Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.
Narrazioni nelle relazioni scuola-famiglia

Narrazioni nella relazione scuola-famiglia
NARCISO: IL MITO

di Raffaele Ioannoni Quello di Narciso è un mito molto famoso. In un modo o nell’altro lo conosciamo tutti. Narciso nacque dall’unione del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope. Questo ragazzo era bellissimo. Si racconta che ovunque andasse facesse strage di cuori: tutti si innamoravano di quel giovane. Ma Narciso, casto e puro, rifiutava di concedersi a chiunque. Insomma, bello e impossibile. Il giovane amava la caccia e passava quanto più tempo poteva nei boschi. Un giorno, la ninfa Eco lo vide e subito se ne innamorò. Eco aveva ricevuto una terribile punizione da Giunone: un giorno la ninfa aveva distratto con interminabili discorsi la moglie di Giove per permettere alle amanti di suo marito di nascondersi. Giove era un romanticone, lo sanno tutti. E Giunone, capito l’inganno della ninfa, decise di punirla in modo esemplare. “D’ora in poi, maledetta Eco, tu potrai solo ripetere le parole che udirai e non potrai più parlare se non in questo modo.” Eco, rimasta folgorata dalla bellezza del giovane, non vedeva l’ora di rivolgergli la parola… soltanto che non poteva parlare per prima! Allora decise di fare rumore muovendo le fronde di un albero. “Chi va là!” disse Narciso spaventato. “…Là!” rispose Eco. “Tu chi sei?” “…Chi Sei!” “Lasciami in pace! Non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” “…non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” Il bel giovane, infastidito del comportamento della ninfa, se ne andò. Ma Eco non si diede per vinta e lo seguì. Prima per un giorno, poi per un altro e poi un altro ancora, ma Narciso proprio non ne voleva sapere di quella ninfa fastidiosa! Come ogni mito che si rispetti, la storia ha un tragico epilogo. La povera Eco visse tutti i suoi giorni invocando Narciso finché, consumata dal suo amore impossibile, perse ogni cosa. Di lei rimase solo la voce che costantemente ripeteva le ultime sillabe dei viandanti che passavano lungo la strada. Fu allora che la dea Nemesi, provando pietà per la ninfa, decise di punire Narciso. Lo condusse verso uno specchio d’acqua limpida ed il giovane, che mai aveva visto la propria immagine, si guardò per la prima volta. Narciso rimase folgorato dalla propria bellezza e si fermò a mirare e rimirare la sua immagine riflessa nello specchio d’acqua per tutta la sua esistenza. Consunto da questo vano amore, Narciso si spense e il suo corpo, ormai privo di vita, fu sostituito dalla dea Nemesi con un piccolo fiore. Ancora oggi questo fiore porta il nome di quel giovane che per arroganza, mai si concesse a niente e nessuno, rimanendo innamorato solo di una vana illusione. IL NARCISISMO E L’INDIVIDUO. Buona parte della psicologia, tende a concepire il narcisismo come una struttura nella quale l’altro non esiste: il narcisista, perennemente innamorato di sé, userebbe l’altro solo come uno strumento da manipolare per ottenere i propri scopi… In questo articolo vorrei dare una spiegazione diversa. Iniziamo con il fare chiarezza: il termine narcisismo si riferisce a tutto ciò che ha a che fare con un io che si rapporta a sé stesso: in questo senso, masturbarsi è narcisistico, truccarsi è narcisistico, vestirsi bene per un’occasione speciale è narcisistico, curare il proprio aspetto e la propria figura è narcisistico etc etc.. Tuttavia, il narcisismo si configura sempre come una coppia. “Ma come è possibile?” potresti pensare. Prova a riflettere… Quando ti guardi da solo allo specchio in quanti siete? Sempre in due! Uno che guarda ed uno che è guardato! La prima operazione che compie lo specchio è quella di sdoppiarti… è come se ci fossero due io: un io che getta il proprio sguardo verso lo specchio, ed un io che getta il proprio sguardo dallo specchio. In sintesi, c’è un io, colui che guarda chiamato soggetto, ed