I BIMBI DELLE CASE FAMIGLIA. Lenire i traumi attraverso la Terapia Assistita con gli Animali – Pet therapy

di Michela Romano L’allontanamento dei minori dalla famiglia è un’azione protettiva che permette all’intero nucleo – genitori e figli – di riflettere su ciò che ha causato un grande dolore emotivo, generalmente alla base di azioni poco consone al buon funzionamento familiare.Se i genitori devono trovare il nucleo interno e successivamente relazionale che li ha portati ad essere genitori manchevoli di adeguate cure genitoriali, i figli dovranno fare un grosso lavoro su di sé per potere aggiustare il più possibile la dimensione del legame di attaccamento affinchè questo possa diventare il più vicino possibile all’attaccamento sicuro. Questo è un lavoro che gli operatori devono avere in mente al fine di offrire a questi bambini/ragazzi la possibilità di riparare la grande ferita interna. Offrire loro una adeguata quotidianità fatta di certezze, di pasti adeguati, di presenza di figure adulte centrate, affidabili e autorevoli permettere loro di vivere in un luogo protetto e sicuro, di essere fruitori di progetti educativi al fine di far loro esplorare esperienze di vita e di capacità di sé utili a nutrire la loro autostima assai spesso minata, sono obiettivi fondamentali.  Ma l’esperienza terapeutica non può mancare proprio perché è fondamentale nutrire i loro nuclei interni assai spesso fragili.Tale fragilità, l’età giovane, la distanza dai genitori, spesso non permette ai bambini di potere lavorare adeguatamente in uno spazio terapeutico classico. Le ferite sono profonde, la difficoltà inconscia di fidarsi di adulti che per lungo tempo non li hanno “visti” e protetti non permette loro di affidarsi, hanno una paura inconscia di abbandonare i loro sintomi che in qualche modo li hanno fatti rimanere in vita e condurre in qualche modo la loro esistenza.  Da qui la possibilità di potere offrire a questi bambini uno spazio di psicoterapia a mediazione animale. Questa presenza – del cane, gatto, asino, cavallo – permette al bambino e all’adolescente di incontrare il proprio sé altrove, nell’animale che funge da specchio relativamente alle emozioni. Nello stesso tempo ha una funzione importante di maternage e presenza rassicurante. L’animale con il suo non giudicare, con il suo esserci, con la sua presenza solida, con la sua capacità di entrare in relazione, con la sua empatia è in grado di cogliere le emozioni dell’altro e di rispondere adeguatamente e in modo sintonico. Ed è quello che assai spesso è mancato ai bambini cresciuti in famiglie disfunzionali o poco funzionali. Il cane o il gatto, all’interno di un contesto psicoterapico e dunque con la presenza di uno psicoterapeuta possono avere proprio la funzione di sintonizzazione emotiva che favorisce nel minore la sensazione – fino a diventare consapevolezza – di essere riconosciuto e dunque di ESISTERE.  La possibilità di potere lavorare nel tempo con più animali permette di cogliere meglio i bisogni dell’utente e di fornire gli stimoli più adeguati affinchè l’esperienza possa essere incarnata e dunque essere più ripartiva possibile. Il cavallo potrebbe per esempio permettere loro di lavorare sulla capacità di reggere le frustrazioni, di affidarsi completamente all’altro o, al contrario, di essere assertivo con l’altro dovendo relazionarsi e farsi comprendere e rispettare da un essere molto più grande di noi e soprattutto molto ingombrante. L’asino ci permette di vivere una dimensione di vicinanza e di silenzio rispetto al non fare e ad accogliere anche questa opportunità:  la piacevolezza del non fare.  E’ possibile curare le ferite psichiche definitivamente? Questo dipende da tantissimi fattori: qualità dell’esposizione pregressa degli eventi familiari, ambiente di vita attuale, spostamento della famiglia relativamente ai nuclei affettivi manchevoli, aspetti cognitivi e di costrutti interni dell’utente, esperienze di vita attuali e future. Fra l’altro, gli operatori sanno, ciò che offriamo ai nostri utenti adesso, che sia educativo o terapeutico, non sempre si osserva come risultato emotivo, intrapsichico e relazionale attuale. Il nostro lavoro permette però a questa utenza di arricchirsi di esperienze positive, nutritive che comunque albergheranno dentro di loro. E quando saranno pronti, se le esperienze di vita successive glielo permetteranno, se decideranno di prendere un strada di vita migliore rispetto a quella di origine avremo arricchito le loro esperienze intrapsichiche e interpsichiche e offerto loro una grande chance. Ciò che deve essere nel nostro patrimonio di operatori (educatori, psicologi, psicoterapeuti, ecc) è la consapevolezza del nostro buon operato e la capacità di accettazione incondizionata dell’altro. Frustrazione, rabbia, senso di inefficacia, delusione e tutte quelle emozioni che i nostri utenti possono farci provare dobbiamo saperle gestire e non farle ricadere su di loro a rischio di ripetere le esperienze negative delle loro relazioni primarie.Gli animali in questo sono maestri, si nutrono delle relazioni presenti, non sono giudicanti, sono in grado di essere centrati e non identificarsi in termini negativi con le emozioni altrui. In questo modo restituiscono, all’interno di una relazione, la loro capacità di stare e di offrire una dualità pulita e rassicurante. 

