Non la sostanza, ma il legame: una lettura sistemica della dipendenza

Cosa spinge una persona a rifugiarsi in una sostanza, in un comportamento compulsivo, in un’abitudine che diventa gabbia? Troppo spesso rispondiamo con concetti individualizzanti: fragilità, mancanza di volontà, bisogno di evasione. Eppure, in un’ottica sistemico-relazionale, la dipendenza racconta molto di più: si presenta come un tentativo di regolare la distanza emotiva, di dare voce a un dolore relazionale, di mantenere in equilibrio un sistema che non sa come comunicare. In tal senso, dunque, la dipendenza, non è solo un problema da risolvere, ma una forma di legame. E come ogni legame, può essere compresa solo all’interno delle relazioni che la generano e la sostengono. Quando si parla di dipendenze, il pensiero corre subito alla sostanza, al corpo che chiede, ciò di cui non si riesce più a fare a meno. Ma chi lavora in ambito clinico sa che dietro ad un comportamento compulsivo si cela un tentativo di dare forma a un dolore. La sostanza come “mediatore affettivo” Secondo la visione ecologica di Gregory Bateson, il comportamento dipendente viene definito come un atto comunicativo che svolge una funzione all’interno del sistema di appartenenza. Più che un segno di malattia, diventa un tentativo, spesso disperato, di mantenere coerenza e legame. Ogni comportamento ha, infatti, una funzione comunicativa e contestuale: è dentro il sistema che acquista un senso. Spesso la sostanza o il comportamento dipendente di qualsivoglia natura (gioco, cibo, tecnologia) entra in scena come “elemento terzo” in una relazione bloccata. E’ un modo per comunicare un bisogno, per proteggersi da un coinvolgimento troppo intenso o per colmare una mancanza che il sistema non è in grado di fronteggiare apertamente. In questo senso, la dipendenza non è solo individuale, ma è una soluzione relazionale (Watzlawick, Beavin & Jackson, 1967). Il sintomo diventa parte dell’equilibrio del sistema, anche quando porta dolore. È un linguaggio che ha senso solo se letto nella grammatica emotiva del sistema in cui si manifesta (Satir, V., 2019). Famiglie che “funzionano” intorno al sintomo In terapia capita di osservare dinamiche in cui il sintomo diventa centrale nella vita familiare. Tutti ruotano attorno alla dipendenza: chi cerca di controllarla, chi la nega, chi se ne sente responsabile. Il sistema si organizza intorno a essa, talvolta in modo invisibile. Sembrerebbe dunque che si sviluppano nuovi equilibri familiari in cui il sintomo funge da stabilizzatore. È qui che il lavoro dello psicoterapeuta sistemico-relazionale entra in gioco, spostando il focus dal comportamento “disfunzionale” alla funzione che quel comportamento svolge nel sistema stesso. (Lane & Ray, 1994). Il pensiero sistemico richiede, dunque, un cambio di prospettiva: non è l’individuo l’unità di analisi, ma la relazione. Come diceva Bateson, “l’unità evolutiva non è l’organismo, ma l’organismo-nel-suo-ambiente”. Allo stesso modo, il sintomo non è “nella persona”, ma nel sistema di significati e interazioni in cui quella persona è immersa. Questo approccio permette di vedere come la dipendenza possa funzionare come regolatore del sistema: mantiene distanze, copre conflitti, stabilizza ruoli. In alcune famiglie, il “problema” della dipendenza diventa il centro attorno al quale tutto ruota, consentendo paradossalmente al sistema di non affrontare altri nodi irrisolti. Curare il legame, non solo il sintomo Intervenire sulla dipendenza significa allora creare uno spazio di ascolto, dove il sintomo possa raccontare la sua storia. È necessario dare voce al dolore sottostante, ma anche comprendere quali relazioni lo sostengono e come trasformarle. Questo può significare coinvolgere il partner, i genitori, i figli, o semplicemente portare in seduta le storie di attaccamento, le aspettative familiari, le emozioni, i non detti (Cigoli & Scabini, 2000). La domanda che guida l’intervento non è “perché sei dipendente?”, ma “a che cosa serve questa dipendenza nel tuo mondo relazionale?”, “quali bisogni cerca di colmare?”, “quali ruoli sostiene o impedisce di trasformare?”. Il percorso terapeutico non punta solo all’astinenza, ma alla possibilità di costruire nuovi modi di stare in relazione con sé e con gli altri. Quando il legame diventa nutriente, autentico, non più giudicante o fuso, la dipendenza può iniziare a perdere la sua forza. Come ci ricorda Bateson (1979), il cambiamento non avviene agendo sull’individuo, ma trasformando le differenze nelle relazioni e nei significati che le governano. Bibliografia Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi Cecchin, G., Lane, G., & Ray, W. A. (1994). L’arte del terapeuta. Roma: Astrolabio. Cigoli, V., & Scabini, E. (2000). Il legame di attaccamento. Uno sguardo sistemico-relazionale. Milano: Raffaello Cortina. Satir, V. (1972). Peoplemaking. Palo Alto: Science and Behavior Books. Watzlawick, P., Beavin, J. H., & Jackson, D. D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio.
Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Il disordine organizzativo è un virus silenzioso che trasforma l’impegno quotidiano in logorio psicologico e stress lavoro‑correlato La psicologia organizzativa è concorde nel riconoscere che lo stress nasce spesso da assetti gestionali disfunzionali, più che dall’intensità del lavoro in sé. Il punto critico non è “quanto” si lavora, ma come il lavoro è organizzato, governato e reso “interessante “e “accessibile” per chi lo svolge. Dal punto di vista della psicologia gestionale, il disordine organizzativo non è solo una inefficienza operativa. È una condizione strutturale che si sviluppa quotidinamente e progressivamente,ma che incide sul funzionamento psicologico del lavoratore. Il disordine organizzativo si manifesta attraverso richieste incoerenti e incongruenti e una comunicazione poco chiara. Tali elementi incidono negativamente sul benessere psicofisico del lavoratore, il quale si ritrova dinanzi a scenari che non riesce a gestire,a controllare e molte volte a interpretare. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo può portare a stanchezza, stress e perdita di motivazione.Comportamenti come assenze frequenti o presenza senza vero coinvolgimento possono essere reazioni di difesa di fronte a contesti confusi e poco prevedibili. In queste condizioni, il lavoratore non riesce ad avere una visione chiara di ciò che sta facendo e finisce per eseguire compiti senza sentirsi parte attiva. Inolltre quando manca una progettazione organizzativa chiara e condivisa si crea confusione mentale ed emotiva, il lavoro perde senso e questo mette seriamente a rischio il benessere delle persone. Quando un’organizzazione va in affanno, non è mai solo colpa dei singoli. Spesso il problema sta nel sistema: un intreccio di regole poco chiare, ruoli confusi, relazioni fragili e valori non condivisi. Prevenire il disordine organizzativo significa allora cambiare sguardo e osservare l’organizzazione per quello che è davvero: un insieme vivo, dove tutto è collegato. Procedure, ruoli, relazioni e valori non sono ingranaggi invisibili, ma le fondamenta che tengono in piedi l’equilibrio quotidiano. Quando anche uno solo di questi elementi viene trascurato, il sistema perde stabilità e la confusione prende il sopravvento. Un primo passo riguarda la struttura formale. Quando i ruoli sono chiari, le procedure sono comprensibili e le responsabilità ben definite, le persone sanno cosa devono fare e come farlo. Questo riduce le ambiguità, limita i conflitti e permette di lavorare in modo più coordinato. Accanto alla struttura organizzativa, conta – e molto – la dimensione psicologica e relazionale. Il clima interno, il modo in cui si lavora insieme e come si comunica incidono direttamente sul benessere delle persone. Una comunicazione davvero chiara non può essere accentrata in poche mani: tutti devono sapere, almeno in modo essenziale, cosa accade e perché. Quando le informazioni circolano, l’ascolto è reale e le relazioni si basano sul rispetto reciproco, crescono fiducia, collaborazione e senso di appartenenza. Al contrario, l’opacità e l’eccessiva centralizzazione delle decisioni alimentano confusione e passività, fino a far sentire le persone spettatrici più che protagoniste del proprio lavoro. Condividere conoscenze e dare senso alle scelte è quindi una condizione fondamentale per mantenere viva la partecipazione e la responsabilità di ciascuno. Le persone non agiscono solo per dovere, ma sono guidate dal bisogno di sentirsi al sicuro, riconosciute e parte di qualcosa che abbia senso. Quando questi bisogni non vengono considerati, il legame con il lavoro tende ad affievolirsi e aumentano incomprensioni e distanze relazionali. Perché, come insegna la psicologia del profondo e ricorda anche la saggezza zen, ciò che non trova senso dentro di noi non può reggere a lungo fuori di noi.