un me, cioè colui che è guardato, chiamato oggetto: il me è la reificazione dell’io con la quale ci si identifica. Per capire questo gioco ti faccio una domanda: come fai a sapere di che colore sono i tuoi occhi? Oppure prova a completare questa frase: Io sono…… Alto? Basso? Bello? Brutto? Intelligente? Stupido? Ecco la natura del me, ovvero l’immagine che assumiamo di noi stessi in modo mediato (non immediato!) e che diamo agli altri. Il me è la risposta più semplice alla domanda “Chi sono io?” “Eccomi lì! Io sono quella cosa che vedo riflessa nello specchio!” E così si apre alla dialettica tra l’io ed il me, quella immagine che l’io assume come propria rappresentazione. Io è un altro, come diceva Rambeau. Ad esempio, Instagram è interamente costruito sul me: ogni pagina personale è un piccolo tempietto in cui l’individuo costruisce il proprio me come un oggetto da mostrare agli altri utenti. Ed è subito sdoppiamento ed alienazione… La divisione allo specchio permette la nascita dell’io ideale, che altro non è che il me, ravvisabile nell’insieme di attributi usati per descrivere quell’immagine che vediamo, che desideriamo, che crediamo di essere. Questa parola, tuttavia, racchiude in sé una piccola trappola: il sinonimo di ideale non è perfetto ma irreale. Quindi attenzione! Si tratta di io-ideale ogni volta che si attribuiscono a se stessi o all’altro, qualità che non è detto gli appartengano, sia in senso encomiastico che dispregiativo.Se vuoi un esempio più concreto, l’io-ideale emerge chiaramente nelle prime fasi dell’innamoramento: hai mai posto attenzione al modo in cui un uomo o una donna parlano del loro nuovo partner o della loro nuova fiamma? O magari al modo in cui tu ne parli? Hanno sempre delle qualità che rasentano il divino, qualità che sono ideali, cioè illusorie! Infatti, spesso, quando passa la fase di innamoramento e non si è più così accecati dal proprio ideale
Nankurunaisa: un consiglio di vita dal Giappone

Il termine giapponese nankurunaisa è diventato un motto di positività ben augurante. In realtà, esso è inserito all’interno di una frase , la cui traduzione letterale è “ le cose andranno da sé “. Nella tradizione giapponese, infatti, nankurunaisa si usa nelle situazioni in cui il tempo può essere un valido aiuto per il cambiamento delle cose e delle persone. In una società dove tutto scorre estremamente in fretta, il motto orientale diventa un invito a non affannarsi. Con il diffondersi del Covid, cinque anni fa, sui balconi di tutta Italia, cominciarono a spuntare degli striscioni con la famosa frase “ Andrà tutto bene “. L’analogia tra i due motti richiama, alla nostra attenzione, l’aspetto terapeutico dello scorrere del tempo. L’importanza di uno spazio temporale personale costituisce un punto cruciale per la crescita e il benessere psicologico di ciascuno. Affidarsi alla nankurunaisa, non significa aspettarsi in maniera inerme che la vita faccia il proprio corso. Al contrario, il nostro cervello, attraverso la cronostesia, fa il suo personale viaggio nel tempo. Ed è proprio grazie al tempo che impariamo, gradualmente, a guardare le cose dalla giusta prospettiva. Possiamo quindi renderci consapevoli che non possiamo né controllare tutto, né sistemare tutto nell’immediatezza. Lo scorrere del tempo è la possibilità che concediamo al nostro libero arbitrio di prendere decisioni. L’aspetto fiducioso che porta con sé il nankurunaisa aiuta quindi le persone ad accoglierlo come un mantra da ripetere. Diventa quindi un atto di speranza verso il domani e il futuro, proprio perché è portatore di cambiamenti. Ci permette, inoltre, di farci un importante regalo dal valore inestimabile, il nostro tempo, soprattutto in momenti difficili Un tempo, in cui non ci facciamo travolgere dagli eventi, nè sopraffare dalla fretta e dall’affanno. Al contrario, impariamo che il qui e ora del nostro presente ci consentirà di arrivare all’essenza del nankurunaisa.