Essere “social” rimanendo isolati

di Jonathan Santi Pace La Pegna “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”, cantava una famosissima canzone italiana.Ebbene, per quanto gli oblò possano richiamare talvolta a una dimensione di relax, vacanza, svago, essi possono fare riferimento anche all’idea di un luogo chiuso, protetto, impermeabilizzato, quasi asettico e distaccato, con una piccola e limitata vista sul mondo. È proprio questa la dimensione “social” (nel senso di “sociale”) più diffusa e pervasiva al giorno d’oggi, tra giovanissimi, giovani e meno giovani, e ciò non solo per effetto diretto della pandemia e del distanziamento sociale, ma come mood e stile di vita che si va allargando.I social media, gli influencer, le app di messaggistica, i filtri, le dirette video, le comunicazioni instant, danno l’idea di una realtà multiforme priva confini in cui è possibile raggiungere chiunque quando si vuole, dominata dall’immediatezza della comunicazione, che spesso però risulta a conti fatti un mero abbaglio, come un toccare senza percepire, un sentire senza ascoltare, un assaggiare senza assaporare. Vedere un piccolo spaccato della realtà che ciascuno mette a disposizione attraverso questi mezzi, conferisce l’illusione di poter fare parte, a volte, delle vite di tanti, pur toccando pochi, auto relegandosi entro piccoli spazi di vita patinati costruiti ad hoc, che danno una parvenza di vicinanza ma privi di sostanza.“Stare insieme a molti rimanendo soli” è il pericolo che uno stile di vita vissuto soltanto o prevalentemente entro i confini di questa dimensione “social” può comportare. Mettendo da parte al momento tutti quei pericoli di “dipendenza” da queste forme di virtualità per cui sarebbe necessario un excursus a parte, ciò che è importante sottolineare è che l’essere umano per strutturarsi e mantenersi in maniera salutare e funzionale ha bisogno della socialità vera, della compagnia vissuta, della vicinanza emotiva, del confronto e dell’apporto personale attivo fatto di scambi, aspettative, delusioni e conquiste.L’uomo è un animale sociale (cit. Aristotele, IV sec. A.C.).

