È giusto parlare di organizzazioni che riposano?

Quando si parla di riposo sul lavoro, il pensiero corre immediatamente alle persone: alle ferie, alle pause, ai tempi necessari per recuperare energiepsicofisiche. Più raramente ci si chiede se anche un’organizzazione abbia bisogno di riposare. Eppure un’organizzazione non è una macchina composta da ingranaggi uguali. È un sistema vivente fatto di persone, relazioni, comunicazioni, regole, abitudini e significati condivisi. Come ogni sistema complesso, anche l’organizzazione può accumulare stanchezza, tensioni e forme di disordine che, nel tempo, ne compromettono il funzionamento. Far riposare un’organizzazione non significa smettere di lavorare o ridurre l’impegno. Significa, invece, trovare il coraggio di rallentare per osservare ciò che sta accadendo. Significa sospendere, almeno per un momento, quegli automatismi che portano a fare le cose semplicemente perché si sono sempre fatte in quel modo. Molte organizzazioni vivono immerse in un “continuo fare”. Si moltiplicano le riunioni, le richieste urgenti, le comunicazioni e gli adempimenti. Si interviene continuamente per risolvere i problemi, ma raramente ci si ferma a chiedersi se proprio quel modo di procedere non stia contribuendo a generarli. Il riposo organizzativo nasce da questa seria consapevolezza. Non coincide con l’inattività, ma con una pausa riflessiva che permette di osservare i processi senza forzarli. In fondo, anche in natura la crescita ha bisogno dei suoi tempi. Il contadino,ad esempio, non può costringere una pianta a crescere più velocemente; può soltanto creare le condizioni favorevoli affinché il terreno, l’acqua e il sole svolgano il loro lavoro. Allo stesso modo, un’organizzazione non può essere spinta oltre i propri limiti senza rischiare di perdere l’ equilibrio. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Quando manca la capacità di fermarsi e osservare, le comunicazioni diventano poco chiare, le richieste si sovrappongono, i ruoli si confondono e le priorità cambiano continuamente. In queste condizioni, le persone faticano a orientarsi e a comprendere il significato di ciò che fanno. Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo produce conseguenze importanti. Genera stress, affaticamento emotivo, perdita di motivazione e un diffuso senso di incertezza. Talvolta il disimpegno, le assenze frequenti o la scarsa partecipazione non rappresentano un problema individuale, ma il segnale di un’organizzazione che ha perso la direzione di senso. Quando un’organizzazione entra in affanno, infatti, la responsabilità raramente appartiene a una singola persona. Più spesso le difficoltà derivano dal sistema stesso: procedure poco efficaci, comunicazioni frammentate, relazioni indebolite, obiettivi poco chiari o valori non sufficientemente condivisi. Per questo motivo è importante guardare all’organizzazione nel suo insieme. Procedure, ruoli, relazioni e valori rappresentano le fondamenta dell’equilibrio organizzativo. Se una di queste componenti si indebolisce, l’intero sistema ne risente. La lezione dell’agricoltura nelle organizzazioni. Ovidio scriveva che un campo riposato offre un raccolto più abbondante. Il riposo della terra non è un tempo vuoto. È un tempo di preparazione, di rigenerazione e di riequilibrio. Anche nelle organizzazioni accade qualcosa di simile. Un sistema sottoposto continuamente a pressioni, richieste urgenti rischia di esaurire le proprie risorse. Al contrario, concedersi momenti di rallentamento e di riordino permette di recuperare energia, chiarezza e capacità progettuale. In questa prospettiva, il riposo organizzativo non è un lusso né una perdita di tempo. È una forma di prevenzione. Significa fermarsi prima che il disordine diventi cronico e prima che le difficoltà si trasformino in disagio per le persone. Un’organizzazione che sa riposare è un’organizzazione che sa prendersi cura di sé. E proprio per questo è più capace di affrontare il futuro con equilibrio, consapevolezza ed efficacia.

