La fiducia e il bisogno di essere visti

La fiducia svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza e nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la vita. Tutti sanno quanto la fiducia sia importante nelle relazioni. Quanto sia indispensabile per aprirsi e incontrare l’altro in un rapporto autentico e intimo. Ma da cosa dipende la fiducia? In base a cosa scegliamo di fidarci di qualcuno? In base al tono della voce, perché ha uno sguardo accogliente, ci ascolta con attenzione. Sembra capirci. Secondo Fonagy, la fiducia si stabilisce quando ci sentiamo visti e compresi e possiamo quindi sperimentare una relazione protetta. Si tratta di un’esperienza fondamentale innanzitutto nell’infanzia, per la formazione del sé e lo sviluppo della personalità. La fiducia epistemica primaria Il bambino viene al mondo con il bisogno di essere accudito e riconosciuto. E, pertanto, con il bisogno di affidarsi alle figure genitoriali da cui dipende la sua sopravvivenza. Se i suoi processi regolativi ed emotivi sono adeguatamente accolti e sostenuti, potrà interiorizzare quella base sicura che lo accompagnerà per tutta la vita nel fare esperienza di sé, degli altri e del mondo. Questa forma primaria di fiducia, che Fonagy definisce fiducia epistemica, si costruisce grazie alla mentalizzazione. Ovvero, alla capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità, di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, di dare senso e attribuire intenzioni al comportamento. Il senso di sé si struttura dunque a partire dall’esperienza di essere nella mente dell’altro. Del sentire “tenuti insieme i propri vari aspetti”, usando le parole di Winnicott. Quando il bambino non è adeguatamente mentalizzato ma, al contrario, svalutato nelle sue caratteristiche e nei suoi bisogni, inizierà a diffidare dell’ambiente in cui vive. E, al posto della fiducia, svilupperà una sfiducia di base che comprometterà sia l’autoregolazione sia lo sviluppo della propria soggettività e della vita relazionale futura. La mancanza di fiducia sul piano dei pensieri Le alterazioni dei processi di mentalizzazione hanno ricadute sui vari livelli di funzionamento della persona con esiti anche gravi per la salute. La mancanza di fiducia comporta una difficoltà a comprendere e tollerare l’ambiguità delle relazioni umane. Induce a diffidare dell’altro e a credere che le sue intenzioni non siano quelle che dichiara. Si può instaurare un pensiero di tipo inside out (quanto sperimentato all’interno equivale all’esterno: “siccome lo sento, è così”) o quick fix (in cerca di rassicurazione immediata). Vi può essere un continuo oscillare tra i poli opposti della certezza e dell’incertezza, con la ipermentalizzazione (un eccesso di certezza rispetto a ciò che si pensa e a ciò che gli altri pensano) e l’ipomentalizzazione (la sensazione di non capire gli stati mentali altrui o il non esserne interessati). L’evitamento della realtà e la dipendenza I pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i comportamenti dell’altro sono interpretati sulla base di aspetti propri, mediante proiezioni volte a confermare l’idea di partenza (“non posso fidarmi”). L’altro non può essere visto. E la realtà viene evitata e vissuta come una riproposizione degli schemi del passato. Quando internamente non si è costruita una buona capacità di autoriconoscimento, la persona tende a conservare la posizione infantile dipendente e ad investire gli altri di una funzione genitoriale, deresponsabilizzandosi nelle sue capacità adulte. La mancanza di fiducia sul piano delle emozioni e del comportamento Talvolta, il vissuto di sospetto e diffidenza può estendersi fino a permeare l’intera esperienza. Può diventare un atteggiamento esistenziale e sfociare in pensieri e angosce di tipo persecutorio, con una rappresentazione del mondo come luogo ostile, umiliante e pericoloso. Sul piano comportamentale, possono manifestarsi esigenze di controllo o anche azioni impulsive, spesso distruttive e autolesive, come strategia difensiva e tentativo di trovare una rassicurazione interna. Oppure, vi può essere un ritiro nel vittimismo fino all’isolamento estremo. La fiducia in psicoterapia La fiducia è l’elemento centrale di ogni psicoterapia. Il noto “verdetto del dodo”, metafora utilizzata da Rosenzweig nel 1936, in riferimento al problema dei cosiddetti fattori comuni o aspecifici di tutte le psicoterapie, e che ha suscitato non poche polemiche, sostiene che tutte le terapie sono efficaci per tutti i disturbi. In “Alice nel paese delle meraviglie”, Dodo è un uccello che indice una corsa al cui termine dichiara: “Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio”. Sebbene si possa discutere sull’esistenza di effettive differenze in termini di efficacia tra i vari approcci e tipi di interventi possibili, la fiducia che si crea nella stanza di psicoterapia è senza dubbio il perno imprescindibile del cambiamento. Al di là delle teorie di riferimento, al di là degli strumenti e delle tecniche. La cura parte dal sentirsi visti ed accolti per come si è. Winnicott, infatti, sostiene che “si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti da un’altra persona”. Per fare esperienza di quell’essere “tenuti a mente” indispensabile per la formazione di un sé coeso. Lo sguardo, la voce, il corpo, il silenzio e le parole con cui il terapeuta accoglie e riconosce ogni propria parte, senza giudizio, sostengono l’esperienza di sé e il contatto con la realtà.
