Conseguenze psicologiche della positività al Covid: quali pensieri ed emozioni?

Ormai lo stiamo provando sulla nostra pelle, la pandemia da COVID-19 ha avuto e continua ad avere effetti significativi sulla vita di tutti. Ansia, stress e paura sono aspetti comuni alla popolazione mondiale e con cui tentiamo di fare i conti giorno dopo giorno. La pandemia, in un certo senso, ha colpito tutti; in particolar modo chi ha sperimentato l’esperienza della malattia in prima persona. Per chi si è scoperto positivo, il COVID-19 ha rappresentato una sfida sia a livello fisico che psicologico. Nonostante le accortezze, dopo aver seguito le indicazioni e aver fatto il possibile per rimanere al sicuro, alcuni si sono ammalati comunque. Forse non è possibile controllare tutto. Dall’esito positivo del tampone o dalla comparsa dei primi sintomi, numerose sono le emozioni che si provano. Paura, per se stessi e per le persone care, rabbia, sconforto, senso di colpa, solitudine. Inoltre, il bombardamento mediatico e la continua esposizione a notizie drammatiche non aiutano a tenere a bada l’angoscia. Subito si fa strada il timore per se stessi e per il decorso della malattia; ma soprattutto il timore di aver messo a rischio persone con cui si è stato a contatto, i conviventi, i propri cari. Persone da cui, da un momento all’altro, bisogna prendere fisicamente le distanze, per evitare di contagiarle con il pericolo di cui si è diventati portatori. Soprattutto per chi si è ammalato di una forma “più lieve” di Covid-19, per cui non è stata necessaria l’ospedalizzazione, le difficoltà dovute alla convivenza con chi invece è negativo e che continuamente però rischia di essere contagiato, spesso causano l’insorgere di paure e insicurezze. Si fa strada la consapevolezza del proprio corpo come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Questa nuova consapevolezza rischia di renderlo come un oggetto estraneo, qualcosa di cui avere paura, perché può contagiare gli altri. Il proprio corpo diventa così qualcosa di pericoloso, di detestabile e di colpevole. Si fa strada il senso di colpa, l’autoaccusa di essere stati poco attenti, il senso di vergogna per aver forse sottovalutato il pericolo. Lo stress psicologico di dovere fronteggiare la malattia in solitudine. I pensieri intrusivi. La fatica di rassicurare gli altri, di essere ottimisti, di tenersi occupati, di stare continuamente allerta. Poi, per alcuni, per molti fortunati, così come è arrivato, se ne va. Non senza lasciare i suoi strascichi. Qualcuno ritorna gradualmente alla normalità; per altri, le conseguenze sia psichiche che fisiche della malattia, nel lungo termine, continuano ad essere presenti, dando origine alla sindrome denominata “Long-COVID”. In alcuni casi, il perdurare dei sintomi e delle sensazioni provate durante la malattia, può portare alla paura di uscire di casa ed esporsi al mondo esterno. La sindrome “Long-COVID” colpisce non pochi pazienti che sono risultati positivi all’infezione. È diventato sempre più evidente che le persone ammalatesi possono presentare sintomi non solo nella fase acuta della malattia ma anche con notevole ritardo[1]. Una recente meta-analisi di 15 studi effettuati su 47.910 pazienti ha mostrato che l’80% dei pazienti sviluppa almeno un sintomo durante i tempi di follow-up che vanno da 2 settimane a 4 mesi dopo l’infezione virale[2]. I sintomi più comuni riportati sono stanchezza (fatigue), insieme a mal di testa, disturbi dell’attenzione, dispnea. Il 13 e il 12% dei pazienti ha mostrato rispettivamente segni di ansia e depressione[3]. Un’elevata quantità di stigmatizzazione sociale percepita a causa dello stato di malattia è stata collegata a una maggiore probabilità di compromissione della propria salute mentale dopo l’infezione da COVID, mentre un alto livello di supporto sociale ha avuto l’effetto opposto[4]. Come reagire alle difficoltà? È importante comprendere che è normale provare un senso di smarrimento in seguito ad un’esperienza del genere. L’isolamento, la reclusione e l’incertezza generale diventano un peso per la mente non facile da gestire. Diventa fondamentale riconoscere le emozioni che si provano, dare loro un nome e, anche se sono spiacevoli, normalizzarle. Comprenderle è il primo passo per capire come reagire. Inoltre, è utile concentrarci su ciò che è in nostro potere fare per cercare di stare meglio. Prendersi cura della propria salute psicologica diventa quindi prioritario. Infine, dovrebbe essere posta maggiore attenzione sull’identificazione dei fattori di rischio per lo sviluppo di sintomi funzionali post-COVID, in modo che i pazienti con elevato rischio possano ricevere maggiore attenzione con un approccio su misura, essere valutati precocemente e ricevere assistenza immediata per evitare difficoltà future. Fonti [1] Stengel A, Malek N, Zipfel S and Goepel S (2021). Long Haulers—What Is the Evidence for Post-COVID Fatigue? Front. Psychiatry 12:677934. doi: 10.3389/fpsyt.2021.677934 [2] Lopez-Leon S,Wegman-Ostrosky T, Perelman C, Sepulveda R, Rebolledo PA, Cuapio A, et al. (2021). More than 50 long-term effects of COVID-19: a systematic review and meta-analysis. medRxiv. doi: 10.1101/2021.01.27.212 50617 [3] Mandal S, Barnett J, Brill SE, Brown JS, Denneny EK, Hare SS, et al. (2020). ʽLong-COVID’: a cross-sectional study of persisting symptoms, biomarker and imaging abnormalities following hospitalisation for COVID-19. Thorax. doi: 10.1136/thoraxjnl-2020-215818. [4] Qi R, Chen W, Liu S, Thompson PM, Zhang LJ, Xia F, et al. (2020). Psychological morbidities and fatigue in patients with confirmed COVID-19 during disease outbreak: prevalence and associated biopsychosocial risk factors. medRxiv. doi: 10.1101/2020.05.08.20031666 https://mondointernazionale.com/sul-diritto-di-stare-male-le-conseguenze-psicologiche-del-covid-19

