L’Educazione Emotiva

di Veronica Lombardi L’educazione emotiva degli individui rappresenta oggi un fertile terreno di dibattito con cui si confrontano tanto la politica quanto la scienza (Elias & Harrett, 2003). Sul piano strettamente politico si va componendo un generale consenso sulla centralità di un’educazione alle emozioni, necessaria per il benessere individuale e sociale, che deve essere inserita all’interno dei piani d’istruzione e formazione come una componente importante delle strategie educative. A livello per così dire applicativo, l’educazione socio-emotiva e le progettualità a essa connesse trovano uno spazio sempre maggiore all’interno della programmazione didattica, innescando anche un dibattito interessante su quale debba essere il terreno di azione di un insegnante rispetto a un tema fortemente connesso con la dimensione intima della persona e non facilmente riconducibile all’interno delle prassi didattiche abituali (Mariani & Schiralli, 2012; Pellai, 2016).Più in generale la salute emotiva è un tema sempre più presente all’interno delle agende politiche di molti Paesi (Watt Smith, 2018), diventando trasversale a molte sfere della vita sociale. Il lavoro, la scuola, la famiglia, ecc. sono ambiti della vita individuale in cui sempre maggiore attenzione viene posta su come possa essere garantito e tutelato il benessere emotivo. Dal punto di vista delle performance lavorative, ad esempio, è data enfasi al benessere emotivo poiché è stato correlato con migliori prestazioni, maggiori capacità di presa di decisione, rapporti più stabili all’interno dello staff, ecc. (Watt Smith, 2018; Goleman, 2005). Che cos’è un’emozione? Definire in maniera chiara e univoca che cos’è un’emozione è piuttosto complesso, e questo per una serie di ragioni che verranno di seguito brevemente argomentate. L’emozione può essere analizzata da diversi punti di vista, e letta ed interpretata con metodi differenti. Secondo la prospettiva di un neuro-scienziato essa è rappresentata dall’attivazione dell’amigdala, centro di comando di tutto il sistema emotivo, che manda segnali che sono poi processati nell’ambito del cosiddetto cervello limbico, da cui dipende un’elaborazione emozionale (Odgen & Fisher, 2016). In questa prospettiva l’è un fatto essenzialmente biologico che innesca una varietà di reazioni: aumento del battito cardiaco, rilascio di ormoni, contrazione dei muscoli, ecc. Ma come apprendiamo fin dai primissimi mesi di vita le emozioni non sono solo un fatto biologico, ma anche e soprattutto un fatto sociale. La contrazione dei muscoli, l’allargamento delle palpebre, il rossore sulle gote, da eventi spiccatamente fisiologici si trasformano in messaggi e simboli che trasmettono delle informazioni sui nostri stati d’animo e che comportano delle reazioni in chi riceve tali messaggi. La biologia delle emozioni si incontra presto con i processi evolutivi, culturali e sociali che modellano il modo in cui le emozioni possono e debbono essere manifestate e che, di pari passo, influenzano il modo in cui l’individuo percepisce le proprie emozioni. In questo intreccio tra biologia, società e cultura viene a formarsi una rappresentazione individuale e collettiva di emozione che incide sul benessere della persona. In una società in cui, ad esempio, le emozioni legate alla paura o all’ansia tendono a essere sottodimensionate, se non addirittura represse è possibile che gli individui vivano degli stati d’animo conflittuali che incidono in maniera fortemente negativa sul benessere individuale (Srivastava et al., 2014). Le emozioni sono, dunque, oggetto di un processo di socializzazione e sono influenzate dalle idee portanti, dalle aspettative e dai valori dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte. Si parla in tal senso di culture emotive proprio a voler sottolineare come l’emozione sia a tutti gli effetti un fatto culturale che va a caratterizzare determinati gruppi sociali soprattutto nei modi in cui esprimono, giudicano e rappresentano specifiche emozioni (Watt Smith, 2018). E la pressione culturale influenza enormemente il modo in cui gli individui sentono le emozioni nella misura in cui richiedono di rispettare delle convenzioni sociali (Srivastava et al., 2014). Abbandonando per un momento la dimensione sociale delle emozioni e concentrandosi su quella individuale è interessante fare riferimento al modello differenziale proposto da Izard (1977) nel quale viene sviluppato un set di emozioni di base innate, che sono consustanziali alla natura umana e che vengono vissute dall’individuo in maniera spontanea, come risposta a degli stimoli esterni ben precisi. Con il tempo e l’esperienza, l’individuo impara a gestire queste emozioni, provando a governarle, attribuendone un nome e veicolandole verso l’esterno, attraverso una serie di comportamenti e di messaggi verbali e non verbali. Le Breton (2007) fa notare come pur avendo una capacità innata d i provare delle emozioni, ciò che percepiamo – e il modo in cui reagiamo a queste percezioni – è modellato dall’educazione e dalla storia emotiva personale. In effetti ogni gruppo sociale elabora e trasmette un modello sensoriale, che contraddistingue l’appartenenza al gruppo stesso e che a sua volta plasma un modello emotivo. In questo quadro, l’esperienza, la pratica delle emozioni e il modo in cui sono percepite, espresse e lette permettono all’individuo di sviluppare delle competenze specifiche, portando allo sviluppo di una sorta d’intelligenza dedicata alla conoscenza, gestione ed espressione delle emozioni. Il termine meta-emozione riassume una non meglio precisata capacità – o insieme di capacità – di avere consapevolezza delle proprie emozioni (Goleman, 2005). In questo modello, poi ché appunto considerata come una capacità, è possibile che essa possa essere sviluppata, migliorata, plasmata ed educata. Può esistere, dunque, un’educazione emotiva che passa attraverso lo sviluppo della meta-emozione, fatto attraverso proposte didattiche mirate, in cui la scuola si presenta come un terreno di coltura ideale. Un siffatto intervento educativo deve sviluppare una serie di competenze, tra di loro intrecciate. Occorre sviluppare la competenza nel saper dare un nome alle emozioni, capendo in che modo ognuna di esse vada ad agire sull’equilibrio individuale, e imparando a esprimerle in forma socializzata. È poi necessario sviluppare una competenza di lettura delle emozioni altrui cui si assomma quella di comprensione del modo in cui le emozioni dell’altro interagiscono con le emozioni individuali. C’è infine la componente relazionale fondata sulla competenza di comprensione del ruolo delle emozioni nei rapporti sociali, che procede in stretta cooperazione con la competenza nel saper socializzare un’emozione secondo le modalità che sono proprie del gruppo sociale di appartenenza. La psicologia