Dipendenze: il circolo vizioso del senso di colpa

Nel precedente articolo abbiamo parlato del craving, quel desiderio intenso che può comparire anche quando una persona ha deciso di smettere. Un desiderio che può essere riconosciuto, raccontato e attraversato, sapendo che prima o poi passerà. Ma cosa succede quando matura una maggiore consapevolezza del malessere legato all’uso del comportamento o sostanza? A volte la persona sa che la sostanza le sta facendo male. Sa che la sua vita è cambiata, che alcune relazioni si sono deteriorate, che sta perdendo tempo, occasioni, fiducia. Eppure continua a tornare lì. Non perché non sappia cosa sta succedendo. Ma perché, a un certo punto, quella stessa sostanza può diventare un modo per non sentire ciò che sta succedendo. Il peso della colpa Può accadere qualcosa di paradossale: si torna a usare proprio per stare meno male. Ansia, tristezza, solitudine, rabbia, senso di colpa. Emozioni che la dipendenza stessa può aver contribuito ad alimentare diventano, a loro volta, motivi per ricercare la sostanza o il comportamento. E così il cerchio si chiude. Si sta male, si usa per stare meglio, si sta peggio, e proprio quel malessere diventa un nuovo motivo per usare. Dopo l’uso possono arrivare i pensieri. “Ancora una volta.”“Non cambierò mai.”“Ho deluso tutti.” Il senso di colpa può trasformarsi in vergogna, e la vergogna in una forma di autocritica sempre più dura. Ma c’è un problema: se quella sofferenza diventa insostenibile, la persona può cercare nuovamente ciò che, almeno per un momento, riesce a metterla a tacere. La sostanza diventa così non più una fonte di piacere, ma un modo per interrompere il dolore prodotto dalla dipendenza stessa. Il sollievo diventa un’urgenza improrogabile È forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno. “Se sai che ti fa male, perché lo fai ancora?” Perché sapere non significa necessariamente riuscire a tollerare ciò che si prova. Il sollievo immediato può avere un peso enorme quando il malessere è già presente. E più volte una persona ricorre a quella strategia, più facilmente può ritrovarsi nello stesso circuito. Questo meccanismo non riguarda soltanto le sostanze. In forme diverse può comparire anche in altri comportamenti problematici: mangiare per sedare un’emozione, rifugiarsi continuamente nei social per non sentire la solitudine, tornare in una relazione che fa soffrire per non affrontare la paura di stare soli. Non sono esperienze equivalenti e non tutte costituiscono una dipendenza patologica. Ma il meccanismo può avere qualcosa in comune: utilizzare qualcosa per modificare rapidamente uno stato interno difficile da sostenere. Spezzare il circolo! Nel cortometraggio Nuggets, il deterioramento del protagonista diventa progressivamente più evidente. Ciò che all’inizio sembrava portare leggerezza finisce per lasciare spazio alla sola sofferenza. Come si può interrompere un circolo in cui ciò che usiamo per stare meglio è diventato parte di ciò che ci fa stare male? Una parte della risposta sta proprio nel dare al senso di colpa i giusti confini. La colpa può infatti avere due componenti molto diverse: da una parte la critica incessante, che rischia di diventare autolesionista; dall’altra il senso di responsabilità, che può invece favorire il cambiamento. Si può riconoscere la propria responsabilità senza trasformarla in un giudizio su di sé e senza autosabotare il percorso di guarigione dalla dipendenza. Ma esiste anche un altro aspetto, che affronteremo nel prossimo articolo: la possibilità di valorizzare la ricaduta. Ricadere nel comportamento non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Può essere invece un episodio dal quale ricavare nuove informazioni e strumenti per affrontare in modo ancora più efficace le difficoltà del percorso di cura.