Languishing e Pandemic fatigue: il vuoto lasciato dalla pandemia

Dallo scoppio della pandemia il tempo è passato inesorabile. Le nostre abitudini e il nostro modo di vivere si sono inevitabilmente modificati, rendendo la nostra vita pre-pandemia solo un ricordo lontano. Nonostante un apparente allentamento delle restrizioni e il ritorno ad una vita quasi “normale”, gli effetti e le conseguenze della pandemia incombono su di noi a livello sia fisico che sociale che psicologico. Spesso ci sentiamo stanchi, affaticati, demotivati, abbiamo difficoltà a concentrarci. Insomma, avremmo solo voglia di “tirare i remi in barca” e lasciarci trasportare dal mare in tempesta, senza opporci, e vedere dove ci porta. Perché? Languishing: senso di stagnazione e vuoto Lo psicologo Adam Grant, in un articolo del New York Times, sostiene che “il languishing è l’emozione dominante del 2021”. L’illanguidimento (o languishing) è un senso di stagnazione e vuoto, di immobilità; è come se stessimo confondendo le nostre giornate, guardando la nostra vita attraverso un vetro appannato. È un’emozione che si colloca tra la depressione e il flourishing, è l’assenza di benessere. Non si hanno sintomi di malattia mentale, ma non si funziona nemmeno al proprio meglio. Il languishing attenua la motivazione e rende difficile concentrarsi sui vari aspetti della propria vita. Che cos’è la pandemic fatigue? Questa emozione non deve essere sottovalutata, specialmente se associata a quella che è stata definita come pandemic fatigue. Quest’ultima è un tema sviluppato dall’OMS nel documento “Pandemic fatigue. Reinvigorating the public to prevent Covid-19”, dove viene definita come una crescente demotivazione delle persone nel mettere in atto i comportamenti protettivi raccomandati per la tutela della salute dei singoli e delle comunità. Viene definita anche come stress o stanchezza psico-emotiva dovuti alla pandemia. La pandemic fatigue porta con sé segni di stanchezza e affaticamento causati dal perdurare della pandemia. Secondo l’OMS, il 60% dei cittadini europei soffre di pandemic fatigue. All’inizio della pandemia, infatti, gran parte delle persone ha attivato un sistema di adattamento mentale e fisico da cui attingere nei momenti di forte stress, per fronteggiare la nuova realtà. Con il prolungarsi della situazione di crisi, tuttavia, le persone devono adottare un diverso stile di gestione dello stress, ma la stanchezza e l’affaticamento mentale e fisico rendono sempre più difficile fronteggiare in maniera sana una situazione che continua a protrarsi nel tempo. Subentra infatti un malessere profondo derivante dalla sensazione di perdita di controllo sulla propria vita, di deprivazione e di affaticamento. Si sta sviluppando una letteratura emergente sull’affaticamento mentale e fisico dovuto alle restrizioni relative al Covid-19. Gli effetti psicologici negativi della pandemia sono ben documentati. I ricercatori hanno riferito che gli individui sperimentano maggiori livelli di stress, ansia, depressione, tendenze ossessivo-compulsive, si sentono emotivamente svuotati e incapaci di agire in modo efficiente. Inoltre, sperimentano una diminuzione della motivazione, difficoltà nel dormire, sensazione di impotenza, disperazione e risentimento. Oltre a questi problemi, esiste una letteratura emergente sull’affaticamento fisico e mentale dovuto alle restrizioni legate al COVID-19. Haktanir e colleghi (2021) hanno sviluppato uno studio con l’obiettivo di indagare la misura in cui gli individui sperimentano la pandemic fatigue e la sua relazione con la paura del coronavirus, l’intolleranza dell’incertezza, l’apatia e la cura di sé. I risultati, raccolti dai 516 partecipanti allo studio, hanno mostrato come il 34,40% dei partecipanti ha riferito che il livello di precauzioni relative al COVID-19 è diminuito rispetto alle misure adottate all’inizio della pandemia. Inoltre, è presente una correlazione significativa tra stanchezza pandemica e paura del coronavirus, intolleranza all’incertezza e cura di sé. Infine, il modello sviluppato suggerisce che i partecipanti con punteggi più alti nella paura del coronavirus e nell’intolleranza all’incertezza tendevano a segnalare anche un punteggio di pandemic fatigue più significativo. Il fatto che un individuo su tre prenda meno precauzioni non è solo una minaccia per la salute degli individui, ma anche per la collettività. La sensazione di stanchezza e sfinimento dovuta a uno stato di crisi prolungato, definito pandemic fatigue, costituisce quindi una reazione naturale di fronte ad una situazione di cui non si intravede la fine. Una volta compreso il perché di tali sentimenti di immobilismo, affaticamento e demotivazione, possiamo capire come farvi fronte. A volte è rassicurante lasciarsi trasportare dal mare senza opporre resistenza. Prima o poi, però, sarà necessario riprendere i remi in mano e direzionare la barca, imparando come navigare nella tempesta. Fonti – https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/11/18/illanguidimentofbclid=IwAR28fMjcQVjlr2SxjedKq-Fq_tTgpMJljgjdpjWw6Il1L44oOwW1SQIdkLs – World Health Organization (2020). Pandemic fatigue -Reinvigorating the public to prevent COVID-19. https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/335820/WHO-EURO-2020-1160-40906-55390-eng.pdf – Haktanir A., Can N., Seki T., Kurnaz M.F., Dilmaç B. (2021). Do we experience pandemic fatigue? current state, predictors, and prevention. Current Psychology. https://doi.org/10.1007/s12144-021-02397-w

Cambiamento climatico: come promuovere azioni concrete?