Persuasione e Scarsità

di Veronica Sarno C. H. Cooley (1902) sostiene che la società si organizza mediante il meccanismo della comunicazione, affinché le relazioni umane possano sussistere e svilupparsi, ecco perché si è sviluppata l’esigenza di influenzare o forse pilotare le risposte dell’interlocutore, Cavazza (1997) definisce la persuasione una tecnica volta ad indurre cambiamenti negli interlocutori, per ottenere che si comportino come si preferisca. Palmarini (2012) dice: “Quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al soddisfacimento del bisogno stesso è iniziata, nella stria dell’evoluzione umana, la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinante: in altre parole, la persuasione. Quando una volontà, un’intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un’altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell’una e nell’altra, si tratta di un esercizio lieve, l’autorità subentra come mezzo pesante quando la persuasione non basta.”[1] Un particolare stile comunicativo può rinforzare un’idea oppure correggerla, oppure contribuire a cambiarla completamente. Verrastro (2004) definisce comunicazione persuasiva il fatto che nelle relazioni interpersonali si genera il tentativo di convincere le altre persone ad adottare un punto di vista simile al proprio e spingerli a fare qualsiasi cosa si desideri. Kelman (1961) ha sostenuto che se l’emittente dovesse dichiarare che le sue sono intenzioni di persuasione, il destinatario, allora, assume un comportamento volto ad ostacolare l’atteso cambiamento di atteggiamento, perché il destinatario della comunicazione, in questo caso, si sentirebbe minacciato. Quale tipologia di canale ha scelto l’emittente per il suo messaggio persuasivo? canale fisico sonoro: ogni ambiente in cui è presente l’aria portatrice di vibrazioni acustiche; canale fisico visivo: presenza della luce o di un fascio di luce (sala cinematografica): canale fisico olfattivo: ambiente in cui si avvertono degli odori; canale fisico tattile: materia che trasmette vibrazioni o sensazioni tattili; canale tecnico sonoro: strumenti che trasmettono suono (es. telefono, radio, cinema); canale tecnico visivo: strumenti come la fotografia, il cinema), canale visivo-sonoro – tattile e olfattivo: tecnologie di realtà virtuale. In che modo l’individuo si rappresenta il mondo? In che modo può dunque essere persuaso? Nel 1921, Freud scriveva: “La possibilità di condizionare, attraverso le pratiche discorsive, l’insieme delle interazioni umane ha permesso, nel corso dei secoli, alle classi dominanti ed i ceti emergenti di cercare di detenere o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative.”[2] La persuasione è costituita da sei fasi, ed è necessario che ciascuna fasi s i espleti completamente, per ottenere la persuasione, ecco le fasi: la presentazione del messaggio, l’attenzione, che il ricevente deve prestare al messaggio, la comprensione dei contenuti, l’accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta dal messaggio, la memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, il conseguente comportamento. Verrastro (2004) ritiene che il canale scelto cambi l’effetto ottenuto sui destinatari. McGuire (1960) ha individuato tre tipologie di destinatario di una comunicazione persuasiva: Quelli che hanno la tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; la persuasione avverrebbe, prevalentemente, in mancanza di argomentazioni a difesa della propria opinione; l’efficacia della comunicazione persuasiva sarebbe influenzata dal livello di autostima del fruitore del messaggio. I Mass Media hanno i l vantaggio di trasmettere il messaggio a distanza, contemporaneamente a più persone ed in un breve lasso di tempo, tuttavia nell’epoca contemporanea dominata dalla tecnologia, la persuasione viaggia anche attraverso l’informatica, la persuasione informatica prende il nome di Captologia, è bene interrogarsi su quali effetti persuasivi possano essere messi in atto dalla tecnologia. Si è valutato che i computer sono in grado di modificare idee ed azioni delle persone e modificando il modo si interagire con gli altri. Si parla oggi di tecnologie persuasive riferendosi ai sistemi informatici interattivi (computer, siti web, smartphone, videogames, tablet, ecc.) progettati con lo scopo di modificare opinioni, atteggiamenti e comportamenti delle persone. (Fogg, 2005). Fogg ha constatato che i principi della comunicazione persuasiva, individuati da Cialdini, possono essere applicati anche nelle relazioni uomo-macchina, come se le macchine fossero esseri viventi. Siamo portati a focalizzare l’attenzione su pc e smartphone, e social come Facebook, il cui intento persuasivo risiede nell’intenzione da parte di chi l’ha progettato di ottenere che gli utenti trascorrano molto tempo connessi al social, mediante la possibilità di interagire con gli altri utenti e pubblicare propri contenuti; ma la tecnologia, in quest’epoca è più pervasiva, rientrano negli oggetti persuasivi anche strumenti che possono diffondersi in maniera meno evidente come gli autovelox, che hanno il compito di persuadere gli automobilisti a rispettare il limite di velocità, oppure gli smartwatches, che rivelano all’utente informazioni sulla propria attività fisica, sulla qualità e durata del sonno, sul funzionamento cardiaco, che come i videogiochi possono ingenerare un’elevata dipendenza; un sistema informatico interattivo riveste il ruolo di strumento, modificando l’atteggiamento o il comportamento dell’utente, grazie alla sua capacità di semplificare attività quotidiane, processi o compiti pressoché impossibili da svolgere per l’essere umano. In tal senso è possibile, dunque, parlare di tecnologia facilitante in grado da un lato di ridurre o eliminare ogni tipo di barriera cognitiva, dall’altro lato di motivare l’utilizzatore a raggiungere più velocemente. Secondo la Captologia le macchine hanno il potere di adattare le proprie azioni persuasive a quelle dell’utente, per esempio si potrebbe spingere un’utente ad impregnarsi su un obiettivo come seguire una dieta oppure un certo allenamento fisico, aiutandandolo nella valutazione di eventuali progressi, e poi rimodellare le proprie azioni persuasive in base alle reazioni dell’utente. Fogg (2005) sostiene che le tecnologie informatiche sono più abili nel persuadere rispetto agli esseri umani perché: Non sono “senzienti”. Non provando sentimenti e non avendo bisogno di mangiare, bere e dormire, possono lavorare incessantemente tutto il giorno per raggiungere un determinato obiettivo, senza scoraggiarsi di fronte ad un eventuale fallimento, sono in grado di gestire, analizzare e memorizzare un’ampia mole di dati, fornendo all’utente informazioni e suggerimenti in poco tempo e al momento giusto, sono onnipresenti. Potendosi trovare potenzialmente in