“Il corpo che sono e il corpo della relazione” Percorsi di Tangoterapia

di Anna Rita Cerrone Sartre direbbe che il mio corpo non è un corpo, uno dei tanti oggetti-corpo, esso è irriducibilmente mio perché è tutt’uno con il soggetto che io sono. Il mio corpo è intriso della mia soggettività, è corpo-soggetto, non è solo schema o qualcosa che io ho: “Io sono il mio corpo”. Siamo abituati a distinguere corpo e anima come due entità autonome, ma in questa separazione ci affettiamo con il bisturi della nostra mente. Il “corpo vivente e vissuto” esprime l’incarnarsi della coscienza e la coscienza fatta carne ci racconta che siamo unità indivisibile di corpo animato. Il corpo che sono è parola delle ferite e dei bisogni, confine tra quanto traduce del mio personale vissuto e tra quanto raccoglie o trascende attraverso l’incontro con l’altro. Avere un corpo non basta. Possiamo scoprire il nostro Essere corpo, coscienza incarnata in quanto esserci al mondo, sorgente di significato e di senso, attraverso i vissuti che fanno la nostra esperienza. Il corpo è campo di espressione e relazione, realizza le intenzioni perfino prima che io le pensi, nella dinamica interazione con il mondo, perché non siamo solo una parte di quel mondo che abitiamo ma contribuiamo a costruirlo. Il corpo è intermediario nell’incontro con l’altro. Nel mio corpo mi attuo e mi rivelo e l’altro si rivela a me. In questa consapevolezza, il corpo è presente e partecipante alla vita interiore e alla vita di relazione, esprime e agisce la mia intenzionalità. Ma questa presa di coscienza del corpo non è data a priori. È conquista che si raggiunge. Sintonizzazione tra parti della totalità che siamo e parti della totalità di sistema con l’altro. Possiamo raggiungere piena presenza nell’esperienza di noi e nell’incontro con l’altro o possiamo stare nel mondo come bendati, perfino spaventati da quanto percepiamo. Talvolta intuiamo che c’è una pienezza al di là dei nostri automatismi, di quei caratteri e funzioni del corpo che possono perfino diventare gabbie, corazze delle quali non conosciamo i segnali di accesso o di uscita o di trasformazione. Il corpo allora intrappola, diventa sintomatico, sconosciuto, estraneo, misterioso nelle sue espressioni. Ma il corpo che sono lo posso recuperare, conquistare pienamente attraverso il percorso di apertura ad una vera relazione umana, che sappia rigenerare. Le emozioni sono sempre incarnate. Non possono prescindere da questa natura. Così posso sentirmi me stesso in carne e ossa e sentire con l’altro il tessuto di un dialogo che mi riappropria del mio essere unità indivisa corpo-mente. Posso scoprire l’altro attraverso la parola muta ed eloquente di codici del corpo pregni di senso e sperimentare l’autenticità dell’incontro con l’altro. Così il cuore che pulsa a diverse frequenze, la respirazione diaframmatica, la sensibilità muscolare, il radicamento al suolo e l’equilibrio diventano esperienza che può essere colta nella sua interezza. La nostra capacità di entrare e uscire in modo più o meno armonico da un abbraccio, comunica segnali importanti della nostra realtà interiore, racconta chi siamo e come stiamo nel qui ed ora dell’incontro, sia pure nei termini di emozioni spiacevoli che possono essere trasformate, solo se attraversate. In questo senso, la tangoterapia diventa avventura di consapevolezza, ricerca di sintonizzazione sensoriale ed emotiva, scoperta di sé nell’incontro delle proprie resistenze o delle proprie attitudini. In ogni abbraccio posso incontrare la connessione profonda con affetti che rimandano alle mie impronte di storia personale e a quelle dell’altro. Nel qui ed ora di un incontro autentico, ritrovo infatti vissuti antichi, fatti di energia bloccata o liberamente fluttuante, di stati psico-fisici collegati al contatto e allo scambio, trovo il desiderio generato o negato. Nel contatto, trovo la possibilità di trasformare il senso di rifiuto in accoglimento, la distanza in prossimità, il senso di invasione in spazio condiviso. Il tango si fonda sulla comunicazione giocata attraverso ruoli complementari, che rimandano al dialogo tra maschile e al femminile. L’uomo guida, propone e conduce, la donna accoglie, contiene e risponde. Ma non è tutto, poiché nel gioco flessibile delle parti, impariamo ad esprimere aspetti di noi stessi che solitamente tratteniamo in definizioni rigide del nostro essere persona. Citando Jung, menzioniamo gli archetipi dell’Animus e dell’Anima. Le nostre componenti inconsce dell’altro sesso si rivelano, nelle loro reciproche combinazioni di energia dominante o sottesa e nell’abbraccio di un tango, come in quello della vita, possono trovare integrazione. Non è forse questo il senso della potenza energetica che incontriamo in ogni abbraccio/incontro e che ci confronta con la complessità che siamo, che è l’altro? E se non siamo consapevoli di questo, quali e quante ombre si scatenano in quell’abbraccio vitale, che diventa opprimente? Possiamo invece scoprire la pienezza, nel fluire dei corpi in movimento, ricettivi e flessibili, nell’aggiustamento reciproco e attraverso il quale acconsentiamo a liberarci delle nostre rigidità, giocando con le nostre polarità interne, uguali e contrarie, spesso negate. Tutto è comunicazione da riscoprire, attraverso la coppia danzante, che deve imparare a non confliggere, a non prevaricare, a non invadere. Cosi lo sguardo che ricambia l’intesa o che si ritrae, ci confronta con i nostri bisogni di accettazione e con i timori di esclusione. La camminata e le pause, nella coppia intenzionata all’unisono, rimandano al movimento e all’immobilità psichica, dimensioni che possono essere sentite consistenti e appaganti oppure disarmoniche e frustranti. L’asse condiviso e l’equilibrio, il controllo e l’abbandono, la solitudine e la connessione: grandi temi esistenziali, ai quali la nostra coscienza può accedere e attingere pienamente, riempirsi di senso, solo attraverso un’esperienza che traduca in risorse ciò che spesso sentiamo come sfida faticosa dell’esistere. Come non parlare della postura, tanto importante nel tango come nello stare al mondo: stare dritti o piegarsi come giusta combinazione tra la fiducia in sé e quella nell’altro. La tensione muscolare, la rigidità che si può tradurre in fluidità e rispondenza del tono muscolare, sono le nostre tracce interne, possiamo riconoscerle e ritrovarle, riappropriarcene e modularle, per darle all’altro e raccogliere le sue: esserci, veicolando un’intenzione chiara piuttosto che ambigua, consapevole piuttosto che proiettiva. Solo in conquista personale del corpo che siamo, il corpo della relazione si dispiega armonicamente,