Desiderio, volontà e cambiamento

Il cambiamento si basa su due elementi principali, il desiderio e la volontà, ma è qualcosa di più della somma delle sue parti. Spesso in terapia le persone lamentano di non saper che cosa fare, rispetto ad una situazione specifica o, in generale, come vissuto esistenziale. Nella maggior parte dei casi, il problema non riguarda tanto la scelta dell’azione, il “cosa faccio“, ma il conflitto che sta prima, il “cosa voglio“, e, ancor prima, il “cosa sento“. Il desiderio e la consapevolezza Molte persone non sanno riconoscere ciò che sentono e, di conseguenza, ciò che vogliono. Si sono a lungo adagiate su vecchi schemi ed esigenze dettate dall’esterno, tanto da non avere consapevolezza di sé. Al di là della crisi che accompagna ogni cambiamento significativo, vi può essere una difficoltà ad accedere al proprio sentire, ai propri desideri e alla propria volontà con origini profonde. Esperienze infantili, messaggi genitoriali e decisioni antiche possono aver determinato una esclusione di aspetti propri fondamentali per l’autoriconoscimento e per lo sviluppo della propria autonomia. Una convizione limitante strutturatasi nell’infanzia, del tipo che “il sentire è segno di debolezza”, può aver portato la persona a decidere di reprimere i propri desideri: “se non desidero mai, non sarò mai debole”. Può esservi stato un ritiro dal desiderio per difendersi dal rischio che gli altri si allontanino: “se non desidero più, non potranno lasciarmi di nuovo solo/a”. O un evitamento del fallimento: “se smetto di volere non posso sbagliare, sono salvo/a”. Possono essersi formate fantasie infantili persecutorie di perdita, abbandono, punizione, con scenari che confermano il divieto ai propri desideri o con l’aspettativa salvifica che un giorno qualcuno o qualcosa cambierà le sorti del proprio destino. L’inibizione dell’azione da un lato, l’agire inconsapevole dall’altro Quando la persona blocca il contatto con le proprie emozioni e i propri affetti, può passivizzarsi e inibire, oltre ai propri desideri, anche l’azione. Oppure, agire senza una base di consapevolezza, in risposta a desideri non propri, inautentici o appartenenti al passato. Nel primo caso, tendono a prevalere sentimenti di depressione, vuoto e mancanza di senso. Nel secondo, vissuti di rabbia e frustrazione poiché, nonostante gli sforzi, ci si sente insoddisfatti. Dunque, non c’è desiderio senza un reale sentire e non può esserci volontà senza un reale desiderio. La volontà e la responsabilità Alcune volte la persona riconosce i propri desideri ma si blocca nel realizzarli. “Non ci riesco” è la tipica espressione di chi mette in campo numerosi tentativi senza successo. Questa affermazione, che risuona come un lamento vittimistico, si fa portavoce di una parte interna che rema contro, perché non vuole il cambiamento. Affinché il conflitto si sciolga, è necessario che la persona sia disposta a rinunciare ai vantaggi del rimanere dov’è. Questo punto può sembrare in apparenza paradossale ma in realtà vi sono sempre motivi molto validi per non crescere e rimanere dipendenti. Per non assumersi la responsabilità di ciò che si è e di come si sta vivendo. Diventare responsabili significa smettere di volere una soluzione dall’esterno. Ritirare le aspettative infantili sugli altri, le pretese e le accuse rispetto alle proprie mancanze e insoddisfazioni. Riconoscere tutte le proprie parti, le manipolazioni e le dinamiche con cui ci si sta sabotando. Accettare i propri limiti e i propri errori. Trovare in sé le risorse per proteggersi e il coraggio per affrontare i rischi che il vivere comporta: diventare adulti. Confrontarsi con la propria solitudine, perché nessun altro può sentire, volere e affrontare la vita al proprio posto. Per realizzare ciò che si desidera occorrono nuove decisioni Quando si sperimenta pienamente il desiderio, ci si trova di fronte alla necessità di operare una scelta. Qualsiasi atto richiede una decisione. E, anche se in figura può non esserci una crisi decisionale, in terapia le persone sono sempre in lotta con una qualche forma di decisione. Le decisioni sono difficili perché implicano una rinuncia. Decidere per qualcosa vuol dire lasciar andare qualcos’altro. Può essere molto doloroso separarsi dal passato e rinunciare agli aspetti infantili e dipendenti della personalità. L’Analisi Transazionale dà una importanza centrale alla decisione, con l’obiettivo di guidare la persona a lasciar andare la decisione infantile originaria e a ridecidere nel presente. In modo che possa uscire dal copione, dal piano di vita autolimitante che blocca l’esperienza in schemi ripetitivi, e rispondere alla realtà dei suoi bisogni e dei suoi desideri.