No, grazie: la scelta coraggiosa degli adolescenti

Gli adolescenti vanno educati anche a dire di no ad alcune regole del gruppo e ad alcuni giochi collettivi che possono compromettere il proprio benessere psicofisico. Anche lo psicoanalista Guy Corneau nel suo libro “Il meglio di se stessi” ci insegna che ognuno di noi nasce con una missione: realizzare la versione migliore di sé.Quando l’adolescente misura il proprio valore in base a quello che gli altri si aspettano da lui, commette un errore fondamentale: si scollega dalla parte più vera della sua persona. Tale atteggiamento porta l’adolescente a vivere per gli altri, invece di vivere con gli altri. Si finisce per recitare una parte o più parti, disconnettendosi dalla parte più vera del proprio essere.
News Fatigue: quando anche il cervello dice “basta così”

Apri il telefono “solo un attimo”. Vuoi dare un’occhiata veloce alle notizie. Due minuti, massimo cinque. Poi chiudi. Solo che non succede quasi mai così. Dopo qualche scroll ti senti già più teso. Magari un po’ irritato. Forse perfino svuotato. Non è successo nulla nella tua vita personale, eppure il corpo è contratto, la mente è affollata, l’umore è sceso di qualche gradino. Se ti riconosci in questa scena, potresti aver sperimentato la news fatigue: una forma di affaticamento psicologico legato al consumo continuo di notizie, diffusasi a partire dall’era del Covid. Viviamo immersi in un flusso informativo che non si interrompe mai. Notifiche, aggiornamenti in tempo reale, titoli allarmanti, commenti sui social, analisi, contro-analisi. Non esiste più il “momento del telegiornale”. L’informazione è permanente. Sempre disponibile. Sempre urgente. Il nostro cervello, però, non è progettato per restare in uno stato di allerta costante. Dal punto di vista evolutivo siamo programmati per dare priorità alle minacce. È un meccanismo di sopravvivenza: meglio accorgersi di un pericolo che ignorarlo. Ecco perché le notizie negative catturano più attenzione. Restano più impresse. Ci attivano di più. È il cosiddetto negativity bias. Il problema è che oggi le “minacce” non sono eventi occasionali. Sono contenuti mediatici ripetuti, amplificati, commentati, rilanciati. Ogni notizia drammatica attiva il nostro sistema di allerta. Un po’ di attivazione è normale. Ma quando l’attivazione è continua, il sistema si affatica. È come vivere con un allarme che suona in sottofondo tutto il giorno. A un certo punto non è più informazione: è sovraccarico! Molte persone iniziano allora a evitare volontariamente le notizie. E spesso si giudicano per questo. “Sto diventando superficiale.” “Dovrei essere più informato.” “Non mi importa più di nulla.”In realtà, molto spesso non si tratta di disinteresse. Si tratta di autoregolazione.Quando percepiamo che le informazioni sono troppe, ripetitive e soprattutto fuori dal nostro controllo, il nostro sistema psicologico cerca di proteggersi. Se non posso fare nulla rispetto a ciò che sto leggendo, continuare a espormi aumenta solo il senso di impotenza. L’evitamento, in questi casi, diventa una strategia per ridurre l’attivazione. La news fatigue non nasce dall’indifferenza. Nasce dall’eccesso di coinvolgimento senza possibilità di azione. È una forma di stanchezza emotiva che può manifestarsi con irritabilità, cinismo, senso di vuoto, difficoltà di concentrazione. Oppure con quella frase che sento spesso in studio: “È sempre tutto terribile.” Il punto centrale è proprio questo: il cervello tollera meglio lo stress quando possiamo agire. Quando possiamo solo assistere, l’energia mobilitata dalla minaccia non trova uno sbocco. E si trasforma in fatica. Questo non significa che dobbiamo smettere di informarci. Significa che forse abbiamo bisogno di una nuova forma di igiene mentale: un’igiene informativa. Scegliere quando informarsi invece di reagire a ogni notifica. Limitare il numero di fonti. Chiederci: “Posso fare qualcosa rispetto a questa informazione?” Se la risposta è sì, l’azione