La realtà virtuale in ambito clinico

Le grandi potenzialità della realtà virtuale hanno reso le sue applicazioni sempre più numerose in ambito clinico, in particolare nella psicoterapia. Prima di analizzarle, è bene chiarire il concetto di realtà virtuale e le sue caratteristiche. La realtà virtuale è una combinazione di dispostivi hardware e software che generano una stimolazione multisensoriale sincronizzata, in grado di creare nell’utente l’illusione di essere fisicamente situato in uno spazio tridimensionale e di poter interagire con gli oggetti e gli utenti in esso collocati. Per definizione, un sistema di realtà virtuale dovrebbe coinvolgere tutti i canali sensoriali. Ad oggi, tuttavia, i sistemi di realtà virtuale più diffusi si limitano alla stimolazione dei soli canali visivo, uditivo e tattile. I sistemi di realtà virtuale sono generalmente classificati in tre categorie: Sistemi immersivi: creano nell’utente l’impressione di essere circondato dall’ambiente virtuale, isolandolo parzialmente o completamente dallo spazio fisico in cui si trova. Ad esempio: i caschi virtuali Sistemi non immersivi: l’utente osserva l’ambiente virtuale attraverso una sorta di finestra rappresentata dal monitor e interagisce con i suoi contenuti utilizzando un joystick. Ad esempio: i videogiochi Sistemi di telepresenza: consentono all’utente di eseguire operazioni manuali in luoghi difficilmente accessibili o pericolosi, mediante l’uso di telecamere periferiche o robotizzate (ad esempio esplorazioni interplanetarie, subacquee o microchirurgia). La realtà virtuale trasforma l’utente da osservatore di un’esperienza a protagonista di quella stessa esperienza. Egli non è più solamente un passivo destinatario di informazioni, ma è un soggetto in grado di modificare in tempo reale i contenuti della propria esperienza con scelte e azioni. Un’interfaccia di realtà virtuale ben progettata permette alla persona di sperimentare un senso di presenza individuale e sociale. La percezione di essere presenti in uno spazio si traduce nella capacità di agire intuitivamente. Noi ci sentiamo presenti in un ambiente virtuale in quanto esso impiega dei meccanismi simulativi molto simili a quelli usati dalla nostra mente. Il senso di presenza sarebbe allora generato dalla capacità virtuale di generare contenuti digitali coerenti con le previsioni fatte dalla nostra mente. Più la previsione è corretta, più il soggetto si sentirà presente nell’ambiente virtuale che sta sperimentando, pur sapendo che esso non è reale. Una volta creato un ambiente virtuale in grado di farci sentire presenti, è necessario concentrarsi sul tema della presenza sociale. La presenza sociale indica la sensazione di essere con altri all’interno dell’ambiente virtuale e quindi coincide con la capacità di cogliere le intenzioni altrui. Occupiamoci ora delle diverse applicazioni in ambito psicoterapeutico. La realtà virtuale viene specialmente usata nel trattamento dei disturbi d’ansia e dello stress, delle fobie, dei disturbi dell’immagine corporea associati ad obesità e disturbi alimentari. Il trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie è solitamente basato sull’esposizione, mediante la quale la persona viene esposta allo stimolo temuto o alla situazione che le genera ansia. L’ambiente virtuale permette di fare esperienze che nella realtà sarebbero impossibili, come salire su un aereo per affrontare la paura del volo oppure essere immerso gradualmente in un ambiente pieno di ragni. L’obiettivo della terapia virtuale, definita anche cyberterapia, è quello di far sperimentare al paziente delle esperienze simulate che richiamino situazioni della vita reale percepite come particolarmente critiche o minacciose, con l’obiettivo di favorire la gestione delle emozioni negative che queste elicitano. Un ulteriore esempio riguarda il trattamento del disturbo post-traumatico da stress, comune nei soldati veterani. Sempre con la stessa logica, la realtà virtuale permette alla persona di immergersi gradualmente nella situazione stressante con la possibilità di escludere qualsiasi cosa che non voglia ancora affrontare. Un’altra applicazione riguarda i disturbi del comportamento alimentare. La realtà virtuale può essere utile per modificare le emozioni negative associate al cibo attraverso l’esposizione controllata degli alimenti che generano maggiore ansia. Inoltre, può essere usata anche per modificare le distorsioni cognitive che alterano la propria immagine corporea. Tutti questi esempi mostrano come i sistemi di realtà virtuale possiedono le caratteristiche necessarie per poter essere efficacemente usate nella psicoterapia. Purtroppo sono ancora poco diffusi a causa degli elevati costi e delle numerose implicazioni etiche associate al loro utilizzo. BIBBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019) Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti
ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale. È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa. Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia. Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze. Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa. La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.