Rabbia cronica: quando la rabbia copre il dolore

Nella maggior parte dei casi, dietro una rabbia cronica risiede un grande dolore. Una ferita antica e profonda che reclama attenzione. Spesso la rabbia è considerata un’emozione negativa, un qualcosa di cattivo e pericoloso o di cui vergognarsi. In realtà, al pari delle altre emozioni, possiede una sua funzione naturale, indispensabile per il nostro adattamento all’ambiente e la nostra salute. Se viviamo un’ingiustizia o un torto, la rabbia ci viene in soccorso per salvaguardare la nostra persona e i nostri diritti. Tuttavia, quando negata o, al contrario, utilizzata per prevaricare sull’altro, perde questa forma sana e diventa disfunzionale. L’inibizione della rabbia e la rabbia cronica La rabbia può essere proibita da divieti interni, introiettati mediante messaggi genitoriali e modelli di riferimento. Se il riconoscimento e/o l’espressione della rabbia sono inibiti, l’energia emotiva, invece di andare verso l’ambiente, si retroflette sull’organismo. Si scarica su corpo ed emozioni. Assumendo la forma di sintomi e sentimenti autopunitivi di vergogna, indignità, depressione. E, soprattutto, colpa. Salvo venir fuori per accumulo mediante agiti, non di rado pericolosi per se stessi o per gli altri. Se invece la rabbia viene espressa senza però esaurirsi, ma al contrario cronicizzandosi, può esservi un’accusa costante nei confronti di sé, dell’altro e/o della vita, con il prevalere di sentimenti distruttivi ed azioni punitive e vendicative talvolta violente. In questo caso si assiste ad una rabbia smisurata che ha poca attinenza con la situazione reale ma che si fa portavoce di un’esperienza non risolta. Di un passato che continua a riattualizzarsi nel presente, per essere visto ed elaborato. La rabbia può essere stata rinforzata dall’ambiente familiare e culturale e utilizzata in sostituzione di altre emozioni, più difficili da contattare e tollerare. Solitamente, quando si presenta in forma cronica, copre un dolore profondo. La rabbia, la colpa e il dolore La rabbia e la colpa spesso si uniscono nel tentativo comune di evitare il dolore mediante l’accusa. “Non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua…”, ripete con forza lo psicoterapeuta a Will, nella scena più nota del film “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant. Quasi a voler imprimere quelle parole nella sua mente, in modo da rompere la difesa e liberare il pianto. Scacciare via la colpa che il ragazzo si infligge per i traumi della sua infanzia, per essere stato abbandonato e per i maltrattamenti subiti. La colpa era più sopportabile del dolore. E la rabbia aveva creato uno scudo, uno strato di difesa sul cuore. Quando vi è una interruzione nel processo di riconoscimento ed elaborazione del dolore, la persona può rimanere intrappolata nella rabbia come tentativo di evitare di entrare in contatto con la sua reale sofferenza. Ad un livello più profondo, la colpa offre l’illusione onnipotente di avere un controllo e un potere sull’evento traumatico. Una via salvifica dalla ferita originaria. Si tratta di una strategia difensiva messa in atto per evitare il crollo che deriverebbe dall’impattare contro l’esperienza, nella sua nuda e cruda realtà. Elaborare il dolore ed accettare ciò che è stato La maggior parte delle persone teme di sentire il dolore e, ancor di più, non vuole rinunciare a ciò che ha perso, alla speranza di cambiare ciò che non può essere cambiato. E, così, esclude parti proprie e della realtà, finendo con il soffrire di più e con l’ammalarsi. Per non accettare la sofferenza che fa parte della vita, rinuncia a vivere pienamente la propria esistenza. Entrare in contatto con i vissuti sepolti dietro la corazza della rabbia vuol dire innanzitutto connettersi al corpo come luogo del sentire e non solo come mezzo di scarica di una tensione. Il pianto è l’espressione naturale mediante cui poter accedere al proprio dolore, viverlo. Nel respiro, nelle lacrime, nella pelle. Comprenderlo e integrarlo nella propria storia e nella propria esperienza. Fino ad arrivare ad accettare ciò che è stato e ciò che non può essere più. A dire addio a ciò che è definitivamente perduto. Ed è allora che il dolore si riduce, che si eclissa poco a poco lasciando spazio ad altro.
Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.