riduce l’impotenza. Se la risposta è no, forse possiamo concederci di non restare esposti per ore.Da una professionista attivamente impegnata nel sociale, ne sono convinta: mettere confini non è disimpegno civile. È preservare la propria capacità di restare lucidi, presenti, emotivamente disponibili. Perché quando siamo sopraffatti, non siamo più né consapevoli né efficaci. In un mondo che urla continuamente “urgente!”, forse la competenza emotiva più importante è scegliere quando ascoltare e quando spegnere. Se ogni tanto senti il bisogno di chiudere le app, respirare e tornare al tuo spazio personale, non stai scappando dalla realtà. Stai prendendoti cura del tuo sistema nervoso.E prendersene cura, oggi, è un atto profondamente consapevole. Bibliografia Soroka, S., Fournier, P., & Nir, L. (2019). Cross-national evidence of a negativity bias in psychophysiological reactions to news. PNAS, 116(38), 18888–18892. Ytre-Arne, B., & Moe, H. (2021). Doomscrolling, news avoidance and the emotional experience of news during the COVID-19 pandemic. Journalism Studies. de Bruin, K., de Haan, Y., Vliegenthart, R., Kruikemeier, S., & Boukes, M. (2021). News avoidance during the COVID-19 crisis: Understanding information overload. Digital Journalism.
Neuroni per Natale? Un bel regalo per tutte le età

Come dimostrato da molte ricerche, il nostro cervello è in grado di produrre nuovi neuroni anche in età adulta e avanzata. E quest’anno, a Natale, potrebbe essere un’ottima idea regalarsi una buona dose di neuroni nuovi di zecca: insomma, mettere in atto comportamenti capaci di contribuire attivamente a stimolare la neurogenesi nel cervello. Partiamo dall’ippocampo. Sappiamo da tempo che questa struttura al centro del cervello è coinvolta nei processi relativi all’apprendimento, alla memoria, all’umore e all’emozione. Quella che invece è più recente, grazie al contributo dei neuroscienziati, è la conoscenza di come l’ippocampo sia una delle uniche strutture del cervello adulto in cui possono essere generati nuovi neuroni. Le ricerche hanno evidenziato che produciamo circa 700 nuovi neuroni ogni giorno nell’ippocampo, che lentamente vanno a sostituire la dotazione di neuroni che avevamo alla nascita. Intorno all’età di cinquant’anni, ogni essere umano ha sostituito il proprio intero patrimonio di milioni di neuroni con neuroni generati in età adulta. Dagli studi dei neuroscienziati che si occupano in particolare di questo aspetto, tra cui Sandrine Thuret, sappiamo che questi neuroni generati in età adulta sono importanti per la memoria, in termini di durata nel tempo e di capienza di ricordi conservati. E che sono molto importanti anche per l’umore. Infatti, in caso di depressione, c’è un calo significativo della produzione di nuovi neuroni. Stimolando la neurogenesi, c’è una netta correlazione, secondo gli studiosi, tra la produzione di nuovi neuroni e la diminuzione dei sintomi di depressione. L’argomento è complesso, sfaccettato, affascinante e meriterebbe ovviamente uno spazio assai maggiore di un breve articolo. Potenzialmente, in futuro potremo arginare gli effetti dell’età sulla memoria e sull’umore, il che apre a pensieri che comprendono temi etici e sociali assai rilevanti. Ma in queste poche righe possiamo concentrare qualche consiglio per favorire la neurogenesi. È davvero possibile stimolarla e regalarsi un cervello più giovane e in forma? Secondo i ricercatori, la risposta è affermativa. Cimentarsi nell’apprendimento di qualcosa di nuovo, stimola la neurogenesi. L’attività e il moto, in generale, stimolano la neurogenesi. Diminuire del 20-30% l’assunzione di calorie con i pasti, stimola la neurogenesi. E poi il digiuno intermittente (le famose 16 ore di cui abbiamo già parlato) sono un toccasana per mantenere le nostre prestazioni cerebrali, i flavonoidi (che trovate, ad esempio, nel cioccolato fondente), gli Omega 3, il resveratrolo (uva e vino rosso). Una dieta ricca di grassi e il consumo di alcol diminuiscono la neurogenesi. Tra poco inizia il periodo delle feste: ricordiamoci di aumentare la nostra produzione di neuroni. Più cioccolato fondente e mirtilli, meno alcol e grassi. Supportati dai dati delle ricerche, ci sentiremo più rilassati, felici e mentalmente rapidi se mangeremo alcuni cibi e ne ridurremo altri. Anche i cibi che richiedono più masticazione sembrano contribuire attivamente alla neurogenesi: un regalo perfetto da fare a sé stessi. A Natale e per tutto l’anno.