Tempo di vacanze: via allo scrolling infinito

di Loredana Luise Tempo di meritate vacanze dallo studio, dagli impegni scolastici e dalle molteplici attivitàpomeridiane che molto spesso scandiscono il tempo di almeno nove mesi l’anno. Estate, sole, maremontagna ma anche giornate intere senza fare nulla o quasi, cercando di far passare il tempo pernon sentire la noia e la frustrazione del non saper cosa fare.Spesso i cellulari sostituiscono le babysitter: alcune famiglie mi confidano che lascianotranquillamente soli i loro figli perché, “sono a casa, si comportano bene, stanno un po’ al telefono enon è necessario che qualcuno sia presente o controlli…….. guardano un po’ il telefono, ma sonotranquilli e stanno lontani da rischi e pericoli” : questo quello che mi sento dire di frequente aconferma di una normale consuetudine in molte famiglie, impegnate ad incastrare mille impegni edattività quotidiane tra le quali anche il tempo libero dei figli.Il telefono, il computer o il tablet sono ormai compagni di vita e come tali sono sempre presenti econnessi per tutti noi. Per i ragazzi è una vera e propria calamita. Rimangono incollati a guardaresenza percezione alcuna dello scorrere del tempo e della loro passività assoluto nell’azione chestanno compiendo. Guardano input diversi che per algoritmo si organizzano per compiacerli:continuano incuriositi e compiaciuti, a seguire ogni novità, considerando questa coincidenza dicontenuti quasi come fosse una magia alla quale non devono dare spiegazione, ma solocuriosamente seguire. A volte l’esperienza è piacevole, altre lo è meno, ed è proprio questaincertezza che attira li ancora di più, perché non sanno precisamente cosa può accadere propriocome spesso accade nel gioco d’azzardo.Se a queste visioni fanno seguito poi le gratificazioni derivanti dall’interazione con altre persone,dall’essere riconosciuti, apprezzati e seguiti, nessun’altra esperienza diventa più molto importante.Le mie emozioni provengono ed escono da quello schermo e tutto il resto è noia. Paradossalmentequella che un tempo era noia ora è solo attesa di ricevere quella gratificazione. Basta muovere i duepollici verso l’alto che ricompare quella strana sensazione di alienante benessere.Se traduciamo questi comportamenti in termini di meccanismo psicologico quello che  si trova allabase della necessità di scorrere continuamente lo schermo del telefono è il meccanismo dellaricompensa. Quando andiamo a cercare notizie, informazioni e immagini che in qualche modorichiamano la nostra attenzione attiviamo dei meccanismi di tipo compulsivo perché il nostrocervello ad ogni “like”, riconoscimento o coincidenza di contenuti per noi piacevoli producedopamina che è alla base del nostro senso di gratificazione. Anche se la risposta non èimmediatamente positiva, più frequentemente riusciamo ad esperire gratificazione più andiamocompulsivamente alla ricerca di gratificazione.Questo è il meccanismo che si trova alla base di tutte le dipendenze e quindi, in quanto tale, fa inmodo che un po’ alla volta si diventi totalmente dipendenti dalla continua ricerca di gratificazioneattraverso lo “scrolling”. Ma quanto tempo passano realmente i ragazzi on line? Per loro sempre poco mentre per i genitori questo argomento diventa oggetto di contestazione e dilotta quotidiana con i figli. La maggior parte dei genitori non sa neanche che esista la possibilità di vedere quanto tempo sirimane connessi, accedendo semplicemente alle impostazioni del telefono. Quando durante leconsulenze chiedo ai genitori di farlo assieme, improvvisamente scoprono la quantità di tempo cheloro stessi passano on line. Mi sono capitati mamme e papà che stavano connessi più dei figli!Quindi come fare per far si che l’esperienza on line dei ragazzi non diventi solo una compulsionedettata da una dipendenza?Innanzitutto è necessario acquisire consapevolezza dell’esistenza di questo rischio e renderealtrettanto consapevoli i figli della possibilità che ciò possa accadere. Quando è ancora possibile ènecessario fare una vera e propria prevenzione coinvolgendo i figli nella gestione del tempo, nellacondivisione delle esperienze e nel lasciare sempre una porta aperta per dubbi o confronti. Non sitratta di vigilare o di imporre delle regole ma di condividere assieme una modalità di gestioneadeguata a salvaguardare la loro salute e la loro esperienza di vita.Nelle situazioni in cui si sia creata già una dipendenza è sicuramente molto più complicato, maanche in questo caso diventa indispensabile condividere con i figli la necessità di regolarsi e di farsiaiutare a farlo.L’estate offre mille occasioni per fare esperienze all’aria aperta godendo del bel tempo e delle molteore di luce. Offrire esperienze diverse, coinvolgerli in situazioni reali nelle quali sperimentareemozioni e sensazioni, può essere realmente una nuova palestra di vita. E’ un altro ambitoeducativo che richiede energie ed impegno costante da parte dei genitori, ma la posta in gioco èmolto alta, l’equilibrio emotivo dei nostri figli che devono avere l’occasione di provare che leemozioni non vanno in stand by, non hanno bisogno di essere messe in carica, ci sono e ci allenanocontinuamente ad affrontare tutte le sfide della vita. Bibliografia Le dipendenze tecnologiche, valutazione diagnosi e cura G. Lavenia – Giunti Editore 2018Tutto troppo presto A. Pellai DeAgostini 2021Figli di internet M. Lancini Erickson 2022Disconnessi e felici M. Masip Edizioni Il Punto 2019Genitorilità positiva M. Iavarone Città nuova edizione 2023

Riflessione sul concetto di spettro autistico: il ruolo George Frankl e Grunya Sukhareva

di Roberto Ghiaccio Gli studiosi hanno a lungo speculato su come le descrizioni di Kanner e Asperger circa a descrizione del disturbo autistico siano apparse solo con un anno di differenza in America e Austria in un tempo “lento”, non connesso e non digitalizzato, affranto e messo inginocchio dalla Seconda guerra mondiale che aveva oltretutto interrotto le comunicazioni tra i due paesi. Per anni si è creduto ad una eccessiva sincrona serendipità, ad una magia condivisa, ad una intuizione unisona. Ora sta emergendo una spiegazione più semplice e più razionale. Conoscenze autistiche incrociate hanno navigato e volato sull’Atlantico con Georg Frankl, un “uomo nel mezzo”, che ha contaminato con le sue intuizioni o ha “copia e incollato” ante litteram le intuizioni di altri. Frankl per anni è stato invisibile perché ha lasciato ben poco in termini di articoli pubblicati. Al fine della loro vita, Kanner e Asperger descrissero le loro condizioni come separate e distinte. Georg Frankl ha aiutato entrambi i nomi noti a vedere l’autismo come lo conosciamo oggi e per la prima volta ha visto l ‘ampiezza di quel continuum di quel che oggi chiamiamo spettro. La visione di Frankl era ed è tuttora innovativa, ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni a partire dalle difficoltà nel “linguaggio affettivo” come stato mentale non necessariamente anormale trattandosi di una condizione neurobiologica, che ha bisogno principalmente di essere compresa dagli altri. Per quasi 70 anni, le origini dell’autismo come categoria diagnostica distinta sono state legate a due nomi: Hans Asperger, un pediatra che ha lavorato a Vienna e Leo Kanner, uno psichiatra che ha lavorato a Baltimora, nel Maryland ma la pubblicazione ormai non recente di due articoli Silberman’s NeuroTribes (2015) Donvan e Zucker’s (2016) pongono attenzione ad una “delle grandi coincidenze della medicina del XX secolo”, in quanto i due autori famosi non si conoscevano. Frankl era un anziano membro della facoltà della Lazar Clinic quando Asperger si unì come residente nel 1932. Quando Frankl lasciò Vienna nel 1937, portò con se le idee di Asperger sul comportamento autistico in America. Come insegnante di Asperger, ha portato le sue idee che in seguito ha condiviso con Kanner. “L’etichetta” autistica è apparsa a solo 1 anno di distanza nel Maryland e in Austria, questa coincidenza ha sconcertato i ricercatori per decenni. Nel 1943, lo psichiatra di Baltimora Leo Kanner ha pubblicato “Autistic Disturbances Affective Contact” sulla rivista americana Nervous Child. A. Pochi mesi dopo, nel 1944, il pediatra viennese Hans Asperger ha pubblicato la sua tesi “Die ‘Autistischen Psychopathen’ im Kindesalter” – le psicosi autistiche nell’infanzia – Archiv fur Psychiatrie un Nervenkrankheiten. Ci sono somiglianze nelle loro descrizioni, ovviamente la più pregnante è l’apparente distacco dei soggetti dalle altre persone. La maggior parte dei soggetti descritti emetteva rituali e routine, con un certo grado di inconsapevolezza dei segnali sociali espressi ma non detti dagli altri. Questi tratti sono elementi importanti oggi nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5a ed.; DSM-5) per descrivere il disturbo dello spettro autistico. C’erano anche differenze significative, come già noto, in primo luogo il funzionamento apparente dei soggetti. I soggetti di Asperger possedevano linguaggio chiaro, preciso e buone capacità cognitive. Molti dei soggetti di Kanner non parlavano affatto o erano minimamente verbali, la maggior parte aveva deficit cognitivi. Ma da una recente pubblicazione a cura di Muratori (2021) al nome di Frankl, che riteneva alla base delle problematiche autistiche una scarsa comprensione del contenuto emotivo, si aggiunge il nome di Annie Weiss che si concentrò sull’intelligenza nascosta, le fissazioni e le difficoltà di comunicazione. Le storie dei due “dimenticati” si intrecciano alla Vienna degli anni 30, al clima antisemita, alla scesa degli ideali nazisti, al prolifera della forza della banalità del male. Quel clima di avversità e di intolleranza costrinse Weiss, nel 1934, e poi Frankl, nel 1937, a lasciare Vienna, prima ancora dell’inizio dell’abominio dell’Olocausto. Fuggendo le loro opere sono state abbandonate non citate e dimenticate. Ma ancora un nome si affaccia tra Asperger e Kanner, lo psichiatra Russo Grunya Sukhareva che aveva pubblicato un articolo sui bambini con disturbi della personalità schizoide nel 1926. Ma nonostante la pubblicazione ben 20 anni prima rispetto ad Asperger, questa non fu mai citata, per motivi a noi ignoti, ma per molti studiosi attuali perché, semplicemente, di origine ebraica. All’oscurantismo semita si aggiunge la discriminazione maschilista dell’accademia del tempo, molte donne avevano descritto l’autismo ed i suoi sintomi con intuizioni e ricerche ancora oggi attuali e d’impatto, tuttavia, il loro ruolo non stato riconosciuto, ma peggio è stato dimenticato e non per anni neppure citato. Lo sforzo del nostro Frankl non è stato un mero sforzo di sistematizzazione, di categorizzazione, non si è avvicinato ai bambini con fini nosografie ma pensi d i comprensione, di esplorazione di un mondo, di mondi e di modi apparentemente così lontani, così anormali. Il dimenticato Frankl ha offerto un’analisi del linguaggio autistico e la sua indagine è stata guidata dalla domanda: in che modo i l bambino autistico comunica o non comunica con le persone che lo circondano? Prende forma l’ipotesi che una persona possa essere in una condizione o in una diversa e forse complementare. Frankl sottolinea l’importanza dell’osservazione, partecipata e naturalista, nel cogliere i temi dell’intersoggettività e dell’interpersonale, soffermandosi sul principio che nelle persone autistiche l’interazione sociale e la comunicazione non sono assenti, ma qualitativamente diverse. Nell’ultima parte della sua ricerca si focalizza sugli aspetti linguistici – comunicativi. Nell’ evoluzione del concetto dello spettro dell’autismo, il ruolo di Frankl non può essere relegato a quello di portatore di “copia e incolla” o veicolo inconsapevole di informazione tra Kanner ere Asperger, ma le sue intuizioni, le sue osservazioni le sue riflessioni sui bambini che attenzioava con strutturazione ancora oggi attuali hanno permesso tra Vienna e Baltimora, ad Asperger e a Kanner di sviluppare le proprie idee sui bambini a sviluppo atipico atipici. La posizione del dimentico Frankl è attuale tutt’oggi in quanto ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni; che è uno