Mutismo selettivo: cosa succede quando a parlare è il silenzio

Il Mutismo Selettivo non è un fenomeno dovuto a qualche disfunzione organica o ad un’incapacità correlata allo sviluppo, ma è un atteggiamento di risposta ad un forte stato emotivo legato all’ansia. Nonostante vogliano farlo, i bambini con mutismo selettivo NON riescono a parlare fuori casa o in presenza di estranei, si bloccano, e ciò avviene in particolare in luoghi pubblici o nei contesti sociali più ansiogeni come, ad esempio, l’asilo o la scuola. Al contrario di quanto avviene in tali contesti, a casa, negli ambienti familiari e con le persone con cui si sentono a loro agio, si esprimono normalmente e a volte sono dei grandi chiacchieroni. Il Mutismo Selettivo ha un esordio precoce: in genere si presenta all’inserimento nella scuola dell’infanzia o nel primo periodo della scolarizzazione, poiché nell’ambiente scolastico aumentano le aspettative e la pressione affinché il bambino parli. È importante considerare che nel primo mese di scuola dell’infanzia o primaria i bambini possono essere timidi o riluttanti a parlare. È necessario aspettare che questo periodo iniziale sia passato, prima di ipotizzare la presenza del Mutismo Selettivo. Capita però che gli insegnanti tardino a segnalare ai genitori che il bambino a scuola non parla, scambiando il Mutismo Selettivo per semplice timidezza. Come appaiono i bambini con Mutismo Selettivo? Alcuni bambini con Mutismo Selettivo rimangono immobili, non interagiscono, non iniziano un gioco e a volte non rispondono agli inviti al gioco dei compagni. Anche il linguaggio del corpo può essere impacciato, lo sguardo sfuggente e assente, il viso inespressivo. Sembra che ignorino gli altri, mentre in realtà sono così ansiosi e impauriti da essere letteralmente bloccati, tanto da non riuscire a rispondere. È come se si sentissero su un palcoscenico, al centro dell’attenzione ~ proprio quello che vogliono evitare ~ e questo fa aumentare la loro ansia. Altri bambini invece sono meno rigidi e utilizzano forme di comunicazione alternativa; ad esempio usano la mimica o i gesti per comunicare con i loro interlocutori. I bambini con Mutismo Selettivo sono in genere molto sensibili sia alle percezioni sensoriali (rumori, urli, tono della voce molto alto) che al giudizio degli altri: se commettono un errore, possono preoccuparsene tutta la notte; se l’insegnante alza la voce, si chiedono se la colpa è loro. Per questi bambini può costituire un problema non solo il far sentire la propria voce, ma anche il fatto che le persone li VEDANO parlare; infatti, se riescono a bisbigliare qualcosa a qualcuno spesso si coprono la bocca con la mano. Sono bambini molto pignoli e perfezionisti; sono anche abitudinari, perché le novità destabilizzano le loro sicurezze e provocano loro ansia. Per questo motivo i cambiamenti devono essere graduali. Può spesso accadere che in classe restino muti, mentre appena fuori dall’aula o dalla scuola, inizino a parlare con i genitori e a volte anche con qualche compagno. Consigli per gli insegnanti Il primo passo è quello di alleviare l’ansia in classe, creando un clima disteso e rilassato in cui il bambino si senta più possibile a proprio agio. Non considerare oppositivo il comportamento del bambino con Mutismo Selettivo: non c’è intenzionalità nel non parlare anzi al contrario il bambino vorrebbe riuscire, ma l’ansia gli impedisce di farlo, bloccandogli