Controllare gli impulsi si può?

Alcuni suggerimenti utili per i genitori che vogliono insegnare ai propri figli come controllare gli impulsi. L’inibizione delle reazioni è la capacità di controllare gli impulsi e di trattenersi dal fare la prima cosa che passa per la testa. All’inizio, sono gli adulti che attraverso le proprie parole e comportamenti impediscono i figli di agire, quando prevedono pericoli. Se, ad esempio, un bambino è in procinto di attraversare la strada, l’adulto dice di osservare se passano delle macchine da entrambe le direzioni prima di muoversi. Perchè è cosi importante sviluppare questa capacità? E’ una capacità importante quella di inibire le reazioni sia per i bambini che per gli adolescenti, per motivi di sicurezza. I bambini spesso amano saltare, correre, arrampicarsi e non percepiscono sempre il pericolo che si corre. Gli adolescenti, invece, si ritrovano nella fase dell’esplorazione e dunque, potrebbero mettere in atto comportamenti che sembrano “giusti e divertenti” (come utilizzare alcol o droghe) nel momento stesso, ma non riflettendo sulle conseguenze a lungo termine. Potrebbero anche mettere in atto comportamenti aggressivi o reagire con parole non adeguate al contesto, e cosi via. Alcuni suggerimenti utili: Prevenire. Ricercare i segnali che ci avvertono di una reazione impulsiva come una crescente frustrazione, agitazione. I segnali potrebbero essere espressioni facciali o per alcuni lo stringere i pugni, sospirare. E’ importante, in questi casi, attuare delle strategie per calmarlo, farlo respirare, fare una pausa, fargli esprimere come si sente. Sarà importante poi che il bambino impari col tempo a riconoscere lui stesso i propri segnali. Insegnare comportamenti sostitutivi, quindi rinforzare il comportamento corretto e funzionale. Osservare se ci sono degli schemi ricorrenti e in quali tipi di attività si mostrano maggiori difficoltà. Riuscire a prevedere quali potrebbero essere le difficoltà in modo da riuscirle ad affrontare nel modo corretto. Prima di buttarsi in un’attività è importante chiedere al bambino di ripetere ciò che deve fare e come può rispondere agli eventuali ostacoli che incontra.

LE FUNZIONI ESECUTIVE

Definizione delle funzioni esecutive e perché é cosi importante conoscere cosa sono. Nel precedente articolo abbiamo parlato di adolescenti e procrastinazione. Spesso i bambini e gli adolescenti che presentano difficoltà nelle funzioni esecutive sono etichettati come pigri, distratti, incostanti. Ma è davvero cosi? Cosa sono le funzioni esecutive? Le funzioni esecutive sono tutte le abilità cognitive che servono ad adattare i propri pensieri, comportamenti ed emozioni per raggiungere un obiettivo. Sono dunque necessarie per tutti gli altri processi cognitivi, come la memoria, l’attenzione, le abilità motorie, la verbalizzazione, la visualizzazione e il completamento di attività di apprendimento. Servono anche a regolare le emozioni. Potremmo, in generale, parlare di alcune funzioni di base che sono: Avvio delle attività: interrompere ciò che si sta facendo per iniziare un’altra attività; Inibizione delle reazioni istintuali: non compiere azioni impulsive, in vista di un obiettivo; Concentrazione: mantenere l’attenzione mentre si svolge un’attività; Gestione del tempo: pianificare il proprio tempo ed evitare di procrastinare; Memoria di lavoro: trattenere in mente informazioni e poi utilizzarle; Flessibilità: modificare le proprie idee quando le condizioni lo richiedono; Autoregolazione: riflettere sulle proprie azioni e modificarle, se occorre; Autocontrollo emotivo: evitare di abbandonarsi a comportamenti impulsivi, in preda a determinate emozioni; Completamento delle attività: mantenere livelli di attenzione ed energia fino al completamento di un compito; Organizzazione: mantenere in ordine il proprio spazio e aver cura delle proprie cose. La regione del cervello associata alle funzioni esecutive è la corteccia prefrontale o il lobo frontale. E’ importante sottolineare che la corteccia prefrontale continua a svilupparsi fino ai primi anni dell’età adulta. Per questo motivo, non bisogna aspettarsi dai propri figli adolescenti che siano già in grado di mettere in atto tutte le capacità appena menzionate. Il supporto dell’adulto, del genitore o di qualsiasi caregiver è comunque imprescindibile, anche perchè tutti i bambini crescono con ritmi diversi. Quando tuttavia alcune difficoltà si manifestano in più contesti e hanno ripercussioni anche sociali, potrebbe essere utile effettuare una valutazione psicologica per poter essere sicuri di rispondere interamente alle esigenze del bambino.