Il Training Autogeno: Una Via verso il Benessere Mentale e Fisico

Di Viviana Loffredo Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento e autosuggestione sviluppata dal medico tedesco Johannes Heinrich Schultz nel XX secolo. Questo metodo, basato sulla consapevolezza del corpo e della mente, ha dimostrato di avere numerosi benefici per la salute mentale e fisica. In questo articolo, esploreremo i principi fondamentali del Training Autogeno e come può contribuire al benessere complessivo di un individuo.I fondamenti del Training Autogeno:Il Training Autogeno si basa sull’idea che la mente abbia un potere significativo sull’equilibrio del corpo. Attraverso la pratica regolare, si insegna alle persone a raggiungere uno stato di rilassamento profondo e a influenzare consapevolmente i processi fisiologici del proprio organismo. Il metodo si concentra su sette formule standard, chiamate “formule di autosuggestione”, che vengono ripetute mentalmente per indurre uno stato di calma e tranquillità.Le sette formule di autosuggestione:Le formule di autosuggestione nel Training Autogeno includono affermazioni semplici come “Sono calmo e rilassato”, “Il mio respiro è calmo e regolare” e “Le mie braccia e le mie gambe sono pesanti e rilassate”. Queste frasi vengono ripetute mentalmente mentre ci si concentra su diverse parti del corpo, promuovendo la consapevolezza delle sensazioni fisiche e il rilassamento progressivo.Benefici del Training Autogeno:1. Riduzione dello stress: Il Training Autogeno aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, consentendo al corpo e alla mente di rilassarsi profondamente. Questo può portare a una maggiore resilienza nei confronti delle sfide quotidiane e a una migliore gestione delle emozioni.2. Miglioramento del sonno: La pratica regolare del Training Autogeno può favorire un sonno più riposante e di qualità, aiutando a ridurre l’insonnia e i disturbi del sonno.3. Sollievo dal dolore: L’autosuggestione nel Training Autogeno può contribuire a ridurre la percezione del dolore e a migliorare la gestione delle condizioni dolorose croniche.4. Miglioramento della concentrazione: Attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni, il Training Autogeno può favorire una maggiore concentrazione e chiarezza mentale.5. Promozione del benessere generale: Il Training Autogeno può avere un impatto positivo sul benessere generale, aiutando a promuovere una maggiore consapevolezza di sé, una migliore autoregolazione emotiva e una maggiore armonia tra corpo e mente.Come iniziare con il Training Autogeno:Per iniziare con il Training Autogeno, è consigliabile cercare la guida di un professionista esperto o partecipare a corsi specifici.Un insegnante qualificato può fornire le istruzioni necessarie per imparare le formule di autosuggestione e guidarti attraverso le diverse fasi del processo. Tuttavia, è possibile avvicinarsi anche al Training Autogeno attraverso risorse come libri, registrazioni audio o applicazioni mobili che offrono sessioni guidate.Ecco alcuni passi di base per iniziare con il Training Autogeno:1. Trova un luogo tranquillo: Scegli un ambiente tranquillo e silenzioso in cui puoi rilassarti senza distrazioni.2. Assumi una posizione comoda: Siediti o sdraiati in una posizione che ti consenta di sentirsi a proprio agio e rilassato. Puoi utilizzare cuscini o coperte per aumentare il comfort.3. Concentrati sulla respirazione: Inizia a prendere consapevolezza del tuo respiro, osservando l’inspirazione e l’espirazione in modo naturale. Respira profondamente e lentamente, permettendo al corpo di rilassarsi gradualmente.4. Ripeti le formule di autosuggestione: Inizia a ripetere mentalmente le formule di autosuggestione, concentrandoti su una formula alla volta. Ripeti ogni frase lentamente e con calma, immaginando le sensazioni descritte. Focalizzati sulla sensazione di rilassamento e tranquillità che desideri raggiungere.5. Visualizza il rilassamento progressivo: Mentre ripeti le formule di autosuggestione, immagina il rilassamento che si diffonde nel tuo corpo. Puoi immaginare una sensazione di calma che si espande dalle punte delle dita dei piedi fino alla cima della testa. Concentrati su ogni parte del corpo e immagina che diventi pesante e completamente rilassata.6. Ripeti regolarmente: Pratica il Training Autogeno regolarmente per ottenere i massimi benefici. Puoi dedicare alcuni minuti ogni giorno o programmare sessioni più lunghe a seconda delle tue esigenze e disponibilità.È importante ricordare che il Training Autogeno richiede pratica costante e pazienza. I benefici possono variare da persona a persona, quindi è essenziale essere aperti e adattarsi alle proprie esperienze individuali.Il Training Autogeno è un metodo efficace per raggiungere uno stato di rilassamento profondo, ridurre lo stress e migliorare il benessere generale. Attraverso le formule di autosuggestione e la consapevolezza del corpo, è possibile influenzare positivamente la propria mente e il proprio corpo. Con la pratica regolare, il Training Autogeno può diventare un prezioso strumento per gestire lo stress, migliorare il sonno e promuovere una maggiore consapevolezza di sé. Se sei interessato a esplorare questa tecnica, ricorda di consultare un professionista esperto o utilizzare risorse affidabili per guidarti lungo il percorso del Training Autogeno.