Il bisogno di controllare tutto: quando il controllo diventa una trappola

Avere il controllo della propria vita è un desiderio naturale. Organizzare gli impegni, pianificare il futuro e cercare di prevenire gli imprevisti può aiutarci a sentirci più sicuri e ad affrontare le sfide quotidiane con maggiore serenità. Tuttavia, quando il bisogno di controllo diventa eccessivo, può trasformarsi da risorsa a fonte di stress. Molte persone si accorgono di sentirsi in difficoltà quando qualcosa non va secondo i piani. Un ritardo, un cambiamento improvviso o una decisione presa da qualcun altro possono generare ansia, irritazione o un senso di perdita di equilibrio. In questi casi, il problema non è l’evento in sé, ma la difficoltà ad accettare che non tutto sia prevedibile. Perché abbiamo bisogno di controllare? Il bisogno di controllo è strettamente collegato al nostro desiderio di sicurezza. Il cervello tende a preferire ciò che conosce, perché ciò che è familiare appare meno minaccioso. Al contrario, l’incertezza richiede un maggiore dispendio di energie cognitive ed emotive. Per alcune persone, questo bisogno può essere particolarmente intenso. Esperienze di instabilità, delusioni o periodi di forte stress possono portare a sviluppare la convinzione che mantenere tutto sotto controllo sia l’unico modo per evitare nuove sofferenze. In realtà, il controllo assoluto è un’illusione. Possiamo influenzare molte situazioni, ma non possiamo eliminare completamente l’imprevedibilità che caratterizza la vita. I segnali di un controllo eccessivo Non sempre è facile riconoscere quando il bisogno di controllo sta diventando problematico. Alcuni segnali possono essere: Questi comportamenti possono offrire un sollievo momentaneo, ma spesso alimentano ulteriormente l’ansia, perché confermano l’idea che sia necessario controllare ogni aspetto della realtà. Il legame con l’ansia L’ansia e il bisogno di controllo sono spesso collegati. Quando ci sentiamo minacciati da ciò che non possiamo prevedere, cerchiamo strategie per ridurre il disagio. Controllare ripetutamente, verificare, pianificare o anticipare ogni possibile scenario può dare una sensazione temporanea di sicurezza. Il problema è che questa sicurezza dura poco. Ben presto emergono nuovi dubbi e nuovi aspetti da controllare, creando un circolo vizioso in cui il bisogno di certezza cresce invece di diminuire. Imparare a tollerare l’incertezza Accettare che non tutto sia controllabile non significa essere passivi o rinunciare alle proprie responsabilità. Significa distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che, invece, sfugge inevitabilmente al nostro controllo. Una domanda utile può essere: “Su cosa posso realmente agire in questa situazione?”. Concentrarsi sulle proprie azioni, anziché sugli esiti, permette di investire le energie in modo più efficace. Anche concedersi la possibilità di commettere errori rappresenta un passaggio importante. L’errore non è necessariamente il segnale di un fallimento, ma una parte naturale dell’apprendimento e della crescita personale. Piccoli esercizi quotidiani Allenare la flessibilità psicologica è possibile anche attraverso semplici esperimenti nella vita di tutti i giorni. Si può, ad esempio, scegliere deliberatamente di non controllare due volte un’attività già svolta, lasciare che qualcun altro organizzi un dettaglio di un progetto oppure affrontare una giornata senza programmare ogni momento. Queste esperienze possono risultare inizialmente scomode, ma aiutano gradualmente a sviluppare una maggiore tolleranza verso l’incertezza. Anche pratiche come la mindfulness possono favorire una maggiore consapevolezza del momento presente, riducendo la tendenza a preoccuparsi costantemente di ciò che potrebbe accadere in futuro. Quando è utile chiedere aiuto Se il bisogno di controllo limita la vita quotidiana, crea conflitti nelle relazioni o provoca una sofferenza significativa, un percorso psicologico può aiutare a comprendere le cause profonde di questo meccanismo e a sviluppare strategie più funzionali per gestire l’ansia e l’incertezza. L’obiettivo non è eliminare il desiderio di organizzare o pianificare, ma imparare a convivere con quella parte di imprevedibilità che fa inevitabilmente parte dell’esperienza umana. La vita non può essere controllata in ogni suo dettaglio. Paradossalmente, più cerchiamo di eliminare ogni incertezza, più rischiamo di sentirci prigionieri delle nostre stesse regole. Imparare a distinguere tra ciò che possiamo influenzare e ciò che dobbiamo accettare rappresenta una competenza preziosa per il benessere psicologico. La vera sicurezza non nasce dal controllo assoluto, ma dalla fiducia nella propria capacità di affrontare anche ciò che non si può prevedere.

Il figlio sintomatico e l’angoscia dei genitori: una lettura del legame familiare

