genitori e i fratelli ed avere continui pensieri su come prevenire la violenza. Essi tendono ad assumere atteggiamenti compiacenti, a dire bugie, ad adattarsi all’uno o all’altro genitore a
Sperimentazione di uno sportello di assistenza psicologica in un centro-trapianti

di Daniela Di Martino L’iter da affrontare per un trapianto d’organo solido è un’esperienza che può d e t e r m i n a r e d i f fi c o l t à psicologiche o psicosociali notevoli nei pazienti.S e p e r a l c u n i r e p a r t i o s p e d a l i e r i è o r m a i consolidata la presenza di una figura dedicata alla salute mentale (ad es. nei reparti di oncologia o maternità); per contro, l’inserimento stabile di psicologi nei centri-trapianto è ancora diffuso a macchia di l e o p a r d o s u l t e r r i t o r i o nazionale.Sono molte le aree di rischio e di potenziale necessità di intervento psicologico in un evento come il trapianto: la fase pre-intervento e postintervento (molto differenti anche in base al tipo di organo da trapiantare) aderenza terapeutica assistenza ai familiari e in particolar modo a quelli che donano organi ai propri congiunti a c c omp a g n ame n t o e sostegno per suppor tare un’adeguata qualità della vita nel pre e post-trapianto c o n t e n i m e n t o e d elaborazione di fattori emotivi fortemente impattanti a causa della drammaticità esistenziale di un evento di questo tipo. Va da sé che è fondamentale considerare in questi pazienti la necessità di un approccio multidisciplinare che guardi al paziente nella sua totalità. Scindere corpo e mente nel trattamento di questi pazienti non solo non conduce ad un’adeguata presa in carico dei bisogni di cura, ma potrebbe essere quanto mai pericoloso in considerazione del fatto che buona parte del successo terapeutico è determinato dalla gestione comportamentale nel posttrapianto: a partire dalla compliance terapeutica, per arrivare al monitoraggio delle proprie condizioni di salute nel tempo. Il riconoscimento e la presa in carico del paziente n e g l i a s p e t t i umani ed esistenziali sono aspetti funzionali a garantire la riuscita del processo di cura, p e r c o n s e n t i r e c i ò è indispensabile inglobare nell’intervento terapeutico gli aspetti psicologici,etici e psicosociali. Sul territorio campano si è m o s s a i n t a l s e n s o l ’ e s p e r i e n z a d i un’associazione volontaristica nata in seno al Reparto di Medicina Interna, Epatologia ed Ecografia Interventistica dell’ U.O. di Gragnano (Na). L’associazione, denominata A s t r a O n l u s , o v v e r o , “Associazione Trapiantati di Fegato e cura delle malattie epatiche”, è un’ associazione nata con l’obiettivo di tutelare gli interessi morali e materiali dei trapiantati di fegato. Tra le tante attività svolte, si occupa anche di sostenere il reparto offrendo ai pazienti servizi di natura specialistica e socioassistenziale. Tra le attività di natura specialistica è stata offerta, per un certo periodo di t e m p o , l a c o n s u l e n z a psicologica ai pazienti afferenti al reparto.L’esperienza può essere così sintetizzata: il paziente in a t t e s a d i t r a p i a n t o o trapiantato è un paziente complesso, il cui trattamento in termini psicologici varia a seconda del momento storicoclinico del percorso e a seconda della patologia che porta a l l a necessità d i trapianto d’organo. Nel periodo pre-trapianto è importante la gestione dello stress derivante dalla mutata condizione di salute; i l paziente va sostenuto e a c c o m p a g n a t o nell’adattamento alle nuove c o n d i z i o n i d i v i t a che impattano su molteplici livelli: individuale,familiare,sociale e lavorativo. L’alterazione dell’immagine corporea, la perdita della propria routine e capacità lavorativa, la modifica delle relazioni f a m i l i a r i possono essere esperienze fortemente penose a livello psichico, tali da ingenerare forme depressive,ansiose o atteggiamenti evitanti. Il posttrapianto è caratterizzato dalla consapevolezza di dover