L’IMMAGINARIO COME TECNICA DI ELABORAZIONE DEL PROFONDO NEL SOSTEGNO E CURA INTEGRATA AI METODI COGNITIVO-COMPORTAMENTALI

Di Federico Rossi “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione,” così disse il fisico tedesco Albert Einstein. Le capacità immaginative rappresentano le modalità tramite cui gli esseri umani registrano ed elaborano i contenuti intollerabili dall’Io. L’assenza di una soluzione ad un quesito crea angoscia, il cervello s’impegna ad applicare la propria curiosità creativa e a completare gli elementi mancanti del quesito grazie all’immaginario. Dagli archetipi e dai primi traumi, fino ai casi più conclamati di sintomatologia psicotica (quali confabulazioni, dissociazioni, e/o distorsioni percettive), l’utilizzo dell’immaginazione e del linguaggio metaforico dell’immaginario ci assiste per elaborare la realtà che ci circonda, contenendo le nostre più forti angosce. Immaginare è una capacità che ha preceduto la cognizione nell’evoluzione filogenetica degli esseri umani. È emersa presto come abilità, consentendo ai primi uomini di formare immagini mentali, simulare scenari ed impegnarsi nella risoluzione creativa dei problemi. L’immaginazione, radicata nel corpo e nelle emozioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’adattamento,per poi evolversi successivamente con il linguaggio ed il pensiero simbolico, rimanendoinfluente negli sforzi creativi dell’uomocome nella poesia e nelle altre arti. Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che:“La creatività èun tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideriinsoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogninotturni e quelli ad occhi aperti.” Le fasi evolutive dell’immaginazione riflettono lo sviluppo delle capacità immaginative umane nel corso del tempo. In una prima fase, presumibilmente all’epoca del Pliocene (circa 3-5 milioni di anni fa) ci fu un’immaginazione involontaria, simile alle libere associazioni nei sogni. I nostri antenati potevano ovviamente percepire un leone nella savana, ma potevano anche far affiorare in modo imprevedibile immagini casuali di leoni mentre si trovavano impegnati in lavori quotidiani. Successivamente nell’epoca del Pleistocene (circa tra i 2,58 milioni ed i 11.700 anni fa), si sviluppò un’immaginazione semi-volontaria, che coinvolseuna cognizione a caldo in tempo reale (hot cognition) eduna creatività improvvisata. Possiamo ipotizzaread esempio che i comportamenti ritualizzati, guidati dagli sciamani, avrebbero portato alla coscienzaesseri immaginari (quali ad esempio i leoni) attraverso azioni e gesti abituali. Infine si sviluppò l’immaginazione volontaria, dal Paleolitico Superiore (40.000 – 10.000anni fa) all’Olocene (12000 – 9000 mila anni fa), che incorporò processi cognitivi controllati e deliberati. Se si pensa alle pitture rupestri de “l’uomo leone” a Hohlenstein-Stadel in Germania e “l’uomo bisonte” nella Grotte de Gabillou in Francia, esse potrebbero essere le prime manovre trasgressive e trasformative di logica immaginativa, quali mescolanze tra forme animali ed umane all’interno delle arti visive. Queste fasi evolutive ci portano alla distinzione tra immaginazione ed immaginario, dove l’immaginazione rappresenta una forma di pensieroche non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come elaborazione libera di contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo.D’altra parte l’immaginario è la rappresentazione metaforica del singolo che, tramite la metafora simbolica,elabora i contenuti della psiche a metà tra il conscio e l’inconscio. Per citare lo psicoanalista Carl G. Jung: “La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra. Non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.” La progressione evolutiva dell’immaginario, nei singoli e nei gruppi, rappresenta oggi, come nella storia, un valido strumento progressivo e funzionale al superamento dei limiti imposti dalla logica e dalla ragione. Il suo sviluppo nel tempo rappresenta quanto le capacità dell’immaginario si siano ampliate ed affinate, denotando un sempre maggiore sviluppo sociale, culturale ed umano e rappresentando uno degli strumenti atavicamente più efficaci per portar luce ai pensieri “non pensabili” dell’inconscio. Come gli animali utilizzano immagini (ricordi visivi, uditivi, olfattivi) per adattarsi a nuovi territori e problematiche, così l’uomo genera informazioni per poi dipingerne rappresentazioni immaginifiche. E’ nell’assenza di sicurezza, di certezze, che l’uomo crea e riempie tale vuoto con il proprio immaginario. Nel corso degli anni certi simboli e metafore entrano nella memoria semantica dell’uomo, divenendo “certezze” ipotetiche dei misteri della vita e della morte e permettendo, grazie ad una traslazione immaginifica, la trasformazione di pensieri ‘instabili’ in pensieri ‘stabili’. Il lavoro di cura e sostegno, tramite l’immaginario del paziente, permette l’elaborazione attiva del profondo mediato dalla simbologia interiorizzata dell’individuo,favorendone l’evoluzione internae promuovendonela cura. L’introduzione di tecniche cognitivo-comportamentali nasceper identificare e modificare modelli di pensiero e comportamenti disadattivi. Queste tecniche comportano un esame consapevole, una sfidaalle proprie credenze sul mondo, bias e distorsioni, proponendo una loro possibile sostituzione con schemi più adattivi e positivi. Il loro approccio “evidence-based” segue un percorso top-down, un’elaborazione di tipo induttivo, basata su dati comportamentali e sulle loro conseguenze. Nei disturbi di personalità ad esempio, grazie all’approccio cognitivo-comportamentale, si agisce sui pensieri e sulle credenze consce, elaborando verbalmente la propria psiche in maniera lucida e razionale. Questo si contrappone ad un percorso analitico Immaginario, di stampo psicodinamico e di tipo deduttivo-simbolico, che utilizza il materiale inconscio immaginifico, come l’imagérie, i sogni, le associazioni libere ed intuitive, unitamente alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica, per favorire l’insight. Come disse il fisico Albert Einstein:”La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.”Per stabilire un cambiamento radicale e duraturo è necessario che la struttura di significato del paziente venga attivata anche a livello emotivo (Greenberg& Malcolm, 2002; Holmes e Mathew, 2005). Qualora le tecniche di elaborazione verbale CBT non fossero in grado di modificare il nucleo delle patologie (come in alcuni disturbi di personalità), l’integrazione di tecniche esperienziali, specie quelle immaginative, acquisisce un ruolo centrale per l’elaborazione delle emozioni (Lang, 1987).Le immagini rappresentano una via d’accesso diretta alle emozioni ed al loro utilizzo, risultano più efficaci dell’elaborazione verbale ed attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione (Holmes e Matthews, 2006; 2010). Dove l’approccio CBT permette un’elaborazione top-down, il lavoro svolto in parallelo a livello bottom-up da immaginazione ed immaginario, promuove un effetto sinergico e diffuso di varie reti neurali associate alla cognizione, alla memoria, all’emozione, ed al comportamento. Quando elaboriamo i pensieri usiamo il cognitivo e la razionalità, quando interagiamo con le immagini mentaliutilizziamo la nostra intuizione. Quando immaginiamo volutamente mescoliamo immagini, proposte di azione, ricordi, esperienze in tempo reale, nonché suoni, storie e sentimenti. La nostra mente diventa un processore multimediale che si sposta lateralmente tra le connotazioni,