L’alcol e i suoi effetti sulla salute psicofisica

di Greta Del Taglia Tra intossicazione e sbornia L’alcol è una sostanza ad azione sedativa che agisce sul sistema nervoso centrale e, come altre sostanze psicoattive o droghe, provoca dipendenza e causa gravi disturbi psicologici e fisici. Viene definito “alcolismo” lo stato che deriva dall’abuso continuato e compulsivo di bevande alcoliche. L’abuso di alcol determina problemi sociali, lavorativi/scolastici e familiari; riduce i freni inibitori e porta ad assumere comportamenti a rischio (ad esempio, comportamenti sessuali violenti, oppure la guida in stato di ebbrezza). L’intossicazione (ubriacatura o sbornia) produce effetti simili a quelli prodotti dalle benzodiazepine (e cioè i farmaci antidepressivi). Fra le conseguenze dell’uso di alcol ci sono, inoltre, sbalzi d’umore, depressione, ansia e insonnia. Può aumentare il rischio di incidenti, di suicidio e di condotte aggressive. Gli effetti tossici dell’alcol possono produrre, infine, sintomi fisici gravi: problemi legati al controllo motorio, al linguaggio, a funzioni mentali e di memoria, oltre a danni al fegato, gastrointestinali, cardiovascolari e ipertensione. Servizi pubblici e alcolisti: qualche dato L’utenza è andata tendenzialmente aumentando nel tempo; negli anni più recenti il trend crescente è soprattutto evidente per gli utenti già in carico e rientrati. Nel 2015 sono state prese in carico presso i servizi o gruppi di lavoro 72.377 persone.  Il 26,6% dell’utenza complessiva è rappresentato da utenti nuovi; la quota restante da persone già in carico dagli anni precedenti o rientrati nel corso dell’anno, dopo aver sospeso un trattamento precedente.Il rapporto M/F è pari a 3,4 per il totale degli utenti. L’analisi per età evidenzia che la fascia più interessata è 40-49 anni (circa 31% dei soggetti), sia per l’utenza totale che per le categorie nuovi e vecchi utenti. I nuovi utenti sono più giovani di quelli già in carico o rientrati: nel 2015 si osserva che l’11,2% dei nuovi utenti ha meno di 30 anni, mentre per i più vecchi questa percentuale è pari al 5,7%. Viceversa, gli ultracinquantenni sono il 37,0% per i nuovi utenti e il 48,0% per quelli già in carico. La bevanda alcolica più consumata è il vino (49,6%), seguito dalla birra (25,9%), dai superalcolici (11,0%) e dagli aperitivi, amari e digestivi (5,1%). Stress e alcolismo Lo stress e i disturbi correlati, inclusa l’ansia, sono fattori chiave nello sviluppo dell’alcolismo, poiché l’uso dell’alcol può temporaneamente ridurre la disforia (umore deflesso) del bevitore. Sia fattori ambientali sia fattori genetici influenzano i meccanismi di assunzione di alcol e possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo della dipendenza da alcol (Cloninger, 1987; Crabbe, 2002). La presenza di disordini psichiatrici legati allo stress in comorbidità, tipicamente caratterizzati da sintomi come sbalzi d’umore e ansia, spesso è stata associata all’aumento di una predisposizione all’alcolismo (Bolton et al. 2009; Grant et al. 2004). Fattori di stress cronico o acuto possono essere fattori determinanti nella regolazione del craving (desiderio) e giocare un ruolo significativo nel rischio di una ricaduta (Breese et al. 2011).Varie forme di stress, inclusi eventi stressanti infantili; stress gravi e acuti, come quelli sperimentati in un DPTS (disturbo post traumatico da stress); e lo stress cronico, possono essere associati ad un aumento del rischio di dipendenza da alcol e droghe (Gordon, 2002; Sinha 2008; Uhart e Wand, 2009). Al tempo stesso, l’uso precoce dell’alcol e l’astinenza possono aumentare la vulnerabilità allo stress che può risolversi nello sviluppo di stati affettivi negativi, come l’ansia o la depressione (Guerri e Pascual, 2010). In sostanza, esiste una relazione intricata e complessa tra stress ed uso di alcol, che ha portato a varie ricerche per identificare i meccanismi molecolari coinvolti nello sviluppo di sintomi depressivi correlati alla psicopatologia dell’alcolismo (Moonat et al. 2010). Caratteristiche diagnostiche del Disturbo da Uso di Alcol (DSM-5, APA 2013) È definito da un cluster di sintomi comportamentali e fisici, che possono comprendere astinenza, tolleranza e craving. L’astinenza da alcol è caratterizzata da sintomi di astinenza che si sviluppano circa 4-12 ore dopo la riduzione dell’assunzione, successiva ad una prolungata, eccessiva ingestione di alcol. L’astinenza da alcol può essere intensa così gli individui possono assumere nuovamente alcol, nonostante le conseguenze negative, spesso, per evitare o per attenuare i sintomi di astinenza. Alcuni sintomi di astinenza (come i disturbi del sonno) possono persistere e contribuire alla ricaduta. Lo sviluppo di un pattern ripetitivo e intenso, porta alla continua ricerca e al consumo di bevande alcoliche. Il craving per l’alcol è un forte desiderio di bere che rende difficile pensare ad altro e porta all’uso di alcol. Il bere può incidere negativamente sul rendimento scolastico o lavorativo; responsabilità domestiche e cura dei bambini vengono trascurate; l’alcol può portare ad assenze a scuola o blocchi di carriera sul lavoro. L’uso di alcol può avvenire in situazioni fisicamente pericolose (alla guida di un’auto, utilizzando macchinari mentre si è intossicati, etc). Infine, individui con disturbo da uso di alcol possono continuare a consumare alcol nonostante siano consapevoli che il consumo continuato pone problemi fisici (epatopatie, perdita dei sensi), psicologici (depressione), sociali o interpersonali (liti violente, abusi su minori). Dipendenza da alcol e da sostanze: il punto di vista neurobiologico La dopamina induce uno stato mentale e comportamentale di tipo euforico, caratterizzato da un aumento dell’arousal, permette una rapida associazione di dati sensoriali, motori e contestuali immediatamente precedenti all’esperienza di uno stimolo ricompensante (Merker, 2007). Il sistema dopaminergico agisce nel cervello come un teaching signal, un segnale di apprendimento tale da indurre un’attivazione cognitiva, utile per ricercare, valorizzare, apprendere, memorizzare elementi nuovi e integrarli con vecchi schemi cognitivi consolidati. Le strutture cerebrali più evolute saranno quelle ad attribuire un significato positivo all’esperienza con la sostanza; la dopamina contribuisce ad alimentare questa ricerca di “senso”, creando uno stato mentale orientato verso l’oggetto (la sostanza stessa e i contesti d’uso), in grado di far cooperare le aree corticali in questa costruzione di significato (Redgrave, 2006). Obiettivi e strumenti dei percorsi di trattamento residenziali L’abuso e la dipendenza da alcol necessitano di interventi qualificati, specialistici, intensivi, che prevedano la possibilità di periodi residenziali, oltre che la capacità di costruire una robusta rete territoriale. Il primo scopo dei percorsi residenziali è quello di effettuare una diagnosi in condizioni libere da alcol. La