La comunità scientifica, da anni, ci sta mettendo in guardia riguardo i pericoli futuri derivati dalle conseguenze del cambiamento climatico. Eppure non molto stiamo facendo per provi rimedio. Perché? Uno dei problemi principali del cambiamento climatico è la sua astrattezza: le conseguenze per la collettività a lungo termine sono molto più astratte delle conseguenze per il sé nel qui e ora[1]. La scienza psicologica può offrire soluzioni evidence-based al cambiamento climatico? Cambiamento climatico come dilemma sociale I dilemmi sociali sono conflitti tra l’interesse personale a breve termine e l’interesse collettivo a lungo termine. Il cambiamento climatico può essere descritto come un dilemma sociale pervasivo, che coinvolge (a) conflitti sociali tra interessi personali e interessi collettivi e (b) conflitti temporali tra interessi a breve termine e interessi futuri[2]. I dilemmi sociali sono piuttosto complessi perché rappresentano una sfida per la mente umana, che per molte persone è focalizzata sull’interesse personale a breve termine. Ci sono molte ragioni per cui gli individui possono in gran parte ignorare il cambiamento climatico: economia, convenienza e bias ottimistico, tra i tanti[1]. Ma tutto ciò continua a verificarsi perché il concetto di cambiamento climatico e le sue conseguenze sono difficili da comprendere appieno. Il cambiamento climatico è reale, ma è difficile “vedere” quanto sia reale. Mentre le persone possono avere una forte preoccupazione per l’ambiente, la complessità di questo particolare dilemma sociale – la sua astrattezza, estensione del tempo e natura intergruppo – tende a scoraggiare le azioni che aiutano a ridurre il cambiamento climatico[2]. In che modo è possibile promuovere azioni che aiutino a garantire un ambiente e un futuro sostenibili? Avendo compreso come la distanza psicologica è uno dei problemi chiave della spinta ad agire per il cambiamento climatico, la soluzione sarebbe passare dall’astrattezza alla concretezza[1]. Spostare il concetto di cambiamento climatico da un’idea astratta a un problema più concreto con conseguenze nel mondo reale, stimolerebbe probabilmente le persone ad agire. La serietà e l’urgenza sono cruciali per un cambiamento di comportamento e per incrementare la cooperazione. Come rendere psicologicamente più urgenti le conseguenze future? 1 – Rendere le conseguenze del cambiamento climatico più concrete: l’educazione sulle conseguenze concrete del cambiamento climatico aumenterebbe probabilmente la fiducia degli individui riguardo il suo impatto negativo e li incoraggerebbe ad agire, sebbene questa educazione debba essere adattata alle diverse comunità per essere efficace. 2 – Rendere il futuro più concreto: pensare al futuro dei propri figli e nipoti può rendere meno astratta la preoccupazione per il futuro del mondo, riducendo la distanza psicologica del cambiamento climatico. Anche pensare come la propria comunità o i luoghi familiari e vicini possano cambiare a causa del cambiamento climatico può aiutare a diminuire l’astrattezza delle conseguenze del cambiamento. 3 – Ridurre l’incertezza quando possibile (e plausibile): è necessario incrementare la spiegazione e la comprensione di concetti scientifiche e combattere le fake news. Inoltre, piuttosto che concentrarsi sugli aspetti negativi, gli approcci psicologici positivi possono essere più efficaci nell’aumentare i comportamenti sostenibili. Insegnare come impegnarsi in comportamenti sostenibili anche nelle proprie comunità potrebbe ispirare le persone, riducendo l’incertezza e promuovendo un senso di speranza e ottimismo. È possibile anche sviluppare, così, le proprie idee e suggerimenti su come affrontare il cambiamento climatico, aumentando la motivazione intrinseca. Questo tipo di motivazione ha spesso più successo della motivazione estrinseca nell’iniziare e sostenere il cambiamento del comportamento ambientale. 4 – Rendere più concrete le azioni strumentali: un feedback concreto sui risultati positivi è essenziale per promuovere il riconoscimento della gravità e dell’urgenza del cambiamento climatico. In conclusione, promuovere un senso di concretezza, ciò che si può fare in termini di azione effettive, spesso comporta una chiara intenzione attuativa. Misure e azioni concrete a livello locale riducono la distanza psicologica del cambiamento climatico. La responsabilità individuale può quindi diventare responsabilità collettiva, in base alla quale le persone si ispirano, si incoraggiano e si correggono a vicenda nel tentativo di raggiungere gli obiettivi per combattere il cambiamento climatico. Organizzato in questo modo, il successo a livello locale può poi diventare un successo a livello globale. Per combattere il cambiamento climatico, individui, comunità e governi devono lavorare insieme per ridurre la distanza psicologica del cambiamento climatico e designare il futuro del pianeta come la preoccupazione principale. Fonti [1] Van Lange P.A.M. e Huckelba A.L. (2021). Psychological distance: How to make climate chiange less abtract and closer to the self. Current Opinion in Psychology, 42:49–53. https://doi.org/10.1016/j.copsyc.2021.03.011 [2] Van Lange P.A.M., Joireman J. E Milinski M. (2018). Climate change: what psychology can offer in terms of insights and solution. Current Directions in Psychological Science, 24($), 269-274. doi: 10.1177/0963721417753945

Lutto ecologico: fronteggiare i sentimenti di perdita ambientale

I profondi cambiamenti dell’ambiente naturale e dell’ecosistema, sia per la distruzione creata dall’uomo che dalle forze naturali sia come conseguenza del cambiamento climatico, possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita nei confronti dell’ambiente. Queste emozioni sono state esaminate sotto i termini di lutto ecologico (ecological grief) e solastalgia. Il lutto è una risposta umana alla perdita. Sebbene il processo di lutto sia ben compreso nella letteratura psicologica in risposta alla perdita di una persona amata, raramente questo concetto viene esteso alle perdite incontrate nel mondo naturale. Il lutto, infatti, è anche una risposta naturale e legittima alle perdite ecologiche e può diventare più comune man mano che si intensificherà il cambiamento climatico. Cos’è l’ecological grief? L’ecological grief, traducibile come lutto ecologico, è definito come “il dolore provato in relazione alle perdite ecologiche sperimentate o previste, inclusa la perdita di specie, ecosistemi e paesaggi significativi a causa di cambiamenti ambientali acuti o cronici”[1] [ p. 275]. In altre parole, è la reazione psicologica alle perdite ambientali. È particolarmente sentito dalle persone che mantengono stretti rapporti di vita, di lavoro e culturali con l’ambiente naturale. Allo stesso modo, la solastalgia si riferisce all’angoscia causata dalla perdita del proprio ambiente quotidiano. Cunsolo ed Ellis[1] evidenziano tre contesti legati al clima in cui può essere vissuto il lutto ecologico: lutto associato a perdite ecologiche fisiche: è associato alla scomparsa fisica, al degrado e/o alla morte di specie, ecosistemi e paesaggi. Può emergere in seguito a disastri acuti legati al clima (cioè eventi meteorologici estremi o disastri naturali). Ricerche indicano anche come può presentarsi in risposta a cambiamenti ecologici lenti e graduali, come cambiamenti a lungo termine dei modelli meteorologici, dei paesaggi o degli ecosistemi. lutto associato a interruzioni della conoscenza dell’ambiente e perdita di identità: per le persone che mantengono stretti rapporti di vita e culturali con il mondo naturale, le concezioni individuali e collettive dell’identità personale sono spesso costruite in relazione alla terra, comprese le sue caratteristiche fisiche, gli usi e la conoscenza di essa. Di conseguenza, il cambiamento climatico può interrompere un senso coerente di sé attraverso il suo impatto su paesaggi, modelli meteorologici ed ecosistemi. lutto associato a perdite ecologiche future previste: emerge dall’ansia o dalla preparazione per perdite future. È un lutto anticipatorio per cambiamenti ambientali che non sono ancora avvenuti. In questi casi, il lutto è anche legato al dolore per le perdite future riguardanti la cultura, i mezzi di sussistenza e i modi di vita. Il lutto ecologico e la solastalgia sono stati osservati in varie popolazioni in tutto il mondo. L’ecologica grief può presentarsi ad esempio sotto forma di perdita dell’identità culturale e personale in seguito a modificazioni ambientali, come distruzione del senso di comunità e dell’attaccamento ai luoghi, come fattore di stress e aumento del rischio percepito di depressione e suicidio[2]. In particolare, gli individui che vivono a stretto contatto con la natura, come gli indigeni o gli agricoltori, sono più vulnerabili al lutto ecologico e alla solastalgia[2]. Questi risultati evidenziano l’impatto negativo sulla salute mentale di eventi ecologici “cronici” sotto forma di profondi cambiamenti ambientali. I prossimi anni saranno quindi cruciali per il mondo ed il suo ecosistema. Il lutto ecologico e l’ansia per le perdite ambientali attuali o per i cambiamenti futuri sono un segno di relazione e connessione con il mondo naturale. Ciò che serve sono spazi accessibili e sicuri per esplorare queste reazioni emotive e la messa in atto di azioni per rafforzare e supportare approcci di guarigione e resilienza. Tali emozioni possono quindi diventare la motivazione per agire in modo consapevole nei confronti dell’ambiente. Fonti [1] Cunsolo A. e Ellis N.R. (2018). Ecological grief as a mental health response to climate change-related loss. Nat Clim Chang., 8:275–81. doi: 10.1038/s41558-018-0092-2 [2] Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936