Il processo di Coping nella malattia oncologica: le diverse modalità di affrontare il cancro

di Ilenia Gregorio Per “Coping” si intende la capacità –soggettiva ed individuale- del paziente (in questo caso oncologico) di adattarsi alla condizione di malattia e di far fronte ad essa con l’utilizzo di diverse strategiepsico-adattive. La reazione del paziente alla diagnosi di cancro va considerata come una risposta ad uno shock legato alla minaccia esistenziale che il cancro, a livello simbolico, comporta. Sono state evidenziate alcune fasi caratteristiche di reazione psicologica alla malattia neoplastica a cui corrispondono specifici meccanismi di difesa, caratteristiche di personalità, e capacità di adattamento alla malattia e all’iter terapeutico. Il termine “coping”, quindi, indica le strategie cognitive, comportamentali ed emotive adoperate dalla persona per affrontare e gestire una situazione stressante, nello specifico, la malattia oncologica. Le differenti modalità comportamentali con cui una persona affronta la malattia sono definite “stili di coping” e si rivelano essere un fattore predittivo molto importante circa le possibili complicazioni psicopatologiche, la qualità della vita, le conseguenze biologiche – immunitarie e la compliance terapeutica. Tale processo di adattamento o, al contrario, di mancata aderenza agli interventi terapeutici, coinvolgono non solo il paziente e il decorso della sua malattia, ma anche il suo nucleo familiare. La malattia oncologica è infatti da considerarsi una malattia “sistemica” che influisce su tutti i membri di un nucleo familiare alterandone, in un primo momento e modificandone poi, gli equilibri preesistenti. La comunicazione della malattia tumorale rappresenta uno degli eventi più stressanti che alcune persone si trovano a dover affrontare nel corso della loro vita, un cambiamento non solo fisico ma anche mentale: cambia il modo di riconoscere e sentire il proprio corpo, cambia la percezione che si ha del mondo, del tempo, della progettualità, si modificano le relazioni sociali e interpersonali.  Si tratta di una fase molto delicata e difficile sia per il paziente che per i suoi familiari: di fronte alla parola “cancro” la primissima reazione è avvertire un senso di confusione, sbandamento, un vero e proprio shock. Il cancro è una parola che evoca emozioni angoscianti, rimanda a uno scenario altamente catastrofico nell’immaginario collettivo, ma soprattutto rimanda ancora ad una “condanna a morte”. Il modo di reagire al proprio stato di salute o di malattia, così come lo sviluppo, il decorso e la prognosi stessa della malattia oncologica sono influenzati dall’interazione di diversi fattori: di tipo biologico, psicologico e sociale. Ogni paziente vive e affronta la malattia in modo soggettivo e unico: si attiva un processo di adattamento alla nuova condizione fisica, che comporta una trasformazione radicale nella vita del paziente e nella sua famiglia. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dall’ organo o dagli organi interessati e dalla loro valenza simbolica a livello di percezione corporea e dell’immagine di sè, dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla struttura di personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti. Ma vediamo quali sono i diversi stili di coping, quali differenti “atteggiamenti” si possono mettere in atto nei confronti della malattia oncologica: Atteggiamento combattivo C’è chi affronta la diagnosi e l’andamento della malattia con uno spirito da vero e proprio combattente. Si tratta di persone che tendono a vedere la malattia come una sfida e da un lato anche come una sorta di “opportunità”. Tendono a mettere in atto risposte flessibili e differenziate, che favoriscono una visione più positiva dell’evento senza sottovalutare il pericolo potenziale. Questo stile è associato a una minore sofferenza psicologica, una sensazione di controllo personale sul proprio stato di salute, maggior aderenza alle terapie e un decorso più favorevole della malattia. Atteggiamento fatalista Persone con un atteggiamento fatalista considerano la malattia come qualcosa di “programmato” dal destino e quindi percepiscono di avere scarso controllo sugli eventi. Presentano rassegnazione e accettazione e in genere manifestano bassi livelli di ansia e depressione. Solitamente a questo tipo di atteggiamento è associato un pensiero “magico-punitivo” strettamente legato ad una sorta di meccanismo che rimanda a “Premi e Punizioni”: mi è capitata la malattia perchè ho fatto qualcosa di male (punizione), guarirò se mi comporto bene (premio). Atteggiamento ansioso Alcuni invece tendono ad affrontare la malattia oncologica con un atteggiamento che è definito preoccupazione ansiosa. L’elevata quota di ansia e paura fa sì che il tumore divenga il centro della vita della persona e catalizzi tutte le sue energie, mentali e fisiche. Ne deriva una spasmodica richiesta di rassicurazione, anche attraverso continui controlli medici, oppure, al contrario, una fuga dalle cure perché troppo angoscianti. Atteggiamento evitante Altri ancora presentano uno stile di evitamento caratterizzato dalla continua ricerca di distrazione rispetto ai temi legati alla malattia. La persona non sente disagio in quanto pensieri e vissuti spiacevoli sono allontanati, i livelli di ansia e depressione infatti sono bassi o comunque non significativi. Questo atteggiamento si traduce con la percezione di scarso controllo personale, ridotti comportamenti attivi verso la malattia, fino a una possibile riduzione dell’aderenza ai trattamenti. Atteggiamento di disperazione Infine, alcuni reagiscono con un atteggiamento inerme e di disperazione. La malattia è vista come un evento fatale che mette a repentaglio il futuro della persona. Il paziente percepisce scarso controllo rispetto alle sue condizioni di salute e presenta sintomi marcati di ansia e depressione. Tutto questo ostacola la ricerca di aiuto e la compliance terapeutica. Il comportamento è di passività e rinuncia. Concludendo possiamo affermare che il significato attribuito alla malattia influenza lo stile di coping adottato. Questo dipende da fattori individuali quali la storia di vita, le esperienze passate, le caratteristiche di personalità, la presenza di relazioni positive di supporto. Le modalità di interpretare e affrontare la malattia oncologica sono di importanza cruciale: se le strategie attivate sono funzionali ed efficaci sarà possibile un miglior adattamento alla malattia e quest’esperienza, seppur drammatica, si inserirà in un processo di crescita personale. Al contrario, se l’evento è percepito come troppo stressante e le modalità di affrontarlo sono fallimentari e inadeguate emergeranno in seguito problematiche di natura psicopatologica aumentando

Recensione al libro “Lo stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” di Valentina Albertini, edito da Alpes Editore