Vivere accanto a un adolescente che soffre psicologicamente significa abitare una tensione continua tra presenza e impotenza. Quando emerge una diagnosi — che riguardi l’umore, il comportamento, il ritiro sociale, le dipendenze, l’area psicotica o gravi difficoltà nella regolazione emotiva — non è soltanto il ragazzo a entrare in crisi. Anche il legame familiare viene profondamente trasformato. Molti genitori raccontano la sensazione di vivere accanto a un figlio che, improvvisamente, non riescono più a raggiungere. Lo riconoscono e allo stesso tempo non lo riconoscono più. Il figlio che prima cercava protezione può diventare distante, aggressivo, oppositivo o completamente chiuso nel silenzio. La relazione si riempie di incomprensioni, conflitti, paura di sbagliare. Dal punto di vista psichico, la diagnosi produce spesso una frattura nell’immaginario familiare.Ogni genitore costruisce inconsapevolmente rappresentazioni del proprio figlio: ciò che sarà, ciò che diventerà, il modo in cui crescerà, il tipo di relazione che avranno. Quando irrompe il sintomo, queste immagini vacillano. E insieme ad esse vacilla anche il senso di sé come genitore. L’adolescenza, già di per sé, è un tempo di profonda destabilizzazione. Il corpo cambia, il rapporto con l’autorità si modifica, il figlio cerca separazione e autonomia. Ma quando a questo si aggiunge una sofferenza psichica importante, la trasformazione assume spesso il carattere di un’urgenza emotiva difficile da contenere. Molti genitori iniziano a vivere in uno stato di allerta costante. Controllano il tono della voce del figlio, i silenzi, gli sguardi, i movimenti, il sonno, il cibo, le uscite. La quotidianità si organizza progressivamente attorno al tentativo di prevenire la prossima crisi. La casa smette di essere soltanto uno spazio familiare e diventa un luogo emotivamente saturo, attraversato da tensioni invisibili ma continue. In queste situazioni, il genitore è spesso preso in un doppio movimento contraddittorio: da una parte sente il bisogno di proteggere il figlio da tutto ciò che potrebbe ferirlo; dall’altra prova rabbia, esasperazione o desiderio di distanza quando il comportamento del ragazzo diventa troppo difficile da sostenere. Questa ambivalenza genera frequentemente senso di colpa. Molti genitori si spaventano delle proprie emozioni: della stanchezza, della rabbia, del sollievo nei momenti di calma o del desiderio, talvolta, di sottrarsi a una situazione percepita come troppo pesante. Ma vivere accanto a una sofferenza psichica intensa espone inevitabilmente anche chi cura a un logoramento emotivo. Il sintomo adolescenziale, inoltre, non sempre assume forme che suscitano immediata empatia. Alcuni ragazzi esprimono il dolore attraverso il conflitto continuo, la provocazione, l’aggressività o l’attacco al legame. In questi casi il genitore rischia progressivamente di vedere soltanto il comportamento manifesto, perdendo contatto con la sofferenza che lo sostiene. È qui che molte famiglie entrano in una spirale dolorosa. Più il ragazzo attacca o si oppone, più il genitore irrigidisce il controllo; più il controllo aumenta, più l’adolescente vive il legame come invasivo o persecutorio. Il sintomo finisce allora per occupare tutto lo spazio relazionale. In alcune famiglie si crea persino una sorta di organizzazione attorno alla crisi. Tutti iniziano inconsapevolmente a ruotare attorno al membro più fragile: fratelli che si adattano in silenzio, genitori che rinunciano alla propria vita personale, coppie che smettono di esistere al di fuori della funzione genitoriale. Dal punto di vista clinico, uno degli aspetti più importanti è aiutare i genitori a distinguere il figlio dal suo sintomo. Un adolescente può avere comportamenti molto difficili senza coincidere interamente con essi. Dietro alcune esplosioni aggressive esistono spesso vissuti profondi di angoscia, vergogna, esclusione o paura del legame. Allo stesso tempo, è fondamentale che i genitori possano ritrovare uno spazio psichico proprio. Quando tutta la vita familiare viene assorbita dall’emergenza, il rischio è che il sintomo diventi l’unico organizzatore del legame. Il lavoro terapeutico permette allora di reintrodurre differenze, confini e possibilità di pensiero là dove tutto rischia di essere agito nell’urgenza. Vivere accanto a un figlio con una diagnosi significa anche confrontarsi con il limite. Il limite di non poter guarire immediatamente il dolore dell’altro. Il limite di non capire sempre. Il limite di non riuscire a controllare tutto. Ma proprio accettando questo limite può aprirsi una posizione diversa nel legame. Non quella del genitore onnipotente che deve salvare il figlio a ogni costo, né quella del genitore sconfitto che rinuncia alla relazione. Piuttosto quella di un adulto che, pur nella fatica, continua a restare presente senza ridurre il figlio esclusivamente alla sua sofferenza. Perché anche quando il sintomo invade il legame, il soggetto non coincide mai completamente con la diagnosi. E spesso il lavoro più importante non è eliminare immediatamente il sintomo, ma permettere che il ragazzo possa continuare a sentirsi guardato come qualcuno che esiste oltre esso.