Compiacenza: bisognosi di riconoscimento e approvazione

La compiacenza è una carenza di autoriconoscimento: un cercare all’esterno l’approvazione che non si è in grado di trovare dentro di sé. “Mille fiori di plastica non fanno fiorire un deserto. Mille ombre vuote non riempiono una stanza”. F. Perls “Sono come tu mi vuoi” è il tipico atteggiamento di chi, per essere accettato e riconosciuto, cerca di soddisfare le aspettative altrui a scapito della propria individualità. Si tratta di un tipo di manipolazione che si costruisce nei primi anni di vita, quando il bambino apprende a sacrificare i suoi modi spontanei per adattarsi ai bisogni e alle richieste dell’ambiente in cui cresce e garantirsi, così, attenzione e amore. Questa forma di iperadattamento, che nasce come soluzione di sopravvivenza, nel tempo diventa un ostacolo per l’autoaffermazione e l’autonomia. Winnicott parla di “falso sé“, descrivendo la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di imitazione, anziché di identificazione. Chi si preoccupa sempre di piacere/far piacere agli altri, svaluta il proprio modo di essere, di pensare, sentire e agire. Tende ad assumere la prospettiva dell’altro, conformandosi alle sue idee, ai suoi gusti e ai suoi desideri. La difficoltà a differenziarsi Nella spinta a compiacere vi è una carenza del processo di differenziazione e individuazione che può sfociare in confluenza. Si può essere consapevoli di sé stessi e dei propri bisogni e compiacere per evaderne la responsabilità. Oppure, quando i confini sono deboli, si può avere difficoltà a distinguere ciò che proviene dall’altro da ciò che proviene da sé. La persona compiacente ha un funzionamento dipendente e simbiotico, anche se talvolta nascosto dietro una immagine controdipendente di falsa autonomia. Per cui non sempre in figura vi sono insicurezza e vulnerabilità. Alcune volte, infatti, la compiacenza si mescola alla ricerca di perfezionismo e ad una forma di narcisismo grandioso che dissimula la fragilità relegata al mondo interno. In questo caso, ancor più che approvazione (“dimmi che vado bene”), si cerca potere e ammirazione (“dimmi quanto sono speciale/indipensabile”). La difficoltà a dire di no e a chiedere La compiacenza è caratterizzata da una difficoltà a dire di no e a chiedere. Saper dire di no fa parte della capacità di differenziarsi dall’altro, fondamentale non solo per autoaffermarsi ma anche per proteggersi e rifiutare ciò che non si vuole. Saper chiedere ha a che fare, in maniera specifica, con la responsabilità di esternare un proprio bisogno attraverso l’esplicitazione di una richiesta. In entrambi i casi, i rischi da correre sono percepiti come troppo elevati. Un giudizio negativo o un rifiuto, ad esempio, possono essere vissuti come una disconferma di sé stessi, assoluta e definitiva. Internamente può aprirsi uno scenario catastrofico di perdita, che non è solo perdita dell’altro ma anche, e più profondamente, perdita di sé. Il vuoto interiore e la mancanza d’essere Secondo Winnicott la compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante. Che la vita non valga la pena di essere vissuta, poiché il mondo viene conosciuto solamente come qualcosa in cui ci si debba inserire e che richiede adattamento. D’altro canto, nello sforzo di evitare il vuoto interiore della mancanza d’essere, vi è una fuga da sé stessi, dal pericolo di sentirsi persi e persino niente. Il contatto profondo con la propria solitudine viene rifuggito in quanto esperienza che minaccia l’integrità costruita, fino a quel momento, nell’inautenticità. La persona dipende dallo sguardo dell’altro: può sentire di esistere solo in funzione dell’immagine che l’altro rimanda di sé. Nella ricerca di approvazione vi è dunque una negazione della propria identità e, insieme, una ricerca, talvolta disperata, di una identità. La rabbia Sotto la maschera della compiacenza, fatta di sorridente iperdisponibilità e affabile o remissiva accondiscendenza, possono esservi emozioni, non sempre consapevoli, di rabbia, rifiuto, vendetta. L’altro può essere visto non solo come un Salvatore ma anche come un Persecutore e, più di rado, come una Vittima. Alle fantasie salvifiche di riscatto (“finalmente sarò riconosciuto/a per come sono”), o grandiose (“ti conquisterò con la mia straordinarietà”), possono alternarsi fantasie catastrofiche di conferma della propria mancanza di valore (“mi dirai anche tu che non vado bene, che non c’è spazio per me”). Ma dal momento che se vi è possibilità di salvezza questa dipende dall’esterno, la persona compiacente tende ad assoggettarsi all’altro e a passivizzarsi. E, al tempo stesso, a confermare la posizione infantile originaria di salvare l’altro per salvare, in