Recensione a cura di Lucia De Rosa “Lo Stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” è un testo prezioso scritto dalla dr.ssa Valentina Albertini, psicoterapeuta Sistemico Relazionale, Didatta e Socia del CSAPR di Prato, pubblicato dalla Casa Editrice Alpes di Roma nel 2022. La dr.ssa Albertini ha avuto il coraggio di aprire una riflessione su un tema – la gravidanza – che sin dalle origini della psicologia è stato considerato e trattato guardando quasi esclusivamente dalla parte dei pazienti. Il testo rappresenta un apripista rispetto alla possibilità per le psicoterapeute e per gli psicoterapeuti di pensare alla gravidanza e alla maternità e di riflettere sugli aspetti emotivi connessi al diventare madri da parte delle psicoterapeute. I lettori avranno la possibilità di riflettere, attraverso una prima parte teorica e una seconda parte di casi clinici, sulle notevoli sfumature che emergono nel mondo interiore della terapeuta e nella relazione terapeuta – paziente relativamente al pensarsi madre (e portare una pancia nel setting terapeutico), diventarlo e ricoprire questo ruolo, contemporaneamente a tutti gli altri ruoli. La dr.ssa Albertini parte da una ricerca effettuata attraverso un questionario semi-strutturato sul tema della gravidanza e della gestione del setting, composto da domande aperte e chiuse, diffuse tramite email e social networks, con un successivo lavoro di analisi qualitativa. Lo stupore dell’autrice nasce dalla consapevolezza che, in Italia, pur essendo la professione psicologica a prevalenza femminile, a parte pochi scritti di stampo psicoanalitico, la letteratura è deficitaria di testi che si occupano della vita emotiva e professionale di una terapeuta durante la gravidanza e di quanto tale “disclosure inevitabile” abbia una presenza e un significato all’interno della relazione terapeutica con ogni singolo paziente.  Nel primo capitolo, dal titolo “Cosa può accadere nella relazione con la terapeuta durante la gravidanza e la maternità”, l’autrice apre una riflessione sul comunicare o meno in merito ai pazienti, sulle tematiche legate al transfert, su un possibile aumento dell’identificazione, su emozioni come rabbia, aggressività e meccanismi di negazione, sulla capacità di prendersi cura di sé e dell’altro, sull’apertura della tematica della sessualità attiva della terapeuta, sull’invidia, sull’ambivalenza, sugli agiti, sul tema della separazione e dell’individuazione e sul possibile vissuto di abbandono durante il periodo della sospensione. Nel secondo capitolo, dal titolo “Nel ventre della terapeuta. Elementi di controtransfert e di relazione”, l’autrice descrive l’impatto della “pancia” all’interno della relazione terapeutica, dal punto di vista controtransferale. La psicoterapeuta, attraverso la propria “pancia” può ritrovarsi a vivere la negazione, la paura di perdere i pazienti o di non saper conciliare la vita professionale con quella privata, il desiderio di non deludere i pazienti (rischiando di colludere con le loro richieste), la perdita di controllo e un vissuto di ambivalenza rispetto ad un equilibrio da raggiungere tra vita professionale e privata; può sentirsi in colpa oppure scoprirsi non onnipotente, perché si sta vivendo qualcosa di più rispetto al proprio paziente o perché ci si separa per un certo tempo; può vivere un risentimento rispetto alla sensazione che le persone possano non capire i propri bisogni attuali;  può occuparsi di cosa cambia nella rete professionale alla notizia della gravidanza e può chiedersi se accettare o meno i regali dei pazienti per il nascituro o la nascitura. La psicoterapeuta dovrà occuparsi dell’ambivalenza connaturata allo “stato interessante”, come evidenzia l’Autrice a pag. 31: “La gravidanza è uno dei momenti nei quali emerge la difficoltà di far coesistere certe consapevolezze: sappiamo infatti come nella vita anche le esperienze più belle possono portare sensazioni ambivalenti, e il fatto che ne conosciamo i meccanismi e gli effetti non ci rende immuni dal provarle, anche se ci aiuta al momento di doverle elaborare.” Nel terzo capitolo, dal titolo “Il corso pre-parto che nessuna ha fatto”, la dott.ssa Albertini presenta la ricerca sottoposta a 207 colleghe psicologhe con specializzazione in psicoterapia. Ne emerge che l’aspetto che accomuna la maggior parte delle colleghe intervistate è l’aver cercato, nel proprio momento di gravidanza, un supporto e una condivisione con altri colleghi e che questa fase così complessa e trasformativa non sia stata considerata nel tempo un elemento di cui occuparsi nella formazione personale e professionale. Nella seconda parte del testo, l’Autrice riporta alcuni casi clinici che permettono a chi legge di addentrarsi nelle tematiche teoriche esposte per trovare un rispecchiamento e uno spunto di riflessione rispetto alla propria pratica clinica e al proprio vissuto. La preziosità di questo scritto risiede, a mio avviso, nell’offrire la possibilità di uno spazio di lettura e di condivisione su una delle posizioni dell’“essere femminile e terapeuta”: la maternità come atto trasformativo. La dott.ssa Albertini dà voce a interrogativi, riflessioni e osservazioni che, con molta probabilità, ogni donna-terapeuta, in procinto di vivere la maternità, si è posta e che spesso sono rimasti inevasi nella solitudine della propria mente. Ho avuto la possibilità di leggere “Lo stato interessante” nell’immediato post-partum e questo mi ha dato un supporto e un’energia incredibili proprio perché stavo vivendo contemporaneamente la desiderata interruzione lavorativa per maternità e i mille dubbi di cosa avrei trovato al mio rientro a studio, essendo una libera professionista. Ha rappresentato per me, durante un momento così trasformativo e complesso, un modo per rimanere in connessione con il mio sentire di terapeuta e integrarlo con il mio essere donna e mamma, un modo per potermi rispecchiare e riflettere su di me. Leggendolo mi sono detta che finalmente se ne poteva parlare e che non ero la sola a vivere tutto ciò. Lo consiglio a tutte le colleghe che si approcciano alla maternità e a tutti i colleghi, a prescindere dal trovarsi a sperimentare la delicata fase della gravidanza (direttamente, come partner, come docente e/o supervisore) per capire e visionare tutte le possibili variabili che entrano in gioco quando una terapeuta sceglie di diventare anche mamma. Questo testo mi ha confermato che la strada che accomuna i due ruoli – madre e terapeuta – è l’“esserci”. Esserci nella relazione e imparare, attraverso la danza a due che si mette in atto.  Esserci nella relazione