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili.  Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.

Oggi, 17 gennaio 2022, sarete tristi

di Francesca Guglielmetti Onestamente non saprei dirvi da cosa dipenderá la vostra tristezza ma so con certezza da quando ha iniziato a manifestarsi questa sorta di depressione collettiva e da chi dipende. Andiamo con ordine. Prima del 2005 quello di oggi sarebbe stato solo uno degli innumerevoli e faticosi lunedì a cui ognuno di noi è condannato; come dire un lunedì senza infamia e senza lode, un lunedì reo solo di essere tale. Proprio nel 2005 tuttavia Cliff Arnall, psicologo presso l’Università di Cardiff, attraverso una formula matematica riuscì ad incrociare alcune variabili (il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi a Natale, il calo di motivazione dopo le feste) che lo portarono ad individuare nel terzo lunedì del mese di gennaio (e quindi oggi!) il giorno più triste dell’anno. Tranquilli peró: la soluzione per annientare questa fastidiosa depressione esiste! Beat Blue Monday! ecco il motto con cui l’agenzia di viaggi britannica Sky Travel, desiderosa di infondere linfa vitale al mercato dei viaggi da sempre sotto tono nella seconda metà di gennaio di ogni anno, invogliava, sempre nel 2005, a liberarsi dalla tristezza di questo giorno infausto. Ossia: sappiamo che sei triste ma non ti preoccupare, non dipende da te ma dal Blue Monday e comunque se prenoti un viaggio il tuo umore cambierà. Ora però proviamo a fare un esame di realtà. Cliff Arnall risulta essere realmente uno psicologo (un “life coach” a voler essere precisi) rispetto alla sua posizione all’interno dell’Università di Cardiff so dirvi poco (ma in realtà poco è possibile sapere) dal momento che l’Ateneo pare abbia preso fin da subito le distanze sia da Arnall che dal Blue Monday. La formula di Arnall, del resto, di “accademico” ha proprio poco dal momento che, pur richiamando visivamente un’equazione matematica, non ne rispetta in alcun modo i criteri (non specifica le unità di misura necessarie per ciascun parametro ed accoglie al suo interno grandezze non quantificabili). Insomma il Blue Monday e la sua formula altro non sono che pseudoscienza ossia una bufala ben confezionata e caratterizzata da tre elementi fondamentali: 1) una certezza: oggi siamo tristi 2) un giudizio: essere tristi non va bene 3) una soluzione: la tristezza va sconfitta rapidamente magari effettuando un acquisto. Questi tre punti sicuramente hanno decretato il successo del Blue Monday pur trattandosi, contemporaneamente, di cattiva psicologia e psicologia cattiva. Il Blue Monday è “cattiva psicologia” perché non rispetta le regole metodologiche della professione che richiedono di utilizzare procedure verificabili o, quando ciò non è possibile, argomentazioni basate su prassi stabili e documentabili. Il Blue Monday è “psicologia cattiva” perché non rispetta nemmeno le regole etiche della professione dal momento che ci induce a focalizzarci su un’emozione facendola apparire patologica per poi offrirci una cura. In definitiva il Blue Monday tende ad amplificare o, ancor peggio, a sollecitare una sensazione di disagio per poi offrire una (illusoria per lo più) soluzione al disagio stesso. Perché il Blue Monday, pur essendo un chiaro esempio di pseudoscienza ha un così grande potere attrattivo? Perché, credo, come spesso accade per le pseudoscienze, si tratta di una post verità. Le post verità (e qui mi faccio aiutare dall’Accademia della Crusca e dagli Oxford Dictionaries) sono dei concetti in cui la verità, il fatto oggettivo, ha un peso decisamente minore rispetto agli appelli alle emozioni ed alle convinzioni personali. Il Blue Monday, come tutte le post verità, è attraente, poco faticoso poiché non stimola in alcun modo il senso critico e proprio per questo ci permette di definirci chiaramente ed altrettanto chiaramente ci permette di definire l’altro. Il Blue Monday, in quanto post verità, individua il bianco ed il nero ed esclude completamente la noia e l’indeterminazione del grigio, traccia un confine netto tra bene e male. Il Blu Monday, in definitiva, se da una parte ci rassicura, dall’altra ci impedisce di evolvere, di accedere alla fatica del cambiamento. Allora, se volete, proviamo a ridefinire tutta questa storia: oggi essere triste è una possibilità e non una certezza. Se ciò dovesse accadere concediamoci anche il lusso di questa spiacevole emozione, senza cercare soluzioni immediate. Solo in questo modo qualcosa cambierà perchè come ci insegna il buddismo “niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare”.