DISTURBO NARCISISTICO: BARNEY STINSON

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui i disturbi di personalità. In questo caso illustreremo il disturbo narcisistico di personalità, analizzando uno dei protagonisti di una nota serie tv “How I Met Your Mother”: Barney Stinson. Per chi non lo sapesse, le 9 stagioni ripercorrono tutte le vicissitudini vissute da un gruppo di cinque amici inseparabili che vivono a New York. La storia è narrata da uno dei protagonisti (Ted Mosby), che racconta ai suoi figli tutti gli eventi che lo hanno portato a conoscere loro madre, ricordando le avventure trascorse coi suoi amici (tra cui Barney). IL CASO BARNEY STINSON Barney Stinson è conosciuto dal pubblico per il suo fascino da donnaiolo, la sua parlantina persuasiva e il suo comportamento eccentrico. Per questo motivo incarna perfettamente tutte le caratteristiche del disturbo narcisistico di personalità. Fin dalle prime puntate, Barney è un uomo che mostra una forte ammirazione per la propria persona ingigantendo le sue capacità e i suoi talenti. La sua nota espressione “Legend… wait for it… dary” usata per descrivere ogni sua azione dimostra questa tendenza a sentirsi grandioso in ogni suo gesto. Queste persone sovrastimano enormemente le loro capacità, si ritengono superiori, speciali e unici e sono assorbiti da fantasie di illimitati successi. Tra le grandiosità di cui si vanta, troviamo sicuramente la sua collezione di infinite avventure sessuali di una notte. Tanto da raccogliere nel suo famoso Playbook tutti gli infiniti modi usati per adescare queste donne. Il narcisista, inoltre, è letteralmente eccitato da situazioni competitive. Barney ama le sfide, soprattutto quelle impossibili. Tra le più famose si ricorda la scommessa dei cinque schiaffi tra Barney e Marshall, che si prolunga fino alla nona stagione. Un altro aspetto tipico del disturbo narcisistico di personalità è la mancanza di empatia seguita da un’incapacità di riconoscere i sentimenti e le necessità altrui. Barney spesso si sente autorizzato a soddisfare i propri bisogni senza tener conto delle esigenze degli amici. Accanto al tratto narcisistico, Barney è un bugiardo patologico. Arriva ad affermare che “una bugia è solo una bella storia che qualcuno rovina con la verità”. Dietro questo tratto c’è sicuramente una motivazione più profonda. L’infanzia di Barney è caratterizzata dalle bugie, come la vera identità di suo padre. Sicuramente lo stesso trauma di non averlo conosciuto credendo per anni che questo fosse un famoso conduttore televisivo, ha avuto un’influenza sul suo lato narcisista. In generale, di fronte a questo cinismo manipolatorio si nascondono grandi insicurezze, che portano le persone narcisiste a ricercare continuamente ammirazione da parte degli altri. Solitamente questo tratto si manifesta a seguito di alcuni traumi vissuti durante l’infanzia. Nel caso di Barney, il suo desiderio di rivalsa nasce da una delusione amorosa nella sua tarda adolescenza, dove la sua amata scappa con un altro uomo più ricco. È da questo momento che Barney, all’epoca un ragazzo hippie, abbandona tutti i suoi abiti e indossa il suo iconico vestito impeccabile. Nello sviluppo narcisistico di personalità, inoltre, è molto importante l’interazione tra caregiver e bambino. Solitamente i narcisisti organizzano la loro esistenza senza aver bisogno degli aiuti degli altri e mirano all’autosufficienza assoluta. È tipico di famiglie incapaci di fornire attenzioni ai figli, di riconoscere e regolare le loro emozioni. A seguito di un attaccamento disfunzionale, l’individuo crescerà chiedendo costantemente attenzioni e apprezzamenti. In generale, però, dietro le situazioni divertenti che coinvolgono questo personaggio si nasconde una grande corazza costruita per affrontare le sofferenze che la vita gli ha riservato. Con l’evolvere delle stagioni, anche il suo lato più profondo emerge allo scoperto. Con più attenzione, si può cogliere quanto Barney sia sensibile e quanto ami profondamente i suoi amici. La nascita della sua bambina è la perfetta conclusione per l’evoluzione psicologica di questo personaggio. Tramite lei, Barney capisce che non c’è nulla di più leggendario al mondo dell’amore per la propria figlia. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicini alla disciplina psicologica. Essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione delle persone. BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA Sanavio, E. & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica: terza edizione aggiornata al DSM-5. Italia: Il Mulino Manuali www.idego.it www.hallofseries.com
LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini. Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi. Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica. BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it
BIBLIOTERAPIA: IL CASO HARRY POTTER

La biblioterapia è un nuovo approccio psicologico e psicoterapeutico volto alla promozione del benessere psicologico, sociale e culturale. Ma si connota anche come strumento di autoaiuto al di fuori di un contesto terapeutico per ampliare la propria consapevolezza e far fronte a situazioni di disagio. La biblioterapia è nata nel Novecento negli USA dallo psichiatra Menninger, ma è molto diffusa anche in Europa, soprattutto in Inghilterra. Mentre, in Italia è stata introdotta da poco e non è ancora molto conosciuta. Dal punto di vista psicoterapeutico, in quali casi risulta efficace? La Biblioterapia è spesso usata in presenza di disturbi d’ansia e di lieve/media depressione, ma anche con i disturbi del comportamento alimentare e disturbi di personalità. Dunque, la lettura può essere utile per dare sollievo in caso di disturbi poco gravi, ma anche in situazioni particolarmente difficili da superare. Come può essere applicata all’esterno del contesto terapeutico? Quando si parla di autoaiuto/autocura, un libro scritto da esperti può diventare un supporto a un momento difficile del lettore stesso. MA nella maggior parte dei casi, invece, si parla di biblioterapia involontaria. Almeno una volta nella vita, ci è successo di sentirci “illuminati” da un libro. Questo capita soprattutto grazie all’attivazione dei cosiddetti neuroni specchio, che permettono di riconoscersi e immedesimarsi in alcuni momenti raccontati. Vediamo ora un esempio pratico applicato alla saga di Harry Potter L’incantesimo “Expecto Patronum!” (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban) consiste nel concentrarsi su un ricordo molto felice, che difende chi lo evoca dai dissennatori. Evocare il ricordo di un’esperienza molto positiva oppure di una figura protettiva potrebbe aiutarci a superare i momenti di difficoltà della nostra quotidianità. Tramite l’Incantesimo Ridiculus (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban), il professore di Difesa dalle Arti Oscure (Lupin) ci insegna che quando una situazione/persona ci spaventa, possiamo renderla ridicola e divertente ai nostri occhi. Questo incantesimo in psicologia viene chiamato defusione. Imparando questa pratica, ci ricordiamo che noi non siamo i nostri pensieri e che soprattutto essi non sono la realtà. In questo modo possiamo guardarli con una giusta distanza, considerandoli per quello che sono: “solo” pensieri. Il pensatoio di Silente (in Harry Potter e Il Calice di Fuoco) ci fa riflettere su un esercizio di auto-osservazione. Esso ci consente di rileggere un episodio, focalizzandoci sulle sensazioni, le emozioni e i pensieri spesso inconsapevoli che abbiamo provato in quella data situazione. Questo ci permette di rielaborare le emozioni provate, dar loro un senso e quindi comprendere meglio noi stessi. La pozione di fortuna liquida, bevuta da Ron alla sua prima partita di Quidditch (in Harry Potter e il Principe Mezzosangue), è un esempio del concetto di autoefficacia. Essa non è altro che la percezione di possedere le abilità e le capacità per raggiungere i propri obiettivi. Possedere una buona self-efficacy ci permette di conoscere le nostre debolezze, senza farci sopraffare da queste, ma anzi ci rende consapevoli su cosa dobbiamo migliorare. La pietra della resurrezione può essere considerata una modalità di elaborazione del lutto. Grazie a questo oggetto Harry entra in contatto coi genitori e con il padrino Sirius Black, che lo rassicurano e gli infondono coraggio. Nel momento in cui subiamo un lutto, riuscire a stabilire un contatto spirituale con il proprio caro scomparso può permettere di