Necessità di raccontarsi: Adolescenti e consapevolezza del benessere psicologico

L’adolescenza, un periodo di grandi trasformazioni fisiche ed emotive, è spesso associata a turbolenze e incertezze. Ma cosa accade quando queste fluttuazioni superano il normale corso dello sviluppo? La salute mentale degli adolescenti è un tema sempre più urgente, che richiede una maggiore attenzione e comprensione. Depressione, ansia e disturbi comportamentali sono solo alcune delle sfide che minacciano il benessere degli adolescenti, con conseguenze significative sulla loro vita presente e futura. Sempre più studi e ricerche sottolineano l’urgenza di intervenire concretamente sulla salute mentale degli adolescenti. Una delle ultime pubblicazioni riguarda una indagine, anzi una “consultazione”, promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) sugli adolescenti italiani che ha raccolto le risposte di 7.500 ragazze e ragazzi tra i 16 ed i 20 anni. Quanto emerge mostra da un lato un malessere psicologico diffuso tra gli adolescenti italiani, dall’altro una diffusa “coscienza delle problematiche” e “la necessità di doverle in qualche modo gestire”. Dall’indagine emerge come un ragazzo su due soffre in modo ricorrente di stati di ansia o di umore negativo prolungati, il 46,5% dichiara di essere spesso nervoso, uno su quattro si definisce “ansioso”. Questo malessere psicologico ha forti ripercussioni ance sul malessere fisico, infatti uno su due lamenta un eccesso di stanchezza, il 29% ha frequenti mal di testa, dorme poco, fa poca attività fisica e mangia troppo o troppo poco; il 44,7% ha difficoltà di attenzione, il 40,4% studia male, poco o in maniera discontinua. Ciò che emerge in maniera sistematica è la necessità, quasi un’urgenza, da parte degli adolescenti di di raccontarsi, di aprirsi, di vivere i problemi in modo diverso dai loro coetanei di qualche hanno fa. Questa necessità viene sottolineata anche dalla grande richiesta da parte degli adolescenti stessi di un supporto psicologico sistematico ed a loro disposizione. Agli adolescenti, infatti, è stato chiesto da chi vorrebbero farsi aiutare “per stare meglio” se ci fosse la possibilità: sono pochissimi quelli che rifiutano questa possibilità, solo alcuni confidano nell’allenatore sportivo, nell’insegnante (16%) o nel medico (12,9%), ma il 62,7% vorrebbe un aiuto psicologico. “Quasi due ragazzi su tre vorrebbero parlare con uno psicologo”. La presenza di questa figura professionale, vista come grande risorsa e necessaria da parte dei giovani, può avere un ruolo significativo non solo nell’emergenza ma anche e soprattutto come ruolo di prevenzione e promozione di buona salute mentale, per fornire uno spazio di riflessione, per intercettare situazioni complesse e arginare derive problematiche. Tutto questo avvalorato dal fatto che è cambiato il rapporto dei giovani con le problematiche relative al benessere psicologico: oggi vengono considerate come situazioni che fanno parte di una vita complessa, finendo per complicarla, e che, se affrontati, possono aiutarti a crescere. La salute mentale degli adolescenti è un problema complesso che richiede una risposta multidisciplinare. Famiglie, scuole, istituzioni e comunità devono lavorare insieme per creare un ambiente protettivo e supportivo, dove i giovani possano esprimere le loro emozioni e ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno, soprattutto in un’ottica preventiva e non solo all’urgenza. La prevenzione è la miglior cura.