La musica è meravigliosa: riflessioni sul “racconto musicato” del Maestro Piovani

di Corrado Schiavetto Proprio sul finire dell’anno 2021, presso l’auditorium di Roma nei giorni dal 26 al 31 dicembre, è andato il scena il lavoro in musica del maestro Nicola Piovani, dal titolo “La musica è pericolosa”: in parte narrato e in parte suonato (da cui la mia personale identificazione come racconto musicato, o come musica raccontata), pone interessanti riflessioni sul rapporto fra musica, pensiero e società; accompagnando difatti la narrazione con brani scelti dalle colonne sonore che ha composto per registi come Fellini e Monicelli, toccando anche il delicato tema dell’attuale situazione sociale con le musiche per lo spot di Tornatore riguardante la vaccinazione, ha accompagnato assieme al suo gruppo per più di due ore i presenti che hanno avuto il piacere di assistervi. Ma perché la musica è pericolosa? Questa affermazione si rifà a una frase di Fellini: diceva il registra – e qui cito lo stesso Piovani – che “è una lingua che ti emoziona profondamente pur non parlando di nulla, pur essendo priva di contenuti. È un’emozione irrazionale e profonda che a lui dava un senso di panico”. Questa frase che è possibile definire illuminata, toccherà tutto lo svolgersi della rappresentazione del maestro e, allo stesso tempo, ci permette una riflessione più profonda del rapporto fra musica, emozioni e pensieri. Questo rapporto, già noto a Platone, che nel Protagora accennava che la musica era in grado di suscitare determinate emozioni a seconda della maniera in cui veniva suonata, tanto che “i giovani, diventati più euritmici e armoniosi, valgano al dire e al fare” (XV, 326). La musica, quindi, può essere sia in grado di essere maestra verso l’elevazione, sia corruttrice. Ma, per essere tale, deve riuscire a comunicare e, dunque, deve avere – e qui c’è il discostarsi da Fellini – un contenuto. Questo contenuto però non è qualcosa di accessibile al nostro comparto razionale; dunque, un contenuto che consciamente può essere percepito, ma deve essere un contenuto in grado di toccare, altra analogia con un’espressione musicale, le “corde della nostra anima” (è interessante notare in questo frangente come la metafora per il generare emozioni consideri gli esseri umani strumenti musicali; tornerò in seguito su questo punto). Citando Susanne Langer nel suo “Philosophy in a New Key” (1941), la musica “rivela la natura dei sentimenti con un dettaglio e una verità che il linguaggio non può approcciare”, aggiungendo anche che “la musica è rivelante, mentre il linguaggio è oscurante”. Ma perché avviene tutto ciò? Da dove proviene questa nostra affinità con la musica a un livello così tanto simbolico e inconscio? Le neuroscienze ci sono venute in aiuto nel provare a dare una risposta nel tempo a questo dilemma. Nel corso degli ultimi decenni la ricerca si è sempre concentrata sui correlati cognitivi relativi all’ascolto e alla produzione musicale (Dowling & Harwood, 1986; Lerdahl & Jackendoff, 1983); eppure, Panksepp stesso (2002) afferma come possa esserci un substrato più importante nella nostra comprensione musicale, un mistero più profondo. Questo si può vedere negli attuali studi di neuroimaging, che hanno evidenziato come le strutture collegate all’ascolto e all’apprezzamento musicale (amigdala, ippocampo, giro paraippocampale, insula, lobi temporali, striato ventrale, corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata) non siano specifiche solo della competenza musicale, ma siano anche legate a processi sia cognitivi che emotivi. La musica, quindi, diviene un ponte che collega i processi cognitivi e quelli emotivi, un “linguaggio” nuovamente il cui contenuto non è qualcosa di relativo solo a un qualcosa di sentito o di ragionato, ma a un qualcosa che incarna congiuntamente pensiero e sentimento. Ampliando il discorso, Paolo Apolito ci mostra, nel suo intervento a Pistoia nel ciclo di conferenze chiamato “Dialoghi sull’Uomo”, che la comunicazione è ritmica e che l’uomo è una creatura musicale: il nostro battito cardiaco, la nostra postura, il nostro modo di parlare (la nostra prosodia quindi), sono tutti atti ritmici e, proprio per questo, capaci di venire musicati: quante volte vedendo un vecchio cartone animato per bambini o un vecchio film muto abbiamo visto i protagonisti e le protagoniste camminare accompagnati dal buffo suono di un basso tuba? E quante volte, sentendo quello stesso suono siamo riusciti a immaginare quelle stesse immagini, quello stesso camminare? La musica accompagna la nostra esistenza perché la nostra esistenza a tutti gli effetti è uno spartito musicale: i suoni cittadini, le persone che passano lungo la strada, le macchine, le voci che provengono dalle altre case e dai negozi, lo stesso battere adesso i tasti di una tastiera nello scrivere queste riflessioni (addirittura le tre campane che hanno permesso al maestro Piovani di trovare ispirazione per l’accompagnato del Bombarolo di De André), sono suoni musicali che ci vengono offerti dalla vita; la vita dunque per prima è musica. E forse è proprio questa l’emozione irrazionale e profonda che provava Fellini: registra in grado di dipingere con pennellate quasi impressionistiche frammenti di vita così tanto sublimi, veniva invaso da tutta la vita che la musica è in grado di procurare, tutte le vite delle persone che potevano venire trasmesse, tutte le emozioni i sogni e le speranze che un singolo componimento è in grado di causare. E per chi ha un’anima troppo grande, forse la musica è qualcosa davvero di terribile in senso Kantiano, in grado di far sperimentare l’emozione del Sublime. Concludo con un’ultima riflessione su una frase simbolica, gli ultimi due versi della canzone d’amore di Nicola Piovani, Vincenzo Cerami e Roberto Benigni: “nell’amor le parole non contano / conta la musica”. Se le parole sono davvero grammatica, sintassi, ricerca dei termini che più si possono adattare al ritmo, la musica in questo frangente diventa la “parola emotiva” per eccellenza, il linguaggio che sorpassa la necessità di una grammatica per approntare quello che la pianista Chiara Bertoglio, parlando di Brahms, chiama “simbolo emotivo”, la semantica specifica dell’esperienza musicale. Il linguaggio della musica, quindi, è il linguaggio del Sé, la possibilità di collegare quella che è la nostra soggettiva esperienza emotiva, ciò che noi proviamo e sentiamo, con quello che il compositore e la compositrice ha