ADOLESCENTI E PROCRASTINAZIONE

Strategie per aiutare gli adolescenti nell’avvio di attività o nell’eseguire un’istruzione. Alcune volte, vi sono bambini o adolescenti che mostrano difficoltà ad iniziare delle attività o a eseguire delle istruzioni. Ciò che dovrebbe avvenire, in questi casi, è: pensare all’attività; immaginare che la si sta svolgendo; immaginare i sentimenti che si provano quando si inizia e si completa; automotivarsi a compiere quell’attività; prevedere cosa potrebbe succedere se non la si svolgesse; pianificare a mente i passaggi necessari; pensare al momento migliore per svolgerla; interrompere ciò che si sta facendo; preparare ciò che occorre e iniziare l’attività. I genitori, dunque, potrebbero chiedersi come mai il proprio figlio sembra non riuscire proprio a pianificare, organizzare ed eseguire dei compiti. A volte potrebbe essere importante far eseguire una valutazione per osservare se esistono difficoltà nelle funzioni esecutive (approfondiremo questo tema nel prossimo articolo). ALCUNE INDICAZIONI PER I GENITORI: Stabilire una routine: aiutare il ragazzo a creare una sequenza di azioni utili per il raggiungimento di propri obiettivi, anche in forma scritta. Far notare all’adolescente il circolo vizioso che crea la procrastinazione. Infatti, se rimando qualcosa ed ottengo un buon risultato, sarò portato ancora a rimandare quel compito. Ma anche in caso contrario potrebbe avvenire la stessa cosa perchè sarò portato a dire che la “colpa” è del fatto che non ho studiato. In ogni caso, proteggerei il mio ego. Potrebbe dunque essere utile interrogarsi sul motivo della mia procrastinazione. Suddividere compiti complessi in step più piccoli può amplificare la motivazione. Collaborare con l’adolescente per stabilire regole sull’utilizzo dei social network. Ad esempio, si potrebbe concordare un orario specifico oppure svolgere i compiti in un ambiente comune della casa, permettendo di avere il dispositivo elettronico acceso. Oppure, al contrario, si potrebbe stabilire una zona no tech (niente telefoni, computer, internet). La cosa importante con l’adolescente è il decidere insieme, trovando compromessi. Ricordiamoci che l’adolescente vuole e cerca indipendenza ed imporre su di lui delle regole potrebbe amplificare solo lo scontro.

SELF-COMPASSION: avere un atteggiamento compassionevole verso se stessi

Come riconoscere la propria sofferenza e rispondere con gentilezza. Che cos’è la self compassion? E perchè è così importante? La self- compassion è un’abilità che presuppone un atteggiamento di cura verso se stessi. In molti modelli terapeutici basati su evidenza scientifiche sta trovando ampio utilizzo e numerosi sono i benefici nei disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, traumi, dipendenze. Ma non solo! La vita spesso ci pone davanti a delle grandi sfide a cui noi rispondiamo trattandoci con giudizi critici e severi. Avere questo tipo di atteggiamento, invece, implica essere consapevoli che tutti soffriamo nella vita e che non siamo soli. La self-compassion è stata introdotta da Kristin Neff. Fa parte delle cosiddette psicoterapie della terza onda, come l’acceptance and compassion therapy (ACT). Secondo la Self-Compassion alcuni degli ingredienti cardine per sviluppare un atteggiamento compassionevole verso se stessi sono: La consapevolezza nei confronti dei propri vissuti, delle proprie esperienze interne aiuta ad accettarsi riducendo o eliminando il giudizio. La connessione con gli altri esseri umani e con l’universalità della sofferenza. Un atteggiamento gentile nei confronti di se stessi. Quando si sta vivendo un momento di sofferenza, dunque, proviamo a fermarci un attimo e a riconoscere il nostro dolore. Siamo portati, invece, ad evitarlo, a fuggire, a provare “distrazioni”, a fare cioè tutto quello che in realtà non ha a che fare con la gentilezza verso noi stessi. Ma se fosse un nostro amico a soffrire? Cosa gli direi? Non esistono cose giuste o sbagliate da dire, ma probabilmente il nostro amico vorrebbe presenza, comprensione e non di certo giudizi. Perchè quando invece siamo noi a soffrire, non utilizziamo lo stesso atteggiamento di cura riservato ad un amico? Il secondo step importante dunque è rispondere con gentilezza, ovvero “sganciarci” da giudizi severi o dalle classiche storie del “non sono abbastanza bravo”. Pensiamo di nuovo al nostro amico immaginario: cosa gli diremmo in un momento di sofferenza? E proviamo a rivolgere quelle parole a noi. Ricordiamoci che possiamo commettere qualche errore, che siamo umani.