sentirlo dentro di sè così da riuscire a riacquistare forza e fiducia nelle proprie capacità. Infine, la lettura di questa saga non permette di innescare dei cambiamenti solamente a livello individuale, ma può avere delle ricadute importanti anche a livello sociale. Da una ricerca è emerso che i 7 libri raccontano una storia orientata all’accettazione di gruppi sociali stigmatizzati, favorendo una riduzione del pregiudizio. La scrittrice J.K. Rowling, infatti, grazie alle sue descrizioni umanizza i personaggi fantastici della saga in modo che le persone possano associarli a categorie reali. Da questo esempio si deduce che l’immersione in un libro permette di ragionare e comprendere le diversità così da riuscire ad abbattere i pregiudizi il più possibile. Dalla lettura di queste righe, si evince il grande potere che la lettura e i romanzi hanno su di noi e sulla nostra società. Per questo motivo è molto importante investire tempo ed energie su questo nuovo approccio per renderlo una pratica diffusa anche nel nostro Paese. SITOGRAFIA www.biblioterapia.it www.biblioterapiaitaliana.com www.psychondesk.it www.psiche.santagostino.it
L’EMERGENZA CLIMATICA: TIME TO CHANGE

Il contributo che ciascuno di noi può dare alla soluzione dell’emergenza climatica viene abitualmente sottostimato. Tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli, possiamo contribuire a un cambiamento positivo in ambito ambientale nei nostri molteplici ruoli, ovvero come consumatori rendendo gli stili di vita e di consumo più sostenibili, come cittadini con un impegno attivo e il volontariato, come elettori tramite il voto a partiti con programmi Green, come risparmiatori attraverso la scelta di investimenti responsabili, come donatori sostenendo le associazioni ambientaliste e come genitori tramite l’educazione ai figli. La rappresentazione mediatica dei problemi ambientali oggi è centrata sulle EMERGENZE. Questo induce un allarme crescente per lo stato dell’ambiente, rischiando di generare un senso di impotenza, rassegnazione e passività. Ad oggi purtroppo si parla molto di effetti, ma non delle cause e ancor meno delle possibili soluzioni. Alla preoccupazione per l’emergenza climatica si è associata una lenta, ma crescente disponibilità ad accettare modifiche dello stile di vita. Il ruolo della comunicazione sociale è fondamentale per informare fasce ampie di popolazione, soprattutto per far conoscere i piccoli gesti quotidiani che ognuno di noi può mettere in atto per salvaguardare il pianeta. Una comunicazione sociale è efficace quando produce una modifica dei comportamenti in modo stabile e non temporaneo. Esistono diverse teorie psicologiche, utili per spiegare come avviene un cambiamento comportamentale e quali sono le variabili che agiscono sulla motivazione a cambiare. I due più importanti vengono spiegati qui sotto. SELF-EFFICACY MODEL (Bandura) Secondo tale modello, la decisione a mettere in atto un comportamento dipende dalla convinzione che le persone hanno circa la propria capacità di mettere in atto le sequenze di azioni necessarie per perseguire il risultato desiderato. HEALTH BELIEF MODEL (Becker) Secondo questo modello, un individuo capirà di dover cambiare una determinata situazione se si verificano le seguenti condizioni: Crede che il problema lo coinvolga direttamente: in questo caso si parla di suscettibilità percepita Pensa che il problema possa avere conseguenze gravi per la sua salute e il suo benessere: qui ci si riferisce alla gravità percepita Crede che il comportamento preventivo possa ridurre la minaccia e portare conseguenze positive: in questo caso di parla di benefici percepiti Pensa che i costi psicologici e/o economici da sostenere siano minori rispetto ai benefici che trarrà: cioè i limiti percepiti In conclusione, dai due modelli presentati possiamo identificare alcune regole che rendono efficace una comunicazione sociale: Sottolineare la prossimità del problema nel tempo e nello spazio: il problema deve essere rappresentato come prossimo e non collocato in un futuro distante Presentare la soluzione, non solo il problema: quanto più il problema viene descritto come grave/drammatico tanto più deve essere affiancato dalla proposta di soluzioni credibili e praticabili; le