convivere per tutta la vita con una condizione diversa rispetto alla precedente; indurre il paziente a ritrovare una nuova normalità non è un’operazione semplice e richiede che il trapiantato v e n g a s o s t e n u t o nell’individuazione delle i s o r s e p r e s e n t i p e r ricominciare a riappropriarsi progressivamente della sua vita.Il ritorno alla vita quotidiana n e l p o s t – t r a p i a n t o è un’esperienza lenta e talvolta difficoltosa, pertanto un paziente andrebbe seguito nell’immediato post-intervento, ma anche nel medio e lungo periodo. E’ stato osservato che nell’immediato posttr a p i a n t o v i una f o r t e percezione di un’esperienza di “rinascita”, trasversale in quasi tutti i pazienti, tuttavia nel tempo possono emergere con forza vissuti depressivi o ansiosi correlati alla propria condizione; essi vanno a s s o l u t a m e n t e g e s t i t i , soprattutto con l’obiettivo di sostenere un’adeguata qualità della vita nel tempo. E’ chiaro che seguire un paziente da trapiantare o t rapiantat o r ichiede una g r a n d e p r e p a r a z i o n e psicologica in tutti i curanti, la presenza di una figura esperta in salute mentale nei centritrapianto si integra nel processo di cura con la sua competenza specifica. I l trattamento di simili pazienti è infatti di tipo multidisciplinare e richiede equipe ben formate sia sugli aspetti squisitamente clinici e fisiologici del pre e post-trapianto, oltreché sugli a s p e t t i p s i c o
L’EMOZIONE: QUESTA COMPLESSA E SCONOSCIUTA…

di Antonia Bellucci Siamo certi di sapere cosa siano le emozioni? Nonostante tutti abbiano una propria conoscenza di cosa sia un’emozione, risulta difficile darne una definizione generale poiché il termine “emozione” si riferisce ad un’ampia gamma di risposte. Possiamo provare tristezza durante la visione di un film, imbarazzo di fronte al comportamento di un collega, noia se bloccati nel traffico, paura di essere in ritardo ad un appuntamento, senso di colpa per essersi arrabbiati con un genitore, gioia e sollievo per aver avuto una diagnosi positiva ad una visita medica. Queste emozioni possono essere di media o alta intensità, negative o positive, brevi o di lunga durata, primarie (reazione emotiva iniziale) o secondarie (reazione ad un’emozione primaria). L’emozione, come rapida reazione che avviene quando l’organismo elabora uno stimolo significativo e consente un adattamento ad un cambiamento, si distingue dall’umore (inteso come stato emotivo diffuso con lento innesco e non legato a specifici oggetti o stimoli), ma anche dall’affetto, che è un costrutto complesso comprendente sia l’emozione che l’umore e riguarda lo stato generale che l’individuo sta sperimentando le sensazioni, piacevoli o spiacevoli, con diversi livelli di intensità, durata e pattern di innesco. L’emozione si attiva, generalmente, in risposta ad uno stimolo (trigger) o una situazione psicologicamente rilevante, che può essere esterna (es: assistere ad un incidente) oppure interna (es: anticipare un confronto col capo). Secondo le teorie cognitive, l’emozione si innesca quando si vive una situazione che viene valutata sulla base della sua rilevanza rispetto agli scopi dell’individuo. Gli scopi sono rappresentazioni che s i basano sui valori, sul contesto culturale di appartenenza, sulle caratteristiche della situazione attuale, sulle norme sociali, sulla fase di vita e sulla personalità dell’individuo. Proprio in base a ciò, è possibile che due persone che affronta la stessa situazione, avendo diversi scopi attivi, possano prestarvi attenzione e valutare la situazione differentemente. Un esempio per esprimere meglio il concetto: se un professore dice a due allievi “so che potresti fare meglio alla seconda prova rispetto a ciò che è emerso dalla prima” potrebbe sollecitare due reazioni differenti; il primo studente potrebbe sentirsi incoraggiato a fare meglio mentre il secondo potrebbe sentirsi criticato e deprimersi per non essere andato bene. La differenza