La tricotillomania in età evolutiva

Definizione e trattamento della tricotillomania nei bambini. Con il termine tricotillomania si definisce un disturbo che consiste nel rimuovere dal proprio corpo capelli, peli, ciglia o sopracciglia senza finalità estetiche. All’interno del Manuale Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM 5) rientra nella sezione del Disturbo Ossessivo Compulsivo. I criteri diagnostici per la diagnosi di tricotillomania proposti dal DSM5 sono i seguenti: A. Strapparsi ricorrentemente i propri capelli, con conseguente perdita degli stessi; B. Ripetuti tentativi di ridurre o interrompere tale comportamento; C. Tirarsi i capelli causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento; D. Strapparsi i capelli o la perdita dei capelli non è attribuibile ad un’altra condizione medica; E. Strapparsi i capelli non è meglio spiegato da i sintomi di un altro disturbo mentale (APA 2013). Secondo diversi ricercatori, esistono numerosi fattori di rischio che potrebbero portare all’insorgenza di tale disturbo. Tra questi, pensieri disfunzionali o emozioni spiacevoli (noia, ansia, senso di solitudine); cambiamenti, situazioni di stress e di tensione emotiva; conflittualità familiare. In concomitanza dello strappo, le emozioni “negative” aumenterebbero d’intensità fungendo a loro volta da fattori predisponenti per lo strappo e instaurando un circolo vizioso difficile da interrompere. Il trattamento della tricotillomania Le linee guida proposte dal Trichotillomania Learning Center riportano che la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento più utilizzato con i bambini, adolescenti e adulti. In particolare, il trattamento comportamentale include tre elementi fondamentali: training di consapevolezza che include tecniche per comprendere quando insorge l’urgenza di strappare il capello; stimulus control che include metodi per ridurre la probabilità che inizi il comportamento di strappare; training di risposta incompatibile dove si insegna un’azione che sia incompatibile con lo strappare il capello. E’ buono che queste tecniche vengano integrate con un training di rilassamento e tecniche cognitive per cogliere i pensieri disfunzionali che si associano al comportamento di strappamento dei capelli.

Attenzione: problematiche e interventi riabilitativi

Quali sono le problematiche più comuni che coinvolgono l’attenzione in età evolutiva e gli interventi riabilitativi consigliati. Il termine attenzione non ha una definizione univoca e condivisa, ma si può pensare a una funzione di base necessaria per eseguire tutte le comuni attività cognitive, emotive e comportamentali. Quali sono le problematiche più comuni in età evolutiva? In età evolutiva una delle patologie più frequenti che riguarda l’attenzione è il Disturbo da deficit attentivo (DDAI). In questo caso, il bambino, con un Q.I. nella norma, non riuscirà a mantenere l’attenzione a lungo, spesso può essere irrequieto, lavorare in modo disorganizzato soprattutto in compiti che richiedono un notevole sforzo. Esistono poi deficit di attenzione nel Disturbo dello Spettro Autistico o nel Ritardo Mentale. Cosa è importante fare in questi casi? Le metodologie di intervento in età evolutiva avvengono a tre livelli: individuale, su bambini; familiare; scolastico. Ad ogni livello è opportuno intervenire sia con metodologie cognitivo-comportamentali sia con metodologie che servano a rendere più funzionali le emozioni. La cosa più importante da fare è creare un contesto pulito, ben organizzato, con regole chiare e condivise da tutti i caregivers. Le regole, ad esempio, sono fondamentali per il processo di adattamento. E’ come se rappresentassero i binari entro cui canalizzare le energie, senza i binari il treno può deragliare. Vediamo insieme alcuni modi per rendere più efficace la proposta delle regole: esprimere le regole al positivo; parlare poco senza troppe ripetizioni; le regole devono essere concrete; vanno date nel momento giusto; le regole devono essere poche. Altre procedure cognitivo-comportamentali che possono essere utilizzate sono: i rinforzi, eventi che aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; la token economy (vedi questo articolo); l’estinzione, che consiste nell’ignorare un comportamento che solitamente richiede attenzione; lo shaping o modellaggio, che consiste nel rinforzare ogni approssimazione sempre più simile al comportamento che si vuole raggiungere; l’imitazione affinchè il caregiver si ponga come modello costante e coerente del comportamento da seguire.