ultimo, sé stessa. In tal modo, va perlopiù incontro all’esito autodistruttivo del dirigere e agire la rabbia contro di sé. Sentendosi spesso sbagliata e in colpa per com’è e, in alcuni casi estremi, per il fatto stesso di esistere. Riappropriarsi di sé stessi Liberarsi dalla compiacenza significa perdere la sicurezza che deriva dall’illusione di controllo e onnipotenza. Implica un lavoro psicoterapeutico che guardi alla ferita antica del non essersi sentiti riconosciuti da bambini. Che miri a sciogliere i conflitti interni che impediscono i processi separativi, l’emergere del sé autentico e il raggiungimento dell’autonomia. Fare esperienza dell’essere visti e accolti per come si è, in tutte le proprie parti. Correre il rischio di incontrare sé stessi e di incontrare l’altro, in una relazione autentica. Al di fuori di inganni e manipolazioni. Scoprire il vuoto come spazio vitale e creativo da cui dare forma e senso alla propria esistenza. Assumersi la responsabilità di ciò che si è e dei propri bisogni. “Si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Perché sentirsi “tenuti a mente” significa sentire “tenuti insieme” i nostri vari aspetti.” (Winnicott)
La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)
Amore, illusione e idealizzazione

Ci si innamora a partire da una idealizzazione. Come afferma Nietzsche: “L’amore ha un impulso segreto a vedere nell’altro come possibili le cose più belle del mondo, o a innalzarlo più in alto possibile: ingannarsi a questo riguardo sarebbe per esso un piacere e un vantaggio – e così si fa“. Si tratta di un meccanismo psicologico per mezzo del quale il proprio ideale di perfezione viene proiettato all’esterno, sull’altro e sulla relazione. E per mezzo del quale ci si innamora, quindi, più dell’immagine interna costruita del partner che non della persona reale. La ricerca di fusione e l’alienazione Quando si è innamorati si cerca di ridurre la distanza dall’altro, per inseguire quel sogno di fusione che dà illusione di sicurezza. Vi è la tendenza a compiacere le aspettative della persona amata per assicurarsi la sua approvazione e il suo amore. Fino a immedesimarsi, all’estremo, nei suoi gusti, nei suoi modi di essere e agire, con una perdita della propria identità. O, anche, vi può essere una tendenza al possesso, quando il mondo è percepito come una minaccia per quell’unione che la passione desidera totale. La dimensione illusoria della coppia si basa su di un gioco di rispecchiamenti e idealizzazioni reciproche in cui ciascuno proietta sull’altro il proprio ideale e si identifica a sua volta nell’immagine idealizzata dell’altro. In questo modo viene a stabilirsi non solo un rapporto di dipendenza ma una condizione di alienazione. Ciascuno nega gli aspetti di sé indesiderati e si rifugia in una fantasia narcisistica di perfezione e grandiosità. Nessuno dei due vede l’altro, nè può essere se stesso. E così, la distanza invece di ridursi diventa insanabile poichè, in questo stato di cose, e di inganno, non vi può essere alcun incontro reale. “Sarò come tu mi vuoi” rappresenta la promessa d’amore mediante cui ci si dona nel tentativo di garantirsi un riparo dalla perdita e dall’abbandono. E, al tempo stesso, rappresenta la via salvifica da sé stessi, come fuga dalle proprie parti indesiderate, dalle proprie fragilità e dai propri limiti. La relazione può trasformarsi dunque in un viaggio lontano da sé. Nella via breve con cui aggirare la lentezza e l’impegno della crescita, trovando soluzioni rapide in strategie infantili di manipolazione ed evitamento. L’amore è differenziazione e autenticità Perchè sia possibile l’amore, è necessario che il gioco di specchi dell’idealizzazione iniziale si rompa. E’ necessario, innanzitutto, tornare a sé. Riappropriarsi di tutto il proprio essere. Degli aspetti disconosciuti e rifiutati, delle fantasie e degli ideali proiettati. Correre il rischio di sentire la propria solitudine. Differenziarsi. E da questa posizione, di autonomia e autenticità, iniziare a vedere l’altro per com’è realmente, con le sue caratteristiche e i suoi bisogni. Nella sua specifica esistenza. Occorre essere disposti ad abbandonare la fantasia infantile di fondersi simbioticamente, la passività del nascondersi dietro l’ammirazione idealizzante e il gioco della seduzione, per assumersi la duplice responsabilità di amare ed essere amati. Dunque nessuna alienazione. Nessuna rinuncia a sé stessi e nessun possesso. L’amore si costruisce nel riconoscimento delle differenze. In quella forma di abbandono all’altro che trova il suo punto di equilibrio nella cura della distanza. Due autenticità, due autonomie che si incontrano. Chi ama dice: “Voglio che tu sia quello che sei” (Agostino).