Il bullismo e il cyberbullismo: interventi psicologici

di Mariarosaria Cafarelli Per bullismo si intende un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi.  Questo fenomeno si basa su un rapporto asimmetrico tra la vittima e il bullo: la prima non può o non ha le abilità per far cessare l’atto aggressivo nell’immediato e il secondo, invece, compie l’atto volontariamente, cioè con l’intenzione di ferire o provocare un danno. Inoltre, un’altra componente necessaria è la ripetitività del fenomeno. Uno studente sarà oggetto di azioni di bullismo (prevaricato o vittimizzato), quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto volontariamente da uno o più compagni. Quindi, non ci si riferisce ad un atto singolo, ma ad una serie di comportamenti ripetuti nel tempo, all’interno di un gruppo, con il fine di avere un potere sull’altra persona. Molto spesso si tende a minimizzare questo fenomeno, ci si ferma all’apparenza, quando in realtà è molto più grave di quello che si pensa. È importante che gli psicologi si occupino non solo della vittima, ma anche del carnefice, saper definire la personalità di un ragazzo “bullo” e quali sono i motivi che potrebbero spingerlo a commettere condotte devianti. Dal punto di vista caratteriale i ragazzi che mettono in atto condotte devianti dimostrano una forte ambivalenza con le figure genitoriali e una personalità immatura, poco riflessiva, scarsamente tollerante alle frustrazioni e incapace di un autentico contatto empatico con gli altri. Un comportamento deviante può essere spiegato facilmente attraverso un rapporto di causa – effetto, oppure sulla base di semplici predisposizioni ereditarie, o come risultato di una problematicità intrafamiliare o di una subcultura. Sulla base di quanto detto, quindi, il bullismo verrà spiegato come il risultato dell’interazione di molteplici variabili, come la struttura della personalità del soggetto, le caratteristiche del gruppo di coetanei al quale appartiene, la qualità delle sue relazioni interpersonali, la tipologia della famiglia di appartenenza. Negli ultimi decenni la modalità del bullismo è cambiata, nel senso che un tempo venivano prese in considerazione azioni verbali e fisiche, mentre in tempi recenti si profila maggiormente la violenza psicologica, sicuramente più difficile da identificare, ma che viene messa in atto dal soggetto sulla sfera psichica e sull’autostima della vittima. Quindi, possiamo parlare di una situazione di bullismo, quando si assiste o si subiscono degli atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, (spintoni, pugni, schiaffi), oppure di tipo verbale (minacce, insulti pesanti, offese), o infine di tipo psicologico (umiliazioni, discriminazioni, emarginazione). Nella maggior parte dei casi le tre categorie si verificavano in concomitanza: infatti l’offesa di tipo verbale può portare all’aggressione di tipo fisico, il tutto accompagnato da un forte trauma psicologico nella vittima, che diventa incapace di uscirne da sola. Le azioni offensive verbali e fisiche sono definite modalità dirette e sono quelle più evidenti, mentre quelle di tipo psicologico sono chiamate indirette, più difficili da individuare. Alla base del bullismo c’è l’intenzionalità da parte del soggetto di danneggiare la vittima, ovvero nel procurarle dolore, sofferenza, privandola della sua sfera relazionale e sociale; queste azioni offensive e vessatorie sono persistenti, frequenti e costanti nel tempo. Le conseguenze sulla vittima designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, psicologica, abbandono delle relazioni, isolamento, paura e terrore del suo carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, in casi estremi portano al suicidio. In base al  genere, secondo le statistiche, tendenzialmente i maschi  utilizzano forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine utilizzano molto di più della azioni di tipo psicologico, come pettegolezzi, dicerie oppure diffusioni di immagini false. In tempi recenti, con l’insorgenza di internet e dei social media il fenomeno del bullismo ha subito un’evoluzione, trovando ampio spazio in questi nuovi canali, che hanno reso possibile la realizzazione di azioni vessatorie. Questa evoluzione è definita cyberbullismo, ossia un attacco vessatorio continuo, reiterato nel tempo attraverso la rete internet, e proprio quest’ultimo fenomeno è diventato oggetto di studio della psicologia. Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono molte, ad esempio: messaggi volgari o molesti; pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network postare o inoltrare informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false); rubare l’identità e il profilo di altri con lo scopo di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima; insultare o deridere la vittima attraverso messaggi sul cellulare, mail, social network; ed infine, minacciare la vittima attraverso i media andando ad intaccare la sua tranquillità. Questi tipi di aggressione potrebbero rimanere in rete, oppure sfociare in episodi di bullismo (in particolare nei contesti scolastici o luoghi di aggregazione di ragazzi). Tra le problematiche psicologiche che più frequentemente emergono in chi è oggetto di bullismo e cyberbullismo ci sono i disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi psicosomatici. Un’azione che potrebbe essere utile per combattere il fenomeno ormai sempre più diffuso del bullismo e del cyber bullismo è immettere nel contesto scuola lo psicologo, così da individuare tempestivamente il disagio, con lo scopo di evitare lo sviluppo  di problematiche psicologiche, o in casi estremi il suicidio, e al tempo stesso offrire un servizio ai “bulli”, per meglio comprendere e modificare comportamenti devianti.

Mal d’Amore: l’affetto fuori controllo

di Antonia Bellucci “Ci sono amori felici.Ci sono amori infelici.E poi ci sono storie comecerti quadri appesi: tutti livedono storti, tranne i dueabitanti della casa. Storieche non hanno nulla a chefare con la felicità e,soprattutto, con l’amore”. Tra tut te le forme di dipendenza, quella meno tangibile è certamente la dipendenza affettiva.L ’ o g g e t t o d i q u e s t a dipendenza non è qualcosa di materiale, una sostanza, una bottiglia ma è una relazione.Si potrebbe dire che l’amore sembri essere una sorta di dipendenza naturale, un’ “ a l t e r a z i o n e psicofisica normale” sperimentata dalla maggior parte degli esseri umani almeno una volta nella vita. La relazione romantica, dunque, potrebbe essere una dipendenza “positiva”, quando l a r e l a z i o n e è reciproca e non tossica, ma può diventare facilmente una dipendenza pericolosamente negativa quando è inappropriata, non reciproca o non ricambiata.Secondo il dizionario francese Le Grand Larousse, l a d i p e n d e n z a a f f e t t i v a “designa un bisogno generale ed ec ces s i v o di es ser e accuditi, bisogno che porta ad u n c o m p o r t a m e n t o sottomesso e ad un’angoscia da separazione”. Questa dismisura, quest’impotenza e questa perdita totale della propria autonomia emotiva caratterizzano la dipendenza affettiva, un male che genera sofferenza, perdite dolorose e tristi conseguenze nella vita della persona che ne soffre. In alcuni casi, tutto ciò conduce anche a gelosia, controllo ossessivo dell’altro e violenza. Nel brivido dell’incertezza di volersi, nel silenzio che lascia in attesa di un ritorno, nel fuoco passionale che arde e c o n s u m a , n e l b u i o d i prospettive, nell’incessante sfida con sé stessi a fare di più e meglio, per rendersi amabili, si ritrova quella scossa che distrae ma che non risolve la carenza d’affetto originaria. Vivere queste relazioni disfunzionali è un pò come stare sulle montagne russe, abbandonati totalmente all’euforia che dalla vetta porta a l p r e c i p i z i o lasciando disorientati dalla sofferenza che si prova. I s e g n i e i s i n t o m i d e l l a d i p e n d e n z a affettiva sono, in gran parte, s p e c u l a r i a q u e l l i delle dipendenze comportamentali, e includono: il piacere derivante d a l l ’ o g g e t t o della dipendenza tolleranza: il bisogno costante di aumentare il tempo trascorso con il partner diminuendo, parallelamente, il tempo investito in attività autonome o contatti con altre persone astinenza: la comparsa di emozioni negative molto intense, come a n s i a , p a n i c o , depressione, quando il partner è fisicamente o emotivamente distante perdita di controllo: l’incapacità di riflettere in maniera lucida sulla propria situazione e di controllare i propri c o m p o r t a m e n t i , alternata a momenti di l u c i d i t à i n c u i l a persona dipendente sperimenta vergogna, umiliazione e rimorso. Nella vita quotidiana, questi segni e sintomi si riflettono in una g r a n d e v a r i e t à d i c o m p o r t a m e n t i e a t t e g g i a m e n t i del dipendente affettivo: le emozioni del partner hanno più importanza rispetto alle proprie la stima di sé dipende d a l l ’ a p p r o v a z i o n e dell’altro prendere una posizione o una decisione diventa difficoltoso e causa forti sensi di colpa la paura di essere abbandonati è talmente intensa che la maggior p a r t e d e i comportamenti hanno la funzione di evitare la solitudine e il rifiuto riconoscere ed esprimere i propri pensieri ed emozioni è difficile o spaventoso la maggior parte del proprio tempo viene i m p i e g a t o p e r controllare il partner le conseguenze n e g a t i v e c h e l a relazione produce in tutti gli altri ambiti vengono ignorate L e c a r a t t e r i s t i c h e d i una dipendenza affettiva, ad ogni modo, si intrecciano, in larga parte, ai tratti di una p e r s o n a l i t à d i tipo dipendente; le persone c h e s i r i t r o v a n o a essere dipendenti da una relazione, infatti, presentano spesso i seguenti tratti di personalità: difficoltà nel prendere d e c i s i o n i , a n c h e q u o t i d i a n e , senza chiedere consigli e r a s s i c u r a z i o n i . La mancanza di fiducia nella propria capacità di fare scelte corrette e l ’ e s t r e m a c o l p e v o l i z z a z i o n e quando si commettono errori, rende terrificante l a p o s s i b i l i t à d i sbagliare bisogno che altre persone si assumano la responsabilità di ambiti importanti della propria vita. Le sfide quotidiane diventano difficoltà i n s o r m o n t a b i l i e impossibili da affrontare da soli difficoltà nell’essere in disaccordo con gli altri. U n a persona dipendente sen t e d