nelle reazioni dei due studenti è data dai loro scopi e, quindi dalle successive valutazioni dell’evento; di conseguenza, ne deriva che anche le emozioni positive si attivano quando la persona percepisce di perseguire adeguatamente i propri obiettivi, mentre le emozioni negative possono scaturire quando una situazione viene valutata come un ostacolo ai propri scopi. Così come le cose cambiano nel tempo, sia la persona che la situazione o il significato che l’individuo attribuisce alla situazione, anche le emozioni possono cambiare. Le componenti di un’emozione, dunque, sono: l’esperienza soggettiva, gli ingredienti cognitivi, la reazione fisiologica o somatica, l’espressione facciale, il comportamento o la tendenza all’azione. Tra queste, le espressioni facciali e l’impulso ad agire sono associati ad alterazioni autonomiche e neuroendocrine anticipano, accompagnano e seguono la risposta comportamentale. Le componenti sono diverse a seconda del tipo di emozione. Ad esempio, nell’ansia, connessa fortemente allo stile di vita odierno ed alle spinte e richieste della società attuale, è possibile generalmente osservare: un intenso stato di agitazione (esperienza soggettiva), la percezione di una minaccia valutata come grave, imminente e difficilmente affrontabile con le proprie risorse (ingredienti cognitivi), accelerazione del battito cardiaco, modifica del ritmo del respiro, sudorazione, ecc. (reazioni fisiologiche o somatiche), occhi spalancati e sopracciglia elevate (espressione facciale) , tendenza ad evitare o fuggire dalla potenziale minaccia (tendenza all’azione). Infine, un’altra caratteristica delle emozioni è la loro malleabilità, cioè sono modificabili e transitorie; una volta attivata, la risposta delle emozioni segue il suo naturale decorso. Le emozioni possono irrompere nella nostra esperienza anche indipendentemente dalla nostra consapevolezza e possono anche confliggere con altre risposte alla situazione (es: due emozioni contrapposte). Umore ed emozioni possono interagire dinamicamente. Le emozioni possono portare a particolari tipi di umore e l’umore può aumentare la probabilità che si attivino determinate emozioni. Attualmente, le scienze affettive vedono umore ed emozioni come due costrutti strettamente interconnessi: l’umore può potenziare o alterare una reazione emotiva. Ad esempio, l’umore irritabile può facilitare una reazione emotiva di rabbia, l’umore ansioso può facilitare il panico o uno stato emotivo di tristezza può sviluppare un umore triste. Tutti proviamo emozioni ma cambia l’intensità, il tipo di trigger, la frequenza e la soglia di attivazione delle stesse. Non provare emozioni è una condizione patologica. Se questo è vero, in che senso le emozioni sono centrali nella psicopatologia e possono esse stesse essere il sintomo, il segno, di una patologia in corso? Secondo una prospettiva funzionalista, le emozioni sono risposte importanti dal punto di vista dell’evoluzione perché spesso sono reazioni adattive a problemi o situazioni che si incontrano. Le teorie attuali sulle emozioni, invece, enfatizzano l’importanza delle stesse nel guidare il comportamento, l’azione e le risposte fisiologiche, nel facilitare il processo di decision-making, nel favorire la memoria di eventi importanti e nella gestione delle interazioni interpersonali. Le emozioni possono essere d’aiuto ma alcune volte possono interferire negativamente sul comportamento, risultando inappropriate al contesto. Ed allora: se è vero che le emozioni hanno una funzione adattiva che consente all’individuo di autoregolare il proprio comportamento in funzione del raggiungimento di scopi rilevanti, è anche vero che in alcuni casi le emozioni possono diventare un sintomo. Quando l’emozione può inquadrarsi all’interno della psicopatologia? Innanzitutto, vi sono emozioni che risultano essere componenti centrali dei disturbi mentali (Depressione maggiore: tristezza, colpa, anedonia; Mania: eccessiva euforia, irritabilità; Schizofrenia: appiattimento