Contatto fisico

di Antonella Buonerba “Dottoressa sono molto triste, non so perché..Ho pensato al contatto fisico, al fatto che nel sesso raramente sono predisposta a “ricevere”, a farmi toccare per intenderci, lo faccio anche ma non è ciò che desidero. Questo pensiero mi ha ricordato che non amavo il contatto fisico nemmeno da bambina, tranne quelle volte in cui avrei voluto che mia madre mi abbracciasse, ma al di fuori di lei, mi infastidiva molto quando qualcuno entrava nel mio spazio personale ed è stato così finché non sono diventata grandicella. Intorno ai 20 anni ho allontanato questa cosa perché ho capito che era un modo di esprimersi degli altri e ho continuato a provare disagio. Quando gli altri mi abbracciano io non sento la bella sensazione di cui tanto si parla, penso che sia giusto sottopormi a quel contatto perché socialmente riconosciuto”. Tale testimonianza trova radici nella teoria del l’attaccamento di John Bowlby, successivamente approfondita dalla sua allieva Mary Ainsworth.Secondo tale teoria sin dalla nascita il bambino instaura un legame speciale con la figura adulta di riferimento. I comportamenti di attaccamento sono schemi pre-programmati, su base innata, inscritti nella nostra specie che si attivano spontaneamente e che aumentano le probabilità di sopravvivenza. Lo psicoanalista Rene’ Spitz, attraverso le osservazioni sui neonati lasciati in orfanotrofi, ha studiato gli effetti della deprivazione materna ed emotiva sulla strutturazione della personalità dell’individuo rilevando come la qualità delle prime relazioni produca, in età adulta, significative differenze nella sfera affettiva e sessuale. Nel caso della suddetta paziente, possiamo affermare che alla già grave mancanza di legami significativi (la paziente è stata adottata all’età di 4 anni), si aggiunge l’esperienza di una madre adottiva anaffettiva che non è stata sufficientemente in grado di colmare i “vuoti di amore” della prima infanzia.Anche il padre adottivo non è stato particolarmente accogliente nei confronti della bambina che, trovandosi a vivere la fase del complesso edipico, al momento dell’adozione, ha visto esacerbarsi l’ambivalenza affettiva, inconscia, già tipica di questa fase di sviluppo, nei confronti dei genitori.Per la bambina, infatti, secondo la teoria psicoanalitica freudiana, l’oggetto del desiderio diventa il padre verso il quale sviluppa l’invidia del pene e, il fatto di sapere di esserne priva, la porta a nutrire un risentimento per la madre, ritenuta responsabile di tale assenza. Ne consegue un sentimento di rabbia e di rivalsa che si traduce nel desiderio di ricevere dal padre un figlio come sostituto del pene. Quando questa aspettativa viene delusa, la bambina ritorna al legame con la madre e si identifica con lei. Ciò avviene nel corso della seconda infanzia e della prima adolescenza.Quindi, se non viene risolto il complesso edipico, nella gamma dei possibili sintomi che il soggetto può sviluppare, in età adulta, osserviamo un apparente rifiuto del contatto fisico, la cui negazione viene contraddetta da un desiderio di amore non del tutto soddisfatto dai genitori reali.Inoltre, si può ipotizzare che l’ambivalenza affettiva  si sia trasformata in una sorta di confusione a livello sessuale, spingendo la paziente a  sentirsi a  attratta da entrambi i sessi.“Lavorare sull’edipo” attraverso l’elaborazione delle figure genitoriali e l’analisi dei sogni, porta la paziente ad uscire dall’empasse dell’ambivalenza affettiva e sessuale che veniva vissuta con particolare ansia. Bibliografia-Freud S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, OSF, 4-Freud S. (1912-13) Totem e tabu, OSF 7-Freud S. (1931) Sessualità femminile, OSF,11-R. Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera-Edipo: rappresentazione antropomorfica del conflitto vitale. Scienza e psicoanalisi (rivista multimediale)