NÉ CARNE NÉ PESCE MA PREADOLESCENTE

di Giada Mazzanti Prendiamo a confronto lo stesso bambino ma a distanza di un anno: dalla quarta alla quinta primaria, anche se è lo stesso bambino a distanza di solo un anno notiamo già diverse differenze non solo di crescita fisica ma anche di sviluppo del pensiero, cambiamento di interessi e una nuova curiosità per il mondo, non solo ma piano piano, insorgono le prime discussioni e richieste di autonomia. Questo perché nel momento in cui si raggiungono i nove/dieci anni (ultimamente sempre prima anche verso gli 8 anni) fino ai dodici anni non si è più bambini ma nemmeno adolescenti si è in quella fase, definita da genitori e nonni, in cui non si è “né carne né pesce”. Intuitivamente si percepiscono le differenze tra un bambino, un adolescente e un ragazzino a metà via tra le due fasi ma vediamo com’è costruita la fase evolutiva denominata come preadolescenza. La preadolescenza è una via di mezzo tra due fasi, è dunque possibile trovare sia ragazzini con fisici sviluppati tipici degli adolescenti ma che hanno ancora atteggiamenti sul versante infantile e anche il contrario quindi bambini con una fisicità non sviluppata ma una mentalità e comportamento adolescenziale; è un momento molto variegato e la diversa maturazione dipende anche da aspetti ambientali, non solo biologici. Un preadolescente passa dall’essere bambino all’affacciarsi a una età adulta in cui in mondo non è più magico, i genitori non hanno più le abilità straordinarie e la conoscenza di ogni cosa; si affaccia alla realtà, si disillude: cade il proprio senso di onnipotenza e i genitori sono persone normali che commettono errori. La disillusione continua anche nella sperimentazione del piacere del rischio in cui non si ha la certezza di quello che si fa ma si mette in gioco la propria autonomia. La messa in gioco dei nuovi desideri e impulsi permette la costruzione dei fattori che andranno a costruire l’identità dell’ex-bambino. I genitori che stanno leggendo sanno quale sia il migliore strumento usato dai preadolescenti: l’aggressività ma intesa come forza del confronto anche fisico e opposizione. Inizia ad emergere il lato oppositivo che spesso spaventa ma va accolto e regolamentato; sempre più importante è anche il senso di appartenenza e il confronto con i pari sia dello stesso sesso ma anche con il sesso opposto: se ne prende le distanze per potersi confrontare con un sempre più emergente Sé sessuato. In questo modo, il bambino non più bambino ma preadolescente, nella continua tensione tra infanzia e adolescenza sperimenta la disillusione della realtà e le sempre più frequenti lamentele, la diffidenza e ambivalenza sono funzionali al raggiungimento della consapevolezza dei limiti di sé e della realtà. Anche le abilità cognitive, intese come sviluppo di interessi e di conoscenze non solo scolastiche, si sviluppano e il preadolescente scopre nuovi svaghi e nuove curiosità, nasce un appetito mentale volto alla ricerca di nuove esperienze stimolanti. Per riassumere si può dire che la preadolescenza sia caratterizzata sia dall’investimento nel pensiero e nell’azione ma anche da una forza pulsionale di conoscenza, intesa come ricerca (Freud, 1905). Abbiamo detto prima che la preadolescenza è un continuo gioco tra spinte adolescenziali e regressive; il cambiamento ormai è inevitabile e continuo, ciò provoca sì piacere e grandi aspettative ma il proprio corpo, che era stabile, ora cambia assieme alla totalità del ragazzino venendo così a mancare l’unità e la costanza. È un grande tumulto che provoca del turbamento nella concezione di se stessi, quindi la sfida del preadolescente è quella di riuscire a gestire e tollerare tutto ciò. Per esempio, se il ragazzino di undici anni vuole andare al parco sotto casa con