persone, soprattutto i giovani, apprezzano i messaggi focalizzati sull’efficacia delle soluzioni piuttosto che sulla gravità dei problemi. In assenza di soluzioni adeguate, la proposta di scenari catastrofici induce solamente reazioni di negazione e/o di rimozione. Valorizzare il contributo personale: per contrastare il senso di inefficacia è importante dare alle persone la sensazione di poter agire Dare visibilità ai risultati positivi ottenuti: bisogna da una parte il senso di efficacia, dall’altra l’orgoglio di quello che si è fatto Associare la sostenibilità ad un incremento di benessere e di qualità della vita: le scelte di sostenibilità vengono troppo spesso associata a una prospettiva di privazioni, rinunce e sacrifici. È importante mettere in luce i vantaggi che la sostenibilità comporta non solo per l’ambiente, ma anche in termini di salute, benessere e qualità della vita Dare il buon esempio: dare esempi concreti di comportamenti sostenibili e di risultati raggiunti Dare visibilità alle buone pratiche: potrebbe essere efficace rendere visibili le scelte sostenibili prese da parte di amministrazioni locali, piccoli grandi e imprese, associazioni, singoli individui; tutto questo nell’ottica di offrire spunti per agire. Rafforzare il senso di un impegno comune: sottolineare che tutti noi siamo impegnati nella lotta contro l’emergenza climatica Comunicazione di senso positivo: deve allertare sui rischi, ma allo stesso tempo rafforzare la fiducia nella possibilità di poter invertire la tendenza. BIBLIOGRAFIA Bandura, A. (1978). Reflections on self-efficacy. Advances in Behaviour Research and Therapy, 1(4) 237-269. Becker, M. H., & Maiman, L. A. (1975). Sociobehavioral determinants of compliance with health and medical care recommendations. Medical Care, 13(1), 10-24. Becker, M. H., Maiman, L. A., Kirscht, J. P., Haefner, D. P., & Drachman, R. H. (1977). The health belief model and prediction of dietary compliance: A field experiment. Journal of Health and Social Behavior, 348-366. Fattori, G. (2020). Manuale di marketing sociale per la salute e per l’ambiente. Non solo saponette. Cultura e Salute Editore Perugia
IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza! Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca. Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono. Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita. TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson
LA PSICOLOGIA AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ

Noi psicologi possiamo metterci al servizio della sostenibilità? ASSOLUTAMENTE Sì! Prima di scoprirlo, cerchiamo di chiarire cosa significhi il concetto di sostenibilità… La Commissione di Brundtland definisce il consumo sostenibile come “un processo che ha due principi di base: da una parte consente di soddisfare i bisogni del presente, ma dall’altra consente di preservare l’ambiente, la società e l’economia per le future generazioni”. Elkington tripartisce la sostenibilità in: Ambientale: riguarda la tutela del pianeta e delle sue risorse Sociale: definita come la capacità di garantire condizioni di benessere equamente distribuite Economica: intesa come la capacità di produrre reddito e lavoro in maniera duratura In questo ambito, la psicologia serve in un’OTTICA PREVENTIVA ed è fondamentale sia per capire i processi che spingono le persone a comportarsi in un determinato modo sia per promuovere un cambiamento a livello pratico. Prima degli anni 2000, la psicologia del consumo sostenibile si occupava di identificare i tratti del consumatore green con degli obiettivi di segmentazione. Dopo gli anni 2000, le ricerche si sono concentrate sul processo di decision making del consumo sostenibile, indagando le motivazioni e i processi psicologici dietro la messa in atto di pratiche in linea con la sostenibilità. Vediamo ora quali sono i processi psicologici dietro il consumo sostenibile! Sicuramente le BARRIERE COGNITIVE, in particolare il gap tra intenzioni e azioni. Le persone hanno ottime intenzioni ma non riescono concretizzarle, soprattutto quando si parla di comportamenti intertemporali, cioè quelli dove le conseguenze non sono direttamente visibili nel momento presente, ma si vedono nel futuro. Un tipico