Sogno o realtà? La funzione dell’attività onirica

Il sogno incute fascino e timore. Attrae e spaventa. E’ il tentativo di portare alla luce ciò che evitiamo di noi stessi e della nostra vita. I sogni affascinano l’essere umano da sempre. In antichità venivano letti come messaggi di dei, demoni o spiriti. Premonizioni del futuro su cui si affannavano indovini e profeti. Nel corso dei secoli sono stati concepiti in molti modi diversi, catturando l’attenzione di filosofi e scienziati, artisti e letterati. Per arrivare ad essere riconosciuti, dalla psicoanalisi in poi, come fenomeni psichici, nella loro funzione rivelatrice degli aspetti più nascosti della personalità. Ciò nonostante vi sono ancor oggi numerose resistenze nel concepire la realtà del sogno che spaventa, poichè apre le porte su di un mondo che sfugge alla mente razionale e mina il bisogno umano di sicurezza. Le neuroscienze riducono il sogno a scariche di impulsi nervosi, lasciando irrisolta l’esperienza onirica, con la sua complessità e i suoi significati. Mentre sopravvive, tra i più, una certa tendenza comune a considerare il contenuto del sogno come un qualcosa di distaccato, esterno da sé stessi, e a ricercare interpretazioni universali. Gli elementi del sogno sono parti di sé Ogni sogno appartiene in modo imprescindibile al suo sognatore e consiste in un’esperienza unica. Incarnata nella persona. Nella sua storia, nella sua esistenza e nella sua vita in quel dato momento. Secondo la psicoterapia della Gestalt il sogno è “la via regia all’integrazione” (F. Perls). In esso gli aspetti della personalità non riconosciuti e dissociati si presentano per essere visti e assimilati. Si tratta dunque di un tentativo di riappropriazione delle parti di sé disconosciute e proiettate nei vari elementi di cui è composto il sogno, grazie ad un allentamento dei meccanismi di difesa che, durante lo stato di veglia, impediscono il contatto. Nel sogno è racchiuso un messaggio esistenziale I sogni dicono esattamente come si sta vivendo. Cosa manca nella propria vita, cosa si sta evitando e di cosa si ha bisogno per stare bene. Sono l’espressione più autentica della nostra esistenza. Più spontanea e libera da divieti. Sebbene la creatività onirica possa assumere qualunque forma ed esprimersi in infiniti modi, esistono dei copioni fissi. Un sogno che si presenta in modo ricorrente funge da “avvertimento”. Accende una spia su di un determinato conflitto, affinché venga affrontato e risolto. Infatti, sparisce quando la persona ne coglie il messaggio esistenziale e si assume la responsabilità della sua vita, mettendo in atto il cambiamento necessario per la propria crescita. Il lavoro sul sogno “Se una tigre entrasse in questa stanza proverei paura, ma se ho paura nel sogno vedo una tigre”. (J. L. Borges) Per portare alla luce il significato di un sogno occorre abbandonare le regole della logica ed entrare nella realtà dei suoi paradossi, nelle sue figure, nella coloritura emotiva dei personaggi e delle scene. Nelle maglie della trama in cui è intessuto. Dare voce e forma agli elementi presenti, a quelli mancanti, ai vuoti. La Gestalt propone un lavoro che va oltre l’interpretazione classica, per guidare la persona ad entrare direttamente in contatto con il suo sogno. In modo che possa riconoscerlo come una propria esperienza. A livello emotivo e corporeo, oltre che cognitivo. Non come mera fantasia, non come qualcosa di estraneo. Ma in quanto rappresentazione di sé e della propria vita. Così, mentre la nevrosi si nutre di forme di evitamento, la terapia invita a fare esperienza di contatto. A raccontare il sogno al presente, ad esempio, per sperimentare il qui e ora come unico tempo realmente esistente. Lasciando andare gli attaccamenti al passato e le anticipazioni sul futuro. A identificarsi con gli elementi del sogno, per reintegrare le parti rifiutate, superare conflitti emotivi, impasse e blocchi esistenziali. E cambiare il finale della propria storia.