Eco-ansia: cos’è e come intervenire

Il cambiamento climatico sta avendo forti ripercussioni in numerosi ambiti, tra cui quello della salute mentale (come abbiamo analizzato in questo precedente articolo). Gli eventi meteorologici e i disastri naturali indotti dal cambiamento climatico hanno un forte impatto sulla nostra salute mentale, in quanto possono causare disturbi del sonno, stress, depressione, disturbi da stress post-traumatico e ideazione suicidaria. Si è osservato come tra i principali effetti psicologici del cambiamento climatico vi sia una nuova patologia, denominata eco-ansia. Che cos’è l’eco-ansia? L’American Psychological Association[1] si riferisce all’eco-ansia, o climate anxiety, come a “una paura cronica del dominio dell’ambiente”, che va da uno stress lieve a disturbi clinici come depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e suicidio, a strategie di coping disadattive come la violenza fisica e l’abuso di sostanze[2]. Più semplicemente, l’eco-ansia è una forma specifica di ansia relativa allo stress o al disagio causato dai cambiamenti ambientali e dalla nostra conoscenza di essi. Non esiste una diagnosi specifica di “Eco-ansia”. La sintomatologia auto-segnalata può includere attacchi di panico, insonnia, pensiero ossessivo e/o cambiamenti dell’appetito causati da preoccupazioni ambientali[3]. L’eco-ansia si presenta non solo a causa della paura di un pericolo percepito ma anche nel momento in cui entra in gioco il senso di colpa o la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. Chi sono i gruppi maggiormente colpiti dall’eco-ansia? La climate anxiety viene avvertita in modo molto più forte tra i giovani, in particolare da coloro tra i 15 e i 30 anni. Questo dato può riferirsi al fatto che i giovani, a differenza degli adulti, avranno maggiori probabilità di sopravvivere alle avversità climatiche nei prossimi decenni e a dovervi fare fronte. L’eco-ansia tende anche ad essere maggiore nelle persone che si preoccupano profondamente dell’ambiente[2, 4]. Un’indagine italiana condotta nel 2019 su un campione nazionale di 800 giovani adulti ha indicato che, per il 51% di loro, il cambiamento climatico rappresenta la fonte primaria del loro disagio[5]. È probabile che i livelli di ansia climatica aumentino nel tempo poiché sempre più persone ne saranno direttamente colpite. Le persone in condizioni di povertà, le popolazioni indigene, i bambini e le persone che vivono in circostanze precarie (ad esempio, in aree soggette a siccità o incendi, o regioni vulnerabili all’innalzamento del livello del mare) sono tra i gruppi maggiormente a rischio di subire i gravi effetti del cambiamento climatico[4]. Eco-ansia: adattiva o disadattiva? L’ansia evocata dalla minaccia del cambiamento climatico può essere adattativa o disadattiva[4]. Quella adattiva può motivare l’attivismo climatico, fornendo un impulso ad agire per affrontare le minacce climatiche, ad esempio trovando modi per ridurre la propria impronta di carbonio. L’ansia disadattiva può assumere la forma di passività ansiosa, nella quale la persona si sente ansiosa ma incapace di affrontare il problema del cambiamento climatico, e può assumere la forma di un disturbo d’ansia innescato o esacerbato da fattori di stress climatici. Un’ansia eccessiva può essere grave e debilitante, e merita attenzione clinica. Come risultato di una maggiore consapevolezza dell’impatto del cambiamento climatico sull’ambiente, quindi, alcune persone sono spinte ad agire mentre altre sono sopraffatte. Per altre ancora, l’ansia è così intensa da diventare paralizzate, impedendo loro di agire. È ciò che viene chiamata eco-paralisi, in cui le persone diventano così angosciate dal problema da non essere in grado di agire e, di conseguenza, a volte sono giudicate erroneamente come disinteressate e apatiche[3]. Come intervenire? È necessario comprendere che l’ansia non è necessariamente un “problema” di cui liberarsi ma, nelle giuste dosi, può creare consapevolezza e spingerci ad agire in maniera congrua. Il cambiamento climatico è anche un problema psicologico, ma ciò non significa che debba essere individualizzato o medicalizzato. L’ansia climatica non dovrebbe essere vista come un problema da risolvere o una condizione da curare ma, piuttosto, come un aumento di consapevolezza del nostro impatto sul mondo. Invece di patologizzare l’ansia climatica, è necessario chiedersi come è possibile creare maggiore consapevolezza del problema e individuare azioni concrete. Oltre, quindi, ad un lavoro di supporto psicologico individuale, per imparare a riconoscere e gestire l’ansia sarà necessario sviluppare forti reti sociali fondate su relazioni supportive e una solida relazione con la natura che ci circonda. Per concludere, i sintomi dell’ansia climatica non sono necessariamente sentimenti di cui liberarsi ma da cui imparare, solo però se possono essere percepiti in modo sicuro, attraverso lo sviluppo di azione pro-ambiente e cambiamento sociale e psicologico. Bibliografia [1] American Psychological Association (2017). Mental Health and our Changing Climate: Impacts, Implications and Guidance. (https://www.apa.org/news/press/releases/2017/03/mental-healthclimate.pdf). [2] Dodds J. (2021). The psychology of climate anxiety. BJPsych Bulletin, 45, 222–226. doi:10.1192/bjb.2021.18 [3] Usher K., Durkin J. e Bhullar N. (2019). Eco-anxiety: How thinking about climate change-related environmental decline is affecting our mental health. International Journal of Mental Health Nursing, 28, 1233–1234. doi: 10.1111/inm.12673 [4] Taylor S. (2020). Anxiety disorders, climate change, and the challenges ahead: Introduction to the special issue. Journal of Anxiety Disorders, 76, 102313. [5] SWG. Lotta Contro i Cambiamenti Climatici. 2019. Available online: https://www.swg.it/politicapp?id=yedv