La comunicazione genitori-figli: iniziamo dall’ascolto

Cosa vuol dire davvero ascoltare? Quali sono le condizioni per un ascolto attivo? Vediamo cosa può essere utile. Giada è una ragazzina di quattordici anni. Ha chiesto alla mamma di iniziare un percorso di psicoterapia perchè sta molto male da qualche anno. La madre mi chiama, in allarme, perchè non sa cosa potrebbe fare di diverso per aiutare la figlia. Quando iniziamo il nostro percorso insieme, Giada mi dice che “non ha stima di sè, si sente brutta, ha paura di essere giudicata e questo la porta ed evitare tante occasioni di socialità, ha paura di deludere le aspettative dei genitori, pensa di non essere abbastanza”. Tutti questi pensieri si sono alimentati nel tempo perchè Giada ha avuto difficoltà nell’esprimerli anche in famiglia ed evidentemente nessuno si è soffermato sui segnali che probabilmente Giada ha lanciato negli anni. Cosa vuol dire ascoltare? Per parlare dell’importanza dell’ascolto, ho portato l’esempio di Giada perchè è emblematico di quello che può succedere quando, all’interno delle relazioni con i propri figli, non si presta attenzione a ciò che essi cercano di dire o a ciò che, al contrario, hanno difficoltà nel condividere. Sicuramente un ascolto attivo, empatico, non è una cosa così semplice perchè ognuno è preso dai propri pensieri o impegni personali, ma bisogna sempre provarci. Un ascolto attivo passa attraverso l’attenzione data all’altra persona. Provate a guardare negli occhi vostro figlio mentre vi dice qualcosa e a notare l’espressione del suo volto. E’ un’espressione di entusiasmo? di rabbia? di paura? di stanchezza? Poi, per riuscire ad ascoltare, bisogna sospendere il giudizio. Rispondere con frasi che esprimono giudizio sulla persona o che si basano su proprie valutazioni, potrebbero portare l’altro ad assumere un atteggiamento di chiusura anzichè di apertura. Ascoltare, dunque, soltanto per cercare di comprendere ciò che l’altro dice e poi, eventualmente, trovare insieme una soluzione. Quando non vengono riconosciute e accolte certe emozioni, un genitore può essere orientato direttamente alla soluzione. La consapevolezza, invece, porta a cercare una visione condivisa del vissuto del proprio figlio.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

Conflitti tra valori. Cosa posso fare?