le parole in gola. Non mettere sotto pressione il bambino e non ingannarlo con promesse o ricatti perché parli. Rispettare i suoi tempi. Concedere inizialmente al bambino di utilizzare il linguaggio non verbale. Bisogna graduare le aspettative, fissando obiettivi intermedi. Il bambino non uscirà dal Mutismo Selettivo tutto d’un tratto, serviranno piccoli passi e probabilmente molto tempo. Permettere al bambino di indicare, di usare lo sguardo, l’alzata di mano o di scrivere su un foglio le risposte. Nell’attività del circle-time, non fare domande a tutti, ma lasciare la libertà di intervenire o meno. Evitare gli interventi a turno, perché nei bambini con Mutismo Selettivo l’ansia aumenta quando il loro turno si avvicina. Far sedere il bambino vicino al compagno preferito non di fronte all’insegnante, lontano dalla porta. Fare attenzione alle prese in giro: il bambino non deve essere etichettato come “bambino che non parla”. Spiegare alla classe, concordando prima con il bambino e in sua presenza, che tutti abbiamo paura di qualcosa, e che il compagno sa parlare ma a volte non riesce a far uscire le parole. In questa occasione, ogni compagno di classe avrà lo spazio per parlare delle proprie paure. Si può migliorare l’autostima del bambino affidandogli piccoli compiti e incarichi alla sua portata e favorendo l’attività in coppia o in gruppi di 3 componenti, possibilmente con compagni con cui il bambino si sente a proprio agio. Alcuni bambini con Mutismo Selettivo non amano produrre rumori o suoni, anche meccanici; è utile abituarli a non temere di produrre suoni attraverso il gioco. Sempre attraverso il gioco, possono essere incoraggiati a fare rumore e a produrre suoni con la bocca (risate, soffi, fischi). Quelli che per noi sono gesti scontati, per loro sono grandi passi che costituiscono l’inizio di una comunicazione verbale. Non fare domande dirette al bambino. Nel caso la risposta possa essere un “sì” o un “no”, permettergli di rispondere con un gesto del capo per farlo sentire coinvolto nella conversazione di classe. Tenere presente che se il bambino parla una volta, non è detto che poi parlerà sempre. È anche importante controllare le reazioni quando il bambino pronuncia qualche parola: non bisogna mostrare eccessivo entusiasmo per l’accaduto (“Maestra, X ha parlato!!!”). È probabile che il bambino inizi a parlare con un suo pari piuttosto che con l’insegnante; in questo caso evitate di dire che avete sentito la sua voce. Uno dei problemi per gli insegnanti è la valutazione: si possono utilizzare compiti scritti o chiedere ai genitori di effettuare a casa delle registrazioni mentre il bambino ripete la lezione o legge a voce alta. Si potrebbe dare la consegna a tutti gli alunni e poi ascoltare insieme tutte le registrazioni in classe. Tenere presente che le valutazioni creano tensione ai bambini con Mutismo Selettivo, in alcuni casi anche quelle scritte. Il Mutismo Selettivo rientra pienamente nella definizione dei
Mobbing: Un Fenomeno da Comprendere e Combattere