Il cambiamento climatico e il suo impatto sulla salute mentale

Il cambiamento climatico non è solo una delle più grandi minacce alla salute globale del ventunesimo secolo, ma è anche una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. L’azione dell’uomo ha avuto un impatto sulla Terra su larga scala, sotto forma di inquinamento, degrado ambientale, distruzione dell’aria, del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi, nonché della distruzione di specie in tutto il mondo. L’impronta umana ha innescato cambiamenti climatici e ambientali che mettono in pericolo anche la stessa sopravvivenza umana. La crisi climatica e ambientale può influire, sia direttamente che indirettamente, sulla salute e sul benessere delle persone. Sebbene le ricerche abbiano dimostrato significativi effetti sulla salute fisica, l’indagine riguardante l’impatto sulla salute mentale dei fattori di stress climatici e ambientali è un’emergente area di ricerca. È uno dei principali ambiti di ricerca dell’Ecopsicologia, una branca della Psicologia ambientale. L’Ecopsicologia cerca le radici dei problemi ambientali nella psicologia umana e nella società e le radici di alcuni problemi personali e sociali nella nostra relazione disfunzionale con il mondo naturale. Esplora l’interdipendenza psicologica degli esseri umani con il resto della natura e le implicazioni per l’identità, la salute e il benessere. Le ricerche che studiano l’impatto degli stressor ambientali e climatici sulla salute mentale si sono concentrate su diversi aspetti relativi al cambiamento climatico, tra cui: eventi meteorologici estremi e disastri naturali: collegati a un’ampia gamma di esiti negativi di salute mentale, tra cui i più comunemente riportati sono il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e la depressione, nonché i disturbi d’ansia, il suicidio e l’abuso di sostanze; aumento delle temperature e ondate di calore estremo: considerati un grave problema di salute pubblica in quanto collegati ad una vasta gamma di conseguenze sulla salute mentale, inclusi comportamenti aggressivi e criminali, disturbi della veglia e del sonno, depressione e suicidio; siccità: connessa ad un aumento di stress psicologico e suicidi; insicurezza idrica e alimentare: la scarsità d’acqua e di cibo è stata collegata a disagio psicologico, tendenza al suicidio, ansia, disperazione e depressione, preoccupazione, vergogna e stigma; inquinamento atmosferico: l’esposizione alle particelle inquinanti è stata collegata alla sintomatologia depressiva e al deterioramento cognitivo, nonché a malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale (SNC), come il morbo di Alzheimer; profondi cambiamenti sull’ambiente naturale: possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita. Queste emozioni sono state precedentemente esaminate con i termini di dolore ecologico e solastalgia. I fattori di stress climatico e ambientale possono esercitare un impatto sulla salute mentale attraverso molteplici percorsi. 1 – Percorso biologico Data la relazione intrecciata tra salute fisica e mentale, i danni fisici causati da eventi ambientali o esposizione a tossine ambientali, nonché malattie o condizioni di salute causate da fattori di stress climatici e ambientali, possono aumentare la vulnerabilità allo sviluppo di malattie mentali. I dati esistenti supportano l’idea che esiste un legame tra i cambiamenti climatici e il verificarsi di lesioni fisiche. Eventi meteorologici estremi e disastri naturali possono aumentare il rischio di lesioni. 2 – Percorso emotivo La crisi climatica e ambientale può essere intesa come un grave fattore di stress globale, associato a particolari aspetti che evocano o intensificano le risposte emotive negative. Il fatto che l’esistenza dell’umanità possa essere minacciata dalle conseguenze di questa crisi la collega a temi come la minaccia esistenziale, la distruzione o la morte. Queste associazioni possono aumentare la consapevolezza della mortalità, che può attivare le difese psicologiche e provocare reazioni emotive profondamente angoscianti. La portata globale della crisi può inoltre dar luogo a sentimenti di apatia, intorpidimento, perdita di controllo, impotenza, incertezze sul futuro, nonché uno stato di “eco-paralisi”, in particolare nei giovani. Questi sentimenti possono essere ulteriormente esacerbati osservando l’apparente inerzia dei leader globali e della popolazione in generale per mitigare o affrontare adeguatamente la crisi. 3 – Percorso cognitivo I fattori di stress climatici e ambientali possono avere un impatto sulla salute mentale in quanto possono influenzare il concetto di Sé e indurre meccanismi di difesa, come la negazione, e strategie di coping disadattivi. 4 – Percorso comportamentale I comportamenti dannosi per la salute sono spesso risposte disadattive per facilitare il fronteggiamento di emozioni e stati affettivi negativi, come rabbia e paura, o circostanze e ambienti sfavorevoli o dannosi. Esempi di comportamenti dannosi per la salute sono la mancanza di attività fisica, l’alterazione del sonno, l’attività criminale e la violenza. 5 – Percorso sociale I fattori di stress climatico e ambientale possono destabilizzare le reti sociali, interrompere il sostegno sociale e ridurre la coesione sociale. Ad esempio, è stato dimostrato che l’insicurezza alimentare porta alla disperazione e a bassi livelli di autoefficacia, che destabilizzano le relazioni sociali e aumentano il rischio di depressione. Inoltre, sono stati osservati cambiamenti nel comportamento sociale urbano a causa dell’inquinamento atmosferico, come una minore interazione con i vicini (cioè una minore “reciprocità sociale”), collegata alla sintomatologia depressiva. Infine, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente possono compromettere lo stato socio-economico di un individuo e, in ultima analisi, la sua salute mentale attraverso l’interruzione dello stipendio o dell’istruzione, la perdita del lavoro o di mezzi di sussistenza, oppure attraverso la migrazione forzata. Se il cambiamento climatico e ambientale continuerà a farsi strada, ci si può aspettare un suo sempre maggior impatto negativo sulla salute mentale. Il cambiamento climatico non è solo una delle maggiori sfide di questo secolo ma è probabilmente una delle sfide più importanti nella storia dell’umanità. Data la dipendenza degli esseri umani da un ambiente sano, l’arresto del cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente naturale devono diventare una priorità assoluta. Un cambiamento verso la protezione del mondo naturale e uno stile di vita più sostenibile può, in definitiva, favorire un miglioramento della salute mentale. Fonti Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936 Morganstein JC e Ursano RJ (2020). Ecological Disasters and Mental Health: Causes, Consequences, and Interventions. Front. Psychiatry 11:1. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00001 Cianconi P, Betrò S e Janiri L (2020). The Impact of Climate Change on Mental