Relazioni liquide e solitudine ai tempi dei social

Viviamo i tempi dei social e delle relazioni liquide, degli schermi luminosi e delle solitudini nascoste. La nostra è una modernità fragile. Nell’era dei social media basta un click per avere tanti amici e per trovare o cambiare partner. Le relazioni spesso nascono con un messaggio e con un altro messaggio finiscono. Se una finestra non funziona se ne apre un’altra. I nostri sono i tempi delle relazioni liquide, dell’assenza di impegno e responsabilità, tempi in cui i bisogni naturali sono coperti da bisogni effimeri. Sono i tempi delle luci delle schermate digitali, dietro cui si celano vissuti di paura, solitudine e vuoto. L’uso dei social, che in una certa misura semplifica l’azione e la comunicazione con il mondo esterno, può sfociare, all’estremo, in una disattivazione delle risorse interne, in stati di passività e isolamento. Società liquida E’ stato il sociologo Zygmunt Bauman ad elaborare il concetto di “società liquida”. Una società che prende forma su di un individualismo sfrenato e sul venir meno dei valori della comunità. Si tratta di una modernità fragile, che si regge sugli appigli dell’immagine, dell’apparire a tutti i costi e del consumismo. Ma mancando punti di riferimento e basi affettive solide, tutto è destinato a dissolversi in fretta. Il consumismo stesso non mira all’appagamento attraverso il possesso di oggetti di desiderio, che diventano in poco tempo obsoleti, quanto piuttosto al passaggio senza scopo da un oggetto all’altro. Utilizzando le parole di Bauman: “Quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti” (Z. Bauman). La paura dell’intimità Nel proliferare delle connessioni informatiche si nascondono tante solitudini. Nella società liquida, di cui i dispositivi elettronici e i social sono solo gli strumenti ma non le cause, si rifugge il legame, l’intimità. L’incontro emotivo autentico. La responsabilità dei propri bisogni profondi. Si dà valore all’approvazione esterna e al raggiungimento dei canoni condivisi, a scapito della propria individualità, delle proprie emozioni e della propria autonomia. Per avere successo bisogna cambiare di continuo, tradendo impegni e lealtà. Le relazioni liquide sono senza orizzonte futuro. Vi è alla base l’idea che sia meglio rompere perché i sentimenti possono creare dipendenza. E, di conseguenza, più che relazioni, si stabiliscono ‘connessioni’. Inafferrabili, senza struttura, pronte ad evaporare. Rapporti umani considerati al pari di oggetti da consumo. La responsabilità della propria crescita Nel tentativo di mettersi al riparo dai rischi che i legami affettivi comportano, ci si rifugia in fantasie infantili di conferma o riscatto da schemi copionali che rassicurano ma, al tempo stesso, impediscono di riconoscere e impiegare le risorse adulte. E così, dietro l’immagine ostentata di falsa autonomia, si è ancora bambini, adattati o ribelli. Dipendenti da un genitore che stabilisce come si deve e come non si deve essere, che non sostiene l’autenticità nè l’autonomia. Confrontarsi con i propri limiti e i propri fallimenti, affrontare le proprie insicurezze, le proprie difficoltà e gli aspetti di sé mal tollerati può procurare sofferenza. Richiede impegno, coraggio. E in un mondo che vende soluzioni semplici, rapide e ‘indolore’ è più facile vivere di illusioni e rimanere bambini, che abbandonare i vantaggi degli appoggi esterni ed assumersi la responsabilità della propria crescita e dei propri desideri. Dall’evitamento al contatto Per stare bene e in salute è fondamentale in primis non perdere il contatto con l’esperienza reale di sé stessi, degli altri e della vita. Il malessere, a prescindere dalla forma che assume, ha sempre alla sua base l’evitamento, una interruzione del contatto con la realtà. In questi tempi liquidi, in cui dilaga la tendenza alla distrazione, a spostare l’attenzione all’esterno e da un oggetto all’altro, c’è bisogno, al contrario, di concentrazione. Il rimedio al dissolversi di ogni cosa è sviluppare presenza. Solidificare la propria identità, la propria vita affettiva e relazionale. Riportare l’attenzione innanzitutto al corpo, il grande assente dell’era informatica. A sensazioni ed emozioni, perchè è lì che abitano i nostri reali bisogni. Ed è dalla presenza, dal sentire profondo che rappresenta la bussola del vivere, che possiamo diventare consapevoli di noi stessi. Riconoscere e dare valore alla nostra forma, alla nostra sostanza e alla nostra esistenza.
Narcisismo: uno specchio di luci e ombre

Il narcisismo ci appartiene tutti. Dal sano amor proprio alle forme patologiche, grandiose e fragili: può avere molteplici volti. “Si illude, e vagheggia se stesso; è attratto dall’altro e lo attrae; si cerca, e il se stesso lo cerca: s’infiamma del fuoco che ha acceso”. (Ovidio) Il narcisismo sano La salute psichica è un sano equilibrio tra l’affermazione di sè e il riconoscimento dell’altro. Stiamo bene quando abbiamo consapevolezza del nostro valore, una fiducia affettuosa in ciò che siamo ed in ciò che siamo capaci di realizzare. Si tratta di sano narcisismo. Di un amor proprio senza presunzione che non svaluta né idealizza e che si costruisce ed esprime nell’incontro Io-Tu, a partire dalla relazione con le figure genitoriali. E’ attraverso le cure che riceviamo da bambini che sviluppiamo la percezione di noi stessi. Il nutrimento affettivo, il calore, le carezze e lo sguardo dell’altro sono fondamentali perché possiamo sentirci meritevoli d’amore, provare gratitudine e donare amore. Quando queste