due amici, come fanno gli adolescenti ma poi chiede un abbraccio dalla mamma come i bambini più piccoli non c’è da spaventarsi perché la preadolescenza è la fase delle ambivalenze tra comportamenti tipicamente adolescenziali e comportamenti più sul versante regressivo. La fluttuazione tra i due poli è utile per mantenere una continuità di se stessi e tollerare le continue e nuove pulsionalità. Il tema della preadolescenza è molto delicato e multisfacettato e lo si può ritrovare anche nella letteratura, si guardi anche solo l’opera di Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”. L’argomento principe è il corpo e come esso cambi e si modifichi in base al contesto, non solo ma vengono trattate anche le meraviglie del viaggio fantastico e anche le angosce che esso racchiude. Nel libro non avviene una vera e propria crescita ma le alterazioni che il corpo subisce trasmettono la stessa discontinuità della percezione del sé che sperimenta il preadolescente. Fonti Agosta R., Crocetti G. 2007. Preadolescenza. Il bambino caduto dalle fiabe. Edizioni Pendragon. Bologna. Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale, in OSF IV, Boringhieri, Torino. 1970 Gaddini E. Il cambiamento catastrofico in W. R. Bion e il “breakdown” di D. Winnicott, in “Rivista di psicoanalisi”, 3-4 1981.
Natura e benessere, quale connessione?

La natura ha senza dubbio un ruolo significativo per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo, anche e soprattutto in periodo di pandemia. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il benessere corrisponde ad uno “stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Consiste, quindi, in uno stato di equilibrio tra piano biologico, psichico e sociale dell’individuo e caratterizza la qualità della vita di ogni persona. Diversi sono i fattori che incidono sul benessere individuale, tra questi un ruolo fondamentale lo svolge l’ambiente esterno in cui le persone vivono. La Psicologia ambientale si occupa proprio di comprendere il rapporto delle persone con i propri ambienti di vita e studia le transazioni in cui l’ambiente, naturale e costruito, fornisce ristoro o infligge stress. Negli ultimi tempi i temi della sostenibilità e della gestione degli ambienti naturali sono diventati sempre più urgenti. Si studiano così i comportamenti che inibiscono o promuovono scelte sostenibili, che migliorano la natura, i correlati di tali comportamenti e gli interventi per aumentare azioni a favore dell’ambiente. Recenti ricerche hanno posto l’accento sull’importante ruolo che hanno l’ambiente e la natura nell’aiutare l’individuo a raggiungere un ottimale livello di benessere, sostenendo come la qualità della vita umana sia strettamente correlata con la qualità dell’ambiente, anche naturale, in cui l’individuo vive. Ronen e Kerret (2020) hanno proposto un nuovo approccio al benessere, definito “sustainable wellbeing” (benessere sostenibile), che integra aspetti del benessere individuale e del benessere ambientale. Tale concetto unisce la definizione di benessere propria della psicologia positiva, ovvero la capacità della persona di condurre una vita piena e ricca caratterizzata da emozioni positive, soddisfazione per la vita, ricerca di significato e presenza di relazioni significative, con la definizione della sostenibilità ambientale, che adotta un approccio che tiene conto non solo dell’individuo ma anche del tempo, della società e della biosfera. Il sustainable wellbeing sostiene quanto il miglioramento del benessere individuale sia correlato al miglioramento del benessere degli altri membri della società e dell’ambiente naturale. Di conseguenza, i bisogni dell’uomo, della società e dell’ambiente sono componenti tra loro collegati (Ronen e Kerret, 2020). L’ambiente naturale ha