Deindividuazione: perdere la propria individualità

La deindividuazione è un concetto della psicologia sociale e si riferisce ad un “processo psicologico in cui alcuni fattori, riducendo l’identificabilità sociale e l’autoconsapevolezza dell’individuo all’interno di un gruppo, rende possibili comportamenti che normalmente sono inibiti” (Ravenna, 2004, p.97). È un concetto strettamente connesso al processo di deumanizzazione. La deindividuazione implica, quindi, una minore consapevolezza di sé e aumenta l’identificazione con gli scopi e le azioni del gruppo. Alcune situazioni tendono a spogliare l’individuo della sua identità personale, di ciò che è, facendolo sentire anonimo. Trovarsi in una situazione di anonimato, accompagnata dalla diffusione della responsabilità, porta a fare cose che in contesti quotidiani non si farebbero. In condizioni di deindividuazione le persone possono intraprendere con più facilità comportamenti aggressivi e violenti. Il processo di deindividuazione fu analizzato da Philip Zimbardo nel celebre esperimento carcerario di Stanford. Lo psicologo si propose di studiare tramite “simulazione funzionale”, ovvero tramite la riproduzione fedele dell’ambiente carcerario nel seminterrato dell’Università di Stanford, le dinamiche tra gruppi tipiche del carcere, tentando di eliminare per quanto possibile le differenze disposizionali fra il gruppo delle guardie e quello dei detenuti. I 24 studenti reclutati furono divisi in guardie e detenuti e avrebbero dovuto mantenere tale ruolo per due settimane. Tuttavia, l’esperimento fu interrotto prima del previsto in quanto si presentarono risultati drammatici. I partecipanti acquisirono a tutti gli effetti, dopo pochissimo tempo, i ruoli di carcerieri e detenuti. I primi misero in atto vessazioni continue e ripetute, oltre ad azioni intimidatorie e violente nei confronti dei detenuti; questi ultimi mostrarono dopo soli 5 giorni sintomi di disgregazione individuale e collettiva. A Stanford le guardie indossavano uniformi e occhiali da sole a specchio che accentuavano il processo di deindividuazione. In quel contesto nessuno più possedeva un’identità personale, le individualità erano sparite. Una tale condizione non poteva che favorire tra le guardie la diffusione della responsabilità, infatti nessuna di loro si sentiva colpevole o perseguibile per aver intrapreso un’azione collettiva. Allo stesso modo i detenuti non avevano più una loro individualità, ma erano diventati i loro numeri, tanto da non presentarsi più con i loro veri nomi ma con i numeri assegnatigli casualmente. L’esperimento creò “un’ecologia della deumanizzazione, proprio come nelle vere carceri […]. È cominciato con la perdita della libertà e si è esteso alla perdita della privacy e poi alla perdita dell’identità personale.” (Zimbardo, 2007, pp. 337-338). Nel contesto di tale esperimento, la deindividuazione rappresenta la perdita di autocontrollo e autoconsapevolezza che si verifica nelle situazioni in cui l’individuo agisce all’interno di dinamiche sociali e di gruppo. Questa perdita di controllo porta alla messa in atto di azioni crudeli e aggressive che, in altri contesti e situazioni, sarebbero inibite e tenute a bada dalle norme sociali e morali. In conclusione, chiunque può attuare condotte negative in condizioni e situazioni specifiche. Il comportamento umano è sempre soggetto a forze situazionali. È possibile però contrastare le forze situazionali negative che spesso agiscono sulle persone, così da prevenire quei processi di deumanizzazione e deindividuazione che rendono possibili condotte e azioni negative. Le persone, infatti, non sono schiave delle forze situazionali. È necessario riflettere continuamente sulla situazione, sulle azioni, sul coinvolgimento emotivo e sociale, affermare la nostra individualità e la nostra singolarità, così da non permettere agli altri di deindividuarci e deumanizzarci. Bibliografia Ravenna M. (2004). Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali. Bologna: Il Mulino. Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil. Trad. it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008.