Parlare di sessualità con i figli: perché il silenzio non li protegge

Educare all’affettività significa accompagnare, non anticipare Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per parlare di sessualità con i propri figli. Per imbarazzo o timore di “anticipare i tempi”, spesso si sceglie di aspettare. Si pensa che evitare l’argomento possa preservare l’innocenza dei ragazzi o ritardare il loro interesse verso la sessualità. In realtà, la curiosità, le domande e i primi impulsi fanno parte del normale sviluppo. Ignorarli non significa impedirne la comparsa, ma lasciare che vengano affrontati altrove, spesso attraverso i coetanei o i contenuti online. Parlare di sessualità non significa incoraggiare determinati comportamenti. Significa offrire ai ragazzi uno spazio in cui ciò che stanno vivendo possa essere riconosciuto, nominato e compreso. Accogliere il desiderio senza rinunciare ai limiti Uno degli errori più comuni è pensare che validare un impulso significhi giustificarlo. Accogliere la comparsa del desiderio come parte naturale della crescita è molto diverso dal dire che “tutto è permesso”. Come accade per altre emozioni e impulsi, anche la sessualità ha bisogno di essere accompagnata e regolata. L’educazione affettiva non insegna a reprimere il desiderio, ma ad attribuirgli un significato all’interno della relazione con l’altro. È proprio qui che il dialogo con gli adulti diventa fondamentale. Scoprire che anche l’altro ha desideri, tempi e confini La maturazione affettiva passa attraverso una scoperta importante: l’altra persona non esiste per soddisfare i nostri bisogni. Ogni relazione implica il riconoscimento dei desideri, delle emozioni e dei limiti dell’altro. Parlare di consenso, rispetto e reciprocità non significa affrontare temi troppo complessi per gli adolescenti, ma aiutarli a costruire relazioni più sane. L’educazione affettiva, quindi, non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda il modo in cui impariamo a stare in relazione con gli altri. Ogni età ha le sue parole Parlare di sessualità con un ragazzo di dodici anni non è la stessa cosa che parlarne con uno di diciassette. Questo non significa censurare alcuni argomenti, ma adattare il linguaggio e i contenuti al livello di sviluppo del ragazzo. Con i più piccoli sarà importante rispondere alle domande sul corpo, sui cambiamenti della pubertà, sulla privacy e sul rispetto. Con gli adolescenti più grandi entreranno gradualmente in gioco temi come il consenso, le relazioni affettive, la contraccezione e la responsabilità reciproca. Ciò che conta non è dire tutto subito, ma essere disponibili ad accompagnare la crescita passo dopo passo. Un dialogo che protegge In un’epoca in cui molte informazioni sono facilmente accessibili, il ruolo degli adulti non è quello di controllare ogni contenuto, ma di aiutare i ragazzi a dare significato a ciò che incontrano. L’educazione affettiva non sottrae spazio alla famiglia né accelera lo sviluppo. Al contrario, offre ai genitori l’opportunità di trasformare un tema spesso vissuto con imbarazzo in un’occasione di dialogo e fiducia. Perché i ragazzi cresceranno comunque. La differenza sta nel fatto che possano farlo sapendo di avere accanto adulti disposti ad ascoltare, rispondere e accompagnarli con rispetto. Bibliografia

Perché tendiamo a essere così severi con noi stessi? Il ruolo dell’autocritica e come sviluppare l’auto-compassione