prime esperienze risultano carenti, l’equilibrio narcisistico non si realizza e al suo posto subentrano soluzioni di sopravvivenza, con una alterazione della capacità di riconoscersi e affermarsi. Il narcisismo patologico Il tema del narcisismo è sempre più al centro dell’attenzione di clinici e social media, in una società liquida, la nostra, improntata sull’immagine, sulla mistificazione del corpo e delle relazioni. Il narcisismo ha modi molto diversi di manifestarsi e non può essere ridotto ad una definizione. Poichè oltre ad essere una patologia è un aspetto sano dello sviluppo e della personalità, ci appartiene tutti. Ma se nella sua forma sana coincide con una buona autostima e la capacità di amare, nella sua forma disarmonica e patologica corrisponde ad uno squilibrio di questi aspetti. La considerazione di sè può essere vissuta con sentimenti di superiorità o inferiorità. Ai due estremi: il polo del narcisismo grandioso da una parte e il polo del narcisismo fragile dall’altra. Il disturbo narcisistico di personalità Il disturbo narcisistico di personalità, secondo il DSM-5, è caratterizzato da grandiosità (in fantasia e/o nel comportamento), bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Ma ciò che può rendere difficile la diagnosi è che tali caratteristiche possono non essere esplicite. Oltre al narcisista dell’immaginario collettivo, il vanaglorioso e pieno di sé, overt, esiste un narcisista più mascherato, covert, con una grandiosità segreta. Questo tipo, più che ammirazione, cerca approvazione, può apparire insicuro e mostrare disagio nelle relazioni. Il narcisismo può associarsi ad altri disturbi di personalità e assumere una forma ancor più articolata. Può avere tratti istrionici con maggiore richiesta di attenzione ed emotività eccessiva. Tratti evitanti con inibizione sociale, tratti ossessivi, con esigenze di controllo, tratti dipendenti con comportamenti adesivi. L’incapacità narcisistica di vedere l’altro, immedesimarsi nelle sue emozioni e nel suo dolore, può sfociare nel comportamento antisociale, con atti di violenza e assenza di rimorso. La ferita narcisistica Al di là delle definizioni cliniche, parlare di narcisismo vuol dire parlare di persone con ferite antiche, ovvero bambini che hanno imparato a negoziare con il proprio dolore a loro scapito e rinunciando all’amore. Quando l’ambiente non è in grado di soddisfare adeguatamente il bisogno di riconoscimento del bambino, quest’ultimo può difendersi dalla sofferenza ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. Negando così il suo bisogno d’affetto e la dipendenza. La protezione narcisistica, cui ricorre rifugiandosi in una originaria perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stato visto dai propri genitori per ciò che era. Non avendo fatto esperienza di amore, a sua volta non sarà in grado di amare. E, carente di riconoscimento, lo ricercherà nella vita manipolando gli altri. Manipolazione e coppia Il narcisista grandioso adotta strategie di compensazione del vuoto interiore che vanno verso una estrema autoesaltazione e/o svalutazione degli altri. L’altro non viene visto ma manipolato nella sua funzione di rimandare l’immagine idealizzata di sé. In coppia si concede senza darsi. Mostra attenzioni e comportamenti di conquista tesi a far sentire l’altro speciale, per assicurarsi il desiderio soggiogato del partner, la sua dipendenza sottomessa e idolatrante. In questa ambivalenza seduce, restituendo a sua volta all’altro un’immagine idealizzata, e al tempo stesso rifiuta, negando l’amore. Si creano così nella relazione dinamiche reciproche di svalutazione e idealizzazione, in cui ciascuno dei due partner trae il proprio vantaggio narcisistico e alimenta la propria aspettativa onnipotente. Del trionfo, in un caso, e di riuscire finalmente ad ottenere, con il proprio amore speciale e dandosi sempre di più, l’amore negato nell’altro caso. La fuga dalla relazione Nella storia di coppia è tipico l’alternarsi di momenti di vicinanza simbiotica, allontanamenti improvvisi e inaspettati ritorni. Il narcisista si sente minacciato dalla stabilità della relazione in cui può sentirsi solo o depresso. E’ a questa sua vulnerabilità che si sottrae, fino a spostare l’interesse verso un nuovo oggetto con cui riavviare il gioco della fascinazione e tornare a nutrire la sua grandiosità. A scegliersi, spesso, sono i poli estremi della dimensione narcisistica che, come Eco e Narciso nel mito di Ovidio, invece di evolversi vanno incontro al destino di non toccarsi mai. Il mito Narciso era bellissimo e adulato da tutti. Un giorno, specchiandosi in una sorgente, rimane così incantato e rapito dalla propria bellezza da gettarsi nelle acque per impossessarsi della sua immagine riflessa e finendo col morire del suo stesso amore. Mentre Eco, la ninfa che lo aveva amato e che aveva subìto il suo rifiuto, muore consumata dal dolore. In una variazione proposta da Oscar Wilde emerge il gioco di specchi a due in cui ciascun partner vede nell’altro se stesso. Dopo la morte di Narciso, la sorgente, trasformatasi in una pozza di lacrime salate, rivela alle ninfe il segreto del suo amore per Narciso. E così racconta che, quando lui si inchinava alla sua riva, lei poteva ammirare la propria bellezza nello specchio dei suoi occhi. Narcisismo e dipendenza Parlare di narcisismo vuol dire parlare implicitamente anche di dipendenza. Il narcisismo patologico è una negazione della dipendenza. Ma mentre nella dipendenza (patologica) si resta attaccati all’oggetto d’amore a scapito della