Cambiamento climatico: come la psicologia può aiutare

Il cambiamento climatico è un’emergenza globale. Riguarda tutti. Può la psicologia aiutare nella diffusione e comprensione di tale problematica? Gli scienziati sostengono che, in pochi anni, la temperatura globale aumenterà irreversibilmente di un grado e mezzo, considerato il punto di non ritorno del riscaldamento globale. La World Meteorological Organization prevede che già entro il 2025 potremmo superare tale soglia. Le temperature calde aumenteranno e alcuni posti diventeranno invivibili. Non c’è tempo da perdere. Cosa può fare la psicologia? Da tempo gli esperti ci avvertono dei pericoli a cui andiamo incontro se continuiamo ad ignorare il cambiamento climatico. Evidenti conseguenze sono le minacce climatiche, come uragani, alluvioni, inondazioni, siccità, incendi, aumento delle ondate di caldo. Eppure, forse, non abbiamo ancora compreso del tutto tali informazioni. La crisi climatica, oltre ad essere una crisi scientifica ed un’emergenza ambientale, può anche essere letta come una crisi comunicativa. Come è possibile coinvolgere le persone sul tema del cambiamento climatico? Lo psicologo norvegese Per Espen Stokner, ha studiato come le persone comprendono ed elaborano le informazioni relative alla crisi climatica. Stokner ha condotto una ricerca su quale sia il modo migliore per parlare della crisi climatica e come far sì che le persone si interessino a questo argomento. Affinché ciò avvenga, è necessario comunicare in modo efficace. Uno dei più grandi ostacoli nell’affrontare i danni climatici riguarda proprio il modo di comunicare. Secondo Stokner, vi sono cinque meccanismi di difesa interni che portano le persone a non interessarsi al cambiamento climatico, che egli rinomina “le 5 D”. 1 – Distance (distanza). Quando ascoltiamo o leggiamo notizie sul cambiamento climatico, ci sembrano molto lontane da noi e dal qui e ora. Poiché il cambiamento climatico sembra così lontano da noi, lo consideriamo al di fuori della nostra portata, un evento su cui non possiamo avere alcuna influenza. Per questo lo ignoriamo o non facciamo nulla a riguardo. Preferiamo occuparci di aspetti più vicini a noi. “La maggior parte delle persone si preoccupa di ciò che accadrà la prossima settimana, non tra tre decadi”, sostiene Stokner. 2 – Doom (catastrofismo). Spesso le notizie sul cambiamento climatico sono presentate in un’ottica catastrofica, apocalittica. Le persone, dopo un primo momento di spavento, preferiscono non pensarci, perché potrebbe sopraffarle, e non assorbire così l’informazione. Inoltre, le persone si abituano a tale tipo di comunicazione e, pertanto, si desensibilizzano. 3 – Dissonance (dissonanza). Nonostante siamo a conoscenza del cambiamento climatico, spesso continuiamo a mettere in atto comportamenti che non sono a favore dell’ambiente. Compare così ciò che chiamiamo dissonanza cognitiva, un fenomeno secondo cui cognizioni, come pensieri e opinioni, sono in contrasto tra loro o con un comportamento che mettiamo in atto. Tale contrasto provoca disagio nella persona, che mette in atto strategie per ridurlo, come ad esempio dare giustificazioni. In questo modo, il comportamento guida la condotta relativa al tema dell’ambiente. 4 – Denial (negazione). Se si ignorano o si negano eventi e informazioni sul cambiamento climatico, si crea una sorta di rifugio interiore da paura e senso di colpa. La negazione è uno stato mentale che permette di agire come se la crisi climatica non esistesse. 5 – iDentity (identità). Si tende a ricercare informazioni che confermino i nostri valori e le nostre credenze, tenendoci lontani da ciò che li mette in dubbio. In questo modo, l’identità culturale sovrasta i fatti e la verità. Queste 5 difese distruggono l’engagement, ovvero l’impegno da parte delle persone nel mettere in atto azioni e comportamenti che tengano conto dell’emergenza climatica. È possibile oltrepassare queste difese attraverso strategie che permettano una comunicazione più efficace sul cambiamento climatico. Anche qui, lo psicologo Stokner identifica 5 strategie, denominate le 5 S, ovvero soluzioni. Ognuna di queste permette di superare le difese precedentemente identificate, aumentando di conseguenza l’engagement. 1 – Social. I pensieri e i comportamenti possono essere contagiosi. Se vedo qualcuno fare qualcosa, è più probabile che possa farlo anche io: parlare della crisi climatica, coinvolgere gli altri, rendere l’argomento “vicino” mettendo in atto azioni semplici e quotidiane, ma efficaci. In questo caso, i social network possono avere una forte risonanza. È possibile diffondere nuove norme sociali che convergono verso soluzioni positive. 2 – Supportive (sostegno). È necessario un cambiamento nella comunicazione attraverso un bilanciamento tra gli effetti catastrofici della crisi climatica e le possibili soluzioni. Per creare impegno, si dovrebbe poter bilanciare tre concettualizzazioni positive o supportive per ogni minaccia sul clima citata. Per esempio, si può riconcettualizzare il clima come un problema per la salute o come un’opportunità tecnologica. È necessario parlare per il 75% di soluzioni e per il 25% di minacce. 3 – Simple (azioni più semplici). È possibile rendere comportamenti individuali e collettivi a favore del clima più semplici, automatici e convenienti. La dissonanza decresce se aumentano i comportamenti incentivati. 4 – Signals (segnali su misura). Si può invertire la negazione elaborando strumenti e segnali che permettano di conoscere i progressi sociali e collettivi relativi allo sviluppo ambientale e alle problematiche connesse. 5 – Story (raccontare storie migliori). Implementare uno storytelling sul cambiamento climatico migliore, che permetta alle persone di sentirsi coinvolte. Storie positive e motivazionali potrebbero ispirare le persone e spingerle a mettere in atto comportamenti a favore del miglioramento ambientale. Affinché le persone si sentano coinvolte nella questione del cambiamento climatico, è necessario raccontare la verità ma attraverso una storia diversa, realistica ma anche positiva, che dia speranza. Deve svilupparsi un nuovo tipo di comunicazione sul clima, che sia in grado di responsabilizzare e coinvolgere le persone, sviluppando un impegno collettivo sul tema. Ovviamente, le soluzioni individuali non bastano a risolvere il problema del clima, ma alimentano un forte supporto dal basso per politiche e soluzioni che possono farlo. Deve crearsi un nuovo modo per comunicare sul cambiamento climatico,  “Inizia con il re-immaginare il clima stesso come “aria vivente”. Il clima non è realmente un concetto astratto e distante, lontanissimo da noi. È l’aria che ci circonda. […] Quest’aria è la pelle della terra. […] Dentro questa pelle, siamo tutti intimamente connessi. Il respiro che avete appena fatto contiene circa 400.000 degli stessi atomi di argon che Gandhi respirò durante la sua vita. Dentro questo sottile, fluttuante, indefinito strato, tutta

Deumanizzazione: quando l’umanità viene negata

La deumanizzazione è la negazione dell’umanità altrui, un processo che introduce un’asimmetria tra chi gode delle qualità specifiche dell’umano e chi ne è considerato carente[1]. Essa è una forma estrema di discriminazione usata come strumento di oppressione sociale e psicologica. Può essere esplicita o sottile, guidata dall’odio o dall’indifferenza, rivolta ad una collettività o verso un singolo individuo. È più comune di quanto noi possiamo immaginare: si verifica continuamente nella vita quotidiana, da quando giudichiamo una persona diversa da noi alla messa in atto di violenze fisiche e psicologiche su esseri umani inermi. È sempre più pervasiva, attuata in diversi contesti e realtà sociali. Uno degli aspetti più pericolosi della deumanizzazione è rappresentato dalle conseguenze negative che essa può produrre. Percepire l’altro come “meno umano” può provocare una serie di effetti dannosi e lesivi, come commettere atti violenti e mettere in atto comportamenti aggressivi nei confronti degli altri deumanizzati. Pensare l’altro come “essere inferiore”, come “non umano”, aiuta ad oltrepassare i confini sociali e personali, rendendo possibile la messa in atto di azioni atroci che in un contesto normale sarebbero impensabili[1]. Uno dei primi studiosi a sottolineare il legame tra forme estreme di violenza e la deumanizzazione è stato Kelman Secondo Kelman[2], per mettere in atto azioni violente nei confronti di altre persone è necessario attuare processi che permettono l’indebolimento dei principi morali così da superare le inibizioni da essi causate. È necessario che la vittima sia privata del suo stato di umanità, che sia cioè attuato il processo di deumanizzazione. Kelman aggiunge che anche chi perpetra l’aggressione diviene deumanizzato, non possiede più la capacità di agire come un essere morale perché privato della capacità di provare compassione ed empatia nei confronti delle vittime. La deumanizzazione può essere identificata come l’origine causale delle atrocità tra i gruppi, del pregiudizio e dell’annientamento dei diversi da sé, svolgendo la funzione di aggravante della discriminazione Attraverso la negazione degli elementi prettamente umani e delle caratteristiche dell’individuo, della comunità e della società, si pone in essere la deumanizzazione, ovvero l’esclusione di determinati individui dal gruppo degli esseri umani[1]. In seguito a tale negazione, l’individuo o il gruppo sociale colpito cessa di essere tutelato e diventa vittima di aggressioni, violenze e atrocità. In tali condizioni, diventa possibile che persone normali, moralmente rette e giuste, compiano atti di estrema crudeltà. “Non rispondere alle qualità umane delle altre persone facilita automaticamente le azioni disumane. […] È più facile essere insensibili o brutali verso ‘oggetti’ deumanizzati, ignorare le loro richieste e i loro appelli, usarli per i propri scopi, persino distruggerli se danno fastidio.” (Zimbardo, 2007, p.444). È quindi fondamentale riconoscere la stretta relazione tra deumanizzazione e violenza fra gruppi Sebbene tale relazione sia riscontrabile in tutti i contesti sociali, da quelli quotidiani a quelli straordinari, i territori in cui essa è più florida e sviluppata più in fretta è nelle carceri e in situazioni di guerra. In genere tali contesti sono un concentrato di autorità, dominio, violenza e potere, all’interno dei quali è comune e quasi semplice sospendere l’umanità di chi vi è inserito. La persona viene privato delle qualità a cui gli uomini attribuiscono più valore in quanto peculiari dell’essere umano: il rispetto, la solidarietà, la gentilezza, la cooperazione, l’aiuto, il sostegno, l’amore. Il modo in cui un individuo considera l’altro influisce su come egli lo tratta e lo considera Solo approfondendo i processi che sottendono la deumanizzazione si riuscirà ad evitare il pericolo della “normalizzazione” di tali fenomeni eccezionali, allontanandoci dall’idea per cui anche le più drammatiche manifestazioni della deumanizzazione siano fenomeni da accettare inevitabilmente con rassegnazione. Un possibile processo per contrastare la discriminazione e l’aggressione degli altri è l’“umanizzazione”, resa possibile tramite l’inclusione dei (considerati) diversi nel gruppo degli esseri umani. Riconoscere un individuo come umano significa ritenerlo meritevole di considerazione morale, così da influenzare il modo in cui lo si percepisce e ci si relaziona ad esso. Bibliografia [1] Volpato C. (2011). Deumanizzazione. Come si legittima la violenza. Roma-Bari: Editori Laterza [2] Kelman H.C. (1973). Violence Without moral restraint: reflections on the dehumanization od victims and victimizers. Journal of social issues, 29 (4): 25-61 Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil, trad.it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008