Quante volte ci è capitato di commettere un errore e di rivolgerci parole che non diremmo mai a una persona a cui vogliamo bene? Frasi come “Non ne combino mai una giusta”, “Non sono abbastanza capace” oppure “Dovevo fare meglio” sono esempi di autocritica, un dialogo interiore che può influenzare profondamente il nostro benessere psicologico. L’autocritica non è sempre negativa. In alcuni casi rappresenta uno strumento utile per riconoscere gli errori, imparare dall’esperienza e migliorare. Il problema nasce quando diventa costante, rigida e sproporzionata, trasformandosi in una lente attraverso cui valutiamo ogni aspetto di noi stessi. Da dove nasce l’autocritica? Le origini possono essere molteplici. Le esperienze vissute durante l’infanzia, l’educazione ricevuta, le aspettative familiari, il confronto con gli altri e la pressione sociale possono contribuire alla costruzione di un dialogo interiore particolarmente esigente. Anche i social media possono amplificare questo fenomeno. Essere continuamente esposti a immagini di successo, perfezione e felicità può favorire confronti poco realistici e alimentare la sensazione di non essere mai abbastanza. Gli effetti sul benessere psicologico Quando l’autocritica diventa uno stile abituale di pensiero, può contribuire ad aumentare stress, ansia e senso di inadeguatezza. Le persone molto autocritiche tendono spesso a minimizzare i propri successi e ad attribuire grande importanza agli errori, creando un circolo vizioso in cui ogni difficoltà sembra confermare un’immagine negativa di sé. Questo atteggiamento può anche influenzare le relazioni, il lavoro e la capacità di affrontare nuove sfide, perché la paura di sbagliare porta talvolta a evitare situazioni che potrebbero invece rappresentare opportunità di crescita. Che cos’è l’auto-compassione? Negli ultimi anni la ricerca psicologica ha dedicato crescente attenzione al concetto di auto-compassione. Essere auto-compassionevoli non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi. Significa, piuttosto, imparare a trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. L’auto-compassione comprende tre elementi fondamentali: Questa prospettiva non elimina i problemi, ma aiuta ad affrontarli con maggiore equilibrio emotivo. Alcune strategie utili Esistono piccoli esercizi che possono aiutare a modificare gradualmente il dialogo interiore. Il primo consiste nell’osservare i propri pensieri senza considerarli automaticamente veri. Chiedersi: “Parlerei così a una persona a cui tengo?” può aiutare a riconoscere quanto spesso siamo più severi con noi stessi che con gli altri. Un secondo esercizio consiste nel sostituire i giudizi assoluti con valutazioni più realistiche. Invece di pensare “Ho fallito”, si può provare a dire: “Questa volta le cose non sono andate come speravo, ma posso capire cosa migliorare.” Infine, è utile ricordare che il valore personale non coincide con le prestazioni. Un errore descrive un comportamento, non definisce l’identità di una persona. Quando chiedere un supporto Se l’autocritica è così intensa da compromettere la qualità della vita, le relazioni o il benessere emotivo, confrontarsi con uno psicologo può rappresentare un’importante occasione di crescita. Attraverso un percorso psicologico è possibile comprendere l’origine di questi schemi di pensiero e sviluppare modalità più equilibrate di rapportarsi a sé stessi. Essere gentili con sé stessi non significa accontentarsi o rinunciare agli obiettivi. Significa creare le condizioni psicologiche migliori per affrontare le difficoltà, imparare dagli errori e continuare a crescere. Coltivare un dialogo interiore più equilibrato è un processo che richiede tempo, ma può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità.  E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024

Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.

“Costruire” il Pensiero: adolescenza e crisi di simbolizzazione

L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi. Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo. L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire. La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere. In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione. In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione. Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili. Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato. Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento. L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.

Effetto Zeigarnik e i file mentali non chiusi

La psicologa lituana Zeigarnik teorizzò all’inizio del secolo scorso un fenomeno psicologico che porta il suo nome. Tale effetto riguarda il fatto che la mente umana ha la tendenza a ricordare, con maggiore facilità e insistenza, i compiti e le azioni rimaste incomplete. L’autrice, in seguito all’esperimento sottoposto ai suoi studenti, notò che quelle attività non completate creavano una tensione psicologica che impediva al cervello di concentrarsi su altri processi. Da qui, l’effetto Zeigarnik inquadra proprio quella tendenza delle persone a chiudere i cosiddetti cerchi mentali per evitare quindi l’ansia da completamento. Nella vita quotidiana, spesso, L’incalzare degli eventi, la procrastinazione, il sovraccarico cognitivo e lo stress giocano un ruolo determinante nel non portare a termine i compiti. Così facendo, l’individuo, anziché portare coscientemente l’attenzione altrove, lascia aperti dei processi cognitivi che creano tensione in sordina, fino a quando non vengono conclusi. Ne consegue spesso una sensazione di sopraffazione per tutte quelle cose ancora da dover fare, creando confusione e stress mentale. Capita di frequente, che il completamento del compito può essere risolto in breve tempo invece di lasciare il file mentale aperto. Ocomunque può essere scomposto in piccoli blocchi orientati alla conclusione che determinerebbe una situazione mentale di soddisfazione e ordine.