Il mobbing è un fenomeno purtroppo diffuso negli ambienti di lavoro, caratterizzato da comportamenti vessatori, intimidatori e persecutori messi in atto da colleghi o superiori nei confronti di un individuo. Questo articolo esplorerà il mobbing, definendolo, analizzandone le cause, gli effetti e offrendo strategie per affrontarlo e prevenirlo. Che Cos’è il Mobbing? Il termine “mobbing” deriva dall’inglese “to mob,” che significa aggredire o assalire in gruppo. In ambito lavorativo, il mobbing si riferisce a una serie di comportamenti sistematici e prolungati nel tempo volti a isolare, emarginare e danneggiare un lavoratore. Questi comportamenti possono includere critiche ingiustificate, isolamento sociale, assegnazione di compiti umilianti o eccessivi, e diffusione di voci dannose. Cause del Mobbing Le cause del mobbing sono molteplici e complesse, spesso radicate nelle dinamiche interpersonali e organizzative. Alcuni fattori comuni includono: Competizione e Invidia: La competizione per promozioni, riconoscimenti o semplicemente per la propria posizione può generare invidia e comportamenti ostili. Stili di Leadership Autoritari: Manager autoritari o insicuri possono utilizzare il mobbing come strumento di controllo. Cultura Aziendale Tossica: Ambienti di lavoro caratterizzati da una mancanza di rispetto e collaborazione possono favorire il mobbing. Differenze Personali: Differenze di genere, etnia, orientamento sessuale o personalità possono innescare comportamenti discriminatori e persecutori. Effetti del Mobbing Il mobbing ha conseguenze gravi e durature sia per le vittime che per l’ambiente di lavoro nel suo complesso. Gli effetti possono includere: Conseguenze Psicologiche: Ansia, depressione, stress post-traumatico e riduzione dell’autostima sono comuni tra le vittime di mobbing. Conseguenze Fisiche: Problemi di salute fisica, come disturbi del sonno, mal di testa, e malattie psicosomatiche possono derivare dal mobbing. Riduzione della Produttività: Il mobbing può portare a una diminuzione della produttività e della motivazione, non solo per la vittima, ma anche per l’intero team. Aumento del Turnover: Un ambiente di lavoro ostile può aumentare il tasso di turnover, con conseguenti costi di reclutamento e formazione per l’azienda. Strategie per Affrontare e Prevenire il Mobbing Affrontare e prevenire il mobbing richiede un approccio proattivo e sistematico. Ecco alcune strategie efficaci: Promuovere una Cultura Aziendale Positiva: Creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto, la collaborazione e l’inclusività è fondamentale per prevenire il mobbing. Formazione e Sensibilizzazione: Organizzare sessioni di formazione per dipendenti e manager sul riconoscimento e la gestione del mobbing. Procedure di Segnalazione: Stabilire canali chiari e riservati per la segnalazione di comportamenti di mobbing, garantendo che le denunce vengano prese sul serio e investigate adeguatamente. Supporto alle Vittime: Offrire supporto psicologico e consulenze alle vittime di mobbing, aiutandole a recuperare e a reintegrarsi nel ambiente lavorativo. Interventi Decisi: Agire con decisione contro i comportamenti di mobbing, applicando le politiche aziendali e, se necessario, sanzioni disciplinari. Conclusione Il mobbing è un fenomeno dannoso che mina la salute e il benessere dei lavoratori, oltre a compromettere l’efficienza e l’armonia dell’ambiente di lavoro. Comprendere le cause e gli effetti del mobbing è il primo passo per combatterlo. Attraverso la promozione di una cultura aziendale positiva, la formazione, e l’implementazione di procedure efficaci, le organizzazioni possono creare un ambiente di lavoro più sano e produttivo. È essenziale che le aziende prendano sul serio il mobbing e adottino misure concrete per prevenire e affrontare questo problema.