Film e serie tv possono aiutarci nell’affrontare eventi difficili?

I film, le serie tv, i prodotti audio-visivi e artistici in generale permettono di allontanarci, anche se per poco tempo, dalla realtà e immergerci in una nuova storia. Un film, come anche una serie TV, può diventare un mezzo attraverso cui le persone riflettono, un modo per interpretare la realtà. Altre volte permettono di immedesimarsi in storie o personaggi vicini a noi e, attraverso questi, sublimare preoccupazioni, ansie, paure. Fornire allo spettatore immagini e racconti di mondi reali o fittizi che possono costituire uno specchio della realtà in cui vivono o degli eventi che stanno attraversando può aiutarli a concentrarsi su alcuni aspetti essenziali della vita o del mondo che li circonda[1]. Il cinema, in tal senso, può avere un ruolo catartico Attraverso la catarsi è possibile allontanare dalla mente sensazioni negative. Immedesimarsi in personaggi di finzione consente di liberarsi da emozioni negative attraverso quelle altrui. Davanti ad una rappresentazione di eventi passati o presenti, le situazioni problematiche e i conflitti possono essere rivissuti ed elaborati. In psicologia, la catarsi fa riferimento ad una strategia terapeutica. Attraverso di essa, è possibile liberarsi da forti emozioni e dalle tensioni conflittuali che ostacolano la crescita. Può rappresentare così un processo attivo di costruzione di senso. Il sociologo Edgar Morin descrive il cinema come uno “specchio antropologico” della natura umana[2], “capace di generare nello spettatore una percezione che si muove in una sorta di doppia coscienza: una illusoria (di identificazione con la storia narrata nel film) e una reale (la parte dello spettatore che rimane ancorato alla sua effettiva quotidianità)”[1]. Le emozioni che la pellicola susciterà in lui gli permetteranno di effettuare una “metamorfosi cognitiva”[2]. La scelta di guardare un determinato film o una serie tv, quindi, può non essere del tutto casuale. Durante la pandemia COVID-19, la paura e l’angoscia del non sapere cosa stava succedendo e cosa sarebbe successo in futuro ha portato le persone ad adottare comportamenti peculiari nel tentativo di contenere tali emozioni. Tra questi vi è la decisione di guardare film o serie TV legate ai temi della pandemia, dell’epidemia, del contagio. Testoni, Rossi, Pompele, Malaguti e Orkibi (2021), a tal proposito, hanno sviluppato una ricerca per comprendere meglio la possibile funzione psicologica che il cinema può avere durante momenti di una crisi acuta e diffusa come quella causata dalla pandemia. L’obiettivo della ricerca è stato quello di comprendere perché alcune persone, durante la fase più delicata della pandemia, ovvero durante il lockdown, hanno deciso di guardare film o serie TV in cui erano rappresentate situazioni di contagio, epidemia o rischi per la salute delle persone[1]. Dai risultati emergono 4 aree tematiche, relative ai motivi che hanno spinto le persone a guardare questo tipo di film o serie TV. La prima area riguarda la diminuzione dell’incertezza. Film e serie TV sono diventate un mezzo attraverso cui le persone comprendevano e interpretavano la realtà, per capire cosa stesse succedendo, trovare informazioni utili e una spiegazione agli eventi, legati alla pandemia, attraverso i film. La seconda area era relativa al tentativo di diminuire o esorcizzare l’ansia crescente che stavano esperendo durante il lockdown. Guardare film o serie TV di epidemie o contagi era una strategia per evitare il panico, in quanto prodotti di fantasia o perché era possibile conoscerne gli esiti. La terza area riguardava l’identificazione e la catarsi. Guardare una persona attraversare la stessa situazione che lo spettatore stava affrontando, anche se estremizzata, permetteva di identificarsi con il protagonista e vedersi rappresentato. Inoltre, tale identificazione ha, appunto, una funzione catartica, con l’effetto di una profonda liberazione da ansie e preoccupazioni. Tale dinamica permette di accettare il presente e l’incertezza della situazione emergenziale. Infine, l’ultima area riguardava le persone che causalmente si sono imbattute in film del genere pandemico e che, data la similarità con la realtà che stavano vivendo, hanno deciso di guardare. In alcuni casi tale visione li ha aiutai a comprendere meglio la situazione, in altri ha generato sentimenti di ansia. Il cinema e le produzioni audio-visive possono quindi diventare mezzi per gestire l’ansia e l’angoscia. Attraverso di essi è possibile conoscersi meglio e comprendere la realtà che ci circonda. Il cinema e le serie TV possono diventare strumenti per fronteggiare eventi difficili, poiché permettono allo spettatore di allontanarsi dalla propria realtà ed entrare in un mondo di fantasia che può fornire spunti per liberarsi dalle emozioni negative, oppure semplicemente per intrattenersi. Bibliografia [1] Testoni I., Rossi E., Pompele S., Malaguti I. e Orkibi H. (2021). Catharsis through Cinema: An italian qualitative study on watching tragedies to mitigate the fear of COVID-19. Front. Psychiatry, 12:622174. doi: 10.3389/fpsyt.2021.622174 [2] Morin E. (2016). Il cinema o l’uomo immaginario [Cinema of the immaginary man]. Milano: Raffaello Cortina Editore.