Dalle “scuole speciali” ai “bambini speciali”: evoluzione di un pregiudizio

di Francesca Guglielmetti C’ è stato un tempo in cui la disabilitá a scuola praticamente non esisteva non perché non ci fossero disabili ma, semplicemente, perché ci mancavano le parole per definirli e, dunque, per pensarli. Era l’epoca in cui la diversità veniva trattata utilizzando categorie (anche linguistiche) generiche e spesso, se guardate con la sensibilità odierna, giudicanti. Non c’era però accanimento, né “cattiveria” ma solo impreparazione. Era l’epoca in cui si cercava di fare qualcosa adattando le risorse a disposizione con i bisogni di cui si iniziava ad avere consapevolezza. È su queste basi che poggiava la legge n. 1859 del 1962 la quale stabiliva che si potessero istituire le “classi differenziali per gli alunni disadattati scolastici”. Cinque anni dopo (DPR n. 1518 del 22 dicembre 1967) vennero istituite le scuole definite “speciali” ossia degli istituti in grado di rispondere alle necessità di “soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica”. Per gli altri, ossia “i soggetti ipodotati intellettuali non gravi, disadattati ambientali, o soggetti con anomalie del comportamento, per i quali possa prevedersi il reinserimento nella scuola comune” si manteneva l’inserimento nelle “classi differenziali”. Bisogna attendere 10 anni per assistere ad un cambio di passo sia dialettico che normativo. Nel 1977 infatti grazie alla Legge 517 la scuola italiana dava vita ad un modello di integrazione scolastica su cui si sarebbero basate tutte le norme future. La legge mirava a superare le logiche dell’esclusione e dell’educazione separata e da allora non ha arretrato di un millimetro rispetto a questa necessità. È a questa legge che si deve l’istituzione di una figura professionale unica: L’insegnante per le attività di sostegno. Ecco ora occorre chiarire e chiarirci. L’insegnante per le attività di sostegno (lo so la dizione è lunga ma ci aiuta a capire bene di cosa stiamo parlando) è un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità, suo compito è rispondere alle maggiori necessità educative richieste dalla presenza di un alunno con disabilità. L’insegnante per le attività di sostegno non è dunque “l’insegnante dell’alunno disabile”. A sua volta l’alunno con disabilità è un alunno a tutti gli effetti e non “l’alunno dell’insegnante di sostegno”, non è “speciale” ma ha sicuramente dei “bisogni speciali” di cui bisogna occuparsi. Chiamare gli alunni disabili “bimbi speciali” ci fa tornare indietro di molti anni, elimina le conquiste fin qui raggiunte e fa ricomparire il pre-giudizio di cui stavamo cercando di liberarci: considerare chi porta con sé una diversità come impossibile da integrare o, meglio, da includere all’ interno di una classe. Alla stringitura dei sacchi la disabilità, continua a mettere a disagio. Dinanzi a questo disagio si attiva spesso un meccanismo apparentemente benevolo ma in realtà divisivo: l’alunno da disabile diviene speciale e necessita di un “suo” insegnante, altrettanto speciale. Abolite le scuole e le classi speciali l’esclusione entra in classe assumendo forme ambigue, occulte e solo apparentemente accoglienti. Come uscirne? Dando un nome alle cose senza aver paura delle parole, chiamando con il nome corretto la disabilità dell’alunno e rendendola nota anche agli altri alunni, chiarendo quali sono le sue necessità ma anche i suoi limiti e le sue difficoltà accettando insomma la sfida senza cercare vanamente di rendere tutti uguali o, peggio, fingendo che tutti siano uguali ma accettando l’imperfetta unicità che la disabilità ci impone di guardare.