MOBBING: Terrore psicologico negli ambienti di lavoro

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Non ci sto. Non ci starei. Non ci vorreistare. Eppure…non posso, non potrei,non vorrei dovere. Qualche tempo fa mi ha molto colpito un articolo, apparso su un quotidiano nazionale, che parlava di un caso di un lavoratore sottoposto a vessazioni da parte del datore di lavoro, in quanto la vittima, convivente con una persona immunodepressa avrebbe voluto ricorrere all’istituto dello smart working, appunto per tutelare la salute della persona convivente vista l’attuale emergenza sanitaria da Covid-19. Il datore di lavoro nel non concedere tale strumento normativo, ha costretto il lavoratore da prima a bruciare tutte le ferie ed in seguito lo ha di fatto costretto ad assentarsi dal lavoro per “finte” malattie che lo hanno portato alla fine all’esclusione dal gruppo di lavoro ed in seguito a perdere il lavoro. Oggi, si identifica questo fenomeno come “Mobbing”. Nel lavoro, si creano alleanze e collaborazioni spesso più basate sulla simpatia, sulle connivenze e talvolta sull’amicizia, piuttosto che sulla vera professionalità. Ma in molti casi, si scatenano antipatie e modalità di reazione decisamente critiche tra colleghi e superiori. Vi sono persone, che a seguito di queste c.d. “ostilità” nell’ambiente lavorativo si sentono afflitte fino al punto di ammalarsi. Questa reazione di disagio, causata da colleghi e superiori, fino a qualche anno fa veniva interpretata considerando l’individuo emotivamente fragile, eccessivamente sensibile alle azioni degli altri, oppure sofferente di una visione paranoica dei fatti. L a p a r o l a “mo b b i n g ” è s t a t a originariamente usata nel campo del l ’etologia, Konrad Lorenz l ’ha impiegata per indicare il comportamento il comportamento aggressivo di alcuni tipi di uccelli nei confronti dei loro simili, finalizzati all’allontanamento dal gruppo. In inglese, infatti, il verbo to mob significa appunto aggredire. In ambito psicologico, il primo ad applicare il termine “mobbing” è stato lo psicologo del lavoro tedesco Heinz Leymann. Con questo termine si vuole definire l’insieme di azioni tendenziose, che hanno per unico scopo quello di distruggere un collega o un sottoposto comprendono allusioni subdole, calunnie, umiliazioni, intimidazioni le continue vessazioni fino ad arrivare, in alcuni casi, alle molestie sessuali. Ovviamente il mobbing non comprende quei conflitti occasionali, propri di tutti gli ambienti di lavoro, i pettegolezzi , le invidie esistono ovunque!! Il mobbing è la messa in atto di una vera e propria attività persecutoria esercitata su un individuo all’interno di un gruppo di lavoro, tesa all’allontanamento dello stesso dal gruppo o dal posto di lavoro. Le persone oggetto di mobbing sono indistintamente umoni e donne e non si fanno notare per avere tratti tipici della vittima. Le vittime non sono responsabili della loro situazione e sarebbe quindi sbagliato attribure loro la colpa. Un cattivo clima di lavoro, un’organizzazione carente nella distribuzione dei compiti e quadri che non dispongono delle giuste qualità dirigenziali necessarie per lo svolgimento corretto della loro funzione , sono le cause che consentono al mobbing di attecchire. Da ricerche condotte nei paesi nord europei, è emerso che chi esercita il mobbing sono per il 44% colleghi e colleghe, il 37% i capi il 10% i capi coalizzati coi colleghi e per il 9% i sottoposti. Ma analizziamo, ora nel dettaglio le fasi del fenomeno in argomento: I° Fase- La futura vi t t ima viene individuata e vista come persona fastidiosa, iniziano i primi attacchi che a poco a poco si moltiplicano. II° Fase – tutti si rifiutano di collaborare con la persona colpita , iniziano a circolare false storie sulla psicologia della persona, voci sul suo stato psichico al punto che la vittima non riesce più a controllarle. III° Fase – La persona colpita diventa un caso, a tal punto che il datore di lavoro deve occuparsene. In questa fase tenta di allontanare la vittima usando ogni mezzo a disposizione, spesso le norme del Diritto del Lavoro. Non è più in discussione né l’origine del conflitto né i possibili responsabili, la colpa viene attribuita esclusivamente alla vittima e le voci si fanno sempre più insistenti. IV° Fase – La vittima, a causa della disperazione dovuta al mobbing di cui è oggetto, è diventata aggressiva oppure depressa e le voci su un’instabilità psichica si moltiplicano. La malattia psichica di una vittima di mobbing viene vista come la causa e non come la conseguenza dei problemi che si presentano nell’ambiente di lavoro. In Italia, recentemente, sono stati aperti degli sportelli di consulenza nell’ambito dei sindacati di categoria , ove sono presenti persone formate ad accogliere informaoni e denunce di mobbing. In ambito normativo, gli art. 2087 del codice civile, l’art.582 del Codice Penale anche se non specifici, vengono comunque applicati in caso di mobbing conclamato, che è tuttavia molto difficile da dimostrare, che determina spesso la difficoltà nel denunciare, addirittura, di essere o essere stati vittime di mobbing. Nell’articolo citato in premessa il lavoratore ha invece avuto la forza di denunciare attraverso una lettera aperta poi pubblicata in stralcio, sul quotidiano. Nelle vittime di mobbing si riscontrano i sintomi psichitici e psicosomatici elencati nelle varie fasi del fenomeno, un senso di disagio psichico nella prima fase, sintomi psicosomatici nella seconda che, nella terza e quarta fase, possono spingersi fino alla depressione, ai comportamenti ossessivi, all’abuso di medicinali, alcol o di sostanze stupefacenti. In queste fasi è alto il pericolo di suicidio. Nella quarta fase, infine, la vittima è esclusa dal mondo del lavoro. BIBLIOGRAFIA Alexsander F. (1951) , Medicina psicosomatica, Giunti Barbera, Firenze; Argyle M. (1974) Il comportamento sociale, Il Mulino, Bologna; Arieti S. e Bemporad J.R. (1981), La depressione Grave e Lieve, Feltrinelli, Milano; Baker E.F. (1973) L’Uomo nel la Trappola, Astrolabio, Roma; Nolfe G. e L. M. Sicca (2020) Mobbing. Narrazioni individuali e organizzative – Editoriale scientifica, Napoli; R. Colantonio (2020) – Storie di Mobbing. 89 sentenze Iemme edizioni, Napoli; Marcello Pedrazzoli (2007) Vessazioni e a n g h e r i e s u l l a v o r o . Tu t e l e , responsabilità e danni nel
Miti e Mandati Familiari

di Ilenia Gregorio In psicologia e psicoterapia per “Mito Familiare”, si intende l’insieme di schemi cognitivi consci e inconsci con cui una famiglia interpreta la realtà interna o esterna al proprio nucleo e ricostruisce psicologicamente la propria storia. In effetti, un Mito Familiare si trova a metà fra elementi reali ed elementi di fantasia: al posto della mancanza viene costruito dalla famiglia un mito, cioè una serie di credenze integrate e condivise da tutti i membri del sistema che aiuta a forgiare una realtà utile ai bisogni emotivi del nucleo familiare ed è capace di creare un senso intorno a fatti ambigui che creano disagi. Ovviamente il mito condizionerà la realtà, diventando un codice di lettura di questa. Il mito familiare è tramandato di generazione in generazione. Esso è perpetuato attraverso il racconto di storie reali, aneddoti o attraverso la narrazione di accadimenti in forma di romanzo o leggenda, rielaborando o deformando attraverso la fantasia, i particolari della realtà. Le storie e le dinamiche sono raccontate e rinforzate all’interno della famiglia d’origine. Principio ancora più importante, le storie ricordano a ciascun membro ciò che deve essere e ciò che non deve essere, ciò che deve fare o non fare, i ruoli da ricoprire, i valori da perseguire, chi scegliere come partner, la modalità di relazionarsi con gli altri e, di conseguenza, la modalità di affrontare i problemi e rispondere agli eventi dolorosi. La trama familiare si ripete nel tempo. Direttamente o indirettamente, il sistema familiare influenza in modo rilevante ciò che siamo e ciò che facciamo. Il mito familiare definisce, pertanto, il mandato familiare che ogni individuo è indirettamente chiamato a portare avanti per non mancare di rispetto e adesione al patto di famiglia, (Andolfi, 1987), dove per “Mandato Familiare” intendiamo una serie di prescrizioni o messaggi che vengono passati all’interno di una famiglia. Questi possono essere espliciti, come le aspettative espresse dai genitori sui figli, o impliciti, incorporati cioè in comportamenti e atteggiamenti quotidiani che si radicano e prendono forma nella struttura di personalità di ciascun membro della famiglia.