Russ Harris dà alcuni suggerimenti pratici per risolvere conflitti tra valori. E’ successo a tutti noi di sperimentare conflitti importanti a volte, e di solito è piuttosto stressante; possiamo facilmente essere coinvolti nel tentativo di trovare “la cosa giusta da fare”, e finire per passare molto tempo dentro la nostra testa, preoccupandoci, ruminando, stressandoci o semplicemente tornando ripetutamente sul problema, cercando di prendere una decisione. Questi tipi di conflitti rappresentano una grande sfida per quasi tutti. Quindi, di seguito si illustra uno schema tratto da Russ Harris (2019), in 5 passaggi, per i conflitti di valori. 1: Il dominio: identificare il dominio di vita in cui i valori sono in conflitto.2: I valori: identificare i valori effettivi in conflitto.3: Il “mappamondo“: ricorda che i valori sono dinamici.4: Brainstorming: pensa a tutti i diversi modi possibili di coltivare il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori A e B contemporaneamente, all’interno di questo dominio della vita.5: Auto-gentilezza: questi conflitti sono dolorosi, quindi sii compassionevole e comprensivo verso te stesso. Il primo passo è sempre quello di identificare un solo dominio di vita in cui si verificano i valori in conflitto – ad es. lavoro, studio, genitorialità, matrimonio, salute, spiritualità, tempo libero, ecc. Se il conflitto riguarda più di un dominio,inizialmente si può scegliere quello principale, dove si stanno creando i maggiori problemi. Il passaggio 2 consiste nell’identificare poi i due valori principali in conflitto all’interno dello specifico dominio. Ad esempio, nel dominio genitorialità potrebbero crearsi conflitti tra l’essere presente e l’essere autorevole. I valori non sono statici; non si allineano e rimangono in posizione come libri in una libreria. I valori sono dinamici,cambiano continuamente posizione e si spostano, a volte giungendo in primo piano e altre volte sfumando sullo sfondo. Spesso aiuta vederlo in questo modo: i nostri valori sono come i continenti nel mappamondo.Non importa quanto velocemente lo giri, non puoi mai vedere tutti i continenti contemporaneamente; ce ne sono sempre alcuni nella parte anteriore, altri nella parte posteriore. Di volta in volta, dunque, bisogna scegliere: quali valori arrivano in primo piano e quali si spostano dietro? A questo punto bisogna pensare a quali diversi modi esistono per vivere il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori contemporaneamente. Possiamo includere qualsiasi cosa, dalla più piccola delle azioni al più grande degli obiettivi. Quando risolviamo i conflitti fra i nostri valori, tendiamo a provare un senso di liberazione; ci rendiamo conto che possiamo vivere secondo i nostri valori qualunque sia il corso dell’azione che perseguiamo.Sfortunatamente, ciò spesso non ci aiuta a prendere la decisione difficile che dobbiamo prendere, o risolvere ildilemma o fare quella scelta difficile. Ricordiamoci sempre che la soluzione perfetta non esiste!Se ci fosse, non si sarebbe creato un dilemma. Quindi, qualunque sia la scelta finale, probabilmente si avvertirà ansia e la mente dirà: “Questa è la decisione sbagliata”, e facendoti poi notare tutti i motivi per cui è una scelta sbagliata.Il punto cruciale è che se si aspetta di scegliere fino a quando ci si sentirà sicuri al 100%, e finchè ci si aspetta di non provare ansia, dubbi e nessun pensiero sul prendere la decisione sbagliata, sappi che probabilmente si aspetterà per sempre. La verità è che non c’è modo di non scegliere, poichè si sta già facendo una scelta anche quando non si è ancora presa una decisione.

Coppie in crisi: come comunicare col partner

Vediamo insieme alcune strategie pratiche per imparare ad esprimere in modo funzionale i propri bisogni nella coppia. Lo abbiamo sempre pensato: “quanto sono difficili le relazioni”. Molto spesso, abbiamo difficoltà a leggere e interpretare ciò che vogliamo noi stessi, figuriamoci se riusciamo a capire cosa desidera l’altro! Eppure tutto questo è possibile! Quando una coppia è in crisi, cosa possiamo fare? Immagina che… Hai appena litigato col partner perchè ti senti non compreso e vorresti che ti ascoltasse di più. Molto probabilmente inizierai ad urlare o a mettere in atto azioni controproducenti che, alla fine, ti lasceranno solo più triste, più arrabbiato o con un gran senso di vuoto. Sicuramente va sottolineato che non sempre si riuscirà ad ottenere ciò che si vuole, ma seguendo qualche suggerimento, potrai notare alcuni effetti benefici su di te e sulla relazione che vivi, aumentando la probabilità che qualcosa di diverso si verifichi. In questi casi puoi… Respirare profondamente e rimanere presente a ciò che senti. Provare a dire a te stesso: “Sono così arrabbiato ora, ma posso fare spazio a questo; non posso controllare come mi sento, ma posso agire diversamente. Cosa è importante per me ora?” Notare ciò che la mente dice e dare un nome alla storia. Spingere i piedi sul pavimento, guardare attentamente intorno a te, notare dove sei e cosa stai facendo. Chiederti cosa è in tuo potere per soddisfare il tuo bisogno. Qui va ricordato che i bisogni sono diversi dai valori. I valori riguardano ciò che vuoi fare, mentre i bisogni ciò che vuoi ottenere. Se per te, ad esempio, il rispetto è importante (è un valore), potresti: trattare gli altri con rispetto, chiedere di trattarti con rispetto, costruire relazioni con persone per cui il rispetto è importante. Invece, quando si parla di bisogni, si ha a che vedere con: il bisogno di essere trattato con rispetto; il bisogno che il partner tratti con rispetto i miei desideri, e così via. Potendo avere soltanto il controllo sulle nostre azioni, si potrebbe innanzitutto provare a mettere in atto strategie praticabili per soddisfare i nostri bisogni, altrimenti l’unica decisione possibile è rimanere o andare via. Se si sceglie di rimanere, si può provare ad accettare ciò che non può essere cambiato, arricchendo la propria vita attraverso azioni di valore e non rimuginando, lottando, sprecando tempo ed energie per soluzioni impraticabili.