avuto un ruolo significativo per il benessere e la salute dell’individuo anche durante la pandemia Covid-19. Robinson e colleghi (2021) hanno esplorato il ruolo della natura in relazione alla salute durante le fasi della pandemia. Hanno riscontrato che, in tale periodo, le persone hanno trascorso più tempo nella natura e hanno visitato più spesso parchi o aree verdi. Queste azioni hanno comportato benefici in termini di salute e benessere e i partecipanti alla ricerca sostenevano che stare nella natura li aiutasse a fronteggiare le criticità dovute alla pandemia. Il 95% delle persone, che hanno visitato un nuovo ambiente naturale a seguito del Covid-19, ha riferito di averlo fatto per la propria salute e benessere. Inoltre, essi percepiscono l’ambiente naturale come una fonte di riduzione dello stress e dell’ansia. Simili risultati sono stati riscontrati anche nella ricerca di Pouso e colleghi (2021), che hanno osservato come il contatto con la natura durante le fasi di lockdown abbia aiutato le persone a fronteggiare gli effetti negativi della quarantena sulla loro salute mentale. Inoltre, coloro che avevano spazi all’aperto accessibili o elementi naturali visibili dalle loro abitazioni hanno provato maggiori emozioni positive. La ricerca mostra come il contatto diretto con la natura, anche dalla propria abitazione, riduca la probabilità di riscontrare sintomi di depressione e ansia. Ovviamente sono presenti altre variabili che influenzano gli esiti di salute mentale durante la pandemia, come età, genere, resilienza e condizioni socio-demografiche; tuttavia, mantenere un contatto con la natura in situazioni estreme ha un significativo impatto positivo sulla salute mentale delle persone. Vi sono sempre più riscontri che sostengono come l’esposizione al mondo naturale apporti potenziali benefici per la salute mentale e il benessere. Tali benefici sottolineano il grande valore della conservazione e della protezione dell’ambiente naturale. In situazioni estreme come quelle della pandemia, l’importanza degli ecosistemi naturali per proteggere il benessere delle persone è più evidente che mai, in termini di resilienza psicologica, capacità di resistenza e fronteggiamento delle difficoltà. Per la Psicologia ambientale la domanda chiave, nata in tempi di pandemia, è comprendere come la presente situazione possa essere utilizzata per incentivare comportamenti pro-ambiente e supportare appropriate misure politiche (Reese et al., 2020). La crisi pandemica potrebbe fungere, infatti, da apripista per un rinnovamento collettivo dei modi in cui si tratta la natura e l’intero ecosistema, portando nuove risposte alla crisi climatica e alle relative misure politiche. Bibliografia Pouso S., Borja A., Fleming L.E., Gòmez-Baggethun E., White M.P. & Uyarra M.C. (2021). Contact with blue-green spaces during the COVID-19 pandemic lockdown beneficial for mental health. Science of the Total Environment, 756, 143984 Reese G., Hamann K.R.S., Heidbreder L.M., Loy L.S., Menzel C., Neubert S., Trӧger J. & Wullenkord M.C. (2020). SARS-Cov-2 and environmental protection: A collective psychology agenda for environmental psychology research. Journal of Environmental Psychology, 70, 101444 Robinson J.M., Brindley P., Cameron R., MacCarthy D. & Jorgensen A. (2021). Nature’s role in supporting health during the COVID-19 pandemic: a geospatial and socioecological study. Int. J. Environ. Res. Public Health, 18, 2227 Ronen T. & Kerret D. (2020). Promoting sustainable wellbeing: integrating positive psychology and environmental sustainability in education. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 6968
Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.
Narrazioni nelle relazioni scuola-famiglia

Narrazioni nella relazione scuola-famiglia