Minori e Violenza Assistita

La violenza assistita è stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia) come “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori”. Vivere in un contesto di violenza domestica ha gravi ripercussioni sullo sviluppo dei bambini. Spesso mostrano comportamenti anormali, che si manifestano sotto forma di irrequietezza o aggressività, ma anche avvilimento o ansia; alcuni bambini, inoltre, appaiono traumatizzati. La loro situazione ha influssi negativi anche in altri ambiti, per esempio sulle competenze sociali, scolastiche e cognitive o sulla salute fisica. I bambini colpiti sono esposti alla violenza domestica in molte forme diverse. La violenza fisica può manifestarsi sotto forma di percosse, scosse, violenza psicologica attraverso minacce, offese, umiliazioni o incuria e infine attraverso la violenza sessuale sotto forma di atti sessuali, con o senza contatto fisico, compiuti sul minore o in sua presenza. Inoltre, bambini e adolescenti subiscono una forma di violenza psicologica quando assistono all’uso della violenza tra i genitori o i rappresentanti legali. Sono quindi anche vittime della violenza tra i genitori. L’ esperienze di maltrattamento infantile interferiscono sullo sviluppo positivo del bambino, compromettendone vari aspetti come la socialità, l’interazione con i pari e con gli adulti. L’esposizione continua alla violenza porta ad uno sviluppo distorto dell’immagine di sé, a condotte antisociali, a disfunzioni nelle emozioni e alla messa in atto di comportamenti dissociativi. La violenza porta spesso ad alterazioni della percezione, ad una mancata comprensione degli stati emotivi e delle intenzioni altrui I bambini infatti presentano difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali e nell’utilizzare le informazioni contestuali per spiegare le incoerenze tra causa delle emozioni ed espressione emotiva discrepante. Tali bambini tendono a distorcere le informazioni emotive attribuendogli significati negativi, nel senso che sovrastimano le emozioni di rabbia, le attribuiscono in modo inappropriato e le percepiscono come presenti anche in loro assenza Inoltre essendo esposti a ripetute esperienze di malessere da parte degli adulti, possono sviluppare la propensione a pensare di essere i diretti responsabili. Per cui ciò vuol dire convivere con sentimenti di inefficacia e di impotenza che possono trasformarsi in tratti depressivi.
Minfullness per ‘pulire la mente’: abbandonare i pensieri automatici e fluire nel presente

Nella pratica psicoterapica le tecniche di respirazione e rilassamento mediate dalle tradizioni orientali offrono uno spunto di lavoro sui processi interni. La parola ‘mindfulness’ significa essere pienamente presenti e consapevoli di ciò che sta succedendo in un preciso momento. Questo concetto affonda le sue radici nelle tradizioni buddiste, il termine inglese deriva dalla parola ‘sati’ che nella lingua Pali significa ‘ consapevolezza o attenzione presente e attiva’ Quindi la mindfulness consiste nel prestare attenzione al momento presente fluendo momento per momento con quello che accade senza giudicarlo. Ci sono due cose importanti che accadono quindi: la prima è quella di disinserire ‘ pilota automatico dei pensieri’ attraverso l’attenzione costante e la seconda è quella che qualsiasi cosa accada in quel momento non venga valutata con un giudizio di valore. La nostra mente se lasciata a se stessa non si ferma mai e vaga tra pensieri, cose da fare, sensazioni fisiche, ricordi, in modo del tutto inconsapevole al soggetto. Così che potremmo non avere la consapevolezza che ci attardiamo in pensieri negativi magari per la maggior parte del tempo durante una giornata. Studi scientifici dimostrano l’interdipendenza tra salute fisica e benessere mentale. La minfullness offre una possibilità di aumentare tale benessere ed è un prezioso strumento nei disturbi mentali nei quali le persone sono con i pensieri o nel passato o nel futuro. Inoltre offre la possibilità di creare uno spazio mentale tra il pensiero e l’azione in quelle situazioni in cui c’è un’impulsività elevata o iperattività. La pratica può essere applicata anche ai bambini aumentando la creatività e la concentrazione. I benefici sono evidenti a chi segue una pratica quotidiana o anche a chi la utilizza sporadicamente.