comportamento intertemporale non è altro che il consumo sostenibile. Queste barriere potrebbero essere alla base di comportamenti incoerenti da parte delle aziende che comunque dichiarano nelle loro intenzioni di essere sostenibili. Tra gli altri processi psicologici dietro il consumo sostenibile c’è la PERCEZIONE DI SE STESSI: i consumatori tendono a scegliere prodotti in base alle immagini che hanno di sé stessi o che vorrebbero avere. Si può parlare di: Responsabilità personale: definita come la tendenza delle persone al voler vivere rispetto ai propri standard di vita. In uno studio è stato chiesto al gruppo sperimentale di richiamare alla mente una situazione in cui avessero agito in maniera incoerente rispetto ai loro principi in ambito di sostenibilità. Dai risultati emerge che nel gruppo sperimentale, i partecipanti hanno espresso una maggiore preferenza verso i prodotti bio rispetto al gruppo di controllo, che non ha mostrato preferenza alcuna. Impegno personale: si riferisce a tutti gli impatti psicologici che l’impegnarsi in qualcosa ha sul comportamento agito. Esso consente di colmare il gap tra intenzioni e azioni, di cui ho parlato precedentemente. Identità di gruppo: le persone tendono a mettere in atto comportamenti che rafforzano il proprio senso di appartenenza al gruppo sociale. In stretta relazione a quest’ultimo punto, troviamo ovviamente anche le INFLUENZE SOCIALI: i comportamenti delle persone sono influenzati da quello che gli altri fanno o che crediamo facciano. In questo caso si parla anche di norme sociali implicite, che si riferiscono ad atteggiamenti, opinioni e credenze accettate all’interno di un gruppo sociale. Esse si distinguono in: Descrittive: indicano ciò che le persone fanno Ingiuntive: indicano ciò che è ritenuto accettabile o no all’interno di un gruppo Esse possono essere usate anche per incentivare comportamenti sostenibili: ad esempio da alcune ricerche sul risparmio energetico individuale, è emerso che fornire lettere dove si confronta il proprio consumo elettrico a quello dei vicini, riduce i consumi di circa il 2%. I confronti sociali risultano essere così efficaci in quanto forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. Infine, bisogna considerare anche le CARATTERISTICHE DEL PRODOTTO: i prodotti sostenibili sono quelli che hanno un basso impatto ambientale, sociale ed economico. Ci sono diversi elementi che li distinguono ed esistono tante fonti di informazioni che possono cambiare la percezione che il consumatore ha del prodotto (come le etichette, i claim delle pubblicità, l’apparenza fisica). In molte ricerche ci si è chiesto se enfatizzare le caratteristiche sostenibili di un prodotto si traducesse in un reale acquisto. A questo scopo in una prima ricerca è emerso che enfatizzare l’aspetto sostenibile di prodotti legati alla delicatezza (come quelli da bagno) portasse ad aumento degli acquisti, mentre lo stesso risultato non si otteneva con i prodotti più legati a una performance, come gli pneumatici. Un’altra ricerca conferma questi risultati e aggiunge che le persone sono disposte a sacrificare l’aspetto estetico a favore di quello sostenibile. PER CONCLUDERE, OGGI VI HO MOSTRATO COME ANCHE NOI PSICOLOGI POSSIAMO FARE LA DIFFERENZA, METTENDO LE NOSTRE CONOSCENZE E COMPETENZE AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ. BIBLIOGRAFIA: Evans, D. (2011). Thrifty, green or frugla: Reflections on sustainable consumption in a changing economic climate. Geoforum, 550-557 Haws, K., Page Winterich, K., & Walker Naylor, R. (2013). Seeing the world through GREEN-tinted glasses: green consumption value and responses to environmentally friendly products. Journal of Consumer Psychology, 336-354 Joshi, Y., & Rahmanb, Z. (2015). Factors affecting green purchase behavior and future research directions. International Strategic Management Review, 128-143 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo (MI): Edizioni San Paolo WCED -World Commission on environment and development (1987). Our Common Future Wong-Parodi, G., Krishnamurti, T., Gluck, J., & Agarwal, Y. (2019). Encouraging energy conservation at work: a field study testing social norm feedback and awareness of monitoring. Energy Policy, 130, 197-205