affettivo, anedonia; Panico: improvvisa ed intensa reazione di paura; Disturbo ossessivo-compulsivo: senso di colpa, pensieri ansiosi ripetitivi; Disturbo borderline di personalità: instabilità emotiva, attacchi di rabbia; Ipocondria: paura persistente di avere una malattia, ansia). In altre parole, ogni disturbo è caratterizzato da emozioni che risultano disfunzionali e che possono diventare il sintomo. Pertanto, l’emozione potrebbe essere appropriata alla valutazione della situazione ma può essere inappropriata la sua intensità o durata nel tempo; l’intensità e la durata possono dipendere da alcuni meccanismi psicopatologici, come ad esempio i tentativi
Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune proposte di procedure operative per l’intervento psicologico

di Francesca Dicè Chi, come chi scrive, opera da lungo tempo implementando interventi psicologici all’interno dei contesti scolastici, sa bene che una delle più grandi limitazioni alla piena riuscita degli stessi riguarda spesso lo stigma legato alla salute mentale (Petter, 2004). Capita infatti molto spesso che gli studenti non afferiscano allo sportello d’ascolto psicologico per timore di essere indicati come “sciocchi”, “malati di mente” o addirittura confusi con gli studenti che usufruiscono di un insegnamento individualizzato. A peggiorare la situazione possono intervenire anche semplici dinamiche di gruppo, talvolta mosse magari da semplici immaturità o anche solo legate ad espressioni ridanciane e battute rumorose, che però possono scoraggiare richieste di accesso allo spazio. Spesso, infatti, nei corridoi scolastici si sentono rimbombare espressioni sarcastiche del tipo: “Sta arrivando la psicologa, vieni che ti cura!” “Dottoressa, parli un po’ con questo ragazzo che ha “i problemi in testa!” È dunque fondamentale, per chi opera in questi settori, non trascurare questi aspetti, bensì eleggerli a contenuto elitario del suo lavoro; per farlo, può essere utile mettere in campo alcune strategie operative. Una prima strategia può riguardare un importante coinvolgimento del corpo docente, con il quale possono essere fatti degli incontri preparatori di approfondimento delle attività dello spazio d’ascolto; ciò affinché esso possa avere ben chiari i criteri per inviare gli studenti allo spazio e, se da loro interpellato per un consiglio, fornire le corrette informazioni al riguardo. Una seconda strategia può prevedere un potenziamento dell’attività di pubblicizzazione dello spazio; un modo può essere il preferire, soprattutto nelle parti iniziali del progetto, il ricorso ad incontri con i gruppi classe, anche a scopo esclusivamente informativo, utili a presentare le attività ed il valore della prevenzione nel contesto scolastico. Una terza strategia, infine, può essere l’implementare degli specifici interventi informativi e promozionali con i genitori, al fine di prevenire eventuali preoccupazioni legate alle attività cliniche offerte (Alcuni esempi tipici: “Perché gli insegnanti vogliono mandare lo psicologo in classe? C’è qualche problema che non ci è stato riferito?” oppure “Mio figlio mi ha chiesto di poter parlare con lo psicologo, significa che entrare in psicoterapia?”) e chiarire eventuali dubbi o domande al riguardo. In altri termini, credo che il contrasto allo stigma della salute mentale debba iniziare proprio dagli interventi promossi dagli addetti ai lavori; essi, in particolare in ambito scolastico, devono prevedere, come obiettivo iniziale, la promozione di una cultura psicologica, portando così, di conseguenza, ad una riduzione dei vissuti di stigmatizzazione relativi alla salute mentale ed ad un aumento delle richieste di consultazione (Cornoldi & Molinari, 2019). Bibliografia Cornoldi C. & Molinari L. (2019) Lo psicologo scolastico. Competenze e aree di intervento. Bologna: Il Mulino. ISBN 9788815284754 Petter G. (2004) Lo psicologo nella scuola. Ciò che fa, ciò che potrebbe fare. Firenze: Giunti Psychometrics. ISBN 9788809038097